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Scritto Da Felice Moro il giorno 08 Gen 2009

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L’articolo è incentrato sulla storia, struttura e funzioni della Comunicazione. La comunicazione è una relazione che si stabilisce tra due o più … (Clicca sul titolo per continuare a leggere l’articolo)

 

Archive for Ottobre, 2020

La Seconda Lettera Di San Paolo ai Corinzi

Posted By Felice Moro on Ottobre 14th, 2020

Introduzione

In ogni tempo la situazione economica di Corinto trae la fonte dalla sua felice posizione geografica, situata nell’istmo, a cavallo tra i due mari. Per questo gode i vantaggi di avere due porti, di cui, uno a Occidente, che si affaccia sul mare Adriatico, nel Golfo di Patrasso; l’altro a Oriente, nel Golfo di Saronico, che si apre sul mare Egeo, nell’ampia baia di Atene.

Tuttavia, vi era un grande squilibrio nella distribuzione dei bani materiali, causato dalla presenza di pochi ricchi che possedevano molto di più del necessario per vivere e molti poveri diseredati, che non possedevano niente. Tra questi ultimi numerosi erano stati quelli che, fin dalla prima ora, avevano aderito spontaneamente alla predicazione di Paolo, convertendosi al cristianesimo. Essi divennero presto i primi adepti e contribuirono alla fondazione della più numerosa e della più attiva comunità cristiana in terra d’Acaia.

Dal punto di vista morale, al tempo di Paolo la città non godeva di buona fama. Specialmente i vicini ateniesi la dileggiavano, perché l’accusavano di avere costumi troppo libertini, per cui, “vivere alla maniera corinzia” era diventato un epiteto negativo per la città e per i suoi abitanti.

Ai tempi di Paolo, Corinto, come tante altre grandi città greche, era un fulcro di retori, filosofi, sofisti ambulanti, che diffondevano le loro dottrine, sollecitando le naturali curiosità intellettuali dei greci, l’inclinazione alla disputa, la tendenza ad eccellere in eloquenza e in sapienza.

Numerosi erano gli Ebrei che risiedevano nella città, dove sorgeva anche una sinagoga. Dopo la deludente esperienza dell’Areopago di Atene, Paolo, che è un uomo di città, non si isola in preghiera in un eremo del deserto, ma si rifugia a Corinto. Vive del suo lavoro manuale di fabbricante di tende, appoggiandosi nel lavoro e nell’abitazione, presso i suoi concittadini, i coniugi Aquila e Priscilla, da poco rientrati dalla diaspora in Italia.

Ma quando i suoi collaboratori, Sila e Timoteo, lasciarono la Macedonia e raggiunsero l’Apostolo in città, Paolo diminuisce l’attività del lavoro manuale e si dedica quasi interamente alla predicazione.

Il messaggio importante che Paolo trasmetteva al popolo era l’annuncio del Vangelo di Cristo, il Messia atteso dal popolo d’Israele, che però non è stato accolto dalla sua gente. Su questo punto si scontrò malamente con i suoi connazionali, gli Ebrei residenti in città; e siccome questi protestavano e contrattaccavano con bestemmie, Paolo, scuotendosi le vesti, li apostrofò: “Il vostro sangue ricade sulla vostra testa; io sono innocente e da questo momento me ne vado dai pagani”.

Ma le lotte contro i Giudei non finirono lì. Esse continuarono e trascinarono l’Apostolo più volte in giudizio nei tribunali ebrei e romani, fino a quando Paolo non si appellò a Cesare, motivo per cui era venuto a Roma, attraverso un avventuroso viaggio in mare con naufragio a Malta.

Pertanto, già dal testo di questa lettera si desume il fatto che i rapporti tra Paolo e i Corinzi, pur sperimentando momenti di forte intesa e di collaborazione positiva, non furono sempre pacifici, anzi conobbero anche momenti di tensione e di agitata turbolenza. Inoltre, appare chiaro anche il fatto che i suoi avversari, che egli bollò ironicamente come “superapostoli”, sono altri cristiani che vantano notevole autorevolezza all’interno della comunità. Certamente essi rappresentano movimenti che si oppongono all’Apostolo, disprezzano la sua persona, definita “debole” e così mettono in discussione l’autentica dottrina e l’unità della Chiesa.

Dal testo di questa lettera, specialmente dal contenuto dei primi sette capitoli, emerge il profilo del vero apostolo, che sono la forte tensione della missione apostolica e l’impegno disinteressato della predicazione, caratteristiche intrinseche che corrispondono alla stessa personalità di Paolo. Seguono i capitoli otto e nove, incentrati sull’attività benefica della colletta, la cui raccolta veniva fatta in favore della Chiesa Madre di Gerusalemme. Nei capitoli 10-13 la lettera riprende il tema dell’apostolato, con costanti riferimenti autobiografici alla figura e al ruolo svolti da Paolo nella comunità corinzia.

Capitolo Primo – Lo scopo e i motivi della lettera

L’intestazione della lettera contiene due mittenti: Paolo e il suo più fedele collaboratore Timoteo, nonché i destinatari della missiva, che sono i fedeli della comunità cristiana di Corinto e tutti i credenti dell’Acaia (Grecia). Li ringrazia invocando su di loro la pace di Dio Padre e del nostro Signore Gesù Cristo.

Segue una preghiera di ringraziamento a Dio, che, nell’espressione di Paolo, assume la forma di una benedizione consolatoria per le tribolazioni affrontate, senza specificare quali siano state queste tribolazioni. L’apostolo esprime attestati di fiducia e di speranza nei confronti dei suoi fedeli, che invita a rimanere saldi nella fede, malgrado le sofferenze che dovranno patire, che poi saranno fonte della consolazione che ne consegue. Al riguardo precisa: “Non vogliamo che ignoriate, fratelli, come la tribolazione che ci è capitata in Asia, ci abbia colpiti oltre misura, perché ci ha messi in pericolo di vita, avendo ricevuto anche la sentenza di morte. Questo ci ha insegnato a riporre più fiducia in Dio che in noi stessi. Dio ci ha liberati da questo pericolo, grazie alla fiducia riposta in lui e ai meriti delle vostre preghiere” (2 Co, 1, 8-11).

