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Scritto Da Felice Moro il giorno 08 gen 2009

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L’articolo è incentrato sulla storia, struttura e funzioni della Comunicazione. La comunicazione è una relazione che si stabilisce tra due o più … (Clicca sul titolo per continuare a leggere l’articolo)

 

Gustave Flaubert, Madame Bivary, Terza Parte

Posted By Felice Moro on aprile 8th, 2011

Terza Parte

Rientrando a casa Emma trovò il marito addolorato perché avrebbe voluto rivedere il padre almeno un’ultima volta prima di morire, ma non gli era stato possibile.

“Quel age avait-il, ton père” lui demanda-elle.

“Cinquante-huit ans!” répéta-il. Ce fit tout.

Egli si lamentò della condizione toccata in sorte alla madre, vedova e sola, cercando di far capire alla moglie la sua volontà di starle vicino in quella triste circostanza. Emma non rispose, ignorando le  preoccupazioni e le aspettative del marito sulla sua disponibilità ad accogliere la suocera in casa.

Dopo circa un quarto d’ora di silenzio imbarazzante,  Charles aggiunse: “Ma pauvre mère? Que va-t-elle devenir, à present?”. Per tutta risposta Emma lasciò cadere il discorso nel vuoto ancora una volta. Poi fra i due calò di nuovo un imbarazzante silenzio. Ella lo spiava attentamente di soppiatto, mentre lui appariva smilzo, debole, un nessuno, un povero uomo. “Comment s’en debarrasser de lui?” pensò malignamente in se stessa.

L’indomani mattina Mme Bovary mère arrivò in casa di sua iniziativa. Madre e figlio si abbracciarono e scoppiarono in uno sfogo di pianto, mentre Emma scomparve dalla loro presenza. Il giorno successivo bisognava pensare agli adempimenti di circostanza. Moglie e figlio, adesso che l’uomo non c’era più, si resero conto del vuoto che aveva lasciato in loro la sua dipartita. Emma si disinteressava della faccenda ostentando indifferenza al dolore e ai problemi del marito.  Avrebbe voluto non essere disturbata per potersi abbandonare ai sogni morbosi delle sue relazioni con gli amanti.

Intanto si poneva il problema dell’espletamento delle pratiche amministrative dell’atto di successione. Non fidandosi dei notai, Charles pensò che forse la persona più adatta per aiutarli a districare la matassa di questo difficile compito poteva essere il loro amico Léon. Ma come spiegargli per lettera che cosa occorreva fare per il disbrigo di una pratica così complessa?

Emma si offrì spontaneamente di andare lei dall’amico per chiedergli di predisporre una procura legale a suo nome. Il marito ne fu contento e la ringraziò.

Immediatamente Emma piombò in città, dove andò da Léon con la scusa di chiedergli la predisposizione della procura. Ma “Ce furent trois jours pleins, exquis, splendides, une vraie lune de miel. Ils etaient à l’Hotel del Boulogne, sur le port … Vers le soir, ils prenaient une barque couverte et allaient dîner dans une île”.

In quest’isola di pace tutto era silenzio, non c’erano i rumori e il frastuono della città, niente stridio di ruote delle carrozze in giro per le strade, ma il silenzio del luogo, la tranquillità delle acque, le bellezze della natura, la serenità della luna e delle stelle, tutto regnava alla grande in quella località di misteriosa pace amorosa.

Andarono a pranzo in ristorante e presero posto in una taverna in basso in un punto romantico, dove mangiavano, bevevano e si scambiavano calde profusioni di affetto. Essi avrebbero voluto vivere sempre lì, in quell’angolo appartato di felicità, godendosi un momento della presunta eterna giovinezza come due estemporanei Robinson Creusoe. In quei momenti dimenticavano i problemi dell’esistenza, le esigenze pratiche della vita e la sua ineluttabile evoluzione. Ma ahimè! Quegli attimi di spensierata felicità passarono in fretta ed essi dovettero lasciarsi per fare ritorno alla vita normale nelle loro case. Ciascuno di loro, per vie diverse, fece rientro nella propria casa. In cammino Léon, insospettito, si chiedeva: “Ma perché ella ci tiene tanto a questa procura legale?”.

Rientrato nel suo studio legale, il giovane procuratore se ne stava moggio moggio in disparte dai suoi compagni. Se ne stava solo, appartato e meditabondo, abbandonandosi alle sue morbose fantasticherie. Aspettava le lettere di Emma, si profondeva con compiacenza nella loro lettura, il cui contenuto sospingeva la sua fantasia in un universo indefinito di piacere e di ansia che sfumava nei sogni. Ma che cosa sognava? Sognava lei, la maîtresse, la sua passione, il tepore delle sue membra.

