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Scritto Da Felice Moro il giorno 08 Gen 2009

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L’articolo è incentrato sulla storia, struttura e funzioni della Comunicazione. La comunicazione è una relazione che si stabilisce tra due o più … (Clicca sul titolo per continuare a leggere l’articolo)

 

Archive for aprile, 2010

ALCUNI FATTORI DELLA LINGUA:L’ONOMATOPEA E LA POESIA

Posted By Felice Moro on aprile 26th, 2010

ALCUNI FATTORI DELLA LINGUA: L’ONOMATOPEA E LA POESIA

L’0nomatopea è una figura retorica che riproduce il suono di una parola o imita in qualche modo i suoni o i rumori fisici degli oggetti, delle azioni o delle cose. Viene distinta un’onomatopea primaria da un’onomatopea secondaria.

L’onomatopea primaria imita direttamente i suoni e i rumori fisici della natura, degli animali e delle cose; così abbiamo il cip, cip del canto degli uccellini;  il glu, glu, glu del gorgoglio dell’acqua che scorre nel ruscello; il miao miao del verso del gatto; il din don del suono delle campane; il fru fru dei frulli d’ala improvvisati dagli uccelli;  lo splish splesh splash che riproduce l’impatto dei corpi sulle superfici liquide; e via di seguito.

L’onomatopea secondaria, con il suono della parola, imita direttamente l’oggetto rappresentato dal segno linguistico; così abbiamo le parole sferragliare, borbottio, fruscio, gorgogliare, gracchiare, nelle quali il simbolismo fonico delle parole suscita l’immagine mentale delle corrispondenti azioni : lo sbattere del ferro contro ferro, il fastidioso e insistente parlare sottovoce, il brontolio dell’acqua che scorre sulla gora e così via.

In fondo essa è formata dalla trascrizione fonica di un suono o di un rumore che viene codificato con i fonemi del sistema linguistico. E’ una figura linguistica che si incontra frequentemente sia nel linguaggio comune che in quello artistico, soprattutto in quello poetico.

Nella poesia essa consente la produzione o l’accostamento di certi suoni che concorrono  a creare le immagini o le situazioni o a evocare le figure che il poeta intende rappresentare artisticamente. Così, per esempio, in un passaggio del Carme ai Sepolcri, rappresentando l’orrido scenario della famosa Battaglia di Maratona, Ugo Foscolo scrive:

Il navigante che …..vedea per l’ampia oscurità scintille/balenar d’elmi di cozzanti brandi/fumar le pire igneo vapor, corrusche/d’armi ferree vedea larve guerriere/ cercar la pugna; all’orror dei notturni/ silenzi si spandea lungo nei campi/di falangi un tumulto e un suon di tube/e un incalzar di cavalli accorrenti/scalpitanti sugli elmi ai moribondi,/e pianto ed inni e delle Parche il canto.

In questo passaggio emerge il gusto dell’orrido che il Foscolo derivava dalla cosiddetta poesia sepolcrale del Romanticismo inglese e in particolare dai Poemetti di Ossian. La drammaticità della scena emerge dal quadro del simbolismo sonoro prodotto dal gioco dei fonemi forti rappresentati dalla “r” che, combinati con eccezionale maestria poetica con quelli bui della “u”, riproducono in crescendo gli effetti drammatici dei clamori della scena di distruzione e di morte della guerra. Poi il tragico pianto dei moribondi e il cupo canto delle Parche, due simboli sonori, tragici e cupi, che pongono fine alla drammatica battaglia artisticamente immortalata da questi versi foscoliani.

LA POESIA

L’onomatopea è una figura retorica comunemente sfruttata nella poesia di tutti i tempi, dai rimatori della poesia cortese provenzale e toscana del Trecento ai poeti ermetici che si sono affermati negli anni ’20 e ’30 del XX secolo.

