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Scritto Da Felice Moro il giorno 08 Gen 2009

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L’articolo è incentrato sulla storia, struttura e funzioni della Comunicazione. La comunicazione è una relazione che si stabilisce tra due o più … (Clicca sul titolo per continuare a leggere l’articolo)

 

Gustave Flaubert, Madame Bovary, Quarta Parte

Posted By Felice Moro on aprile 11th, 2011

Gustave Flaubert, Madame Bovary

Quarta Parte

Quando Emma si riprese, con l’aiuto di Félicité, compilò una lista di tutte le persone che, in quella difficile circostanza, avrebbero potuto aiutarla. Ma poi, prendendo in considerazione la questione ed esaminando quelle persone una per una, si rese conto che nessuna di loro sarebbe stata disposta a sborsare soldi per aiutarla.

Dalla finestra di casa vide la moglie del sindaco, Mme Tuvache e Mme Caron, che si dirigevano verso l’abitazione dell’esattore Binet. Pensò di unirsi a loro e di andare anche lei. Le raggiunse e insieme entrarono nella casa, salirono fino alla mansarda, dove il funzionario delle imposte aveva il suo laboratorio artigianale nel quale passava il tempo a fare lavoretti artistici al tornio  con legno o con gesso.

Emma cercò di avvicinare il funzionario per rappresentargli la sua drammatica situazione, ma egli si tirò indietro, ritraendosi come ci si ritrae davanti ad una persona affetta di peste e si ha paura del contagio.

Emma ebbe un fremito che la scosse in tutto il suo essere e fuggì in preda ad una crisi di disperazione. Si rifugiò in casa di Mme Rolet, la sua antica maîtresse gridando: “Io sto soffocando! Fatemi riposare! E si buttò nel letto singhiozzante. Rolet la coprì e la vigilò finché non si addormentò. Poi prese il suo arcolaio (son rouet) e si mit a filer du lin.

La poveretta si era rifugiata in questa casa, spinta da una sorta d’istintivo spavento che tendeva ad allontanarla da casa sua. Restò sdraiata con gli occhi aperti, fissi verso la soffitta della stanza, smarrita nel suo vuoto di coscienza. Infine cercò di riprendersi e di ricordare le sue peripezie. Raccogliendo le sue idee, più o meno confuse, riaffiorarono piano piano i suoi ricordi vaganti, slegati tra di loro, ma sempre con effetti laceranti sulla coscienza. Le pareva di essere di nuovo con Léon in uno dei suoi tanti appuntamenti amorosi. Chiese alla padrona di casa che ora era e Rolet le rispose: “Trois heures, bientôt!”.

Poi chiese di essere accompagnata per tornare a casa. Rolet la fece attendere un po’ di tempo e, quando rientrò, le disse che in casa sua non c’era nessuno, soltanto Carlo che piangeva, l’aspettava, la cercava e la chiamava.

Ma Emma rimase incantata, muta, inebetita senza rispondere. Era entrata in una specie di trance. La nutrice ebbe paura e si tirò indietro credendo che fosse diventata folle. Emma prese un fazzoletto e si asciugò il sudore freddo della fronte. All’improvviso  cacciò un urlo perché assalita dall’imperioso ricordo di Rodolphe, che, come un’improvvisa luce che brilla nelle tenebre, la colpì negli altalenanti stati di coscienza, la rasserenò, le rischiarò l’anima.

Egli le appariva si bon, si delicat, si genereux! Et s’il hésitait à lui rendre ce service, elle saurait bien l’y contraindre ( ella sarebbe capace di costringerlo) en rappelant d’un seul clin d’oeil leur amour perdu. Elle partit donc vers la Houchette, sans s’apercevoir qu’elle curai s’offrir a ce qu’il l’avait tantôt si fort exasperée, ni douter le moin du monde de cette prostitution.

Emma scappa, corre da Rodolphe. Arriva, bussa alla porta, entra in casa, lo incontra nel corridoio, si salutano e si scambiano le notizie rimpiangendo l’interruzione del loro grande e fantastico sogno d’amore. “Comment volais-tu que je vécusse sans toi? On ne peut pas se déshabituer du boneur! J’étais désespérée! J’ai cru mourir! Je te conterai tout cela. Tu verras. Et tu m’has fuie!