Un giorno, non potendo più resistere alla sua lontananza, decise di andare a trovarla.

Quando giunse ad Yonville incominciò a gironzolare come un moscone intorno alla casa dei Bovary, spiando dall’esterno i movimenti di chi stava dentro. Si armò di coraggio, bussò alla porta, entrò e fu ben accolto dal padrone di casa. Ma Carlo non si mosse da casa, né quel giorno, né il giorno successivo, per cui, consapevole o meno della tresca che si consumava a suo danno, non lasciò spazio agli ambìti incontri furtivi tra i due amanti. Emma rimediò ai mancati approcci d’intimità rassicurando Léon che si sarebbero visti in altre occasioni più favorevoli. Promise che d’allora in avanti si sarebbero visti almeno una volta la settimana.

Ella si dedicò allo studio della musica. Provò a suonare e riusciva così bene che il marito non poté mancare di farle un complimento: Bravo! …très bien! Perché non segui lezioni di musica? No, ella rispose, costano troppo care! vingt francs par cachet (a lezione), c’est trop cher!

Per incoraggiarla il marito le disse: “Mme Liégeard m’a certifié que ses trois demoiselles, qui sont à la Misericorde, prenaient des leçons moyennant cinquante sous la séance (a seduta), et d’une fameuse maîtraisse encore”.

Allora Emma abboccò e decise di andare in città una volta la settimana per frequentare le lezioni di musica. Sarebbero state le occasione favorevoli per incontrare l’amante.

Descrivendo l’ambiente della camera d’albergo dei loro convegni amorosi, l’autore scrive: “Ils étaient si completamen perdus en la possession d’eux même, q’ils se croyaient là dans leur maison particulière, et devant y vivre jusq’à la mort, comme deux éternels jeunes époux. Tandis qu’ils disaient notre chambre, notre tapis, nos fauteils”.

L’appuntamento era per ogni giovedì della settimana, il giorno in cui Emma aveva fatto credere al marito di andare a Rouen per apprendere le lezioni di musica.

Ad un certo punto l’autore sfoga la sua bruciante ironia: “Tout maintenant semblait permis à cette fille!”.

Una volta, all’uscita dall’Hotel de Boulogne, Mme Bovary fu sorpresa a braccetto con Léon da M. Lheureux. Ella ebbe paura immaginando che egli potesse pettegolare al riguardo. Ma poi, riflettendo sul caso, pensò ch’ egli non era così sciocco. A lui interessavano ben altre cose: vendere la sua merce, fare affari, lucrare senza alcuno scrupolo di qualunque situazione le capitasse sotto tiro.

Infatti giorno dopo M. Lheureux tornò alla carica chiedendo i soldi del debito di circa 2.000 che ella aveva contratto nel suo negozio. E quando gli rispose che non poteva pagare, egli le propose: “Perché non vi fate fare una procura legale sull’eredità del vostro defunto suocero?”.

Egli non sapeva che il tentativo era già in cantiere. Per cui nei giorni successivi tornò alla carica sollecitando Emma a servirsi della procura che aveva in mano per compiere un’operazione finanziaria: la vendita di nascosto della modesta casa del defunto suocero a Barnenville. Il mercante usuraio conosceva bene un certo M. Langlois che faceva incetta di beni senza far conoscere il prezzo, comunque bisognava andare da lui a contrattare. Siccome Emma non poteva andare, colse la palla al balzo per offrirsi lui stesso a fare da mediatore. Al suo rientro riferì che Langlois avrebbe accettato l’affare per la somma di 4.000 franchi. Emma a questa notizia ebbe un gesto di distensione, un sospiro di sollievo. Egli aggiunse che l’offerta gli sembrava buona.

A lei sarebbe andata subito la metà dell’importo, mentre l’altra metà le sarebbe stata corrisposta al momento del saldo. E aggiunse: “Cela me fait de la peine, parole d’honner, de vous voir vous dessaisir (rilasciare) tout d’un coup, d’une somme aussi consequente que cella-la!”. Emma diede ancora un cupido sguardo a quei biglietti pensando per quanti appuntamenti le sarebbero bastati quei soldi …. Il mercante Lheureux aggiunse: “Nella fattura si può scrivere qualsiasi cifra, e che! … forse io non conosco l’andazzo di queste cose?”.