Essi incentrano la loro poetica su pochi dati essenziale, riducono o aboliscono l’uso delle punteggiatura e creano componimenti poetici molto brevi, talvolta anche di pochi versi, nei quali esprimono le loro emozioni e raccontano la loro verità. Essi si rifanno al  decadentismo francese di autori come Mallarmé, Rimbaud e Verlaine. Il caposcuola è Giuseppe Ungaretti, ma del gruppo fanno parte tanti altri autori, tra i quali, E. Montale, S. Quasimodo, A. Onofri.  E’ un gruppo di poeti ed intellettuali che rifiutano ogni compromesso con la cultura dominante dell’Era Fascista; in compenso si concentrano nell’ideale di una poesia pura, aulica nella forma, chiusa nello stile e libera da ogni condizionamento politico e da ogni finalità pratica o didascalica. Il tema centrale  intorno a cui ruota questa poetica eccentrica è il senso di disperata solitudine in cui si dibatte l’uomo moderno. Le vicende storiche degli ultimi tempi, tra cui la guerra e la dittatura, l’hanno reso orfano degli antichi valori romantici: la fede, la speranza, la giustizia, la libertà e l’amore universale tra gli uomini.  Egli è rimasto senza certezze, senza punti di riferimento, solo al centro dell’universo con la sua angoscia esistenziale. Perciò egli vive l’esperienza di un mondo ferito, umiliato e incomprensibile. Ha una visione pessimistica della vita e il suo disilluso stato d’animo si riflette nella poesia fatta d’impressioni fugaci, di ripiegamenti interiori, di toni dimessi con l’uso di un linguaggio ricercato denso di immagini simboliche fortemente evocative.

Si potrebbe continuare a lungo nell’elencazione delle caratteristiche di questa estetica solitaria, ma ciò che interessa mettere in evidenza in questa sede è l’aspetto dei suoi rapporti con la Lingua Nazionale. Ebbene, a questo riguardo è opportuno chiarire subito che autori come Ungaretti, Montale, Quasimodo, Lenzi, Onofri, Zanzotto, vivendo ripiegati su se stessi a considerare la poesia come un esercizio estetico dei moti della propria coscienza, non danno un contributo apprezzabile al patrimonio spirituale della Lingua Italiana. Infatti la loro influenza sulla Lingua, rapportata al grande contributo dato dagli autori del Trecento (Dante, Petrarca e Boccaccio) o a quelli dell’Ottocento (Foscolo, Manzoni, Leopardi, Carducci, Pascoli, D’Annunzio), è stata veramente poca e di trascurabile importanza.

Altre correnti letterarie hanno avuto ben altra incidenza  sul problema Lingua. Leopardi, per esempio, è stato uno di quelli che hanno dato il contributo più grande e più originale allo sviluppo articolato della Lingua Italiana; e non soltanto nei settori della poesia e della linguistica, ma anche in quelli della filosofia, della scienza e dell’esperienza della vita quotidiana. In linguistica distingue la differenza tra la Lingua della prosa, molto vicina alla Lingua parlata dalla gente nella vita quotidiana,  e la Lingua della poesia che deve restare  come un frutto particolare dell’esperienza personale dell’artista, dei sentimenti e delle emozioni che prova ciascuno di noi. Infatti le parole della poesia, ben diverse dalle parole spietate e fredde della Scienza, sono fortemente evocative. Inoltre il Poeta di Recanati si sforza per attuare una sintesi tra la Lingua aulica dei poeti e dei letterati e la Lingua quotidiana parlata dal popolo. Egli compie grandi sforzi per recuperare la poetica del Petrarca, che lancia sul mercato delle idee per fungere da volano alle esperienze letterarie successive dell’Ottocento e del Novecento.

Il Manzoni è un sostenitore della tesi secondo cui la Lingua Italiana deve perseguire l’obiettivo del perfezionamento strutturale e glottologico rifacendosi al modello originario della limpida parlata fiorentina. Per perseguire quest’obiettivo aveva sentito il bisogno di recarsi a Firenze “per sciacquare i panni in Arno”.

Il Carducci, pur essendo un toscano doc orgoglioso della sua lingua che dalla bocca della nonna Lucia  faceva fluire “canora col mesto accento della Versilia che nel cuor (gli) sta , come quella in un sirventese del Trecento piena di forza e di soavità …” la pensava diversamente. Egli, nelle due raccolte, Odi Barbare e Rime e Ritmi, propugnava l’adozione di un modello linguistico e compositivo ispirato ai modelli classici e informato agli antichi canoni con un periodare solenne e aulico. Infatti si rivolse all’antichità classica, greca e latina, con l’intento di recuperare miti e ritmi, schemi metrici e compositivi.