Tu forse ami altre donne, ammettilo! Io le comprendo e le scuso! Tu le avrai sedotte come hai sotto me. Ma noi riprenderemo, non è vero?”.

Entrambi si prodigarono nel fare dichiarazioni di rimpianto del loro perduto amore. Si scambiarono qualche carezza, si abbracciarono e si diedero un ultimo bacio. Poi Emma all’improvviso sbottò: “Rodolphe, moi je suis ruinée! Peus-tu me prêter trois mille francs? …. Pour beaucoup de mauvaises causes qui se sont passées aujourd’hui nous bésoin de trois mille francs perce que on va nous saisir”. Mais il repondut: Je ne les ai pas, Madame!

I ricordi e I rimpianti continuarono a lungo, ma Rodolphe soldi non ne sganciò. Emma se ne ritornò delusa a mani vuote, pentita di essersi umiliata inutilmente. Ella ripercorse il viale fino al fossato, si spezzò le unghie forzando la griglia della chiusura dell’acqua, tanto si dava da fare per aprirla. Pochi passi più avanti, affannata quasi per cadere, si fermò. Alzò lo sguardo e vide ancora una volta il castello dei sogni impossibili. Fu presa da una crisi di sconforto che la paralizzava nell’anima e nel corpo, durante la quale passò in rassegna molti dei suoi ricordi mischiati ai sogni e alle speranze del tempo che fu. Ad un certo punto si dimenticò della sua crisi finanziaria e rimpiangeva soltanto il suo amore perduto. Sentiva che l’anima le veniva meno, schiacciata dal peso dei suoi souvenir come i feriti agonizzanti  sentono che l’esistenza li abbandona a causa della loro piaga sanguinolenta.

Sopraggiunse la notte ed ella era ancora in viaggio inebetita, sotto l’effetto di una psicosi allucinatoria. Poi ebbe la forza di alzarsi e di continuare il viaggio per tornare verso casa.

399 Si fermò davanti alla farmacia, non c’era nessuno. Entrò di soppiatto, s’inoltrò all’interno trattenendo il respiro. Comparve Justin in maniche di camicia ed Emma gli chiese di portarle la chiave del piano di sopra, del laboratorio dove sono tenute les ….! Comment?

Egli la guardava meravigliato per il pallore del suo viso. E, pure in questo stato di terribile agitazione, gli parve bella, affascinante e maestosa come un fantasma. Pur senza comprendere ciò che voleva, egli capì che nascondeva qualcosa di terribile. Emma pretese di avere la chiave del laboratorio perché doveva prendere qualcosa: le serviva una medicina per ammazzare i topi che non la lasciavano dormire. Justin disse che sarebbe andato ad avvertire il farmacista. Lei lo trattenne e lo tranquillizzò dicendo che sarebbe stata lei stessa ad avvertirlo successivamente. Chiese al ragazzo di illuminare l’ambiente. In fondo al corridoio c’era una chiave appesa con la scritta capharnaûm.

Aprì la porta, afferrò un boccale, lo stappò, infilò la mano e la ritolse con una manciata di polvere bianca e si mise a mangiarla. Il ragazzo la scongiurò, le si buttò addosso per distoglierla. Emma lo fece tacere dicendogli: Taci! Potrebbe arrivare qualcuno!

Justin era disperato, voleva chiamare, ma ella lo dissuase dicendogli: tanto tutta la colpa ricadrebbe sul tuo padrone! Poi divenne di nuovo calma con la tranquillità di chi ha adempiuto ad un dovere importante.

Carlo, sconvolto per la notizia del pignoramento, era rientrato a casa quando Emma era appena uscita. Mandò a cercarla ovunque.

Quando Emma rientrò si sedette sulla scrivania e scrisse una lettera che sigillò, aggiungendo la data e dicendo tra sé.  La leggerai domani! Fino a quel momento non pormi domande per favore!

Si coricò e si addormentò, ma l’acre sapore che sentiva in bocca la risvegliò. Sentiva i battiti del pendolo, il crepitio del fuoco e il respiro del marito che le stava vicino.

