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Scritto Da Felice Moro il giorno 08 Gen 2009

http://www.felicemoro.com/breve-storia-della-comunicazione/

L’articolo è incentrato sulla storia, struttura e funzioni della Comunicazione. La comunicazione è una relazione che si stabilisce tra due o più … (Clicca sul titolo per continuare a leggere l’articolo)

 

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Lettera di Giuda

Posted By Felice Moro on Ottobre 22nd, 2022

Capitolo Unico: Esortazione a non seguire i falsi maestri

Testo: “Giuda, servo di Gesù Cristo, fratello di Giacomo, agli eletti, amati in Dio Padre e custoditi per Gesù Cristo: a voi misericordia, pace e amore in pienezza!

Carissimi, avevo grande desiderio di scrivervi riguardo alla nostra comune salvezza, ma sono stato costretto a farlo per esortarvi a combattere per la fede, che fu trasmessa ai santi una volta per tutte. Si sono infiltrati, infatti, tra di voi alcuni individui – i quali sono già stati segnati da tempo per questa condanna – empi, che cambiano in dissolutezza la grazia del nostro Dio, rinnegando il nostro unico padrone e Signore, Gesù cristo.

Ora, io voglio ricordare a voi, che già conoscete tutte queste cose, che il Signore, dopo aver liberato il popolo dalla terra d’Egitto, fece perire in seguito quelli che non vollero credere, e tenne in catene eterne, nelle tenebre, per il giudizio del grande giorno gli angeli che non conservarono la loro dignità, ma lasciarono la propria dimora. Così Sodoma e Gomorra e le città vicine, che allo stesso modo si sono abbandonate all’impudicizia e sono andate dietro vizi contro natura, costituiscono un esempio ammonitore, soffrendo le pene di un fuoco eterno.

Così anche questi che, sotto la spinta dei loro sogni, contaminano il proprio corpo, disprezzano il Signore e insultano gli esseri gloriosi. L’arcangelo Michele, quando in contesa con il diavolo, disputava per il corpo di Mosè, non osò accusarlo con parole offensive, ma disse: “Il Signore ti punirà!”. Essi, invece, bestemmiano  tutto ciò che ignorano, e tutto ciò che conoscono per mezzo dei sensi, come animali senza ragione, diventa, per loro, rovina. Guai a loro! Perché si sono incamminati per la strada di Caino e, per la sete di guadagno, si sono dati all’aberrazione di Baalam e sono periti nella ribellione di Core. Essi sono la sozzura dei vostri banchetti, sedendo insieme a mensa senza ritegno, pascendo se stessi; sono nuvole senza pioggia portate via dai venti, o alberi di fine stagione senza frutto, due volte morti, sradicati; sono onde selvagge del mare, che spruzzano la loro vergogna; sono astri erranti, ai quali è riservato il buio delle tenebre eterne.

Anche per loro profetò Enoch, settimo dopo Adamo, dicendo: “Ecco, il Signore è venuto con le sue santi miriadi per fare il giudizio contro tutti, e per condannare tutti gli empi a causa di tutte le opere che hanno commesso nelle loro malvagità, e di tutti gli insulti che, da empi peccatori, essi hanno pronunziato contro di lui”. Essi sono sobillatori pieni di acredine, che agiscono secondo le loro passioni; la loro bocca proferisce parole orgogliose e adulano le persone per motivi interessati.

Ma voi, carissimi, ricordatevi delle cose che furono predette dagli apostoli del Signore nostro, Gesù Cristo. Essi vi dicevano: “Alla fine dei tempi vi saranno impostori, che si comporteranno secondo le loro empie passioni”. Tali sono quelli che provocano divisioni, guidati dai loro istinti, ma privi dello Spirito.

Ma voi, carissimi, costruendo voi stessi sulla vostra santissima fede, pregando nello Spirito Santo, mantenetevi nell’amore di Dio, aspettando la misericordia del Signore nostro Gesù Cristo in vista della vita eterna. Convincete quelli che sono vacillanti; altri salvateli, strappandoli dal fuoco; di altri abbiate compassione con timore, odiando perfino la veste contaminata dalle loro carni.

A colui che può preservarvi da ogni caduta e farvi comparire davanti alla sua gloria senza difetti e nella letizia, al Dio unico, nostro salvatore, per mezzo di Gesù Cristo nostro Signore, gloria, grandezza, forza e potenza prima di ogni tempo, ora e sempre. Amen”.

Commento: È incerta chi sia la figura di questo personaggio chiamato Giuda. Secondo Luca e Giovanni sarebbe uno dei dodici apostoli; altri indicano in lui “uno dei fratelli di Gesù”. Chiunque egli sia, di sicuro appartiene al gruppo di etnia giudeo-cristiana. Lo si desume dall’uso che fa degli antichi testi giudaici: il Vecchio Testamento e altri testi di cultura ebraica, ritenuti apocrifi, cioè non dettati direttamente da Dio.

Il tema fondamentale affrontato nello scritto è una polemica, accesa e pertinace, contro i “falsi maestri” che negano il primato di Gesù Cristo e della sua missione salvifica. Al contrario, essi seminano zizania all’interno delle comunità cristiane perché, in malafede, vogliono confondere la verità dell’autentica fede cristiana e difendere i loro interessi mondani: la bramosia di potere e il soddisfacimento dei loro appetiti sensuali contingenti. “Si sono infiltrati tra di voi, dice l’autore, alcuni individui empi che cambiano in dissolutezza la grazia del nostro Dio, rinnegando il nostro unico padrone e Signore Gesù Cristo”. Per questo la punizione del Signore si abbatterà su di loro come, in passato, si abbatté contro gli increduli che egli aveva fatto uscire dalla terra d’Egitto e contro gli abitanti corrotti di Sodoma e Gomorra, che si erano abbandonati all’impudicizia e ai vizi contro natura”. Se tutti questi sono stati condannati al fuoco eterno, la loro infelice condizione costituisce un concreto ammonimento per gli altri peccatori; in modo particolare per gli agitatori delle pacifiche comunità cristiane, contro i quali si scaglia l’autore di quest’epistola.

Perciò questi “falsi profeti” sono bollati dall’autore con appellativi negativi e con i peggiori epiteti del suo repertorio linguistico, da lui definiti come “sozzura dei vostri banchetti”, “nuvole senza pioggia portate via dal vento”, “alberi di fine stagione senza frutto, due volte morti, sradicati”, “astri erranti, ai quali è riservato il buio delle tenebre eterne”. Ma, in contrasto alle condizioni di questi sciagurati, egli incoraggia i suoi fedeli

“Ma voi, carissimi, ricordatevi gli insegnamenti degli apostoli di Gesù Cristo, che dicevano: alla fine dei tempi vi saranno impostori che si comporteranno secondo le loro empie passioni. Tali sono quelli che provocano divisioni, sotto l’impulso delle loro passioni, ma privi delle risorse dello Spirito.

Pertanto, voi, carissimi, state costruendo la vostra vita spirituale sullo stile della vostra fede. Pregate lo Spirito di mantenervi nell’amore di Dio, mentre aspettate la misericordia di nostro Signore Cristo Gesù che vi dia il lasciapassare per la vita eterna. Cercate di convincere gli indecisi e vacillanti nella fede, sottraete tutti quelli che potete dalle pene del fuoco eterno, di altri abbiate compassione, ma stando attenti a non lasciarvi contaminare da loro”.

Questo è il ragionamento conclusivo di Giuda.

Poi l’auspicio finale: “All’unico Dio che ci ha salvati per mezzo di suo Figlio, il nostro Signore Gesù Cristo, sia la gloria, la grandezza, la forza e la potenza di ogni tempo, ora e sempre. Amen”.

Quindi, niente saluti, nessun riferimento concreto a luoghi, persone o cose, che possano costituire elementi storici d’individuazione del luogo, del quando e del come, ha origine questo documento epistolare.

La terza lettera di San Giovanni

Posted By Felice Moro on Ottobre 22nd, 2022

Capitolo Unico

Testo: “Io, presbitero, al carissimo Gaio, che amo nella verità. Carissimo, faccio voti che tutto vada bene e che tu sia in buona salute, come va bene per la tua anima.

Infatti, mi sono molto rallegrato quando sono giunti alcuni fratelli e hanno reso testimonianza alla tua verità, in quanto tu cammini nella verità. Non ho gioia più grande di questa: sapere che i miei figli camminano nella verità.

Carissimo, tu ti comporti fedelmente in tutto ciò che fai in favore dei fratelli, benché forestieri. Essi hanno reso testimonianza del tuo amore davanti alla Chiesa, e farai bene a provvederli nel viaggio in modo degno di Dio, perché sono partiti a causa del nome senza accettare nulla dai pagani. Noi, perciò, dobbiamo accogliere tali persone per diventare collaboratori della verità.

Ho scritto qualcosa alla Chiesa, ma Diotrefe, che ambisce al primo posto tra di loro, non ci vuole accogliere. Per questo, se verrò, gli rinfaccerò quanto egli compie, diffamandoci con parole maligne. Non contento di ciò, egli neppure accoglie i fratelli e impedisce di farlo a quelli che lo vorrebbero e li scaccia dalla Chiesa.

Carissimo, non imitare il male, ma il bene. Chi fa il bene è da Dio; chi fa il male non ha visto Dio.

Quanto a Demetrio, tutti gli rendono testimonianza, anche la stessa verità; noi pure ne diamo testimonianza e tu sai che la nostra testimonianza è vera.

Molte cose avrei voluto scriverti, ma non voglio farlo con inchiostro e penna. Spero di vederti presto e parleremo a viva voce.

La pace sia con te. Gli amici ti salutano. Saluta gli amici a uno a uno” (3Gv, 1-15).

Commento: Come nella seconda Lettera dello stesso autore, il protagonista della scena è sempre il “presbitero” Giovanni, responsabile del buon andamento delle Chiese territoriali dell’Asia Minore. Il destinatario, anziché la “Signora eletta”, cioè una Chiesa specifica come nella Lettera precedente, è un benefico collaboratore, chiamato Gaio. Tra i due c’è intesa perfetta e proficua collaborazione “nella verità”. Ora, “essere nella verità”, “camminare nella verità”, “fare la verità”, “vivere la verità”, sono tutte espressioni linguistiche e concettuali, tipiche delle opere dell’apostolo Giovanni.

Egli ha parole di lode e di esaltazione per la figura, il ruolo e la funzione, che svolge questo personaggio, Gaio, nell’accogliere i fratelli e nel provvedere loro tutto il necessario per vivere. Probabilmente si tratta dell’accoglienza che egli faceva dei missionari itineranti, che giungevano nella sua parrocchia in missione pastorale per diffondere il Vangelo e difendere la verità della dottrina di Cristo dalle pullulanti eresie che circolavano nella zona. L’Autore ha parole di approvazione per Gaio e per il suo lavoro, ed esalta la sua funzione caritatevole e pastorale che egli svolge nella Chiesa.

Poi emerge un altro personaggio, Diotrefe, di impronta negativa. Questi è ambizioso perché ambisce occupare il primo posto e non esercita la carità perché non accoglie i fratelli e impedisce anche agli altri di farlo. La sua immagine è presentata con tinte negative e il profilo umano maligno. Egli fa da contraltare alla figura positiva di Gaio, che cammina nelle verità e agisce per la verità della dottrina della fede.

Alla fine, emerge anche un’altra figura positiva: quella di Demetrio. “Tutti gli rendono testimonianza, anche la verità stessa, pure noi gli rendiamo testimonianza e tu (Gaio) sai che la nostra testimonianza è vera”.

Poi l’auspicio d’incontrarsi quanto prima, per poter parlare di persona, senza ricorrere allo scritto tracciato con l’inchiostro nel papiro.

Lo scambio dei saluti e l’augurio della pace chiudono il contenuto della breve missiva.

La seconda lettera di San Giovanni

Posted By Felice Moro on Ottobre 22nd, 2022

Introduzione

Questa lettera è indirizzata a una certa “Signora eletta”, sotto il cui nome si cela quello di un’imprecisata comunità cristiana dell’Asia Minore d’influenza giovannea. L’autore è un altrettanto imprecisato “presbitero”, identificato nella figura dell’evangelista Giovanni. Più che di una lettera vera e propria, si tratta di una breve missiva, poco più di un biglietto, per mettere a punto la raccomandazione più calda e fervente dell’apostolo a mettere in pratica il comandamento dell’amore: l’amore di Dio Padre, l’amore di Gesù Crocifisso, che l’uomo deve nutrire in se stesso e riverberare nella comunità dei propri fratelli nella fede, nella pacifica convivenza dei popoli. Il breve scritto ha tutto il tenore, il colore e il sapore di un inno all’amore, paragonabile all’inno alla carità che S. Paolo eleva nel XIII capitolo della Prima Lettera ai Corinzi.

C’è, poi, un altro elemento importante: la presenza dei “seduttori”, “i quali non confessano che Gesù Cristo è venuto nella carne”: questi sono gli “anticristo”; e aggiunge: “Chi va oltre e non rimane nella dottrina di Cristo, non possiede Dio”. Chi va oltre, sono gli eretici, già presenti anche in S. Paolo, che egli chiama “i falsi dottori”.

Giovanni aborrisce queste persone, per cui raccomanda: “Se qualcuno si avvicina a voi e non professa la giusta dottrina, non ricevetelo e non salutatelo perché, chi lo saluta (o intrattiene con lui rapporti relazionali) rischia di essere contagiato dai suoi peccati”.

Capitolo unico

Testo: “Io, il presbitero alla Signora e ai suoi figli che amo nella verità, e non io soltanto, ma tutti quelli che hanno conosciuto la verità, a causa della verità che rimane in noi e sarà con noi in eterno: grazia, misericordia e pace siano con voi da parte di Dio Padre e da parte di Gesù Cristo, Figliolo del Padre, nella verità e nell’amore.

Mi sono molto rallegrato di aver trovato alcuni tuoi figli che camminano nella verità, secondo il comandamento che abbiamo ricevuto dal Padre. E ora, Signora, scrivendoti non per darti un comandamento nuovo, ma quello che abbiamo avuto dal principio, io ti chiedo che ci amiamo gli uni gli altri. Questo è l’amore: che noi camminiamo secondo i suoi comandamenti. Questo è il comandamento, come avete sentito da principio: camminate in esso.

Poiché molti seduttori sono apparsi nel mondo, i quali non confessano che Gesù Cristo è venuto nella carne: questi sono il seduttore e l’anticristo. Fate attenzione a voi stessi, perché non abbiate a perdere quello che avete conseguito, ma possiate ricevere una ricompensa piena. Chi va oltre e non rimane nella dottrina del Cristo, non possiede Dio. Chi rimane nella dottrina, possiede il Padre e il Figlio.

Se qualcuno viene da voi e non porta questa dottrina, non ricevetelo in casa e non salutatelo; poiché, chi lo saluta, partecipa alle sue opere perverse.

Molte cose avrei da scrivervi, ma non ho voluto farlo con papiro e inchiostro; spero tuttavia di venire da voi e di poter parlare a viva voce, perché la nostra gioia sia piena.

Ti salutano i figli dell’eletta tua sorella” (2Gv, 1-13).  

Commento: Per il commento da fare a questo breve scritto, si ritengono sufficienti le poche osservazioni già fatte nell’introduzione. Pertanto, non si ritiene opportuno aggiungere alcuna nota di commento al riguardo.

La prima lettera di San Giovanni

Posted By Felice Moro on Ottobre 22nd, 2022

Introduzione

La Prima Lettera dell’evangelista Giovanni è uno scritto privo di intestazione, per cui si suppone che, invece di essere indirizzata a una comunità ben precisa, si tratti di una lettera circolare, destinata a tutte le comunità dell’Asia Minore di influenza giovannea. Nella sua forma strutturale e contenutistica rassomiglia più a un’omelia che a una lettera vera e propria, perché manca di alcune caratteristiche specifiche del documento epistolare. Il contenuto è dominato da alcuni concetti importanti, come l’antinomia tra luce-tenebre, la connessione tra l’amore di Dio e l’amore del prossimo, la speranza cristiana (l’agape) e le seducenti passioni del mondo. L’opposizione dialettica tra queste categorie impegna la scelta della fede per il cristiano, perché la fede in Dio e nel suo Figlio, Gesù Cristo, salvano il cristiano dalla morte e gli preparano il cammino per la vita eterna. La linfa vitale che tiene viva la fede è la legge dell’amore, della carità, dell’agape del cristiano, che impone due cose fondamentali: ama Dio e ama tuo fratello; non puoi amare Dio che non vedi, se non ami tuo fratello che vedi. “Il cristiano, essendo stato generato da Dio, non pecca, non può peccare, perché Dio lo custodisce e il maligno non lo tocca”.

Capitolo Primo: Il Verbo di Dio e la comunione con lui

Testo: “Colui che era fin da principio, colui che noi abbiamo udito, colui che noi abbiamo veduto con i nostri occhi, colui che noi abbiamo contemplato e colui che le nostre mani hanno toccato, ossia il Verbo della vita – poiché la vita si è fatta visibile, noi l’abbiamo veduta e di ciò rendiamo testimonianza e vi annunziamo la vita eterna che era presso il Padre e si è resa visibile a noi – colui che abbiamo veduto e udito, noi lo annunziamo anche a voi, perché voi pure siate in comunione con noi. La nostra comunione è con il Padre e con il figlio suo, Gesù Cristo. Queste cose vi scriviamo, perché la nostra gioia sia piena.  

Questo è il messaggio che abbiamo udito da lui e che ora vi annunziamo: Dio è luce e in lui non ci sono tenebre. Se diciamo che siamo in comunione con lui e camminiamo nelle tenebre, mentiamo e non mettiamo in pratica la verità. Ma se camminiamo nella luce, come egli è nella luce, siamo in comunione gli uni con gli altri, e il sangue di Gesù, il Figlio suo, ci purifica da ogni peccato.

Se diciamo che siamo senza peccato, inganniamo noi stessi e la verità non è in noi. Se riconosciamo i nostri peccati, egli, che è fedele e giusto, ci perdonerà i peccati e ci purificherà da ogni colpa. Se diciamo di non aver commesso peccato, facciamo di lui un mentitore e la sua parola non è in noi” (1Gv, 1, 1-10).