Paolo, però, non dà nessuna spiegazione sulla causa che a ha determinato il suo pericolo di morte durante la sua permanenza in Asia. Forse si riferisce all’incidente causato dagli argentieri di Efeso, capeggiati da un certo Demetrio, cui si fa riferimento negli Atti degli Apostoli (At, 19, 23-40).

L’apostolo esprime il suo motivo di vanto per aver sempre impostato i suoi comportamenti nei confronti di tutti, dei Corinzi in particolare, ai principi di santità e di sincerità, non alla sapienza della carne, ma alla benevolenza di Dio. E aggiunge: “Con questa convinzione, in un primo tempo, avevo deciso di venire da voi per concedervi una seconda grazia, quindi passare in Macedonia e poi di tornare da voi per il commiato definitivo, prima della mia partenza per la Giudea. Forse in questo progetto mi sono comportato con leggerezza? E la decisione che prendo è forse un “si”, “si” o un “no” “no” della debolezza della carne?

Il figlio di Dio, Gesù Cristo, che io, Silvano e Timoteo, abbiamo annunziato in mezzo a voi, non fu un “si” e un “no”, ma fu tutto un “si” al progetto di Dio in lui … Io chiamo Dio a testimone della mia vita perché, se non sono venuto a Corinto, è stato soltanto per risparmiarvi rimproveri. Non vogliamo tiranneggiare nessuno, ma, al contrario, vogliamo essere vostri collaboratori nella gioia della fede, in cui siete ben saldi” (2 Co, 1, 15-24).

Capitolo Secondo – “Vi ho scritto col cuore angosciato tra molte lacrime”

Paolo continua a spiegare i motivi della sua mancata visita a Corinto. Egli è dispiaciuto di aver dovuto rinunziare alla visita, ma ha fatto questa scelta per un motivo ben preciso: non voleva inasprire i rapporti, già tesi, tra lui e alcuni membri la comunità. “Vi ho scritto in un momento di grande afflizione e con il cuore angosciato, tra molte lacrime, non per rattristarvi maggiormente, ma perché conosceste l’immenso affetto che ho per voi. Se qualcuno mi ha offeso, non ha offeso soltanto me, ma anche tutti voi”. Per l’offensore è già sufficiente il castigo che ha ricevuto dagli altri; pertanto, non è opportuno infierire contro di lui, anzi bisogna usargli benevolenza e misericordia, affinché non soccomba sotto il peso del pentimento. Uno dei motivi della lettera è anche quello di mettere tutti alla prova sulla disponibilità al perdono di chi sbaglia; poi dichiara: “A chi voi perdonate, perdono anch’io davanti a Cristo per non cadere in balia di Satana”.

Da Efeso, l’apostolo si sposta a Troade per predicare il vangelo, ma qui subisce un’amara delusione: il mancato incontro con il suo fedele collaboratore Tito. Costui è arrivato in ritardo all’appuntamento, quando Paolo era già transitato in Macedonia.

Quindi l’Apostolo, sotto forma di ringraziamento a Dio, esprime una riflessione sul ministero apostolico, comparando l’azione della Chiesa militante nel mondo all’effondersi del profumo nei cortei. E afferma: “Noi siamo, infatti, dinanzi a Dio il profumo di Cristo, sia per quelli che si salvano, sia per quelli che si perdono; per gli uni odore di morte per la morte, per gli altri odore di vita per la vita…Noi non siamo, infatti, come quelli che mercanteggiano la parola di Dio, ma con sincerità, come mossi da Dio e sotto il suo sguardo, parliamo in Cristo” (2Co, 2, 15-17).

Capitolo Terzo – Il Ministero della Nuova Alleanza

In questo capitolo Paolo esordisce dichiarando che, per presentarsi ai Corinzi, non ha bisogno di lettere commendatizie, come, probabilmente, avevano fatto i suoi avversari cristiani giudaizzanti di Gerusalemme. Per lui, la migliore lettera credenziale sono gli stessi Corinzi, lettera di Cristo, scritta dallo Spirito Santo e stampata, non su tavole di pietra, com’era stata la legge dell’Antica Alleanza, ma nella sanguigna carne dei cuori dei credenti, letta e conosciuta da tutti. Questo egli afferma, non per baldanza personale, ma davanti a Dio per la fiducia riposta in Cristo. Quindi, per un potere che non proviene dalla carne umana, ma da Dio che ha investito gli apostoli della carica di ministri della Nuova Alleanza, non della lettera, ma dello Spirito, perché “la lettera uccide, lo Spirito invece dà vita”. I concetti sono derivati dalle profezie dei profeti Geremia ed Ezechiele nell’Antico Testamento, ma essi acquistano nuovo vigore spirituale nei fremiti dirompenti della coscienza dell’apostolo, che era stato il vero fondatore della comunità di Corinto e delle altre comunità cristiane dell’Acaia. Sviluppando il concetto della contrapposizione tra la vecchia e nuova Alleanza, Paolo dichiara:

“Se il ministero della morte, inciso in lettere su pietre era così glorioso che i figli d’Israele non potevano fissare il volto di Mosè a causa dell’effimero splendore del suo volto, quanto più non sarà glorioso il ministero dello Spirito? Se fu già glorioso il ministero della condanna, tanto più lo sarà il ministero della giustizia. Anzi, sotto quest’aspetto, ciò che era glorioso non lo è più a confronto della sovreminenza di questa gloria. Se dunque ciò che era effimero fu glorioso, molto di più è circonfuso di gloria ciò che è duraturo”. Forti della ricchezza spirituale della nuova Alleanza, gli Apostoli si confrontano con franchezza a viso aperto, non con il volto velato, come nell’Antica Alleanza.