D’Annunzio adotta una Lingua che gli consenta di esprimere e di rappresentare artisticamente il suo edonismo vitalistico che contraddice il positivismo scientifico e filosofico, che lo aveva preceduto. Cura una precisa scelta dei vocaboli che recupera dalla storia e un’intensa musicalità del verso, della strofa e del periodo,  che gli consentono di creare un clima di particolare suspense idilliaca.

Alcune considerazioni sui Rapporti tra la Lingua e i Dialetti

Posted By Felice Moro on aprile 23rd, 2010

Le origini della lingua

Secondo il libro della Genesi i primi abitatori della terra parlavano un’unica lingua loro infusa dal Padreterno. Ma non tutti sono d’accordo con la tesi creazionista; molti, anche tra i credenti, accreditano maggiore favore alla teoria evoluzionista. Comunque siano andate le cose, quel linguaggio naturale primigenio si corruppe e diede vita al proliferare dei diversi linguaggi delle parlate locali: i Dialetti.

Questi sono linguaggi di origine arcaica formatisi nella notte dei tempi, quando i figli di Adamo cessarono di essere migranti raccoglitori di radici e di frutti selvatici e incominciarono a fondare le prime comunità stanziali.

Gli uomini primitivi avvertirono presto il vantaggio di vivere insieme per garantirsi aiuto, difesa e soccorso reciproco contro i pericoli di ogni genere che insidiavano la loro esistenza quotidiana. Essi conducevano una vita grama, costellata di stenti e di fatiche, ma anche sorretta dal grande slancio vitale dell’istinto di conservazione e animata da sentimenti protettivi nei confronti della progenie.

Essi trovarono nella lingua, ereditata dagli avi o elaborata da loro stessi, il naturale strumento di comunicazione e la carica propellente verso la dimensione sociale della vita. Infatti la lingua consentiva all’uomo di comunicare con gli altri uomini per manifestare le sue idee, per esprimere i suoi sentimenti e le sue emozioni, per unire le sue forze con quelle dei suoi simili onde stabilire rapporti di collaborazione con gli altri.

Così che i villaggi nuragici, i raggruppamenti di capanne, i borghi, i paesi, i centri urbani diventarono luoghi naturali di coniazione di suoni, di elaborazione di parole, di simboli, di parlate, di modi di dire, che oggi globalmente chiamiamo Dialetti.

Essi, pur poggiando su ceppi linguistici comuni o su caratteristiche fonologiche e morfologiche affini,  spesso si differenziano tra di loro per specificità lessicali e altri elementi linguistici ed extralinguistici. Il mito della Torre di Babele rende bene l’idea della confusione delle lingue nell’antichità.

Tra i minuscoli universi etnici e linguistici del mondo antico, nell’Europa Occidentale sono andati affermandosi due nuovi  mondi culturali più vasti e più efficienti con due lingue dominanti: la Lingua greca e la Lingua latina.

La Grecia
La Grecia antica era la terra delle città-stato, delle polis, ciascuna delle quali coltivava il suo orticello civico in maniera indipendente dalle altre. Ma nella seconda metà dell’ultimo millennio a.C., quando Atene, prevalendo sulle altre città,  divenne la fucina della filosofia, della scienza e  delle arti, la sua lingua (che poi era quella dell’Attica), filtrata e nobilitata dalla cultura, assurse agli onori di Lingua nazionale imponendo la sua egemonia su tutte le parlate delle altre polis.

Il processo di dominazione linguistica era accompagnato e sostenuto da quello di affermazione politica, militare e commerciale. Ciò specialmente dopo aver respinto i reiterati tentavi d’invasione persiana a Maratona e a Salamina e dopo le alterne vicende della Guerra del Peloponneso portata avanti contro Sparta.

La Lingua greca divenne il primo grande faro culturale della storia, che si accese per illuminare la sponda europea del Mediterraneo Orientale. Il secondo fu quello di Roma.

Roma
Alcuni secoli dopo sorse l’astro latino di Roma, che incominciò a brillare di luce propria sul firmamento del mondo antico dopo che, con le guerre puniche, aveva eliminato Cartagine dalla competizione nei traffici marittimi del Mediterraneo Occidentale.

Lo sviluppo economico e politico dell’Urbe derivava dall’efficienza delle forze armate: l’esercito e la marina. Il progressivo progetto di espansione esterna era supportato in patria da un rigoglioso movimento di sviluppo civile, linguistico e culturale, mutuato in parte dalla Grecia. Il latino di Cicerone, di Cesare, di Virgilio, di Mecenate, di Orazio e di Tito Livio divenne la prima lingua universale del mondo antico.