Commento: L’esordio solenne di questo testo, sia nel contenuto che nella forma strutturale e linguistica, ci riporta, dritto dritto, al Prologo del quarto Vangelo, pensato dalla stessa mente e scritto dalla stessa mano, S. Giovanni apostolo, “il discepolo che Gesù amava”.

La materia trattata, con brevi ma significative frasi, fa pensare di trovarci davanti a un testo di teologia, piuttosto che a una lettera di esortazione dei fedeli a tornare a camminare nella giusta strada della fede che, in parte, era stata smarrita. Questo appare il motivo principale dello scritto. Con vigore e speditezza, l’autore va subito al nucleo centrale del discorso: l’incarnazione del Verbo. “la Parola si fece carne e venne ad abitare insieme a noi”.  Infatti, “Egli era colui che noi abbiamo udito, veduto con i nostri occhi, che abbiamo contemplato, toccato con le nostre mani perché l’incarnazione del Figlio di Dio si è fatta visibile” nella figura di Cristo redentore. A lui noi rendiamo testimonianza e a voi annunziamo la vita eterna. La nostra comunione è col Padre e con il Figlio, Gesù Cristo. Noi vi scriviamo queste cose affinché la nostra gioia (di comunicare il Vangelo) sia piena”. Parafrasando un po’ il testo, questo sembra il senso del discorso di Giovanni. Ma egli continua: “Dio è luce e in lui non ci sono tenebre. Se noi camminiamo nella luce, siamo in comunione gli uni con gli altri e il sangue di Gesù ci purifica da ogni peccato”.

Come nel quarto vangelo, la simbolica tra luce e tenebre sottintende un grande significato: quello di vivere nella grazia di Dio (luce) o quello di vivere nella sua assenza (tenebre).

Capitolo Secondo: La conoscenza di Dio e l’osservanza dei Comandamenti

Testo: “Figlioli miei, vi scrivo queste cose perché non pecchiate; ma se qualcuno pecca, noi abbiamo un intercessore presso il Padre: Gesù Cristo, il giusto. Egli è vittima di espiazione dei nostri peccati; non soltanto per i nostri, ma anche per quelli di tutto il mondo.

Da questo sappiamo di averlo conosciuto: se osserviamo i suoi comandamenti. Chi dice: “Lo conosco” e non osserva i comandamenti, è un mentitore e la verità non è in lui; ma chi osserva la sua parola, in lui l’amore di Dio ha veramente raggiunto la perfezione. Da questo conosciamo di essere in lui. Chi dice di rimanere in lui, deve comportarsi come egli si è comportato.

Carissimi, non vi scrivo un comandamento nuovo, ma un comandamento antico, che avete ricevuto fin da principio. Il comandamento antico è la parola che avete udito. E tuttavia è un comandamento nuovo quello di cui vi scrivo, il che è vero in lui e in voi, perché le tenebre stanno diradandosi e già risplende la vera luce. Chi dice di essere nella luce e odia il proprio fratello, è ancora nelle tenebre. Chi ama il proprio fratello, rimane nella luce e non vi è in lui occasione d’inciampo. Ma chi odia il proprio fratello è nelle tenebre, cammina nelle tenebre e non sa dove va, perché le tenebre hanno accecato i suoi occhi.

Scrivo a voi, figlioli,

perché vi sono stati rimessi i peccati

in virtù del suo nome.

Scrivo a voi, padri,

perché avete conosciuto

Colui che è da principio.

Scrivo a voi, giovani,

perché avete vinto il maligno.

Ho scritto a voi, figlioli,

perché avete conosciuto il Padre.

Ho scritto a voi, Padri,

perché avete conosciuto

colui che è da principio.

Ho scritto a voi, giovani,

perché siete forti

e la parola di Dio rimane in voi

e avete vinto il maligno.

Non amate, né il mondo, né le cose del mondo! Se uno ama il mondo, l’amore del Padre non è in lui; perché tutto quello che è nel mondo, la concupiscenza della carne, la concupiscenza degli occhi e la superbia della vita, non viene dal Padre, ma dal mondo. E il mondo passa con la sua concupiscenza; ma chi fa la volontà di Dio rimane in eterno” (1Gv, 2, 1-17).

Commento: In tutto questo discorso di Giovanni, come nel testo del quarto Vangelo, c’è una continua dialettica dell’alternanza simbolica tra luce e tenebre per significare chi cammina nella grazia di Dio e chi cammina nella tenebrosa strada della sua assenza. Nella vita, chi cammina osservando e rispettando la legge dei comandamenti del Signore, è sicuro che sta camminando nella luce; chi non rispetta le norme imposte dai comandamenti, sa già che sta camminando nelle tenebre e sa anche a quali conseguenze va incontro. Per questo l’autore afferma: “Carissimi vi do un comandamento nuovo che è, nello stesso tempo, il più antico della legge di Cristo: “Chi afferma di essere nella luce e poi odia il proprio fratello, forse, anche senza rendersi conto, è ancora avviluppato nelle tenebre; chi ama il proprio fratello e rimane nella luce, non vi è in lui occasione d’inciampo, come accade, invece, a chi cammina nella tenebrosa strada del peccato. Giovanni si rivolge ai padri e ai figli, ai giovani e agli anziani e a tutte le categorie sociali, affinché scelgano di camminare nella strada illuminata dalla luce della grazia di Dio; l’altra strada, quella tenebrosa che suscita la concupiscenza di questo mondo, è la strada sbagliata, che conduce a Satana. I cristiani devono vincere le fascinose ma ingannevoli appetizioni di questo mondo (la superbia della vita, gli agi della ricchezza, l’orgoglio di manovra del potere) e scegliere di camminare nella dritta via “dell’amore del prossimo come quello di se stessi”. Soltanto seguendo questa via si può “fare la verità” indicata dal Signore. Giovanni, anche nelle lettere, come nel quarto Vangelo, ama servirsi della contrapposizione dialettica dei contrastanti binomi: luce/tenebre, amore/odio, vita/morte. Con il simbolismo della luce viene indicato Dio stesso, oppure il dono della salvezza o comunque il comportamento positivo dell’uomo; le tenebre, invece, indicano il comportamento negativo del peccato e della menzogna; la concupiscenza del mondo (causa di peccato) è contrapposta alla volontà di Dio (principio di salvezza). Negli scrittori di notevole importanza, come l’evangelista Giovanni, è bene studiare e conoscere il lessico che utilizza nelle sue narrazioni perché, attraverso un normale processo di transfert del suo potenziale psico-linguistico, anche inconsciamente, è portato a ripetersi nelle sue opere. Questo agevolerà la comprensione, la rielaborazione e l’esposizione di tutte le opere dello stesso autore.

Testo: “Figlioli, è l’ultima ora. Come avete udito che deve venire l’anticristo, di fatto ora molti anticristi sono già venuti. Da questo conosciamo che è l’ultima ora. Essi sono usciti da noi, ma non erano dei nostri; se fossero stati dei nostri, sarebbero rimasti con noi; ma doveva rendersi manifesto che non tutti sono dei nostri. Ora voi avete l’unzione ricevuta dal Santo e tutti avete la scienza. Non vi ho scritto perché non conoscete la verità, ma perché la conoscete e perché nessuna menzogna viene dalla verità. Chi è il mentitore, se non colui che nega che Gesù è il Cristo? L’anticristo è colui che nega il Padre e il Figlio. Chiunque nega il Figlio, non possiede nemmeno il Padre; chi professa la sua fede nel Figlio, possiede anche il Padre.

Quanto a voi, tutto ciò che avete udito da principio rimanga in voi. Se rimane in voi quello che avete udito da principio, anche voi rimarrete nel Figlio e nel Padre. E questa è la promessa che egli ci ha fatto: la vita eterna.

Questo vi ho scritto riguardo a quanti tentano d’ingannarvi. E quanto a voi, l’unzione che avete ricevuto da lui rimane in voi e non avete bisogno che alcuno vi ammaestri; ma come la sua unzione vi insegna ogni cosa, ed è vera e non mentisce, così rimanete in lui, come essa vi ha insegnato.

E ora, figlioli, rimanete in lui, perché possiamo aver fiducia quando egli si manifesterà e non veniamo svergognati da lui alla sua venuta. Se sapete che egli è giusto, sappiate anche che chiunque opera la giustizia è nato da lui” (1Gv, 2, 18-29).

Commento: Giovanni utilizza spesso il termine “figlioli”, derivato dai libri sapienziali dell’Antico Testamento. In questo caso, l’autore usa il termine per esortare i suoi fedeli a guardarsi bene dalla tentazione della figura dell’anticristo, che rappresenta l’incarnazione simbolica del rifiuto di Cristo, di tutto ciò che sta nei poli opposti al messaggio di salvezza portato agli uomini da Cristo redentore e suggellato col suo sacrificio sulla croce. In questo caso può rappresentare la polemica demolitoria del messaggio cristiano, attuata deliberatamente dai “falsi maestri”. Appare evidente che qui c’è un netto contrasto tra la verità della rivelazione portata da Cristo e la menzogna, barattata a basso prezzo dai “falsi maestri” probabilmente esponenti della cultura gnostica. Ora chi nega Cristo, nega il Padre, nega l’incarnazione e perciò stesso non può essere in comunione, né col Padre, né col figlio perché possa ottenere la loro stessa vita nello spirito.

Chi ha fede nel Figlio incarnato, ha anche fede nel Padre che l’ha mandato.

Pertanto, i credenti delle comunità giovannee rimangano fedeli a Cristo, com’erano state fedeli fin dalla prima ora della loro conversione; soltanto così potranno essere in comunione col Padre e ottenere in premio la vita eterna. “Questo vi ho scritto per tenervi in guardia contro quelli che tentano d’ingannarvi”, dice l’apostolo. E continua “Se l’unzione che avete ricevuto da lui fin da principio (il sacramento del Battesimo?) rimane in voi, non avete bisogno di altri ammaestramenti, fatti magari da “falsi maestri” nel tentativo di sviarvi e di farvi cadere in inganno. Se rimanete in lui, questa unzione vi insegnerà ogni cosa, vi suggerirà, di volta in volta, le scelte da fare per restare in comunione con lui”.

Alla fine, il discorso si allarga per abbracciare prospettive etiche più ampie: per chi ama la giustizia non basta non peccare: non dire il falso, non fare il male, ma bisogna ribaltare l’azione nella prospettiva del bene: bisogna amare il prossimo, bisogna operare il bene a favore degli altri.

Capitolo Terzo: Vivere da figli di Dio

Testo: “Guardate quale grande amore ci ha dato il Padre per essere chiamati figli di Dio, e lo siamo realmente! La ragione per cui il mondo non ci conosce è perché non ha conosciuto lui. Carissimi, noi fin d’ora siamo figli di Dio, ma ciò che saremo non è stato ancora rilevato. Sappiamo, però, che quando egli si sarà manifestato, noi saremo simili a lui, perché lo vedremo così come egli è.

Chiunque ha questa speranza in lui, purifica se stesso, come egli è puro. Chiunque commette il peccato, commette anche l’iniquità, perché il peccato è l’iniquità. Voi sapete che egli si è manifestato per togliere i peccati e che in lui non vi è peccato. Chiunque rimane in lui, non pecca; chiunque pecca, non l’ha visto, né l’ha conosciuto.

Figlioli, nessuno vi inganni. Chi pratica la giustizia, è giusto come egli è giusto. Chi commette il peccato, viene dal diavolo perché il diavolo è peccatore da principio. Per questo il figlio di Dio si è manifestato: per distruggere le opere del diavolo. Chiunque è nato da Dio non commette peccato, perché un germe divino rimane in lui; egli non può peccare, perché è stato generato da Dio.

Da questo si distinguono i figli di Dio dai figli del diavolo: chi non pratica la giustizia non è da Dio, come pure chi non ama il proprio fratello.

Poiché questo è l’annunzio che avete udito da principio: che ci amiamo gli uni gli altri. Non come Caino, che era dal maligno e uccise il fratello. E per quale motivo lo uccise? Perché le sue opere erano malvagie, mentre quelle del fratello erano giuste.

Non vi meravigliate, fratelli, se il mondo vi odia. Noi sappiamo che siamo passati dalla morte alla vita, perché amiamo i fratelli. Chi non ama, rimane nella morte. Chiunque odia il proprio fratello è omicida, e voi sapete che nessuno omicida possiede in se stesso la vita eterna” (2Gv, 3, !-15).

Commento: L’autore insiste sul grande amore che il Padre ha verso di noi, fino ad essere chiamati figli di Dio. “Se noi siamo autentici portatori di un messaggio di amore fraterno, possiamo contare che proveniamo da lui. Pertanto, già da ora possiamo contare che siamo suoi figli; quello che non possiamo immaginare ora è il fatto che, quando egli si sarà manifestato, noi saremo simili a lui perché vedremo le cose come le vede lui. Per essere in questa grazia, dobbiamo essere senza peccato. Egli è venuto per togliere i peccati e chi vive in lui, non pecca. Infatti, egli è giusto e chi pratica la giustizia, non pecca mai. Chi viene da lui e pratica la giustizia, non pecca. Chi pecca, è figlio del diavolo. Chi non pratica la giustizia e/o non ama il proprio fratello, non viene da Dio. Per evitare di cadere in questi vizi è necessario che ci amiamo gli uni con gli altri e non fare come Caino che ha ucciso il proprio fratello; e lo ha fatto per gelosia perché le opere del fratello erano giuste, mentre le sue erano malvage. Noi, fratelli, siamo passati dalla morte alla vita perché ci amiamo tra di noi come fratelli. Chi non ama rimane sempre nella morte. Chi odia il proprio fratello, è uno omicida; e nessuno omicida è adatto a vivere la vita eterna”.

Testo: “Da questo abbiamo conosciuto l’amore: egli ha dato l sua vita per noi; quindi, anche noi dobbiamo dare la vita per i fratelli. Ma se uno ha ricchezze in questo mondo e, vedendo il proprio fratello in necessità, gli chiude il cuore, come rimane in lui l’amore di Dio? figlioli, non amiamo a parole o con la lingua, ma con le opere e nella verità. Da questo conosceremo che siamo dalla verità e davanti a lui rassicureremo il nostro cuore, qualunque cosa esso ci rimproveri. Dio è più grande del nostro cuore e conosce ogni cosa. Carissimi, se il nostro cuore non ci rimprovera nulla, abbiamo fiducia in Dio; e qualunque cosa chiediamo, la riceviamo da lui, perché osserviamo i suoi comandamenti e facciamo quello che gli è gradito.

Questo è il suo comandamento: che crediamo nel nome del Figlio suo Gesù Cristo e ci amiamo gli uni gli altri, secondo il comandamento che ci ha dato.

Chi osserva i suoi comandamenti, rimane in Dio ed egli in lui. E da questo conosciamo che rimane in noi: dallo spirito che ci ha dato” (1Gv, 3, 16-24).

Commento: il comandamento più grande che esista è quello dell’amore. L’esempio concreto di questo amore ce l’ha dato Gesù stesso. “Egli ha dato la sua vita per noi; quindi, anche noi dobbiamo dare la vita per i nostri fratelli … Dio è amore e il suo comandamento impone che noi ci amiamo gli uni con gli altri. Il secondo comandamento è quello della fedele osservanza. Chi osserva i comandamenti rimane in Dio e Dio rimane in lui. Lo Spirito Santo ci dà questa forza di donazione reciproca.

Capitolo quarto: “Dio è amore”

Testo: “Carissimi, non vogliate credere a ogni spirito, ma esaminate gli spiriti, per saggiare se provengono veramente da Dio, perché molti falsi profeti sono venuti nel mondo. Da questo potete riconoscere lo Spirito di Dio: ogni spirito che riconosce che Gesù Cristo è venuto nella carne, è da Dio; ogni spirito, che non  riconosce Gesù, non è da Dio. Questo è lo spirito dell’anticristo che, come avete udito, viene, anzi è già nel mondo. Voi siete da Dio, figlioli, e avete vinto questi falsi profeti, perché colui che è in voi, è più grande di colui che è nel mondo. Essi sono nel mondo, perciò insegnano cose del mondo e il mondo li ascolta. Noi siamo da Dio. Chi conosce Dio, ascolta noi; chi non è da Dio, non ascolta noi. Da ciò distinguiamo lo spirito della verità e lo spirito dell’errore.

Carissimi, amiamoci gli uni gli altri, perché l’amore è da Dio: chiunque ama, è generato da Dio e conosce Dio. Chi non ama, non ha conosciuto Dio, perché Dio è amore. In questo si è manifestato l’amore di Dio per noi: Dio ha mandato il suo Unigenito Figlio nel mondo perché noi avessimo la vita per mezzo di lui. In questo sta l’amore: non siamo stati noi ad amare Dio, ma egli ha amato noi e ha mandato il suo Figlio come vittima di espiazione per i nostri peccati.

Carissimi, se Dio ha amato noi così, anche noi dobbiamo amarci gli uni gli altri. Nessuno ha mai visto Dio; se ci amiamo gli uni gli altri, Dio rimane in noi e l’amore di lui è perfetto in noi. Da questo conosciamo che noi rimaniamo in lui ed egli in noi che egli ci ha dato del suo Spirito. E noi abbiamo veduto e attestiamo che il Padre ha mandato il Figlio come salvatore del mondo. Chi riconosce che Gesù è il Figlio di Dio, Dio rimane in lui ed egli in Dio. Noi abbiamo riconosciuto e creduto all’amore che Dio ha per noi. Dio è amore; chi rimane nell’amore, rimane in Dio e Dio rimane in lui.

In questo l’amore che è in noi ha raggiunto la perfezione: noi abbiamo fiducia nel giorno del giudizio, perché come è lui, così siamo anche noi in questo mondo. Nell’amore, non c’è timore; anzi, l’amore perfetto, scaccia il timore, perché il timore suppone un castigo e chi teme non è perfetto nell’amore.

Noi amiamo perché egli per primo ha amato noi. Se uno dice: “Io amo Dio e poi odia il fratello, è un mentitore: chi, infatti, non ama il proprio fratello che vede, non può amare Dio che non vede. Questo è il comandamento che abbiamo da lui: chi ama Dio, ami anche il proprio fratello” (1Gv, 4, 1-21).