E’ ben poca cosa la morte! pensava in se stessa, Io mi addormenterò e sarà tutto finito!

Ebbe una crisi di soffocamento, sentì il suo corpo gelare dal capo ai piedi. Voila que ça commence! Mormorò. Le vennero i vomiti e Carlo vide che nel vomito c’era una strana renella bianca attaccata a un involucro di porcellana. Le passò la mano nello stomaco dolorante e lei lanciò un acuto grido di dolore. Poi iniziò a gemere. Un grande fremito le scosse le spalle ed ella diventava sempre più pallida. I gemiti andavano aumentando, i dolori erano sempre più forti. Cacciò un urlo liberatorio ed ebbe il senso di star meglio e di volersi alzare. Ma le convulsioni ripresero. Carlo la pregò di parlare, di dire che cosa aveva mangiato. Ella indicò la sua scrivania. Carlo si avvicinò e trovò la lettera, l’aprì,  lesse ed esclamò: Empoisonnée! Empoisonnée! (Avvelenata! Avvelenata!).

La voce di ciò che era accaduto si diffuse nel vicinato, la gente accorse per sapere della disgrazia, il farmacista scrisse due lettere, una per  lo specialista M. Canivet, l’altra per dottor Larivière. Mandò Hippolite a Neufchâtel e Justin frustò il cavallo di Bovary per andare a chiamare l’altro medico. L’apothecaire si dava da fare per capire il tipo di veleno ingoiato per somministrarle un antidoto adeguato. Carlo esibì la lettera: si trattava di arsenico. Poi inginocchiato davanti a lei piangeva e la supplicava: “Perché l’hai fatto? Non eri felice? E’ stata colpa mia? Chi ti ha costretta a farlo?”

Al che ella rispose: “Il le fallait, mon ami = occorreva farlo, amico mio!”.

Successivamente Emma entrò in stato confusionale.

Chiese “Amenez moi la petite!”. La piccola Berthe, ancora in camicia da notte e a piedi nudi, le fu portata al capezzale dalla domestica. La bambina rimase disorientata, quasi spaventata dal disordine e dalla confusione presente nella camera. La madre l’abbracciò, la piccola esclamò: Où est donc maman? La frase pronunziata dall’infante fece scendere il gelo sui presenti. Poi, onde evitare un crescendo imbarazzo per tutti, Carlo ordinò di portarla via.

Al capezzale della paziente giunse il dottor Canivet che Carlo accolse nella maniera più ossequiosa possibile ostentando un pizzico di ottimismo e di speranza. Ma il collega non fu dello stesso avviso. Capì subito che la situazione era grave e le prescrisse un emetico per liberare lo stomaco facendole vomitare il veleno. Il farmaco ebbe l’effetto previsto, ma, ciò nonostante, la situazione della paziente non migliorò; anzi il quadro clinico andò peggiorando. Ella si contorceva, si dimenava e lanciava urla terribili, maledicendo il veleno, lanciando invettive e respingendo tutto ciò che cercavano di darle per attenuare i suoi atroci dolori.

Arrivò anche il dottor Larivière, in cui erano state deposte tutte le speranze di salvezza. Ma, anch’egli, non appena vide la paziente e fece una visita sommaria, chiamò Carlo in disparte in un’altra stanza e gli comunicò che ormai non c’era più niente da fare e ripartì.

Il medico fu trattenuto a pranzo dal farmacista che, ossequioso e reverente, cercò di trascinarlo suo ospite a casa. Egli, nella sua presuntuosa saccenteria, ci teneva ad avere conoscenze e buoni rapporti con le persone importanti. Queste, prima o poi, potevano tornargli utili nella sua attività farmaceutica e nella sua ambizione ad essere ascritto nella categoria delle persone importanti di scienza e di cultura laica ed illuministica.