Fino ad oggi, quando si legge Mosè, un velo è steso sul cuore degli Israeliti, ma quando ci sarà la conversione al Signore, quel velo sarà tolto. Il Signore è lo Spirito e dove c’è lo Spirito del Signore, c’è libertà. Noi tutti, a viso scoperto, riflettendo come in uno specchio la gloria del Signore, veniamo trasformati in quella stessa immagine, di gloria in gloria, secondo l’azione dello Spirito del Signore (2Co, 3, 7-17).

Capitolo Quarto – Un tesoro in vasi di creta

Paolo continua a sviluppare il discorso sulle caratteristiche del ministero apostolico, al quale egli si sente chiamato per un privilegio dalla misericordia divina. Questa consapevolezza gli dà la forza e il coraggio di lottare per una causa giusta, onde superare le difficoltà che incontra nel suo cammino. Al di fuori di ogni dissimulazione e di ogni condotta insincera, l’oggetto della missione dell’apostolo è quello di annunciare il vangelo di Cristo Gesù.

Riprendendo l’immagine del velo che copriva il volto di Mosè, di cui aveva parlato nel capitolo precedente, egli afferma che, anche il Vangelo appare velato agli occhi di molti (Giudei e/o Greci?) non credenti, perché Satana ha accecato la loro mente, affinché non vedano in volto il fulgore della gloria di Dio. Gli apostoli non predicano se stessi, ma essi sono dei semplici servitori al servizio degli altri, per annunziare la gloria del Signore Risorto, che brilla nel suo volto e che per prima ha acceso i cuori degli apostoli.

Le tribolazioni e le speranze degli Apostoli

La luce della fede, contenuta nei cuori degli Apostoli, è come un tesoro racchiuso in vasi di creta. La grandezza e l’infinità del ministero divino trascendente, amministrato dalla debolezza della carne umana: questo è il ministero di Dio, affidato agli uomini. Questo è il tema sviluppato in questa parte della lettera.

Infatti, l’apostolo dichiara: “Siamo tribolati da ogni parte, ma non schiacciati; siamo sconvolti, ma non disperati; perseguitati, ma non abbandonati; colpiti, ma non uccisi, portando sempre e dovunque nel nostro corpo la morte di Gesù, perché anche la vita di Gesù si manifesti nel nostro corpo. Sempre, infatti, noi che siamo vivi, veniamo esposti alla morte a causa di Gesù, affinché anche la vita di Gesù si manifesti nella nostra carne mortale. Di modo che, mentre in noi pende frequente la minaccia di morte, in voi sorride la prospettiva di vita” (2Co, 4, 8-12).

In questo passaggio della lettera l’Apostolo esprime l’assimilazione degli Apostoli alla morte di Cristo. Le sofferenze e le tribolazioni che sopportano gli Apostoli per amore di Cristo, divengono principio di vita e di salvezza per i fedeli. Poi egli, partendo da un testo della Sacra Scrittura (SL 115, 10) Ho creduto, perciò ho parlato, fa una serie di altre considerazioni sulla psicologia apostolica e la fede in Dio, partendo dall’assunto che, se egli ha risuscitato Cristo, risusciterà anche i suoi fedeli. Per questo, egli dice, non perdiamoci d’animo, anche se l’uomo esteriore va disfacendosi, quello interiore si rinnova di giorno in giorno. Infatti, il peso da portare per le tribolazioni di questo mondo ci procura una quantità smisurata di gloria nella vita eterna; ciò affinché noi non fissiamo lo sguardo sulle cose visibili, ma su quelle invisibili perché le prime sono di un momento, le seconde sono eterne.

Capitolo Quinto – Il Ministero apostolico come opera di Riconciliazione

In questo punto dello scritto Paolo esordisce con una similitudine consueta nel suo linguaggio:

“Quando sarà distrutta la nostra dimora terrena, precaria come una tenda di pellegrini, Dio ci assegnerà una dimora nei cieli, non costruita dalle mani dell’uomo. Perciò noi viviamo nell’ansia di abitare in questa nuova dimora, a condizione, però, che ci presentiamo rivestiti di meriti, non spogli di titoli da far valere davanti a Dio per averne diritto. Dio, che ci ha creati per questa destinazione celeste, ci ha dato anche i doni dello Spirito, come mezzi per raggiungerla. Ben sappiamo che, finché abitiamo in questo corpo mortale, viviamo come in esilio, ma camminando nella fede, abbiamo la fiducia e l’aspirazione ad abitare un giorno nella dimora celeste. Perciò, sia che abitiamo nell’una o nell’altra dimora, ci sforziamo di essere graditi a Dio. Tutti, infatti, dobbiamo comparire davanti al tribunale di Cristo, per ricevere la ricompensa delle opere compiute in vita, sia nel bene che nel male” (2Co, 5, 1-10). 

I principi ispiratori del ministero apostolico

L’Apostolo continua il suo discorso ribadendo i principi del ministero apostolico. Consapevoli del fatto che tutti hanno timore del Signore, gli apostoli, che a Dio sono ben noti, cercano d’istruire gli uomini sul cammino da percorrere nella fede, come Paolo sta facendo con i destinatari della sua missiva. Se c’è una motivazione profonda che spinge l’apostolo ad insistere sui Corinzi per tenerli uniti a sé, nella fiducia e nell’adesione a Dio, questa scaturisce da un’esigenza interiore dell’anima (del cuore), non da un vanto esteriore, come fanno i suoi avversari, ai quali siano pronti a rispondere in modo adeguato.