Infine egli dal suo portafoglio estrasse 4 cambiali da mille franchi ciascuna. Ella proruppe in un’esclamazione di disappunto. “Me si je vous donne le surplus, rispose sfacciatamente M Lheureux, n’est-pas vous rendre un service, à vous?”. Prendendo in mano una penna di corvo (allora si scriveva con le penne di corvo o di altri volatili) , scrisse in fondo al suo conto ”Debito di Mma Bovary la somma di 4.000 franchi”. E aggiunse: “Ma di che cosa vi preoccupate? Dopo che tra sei mesi vi arriverà la somma arretrata della vendita della vostra catapecchia e che io vi sistemo dilazionata la scadenza dell’ultima rata per il pagamento?”. Poi aggiunse che in una banca di Rouen lavorava l’amico Vinçart il quale avrebbe incassato le quattro cambiali e che poi egli stesso le avrebbe corrisposto l’importo superiore al debito reale ch’ella aveva contratto nel suo negozio. Ma il bancario, anziché pagare duemila franchi, ne diede soltanto 1800 trattenendo 200 franchi per interessi bancari e commissioni, di cui egli pretese una quietanza.

Nell’insieme Emma riuscì a gestire bene la situazione per le prime tre cambiali, mentre, quando arrivò la quarta, era di giovedì e lei era assente.  Essa andò a finire nelle mani di Charles che, apprendendo la notizia,  rimase sconvolto. Tuttavia attese pazientemente il rientro della moglie. Al suo rientro a casa, Emma riempì il marito di moine e lo indusse a fare altri acquisti che non superassero i mille franchi. Poi scrisse una lettera patetica alla madre chiedendo di essere sovvenzionato. Ma Mme Bovary mère, anziché rispondere, si presentò lei stessa di persona e chiese di vedere le fatture delle spese sostenute.

Quando  Charles riferì la questione alla moglie, Emma corse dall’usuraio Lheureux per farsi fare un’altra fattura che non superasse i mille franchi. Ciò per evitare di esibire la fattura di 4000 franchi. Ciò avrebbe complicato le cose in quanto ella avrebbe dovuto ammettere di averne già pagati i due terzi e di conseguenza ammettere di aver venduto l’immobile (di nascosto), operazione furbescamente portata a termine dal mercante e del cui affare si avrebbe avuto conoscenza soltanto molto più tardi.

Mme Bovary mère scorse la lista e, scoprendo tante spese inutili, fece le sue osservazioni di disapprovazione per quel modo di gestire l’economia familiare. Tra l’altro ella disse:

“Aucune fortune ne tient contre le coulage (lo spreco)! La vecchia continuava con i suoi rimproveri e avvertì entrambi che, continuando di quel passo, sarebbero andati a finire in ospedale. Poi aggiunse “La colpa è di Bovary che aveva promesso di annullare quella procura!”. Suocera e nuora ebbero uno scontro verbale in cui Carlo diede torto alla madre. Emma uscì in fretta come un razzo dalla stanza , ma tornò immediatamente con la procura in mano e la diede alla suocera che, per tutta risposta, la gettò nel fuoco.

Lo scontro tra madre e figlio s’inasprì per cui la madre se ne andò prevedendo che le cose non potevano andar bene in quella casa.

Carlo mandò Emma dal notaio M. Guillâmin per fargli fare un’altra procura uguale alla precedente. Questi si rifiutò adducendo come pretesto il fatto che era impegnato nel disbrigo di cose più importanti e che non aveva tempo da perdere per districare piccole faccende della vita quotidiana.

Il giovedì successivo Emma tornò al solito appuntamento settimanale con Léon e si abbandonò a forme di divertimento pazzo e dissoluto.

“Elle rit, pleurà, chanta, dansa, fit monter de sorbets, voulut fumer de cigarettes, lui parut extravagante!”. Era con Léon e pensava ancora al suo vecchio amante Rodolphe che, un giorno o l’altro, sperava di incontrare di nuovo. Insomma si abbandonò a molti eccessi poco dignitosi che fecero riflettere parecchio il suo compagno sulla sua serietà. La sera poi non rientrò a casa, gettando la famiglia nello scompiglio della preoccupazione e della ricerca.

Carlo attrezzò il suo calesse (boc o buggy) e partì a cercarla. La trovò sul far dell’alba vagante trasognata in una via della città. “Qui t’a ritenue, hier?” disse Carlo. “J’ai été malade”, rispose lei con la sfacciataggine menzognera dell’adultera.