All’ospite che gli chiedeva come la donna poteva essersi avvelenata, egli rispose di non sapere dov’ella avesse potuto procurarsi quell’acido di arsenico. A sentire questa frase, il povero Justin tremò, lasciando cadere per terra il vassoio con quello che c’era sopra, creando così un grande fracasso nell’ambiente. Il padrone di casa lo rimproverò aspramente. Rivolgendosi al medico, Homais disse che egli aveva tentato di fare un’analisi del veleno introducendo un tubo nello stomaco. Il medico gli rispose freddamente: “Sarebbe stato meglio che voi le aveste introdotto le vostre dita nella gola!”.

Durante il pasto continuarono i discorsi edotti di Homais. Ma Larivière aveva fretta, tagliò la corda e andò via. Al rientro nel suo negozio, Homais trovò la farmacia affollata di gente che egli cercava di servire, mentre nella piazza comparve il prete Bournisien che andava a portare l’Estrema Unzione alla moribonda.

La cerimonia si svolse alla presenza di Carlo e di Homais che aveva portato con sé anche i suoi due figli per abituarli ad affrontare le situazioni forti e imbrazzanti.  Il prete avvicinò il crocifisso alla moribonda. Ella fece un supremo sforzo, piegò il collo e impresse al crocifisso il bacio più sincero e più profondo che abbia mai potuto dare in vita sua.

Poi le avvicinò anche un cero benedetto, ma la sua debole mano non poté reggerlo e se non fosse stata per l’attenzione del sacerdote, sarebbe caduto per terra. Dopo un po’ apparve un tantino più sollevata: elle n’était plus aussi pâle e son visage avait une expression de sérénité, comme que le sacrement l’eût guérie. Il prete cercò di consolare Carlo dicendogli che molti malati, anche dopo aver ricevuto l’Estrema Unzione, si sono ripresi e hanno continuato a vivere. Pertanto non bisogna mai disperare neanche nei casi più estremi. Improvvisamente si sentì fuori un canto: Souvant la cheleur d’un beau jour/ fait rever fillette (ragazze) et l’amour … Emma si raddrizzò e restò per un istante come un cadavere galvanizzato, i capelli spettinati, lo sguardo fisso beante e continuò: Pour amasser diligement le épis que la faux moissonne

Emma ebbe un’ultima crisi di convulsione e spirò.

“L’Aveugle!” s’écriat-elle.

Carlo scoppiò in una crisi di pianto disperato gridando: “Adieu! Adieu! “

Homais et Canivet cercarono di distrarlo portandolo fuori dalla stanza e invitandolo a calmarsi: “Moderez-vous!”. Ma egli, dimenandosi, rispondeva: Mais laissez-moi! Je veux la voir! C’est ma femme!

HomaisI gli dava ragione dicendo laissez-le pleurer! Plerez, disait il, donnez cours à la nature, cela vous soulagera! Andò in farmacia e preparò due cose: un calmante per il povero Bovary e un articolo da pubblicare nel giornale le Fanal, che potesse nascondere la verità dell’avvelenamento volontario. Infatti nella notizia da lui diffusa si parlava di avvelenamento accidentale dovuto al fatto che ella, mentre preparava una crema alla vaniglia, aveva scambiato l’arsenico per zucchero.

Poi tornò nella casa del lutto per distrarre Bovary. Gli parlò della necessità di predisporre le cose per la cerimonia funebre, ma egli, inebetito e stralunato, rispose: Pourquoi? Quelle cerimonie?

Homais non insistette, prese un innaffiatoio, lo riempì d’acqua e si mise a bagnare i vasi dei gerani. Poi, per distrarre l’afflitto, si mise a parlare di giardinaggio e di agricoltura. Carlo ripeteva le cose che egli diceva automaticamente come un automa.

A predisporre le cose per la cerimonia ci pensò Bournisien. Carlo si chiuse nel suo stanzino e scrisse una lettera in cui espresse la sua volontà: Je veux qu’on l’enterre dans sa robe de noces, avec des souliers blancs, une couronne (una ghirlanda). On lui étalera ses cheveux sur les époles ( i capelli devono scendere sciolti sulle spalle); trois cercueils, une de chêne, un d’acajou, un de plomb (tre bare, una di rovere, una di mogano e una di piombo). Qu’on ne dise rien, j’aurai de la force. On lui mettra par-dessus tout une grande piece del velours vert. Je le veux. Faites-le.