Commento: L’amore di Dio, l’amore dei fratelli e il monito all’amore reciproco degli uomini tra di loro, costituisce un intreccio di amore indissolubile, che va dal Creatore alla Creatura e dalla Creatura alle altre creature; e queste, a loro volta, lo faranno rifluire in chi ha portato l’amore, vero e perfetto, in questo mondo: Gesù Cristo! Egli, per amore gratuito e totale, ha offerto se stesso in sacrificio per la salvezza degli uomini dai loro peccati. Non esiste altra prova di amore che possa, non superare, ma uguagliare quella che Dio ha fatto a noi, offrendo suo Figlio all’atroce sacrificio della croce per aprire la via alla salvezza all’uomo carnale e peccatore. E nonostante tutto, l’uomo peccatore, anziché ringraziare umilmente Dio per questo suo immenso dono spirituale gratuito, continua a tendere l’orecchio alla fascinosa musica dei “falsi profeti”, dei vari anticristi che non credono in Cristo e osteggiano il suo messaggio. Purtroppo, in ogni tempo e in ogni luogo, i venti del male investono e travolgono gli animi deboli e non cessano di soffiare le correnti malefiche contrarie alla fede. Ma chi porta nel cuore la corazza dell’amore, non si lascerà certo travolgere dalle chiacchiere e dalle azioni perverse dei profeti del male. “Essi insegnano le cose del mondo e il mondo li ascolta, dice Giovanni. Ma noi siamo da Dio e chi conosce Dio, ascolta noi”. E poi aggiunge: “Dio è amore; chi rimane nell’amore, rimane in Dio e Dio rimane in lui”.

 Continuando il discorso, poi dice: Questo livello “di amore ha già raggiunto la perfezione, per cui non temiamo il giorno del giudizio … nell’amore non c’è timore; anzi, l’amore perfetto scaccia il timore perché questo presuppone un castigo e chi teme non è perfetto nell’amore”.

“Noi amiamo, dice ancora, perché egli (Dio) per primo ha amato noi. Se uno dice di amare Dio e odia il proprio fratello,

 è un mentitore. Chi, infatti, non ama il proprio fratello che vede, come può amare Dio che non vede? Questo stabilisce il comandamento ricevuto da lui: chi ama Dio, ami anche il proprio fratello.

Capitolo Quinto: Fede e amore

Testo: “Chi crede che Gesù è il Cristo, è nato da Dio; e chi ama colui che ha generato, ama anche chi da lui è stato generato. Da questo conosciamo di amare i figli di Dio: se amiamo Dio e compiamo i suoi comandamenti; e i suoi comandamenti non sono gravosi. Tutto ciò che è nato da Dio vince il mondo; e questa è la vittoria ha vinto il mondo: la nostra fede.

E chi è colui che vince il mondo se non chi crede che Gesù è Figlio di Dio? Questi è colui che è venuto con acqua e sangue, Gesù Cristo; non con acqua soltanto, ma con l’acqua e con il sangue. Ed è lo Spirito che rende testimonianza, perché lo Spirito è la verità. Poiché tre sono quelli che rendono testimonianza: lo Spirito, l’acqua e il sangue e questi tre sono concordi. Se accettiamo la testimonianza degli uomini, la testimonianza di Dio è più grande, perché questa è la testimonianza: egli ha reso testimonianza al proprio Figlio. Chi crede nel Figlio di Dio ha questa testimonianza in sé. Chi non crede a Dio, fa di lui un mentitore, perché non crede alla testimonianza che Dio ha reso al proprio Figlio. E la testimonianza è questa: Dio ci ha dato la vita eterna e questa vita è nel suo Figlio. Chi ha il Figlio, ha la vita; chi non ha il Figlio, non ha la vita.

Vi ho scritto queste cose perché sappiate che voi avete la vita eterna, voi che credete nel nome del Figlio di Dio.

Questa è la fiducia che abbiamo in lui: se noi gli chiediamo qualcosa secondo la sua volontà, egli ci ascolta. E se sappiamo che ci ascolta in quello che gli chiediamo, sappiamo di avere già da lui quanto abbiamo chiesto.

Se uno vede il proprio fratello commettere un peccato che non conduce alla morte, preghi, e Dio gli darà la vita; s’intende a coloro che commettono un peccato che non conduce alla morte: c’è infatti un peccato che conduce alla morte; per questo dico di non pregare. Ogni iniquità è un peccato, ma c’è il peccato che non conduce alla morte.

Sappiamo che chiunque è stato generato da Dio, non pecca: chi è stato generato da Dio, Dio lo custodisce e il maligno non lo tocca. Noi sappiamo che siamo da Dio, mentre il mondo giace tutto sotto il potere del maligno. Sappiamo anche che il Figlio di Dio è venuto e ci ha dato l’intelligenza per conoscere colui che è il vero. E noi siamo in colui che è il vero, nel Figlio suo Gesù Cristo: egli è il vero Dio e la vita eterna.

Figlioli, guardatevi dagli idoli” (1Gv, 5, 1-21).

Commento: In questo capitolo, il discorso di Giovanni continua a sviluppare l’argomento già affrontato nei capitoli precedenti: l’amore cristiano (l’agape). Questo amore s’intreccia con l’amore di Cristo redentore e l’amore di Dio Padre, che ha concepito e attuato il piano salvifico, mandando nel mondo suo Figlio per la redenzione dell’uomo. L’amore (l’agape) verso Dio e l’agape verso il prossimo sono due relazioni, due sentimenti interdipendenti, che non possono sussistere l’uno senza l’altro, perché, di necessità, l’uno implica l’altro: amare Dio e amare il proprio fratello. “Da questo conosciamo di amare i figli di Dio e compiamo i suoi comandamenti. E i suoi comandamenti non sono gravosi …  Tutto ciò che viene da Dio, vince il mondo; chi è che vince il mondo? Questi è colui che è venuto con acqua e sangue”, stillate dalle ferite del suo corpo crocifisso e interpretati dalla tradizione come simboli dei due sacramenti fondamentali: il battesimo e l’eucaristia. Sulla croce poi ha reso ancora la sua testimonianza lo Spirito Santo che è lo Spirito di verità; quindi, tre sono gli elementi che rendono la testimonianza: lo Spirito, l’acqua e il sangue. E’ questo l’atto solenne di proclamazione della Pasqua e dell’istituzione della Chiesa nel mondo, che rende perenne e universale il messaggio di Cristo risorto. “Chi crede nel Figlio di Dio, ha questa testimonianza in sé. Chi non crede, è un mentitore perché non crede a una triplice testimonia di verità”, dice Giovanni. E continua: “Dio ci ha dato la vita eterna nel suo Figlio, Gesù Crocifisso. Per cui: Chi ha il Figlio, ha la vita eterna; Chi non ha il Figlio, non ha la vita.

Vi ho scritto queste cose perché sappiate che voi avete la vita eterna perché credete nel nome del Figlio di Dio”. Con la fiducia che abbiamo nella fede e con la preghiera, noi chiediamo al Signore le cose di cui abbiamo bisogno e siamo certi che egli ci ascolta. Poi l’invito a pregare anche per il fratello debole, affinché gli siano perdonati i peccati non gravi. Per certi peccati gravi, come la bestemmia contro lo Spirito, non ci sono preghiere che costituiscano barriere riparatorie.

Poi una considerazione ottimistica nella speranza: “Chi è stato generato da Dio non pecca, perché Dio lo custodisce e il maligno non lo tocca. Noi sappiamo che il Figlio di Dio è venuto e ci ha dato l’intelligenza per conoscere (e distinguere) la verità, in modo da saper scegliere. Gesù è la verità e la vita eterna”.

Non ci sono i saluti abituali nelle o altri riferimenti, come indici conclusivi del documento, ma un lapidario monito a tenersi lontani dall’idolatria pagana, cioè da una religiosità non vera, non autentica.

La seconda lettera di San Pietro

Posted By Felice Moro on Ottobre 22nd, 2022

Introduzione

La seconda lettera di Pietro è molto diversa dalla prima per una serie di caratteristiche, intrinseche ed estrinseche: contenuti, forma, stile, linguaggio e altri elementi particolari. Queste differenze erano state rilevate fin dai primi secoli della cristianità, quando era stata già messa in dubbio la stessa paternità dell’autore. Indubbiamente, se essa non è stata scritta direttamente dall’apostolo Pietro, sicuramente è stata scritta da altro autore, me sempre della scuola petrina. Nel suo tono generale, il documento rassomiglia, più che a una lettera, a un testamento di chi vuole lasciare agli eredi la sua ultima volontà in materia di fede: la trasmissione di una fede, forte e autentica, in Gesù Cristo, della cui vita e del cui sacrificio l’autore è stato testimone oculare. Molta parte è dedicata a una lunga e ribadita polemica sui “falsi profeti” che, coscientemente, fanno “i cattivi maestri”, cercando di distogliere e sovvertire i fedeli dalla diritta via della fede in Dio, insegnata da Gesù e trasmessa dagli apostoli. In particolare, essi negavano il secondo ritorno di Gesù Cristo (la parusia) per giudicare i vivi e i morti e facevano uso strumentale dei testi sacri e, in particolare, dell’epistolario paolino. Inoltre, l’autore insiste molto sulla necessità di una piena comprensione e di un’altrettanta corretta applicazione della dottrina dei testi sacri. Pertanto, in questo difficile compito, i fedeli non devono essere lasciati soli alle loro letture intuitive, ma devono essere ispirati dallo Spirito Santo e guidati da esperti della materia: presbiteri, vescovi, teologi.

Capitolo Primo: I doni di Dio, la vocazione cristiana e la parola dei Profeti

Testo: “Simone Pietro, servo e apostolo di Gesù Cristo, a quanti hanno ricevuto in sorte con noi la stessa preziosa fede nella giustizia del nostro Dio e salvatore Gesù Cristo: grazia e pace vi siano concesse in abbondanza, nella conoscenza di Dio e di Gesù Signore nostro.

La sua potenza divina ci ha fatto dono di ogni bene per quanto riguarda la vita e la pietà, mediante la conoscenza di colui che ci ha chiamati con la sua gloria e potenza. Con questo egli ci donato i beni grandissimi e preziosi che erano stati promessi perché diventaste per loro mezzo partecipi della natura divina essendo sfuggiti alla corruzione che è nel mondo a causa della concupiscenza. Per questo mettete ogni impegno per aggiungere alla vostra fede, la virtù; alla virtù, la conoscenza; alla conoscenza, la temperanza; alla temperanza, la pazienza; alla pazienza, la pietà; alla pietà, l’amore fraterno; all’amore fraterno, la carità. Se queste cose si trovano in abbondanza in voi, non vi lasceranno oziosi, né senza frutto per la conoscenza del Signore nostro Gesù Cristo. Chi invece, non ha queste cose è cieco e miope, dimentico di essere stato purificato dai suoi antichi peccati. Quindi, fratelli, cercate di rendere sempre più salde la vostra vocazione e la vostra elezione. Se farete questo, non cadrete mai. Così, infatti, vi sarà ampiamente aperto l’ingresso nel regno eterno del Signore nostro e salvatore Gesù Cristo.

Perciò sarò sempre pronto a ricordarvi queste cose, anche se le sapete e siete già saldi nella verità che possedete. Io credo giusto, finché sono in questa tenda del corpo, di tenervi desti con le mie invocazioni, sapendo che presto dovrò lasciare questa mia tenda, come mi ha manifestato anche il Signore nostro Gesù Cristo. E procurerò che, anche dopo la mia partenza, voi abbiate a ricordarvi di queste cose.

Infatti, vi abbiamo fatto conoscere la potenza e la venuta del Signore nostro Gesù Cristo, non perché abbiamo seguito favole artificiosamente inventate, ma perché siamo stati testimoni oculari della sua grandezza. Egli ricevette, infatti, onore e gloria da Dio Padre, quando dalla maestosa gloria gli fu rivolta questa voce: “Questi è il figlio mio, il prediletto, nel quale mi sono compiaciuto”.

Questa voce noi l’abbiamo udita scendere dal cielo, mentre eravamo con lui sul santo monte. E così abbiamo reso più solida la parola dei profeti, alla quale fate bene a volgere l’attenzione, come a lampada che brilla in un luogo oscuro, finché non spunti il giorno e la stella del mattino si levi nei vostri cuori, Sappiate anzitutto questo: nessuna scrittura profetica va soggetta a privata spiegazione, poiché non da volontà umana fu recata mai una profezia, ma mossi da Spirito Santo, parlarono quegli uomini da parte di Dio” (2Pt, 1, 1-21).

Commento: Questa lettera, ritenuta dalla tradizione e riconosciuta dall’intestazione all’apostolo Pietro, ha tutta l’aria di essere un discorso di addio, simile a tanti altri discorsi riportati nei testi evangelici: come il discorso di Gesù agli apostoli, dopo la lavanda dei piedi (Gv 13-!7); il discorso di Paolo a Mileto, rivolto agli anziani dell’Asia (At 20, 18-35), affinché vigilino perché, dopo di lui, verranno “i lupi rapaci che non risparmieranno il gregge”; nonché nell’avvertimento che lo stesso Paolo dà a Timoteo: …”Annuncia la parola! … Insisti a tempo opportuno e inopportuno …, cerca di convincere, rimprovera, esorta con longanimità e dottrina … perché verrà il tempo in cui gli uomini non sopporteranno più la dottrina, si circonderanno di “falsi maestri” e storneranno l’udito dalla verità per volgersi alle favole”.

Dopo i saluti e l’augurio di “grazia e pace”, il riconoscimento dei meriti di Dio che, mandandoci suo figlio Gesù, ci ha dato la rivelazione e, con essa, ci ha chiamati alla sua gloria e potenza. “Ci ha donato i beni grandissimi e preziosi che ci erano stati promessi; ciò affinché diventassimo partecipi della natura divina, essendo sfuggiti alla corruzione di questo mondo, dovuta alla concupiscenza. Per questo i cristiani s’impegnino per conquistare ogni virtù: conoscenza, temperanza, pazienza, pietà, amore fraterno e carità. Se queste virtù abbondano in voi, potete raggiungere più facilmente il regno di Dio. Chi non è dotato di queste corazze virtuose, è come un cieco o un miope, dimentico di essere stato purificato dai suoi antichi peccati. Quindi l’esortazione dell’apostolo ai fedeli a rendere sempre più salda la loro vocazione a Cristo e la loro elezione a figli, ottenuti come suo dono gratuito. Questa narrazione appare come un ritratto fedele della figura dell’apostolo in un momento particolare. Egli, infatti, sentendo avvicinarsi la fine dei suoi giorni (“sapendo che presto dovrò lasciare questa mia tenda”, pur avendolo già fatto molte volte, vuole comunicare ancora una volta ai fedeli la sua fede, i suoi pensieri, i suoi sentimenti e i suoi ricordi affinché servano da perenne monito alle generazioni, presenti e future. Pietro precisa ancora di aver sempre predicato la divinità e la santità di nostro signore Gesù Cristo, del cui sacrificio è stato testimone oculare, e non ha mai parlato di “favole artificiosamente inventate”.

Poi ancora due concetti importanti: il primo riguarda la rievocazione della voce di Dio Padre, che risuona nel Monte Tabor al momento della trasfigurazione di Gesù: “Questi è il Figlio, il prediletto, nel quale mi sono compiaciuto”; l’altro riguarda la testimonianza dei profeti dell’Antico Testamento. Essi hanno scritto i testi sacri che, sotto varie simbologie, prefigurano la venuta di Gesù e hanno scritto dietro l’ispirazione dello Spirito Santo che è lo stesso Spirito di Dio. Perciò, affinché siano capiti e producano benefici effetti spirituali, vanno letti, non solo con le nostre capacità individuali, ma con il sostegno e la capacità illuminante dello Spirito Santo che, a suo tempo, aveva ispirato nei Profeti la scrittura degli stessi testi sacri.

Capitolo Secondo: Contro i Profeti e i Maestri falsi

Testo: “Ci sono stati anche falsi profeti tra il popolo, come pure ci saranno in mezzo a voi falsi maestri, i quali introdurranno dottrine che conducono alla perdizione, rinnegando il padrone che li ha riscattati e attirando su di sé una rovina immediata. Molti seguiranno le loro dissolutezze e per colpa loro la via della verità sarà denigrata. Nella loro cupidigia vi sfrutteranno con parole false; ma la loro condanna è già da tempo all’opera e la loro perdizione non ritarda.

Dio, infatti, non risparmiò gli angeli che avevano peccato, ma li precipitò negli abissi tenebrosi dell’inferno, tenendoli prigionieri per il giudizio. Ugualmente non risparmiò il mondo antico, ma salvò Noè, l’ottavo dei sopravvissuti, annunziatore di giustizia, quando scatenò il diluvio su un mondo di empi. Condannò alla distruzione le città di Sodoma e Gomorra, riducendole in cenere, dando un esempio agli empi di quanto accadrà nei tempi futuri. Liberò, invece, il giusto Lot, angustiato del comportamento immorale di quegli scellerati. Quel giusto, infatti, per ciò che vedeva e udiva mentre abitava in mezzo a loro, si tormentava giorno dopo giorno, nella sua anima netta per tali ignominie. Il Signore sa liberare i buoni dalla prova e serbare i cattivi per il castigo nel giorno del giudizio, soprattutto quelli che, nelle loro impure passioni, vanno dietro alla carne e disprezzano il Signore.

Temerari, arroganti, non temono d’insultare gli esseri gloriosi decaduti, mentre gli angeli, a loro superiori per forza e potenza, non portano contro di essi alcun giudizio offensivo davanti al Signore” (2Pt, 2, 1-11).

Commento: In questo capitolo Pietro introduce un discorso di condanna dei falsi profeti e maestri, le cui immagini sono dipinte a tinte fosche e negative. Essi saranno una vera e propria sciagura all’interno delle comunità ecclesiali. Ma su di loro non tarderà ad abbattersi la giustizia divina, per cu subiranno punizioni esemplari, come quelle che toccarono in sorte agli angeli ribelli, agli uomini empi, contemporanei di Noè annegati nel diluvio, nonché ai peccatori ostinati delle città bibliche di Sodoma e Gomorra. Dal severo giudizio divino si salveranno gli uomini giusti, come Noè e i suoi familiari, Lot e i pochi privilegiati perché timorati di Dio.