Siccome quando andava a Yonville Léon veniva spesso invitato a cena dal farmacista Homais, una volta il giovane volle ricambiare l’invito. Disse al farmacista che quando si fosse recato in città, sarebbe stato lieto di averlo suo ospite a pranzo. Homais gradì l’invito e aggiunse anche che quella sarebbe stata una buona occasione per uscire, per staccare la spina una volta tanto dal solito monotono lavoro della farmacia. Pertanto non si fece pregare. Un giorno si fece trovare in città e insieme si recarono al Café Normandie, dove si trattennero diverse ore mangiando, bevendo e discorrendo di molte cose. Tra l’altro, il farmacista fece capire che egli si era accorto del fatto che egli avesse una relazione segreta con una donna d’Yonville. “E con chi?” chiese Léon. “Chez Mme Bovary, avec la bonne (la domestica)!” rispose l’altro.

Léon era sulle spine perché era in forte ritardo all’appuntamento con Emma. Perciò non vedeva l’ora di sganciarsi dall’ospite, la cui presenza incominciava ad essere ingombrante. Emma si era stancata di aspettarlo perché egli era in ritardo di due ore all’appuntamento. Arrivati insieme davanti all’Hôtel de Boulogne, Léon licenziò bruscamente Homais dicendo che doveva andare urgentemente nello studio. Salì nelle scale di corsa e trovò Emma adirata e spazientita per cui gli fece una scenata furibonda. Come se ciò non bastasse, Léon fu richiamato dal farmacista e convinto da Homais ad andare ad un altro locale: Bridoux. Léon, stordito da tante concomitanti sollecitazioni inconciliabili tra loro, come la collera di Emma, le chiacchiere (les bavardages) di Homais e può darsi anche la pesantezza della digestione di un pasto così abbondante, era indeciso e subì la fascinazione del farmacista che ripeteva con insistenza:

“Allons chez Bridoux! C’est à deux pas, rue Malpalu”. Andarono e trovarono Bridoux nel suo laboratorio, mentre gli operai erano intenti a fabbricare l’acqua di Seltz.  Homais diede loro consigli non richiesti sulle modalità di lavorazione del prodotto. Leon era sulle spine e non vedeva l’ora di tagliare la corda e scappare. Riuscì nel suo intento appena poté con molta difficoltà. Quando tornò all’albergo, Emma, stanca di aspettarlo, era scappata spazientita.

Quello fu il momento in cui, soprattutto in lui, comparve uno squarcio di ragione e cominciò a riflettere per cui, tra i due incominciò a crearsi un certo distacco. Nelle loro lettere, anziché parlare del loro amore come avevano fatto in precedenza, ils parlairent de fleurs, de vers, de la lune et des etoiles, ressources naïves d’une passion affaiblie. Egli avvertì il mutamento comportamentale di Emma, nel quale traspariva tutta la personalità di una persona che aveva sperimentato la vita, forse anche troppo!

In una fase in cui i due amanti erano entrati in rapporto quasi conflittuale, Emma ricevette l’inaspettata visita di un emissario dell’operatore bancario Vinçart, che le portava l’ordine di pagamento di una cambiale di 700 franchi da lei sottoscritta. Ella rimase sorpresa, impallidì e ammutolì, ma il messo la sollecitava a dare una risposta da riportare a Vinçart. Gli rispose ch’ella soldi non ne aveva, di aspettare alla settimana successiva.

Il messo andò via, ma il giorno dopo ricevette il protesto della cambiale.

Disperata, si rivolse al mercante usuraio che dichiarò di non poter far niente con Vinçart. Non solo, ma le riepilogò la lista dei debiti con l’indicazione delle date in cui erano stati contratti. Ella protestò, gridò, pianse, ma le sue scenate non servirono a piegare l’inflessibilità del commerciante usuraio Lheureux.

Alla fine il mercante dettò ad alta voce e scrisse quattro biglietti da 250 franchi ciascuno, datati a un mese di distanza l’uno dall’altro. Poi cercò di rinfilarle un po’ della sua mercanzia, anche se non era adatta per lei perché non avrebbe saputo cosa farsene di certa merce.

Per potersi sdebitare, Emma obbligò il marito a chiedere alla madre i soldi arretrati della rendita dell’eredità paterna, ma la madre gli rispose che non aveva niente da dare. Allora Emma incominciò a mandare le fatture di pagamento ai clienti del marito, a sua insaputa, pregandoli di non far sapere niente all’interessato perché altrimenti Carlo si sarebbe trovato male.