Tutti rimasero stupiti di queste idee romantiche di Bovary. Homais gli fece notare che questo drappo di velluto verde appariva fuori posto e che poi c’era da pensare anche alla spesa. Bovary lo fece zittire dicendogli che ciò non gli riguardava, di fare gli affari suoi o di andarsene. “Laissez-moi! Vous ne l’aimiez pas! Allez-vous-en!”.

Sempre per distrarlo, il prete lo condusse a fare una passeggiata in giardino, dove discorrevano di tante cose. Il sacerdote insisteva sulla caducità delle cose terrene, sull’infinita misericordia di Dio, sul dovere dell’uomo di obbedire umilmente alle sue leggi. Per tutta risposta Carlo sbottò in una battuta blasfema: J’exèsecre, votre Dieu! Al che il prete aggiunse: L’esprit de révolte est encore en vous!

Poi il prete e il farmacista si ritrovarono insieme nella casa del lutto per fare la veglia funebre alla defunta.

I due discutevano di tante cose e il farmacista osò formulare qualche ipotesi sull’incidente occorso alla giovane donna. Il prete gli disse che, comunque fossero andate le cose, al momento non restava altro da fare che pregare per lei. Homais, stizzito, sentenziò che due potevano essere le possibilità: o che ella fosse morta in stato di grazia (come sostiene la Chiesa) e allora non dovrebbe avere bisogno delle nostre preghiere; o che fosse morta da impenitente (questa credo che sia l’espressione ecclesiastica) e allora …

“Anche in quel caso bisogna pregare ugualmente”, rispose deciso il prete. Ma Il farmacista obiettò: “Dato che Dio conosce tutti i nostri bisogni, a che serve pregare?”.  “Come?, gli rispose l’altro, la preghiera é la preghiera! Non siete voi cristiano?”.

A questa domanda Homais dichiarò: “J’admire le christianismo. Il a d’abord affranchi les enclaves, introduit dans le monde une morale .”

“Ma non solo di questo si tratta!” aggiunse il prete. “Aprite i testi!”.

“Oh! Oh! Quant’aux testes ouvrez l’Histoire; on sait qu’ils ont été falsifies par le jesuites!”.

Carlo fece un’altra comparsa, ma dai due fu invitato ad andare nella sua stanza a riposare. Dopo di che i due amici antagonisti, il religioso e il laico, ripresero le loro diatribe:

“Lisez Voltaire! Disait l’un; lisez d’Holbach, lisez l’Enciclopédie!” diceva Homais.

Lisez les Lettres de qualques juifs portugais! disait l’autre; lisez La Raison du christianismo, par Nicolas, ancien magistrat!

Essi si scaldavano, diventavano rossi in viso, parlavano entrambi contemporaneamente accalorati senza ascoltarsi; Bournisien era scandalizzato di tanta audacia dell’interlocutore; Homais si stupiva delle affermazioni dell’avversario che l’illuminismo aveva licenziato come tante sciocchezze (betises). Erano giunti al punto d’ingiuriarsi, quando Carlo comparve nuovamente nella stanza. Una particolare forza istintiva lo spingeva a ricomparire ogni tanto. Si avvicinò alla salma, si chinava e chiamava: Emma! Emma!

All’alba giunse Mme Bovary mère. Un commovente amplesso bagnato di lacrime unì madre e figlio. Quando si riebbe dalla commozione, la donna chiese al figlio di pensare alle spese necessarie per le esequie. Carlo chiuse questo discorso e la incaricò di recarsi in paese per fare le spese necessarie. Quel giorno era tutto un via vai di gente per visitare la salma e per fare le condoglianze a Carlo. La piccola Berthe era stata portata a casa degli Homais. Félicité e Mme Lefrançois si diedero da fare per aggiustare il capo della defunta, che appariva reclinato verso destra; ma, quando scorsero fiotti di liquido nero che usciva dalla bocca, indietreggiarono inorridite

Più tardi il farmacista e il prete ripresero la loro discussione polemica. Il primo cercava di consolare Carlo, ma comprendeva che il colpo era stato grave e che sarebbe occorso del tempo per potersi rassegnare. Rivolgendosi al prete, Homais sarcasticamente gli fece i complimenti per non essersi sposato, così non avrebbe corso il rischio di subire incidenti come quello.