“Se talvolta siamo stati dissennati, è stato per amore di Dio; se siamo stati assennati, è stato per amore vostro. (Follia con Dio, saggezza con gli uomini, è stata definita quest’affermazione da parte di qualche commentatore).

“Poiché l’amore di Cristo ci spinge al pensiero che uno è morto per tutti, quindi tutti sono morti. E se egli è morto per tutti, è perché quelli che vivono, non vivano più per se stessi, ma per colui che è morto e risorto per loro… Di conseguenza, se uno è in Cristo, è una creatura nuova, le cose vecchie sono passate: ecco che adesso ci sono le cose nuove” (2Co, 5, 14-17). Parafrasando il discorso mistico, dove l’Apostolo trascende (e non solo qui) le categorie della grammatica, egli vuole riaffermare il principio basilare della fede: l’amore di Cristo per gli uomini genera nel fedele l’amore per i suoi simili.

L’Apostolo continua il suo discorso con altre immagini della nuova Alleanza. Parte dal principio basilare, secondo cui, Dio ha riconciliato gli uomini con se stesso per mezzo del sacrificio di Cristo; e il compito della riconciliazione tra l’uomo e Dio, tra la creatura e il Creatore, è stato affidato da Cristo risorto agli Apostoli.  Essi sono i testimoni del suo sacrificio e suoi ambasciatori nel mondo per portare il suo messaggio e la sua parola a tutti gli uomini, “fino egli estremi confini della terra” (At,1, 8).

Capitolo Sesto – Paolo difende il suo ministero

In questa sezione Paolo riprende il discorso dell’importanza del ministero apostolico. Gli apostoli, come ministri del vangelo, sono collaboratori di Dio per la salvezza degli uomini. Essi spendono coraggiosamente la loro vita per adempiere puntuali ai doveri della loro missione: portare la parola di Gesù e la fede cristiana a tutti gli uomini del mondo; e i suoi interlocutori corinzi sono stati fortunati perché, dall’opera dell’Apostolo, hanno ricevuto il messaggio prima di altri. Essendo giunto il momento della salvezza, non c’è tempo da perdere per indugiare nel dubbio; egli è sempre pronto a collaborare con loro, affinché non accolgano invano la grazia di Dio. “Noi non diamo motivo di scandalo a nessuno, perché non venga screditato il nostro ministero; ma in ogni cosa ci presentiamo come ministri di Dio, con molta fortezza nelle tribolazioni, nelle angustie e nelle ansie”. Continua con il catalogo di persecuzioni e sofferenze patite, analogo a tanti altri già fatti agli stessi destinatari, sia in questa che nella lettera precedente. Poi l’elenco delle sofferenze si trasforma in una lista delle virtù apostoliche: purezza, sapienza, benevolenza, amore sincero e quant’altro di virtuoso gli apostoli posseggono e spendono per la salvezza dei fedeli. Quindi, indica i mezzi con i quali gli apostoli combattono, che sono le armi della giustizia, amministrata con entrambe le mani, nella gloria e nel disprezzo, nella buona o nella cattiva fama; una serie di attributi oppositivi, riferiti agli stessi apostoli, per cui essi sono ritenuti: mendaci, invece sono veritieri; ignoti, eppure ben conosciuti; afflitti, ma sempre lieti; poveri, che arricchiscono molti; nullatenenti, eppure possessori di tutto! (2 Co, 6, 3-10).

Quando tratta argomenti che lo toccano da vicino, Paolo s’infervora di collera benigna ed esplode il suo pensiero in forme originali di fluida eloquente lirica.

Dopo questo sfogo emotivo, l’apostolo ritorna al suo tranquillo dialogo con i Corinzi. Essi sono stati trattati   bene come figli dall’Apostolo, perciò non siano ingrati, con il cuore stretto e la mente chiusa; soprattutto non si lascino convincere dai suoi avversari e dagli infedeli perché potrebbero precipitare di nuovo nell’oscurità del paganesimo. E si domanda: “Quale rapporto ci può essere tra la giustizia e l’empietà o quale comunione tra la luce e le tenebre? Quale armonia tra Cristo e Satana? Quale società tra un fedele e un infedele? Quale accordo tra il tempio di Dio e quello degli idoli? Perché noi siamo il tempio del Dio vivente che ha detto:

Abiterò e camminerò in mezzo a loro,

e sarò il loro Dio ed essi il mio popolo …

E continua con una serie di sentenze divine, tratte dai testi delle Sacre Scritture.

Capitolo Settimo – Tristezza e gioia di Paolo

Forte nella virtù, secondo il profilo delineato nel capitolo precedente, l’Apostolo invita i suoi interlocutori   alla purificazione da ogni contaminazione che possano aver contratto, sia attraverso il corpo, sia attraverso lo spirito, onde conseguire una condotta morale confacente al fedele che si dichiara figlio di Dio.

L’apostolo fa riferimento implicito a un misterioso incidente occorsogli, ma traspare la volontà di sorvolare sulla questione, mentre dichiara, ancora una volta, la sua onestà e la sua lealtà nei confronti dei Corinzi. Aggiunge che, da quando era tornato in Macedonia, non aveva avuto più pace, andando incontro a tribolazioni esterne e a preoccupazioni interiori. Non spiega quali siano i motivi delle difficoltà incontrate in terra macedone, ma per quello che si può arguire dagli indizi di carattere generale, si può pensare alle resistenze dei macedoni romanizzati e ormai assertori del culto imperiale e alle opposizioni degli stessi Giudei. Per fortuna, il rientro di Tito gli ha dato una grande consolazione; e non soltanto per la compagnia della sua presenza fisica, ma anche per le buone notizie che gli ha riportato dalla stessa comunità corinzia. Evidentemente Tito aveva svolto bene il suo compito di mediatore tra i Corinzi e Paolo. In quel momento l’apostolo si trovava a Efeso, luogo da cui aveva indirizzato loro questa lettera e la precedente. La consapevolezza che la “lettera delle lacrime” aveva prodotto l’effetto voluto: il rammarico, il pentimento e le loro manifestazioni di affetto nei suoi confronti, era stato un motivo di grande soddisfazione e di  gioia per l’Apostolo.