Si sviluppò in Età Repubblicana, raggiunse il suo apogeo nel periodo aureo di Augusto e mantenne il suo ruolo dominante anche durante i tempi del Basso Impero. Anzi, fu proprio allora che la Lingua latina esercitò una funzione egemone estendendosi dalle aree delle province a quelle delle colonie.

Essa veniva esportata dai magistrati, dagli ufficiali dell’esercito, dalle cohorti militari, dai funzionari amministrativi, dagli esattori del fisco. Nei primi secoli dell’Era Cristiana poi, quando l’Impero, aggredito da ogni parte dalle popolazioni barbariche era in fase di disfacimento, la Lingua latina ebbe il suo colpo di fortuna: quello di essere stata adottata come Lingua ufficiale dalla Chiesa nascente, dopo la dichiarazione di liberalizzazione del culto fatta da Costantino.

Così che la Lingua dell’Impero divenne la Lingua universale della Chiesa Cattolica in tutte le sue ramificazioni e rappresentanze nel mondo. Ancora adesso nel XXI secolo continua a svolgere la sua funzione universale di annunciare il Vangelo a tutte le genti del mondo; ciò nonostante il Concilio Ecumenico Vaticano II ne abbia ridimensionato la portata, introducendo le lingue locali nelle preghiere, nella liturgia della messa e in altre cerimonie del culto.

Inoltre anche nelle istituzioni civili, come nelle aule dei tribunali, l’antica Lingua di Roma ha garantito il valore della dottrina e la continuità delle procedure nell’amministrazione della giustizia.
Tuttavia nelle altre istituzioni civili e nelle masse popolari, dopo la caduta dell’Impero avvenuta verso la fine del V secolo d.C., la Lingua latina andò incontro a fenomeni di obsolescenza, di abbandono e di imbarbarimento, che portarono ad una sua progressiva dissoluzione a favore delle parlate locali.

In alcune are geografiche dell’Italia dominate dai Bizantini fu introdotta la Lingua greca; in altre aree dominate dai Barbari furono introdotte altre parlate di origine celtica o germanica come la Lingua longobarda. Poi per un lungo periodo di tempo di oltre cinque secoli, a cavallo tra la fine del primo e gli inizi del secondo millennio, ci fu un altrettanto lungo periodo di silenzio: un buco nero nella storia della Lingua, che si accompagna e si sovrappone all’analogo buco nero nella storia civile.

Le Lingue Volgari

Dopo l’anno Mille avvenne un lento e progressivo risveglio. Tra  l’XI e il XII secolo nelle aree dell’Europa latinizzata, compaiono all’orizzonte le cosiddette lingue romanze o lingue volgari (parlate dal popolo = vulgus) chiamate anche neolatine perché sorte dalla dissoluzione dell’antica Lingua di Roma.

Tra queste, in Francia si distinguono la Langue d’oil dei menestrelli e dei giullari che, con le loro improvvisazioni canore, allietavano le mense e le feste dei signori delle Valli della Senna e della Loira e la Langue d’oc dei trovatori provenzali che facevano altrettanto nei banchetti dei feudatari dell’Aquitania, della Provenza e della Valle del Rodano.

In Italia il primo cenacolo dei poeti improvvisatori volgari lo troviamo nella Scuola Siciliana sorta a Palermo presso la Corte del re di Svevia Federico II. Gli altri circoli sorgono in Toscana: quello di Guittone d’Arezzo e quello Del dolce stil novo fiorentino, Scuola in cui fece il suo primo tirocinio poetico Dante Alighieri.

Poi le monumentali opere di poesia e di prosa dei tre grandi geni toscani, Dante, Petrarca e Boccaccio, che di fatto trasformarono la lingua popolare toscana, fiorentina in particolare, in Lingua nazionale italiana. Da allora si è posto il problema del dualismo linguistico, distinguendo tra:
1)    La Lingua italiana, colta, parlata in tutto il territorio nazionale, che ha un suo statuto epistemologico, un codice formale elaborato, una potenzialità dinamica sempre in fieri, una progressiva articolazione in tanti sottocodici e registri e un continuo arricchimento di lemmi, stilemi e costrutti letterari nuovi, soprattutto nel campo delle letterature scientifiche e tecnologiche;