Pour se faire de l’argent, elle si mit à vendre ses vieux gants, ses vieux chapeaux, la vielle ferraille; et elle marchandait avec rapacité,- son sang de paysanne la poussant au gain (al guadagno). Poi nei suoi viaggi in città barattava giocattoli, che Lheureux, a differenza di altri, le prendeva.

Comprò piume di struzzo, porcellane  cinesi e bauli. Chiedeva soldi in prestito à Félicité, à Mme Lefrançois, à l’hôtelière de la Croix Rouge, à tout le monde.

Con i soldi ricevuti dalla vendita della catapecchia di Barneville pagò due ricevute, gli altri 1500 franchi sparirono. Quindi ella s’indebitò nuovamente e riprese come prima il suo solito andazzo. La casa diventò triste, povera e desolata. Quando il marito provava a farle delle osservazioni rispondeva brutalmente attribuendogli pure la colpa del loro fallimento. Quando metteva piede fuori, era malvista dai suoi creditori. Restava appartata, solitaria in camera sua a fumare pastiglie di serraglio comprate a Rouen nel negozio di un algerino. Lasciò il marito da solo a dormire nel letto coniugale per non sentirlo russare, mentre lei si stabilì in una stanza del secondo piano della casa. Leggeva romanzi stravaganti che descrivevano orribili scene orgiastiche. Assalita da impulsi di terrore di ciò che stava leggendo, di tanto in tanto cacciava un urlo estemporaneo, al quale accorreva il povero marito spaventato.

La notizia sulle stranezze si diffuse. Qualcuno mandò una lettera anonima alla madre di Léon avvertendola del fatto che il figlio si stava perdendo con una donna sposata. La donna pregò il padrone di casa del figlio, Debocage, d’intervenire. Questi intervenne a proposito e prospettò al ragazzo tutti i rischi che correva intrattenendo ancora la relazione illecita con quella donna sposata. Soprattutto cercò di fargli capire che il disonore di cui si stava macchiando avrebbe potuto nuocere alla sua futura immagine professione. Al sermone dell’uomo, Léon rispose che non voleva mai più rivedere quella donna.

Emma si abbandonava sempre di più a comportamenti dissoluti di autodistruzione.

Poi le giunse a sorpresa un’ingiunzione giudiziaria esecutiva per il pagamento della somma di 8.000 franchi entro ventiquattrore con pignoramento esecutivo dei suoi mobili e delle suppellettili della casa.

A forza di comprare senza pagare, d’indebitarsi, di sottoscrivere ricevute le cui scadenze venivano puntualmente rinnovate, la spesa si era smisuratamente gonfiata. La donna l’aveva finita per accumulare un capitale di debiti con Lheureux che non vedeva l’ora di entrane in possesso di quelle somme per continuare con le sue speculazioni usuraie.

Intanto un bel giorno piombò in casa l’usciere Hareng che, accompagnato da due testimoni, si presentò per redigere il verbale del pignoramento. I commissari incominciarono dallo studio medico di M. Bovary, dove pignorarono tutto, eccetto il cranio frenologico considerato strumento di lavoro professionale. Pignorarono l’attrezzatura di cucina, gli arredi della camera da letto, sequestrarono tutte le bambole degli scaffali. Essi frugarono ed esaminarono ogni cosa. La figura di Emma era umiliata, atterrita e scossa fin nelle sue più intime fibre. Di tanto in tanto l’usciere ne usciva con esclamazioni come “Charmant! …. Joli!” che la urtavano maggiormente accrescendo la sua angoscia.

Poi, bagnando la punta della penna d’uccello nel calamaio di corno, si rimetteva a scrivere continuando la stesura del verbale. Finito d’inventariare gli oggetti presenti nei due appartamenti, salirono in soffitta. Lì, in uno scrigno, Emma conservava nascoste le lettere della corrispondenza che aveva intrattenuto con Rodolphe. L’usciere chiese scusa a Mme, ma dichiarò che doveva controllare anche quelle, alle volte non contenessero elementi che potesse riguardare l’inventario degli oggetti da pignorare. Mise le mani sulle lettere rovesciandole, come che da esse potessero cadere dei marenghi sul pavimento. Alla vista di quelle mani rudi che rovistavano sulla sua corrispondenza intima, Emma si sentì trafitta nel cuore e fu presa da uno scatto d’indignazione.