Al riguardo egli dichiara: “La tristezza secondo Dio produce un pentimento irrevocabile, che porta alla salvezza, mentre la tristezza del mondo porta alla morte. Per questo io ho cercato di rattristarvi secondo Dio…. In questa faccenda vi siete dimostrati innocenti sotto ogni riguardo. Se vi ho scritto con quel tono, non fu per il male causato dall’offensore o ricevuto dall’offeso, ma perché, a fin di bene, apparisse chiara la vostra sollecitudine per noi davanti a Dio. Ecco quello che ci ha consolati” (2 Co, 7, 10-13).

Alla soddisfazione dell’Apostolo si aggiunge la contentezza di Tito per la buona accoglienza ricevuta a Corinto. Questo è per Paolo motivo di maggiore soddisfazione, perché i Corinzi non hanno smentito se stessi e la stima che egli aveva riposto loro; anche in Tito è cresciuta la stima nei loro confronti, ricordando come sia stato accolto con timore reverenziale e come essi abbiano sempre obbedito alle sue parole e alla sua guida. Finalmente Paolo può esprimere tutta la sua fiducia, tutta la sua compiacenza nei confronti dei fedeli Corinzi e vivere nella pace ritrovata, finalmente “dopo la tempesta, è tornata la quiete!”.

Capitolo Ottavo – La colletta per la Chiesa di Gerusalemme

Questa sezione della lettera è dedicata a sollecitare i Corinzi a effettuare la colletta, che i primi cristiani facevano in favore della Chiesa madre di Gerusalemme. Paolo è molto sensibile a quest’iniziativa, tanto che, come possiamo leggere anche nelle altre sue lettere, rivolge la stessa sollecitudine alla donazione anche ai fedeli delle altre comunità da lui fondate, come in 1Co, 16, 1-3 e in Rm, 15, 26-28 comprese. Qui, per sollecitare l’adesione dei Corinzi, si profonde in riconoscimenti verso i Macedoni che, pur essendo poveri, si distinguono per la loro generosità nel dare.

“Posso testimoniare, dice l’apostolo, che hanno dato spontaneamente anche di più di quello che consentivano le loro forze, domandandoci con insistenza, di prendere parte a questo servizio a favore dei santi, più di quanto non avremmo osato sperare …Per questo abbiamo pregato Tito di portare a compimento fra voi quest’opera di benevolenza … Su dunque: come vi segnalte nelle altre iniziative: la parola, la dottrina, la carità, distinguetevi anche in quest’opera di benevolenza. Non ve ne faccio obbligo, ma mi aspetto lo zelo della vostra carità …”.  D’altronde i Corinzi conoscono bene l’esempio dato da Gesù: egli che, da ricco che era, si fece povero per arricchire gli altri della sua povertà; inoltre, i Corinzi hanno già sperimentato l’iniziativa l’anno precedente, quando sono stati i primi a chiederla e a sperimentarla. Ognuno dia quello che può, in base alle proprie possibilità. Non si tratta di togliere agli uni per dare agli altri, ma si tratta di seguire un principio di equità. L’abbondanza degli uni, sopperisca all’indigenza degli altri, in modo che ci sia uguaglianza nelle condizioni sociali e si realizzi il principio indicato nelle Sacre Scritture (Esodo): chi aveva molto, non ne soverchiò; chi aveva poco, non sentì la mancanza.

La presentazione dei delegati ad effettuare la colletta

Il capo della delegazione che si recherà a Corinto per effettuare la colletta sarà Tito, uomo probo e di garantita correttezza. Egli sarà accompagnato da un altro fratello, che gode di altrettanta di fiducia e onestà presso tutte le comunità, ma non dice il nome di quest’ultimo. I commentatori hanno pensato che si tratti di uno degli uomini di maggiore fiducia dell’Apostolo, come Luca, Barnaba, Marco o Sila.

Paolo vuole evitare che il maneggio di denaro nelle sue mani getti qualche ombra di sospetto sulla purezza del suo ministero. Infatti, a scanso di equivoci, egli dichiara: “Ci preoccupiamo, infatti, di comportarci bene, non soltanto davanti a Dio, ma anche davanti agli uomini. Tito e quest’altro nostro compagno sono, quindi, gli uomini di fiducia delegati dalle Chiese per questa delicata funzione per la gloria di Dio. Date, dunque prova della vostra stima nei nostri confronti e della legittimità della nostra fiducia in voi riposta davanti a tutte le Chiese” (2Co, 8,21-24).

Capitolo Nono – La sollecitazione dell’apostolo per la colletta

Il contenuto di questo capitolo è ripetitivo di quanto l’apostolo aveva già detto nel capitolo precedente. Dal taglio nuovo del discorso e dalla ripresa “da capo” del periodo, tutto fa pensare che il brano sia parte di un biglietto indipendente, mandato alle varie Chiese per sostenere la colletta e qui inserito successivamente dai primi redattori delle opere paoline. Nell’insieme vi è una sollecitazione importante dell’Apostolo affinché i Corinzi, nel dare non siano da meno dei Macedoni, i quali sono poveri, ma generosi nella colletta dei santi. Egli ha invitato i fratelli, incaricati di questo compito, perché espletino le operazioni di raccolta, prima del suo arrivo; questo affinché il raccolto appaia frutto di un’offerta spontanea, non la risposta a una sollecitazione esterna.