2)    I Dialetti o le Lingue locali hanno un codice formale ristretto, forme lessicali rigide o incomplete spesso ellittiche del predicato o di qualche altra unità strutturale, ricevono pochi apporti di arricchimento dall’esterno, di cambiamento evolutivo o di osmosi naturale. Spesso costituiscono le lingue madri dell’infanzia, della fanciullezza e degli affetti domestici. Per molti, specialmente in passato, costituiva l’unica lingua conosciuta e parlata per tutta la vita.  I Dialetti sono tanti quante sono le regioni , le sub-regioni o addirittura le città e i villaggi, ciascuno dei quali ha una sua variante locale rispetto alle parlate dei paesi vicini della stessa area o di aree limitrofe.
Pertanto gli italiani, più o meno tutti, sono bilingui perché hanno una Lingua nazionale e almeno un Dialetto, se non un’altra Lingua alternativa come il francese, il tedesco, lo sloveno, il sardo. Ma tutti i Dialetti italiani sono imparentati con la Lingua Nazionale perché derivano tutti dal latino volgare. Il bilinguismo dagli specialisti è chiamato diglossia che implica la contemporanea presenza di due varietà della Lingua con diverso valore funzionale e diversa connotazione sociale e culturale.

Lingua e Dialetti

Pertanto, riassumendo il discorso si può dire che la Lingua nazionale è una forma comunicativa ed espressiva elevata ed elaborata, sia dal punto di vista fonologico, morfologico, grammaticale e sintattico; sia dal punto di vista lessicale, stilistico ed estetico. Essa è stata usata nel tempo dalle persone colte: poeti, letterati, filosofi, artisti e scienziati e questo continuo utilizzo l’ha depurata da tutte le imperfezioni, gli elementi non belli o poco significativi per renderla sempre più bella, più pura, più aulica e più significativa.
I Dialetti invece sono le lingue locali, variano da una regione all’altra, da città a città e anche tra villaggi vicini dello stesso territorio. Essi soddisfano il bisogno della comunicazione spontanea, immediata e informale, permettono di stabilire contatti diretti e informali con la gente, sono poco elaborati, poveri di strutture morfologiche, carenti di forma e di lessico, ma in compenso sono molto pratici, allusivi e significativi; sono idonei ad esprimere sentimenti, emozioni ed hanno un grande potere evocativo di idee funzionali ad esprimere i sentimenti del mondo interiore e le idee della Poesia.
I Dialetti sono cresciuti poco o niente in rapporto allo sviluppo scientifico e tecnologico delle civiltà moderne. Essi sono rimasti fermi per secoli o millenni, quasi in stato di ibernazione nei loro vecchi standard formali, lessicali e di vocabolario. Perciò non sono adatti a rappresentare idee e ad esprimere messaggi di alta condensazione simbolica come possono essere quelli rappresentati dai moderni linguaggi scientifici, letterari, filosofici, matematici e cibernetici.

Per soddisfare questi bisogni ci pensano le Lingue moderne che, sorte sulle spoglie delle antiche lingue classiche, greco e latino, hanno prosperato succhiando linfa vitale dai dialetti, adottando barbarismi da altre lingue e coniando neologismi di ogni tipo. Perciò sono Lingue mature idonee a rappresentare ed esprimere le esigenze del tempo presente con tutte le sue complessità e le sue contraddizioni derivanti dalla riduzione del pianeta ad un unico villaggio globale.