Alla fine i messi esattoriali se ne andarono,  Félicité, che durante l’ora dell’inventario era stata responsabilizzata per distogliere Bovary, rientrò, le venne dato in consegna il verbale del pignoramento che passò in custodia al giardiniere.

Il giorno dopo era di domenica ed Emma si recò in città a Rouen a cercare tutti i banchieri che conosceva. La maggior parte di essi erano fuori sede per godersi il giorno di riposo. A quelli che riuscì a trovare incominciò a chiedere soldi a tutti. Ma, per tutta risposta, quelli le ridevano in faccia.

Poi si recò da Léon chiedendogli di procurarle urgentemente 8.000 franchi. Léon si spaventò e le rispose che egli, in quell’evenienza, non poteva soccorrerla e cercò di calmarla con discorsi banali e parole inconsistenti. Poi usci, ritornò dopo un’ora dicendo di aver chiesto soldi in prestito a tre persone, ma che nessuno era disponibile a prestare danaro. Ella insistette affinché egli li procurasse nel suo studio.

Un bel giorno fu svegliata alle nove del mattino da un grande brusio che si era venuto a creare fuori, nella piazza antistante. Quel’era il motivo di tanto chiasso? Avevano esposto i manifesti con l’avviso che i suoi beni erano stati messi in vendita all’asta!

Félicité le suggerì di andare dal notaio Guillaumin per chiedere in prestito i soldi necessari per togliersi dai pasticci giudiziari. Ella seguì questo consiglio e andò dal notaio. Mai l’avesse fatta!

Il vecchio professionista, intabarrato nella sua vestaglia da camera, l’accolse nella sala da pranzo. La salutò, fece i convenevoli di circostanza e la invitò a sedersi vicino alla stufa accesa per riscaldarsi, visto che aveva i piedi bagnati perché lei, per non essere vista, era arrivata dalla strada che costeggia i bordi del fiume. Egli, per niente imbarazzato dalla sua presenza, tranquillamente fece colazione in sua presenza, mentre la stuzzicava sul motivo della sua visita. Emma gli espose la sua difficile situazione. Egli, pur senza lasciarlo intendere, conosceva già tutto essendo segretamente legato da rapporti di affari con il mercante di stoffe, da cui attingeva fondi per i prestiti ipotecari che gli venivano richiesti. Quindi conosceva fin dall’inizio la lunga storia delle cambiali che portavano nomi diversi come garanti, erano distanziate da lunghe scadenze ed erano state continuamente rinnovate fino al giorno in cui, raccolte tutte le proteste, il mercante usuraio Lheureux incaricò l’amico Vinçart di promuovere l’azione giudiziaria a suo nome nei confronti della debitrice. Quando Emma, nel suo sfogo emotivo,lanciava le sue recriminazioni contro il mercante, egli dava risposte evasive e insignificanti, per non dire idiote. Intanto mangiava la sua cotoletta, beveva il suo the, sorrideva con un sorriso sornione particolare, in maniera dolciastra e ambigua. Egli la invitava ad avvicinarsi alla stufa per scaldarsi ma lei aveva paura di sporcarsi i vestiti.

Poi l’uomo si mise a farle i complimenti galanti. Alla richiesta ch’ella fece di avere mille scudi in prestito, egli rispose che non aveva soldi da prestare perché in passato non aveva potuto dirigere la sua fortuna. Disse che ci sono mille modi per far fruttare il denaro; disse anche ch’ella avrebbe potuto sfruttare le torbiere di Grumesnil e il terreno di Le Havre. Ciò produsse l’effetto di aumentare in lei la sua rabbia.

“Perché non siete venuta da me che vi avrei consigliato come fare?” disse l’uomo. Poi le prese la mano, gliela baciò e si profuse in altre avances galanti e inopportune che urtarono Emma. Il comportamento irritante di quest’uomo le dava fastidio. Egli si lanciò per abbracciarla, ma lei si tirò indietro protestando ad alta voce:

“Vous profitez impudemment de ma détresse, monsieur! Je suis à plaindre, mais pas à vendre!”. Elle sortit et en s’eloigant disait en elle même: “ Quel misérable! Quel goujat (cafone)! … quelle infamie! … Le disappointement de l’insuccès renforçait l’indignation de sa poudeur outragée; il lui semblait que la Providence s’acharnait à la poursuivre et, s’en rehaussant d’orguel, jamais elle n’avait eu tant d’estime pour elle même ni tant de mépris pour le autres”.

Quando tornò a casa fu presa da uno stato di torpore.

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