Testo: “Questi, invece, come animali irragionevoli, nati solo per essere catturati e uccisi, mentre bestemmiano quello che ignorano, saranno distrutti nella loro corruzione, subendo il castigo come salario dell’iniquità. Essi stimano felicità il piacere di un giorno; sono tutta sporcizia e vergogna; si dilettano dei loro inganni mentre fanno festa con voi. Hanno gli occhi pieni di passione per l’adultera, e sono insaziabili di peccato; adescano le persone deboli, hanno il cuore assuefatto alla cupidigia; sono figli della maledizione.

Abbandonata la retta via, si sono smarriti seguendo la via di Baalam di Bosor, che amò un salario d’iniquità, ma fu ripreso per la sua malvagità: un giumento muto, parlando con voce umana, ostacolò la follia del profeta. Essi sono come fonti d’acqua e come nuvole sospinte dal vento: a loro è riservata l’oscurità delle tenebre. Con discorsi arroganti e vuoti adescano, mediante le licenziose passioni della carne, quelli che si sono da poco allontanati da chi vive nell’errore. Promettono loro libertà, ma essi stessi sono schiavi della corruzione: ciascuno, infatti, è schiavo di ciò che lo vince.

Se, infatti, dopo aver fuggito la corruzione del mondo per mezzo della conoscenza del Signore e salvatore Gesù Cristo, ne rimangono di nuovo invischiati e vinti, la loro ultima condizione è divenuta peggiore della prima. Meglio sarebbe stato per loro non aver conosciuto la via della giustizia, piuttosto che, dopo averla conosciuta, voltare le spalle al comandamento santo che era stato loro dato.

A loro è accaduto quanto dice un proverbio vero:

il cane è tornato al suo vomito

e la scrofa lavata è tornata

ad avvolgersi nel fango” (2Pt,2, 12-27).

Commento: In questo passaggio continua la feroce staffilata morale dell’autore contro i falsi maestri. Viene indicata una vasta gamma di perversioni a loro carico, probabilmente con lo scopo di mettere in guardia i fedeli, affinché stiano attenti a non lasciarsi coinvolgere da questi profeti del male.

La loro condanna è severa a fortiori perché, avendo già conosciuto Cristo e il suo messaggio di verità e di giustizia, a un certo punto hanno abbandonato Cristo e il suo messaggio di salvezza, per tornare ad arrotolarsi nel fango delle loro sozzure, come il cane che torna al suo vomito o il maiale che torna a guazzare nel suo fango.

Capitolo Terzo: Il cristiano e l’attesa della venuta del Signore

Testo: “Questa, carissimi,è già la seconda lettera chi vi scrivo, e in tutte e due cerco di ridestare, con ammonimenti, la vostra sana intelligenza, perché teniate a mente le parole già dette dai santi profeti, e il comandamento del Signore e salvatore, che gli apostoli vi hanno trasmesso.

Anzitutto dovete sapere questo: negli ultimi giorni verranno schermitori beffardi, i quali si comporteranno secondo le proprie passioni e diranno: “Dov’è la sua venuta, che aveva promesso? Dal giorno in cui i nostri padri chiusero gli occhi, tutto rimane come al principio della creazione”.

Essi, però, volutamente dimenticano che i cieli esistevano già da lungo tempo e che la terra, uscita dall’acqua e in mezzo all’acqua, ricevette la sua forma grazie alla parola di Dio; e che per queste stesse cause, il mondo di allora, sommerso dall’acqua, perì. Ora, i cieli e la terra attuali, sono conservati dalla medesima parola, riservati al fuoco per il giorno del giudizio e della distruzione degli empi.

Una cosa però non dovete perdere di vista, carissimi: davanti al Signore un giorno è come mille anni e mille anni come un giorno solo. Il Signore non ritarda nell’adempiere la sua promessa, anche se alcuni parlano di lentezza: egli, invece, usa pazienza verso di voi, non volendo che alcuno perisca, ma che tutti abbiano il modo di pentirsi. Il giorno del Signore verrà come un ladro; allora i cieli scompariranno con fragore, gli elementi consumati dal fuoco si dissolveranno e la terra, con quanto c’è in essa, sarà distrutto.

Poiché, dunque, tutte queste cose dovranno dissolversi in questo modo, quali non dovete essere voi nella santità della condotta e nella pietà, mentre aspettate e affrettate la venuta del giorno di Dio, nel quale i cieli si dissolveranno e gli elementi consumati dal fuoco si fonderanno! E poi, secondo la sua promessa, noi aspettiamo cieli nuovi e una terra nuova, nei quali avrà stabile dimora la giustizia.

Perciò, carissimi, nell’attesa di questi eventi, cercate di essere senza macchia e irreprensibili davanti a Dio, in pace. La pazienza del Signore nostro giudicatela come salvezza, come il nostro carissimo fratello Paolo vi ha scritto, secondo la sapienza che gli è stata data; così egli fa in tutte le lettere, in cui tratta di queste cose.

In esse ci sono alcune cose difficili da comprendere, che gli inesperti e i deboli travisano, al pari delle altre Scritture, per la loro propria rovina.

Voi dunque, carissimi, essendo stati preavvisati, state in guardia per non venire meno nella vostra fermezza, travolti anche voi dall’errore degli empi. Crescete, invece, nella grazia e nella conoscenza del Signore nostro e salvatore Gesù Cristo. A lui la gloria, ora e fino al giorno dell’eternità. Amen” (2Pt, 3, 1-18).

Commento: In questo capitolo l’autore sacro solleva in alto lo sguardo e la prospettiva escatologica del suo discorso per dare ai fedeli gli ammonimenti necessari riguardo alla fede. Li mette in guardia dalle dottrine dei falsi maestri che definisce “schernitori beffardi”. Questi predicano la menzogna, secondo la quale, non ci sarà un altro ritorno del Maestro e che il mondo andrà avanti con i suoi ritmi meccanici, come d’altronde è stato fin dall’inizio della creazione. A questi l’autore ribatte riaffermando l’insegnamento di Cristo, già preannunziato dai profeti dell’Antico Testamento e trasmesso in modo sincero e genuino dagli apostoli. Dio, con la sua parola, ha creato il mondo e tutte le cose che esso contiene, compreso l’uomo, fatto a sua immagine e somiglianza. Cristo ci ha rivelato la realtà dell’altro mondo, di quello ultraterreno, del regno dello spirito, dei cieli nei quali abitano Dio, Cristo e tutti i santi. Già prima Dio aveva creato il mondo e l’ha distrutto una volta con le acque del diluvio per la cattiveria e l’ingratitudine degli uomini. Alla fine dei tempi lo distruggerà una seconda volta con il fuoco e tutto si dissolverà nel nulla. Ma per i credenti che resteranno fedeli alla parola del Signore, appariranno “cieli nuovi e terra nuova”. Si tratta di una visione non scientifica, ma simbolica, della destinazione finale dell’uomo e del suo mondo.

La pazienza del Signore sia interpretata come ancora di salvezza, come d’altronde anche il fratello Paolo l’ha intesa nelle sue lettere. Implicitamente riafferma il principio già espresso, secondo cui, le Sacre Scritture vanno lette e interpretate, non da profani qualsiasi, che possono fraintendere il loro reale significato, ma da persone esperte della materia. Infine, l’auspicio che tutti passano crescere in grazia, sapienza e conoscenza del Signore nostro Gesù Cristo, cui noi, giorno dopo giorno, dobbiamo rendere sempre onore e gloria.

La prima lettera di San Pietro

Posted By Felice Moro on Ottobre 22nd, 2022

La prima lettera di Pietro è stata scritta a Roma, se non direttamente dall’apostolo Pietro, sicuramente da altro autore sconosciuto della scuola petrina. I destinatari sono i cristiani perseguitati dell’Asia Proconsolare romana (Ponto, Galazia, Cappadocia, Asia, Bitinia).

Questi sono i cristiani di seconda generazione, che, pur non avendo veduto Cristo direttamente, credono in lui per fede. Essi sono perseguitati proprio per questo, perché credono in Cristo e seguono lui. È comune e fatale destino che tutti fedeli di Cristo siano perseguitati. Infatti, come prima è stato perseguitato il Maestro fino a farlo morire in croce, così vengono perseguitati tutti quelli che credono in lui per fede e organizzano la loro vita secondo le direttive del Vangelo. Alcuni studiosi hanno individuato nella lettera un nucleo concettuale importante della liturgia battesimale della primitiva Chiesa romana.

Protagonista dominante del documento è Cristo, rappresentato con diverse figure metaforiche: ora come l’agnello sacrificale che ha versato il suo sangue per la redenzione dell’uomo; ora come la pietra scartata dai costruttori, che è diventata testata d’angolo della Chiesa; ora come il servo sofferente, indicato dal profeta Isaia, nella cui immagine è raffigurato il Figlio di Dio, Gesù Cristo; egli si è incarnato sulla terra, ha vissuto da uomo per salvare l’uomo dalla condanna per i suoi peccati e promuoverlo all’eredità del paradiso.

Testo: “Pietro, apostolo di Gesù Cristo agli eletti – che vivono nella dispersione del Ponto, della Galazia, della Cappadocia, dell’Asia e della Bitinia – secondo la prescienza di Dio Padre, mediante la santificazione dello Spirito per obbedire a Gesù Cristo e per essere aspersi dal suo sangue: grazia e pace a voi in abbondanza. Sia benedetto Dio e Padre del Signore nostro Gesù Cristo; nella sua grande misericordia egli ci ha rigenerati, mediante la risurrezione di Gesù Cristo dai morti, per una speranza viva, per un’eredità che non si corrompe, non si macchia, non marcisce. Essa è conservata nei cieli per voi, che della potenza di Dio siete custodi mediante la fede, in vista della salvezza che sta per manifestarsi negli ultimi tempi.

 Perciò siete ricolmi di gioia, anche se ora dovete essere afflitti per un po’ di tempo per varie prove, perché il valore della vostra fede, molto più preziosa dell’oro – che, pur destinato a perire, tuttavia si prova con il fuoco – torni a vostra lode, gloria e onore nella manifestazione di Gesù Cristo. Voi lo amate, pur senza averlo visto e ora, senza vederlo, credete in lui. Perciò esultate di gioia indicibile e gloriosa, mentre conseguite la meta della vostra fede, cioè la salvezza delle anime.

 Su questa salvezza indagarono e scrutarono i profeti, che profetizzarono sulla grazia a voi destinata cercando di indagare a quale momento o a quale circostanza accennasse lo Spirito di Cristo che era in loro, quando predicava le sofferenze destinate a Cristo e le glorie che sarebbero seguite. E fu loro rivelato che, non per se stessi, ma per voi, erano ministri di quelle cose che ora vi sono state annunziate per mezzo di quanti vi hanno trasmesso il vangelo nello Spirito Santo, mandato dal cielo: cose nelle quali gli angeli desiderano fissare lo sguardo” (1, 1-12). 

Commento: Nella sua presentazione ai destinatari, Pietro si definisce apostolo di Gesù Cristo, com’era solito presentarsi Paolo nelle sue lettere. La Lettera di Pietro è indirizzata ai fedeli delle varie regioni dell’Asia Proconsolare romana, che vivono la vita nella “dispersione”, ma che hanno la speranza della salvezza nella santificazione perché obbediscono a Cristo. Ad essi l’autore augura “grazia e pace in abbondanza”. Segue una preghiera di benedizione rivolta a Dio Padre per averci mandato Gesù Cristo che, con il suo sangue versato sulla croce, ci ha salvati da un destino di dannazione e di morte; ci ha giustificati, per dirla con il linguaggio paolino. Egli considera i destinatari come stranieri in patria, in attesa di abitare nella vera patria celeste in paradiso. Questa può essere raggiunta soltanto con la santificazione dello Spirito, obbedendo alle leggi del Vangelo di Gesù Cristo, che Dio Padre ha mandato in terra per redimere gli uomini. Questi, non solo non l’hanno accolto, ma l’hanno fatto morire in croce; ma Dio Padre lo ha risuscitato dai morti e l’ha assunto in cielo alla sua destra; questo ha fatto, mettendo in atto il suo progetto sull’incarnazione del Figlio per dare a noi la speranza di salvezza, godendo della sua eredità spirituale; e questa è una grande ricchezza spirituale, che non si corrompe, non si macchia, non marcisce perché è conservata in cielo per tutti quelli che vivono nella fede.

L’autore dichiara che i destinatari vivono nella gioia, anche se nel presente sopportano qualche afflizione transitoria, dovuta alle varie prove che devono sopportare. Il valore di fondo è la loro fede, che è più preziosa dell’oro, e per questo essi meritano lode, onore e gloria per l’amore che hanno per il Signore Gesù. “Perciò, dice l’autore, esultate di gioia indicibile e gloriosa, mentre con la vostra fede conseguite la vostra meta spirituale: la salvezza delle vostre anime”.

Sul problema della salvezza molto indagarono i profeti dell’Antico Testamento per cercare di rintracciare in quali passi della Scrittura s’intravvedano figure che possono prefigurazione la venuta di Gesù Cristo. Significativi al riguardo sono alcuni riferimenti al testo del profeta Isaia e, in modo ancora più esplicito, al Salmo 22, dove sono previste le sofferenze e le umiliazioni cui sarà sottoposto il Cristo, ma anche i segni della sua gloria, quando si leggono espressioni come le seguenti:

Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato? Si è affidato al Signore, lui lo scampi; lo liberi, se è suo amico; Un branco di cani mi circonda, mi assedia una banda di malvagi; Hanno forato le mie mani e i miei piedi, posso contare tutte le mie ossa; Si dividono le mie vesti, sul mio vestito hanno gettato la sorte …

I profetti, inoltre, hanno parlato, non soltanto delle sofferenze e del dolore che avrebbe patito la figura del Redentore, ma anche della sua gloria nella sua risurrezione pasquale.

Testo: “Perciò, dopo aver preparato la vostra mente all’azione, siate vigilanti, fissate ogni speranza in quella grazia che vi sarà data, quando Gesù si manifesterà: Come figli obbedienti, non conformatevi ai desideri di un tempo, quando eravate nell’ignoranza, ma, ad immagine del Santo che vi ha chiamati, diventate santi anche voi in tutta la vostra condotta poiché sta scritto:

Voi sarete santi, perché io sono santo. Se chiamate Padre colui che, senza favoritismi personali, giudica ciascuno secondo le sue opere, comportatevi con timore nel tempo del vostro pellegrinaggio. Voi sapete che non a prezzo di cose corruttibili, come l’argento e l’oro, foste liberati dalla vostra vuota condotta, ereditata dai vostri padri, ma con il sangue prezioso di Cristo, come l’agnello senza difetti e senza macchia. Egli fu predestinato già prima della fondazione del mondo, ma si è manifestato negli ultimi tempi per voi. E voi, per opera sua, credete in Dio, che l’ha ha risuscitato dai morti, gli ha dato gloria, affinché la vostra fede e la vostra speranza siano fisse in Dio.

Dopo aver santificato le vostre anime con l’obbedienza alla verità, per amarvi, sinceramente come fratelli, amatevi intensamente, di vero cuore, gli uni gli altri, essendo stati rigenerati non da un seme corruttibile, ma incorruttibile, cioè dalla parola di Dio viva ed eterna. Poiché

Ogni uomo è come l’erba

E tutto il suo splendore è come un fiore d’erba.

L’erba inaridisce, i fiori cadono,

ma la parola del Signore rimane in eterno“.

Commento: Dopo le premesse già fatte, l’autore avverte: “Siate obbedienti e non conformatevi alle mode passeggere e ai desideri del tempo, come quando vivevate nell’ignoranza della venuta di Cristo e della storia della salvezza: Sforzatevi di diventare santi perché, come dice la Scrittura (Levitico 11,44; 19,2;20,7) io sono santo. E se chiamate Padre colui che giudica ciascuno secondo le sue opere, comportatevi con timore nel tempo del vostro pellegrinaggio terreno. Siete stati salvati, non per mezzo di oro, di argento o di altro materiale corruttibile, ma per mezzo del prezioso sangue di Cristo versato sulla croce. Egli era predestinato a compiere questa difficile missione fin dalla fondazione del mondo, ma si è manifestato negli ultimi tempi per la vostra salvezza. Questo mistero costituisce il fondamento della vostra fede e della vostra speranza in Dio”. Poi alcuni ritornelli della vita sapienziale, come il rispettarsi e l’amarsi reciprocamente dei fedeli come degni fratelli cristiani. Lo stesso amore, che lega la creatura al Creatore, deve ispirare i sentimenti di sincerità reciproca e di amore fraterno tra credenti nei loro rapporti sociali. In questa raccomandazione traspare un abbozzo di quello che doveva essere un concetto essenziale della catechesi della primitiva chiesa cristiana.

Capitolo Secondo: I cristiani, pietre vive e l’esempio di Cristo

Testo: “Deponendo dunque ogni malizia e ogni frode, ipocrisie, gelosie e ogni maldicenza, come bambini appena nati bramate puro latte spirituale, per crescere con esso verso la salvezza, se davvero avete gustato come è buono il Signore.

Stringetevi a lui, pietra viva, rigettata dagli uomini, ma scelta e preziosa davanti a Dio, anche voi venite impiegati come pietre vive per la costruzione di un edificio spirituale, per un sacerdozio santo, per offrire sacrifici spirituali graditi a Dio, per mezzo di Gesù Cristo. Si legge infatti nella Scrittura: Ecco io pongo in Sion/ una pietra angolare, scelta e preziosa/ e chi crede in essa non resterà confuso.

Onore, dunque, a voi che credete; ma per quelli che non credono,

la pietra che i costruttori hanno scartato/ è diventata la pietra angolare/ è sasso d’inciampo e pietra di scandalo.

Essi inciampano perché non obbediscono alla parola, e a questo sono stati destinati. Ma voi siete la stirpe eletta, sacerdozio regale, la nazione santa, il popolo che Dio si è acquistato perché proclami le sue opere meravigliose di lui, che vi ha chiamato dalle tenebre alla sua ammirabile luce; voi, che un tempo eravate un non popolo, ora invece siete il popolo di Dio; voi, un tempo esclusi dalla misericordia, ora invece avete ottenuto misericordia.

Carissimi, io vi esorto come ospiti e pellegrini ad astenervi dai desideri della carne, che fanno guerra all’anima. La vostra condotta tra i pagani sia irreprensibile, perché mentre vi calunniano come malfattori, al vedere le vostre buone opere, giungano a glorificare Dio nel giorno del giudizio.