Mai avesse toccato quel tasto! Il discorso andò a finire su tutta una serie di problemi delicati, come quello sul celibato ecclesiastico, quello sul significato della confessione e di altri ministeri apostolici, che mandarono il sacerdote su tutte le furie. Dopo le accanite discussioni, entrambi furono presi da un colpo di sonno. Ils étaient en face l’un de l’autre, le ventre en avant, la figure bouffie (gonfia), l’air renfrogné, après tant de désaccord se rencontrant enfin dans la même faiblesse humane, et ils ne bougeaient pas plus que le cadavre à côté d’eux qui avait l’air de dormir.

Le phamarcien et le curé se replongèrent dans leurs occupations, non sans dormir de temps à autre, ce don’t ils s’accusaient reciproquement à cheque réveil nouveau. Alors M. Bournisien aspergeait la chambre d’eau bénite et Homais jetait un peu de chlore par terre.

Félicité avait eu soin de mettre pour eux, sur la commode, une boutelle d’eau de vie,un fromage et une grosse brioche. Aussi l’apothecaire, qui n’en pouvait plus soupira vers quatre heures du matin: “ Ma foi, je me sustenterais avec plaisir!”.

L’ecclésiastique ne se fait point prier; il sortit pour aller dir sa messe, revint; puis ils mangèrent e trinquèrent, tout en ricanant (sogghignando) un peu, sans savoir pourquoi, excites pae cette gaieté vagues qui vous prend après de séances de tristesse; et, au dernier petit verre,le prêtre dit au phamrmacien, tout en lui frappant sur l’épaule: Nous finirons par nous entendre!”.

Arrivarono gli operai che sistemarono la salma nella triplice bare di rovere, di mogano e di zinco.

Il giorno successivo ebbe luogo la cerimonia delle esequie.

Successivamente Carlo trovò nella soffitta una lettera di Rodolphe, dalla quale ebbe la conferma sui suoi dubbi: la relazione clandestina della defunta moglie con l’aitante giovane borghese. Più tardi, dal tiretto di un mobile della soffitta, saltarono fuori le lettere della corrispondenza segreta che Emma aveva intrattenuto con Léon.

Subito dopo si fecero avanti i creditori, i vari Leureux (l’usuraio commerciante di stoffe), Vinçart (lo speculatore di banca), Mlle Lempereur (l’insegnante di musica che chiedeva la paga per sei mesi di lezioni, benché Emma ne avesse frequentato soltanto una), la mère Rolet reclamava la paga per una ventina di lettere a lei indirizzate e da lei recapitate alla moglie. Alle domande che Carlo faceva per avere spiegazioni in merito, lei rispondeva dicendo di non sapere niente circa il mittente di quelle lettere perché questi erano affari della signora.

Sono tutte quelle persone con i quali Emma aveva contratto i debiti firmando cambiali con le date di scadenza continuamente rinnovate. Così aveva accumulato una montagna di debiti che, quando giunsero a solvenza e non poteva pagare, la schiacciarono. E nessuno dei creditori ebbe pietà di lei!

Carlo pagava una cambiale e subito dopo ne arrivava un’altra da pagare. Il tutto contribuì ad esasperare la già desolante angoscia dell’uomo che non ebbe più le forze di resistere e di reagire. Si chiuse in se stesso isolandosi dal resto del mondo, si lasciò andare e ben presto morì anche lui.

La piccola Berthe fu affidata alla nonna paterna, Mme Bovary mère che, purtroppo, in un breve lasso di tempo, morì anche lei. Il nonno materno M. Rouault non poteva farsi carico della piccola perché era paralizzato. Allora la bambina fu affidata ad una zia che, essendo molto povera e non potendola mantenere con le sue risorse, fu costretta a mandarla in una filanda di cotone a lavorarsi il pane quotidiano.

Così, purtroppo, andò a finire la triste e drammatica storia della famiglia Bovary.

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