Nella preoccupazione per riuscita della sua iniziativa, Paolo incoraggia i destinatari della missiva a dare l’offerta, citando sentenze della sapienza religiosa e della saggezza laica comune: “Chi semina scarsamente, scarsamente raccoglie; invece chi semina con larghezza, con larghezza raccoglierà; ciascuno dia quello che ha deciso di dare e lo dia di buon cuore, non per forza o con la tristezza nell’animo; Dio ama il donatore generoso. Dio ripaga abbondantemente con l’autosufficienza colui che dona generosamente …”. Segue una serie di richiami delle Sacre Scritture sulla saggezza del donare. Il servizio della donazione è una prestazione sacra che, non solo sovviene alle necessità dei santi, ma fa bene al donatore, perché riceverà in cambio la riconoscenza di Dio. I beneficati ringrazieranno Dio per la vostra accettazione del Vangelo e per la vostra generosità, nonché per la vostra comunione con loro e con tutti. Pregheranno e proveranno sentimenti di amicizia e di affetto per voi, per la straordinaria grazia che verrà effusa nei vostri confronti” (2Co, 9, 6-15).

Capitolo Decimo – L’autodifesa di Paolo dall’accusa di debolezza e ambizione

Dopo aver terminato il discorso sulla colletta, negli ultimi quattro capitoli della lettera, Paolo lancia la sfida ai suoi avversari. Il brusco cambiamento di tono e di argomento ha fatto pensare a molti critici che, il contenuto di questi quattro capitoli, in origine fosse il testo di un biglietto indipendente o costituisse una lettera a parte, forse la cosiddetta “lettera delle lacrime”, di cui aveva fatto menzione in precedenza. Noi non sappiamo, ma certamente è intervenuta qualche cosa, magari qualche notizia improvvisa o qualche giudizio sbagliato nei suoi confronti, fatto dai suoi avversari o da parte di alcuni membri della comunità. Comunque, qualcosa di nuovo ha fatto scattare nell’Apostolo l’impeto della sua accalorata autodifesa.

Egli esordisce invitando i Corinzi a non fargli perdere la pazienza con giudizi sbagliati, altrimenti indosserà le armi, non materiali (carnali), ma quelle spirituali per sbugiardare le accuse dei suoi avversari. “Perciò, egli dice, siamo pronti a punire qualsiasi disobbedienza dalla retta via, non appena la vostra obbedienza sarà perfetta…. In realtà, anche se mi vantassi di più di quello che oso fare per la nostra autorità che il Signore ci ha conferita per la vostra edificazione, non per la vostra rovina, non avrò certamente a vergognarmene. Non vorrei che qualcuno s’illuda, pensando al fatto che le lettere sono dure a parole, ma che la mia presenza fisica sia debole. Costui rifletta prima di emettere giudizi così azzardati perché, come siamo duri da assenti con le parole, ancor più lo saremo con i fatti in presenza (2Co, 10, 6-11”.

Certo, Paolo non ha l’audacia (o la sfacciataggine) di quelli che si confrontano con se stessi e mancano d’intelligenza. “Noi, dice l’Apostolo, non ci vanteremo oltre misura, se non secondo la capacità che Dio ci ha date per arrivare fino a voi; e fino a voi siamo arrivati in virtù della forza del Vangelo di Cristo. Non ci vantiamo indebitamente delle fatiche altrui (stoccata pungente contro l’opportunismo dei suoi avversari); ma abbiamo la speranza che, con la crescita della vostra fede, cresca anche la vostra stima nei nostri confronti. Questo per darci la forza e il coraggio necessari, onde poter evangelizzare anche altre regioni più lontane dalla vostra, senza trarre vanto dalle cose fatte dagli altri, come altri fanno. (Il significato di quest’ultima frase fa pensare che la mente e il cuore dell’Apostolo sono già proiettati verso la sua prossima meta lontana: Roma).

Pertanto, come aveva già sentenziato il profeta Geremia, chi si vanta, si vanti soltanto nel Signor perché si salverà, non è colui che si raccomanda da sé, ma colui che è raccomandato dal Signore (2Co, 10, 12-18).

Capitolo Undicesimo – Paolo e i falsi apostoli

In questa sezione Paolo esordisce chiedendo ai Corinzi di consentirgli una follia di amore (uno sfogo emotivo) per quanto loro vuole bene. Egli li sente come sue fragili creature spirituali, da difendere contro le insidie dei suoi avversari, i quali possono corromperli, indirizzandoli verso altre mete diverse dal vangelo che egli ha loro annunziato. Egli nutre per loro una sincera gelosia, onde conservarli puri e fedeli a Cristo, come una vergine casta viene preservata intatta per il suo sposo. Ma intanto, in questo momento, avverte un pericolo: teme che, come in serpente maligno insidiò il calcagno di Eva, alcuni falsi profeti possano insidiare la genuina fede dei Corinzi. “Se, infatti, l’ultimo arrivato vi annunzia un Cristo diverso, uno spirito diverso o un vangelo diverso da quello che vi abbiamo annunziato noi, temo che siate disposti ad accettarlo” (2Co, 11, 4).

Paolo, non senza una punta di orgoglio, dichiara che egli non ha nulla da meno di quelli che si proclamano “arciapostoli”, i quali potrebbero sviare le loro scelte, confondere le loro idee. Egli ammette anche di avere una minore retorica nel discorso, ma non nella conoscenza delle cose. E questo egli ha sempre dimostrato in mille modi diversi. Egli ha speso tempo e fatica per annunziare loro il vangelo gratuitamente. Infatti, mentre spendeva il tempo per l’evangelizzazione degli altri, per il suo mantenimento materiale provvedeva da se stesso, facendo i lavori manuali; e quando ha avuto qualche necessità particolare, l’hanno sovvenuto i fratelli macedoni; ma, in genere, si manteneva da sé con il suo lavoro, senza essere mai di peso a nessuno, né ai Corinzi, né ad altri. Al riguardo dichiara: “Ho spogliato altre Chiese, accettando da loro il necessario per vivere, allo scopo di servire voi. E trovandomi presso di voi, pur essendo nel bisogno, non sono stato a carico di nessuno, perché alle mie necessità hanno provveduto i fratelli venuti dalla Macedonia. Ho sempre cercato di non pesare su di voi e così intendo fare per l’avvenire. Com’è vero che in me c’è la verità di Cisto, nessuno mi toglierà questo vanto in terra d’Acaia.