State sottomessi ad ogni istituzione umana per amore del Signore: sia al re come al sovrano, sia ai governatori come inviati da lui per punire i malfattori e premiare chi opera il bene. Perché questa è la volontà di Dio: che operando il bene, voi chiudiate la bocca all’ignoranza degli stolti. Comportatevi come uomini liberi, non servendovi della libertà come un velo per coprire il male, ma come servitori di Dio. Onorate tutti, amate i vostri fratelli, temete Dio, onorate il re.

Domestici, state sottomessi con profondo rispetto ai vostri padroni, non solo a quelli buoni e miti, ma anche a quelli difficili. È una grazia per chi conosce Dio subire afflizioni, soffrendo ingiustamente; che gloria sarebbe, infatti, sopportare il castigo se avete mancato? Ma se, operando il bene, sopporterete con pazienza la sofferenza, ciò sarà gradito a Dio. a questo, infatti, siete stati chiamati, poiché

Anche Cristo patì per voi,

lasciandovi un esempio,

perché ne seguiate le orme:

egli non commise peccato

e non si trovò inganno nella sua bocca;

oltraggiato, non rispondeva con oltraggi,

soffrendo, non minacciava vendetta,

ma si affidava a colui

che giudica con giustizia.

Egli portò i nostri peccati sul suo corpo

Sul legno della croce,

perché, non vivendo più per il peccato,

vivessimo per la giustizia;

dalle sue piaghe siete stati guariti.

Eravate erranti come pecore,

ma ora siete tornati al pastore

e guardiano delle vostre anime”.

Commento: In questo capitolo, l’apostolo esordisce dichiarando che: “Con il battesimo, voi siete come i bambini appena nati (alla vita cristiana); perciò appetite a nutrirvi di un cibo speciale: il latte spirituale per crescere con esso verso il regno della salvezza; e questa vostra appetizione cresce ed è maggiormente esaltata, se avete gustato come è buono il Signore.

Egli è la pietra viva scartata dai costruttori, ma scelta e preziosa per la costruzione della casa spirituale del Signore. Non solo, ma anche voi, voi stessi, venite impiegati come pietre vive per la costruzione di un edificio spirituale, per un sacerdozio santo, onde offrire sacrifici spirituali graditi a Dio per mezzo di Gesù Cristo. Infatti, la Scrittura dice: Ecco io pongo in Sion una pietra angolare, scelta e preziosa e chi crede in essa non resterà confuso.Ma per quelli che non credono, essa è diventata pietra d’inciampo e di scandalo.

In questo passaggio il discorso teologico e dottrinale è sostenuto e si snoda attraverso la linea di un simbolismo edilizio, che diventa molto efficace per rappresentare la situazione dei neofiti alla fede cristiana. Quelli che inciampano sono quelli che non obbediscono alla parola di Dio. “Ma voi siete i legittimi destinatari della parola, la stirpe eletta, il sacerdozio regale, la nazione santa, il popolo che Dio si è acquistato perché proclami nella storia le sue meravigliose opere. Egli vi ha chiamati dalle tenebre alla sua ammirabile luce; voi che un tempo eravate un non-popolo, ora invece siete il popolo eletto, il popolo di Dio.

“Carissimi fratelli (adelphotes = comunità di fratelli), di una cosa vi esorto e vi prego di essere fedeli, ospiti e pellegrini: astenetevi dai desideri della carne, che fanno guerra all’anima. La vostra condotta tra i pagani sia irreprensibile, così che, mentre vi calunniano come malfattori, al vedere le vostre buone opere, giungano a glorificare Dio nel giorno del giudizio” (2, 8-12).

Poi l’invito ai cristiani ad essere obbedienti alle istituzioni umane: al sovrano e ai suoi rappresentanti locali, responsabili dell’applicazione delle leggi per punire i malfattori e per il mantenimento della pace e dell’ordine pubblico. Concetti condivisi e più volte ribaditi anche dall’apostolo Paolo. L’invito a servirsi della libertà come autentici servitori di Dio.

“Onorate tutti, amate i vostri fratelli, temete Dio, onorate il re” (2,17).

L’invito ai domestici e ai servitori ad essere obbedienti e sottomessi ai loro padroni, ai docili e ai meno docili; altrimenti che meriti avrebbero le vostre sofferenze? Ma sopportando con pazienza le sofferenze e operando il bene, i cristiani sperano di entrare nella grazia di Cristo Gesù che ha sofferto più di tutti per la nostra salvezza.

Il faticoso impegno dei servi offre lo spunto a Pietro per esordire con un inno che celebra la passione di Cristo, sopra riportato integralmente.

Capitolo Terzo: Il comportamento delle mogli e dei mariti e l’impegno nell’operare il bene.

Testo: “Ugualmente voi, mogli, state sottomesse ai vostri mariti, in modo che, se alcuni non obbediscano alla parola, siano guadagnati dalla condotta delle mogli, senza bisogno di parole, considerando la vostra condotta casta e rispettosa. Il vostro comportamento non sia quello esteriore – capelli intrecciati, collane d’oro, sfoggio di vestiti; cercate piuttosto di adornare l’interno del vostro cuore con un’anima incorruttibile, piena di mitezza e di pace: ecco ciò che è prezioso davanti a Dio. Così, infatti, un tempo si ornavano le donne sante che speravano in Dio; esse stavano sottomesse ai loro mariti, come Sara che obbediva ad Abramo, chiamandolo signore. Di essa siete diventate figlie, facendo il bene e libere da ogni timore.

Allo stesso modo voi, mariti, trattate con riguardo le vostre mogli, perché il loro corpo è più debole, e rendete loro onore, perché partecipano con voi della grazia della vita: così le vostre preghiere non saranno respinte.

Infine, siate tutti concordi, partecipi delle gioie e dei dolori degli altri, animati da affetto fraterno, misericordiosi, umili. Non rendete male per male, né ingiuria per ingiuria, ma piuttosto benedite, perché a questi siete stati chiamati ad avere in eredità la benedizione. Infatti:

Chi vuole amare la vita e vedere giorni felici,

trattenga la lingua dal male

e le labbra da parole d’inganno;

eviti il male e faccia il bene,

cerchi la pace e la segua,

gli occhi del Signore sono sopra i giusti

e i suoi orecchi sono attenti alle loro preghiere;

ma il volto del Signore

è contro chi compie il male.

E chi vi potrà fare del male, se sarete ferventi nel bene? E anche se doveste soffrire per la giustizia, beati voi! Non vi sgomentate per paura di loro, né vi turbate, ma santificate il Signore, Cristo, nei vostri cuori, pronti sempre a rispondere a chiunque vi domandi ragione della speranza che è in voi.

Tuttavia, questo sia fatto con dolcezza e rispetto, con una retta coscienza, perché, nel momento stesso in cui si parla male di voi, rimangono svergognati quelli che calunniano la vostra buona condotta in Cristo. È meglio, infatti, se così vuole Dio, soffrire facendo del bene che facendo del male.

Anche Cristo è morto una sola volta per sempre per i peccati, giusto per gli ingiusti, per ricondurvi a Dio; messo a morte nella carne, ma reso vivo nello spirito. E in forza di esso andò ad annunziare la salvezza anche agli spiriti in prigione, che un tempo erano stati disobbedienti, quando la magnanimità di Dio pazientava nei giorni di Noè, mentre si fabbricava l’arca, nella quale poche persone, otto in tutto, furono salvate per mezzo dell’acqua. Figura, questa, del battesimo, che ora salva anche voi; esso non è rimozione di sporcizia dal corpo, ma invocazione di salvezza rivolta a Dio da parte di una buona coscienza, in virtù della risurrezione di Gesù Cristo, il quale è alla destra di Dio, dopo essere salito al cielo e aver sottomesso a sé gli angeli, i principati e le potenze (Pt,1, 1-22).

Commento: “Voi, mogli, siate sottomesse ai vostri mariti”. Questo era un richiamo esplicito e perentorio alla concezione storico-antropologica tradizionale, secondo cui, le mogli dovevano sottostare alla condizione d’imperio dei propri mariti. Concezione maschilista, si direbbe oggi! Ma in passato era una condizione comunemente accettata e dominante nelle società pagane e non solo … Infatti, la riscontriamo spesso anche in diversi punti dell’epistolario paolino, come, per esempio, nei seguenti passaggi: 1Corinzi (7, 12-16): “Se un fratello ha una moglie pagana, non la ripudi; e se una donna ha un marito pagano, non lo ripudi, perché il marito pagano viene reso santo dalla moglie e la moglie pagana viene resa santa dal fratello, altrimenti i figli sarebbero impuri, invece sono santi”; Colossesi: (3, 18) “Donne! siate sottomesse ai vostri mariti… Mariti! Amate le vostre donne …”; Efesini: (5, 22) “Le donne siano soggette ai loro mariti come al Signore … Mariti, amate le vostre donne come il Cristo ha amato la chiesa …”; 1Timoteo, (2, 11-15) “La donna impari in silenzio, con perfetta sottomissione; non permetto alla donna d’insegnare, né di dominare sull’uomo, ma voglio che stia in silenzio …”.

Queste poche citazioni sono sufficienti per comprendere come nelle antiche società, di cui faceva parte quella cristiana di oggi, la donna era tenuta in condizione di subordinazione, se non di totale sottomissione al maschio di turno, che poteva essere il padre, il marito o il padrone. Anzi, dovremo ribadire che il processo, lungo e lento, di liberazione della donna dallo stato di subordinazione al maschio, è partito proprio dal cristianesimo ed è andato laicizzandosi soltanto in tempi recenti.

Comunque, la lettera dell’Apostolo passa dalla rappresentazione di una vita felice e gioiosa, vissuta nell’intimità della vita familiare, all’estensione di una condizione di pace e di concordia sociale all’interno della comunità cristiana. Pertanto, i suoi membri siano “tutti concordi, partecipi delle gioie e dei dolori degli altri, animati da affetto fraterno, misericordiosi, umili. Non rendete male per male, né ingiuria per ingiuria. Soltanto così potete ottenere la benedizione del Signore contenuta nel Salmo 34:

Chi vuole amare la vita e vedere giorni felici/ Trattenga la lingua dal male/ eviti il male e faccia il bene/ cerchi la pace e la segua …

Comunque, l’autore dà ai fedeli una serie di consigli positivi per vivere la fede, giorno per giorno, in modo sereno, operando sempre il bene e rifuggendo dal male.

“Se uno è fervente nel bene, chi potrà fargli del male? Se poi dovreste soffrire per la giustizia, beati voi! Senza paura di loro (dei nemici), santificate il Signore. Se voi avete un motivo di speranza, questo è perché avete Cristo nei vostri cuori … Se poi c’è sofferenza, è meglio soffrire facendo del bene, piuttosto che facendo del male.

Anche Cristo ha affrontato patimenti, sofferenze e offese fino alla morte in croce, ma è rimasto vivo nello spirito e ha dato lo spirito di salvezza a voi e a tutti quelli che lo amano. Non solo, ma è sceso agli inferi per dare la salvezza anche a quelli che erano prigione perché un tempo erano stati ribelli, quando Noè preparava l’arca per salvarsi dal diluvio, da cui, insieme a lui, si salvarono soltanto otto persone. Questa citazione appare come la figura del battesimo che salva i battezzati “compresi anche voi”, destinatari della lettera. Esso non è rimozione di sudiciume o sporcizia fisici accumulati nel corpo, ma è un’invocazione di salvezza rivolta a Dio in virtù della risurrezione di Gesù Cristo, il quale, dopo aver sottomesso a sé angeli, principati e potenze, è asceso al cielo e siede alla destra di Dio Padre.

Capitolo Quarto: Vivere nella giustizia e nell’amore nell’attesa del Signore

Testo: “Poiché Cristo soffrì nella carne, anche voi amatevi degli stessi sentimenti, perché chi ha sofferto nella carne ha rotto definitivamente con il peccato, per non servire più alle passioni umane, ma alla volontà di Dio, nel tempo che gli rimane in questa vita normale. Basta con il tempo trascorso nel soddisfare le passioni del paganesimo, vivendo nelle dissolutezze, nelle passioni, nelle crapule, nei bagordi, nelle ubriachezze e nel culto illecito degli idoli. Per questo trovano strano che voi non corriate insieme a loro verso questo torrente di perdizione, e vi oltraggiano. Ma renderanno conto a colui che è pronto a giudicare i vivi e i morti. Infatti, anche i morti sono stati evangelizzati, così che, anche se giudicati secondo gli uomini, nella carne, vivano secondo Dio nello spirito.

La fine di tutte le cose è vicina. Siate dunque moderati e sobri, per dedicarvi alla preghiera. Soprattutto abbiate un amore costante tra di voi, perché l’amore copre una moltitudine di peccati.

Praticate l’ospitalità gli uni verso gli altri, senza mormorare. Ciascuno viva secondo la grazia ricevuta, mettendola al servizio degli altri come buoni amministratori della multiforme grazia di Dio. Chi parla, lo faccia come con parole di Dio; chi esercita un ufficio, lo compia con un’energia come ricevuta da Dio, perché in tutto venga glorificato Dio per mezzo di Gesù Cristo, al quale appartengono la gloria e la potenza nei secoli dei secoli. Amen!

Carissimi, non siate sorpresi per l’incendio che si è acceso in mezzo a voi per mettervi alla prova, come se vi accadesse qualcosa di strano. Ma, nella misura in cui partecipate alle sofferenze di Cristo, rallegratevi perché anche nella rivelazione della sua gloria possiate rallegrarvi ed esultare.

Beati voi, se venite insultati per il nome di Cristo, perché lo spirito della gloria, che è lo spirito di Dio, riposa su di voi. Nessuno di voi abbia a soffrire come omicida o ladro o malfattore o delatore. Ma se uno soffre come cristiano, non ne arrossisca: glorifichi, anzi Dio, con questo nome.

È giunto, infatti, il momento in cui inizia il giudizio, a partire dalla casa di Dio; se inizia da noi, quale sarà la fine di quelli che non obbediscono al vangelo di Dio?

E se il giusto a stento si salverà,

che cosa sarà dell’empio e del peccatore?       

Perciò anche quelli che soffrono secondo il volere di Dio, si mettano nelle mani del loro creatore fedele, operando il bene” (4, 1-19).

Commento: Il discorso sulla professione di fede in Cristo, già iniziato nel capitolo precedente, continua anche in questo capitolo, dove subisce un ulteriore sviluppo, sia sulla configurazione dottrinale, sia sulle implicazioni nella vita pratica dei fedeli. “Se Cristo ha molto sofferto nella carne per rompere definitivamente con il peccato, anche voi, suoi fedeli, cercate di fare altrettanto; e fatelo, non con gesti dolorosi o traumatici, ma con l’esercizio del comandamento dell’amore reciproco, perciò amatevi degli stessi sentimenti gli uni gli altri”.

Basta il tempo trascorso nel paganesimo a soddisfare le passioni umane e a venerare il feticistico culto degli idoli. I vostri nemici non capiscono la ragione della vostra gioia e della vostra speranza nella fede che avete ricevuta dal Signore Gesù; perciò, si meravigliano che anche voi non corriate, come loro, verso questo “torrente di perdizione”, che li attira, cui essi sono rivolti nella loro insania peccatrice. Ma verrà il giorno della resa dei conti per tutti, quando il Signore ritornerà sulla terra a giudicare i vivi e i morti.

Il giorno della parusia (ritorno del Signore) si avvicina, perciò “fratelli, siate preparati a presentarvi davanti al tribunale del Signore. In quel giorno siate trovati moderati, sobri, caritatevoli, distinti nell’ospitalità reciproca e ferventi nella preghiera. Ogni individuo della comunità ecclesiale è tenuto ad adempiere ai doveri del suo ufficio con dedizione e abnegazione totale. Soltanto seguendo un modello di vita etica virtuosa, come quello delineato da Gesù nel Vangelo, possiamo piacere a Dio, cui appartengono la gloria e la potenza nei secoli dei secoli”. Ogni prova cui è sottoposto il cristiano è da considerarsi come un fuoco purificatore, che libera il cristiano dalle sue colpe. A questo riguardo, l’autore dice: “Beati voi, se venite insultati per il nome di Cristo, perché lo spirito della gloria, che è lo spirito di Dio, riposa in voi! L’importate è che nessuno di voi abbia a soffrire per essere omicida o ladro o malfattore o delatore. Ma se uno soffre come cristiano, beato lui perché glorifica e rende onore a Dio con questo nome! …

Se il giudizio poi inizia proprio da noi, quale sarà la fine di quelli che non obbediscono al vangelo di   Dio? Se il giusto a stento si salverà, cosa sarà dell’empio, del peccatore?”.

Perciò anche i giusti che operano il bene, si rimettano alla volontà del Creatore.

Capitolo Quinto: Esortazioni ai responsabili della comunità e saluto finale

Testo: “Esorto i presbiteri che sono tra di voi, quale presbitero come loro, testimone delle sofferenze di Cristo e partecipe della gloria che si manifesterà: pascete il gregge di Dio a voi affidato, sorvegliandolo non per forza, ma volentieri, secondo Dio; non per vile interesse, ma di buon animo; non spadroneggiando sulle persone a voi affidate, ma facendovi dei modelli del gregge. E quando apparirà il pastore supremo, riceverete la corona della gloria che non appassisce.

Ugualmente, voi giovani, siate sottomessi ai presbiteri. Rivestitevi tutti di umiltà, gli uni verso gli altri perché

Dio resiste ai superbi,

agli umili invece dà la sua grazia.

Umiliatevi dunque, sotto la potente mano di Dio, perché vi esalti nel tempo opportuno, riversando su di lui ogni vostra preoccupazione, perché egli ha cura di voi. Siate sobri, vegliate! Il vostro nemico, il diavolo, come un leone ruggente va in giro, cercando di divorare. Resistetegli saldi nella fede, sapendo che i vostri fratelli, sparsi per il mondo, subiscono le stesse sofferenze.

Il Dio di ogni Grazia, che vi ha chiamati alla sua gloria eterna in Cristo, dopo che avrete sofferto per breve tempo, vi perfezionerà, vi confermerà e vi renderà forti e saldi. A lui la potenza nei secoli. Amen.

Vi ho scritto brevemente, come credo per mezzo di Silvano, fratello fedele per esortarvi e attestarvi che questa è la vera grazia di Dio. In essa state saldi! Vi saluta la comunità che è stata eletta come voi e dimora in Babilonia; e anche Marco, figlio mio. Salutatevi l’un l’altro con il bacio dell’amore fraterno. Pace a voi tutti che siete in Cristo!” (5, 1-14).   