Fattori che hanno favorito lo sviluppo della Lingua Italiana

Molti sono stati i fattori che negli ultimi cento anni hanno favorito lo sviluppo della Lingua Italiana, quali:
a)    L’emigrazione esterna. Gli emigrati italiani degli anni ‘50 e ‘60 del secolo scorso che si recarono all’estero (in Francia, in Belgio, in Germania, in Olanda e altrove) alla ricerca di lavoro toccarono con mano l’importanza della lingua e cercarono di correre ai ripari per sé e per i loro figli;
b)    L’emigrazione interna, per effetto della quale molta gente si spostò dalla campagna alle città. Intere masse umane abbandonarono le tradizionali attività produttive, l’agricoltura e la pastorizia, e si trasferirono nelle città per trovare un posto di lavoro nell’industria o nei servizi. Tutto ciò ha creato gravi scompensi demografici mettendo in moto un meccanismo perverso di spopolamento delle campagne e di sovraffollamento delle città e delle aree urbane in generale. Comunque vivere in città ha comportato spesso notevoli vantaggi: più occasioni per parlare la Lingua, più possibilità per lo studio e la sistemazione dei figli con la presenza delle scuole,  dell’Università e degli altri servizi pubblici;
c)    L’industrializzazione ha favorito la diffusione dei linguaggi tecnici e scientifici. Lasciando la solitudine dei campi e dell’ovile ed entrando nella fabbrica, l’operaio ha trovato una comunità più dinamica dal punto di vista dell’opportunità di parlare la lingua e d’intessere rapporti sociali con gli altri. Infatti la fabbrica è un luogo privilegiato per l’ integrazione linguistica e socio-culturale dei lavoratori;
d)    La burocrazia. Il funzionamento degli uffici amministrativi dello Stato e degli altri enti pubblici impone a tutti i cittadini l’uso frequente della lingua per comunicare con gli impiegati e con i funzionari;
e)    La stampa giornalistica ha esercitato una grande influenza come mezzo di comunicazione di massa e pertanto come occasione per leggere e parlare la lingua;
f)    La televisione con le sue trasmissioni è stata un potentissimo mezzo di unificazione linguistica dei cittadini di tutte le estrazioni sociali della Nazione;
g)    La scuola è l’istituzione specifica deputata a fornire l’educazione linguistica ai suoi utenti, dalla scuola primaria all’Università, fornendo una piena conoscenza delle sue regole interne, grammaticali, morfologiche e sintattiche;
h)    La donna lavoratrice. L’entrata della donna nel mondo del lavoro, avvenuta negli ultimi 50/60 anni,  ha spesso comportato una seconda fonte di reddito e perciò un maggiore benessere per le famiglie. Il miglioramento economico delle famiglie, a sua volta, ha determinato un progressivo sviluppo della società ed ha consentito maggiori opportunità di studio e di sistemazione dei figli. Non solo, ma le migliorate condizioni economiche delle famiglie sono state il presupposto per una migliore realizzazione culturale ed umana delle persone, genitori e figli. Il processo di sviluppo è stato supportato e sostenuto dall’uso della Lingua Italiana anche in famiglia, aumentato negli ultimi decenni del 100%.

La visita del papa, Benedetto XVI, a Cagliari

Posted By Felice Moro on aprile 18th, 2010

Su sette ‘e cabudanni a gran convitu,
su duemizza e otto annu currente,
a Castedduest est andada meda zente
pro saludare a paba Benedittu,

de Cristos su vicariu vivente
su ‘e tres ch’in Sardigna hant beneittu
sos sardos da-e Bonaria s’abitu
fide invocande, speme e amore ardente.

Est istau unu grandu avvenimentu
ch’hat radunau follas de credentes
a sos pes de su sacru monumentu.

“Siades a su Verbu obbedientes,
no appades alcunu turbamentu
de sos males chi offuscant su presente.

Cunfidae a Maria dogni cosa,
a su Sennore est mamma, fiza e isposa!”.

Cagliari Settembre 2008

Traduzione
Il sette di settembre a gran convito,
il duemilaotto anno corrente,
a Cagliari é andata molta gente
per salutare il papa Benedetto,


di Cristo il vicario vivente
il terzo (papa) che in Sardegna ha benedetto
i sardi dal tempio di Bonaria
fede invocando, speranza e amore ardente.


E’ stato un grande avvenimento
che ha radunato folle di credenti
ai piedi del sacro monumento.


“Siate al Verbo obbedienti
non abbiate alcun turbamento
dei mali che offuscano il presente.


Confidate a Maria ogni cosa
che al Signore è madre, figlia e sposa!”.