Perché faccio questo? Per mancanza di affetto nei vostri confronti? Solo Dio sa quanto vi voglio bene! Mi comporto in maniera così trasparente, in modo da togliere ogni alibi di sospetto ai maligni avversari. Questi tali sono falsi apostoli, operatori fraudolenti che si mascherano da apostoli di Cristo. Questo non fa meraviglia perché anche Satana si maschera da angelo di luce. Pertanto, non scandalizziamoci, se i suoi seguaci si spacciano da servitori della giustizia. Ma la loro fine sarà conforme alle loro opere” (2Co, 11, 8-15).

Le sofferenze di Paolo per il vangelo

L’apostolo sa che la sua autopresentazione è in contrasto con la consapevolezza che egli ha di se stesso di essere una creatura fragile, perciò sa che quello dice qui non è in sintonia con il vangelo che annunzia.

“Nessuno mi consideri insensato o pazzo, ma permettete che anch’io faccia valere i miei meriti umani, ancorché questo non sia in sintonia con lo spirito del vangelo che annunzio. Voi siete saggi, sopportate tutti, anche le persone insulse che vi vogliono schiavizzare; quindi, accetterete anche la debolezza umana del mio vanto personale. Se altri si vantano nella loro stoltezza, umanamente ardisco vantarmi anch’io”.

Segue una serie di interrogazioni retoriche, alle quali egli stesso si dà le risposte che ritiene opportune.

Si chiede: “Sono Ebrei (i suoi accusatori)? Israeliti? Della stirpe di Abramo? Anch’io sono Ebreo, Israelita, discendente di Abramo. Sono ministri di Cristo? Io, come apostolo non dovrei dirlo, ma come uomo lo dico e affermo, sono ministro molto più di loro, almeno per le fatiche, le prigionie e le percosse subite. (Sono memorabili le punizioni corporali subite a Filippi, di cui si parla nel capitolo 16° degli Atti degli Apostoli). Ho rischiato più volte la morte, ho subito per cinque volte 39 colpi di verga da parte dei Giudei (forse nelle sinagoghe dei Giudei della diaspora); ho subito tre volte la pena delle verghe, una lapidazione e tre naufragi (uno dei quali era stato il naufragio a Malta, durante il suo Quarto viaggio missionario verso Roma, di cui si parla nel 27° capitolo degli Atti degli Apostoli). Ho affrontato innumerevoli pericoli di fiumi, di ladri, di connazionali e di pagani; pericoli di città, del deserto, pericoli del mare e dei falsi fratelli. Ho patito fatiche e travagli, innumerevoli notti insonni, fame, sete, digiuni, freddo e nudità. E oltre i pericoli concreti e le fatiche fisiche, le preoccupazioni quotidiane per la riuscita dell’attività pastorale, sempre insidiata e combattuta dagli avversari, per sviare e confondere i deboli neofiti dalla fede. Questa era la mia ansia, la mia preoccupazione continua (2 Co, 11, 22-29).

Come epilogo dell’abbondante narrazione delle sue battaglie combattute, dei rischi affrontati e dei pericoli occorsi per portare avanti la sua missione, racconta la sua prima avventura rocambolesca compiuta per sfuggire ai gendarmi delle autorità di Damasco, all’ordine del re Areta IV. In quell’occasione, per favorire la sua fuga, i suoi collaboratori, con uno stratagemma geniale, lo calarono da una finestra dentro una cesta con una fune lungo il muro di cinta della città (l’episodio è narrato anche in At, 9, 23-25).  

Capitolo Dodicesimo – Le esperienze mistiche di Paolo

Dopo l’elenco delle fatiche, le tribolazioni e le sofferenze patite per il vangelo, adesso vengono i titoli di gloria, con le visioni e le rivelazioni. A parte la sua folgorazione iniziale sulla via di Damasco, in questa sezione della lettera, Paolo parla in terza persona per raccontare un’esperienza mistica sensazionale, vissuta quattordici anni prima di questo scritto (il che riporta agli anni 43-44 d.C., pochi anni dopo la conversione e prima dei grandi viaggi missionari). Egli dichiara di essere stato rapito spiritualmente fino al terzo cielo, dove, secondo un’antica concezione giudaica, veniva collocato il paradiso dei giusti. (In altre tradizioni, come in quella aristotelico-medioevale, le sfere celesti che sovrastano il globo terrestre erano sette, come i pianeti del sistema solare o dieci, nell’ultimo dei quali era collocato il paradiso, come l’Empireo dantesco, residenza di Dio e degli angeli). ”Quest’uomo, egli dice, non so se col corpo o senza corpo, questo lo sa Dio, fu rapito in Paradiso e udì parole ineffabili che non è possibile ad un uomo proferire. Di lui mi vanterò, di me, invece, non mi darò vanto, se non delle mie debolezze (2 Co, 12, 3-5).

Poi avverte che, se volesse vantarsi, avrebbe tutti i titoli e tutte le buone ragioni per menare vanto, perché si tratterebbe di dire la verità; ma non vuole farlo, per evitare che qualcuno sopravvaluti la sua persona e aggiunge: “Affinché non insuperbissi per le rivelazioni fattemi, mi è stato conficcato un pungiglione nella carne, un emissario di Satana perché mi schiaffeggi. Tre volte ho pregato il Signore che lo allontanasse da me. Egli mi rispose: Ti basta la mia grazia; la mia potenza si esprime nella debolezza”.