Commento: In questo capitolo il discorso di Pietro è rivolto ai presbiteri, sottintendendo, con questo termine, non soltanto i sacerdoti della gerarchia ecclesiastica, addetti alla celebrazione del culto religioso, ma tutti gli anziani della comunità. “Vi esorto presbiteri che appartenete alla comunità, come anziano presbitero anch’io e testimone delle sofferenze di Cristo e partecipe della sua gloria, pascete il gregge che vi è stato affidato, sorvegliandolo, non con la forza, ma per adesione volontaria, secondo la volontà di Dio”. Essi compiano il loro dovere, non per vile interesse personale, ma con l’animo del buon pastore. Non agiscano coartando la volontà individuale, ma educando i fedeli a diventare modelli di virtù cristiana. Soltanto operando così, “quando apparirà il pastore supremo, riceverete la corona di gloria che non appassisce”.

Poi, rivolgendosi ai giovani, esordisce dicendo: “Voi, giovani, siate sottomessi ai presbiteri (anziani). Rivestitevi tutti di umiltà gli uni verso gli altri perché

Dio resiste ai superbi

Agli umili invece dà la sua grazia.

Umiliatevi sotto la potente mano di Dio, perché vi esalti al tempo opportuno, riversando su di lui ogni vostra preoccupazione perché egli ha cura di voi. Siate sobri e vegliate!”.

Importante è la sua raccomandazione a stare attenti e a vegliare sui comportamenti personali e collettivi, perché il nemico, il diavolo, va in giro come un leone ruggente con le fauci spalancate, pronto ad aggredire e a divorare le sue prede.

Perciò siano forti, preparati e pronti ad affrontarlo con le armi della fede e della grazia di Dio. D’altronde, anche i cristiani delle altre parti del mondo subiscono gli stessi assalti e patiscono le stesse vostre sofferenze che, per altro, sono sofferenze transitorie. Poi, “il Dio di ogni grazia, che vi ha destinati alla sua gloria eterna per mezzo del sacrificio di Cristo, vi perfezionerà, vi confermerà e vi renderà forti e saldi”.

Poi vengono i saluti finali, nei quali riemergono due figure, Silvano e Marco, che ci sono già note da altri testi evangelici: gli Atti degli Apostoli e l’epistolario paolino. Inoltre, il testo dice che la lettera parte da “Babilonia”, simbolo negativo di Roma, città essenzialmente pagana. Questa era l’immagine che gli antichi cristiani avevano dell’allora capitale del mondo (Caput Mundi).

La lettera di San Giacomo

Posted By Felice Moro on Ottobre 22nd, 2022

Dopo l’epistolario di S. Paolo e la Lettera agli Ebrei, nel Nuovo Testamento sono presentati sette documenti che generalmente prendono il nome di “Lettere Cattoliche”, cioè Lettere destinate alla Chiesa universale sparsa nel mondo. Il primo che incontriamo di questi documenti è proprio la Lettera di Giacomo, che ci accingiamo a presentare.

Capitolo Primo: Le prove della fede e la vera religiosità

Testo: “Giacomo, servo di Dio e del Signore Gesù Cristo, alle dodici tribù che sii trovano nella dispersione, salute! Considerate grande gioia, miei fratelli, quado subite ogni sorta di prova, sapendo che la prova della vostra fede produce la pazienza. E la pazienza completi l’opera sua in voi, perché siate perfetti e integri, senza mancare di nulla.

Se qualcuno di voi manca di sapienza, la domandi a Dio, che dona a tutti con semplicità e non fa rimproveri, e gli sarà data. La domandi però con fede, senza esitare, perché chi esita somiglia all’onda del mare mossa e agitata dal vento. Un uomo del genere non pensi di ricevere qualcosa dal Signore, essendo come sdoppiato interiormente e instabile in tutte le sue azioni” (1, 1-8).

Commento: L’autore, Giacomo, si qualifica come servo di Dio e del Signore Gesù Cristo, che rivolge il suo appello alla fede ai cristiani di origine giudaica delle dodici tribù d’Israele, dispersi nella diaspora degli Ebrei nel mondo. Egli invita i credenti ad essere pazienti nell’ora della prova, delle dure prove che il credente deve continuamente affrontare. Le prove producono la pazienza e la pazienza completa l’opera del Signore che rendendoci “perfetti e integri, senza mancare di nulla”. Se poi qualcuno si accorge che gli manca la sapienza necessaria (per superare le prove), la domandi al Signore (che non fa rimproveri) e gli sarà data. La domanda però dev’essere fatta con fede e in modo forte e sicuro, senza tentennamenti altalenanti che fanno pensare all’instabilità oscillante dell’onda marina.

Testo: “Il fratello di umili condizioni si rallegri di essere innalzato, il ricco, invece, di essere abbassato, poiché come u fiore d’erba passerà. Infatti, sorge il sole con il suo ardore e fa seccare l’erba e il suo fiore cade, e la bellezza del suo aspetto svanisce. Così anche il ricco appassirà nelle sue imprese.

Beato l’uomo che sopporta la tentazione perché, dopo averla superata, riceverà la corona della vita che il Signore ha promesso a quelli che lo amano.

Nessuno, quando è tentato, dica: “Sono tentato da Dio” perché Dio non può essere tentato dal male e non tenta nessuno al male. Ciascuno piuttosto è tentato dalla propria concupiscenza, che lo attrae e lo seduce.

La Concupiscenza, poi, concepisce e genera il peccato, e il peccato, una volta compiuto, produce la morte.

Non lasciatevi ingannare, fratelli carissimi! Ogni buon regalo e ogni dono perfetto vengono dall’alto e discendono dal padre della luce, nel quale non c’è variazione, né ombra di cambiamento. Di sua volontà egli ci ha generati con una parola di verità, perché noi fossimo come la primizia delle sue creature.

Lo sapete, fratelli miei carissimi: ciascuno sia pronto ad ascoltare, lento a parlare, lento all’ira. Perché l’ira dell’uomo non compie ciò che è giusto davanti a Dio. Perciò, deponendo ogni impurità e ogni eccesso di malizia, accogliete con docilità la parola che è stata seminata in voi e che può salvare le vostre anime. Siate esecutori della parola, non soltanto ascoltatori, ingannando voi stessi. Perciò se uno è ascoltatore della parola e non esecutore, somiglia a un uomo che osserva il proprio volto nello specchio: appena si è osservato, se ne va e subito dimentica com’era. Chi invece fissa lo sguardo sulla legge perfetta, la legge della libertà e le resta fedele, non come un ascoltatore distratto, ma come un esecutore concreto, questi troverà la sua felicità nell’eseguirla.

Se qualcuno pensa di essere religioso, ma non frena la lingua e inganna così il suo cuore, la sua religione è vana. Religione pura e senza macchia davanti a Di Padre è questa: visitare gli orfani e le vedove nelle loro afflizioni e conservarsi puri dal mondo” (1, 9-27).

Commento: Qui l’apostolo Giacomo dà una serie di consigli utili al credente per essere graditi al Signore.  Per esempio, egli dice:  chi proviene da umili condizioni si rallegri perché nel regno sarà innalzato, mentre il ricco sarà abbassato; come un fiore d’erba che sarà essiccato dal sole, così il ricco appassirà nelle sue imprese; beato l’uomo che sopporta pazientemente la tentazione perché, una volta superata la difficoltà, riceverà dal Signore la corona della vita che Egli ha promesso a quelli che lo amano; quando ciascuno  riceve l’assalto della tentazione, nessuno si giustifichi dicendo: ”Sono stato tentato da  Dio” perché “Dio non può essere tentato dal male e non tenta nessuno al male”; è la concupiscenza della carne che genera in noi il peccato e questo produce la morte; pertanto l’autore avverte i fratelli: non lasciatevi ingannare dalle fallaci seduzioni della carne, che generano il peccato e la morte spirituale; perciò siate forti a resistere alle sue ammalianti insidie che preludono ai suoi attacchi malefici. Ogni dono che abbiamo è un regalo che viene dall’alto, dal Padre della luce. Di sua volontà egli ci ha generati con una parola di verità perché fossimo come una primizia delle sue creature. Per prepararsi degnamente a ricevere il merito di questa primizia, Giacomo esorta: “Fratelli carissimi, ciascuno sia pronto ad ascoltare, lento a parlare, lento all’ira perché questa impedisce di compiere ciò che è giusto davanti a Dio. Perciò, deponendo ogni impurità e ogni eccesso di malizia, accogliete la parola che è stata seminata in voi e che può salvare le vostre anime. Siate esecutori della parola, non semplici ascoltatori, ingannando voi stessi perché, se uno è un semplice ascoltatore e non esecutore della parola, somiglia a colui che si guarda nello specchio: appena ha finito di guardarsi e si volge altrove, dimentica i connotati del suo volto. Chi, invece, fissa il suo sguardo sulla legge perfetta, la legge della libertà, e le resta fedele, non come ascoltatore astratto, ma come esecutore concreto, troverà la sua felicità nella sua applicazione pratica”.

A conclusione del capitolo, un’osservazione complementare a tutto il discorso nel suo complesso: chi crede di essere religioso e non frena la lingua ingannando se stesso, la sua religione è vana. La religione pura e senza macchia davanti a Dio Padre è questa: visitare gli orfani e le vedove nelle loro sofferenze e conservarsi puri e incontaminati dai mali del mondo!

Capitolo Secondo: Fede e opere

Testo: “Fratelli miei, non mescolate a favoritismi personali la vostra fede nel Signore nostro Gesù Cristo, Signore della gloria. Infatti, se entra in una vostra assemblea qualcuno con un anello d’oro al dito, vestito splendidamente, ed entra anche un povero con un vestito logoro e voi vi rivolgete a chi è vestito splendidamente e gli dite: “Tu siediti qui comodamente” e al povero dite: “Tu mettiti in piedi lì”, oppure: “siediti ai piedi del mio sgabello”, non avete fatto voi stessi preferenze e non siete divenuti giudici dai pensieri perversi?

Ascoltate, fratelli miei carissimi: Dio non ha forse scelto i poveri agli occhi del mondo perché fossero ricchi nella fede ed eredi del regno che egli ha promesso a quelli che lo amano? Voi, invece, avete disprezzato il povero! Non sono forse i ricchi che vi tiranneggiano e vi trascinano nei tribunali? Non sono essi che bestemmiano il bel nome che è stato invocato su di voi? Certo, se voi adempite la legge regale secondo la Scrittura: Amerai il tuo prossimo come te stesso, fate bene. Ma se fate favoritismi personali, commettete un peccato e siete accusati dalla legge come trasgressori. Poiché chiunque osservi tutta la legge, ma la trasgredisca anche in un punto solo, diventa colpevole di tutto. Infatti, colui che ha detto: Non commettere adulterio, ha detto anche Non uccidere.

Ora se tu non commetti adulterio, ma uccidi, ti rendi trasgressore della legge. Parlate e agite come persone che saranno giudicate secondo una legge di libertà. Il giudizio, infatti, sarà senza misericordia contro chi non ha usato misericordia; la misericordia invece avrà sempre la meglio nel giudizio” (2, 1-13).

Commento: Giacomo avverte forte il problema delle disparità sociali all’interno delle varie comunità. Per lui è inaccettabile la parzialità dei comportamenti sociali che venivano praticati anche all’interno delle prime comunità cristiane, tra i ricchi e i poveri, con evidenti privilegi a favore dei primi e molte discriminazioni nei confronti dei secondi. Se uno veste un abito di lusso e porta un anello d’oro al dito (egli dice) non per questo può accampare diritti a godere di privilegi rispetto ai poveri, laceri e indigenti. I capi e gli organizzatori delle cerimonie cultuali hanno il dovere e la responsabilità di non commettere questi errori. Per evitare l’insidia di cadere in errore, basta ricordare e applicare sempre la legge dell’amore del prossimo, che Gesù ha insegnato in vita e che Matteo ribadisce nel suo Vangelo.

La situazione appare paradossale perché, mentre Dio ha scelto i poveri “perché fossero ricchi nella fede ed eredi del regno, mentre voi (destinatari della missiva) avete disprezzato il povero” e privilegiato i ricchi che vi tiranneggiano e bestemmiano il bel nome invocato su di voi”. Per invertire i parametri dei vostri comportamenti dovete smettere di fare favoritismi personali e applicare la legge che stabilisce la Scrittura: Amerai il prossimo tuo come te stesso; e tale Legge impone che essa sia applicata tutta per intero, non soltanto in alcune parti; pertanto, se non commetti adulterio perché è peccato, non devi neanche uccidere perché è peccato allo stesso modo. Infatti, se non commetti adulterio, ma uccidi, diventi trasgressore di tutta la leggeper intero.

Testo: “A che cosa servirebbe, fratelli miei, se uno dicesse di avere fede, ma non avesse le opere? Forse che quella fede potrebbe salvarlo? Se un fratello o una sorella sono senza vestiti e sprovvisti di cibo quotidiano e uno di voi dice loro: “Andate in pace, riscaldatevi e saziatevi” ma non date loro il necessario per il corpo, a che cosa serve? Così anche la fede: se non ha delle opere, è in se stessa morta. Al contrario, uno potrebbe dire: “Tu hai la fede e io ho delle opere”. Mostrami la tua fede senza le opere, e dalle mie opere io ti mostrerò la mia fede. Tu credi che c’è un Dio solo? Fai bene: anche i demoni credono e tremano! Ma vuoi capire, o insensato, che la fede senza le opere è infruttuosa? Abramo, nostro padre non fu forse giustificato per le opere, quando offrì Isacco suo figlio, sull’altare? Vedi che la fede agiva insieme alle sue opere, e che per le opere fu resa perfetta. Si compì così la Scrittura che dice: E Abramo ebbe fede in Dio e ciò gli fu accreditato come giustizia, e fu chiamato amico di Dio. vedete che l’uomo viene giustificato per le opere e non soltanto per la fede. Così anche Raab, la meretrice, non venne giustificata per le opere, avendo ospitato e poi fatto ripartire per un’altra strada gli esploratori? Infatti, come il corpo senza spirito è morto, così anche la fede senza le opere è morta” (2, 14-26)

Commento: “La fede, senza le opere, è morta”. Questo è il concetto principale del discorso in questo passaggio della lettera di Giacomo Egli fa un esempio pratico molto concreto: Se si presentasse un individuo lacero o senza vestiti e affamato e noi gli dicessimo: Vai in pace, riscaldati e saziati e non lo soccorressimo dei mezzi di cui ha bisogno immediato e concreto, dove sarebbe la nostra carità? A che cosa servirebbe la nostra fede? Si tratta di un concetto essenziale della fede cristiana, più volte affrontato anche da Paolo nel suo epistolario. Entrambi partono dal fondamento biblico del libro della Genesi (15, 5-6) dove Dio disse ad Abramo: “Guarda in cielo e conta le stelle, se riesci a contarle …Tale sarà la tua discendenza; Egli credette al Signore che glielo accreditò come giustizia”.  

Sì, Abramo ebbe fede nella parola di Dio, ma accanto alla fede, egli poté esibire anche le opere perché, al comando di Dio, era pronto a sacrificare il figlio Isacco sull’altare dell’olocausto già pronto. Quindi l’uomo è giustificato per le opere e non soltanto per la fede.

Capitolo Terzo: La vera speranza

Testo: “Fratelli miei, non siate in molti a farvi maestri, sapendo che riceveremo un giudizio più severo: tutti, infatti, manchiamo in molte cose. Se uno non manca nel parlare, è un uomo perfetto, capace di tenere a freno tutto il corpo. Quando mettiamo il morso in bocca ai cavalli perché ci obbediscano, possiamo dirigere anche tutto il loro corpo. Ecco, anche le navi, benché siano così grandi e vengano spinte da forti venti, sono guidate da un piccolissimo timone dovunque vuole chi le manovra. Così anche la lingua. È un piccolo membro e può vantarsi di grandi cose. Ecco, un fuoco tanto piccolo, quale grande foresta può incendiare! E la lingua è un fuoco, è il mondo dell’iniquità. La lingua è posta tra le nostre membra e contamina tutto il corpo e incendia il corso della vita, traendo la sua fiamma dalla Geenna. Infatti, ogni sorta di uccelli direttili e di esseri marini sono domati dalla razza umana, ma la lingua nessun uomo la può domare: essa è un male ribelle, è piena di veleno mortale. Con essa benediciamo il Signore e Padre e con essa malediciamo gli uomini fatti a somiglianza di Dio. E’ dalla stessa bocca che escono benedizione e maledizione. Non dev’essere così, fratelli miei! Forse la sorgente può far sgorgare dallo stesso getto acqua dolce e amara? Può forse, miei fratelli, un albero di fichi produrre olive o una vite produrre fichi? Neppure una sorgente salata può produrre acqua dolce.

Chi è saggio e accorto tra voi? Mostri con la buona condotta le sue opere ispirate a saggia mitezza. Ma se avete nel vostro cuore gelosia amara e spirito di contesa, non vantatevi e non mentite contro la verità! Non è questa la sapienza che viene dall’alto: è terrena, carnale, diabolica; poiché dove sono gelosia e spirito di contesa, là sono anche disordine e ogni sorta di cattive azioni. La sapienza che viene dall’alto, invece, è anzitutto pura; poi pacifica, mite, arrendevole, piena di misericordia e di buoni frutti, senza parzialità, senza ipocrisia. Un frutto di giustizia viene seminato nella pace per quelli che fanno opera di pace” (3, 1-18).    

Commento: Nei capitoli 3 e 4 Giacomo rivela la sua competenza sapienziale, ispirata da alcuni testi del Vecchio Testamento, come Sapienza, Siracide, Proverbi, Qohelèt, dove vengono indicati percorsi di vita auspicabili, che esaltano le virtù e combattano i vizi della natura umana. La lingua è un piccolo organo del corpo umano, che può fare grandi cose, ma anche cose orribili. Quando è impiegata per dare buoni consigli al prossimo, consolare gli afflitti o recitare le preghiere al Signore, fa un servizio onorevole che reca amore, carità e conforto umano, questa è la buona lingua; quando essa è usata per disprezzare, calunniare o maledire gli uomini, questa è la cattiva lingua.  Chi è saggio sa discernere l’uso benevolo della lingua, dal suo uso malevolo.