Auguri al Santo Padre per il suo LXXXIII  genetliaco

Cagliari 19 Aprile 2010

Felice Moro

Alcune Regole di Linguistica

Posted By Felice Moro on aprile 16th, 2010

Alcune regole di Linguistica

Il sistema lingua è un universo simbolico complesso che può essere studiato da prospettive e con interessi differenti. Esso costa di diverse componenti: lettere, fonemi, parole, unità morfologiche (nome, articolo, aggettivo, verbo, avverbio, congiunzione ecc.), variabili lessicali, valore semantico. Ogni parola è formata da un numero variabile di elementi (lettere, fonemi)  che si legano tra di loro secondo determinati costrutti fonologici e lessicali. Così se per esempio prendiamo in esame la parola Roma è formata da 4 lettere R=1, o=2, m=3, a=4, disposte secondo l’ordine fonologico e lessicale in serie progressiva 1, 2, 3, 4; invertendo tale ordine, le lettere possono essere scompaginate come un mazzo di carte e riutilizzate secondo altri ordini. Per esempio, invertendo la serie nell’ordine 4, 3, 2, 1 si ottiene la parola amor; oppure nella serie 2, 1, 3, 4 e si ottiene la parola orma; oppure secondo l’ordine 1, 4, 3, 2 si ottiene la parola ramo; oppure secondo l’ordine 2, 3, 4, 1 si ottiene la parola Omar. Il meccanismo funziona, si ottengono parole di diverso significato, ma sempre sensate perché vengono rispettati i due sistemi strutturali di base, il sistema fonologico e quello lessicale. Questo è il vantaggio che offre il sistema alfabetico a caratteri mobili inventato dai Fenici circa tremila anni fa. Ma se si dovessero disporre le lettere secondo un altro ordine, per esempio nella successione  4, 2, 3, 1 si otterrebbe aomr che non è una parola della lingua italiana, ma una semplice successione di lettere messe a caso. In quest’ipotesi ciò che è saltato é il sistema fonologico che, a sua volta, ha fatto saltare quello lessicale e, a maggior ragione, anche quello semantico. Il sistema lingua contiene tanti altri sottosistemi: nomi, articoli, aggettivi, verbi e tutte le parti variabili ed invariabili del discorso. La sequenza normale impone il rispetto dell’ordine fonologico come nella frase La mia casa è bella e non accetta alterazioni del tipo Casa la bella mia è oppure mia la bella è casa. Sequenze di questo tipo non sono accettabili nella struttura sintattica della lingua italiana.

Relazioni Paradigmatiche e Sintagmatiche.

Nella lingua il valore degli elementi (lettere e fonemi) dipende dalle relazioni reciproche che essi contraggono tra di loro, a seconda della disposizione spaziale che essi occupano nella stringa linguistica. Per esempio, nella frase il cane rosicchia l’osso, la scelta viene fatta nel modo seguente: 1  “il” viene preso dal sottosistema articoli;

2 “cane” viene preso dal sottosistema nomi;

3 “rosicchia” viene preso dal sottosistema verbi;

4 “l’ osso” è una scelta lessicale tra le tante possibili in quella circostanza perché il cane poteva rosicchiare anche qualche altra cosa.

Per effettuare la scelta è necessario aver presente tutta la gamma  del sistema lingua, cioè bisogna avere a disposizione tutto il Paradigma, ossia l’insieme di tutte le parole possibili per descrivere l’atto che compie il cane per “rosicchiare l’osso”. Allora nella mente dell’individuo tutti gli elementi della lingua entrano in relazione di opposizione. Pertanto dal momento  in cui egli sceglie alcuni elementi, automaticamente scarta tutti gli altri; e la scelta viene fatta secondo precise regole fonologiche, morfologiche e sintattiche. Nella lingua gli elementi sono legati tra di loro da relazioni paradigmatiche oppositive e quando il parlante sceglie gli elementi in relazione paradigmatica, contestualmente li combina secondo altri criteri, quali:

a)      L’Accordo Morfologico: la parola cane poteva essere combinata con altri articoli e/o con altri nomi;

b)      La Connessione Semantica: il cane può compiere altre azioni: correre, abbaiare, mangiare, morsicare, ma rosicchia é il termine più adatto per esprimere quell’azione di ripulitura dell’osso;

c)      La Collocazione Sintattica: le regole della linguistica ammettono, come collocazione possibile, quella che scaturisce dall’orine numerico seriale progressivo 1, 2, 3, 4.

Possono essere ammesse anche altre collocazioni, come per esempio rosicchia l’osso, il cane; ma in questo caso bisogna introdurre altri elementi di differenziazione come la virgola per separare il complemento oggetto (messo prima) dal soggetto (messo dopo).

Ma sono inaccettabili frasi come la seguente: cane il rosicchia osso lo.