Data questa rivelazione, a Paolo non rimane altra scelta da fare, che vantarsi delle sue debolezze che, per fortuna, la grazia divina trasforma in punti di forza, che il Signore gli conferisce. Molti padri della Chiesa hanno cercato d’interpretare cosa fosse questo pungiglione conficcato nella carne di Paolo. Alcuni, come S. Gregorio Magno, hanno pensato che si   trattasse di tentazioni contro la castità; altri, come S. Crisostomo, hanno pensato alle persecuzioni mossegli contro, soprattutto, dai suoi stessi connazionali; altri ancora, come, S. Basilio, hanno pensato a qualche malattia. Molti hanno ipotizzato altri mali. Secondo la mentalità ebraica, è sempre il diavolo la causa dei mali e delle sofferenze fisiche. Stando all’interpretazione che ne dà il diretto interessato, quel pungiglione è un castigo divino, datogli affinché egli non insuperbisca, ma viva sempre nell’umiltà.

“Mi compiaccio delle mie infermità, degli oltraggi, delle necessità, delle angustie e persecuzioni per causa di Cristo; questo perché, quando sono debole, sembra assurdo, ma proprio allora sono forte” (2Co, 12, 10).

L’ossimoro creato dall’opposizione dei termini linguistici sottintende la legge della croce, il sacrificio di Cristo. Poi l’Apostolo si scusa del suo vanto che, secondo lo spirito della fede, è stato un atto d’insensatezza, cui, suo malgrado, è stato costretto dal comportamento dei Corinzi. Infatti, benché egli sia consapevole della sua piccolezza, tuttavia si sarebbe aspettato una migliore riconoscenza per l’opera compiuta in mezzo a loro, non sentendosi per nulla inferiore a quei presunti “arciapostoli” che l’osteggiano. Comunque, i Corinzi hanno visto e sperimentato direttamente i segni distintivi della sua opera, la pazienza, i miracoli, i prodigi e i portenti. Essi non hanno avuto nulla da meno di quello che hanno avuto i fedeli delle altre Chiese, se non il fatto che Paolo non ha mai pesato su di loro. E’ un rilievo importante, dettato dal bisogno di uno sfogo emotivo, che postula chiarezza, mentre invoca giustizia.

E’ la terza volta che egli si accinge a visitare la comunità e avverte i fedeli in anticipo che, neanche questa volta farà pesare la sua presenza su di loro. Tornando in città, Paolo non cerca cose materiali, ma le persone, i loro cuori, i Corinzi stessi. Egli è pronto a sacrificare se stesso, per la salvezza delle loro anime. Ammette di aver inviato in città la delegazione di Tito con l’altro suo collaboratore, non per sfruttare i Corinzi, ma per guidarli e rinsaldarli nella fede. “Voi direte, dice l’Apostolo, che stiamo facendo la nostra apologia, ma noi parliamo francamente davanti a Dio, consapevoli del fatto che quello che facciamo, lo facciamo per la vostra edificazione. Temo che venendo da voi, non vi trovi come desidero, come, probabilmente, neanche voi mi troverete come desiderate. Infatti, temo che vi siano contese, invidie, animosità, maldicenze, insinuazioni, superbie e insubordinazioni. Temo che mi facciate fare brutta figura con il Signore e che Dio mi umili davanti a voi, perché molti peccatori del passato non si sono mai convertiti dai loro peccati. Anzi, hanno persistito nelle loro colpe: impudicizia, fornicazioni, dissolutezze” (2 Co, 12, 19-21).

Capitolo Tredicesimo – Gli ultimi ammonimenti e i saluti

In apertura di questa sezione dell’ultimo capitolo, Paolo dice che la sua prossima visita, sarà la terza volta che viene a Corinto. Egli prevede che l’incontro con i destinatari non sarà pacifico, ma sarà un momento pieno di tensioni. Spera, comunque, che il confronto sia sereno, che ogni equivoco sia chiarito e che ogni controversia sia ricomposta sulla base dell’arbitrato di due o tre testimoni, come consiglia il testo del Deuteronomio 19,15, consiglio riportato anche nel Vangelo di Matteo al versetto 18,16. Il principio della perizia arbitrale collegiale per risolvere le controversie tra due parti in conflitto era diventato un principio giurisprudenziale generale, condiviso nelle legislazioni positive successive, compresa la Carta de Logu di E. d’Arbore, come già detto in precedenza.

Comunque, al di là delle questioni di metodo, se c’è una cosa su cui l’Apostolo sarà intransigente e non tollererà più ambiguità è la messa in dubbio della presenza di Cristo in lui. “Infatti, se Cristo è stato crocifisso per la sua debolezza, vive per la sua potenza in Dio. Anche noi, che siamo deboli in lui, saremo vivi con lui per la potenza di Dio nei vostri riguardi. Esaminate voi stessi per vedere come siete messi nei rapporti della vostra coscienza con la fede. Preghiamo Dio che non facciate alcun male, ma facciate il bene, in modo che dalla prova ne usciate, voi vincitori perché fate la verità, e noi perdenti per i nostri dubbi.

Vi scrivo queste cose stando ancora lontano affinché, quando sarò presente, non debba prendere provvedimenti severi che il dovere apostolico m’impone per il vostro bene, per edificare, non per distruggere” (2 Co, 13, 4-10).

Seguono le formalità di congedo, l’esortazione a farsi coraggio reciprocamente con caritatevole amore fraterno, gli auguri di pace e bene. I saluti recano il sigillo del “bacio santo” e quindi la benedizione finale, la cui formula è stata recuperata anche nell’attuale liturgia della Chiesa cattolica.