Chi è saggio sa usare la buona lingua perché “ispirato dalla sapienza che viene dall’alto”; chi usa la mala lingua è spinto “dalla sapienza terrena, carnale, diabolica”.

Capitolo Quarto: Alcune norme di comportamento

Testo: “Da che cosa derivano le guerre e le liti che sono in mezzo a voi? Non vengono forse dalle vostre passioni, che si combattono nelle vostre membra? Bramate e non riuscite a possedere, uccidete, siete invidiosi e non riuscite ad ottenere; combattete e fate guerra. Non avete, perché non chiedete; chiedete e non ottenete, perché chiedete male, per spendere per i vostri piaceri. Gente infedele! Non sapete che l’amicizia del mondo è inimicizia nei confronti di Dio?

Chi, dunque, vuole essere amico del mondo, si rende nemico di Dio. O forse pensate che la Scrittura dichiari invano: fino alla gelosia ci ama lo Spirito che egli ha fatto abitare in noi? Ci dà anzi una grazia più grande: per questo dice: Dio resiste ai superbi/agli umili invece dà la sua grazia.

Sottomettetevi dunque a Dio; resistete al diavolo, ed egli fuggirà da voi. Purificate le vostre mani, o peccatori, e santificate i vostri cuori, o irresoluti. Gemete sulla vostra miseria, fate lutto e piangete; il vostro riso si muti in lutto e la vostra allegria in tristezza. Umiliatevi davanti al Signore, ed egli vi esalterà.

Non dite male gli uni degli altri, fratelli. Chi dice male del fratello o giudica il fratello, parla contro la legge e giudica la legge. E se tu giudichi la legge, non sei più uno che osserva la legge, ma uno che la giudica.

Ora, uno solo è il legislatore e giudice, colui che può salvare o mandare in rovina; ma chi sei tu che tifai giudice del tuo prossimo?

E ora a voi, che dite: “Oggi o domani andremo nella tal città e vi passeremo un anno e faremo affari e guadagni”, mentre non sapete quale sarà la vostra vita domani! Siete, infatti, come vapore che appare per un istante e poi scompare. Dovreste dire invece: “Se il Signore vorrà, vivremo e faremo questo o quello”.

Ora, invece, vi vantate nella vostra arroganza: ogni vanto di questo genere è iniquo. Chi, dunque, sa fare il bene e non lo compie, commette peccato” (4, 1-17).

Commento: In questo capitolo continua la narrazione della competenza sapienziale di Giacomo. “Siete sempre alle prese con un’attività dissennata, egli dice, alimentata dalle vostre bramosie di possesso e per dare sfogo alle vostre passioni irrazionali, per cui annegate nei vizi: uccidete, siete invidiosi, combattete e fate guerre, annegate nella ricerca affannosa di piaceri; cercate, in ogni modo, i piaceri di questo mondo, che a voi piacciono e seducono perché soddisfano e vostre appetizioni sensuali, non piacciono a Dio; allora accade che, chi è amico del mondo, è nemico di Dio e viceversa. Perciò bisogna scegliere da che parte stare: o con Dio o con il mondo.

Ma la Scrittura dice che lo Spirito che Dio ha infuso in noi, ci ama di un amore geloso, per cui non tollera che l’amore di Dio sia in competizione con gli “appetiti della carne”, direbbe San Paolo.

Il suo consiglio: “Sottomettetevi a Dio; resistete al diavolo e egli fuggirà da voi. Avvicinatevi a Dio ed egli avvicinerà a voi. Purificate le vostre mani, peccatori, santificate i vostri cuori … Non dite male gli uni degli altri, non giudicate a vostro arbitrio; uno solo è il legislatore e giudice per tutti.

Sete avete in mente tanti progetti sulle cose da fare, siate prudenti: premettete sempre la condizione prudenziale: Se il Signore vorrà …”.

Capitolo Quinto: Avvertimento ai ricchi e attesa del Signore nella pazienza e nella preghiera

“E ora a voi, ricchi: piangete e lamentatevi per le sciagure che si abbatteranno su di voi! Le vostre ricchezze sono marcite, le vostre vesti sono state divorate dalle tarme. Il vostro oro e il vostro argento sono stati divorati dalla ruggine, la loro ruggine si leverà a testimonianza contro di voi e divorerà le vostre carni come un fuoco. Avete accumulato tesori per gli ultimi giorni! Ecco, il salario da voi defraudato ai lavoratori, che hanno mietuto le vostre terre, grida, e le proteste dei mietitori sono giunte agli orecchi del Signore degli eserciti. Avete gozzovigliato sulla terra e vi siete saziati di piaceri. Vi siete ingrassati per il giorno del massacro. Avete condannato e ucciso il giusto ed egli non può opporre resistenza.

Siate dunque pazienti, fratelli, fino alla venuta del Signore. guardate l’agricoltore: egli aspetta pazientemente il prezioso frutto della terra finché abbia ricevuto le piogge d’autunno e le piogge di primavera. Siate pazienti anche voi, rinfrancate i vostri cuori, perché la venuta del Signore è vicina. Non lamentatevi, fratelli, gli uni degli altri, per non essere giudicati; ecco il giudice è alle porte. Prendete, fratelli, a modello di sopportazione e di pazienza i profeti che parlarono nel nome del Signore. ecco, noi chiamiamo beati quelli che hanno sopportato con pazienza. Avete udito parlare della pazienza di Giobbe e conoscete la sorte finale che gli riservò il Signore, perché il Signore è ricco di misericordia e di compassione.

Soprattutto, fratelli miei, non giurate, né per il cielo, né per la terra, né per qualsiasi altra cosa; ma il vostro sì sia sì, e il vostro no, sia no, per non incorrere nella condanna.

Chi tra di voi è nel dolore, preghi; chi è nella gioia canti inni di lode. Chi è malato, chiami a sé il presbitero della chiesa ed essi preghino su di lui, dopo averlo unto con olio, nel nome del Signore. e la preghiera fatta con fede salverà il malato: il Signore lo rialzerà e, se ha commesso peccati, gli saranno perdonati. Confessate perciò i vostri peccati gli uni agli altri per essere guariti. Molto vale la preghiera del giusto fatta con insistenza. Elia era un uomo della nostra stessa natura: pregò intensamente che non piovesse e non piovve sulla terra per tre anni e sei mesi. Poi pregò di nuovo e il cielo diede la pioggia e la terra produsse il suo frutto. Fratelli miei, se uno di voi si allontana dalla verità e un altro ve lo riconduce, costui sappia che chi riconduce un peccatore dalla via dell’errore, salverà la sua vita dalla morte e coprirà una moltitudine di peccati” (5, 1-20).  

Commento:Il capitolo ha un incipit poco buono perché prevede conseguenze funesto nei confronti dei ricchi, colpevoli di aver accumulato le loro ricchezze, sottraendole, in modo maldestro, ai giusti diritti dei lavoratori. Quando egli dice: “Voi, ricchi, piangete e lamentatevi per le sciagure che si abbatteranno su di voi”, fa una previsione di condanna terribile, senza appello, per questa categoria sociale, che si è arricchita con l’erosione di quote di salario dovute ai lavoratori. Questi hanno faticato duramente dissodando i loro campi e mietendo le loro messi. Ma “Voi avete gozzovigliato sulla terra, vi siete saziati di piaceri, vi siete ingrassati per il giorno del massacro”.

Sono accuse terribili che fanno tremare i polsi e scuotono l’anima del credente, che confida nell’indulgenza e nella misericordia che ha il Signore nei confronti dei peccatori. Comunque, è una pagina che ha un’incisività concettuale e plastica particolare, capace di suscitare nel lettore una viva emozione di ravvedimento, ma anche di terrore.

Meno male che il concetto del capoverso seguente suggerisce all’autore più miti consigli nei confronti del peccatore. Meno male che un’ancora di salvezza c’è ancora: basta attendere con pazienza la venuta del Signore. Il modello d’identificazione di quest’infinita pazienza è indicato nella figura di Giobbe, capace di sopportare tutte le prove dell’esistenza, comprese quelle più dure, fino a quando il Signore, riconoscendo i suoi meriti, lo salverà.

In seguito, c’è l’invito ai cristiani di evitare il giuramento. “Fratelli miei, non giurate né per il cielo, né per la terra, né per qualsiasi altra cosa; ma il vostro sì sia sì; il vostro no, sia no, per non incorrere nella condanna”. Risuona qui l’eco dello stesso giudizio e delle stesse parole del Vangelo di Matteo (5, 34-37), quando dichiara: Non giurate affatto: né per il cielo, né per la terra, né per Gerusalemme, né per la tua testa … Ma il vostro atteggiamento sia sempre netto, dicendo: sì, sì oppure no, no”.

Poi l’Apostolo dà una serie di consigli comportamentali: “Chi è nel dolore, preghi! Chi è nella gioia, canti inni di lode! Chi è malato, chiami il presbitero che lo ungerà con l’olio della misericordia, accompagnandolo con la preghiera e il Signore lo rialzerà! Confessate i peccati gli uni agli altri e pregate insieme per essere guariti”. Cita il profeta Elia, un uomo come noi, che prima pregò il cielo che non piovesse e non piovve per tre anni; poi pregò per la pioggia, la pioggia venne e fecondò la terra che diede i suoi frutti; infine, il consiglio più importante per l’amore del prossimo: se uno vede che un fratello sbaglia perché magari ha smarrito la strada, lo corregga e cerchi di riportarlo nella strada giusta. Infatti, “chi riconduce un peccatore dalla via dell’errore, salverà la sua vita dalla morte e coprirà una moltitudine di peccati”. Lo stesso consiglio di correzione fraterna è solito darlo anche San Paolo nelle sue Lettere. C’è poi da notare che questo consiglio conclude il documento, senza mandare saluti a nessuno, come ci si sarebbe aspettati a conclusione di una lettera come questa.

Lettera agli Ebrei

Posted By Felice Moro on Ottobre 22nd, 2022

Nell’organizzazione sistematica dei documenti del Nuovo Testamento, subito dopo l’esposizione delle lettere dell’epistolario paolino, è posta la Lettera agli Ebrei. Non è indicato l’autore, perciò non si sa chi l’abbia scritta. Dal punto di vista dei contenuti, essa non manca di legami ideologici, teologici e dottrinali con la letteratura delle opere paoline, ma il pensiero e lo stile narrativo sono completamente diversi. Inoltre, anche se come destinatari espliciti sono indicati gli Ebrei, i veri destinatari non potevano essere gli Ebrei integralisti della tradizione giudaica, nemici giurati di Cristo e del cristianesimo; si pensa, piuttosto, che fossero i membri delle prime comunità giudeo-cristiane; quelli convertiti dagli apostoli Pietro, Giacomo, Giovanni e gli anziani della Chiesa madre di Gerusalemme, che predicavano il Vangelo in Giudea, in Samaria e nei restanti territori della Palestina, mentre Paolo evangelizzava i Pagani dell’Asia Proconsolare romana, della Macedonia e dell’Acaia.

Il documento, scritto in lingua greco-ellenistica, elegante è scorrevole, è un capolavoro di letteratura teologica. Si tratta di una grande omelia che contiene un biglietto (13, 22-24), al cui centro domina la figura di Cristo, profeta della nuova alleanza tra Dio e l’uomo. Cristo è la guida dell’uomo nell’esistenza terrena. Chi crede in lui, abbraccia la sua croce e cammina nelle sue vie, in premio avrà la vita eterna. Infatti, la vera patria del cristiano non è nel suo breve e sofferto soggiorno quaggiù sulla terra, ma oltre le dimensioni del tempo e dello spazio fisico, in una dimora che Dio ha riservato ai suoi eletti, ai giusti di questo mondo.

Capitolo primo

Dio ha parlato per mezzo del Figlio Gesù

Testo: “Dio, che aveva parlato nei tempi antichi molte volte e in diversi modi ai padri per mezzo dei profeti, ultimamente, in questi giorni, ha parlato a noi per mezzo del Figlio, che ha costituito erede di tutte le cose e per mezzo del quale ha fatto anche il mondo. Questi, poiché è irradiazione della sua gloria e impronta della sua sostanza e tutto sostiene con la parola della sua potenza, dopo aver compiuto la purificazione dei peccati, si è assiso alla destra della maestà divina nell’alto dei cieli, ed è diventato tanto superiore agli angeli, quanto più eccellente del loro è il nome che ha ereditato.

Infatti, a quale degli angeli Dio ha mai detto:

Tu sei mio figlio, oggi ti ho generato?

E ancora:

Io sarò per lui padre ed egli sarà per me figlio?

E invece, quando introduce il primogenito nel mondo, dice:

Lo adorino tutti gli angeli di Dio.

Mentre degli angeli dice:

Fa diventare i suoi angeli come venti,

e i suoi ministri come fiamma di fuoco,

del Figlio invece afferma:

il suo trono, Dio, sta in eterno

e:

scettro giusto è lo scettro del tuo regno;

hai amato la giustizia e odiato l’iniquità

perciò Dio, il tuo Dio, ti ha consacrato

con olio di esultanza a preferenza dei tuoi compagni.

E ancora:

Tu, Signore, in principio hai fondato la terra

e opera delle tue mani sono i cieli.

Essi periranno, ma tu rimani;

invecchieranno tutti come un vestito.

Come un mantello li avvolgerai,

come un abito, e saranno cambiati;

ma tu rimani lo stesso, e i tuoi anni non avranno fine.

A quale degli angeli, poi, ha mai detto:

Siedi alla mia destra,

finché io non abbia posto i tuoi nemici sotto i tuoi piedi?

Non sono essi tutti spiriti incaricati di un ministero,

inviati per servire quelli che erediteranno la salvezza?” (1,1-14).

Commento: Questo primo capitolo costituisce il prologo all’intero documento. Esso contiene una sintesi di tutta la storia della salvezza. Nei tempi antichi Dio aveva parlato più volte all’uomo, attraverso la parola ispirata ai profeti dell’Antico Testamento; ma negli ultimi tempi ha fatto la sua rivelazione più clamorosa, inviando il suo unico Figlio, Gesù Cristo, definito “irradiazione della sua gloria e impronta della sua sostanza” divina. Egli ha portato l’uomo alla salvezza, insegnandogli la via della purificazione dai peccati. Dopo aver compiuto la sua missione terrena, egli è asceso nell’alto dei cieli, dove siede alla destra di Dio, Padre onnipotente, al di sopra di tutte le gerarchie angeliche. L’autore vuole esaltare Cristo come Dio e come uomo. Per dimostrare la sua superiorità, anche rispetto alle gerarchie angeliche, ricorre a una serie di citazioni bibliche veterotestamentarie, nelle quali prevalgono le citazioni dei Salmi, alle quali si aggiungono due passi, l’uno tratto dal profeta Natan e destinato a Davide “Io gli sarò padre ed egli mi sarà figlio”; l’altro tratto dal Deuteronomio. Le citazioni sono state attinte, per la prima volta, dalla versione del testo dei Settanta, scritto in lingua greco-ellenistica, utilizzata dalle prime comunità cristiane per leggere gli eventi del Nuovo Testamento in connessione con le previsioni fatte dai profeti dell’Antico Testamento.

Questo fatto dimostra come i fondatori delle prime comunità cristiane leggessero e interpretassero i fatti dell’A.T. alla luce della rivelazione di Cristo: il cristianesimo, quindi, sarebbe stato l’avveramento storico delle profezie dei profetti dell’A.T.- La Legge, gli atti e tutto l’armamentario giuridico, etico e dottrinale dei decreti di Mosè, in passato avevano avuto valore provvisorio, in attesa della venuta del Messia; ma, dopo la missione e il sacrificio di Cristo, essi decadono e perdono valore. Il Vangelo di Gesù, con il messaggio di amore “ama il prossimo tuo come te stesso”, se non annulla l’antica Legge, certamente la supera e la completa in tutta la sua portata formale e sostanziale perché, ormai, a Cristo è affidata la salvezza di ogni uomo. Questo è un imperativo morale che fa riflettere l’uomo di tutti i tempi sulle sue responsabilità individuali e collettive di ciascuno di noi nei confronti di Dio e del mondo.

Capitolo secondo

Gesù, solidale con gli uomini, suoi fratelli.

Testo: “Per questo bisogna che ci applichiamo con maggiore impegno alle cose che abbiamo udite, per non andare fuori strada. Se, infatti, la parola trasmessa per mezzo degli angeli si è dimostrata salda, e ogni trasgressione e disobbedienza ha ricevuto una giusta punizione, come potremo scampare noi, se trascuriamo una salvezza così grande? Questa, infatti, dopo essere stata promulgata all’inizio dal Signore, è stata confermata in mezzo a noi da quelli che l’avevano udita, mentre Dio ne dava testimonianza nello stesso tempo con segni, prodigi, miracoli d’ogni genere e doni dello Spirito Santo, distribuiti secondo la sua volontà.

Non certo a degli angeli egli ha assoggettato il mondo futuro, del quale parliamo. Anzi, qualcuno in un passo ha testimoniato:

Che cos’è l’uomo perché ti ricordi di lui,

o figlio dell’uomo perché te ne curi?

Di poco l’hai fatto inferiore agli angeli,

di gloria e di onore l’hai coronato

e hai posto ogni cosa sotto i suoi piedi.

Avendogli assoggettato ogni cosa, nulla ha lasciato che non gli fosse sottomesso. Tuttavia, al presente non vediamo ancora che ogni cosa sia a lui sottomessa. Però quel Gesù, che fu fatto di poco inferiore agli angeli, lo vediamo coronato di gloria e di onore a causa della morte che ha sofferto, perché per la grazia di Dio egli provasse la morte a vantaggio di tutti” (2, 1-9).

 Commento: Dopo aver formulato la sua tesi dominante sulla centralità della figura di Cristo nel mistero della redenzione, l’autore cerca di esortare i fedeli a aderire all’annuncio del nuovo messaggio con maggiore convinzione. Se in passato gli Ebrei, che avevano disobbedito alla Legge mosaica, sono stati severamente puniti, questo dev’essere un severo monito per i cristiani, affinché non commettano lo stesso errore dei loro antenati Ebrei per distrazione o scarso impegno nella fedeltà alla parola e all’esempio di Gesù.