Si è già accennato al fatto che ogni elemento della catena parlata o scritta entra in relazione oppositiva con tutti gli altri elementi ma, nello stesso tempo contrae relazioni foniche e grafiche con tutti gli altri elementi che la precedono e che la seguono. E’ il meccanismo della coarticolazione fonemica, di cui si è parlato in altro punto di questo sito e cui si contrappone il fenomeno opposto di segmentazione fonemica. L’una e l’altra abilità devono essere insegnate al bambino in età precoce all’interno del processo di alfabetizzazione strumentale che si compie durante la frequenza della prima classe della scuola elementare.

Se sull’ASSE PARADIGMATICO (che si sviluppa nel senso verticale della profondità della lingua) le relazioni contratte tra gli elementi sono di opposizione, sull’ ASSE SINTAGMATICO (che si sviluppa in senso orizzontale) le relazioni sono di contrasto.

Le relazioni paradigmatiche e quelle sintagmatiche valgono sia per le singole parole che per le intere frasi. Esse si esprimono e si materializzano attraverso gli elementi extralinguistici o soprasegmentali, quali la co-articolazione o fusione dei suoni, il tono, l’accento, la scansione delle lettere e delle sillabe, il colorito emotivo della voce. Chi non apprende queste abilità, più virtuali che materiali, da bambino, è difficile che le apprenda da adulto quando l’apparato fono-articolatorio è stato già  strutturato in modo diverso e non è più plastico per produrre quei suoni. Questo spiega il fenomeno degli accenti sbagliati e delle fonie sgradevoli degli stranieri, dei non udenti  e di tutti quelli che apprendono l’italiano da adulti e in maniera informale, mentre il loro apparato bucale resta predisposto per produrre altri suoni, altri accenti con altri significati.

Pertanto la selezione oppositiva e la combinazione di contrasto sono due aspetti fondamentali dell’abilità linguistica da fare apprendere al bambino quanto prima possibile, quando le strutture neurofisiologiche sono ancora plastiche e perciò possono essere plasmate in modo adeguato a compiere una corretta pronuncia. Gli elementi del sistema lingua si chiamano segni e questi, presi nel loro insieme, formano quella scienza chiamata Semiotica. Essa studia tutti i tipi di segni e li definisce in modo articolato, congruo e funzionale.

Pertanto la Semiotica o Semiologia è la scienza dei segni per eccellenza. Il segno linguistico è sempre una rappresentazione arbitraria di un’altra cosa, astratta o concreta, che si chiama referente; perciò è un simbolo convenzionale comunemente inteso da tutti i parlanti una determinata lingua. Il segno linguistico costituisce l’immagine mentale, depositata nelle aree corticali del cervello deputate alla memoria, che associa insieme il significato con il significante.

Così, per esempio, la parola gatto è il segno linguistico che associa il significato dell’animale che rappresenta con il significante, cioè con l’insieme degli elementi linguistici (lettere e fonemi) che formano la stringa linguistica, legati tra di loro in una struttura sintagmatica interna alla parola g+a+t+t+o. Quando una persona parla, il significato viene realizzato foneticamente e percepito acusticamente come segnale da chi ascolta. Il significato si realizza con la produzione dell’idea di senso, che dev’essere la medesima nei due interlocutori: emittente e ricevente.

Si realizza allora il passaggio dal segno (astratto e simbolico) al segnale (concreto,  percepito fonicamente). Si può anche compiere il processo inverso; cioè si può risalire dal segnale al segno.

L’attribuzione di un segno linguistico ad una cosa piuttosto che ad un’altra è un fatto puramente arbitrario. Nel processo di elaborazione lessicale (nomenclatura, terminologia) di una lingua entrano in gioco due tipi di attività cognitive: le categorie di pensiero e le categorie linguistiche. Una materia comune di questo importante universo cognitivo dell’uomo è rappresentata dalla psicolinguistica, cui si è fatto riferimento in altri articoli precedenti del blog. Essa studia lo sviluppo genetico della mente attraverso l’apporto del linguaggio e lo sviluppo del linguaggio guidato dal potere strutturante e ordinatore della mente.

Vygotsky, fondatore della psicolinguistica, a questo riguardo ha scritto che il pensiero verbale si manifesta nel linguaggio, mentre il linguaggio si interiorizza, va in profondità e diventa fattore ordinatore del pensiero.

Pertanto la psicolinguistica è il terreno comune in cui il processo di categorizzazione della realtà esplicato dal potere innato della mente si articola in segno linguistico; e questo, a sua volta, offre al pensiero il materiale segnico necessario per la distinzione, la categorizzazione e la rappresentazione simbolica della realtà.