Testo: “Ed era ben giusto che colui, per il quale e mediante il quale esistono tutte le cose, volendo portare molti figli alla gloria, rendesse perfetto, per mezzo delle sofferenze, il capo che li guida alla salvezza. Infatti, colui che santifica e quelli che sono santificati provengono tutti da una stessa origine; per questo non si vergogna di chiamarli fratelli, dicendo:

 Annunzierò il tuo nome ai miei fratelli,

in mezzo all’assemblea canterò le tue lodi;

e ancora:

io metterò la mia fiducia in lui;

e inoltre:

Ecco me e i figli che Dio mi ha dato.

Poiché, dunque, i figli hanno in comune il sangue e la carne, anch’egli allo stesso modo ne è divenuto partecipe, per ridurre all’impotenza, mediante la morte, colui che della morte ha il potere, cioè il diavolo e liberare così quelli che per timore della morte erano soggetti a schiavitù per tutta la vita. Egli, infatti, non si prende cura degli angeli, ma della stirpe di Abramo si prende cura. Perciò doveva rendersi in tutto simile ai fratelli, per diventare sommo sacerdote misericordioso e degno di fede nelle cose che riguardano Dio, allo scopo di espiare i peccati del popolo. Infatti, per essere stato messo alla prova e avere sofferto personalmente, è in grado di venire in aiuto a quelli che subiscono la prova” (2, 10-18).

Commento: Alla luce della fedeappare giusto che Cristo,nella sua veste di mediatore tra Dio e l’uomo, volendo portare tutti gli uomini alla salvezza, abbia reso perfetta la sua vita, incarnandosi in una creatura terrena; abbia insegnato e testimoniato la verità e abbia sofferto le pene della passione e della morte in croce con le più atroci sofferenze umane. Chi predica un modello di vita perfetta, per essere coerente e credibile, dev’essere anche lui perfetto. Chi vuole salvare i suoi fratelli, accomunati a lui nel “sangue e nella carne”, deve farsi solidale con loro,condividendone la sorte, la fragilità, la precarietà e l’inevitabile approdo alla sofferenza e alla morte. Ma i dolori, i patimenti e le sofferenze della vita hanno anche un motivo di speranza nella redenzione, che Gesù ha reso alla portata di tutti i credenti in lui e nella sua parola.

Il Figlio di Dio fattosi uomo, essendo membro di entrambe le famiglie, quella divina e di quella umana, è il migliore sacerdote dell’umanità. Egli è l’interprete più qualificato per sottrarre l’uomo alla sua ferina condizione esistenziale e introdurlo nel regno dello spirito, con la promessa di un premio incommensurabile nella vita eterna. Da qui l’esortazione dell’autore del testo ai fratelli cristiani, affinché conducano una vita santa.

Capitolo terzo

Gesù, sommo sacerdote degno di fede

Testo: “Perciò, fratelli santi, partecipi di una vocazione celeste, fissate lo sguardo su Gesù, l’apostolo e il sommo sacerdote della fede che noi professiamo, il quale è degno di fede presso colui che l’ha costituito, come lo fu anche Mosè in tutta la sua casa. Ma in confronto a Mosè, egli è stato giudicato degno di una gloria tanto maggiore, quanto l’onore del costruttore della casa supera quello della casa stessa.

Ogni casa, infatti, viene costruita da qualcuno; ma colui che ha costruito tutto è Dio. In verità, Mosè fu degno di fede in tutta la sua casa come servitore, per rendere testimonianza di ciò che doveva essere annunziato più tardi. Cristo, invece, lo fu come figlio costituito sopra la sua casa. E la sua casa siamo noi, se conserviamo la libertà e la speranza di cui ci vantiamo.

Per questo, come dice lo Spirito Santo:

Oggi, se udite la sua voce,

non indurite i vostri cuori

come nel giorno della ribellione,

il giorno della tentazione nel deserto,

dove i vostri padri mi tentarono

mettendomi alla prova,

pur avendo visto per quarant’anni le mie opere.

Perciò mi disgustai di quella generazione

e dissi: hanno sempre il cuore sviato,

non hanno conosciuto le mie vie.

Così ho giurato nella mia ira:

Non entreranno nel mio riposo!

Guardate, fratelli, che non si trovi in nessuno di voi un cuore perverso e senza fede, che si allontani dal Dio vivo. Esortatevi, piuttosto, a vicenda ogni giorno, finché risuona questo oggi, perché nessuno di voi si indurisca sedotto dal peccato. Siamo diventati, infatti, partecipi di Cristo a condizione di mantenere salda, fino alla fine, la fermezza che abbiamo avuta da principio. Quando si dice:

Oggi, se udite la mia voce,

non indurite i vostri cuori

come nel giorno della ribellione.

Chi furono quelli che, dopo aver udito la sua voce, si ribellarono? Non furono tutti quelli che erano usciti dall’Egitto sotto la guida di Mosè? E chi furono quelli di cui si è disgustato per quarant’anni? Non furono quelli che avevano peccato e poi caddero cadaveri nel deserto? E a chi giurò che non sarebbero entrati nel suo riposo, se non a quelli che non avevano creduto? E noi vediamo che non vi poterono entrare a causa della loro mancanza di fede” (3, 1-19).

Commento: L’autore esorta i “fratelli santi” a fissare la loro attenzione sulla figura di Gesù, l’apostolo e il sommo sacerdote della fede che professiamo. Egli gode della fiducia di colui che l’ha costituito profeta, come, a suo tempo, Mosè godette della fede in Dio e la fiducia del popolo d’Israele. Ben diversa, però, è stata la loro posizione perché, mentre Mosè agì come servo di Dio, Cristo operò come suo figlio; la casa in cui operò Mosè era il popolo d’Israele, di cui agì come servitore, mentre Gesù fu costituito da Dio come suo figlio e sommo sacerdote di un popolo che siamo noi credenti, fedeli della sua chiesa. Il servizio compiuto da Mosè andava a favore del suo popolo, che egli doveva riportare nella terra promessa; il servizio svolto da Cristo è stata la redenzione dell’umanità decaduta a causa dell’antico peccato; e, per mantenere in vita il suo messaggio nel tempo, Gesù ha istituito la sua chiesa. Da qui scaturisce la responsabilità di noi credenti di vivere la vita con impegno e fedeltà alla fede che professiamo.

Quindi sulla fedeltà dei cristiani al messaggio evangelico, l’autore compie una lunga riflessione. Nella sua analisi egli sviluppa il discorso sul filo logico del contenuto del Salmo 95 (8-11) considerato come una parabola della vita dei cristiani in cammino verso la salvezza. Imparino essi dall’esperienza di quegli Ebrei che, in cammino verso la terra promessa, non la raggiunsero mai perché furono sterminati prima, a causa della loro infedeltà e della loro ribellione. Per evitare punizioni esemplari come questa, i cristiani siano docili e fedeli alla causa in cui credono. La fede sinceramente professata dev’essere un impegno serio, responsabile e costante di ogni credente.

Capitolo quarto

Il riposo promesso da Dio al suo popolo.

Testo: “Dobbiamo, dunque, temere che, mentre rimane ancora in vigore la promessa di entrare nel suo riposo, qualcuno di voi ne sia giudicato escluso. Poiché anche noi, come quelli, abbiamo udito il lieto annunzio: purtroppo, però, ad essi la parola udita non giovò in nulla, non essendo rimasti uniti nella fede a quelli che avevano ascoltato. Infatti, noi che abbiamo creduto, possiamo entrare in quel riposo, come egli ha detto:

Così ho giurato nella mia ira:

Non entreranno nel mio riposo!

Questo, benché le sue opere fossero compiute fin dalla fondazione del mondo. Si dice, infatti, in qualche luogo (Genesi) a proposito del settimo giorno: E Dio riposò nel settimo giorno da tutte le sue opere. E ancora in questo passo: Non entreranno nel mio riposo! Poiché dunque risulta che alcuni entrano in quel riposo, e quelli che per primi ricevettero il lieto annunzio non vi entrarono a causa della loro disobbedienza, egli fissa di nuovo un giorno, un oggi, dicendo dopo tanto tempo per bocca di Davide (come è stato già citato):

Oggi, se udite la sua voce,

non indurite i vostri cuori.

Se Giosuè, infatti, li avesse introdotti in quel riposo, Dio non avrebbe parlato, in seguito, di un altro giorno. È dunque riservato ancora un riposo sabbatico per il popolo di Dio. Chi, infatti, è entrato nel suo riposo, riposa anch’egli dalle sue opere, come Dio dalle proprie.

Affrettiamoci dunque ad entrare il quel riposo, perché nessuno cada nello stesso tipo di disobbedienza.

Infatti, la parola di Dio è viva, efficace e più tagliente di ogni spada a doppio taglio; essa penetra fino al punto di divisione dell’anima e dello spirito, fino alle giunture e midolla, e giudica i sentimenti e i pensieri del cuore. Non vi è creatura che possa nascondersi davanti a lui, ma tutto è nudo e scoperto agli occhi suoi e a lui noi dobbiamo rendere conto.

Poiché abbiamo un sommo sacerdote grande, che ha attraversato i cieli, Gesù, figlio di Dio, manteniamo ferma la professione della nostra fede. Infatti, non abbiamo un sommo sacerdote che non sia capace di prendere parte con noi alle nostre debolezze, poiché egli stesso è stato provato in tutto come noi, eccetto il peccato. Accostiamoci, dunque, con piena fiducia al trono della grazia, per ricevere misericordia e trovare grazia ed essere aiutati al momento opportuno” (4, 1-16).

Commento: Mantenendo il precedente parallelismo concettuale con il contenuto del Salmo 95, l’autore continua ad ammonire i cristiani per richiamarli al dovere dell’obbedienza e della fedeltà al Signore; ciò affinché non accada anche a loro quel che accadde agli antichi Ebrei, che non entrarono mai “nel luogo del riposo del Signore”: la terra promessa, perché sterminati prima a causa della loro colpa. Quell’esperienza insegna ai credenti che, se rimangono uniti e fedeli al Signore, potranno accedere un giorno “al luogo del riposo del Signore”, cioè alla vita eterna in paradiso. Ora che a noi fedeli viene riproposto l’invito, non sprechiamolo con “l’indurimento dei nostri cuori”, cioè con la testardaggine di opporre resistenza alla divina offerta. “Ciò perché la parola del Signore è viva, efficace e più tagliente di ogni spada a doppio taglio, penetra in profondità fino al punto di divisione dell’anima e dello spirito, fino alle giunture e alle midolla, discerne i sentimenti e i pensieri del cuore… (4, 12-13).

Il riposo cui allude l’autore sacro è quel riposo sabbatico che il Signore si concesse dopo le fatiche della creazione. Esso prefigura il riposo donato a ogni anima eletta in paradiso, per vivere l’eternità in compagnia del Signore e di tutti gli eletti santi.

Capitolo quinto

Gesù, proclamato e costituito sacerdote da Dio

Testo: “Ogni sommo sacerdote, infatti, viene scelto tra gli uomini ed è costituito per il bene degli uomini nelle cose che riguardano Dio, per offrire doni e sacrifici per i peccati. In tal modo egli è in grado di sentire giusta compassione per quelli che sono nell’ignoranza e nell’errore, essendo anch’egli rivestito di debolezza. A causa di questa condizione, egli deve offrire sacrifici per i peccati per se stesso, come lo fa per il popolo.

Nessuno può attribuire a se stesso questo onore, se non chi è chiamato da Dio, come Aronne. Nello stesso modo Cristo non si attribuì la gloria di sommo sacerdote, ma gliela conferì colui che gli disse:

Tu sei mio figlio, oggi ti ho generato.

Come in un altro passo dice:

Tu sei sacerdote per sempre

Alla maniera di Melchisedek.

Nei giorni della sua vita terrena egli offrì preghiere e suppliche, con forti grida e lacrime, a colui che poteva salvarlo dalla morte e fu esaudito per la sua obbediente sottomissione. Pur essendo Figlio, imparò tuttavia l’obbedienza dalle cose che patì e, reso perfetto, divenne causa di salvezza eterna per tutti quelli che gli prestano obbedienza, essendo stato proclamato da Dio sommo sacerdote alla maniera di Melchisedek.

Su questo argomento abbiamo molte cose da dire, difficili da spiegare, perché siete diventati lenti a capire.

Infatti, voi che da tempo dovreste essere maestri, avete ancora bisogno che qualcuno che v’insegni gli elementi fondamentali delle parole di Dio e siete diventati bisognosi di latte, non di cibo solido. Ora, chi si nutre ancora di latte è ignaro della dottrina della giustizia, perché è ancor un bambino. Il nutrimento solido, invece, è per gli uomini fatti, quelli che hanno le facoltà esercitate a distinguere il bene dal male” (5, 1-14).  

Commento: Storicamente alla carica di sommo sacerdote veniva scelto un uomo comune, eletto dagli altri uomini. Egli attendeva agli uffici religiosi, tra i quali offriva doni e sacrifici per l’espiazione dei peccati degli uomini. Essendo anch’egli un uomo in carne e ossa, peccatore come gli altri, era in grado di comprendere tutti i difetti e le debolezze umane, perché tali difetti e manchevolezze le sentiva anche addosso a se stesso.

Pertanto, offrendo sacrifici per l’espiazione dei peccati degli altri, ne offriva anche per l’espiazione delle proprie colpe. Nessuno può attribuirsi questa carica da se stesso, ma gli dev’essere conferita da un altro che riveste una carica superiore alla sua, come accadde ad Aronne che ottenne la carica da Dio.

Anche Cristo non si conferì la carica da se stesso, ma la ricevette da Dio, quando gli dichiarò:

Tu sei mio figlio, io oggi ti ho generato (Sa 2, 7);

e ancora: Tu sei sacerdote per sempre alla maniera di Melchisedek (Sa 110, 4).

Egli è il migliore mediatore tra Dio e l’uomo perché, essendo figlio di Dio e, come tale, compartecipe della natura divina, ha assunto la carne umana e, come uomo, ha sperimentato la vita, le debolezze e le sofferenze umane, compresa la morte.

Quindi l’autore rivolge un accorato appello agli interlocutori, affinché essi non si arrestino ai primi passi della formazione cristiana, accontentandosi, come fanno i bambini piccoli, di essere nutriti con latte o altri cibi liquidi, comunque facilmente digeribili. Ma, per raggiungere la maturità religiosa, dovranno approfondire gli elementi fondamentali della fede, con i cibi solidi, consistenti in conoscenza e dottrina, come dirà in seguito, con i sacramenti del battesimo, l’imposizione delle mani per ottenere i doni dello Spirito Santo, la fede nella risurrezione dei morti e gli altri misteri spirituali, evocati nei riti liturgici e nelle e cerimonie ecclesiali. Ora un bambino può legittimamente ignorare i problemi della giustizia; ma un adulto deve conseguire una maturità di giudizio tale, per cui, sia sempre in grado di distinguere nettamente i deversi aspetti del bene e del male, nonché di fare sempre scelte responsabili nella vita.

Capitolo sesto

Rimanere saldi nella fede

Testo: “Perciò, lasciando da parte l’insegnamento iniziale su Cristo, passiamo a ciò che è più completo, senza gettare di nuovo le fondamenta della conversione delle opere morte e della fede in Dio, della dottrina dei battesimi, dell’imposizione delle mani, della risurrezione dei morti e del giudizio eterno.

Questo noi intendiamo fare, se Dio lo permette.

Quelli, infatti, che sono stati una prima volta illuminati, che hanno gustato il dono celeste, sono diventati partecipi dello Spirito Santo e hanno gustato la buona parola di Dio e le meraviglie del mondo futuro.

Tuttavia, se sono caduti, è impossibile rinnovarli una seconda volta portandoli alla conversione, dal momento che per loro conto crocifiggono di nuovo il Figlio di Dio e lo espongono all’infamia.

Infatti, una terra imbevuta dalla pioggia, che cade con frequenza su di essa, se produce erbe utili a quanti la coltivano, riceve la benedizione di Dio; ma se produce pruni e spine, non ha alcun valore ed è vicina alla maledizione: sarà infine arsa dal fuoco!

Quanto a voi però, carissimi, anche se parliamo così, siamo certi che la situazione è migliore e favorevole alla salvezza. Dio, infatti, non è ingiusto da dimenticare il vostro lavoro e l’amore che avete dimostrato verso il suo nome, con servizi che avete reso e rendete tuttora ai santi. Soltanto desideriamo che ciascuno di voi dimostri il medesimo zelo perché la sua speranza abbia compimento sino alla fine, e non siate pigri, ma piuttosto imitatori di quelli che, con la fede e la perseveranza, divengono eredi delle promesse.

Quando, infatti, Dio fece la promessa ad Abramo, non potendo giurare per uno superiore a sé, giurò per se stesso, dicendo: Ti benedirò con ogni benedizione e ti moltiplicherò in modo straordinario. Così, avendo atteso con pazienza, Abramo conseguì la promessa. Gli uomini, infatti, giurano per qualcuno maggiore di loro e per essi il giuramento è una garanzia che pone fine ad ogni controversia. Perciò, Dio, volendo mostrare più chiaramente agli eredi della promessa l’irrevocabilità della sua decisione, intervenne con un giuramento perché, grazie a due atti irrevocabili, nei quali è impossibile che Dio mentisca, noi che abbiamo cercato rifugio in lui, avessimo un grande incoraggiamento nell’afferrarci saldamente alla speranza che ci è posta davanti. In essa, infatti, noi abbiamo, come un’ancora della nostra vita, sicura e salda, la quale entra fin nell’interno del velo del santuario, dove Gesù è entrato per noi come precursore, essendo diventato sommo sacerdote per sempre alla maniera di Melchisedek” (6, 1-20).

Commento: In questo passo, l’autore si rivolge, principalmente, a quelli che hanno ricevuto le prime nozioni sul cristianesimo, hanno ascoltato la parola di Dio, hanno ricevuto il battesimo, i doni dello Spirito e altre illuminazioni nella fede, tuttavia sono diventati appostati, hanno rinnegato la fede, crocifiggendo Gesù una seconda volta. Per questi non c’è più speranza di salvezza per un motivo molto semplice: essi erano già salvi perché, come convertiti al cristianesimo, avevano già ricevuto la fede e i sacramenti, ma poi scientemente li hanno rifiutati e sono ricaduti nelle tenebre del paganesimo. Non si può pensare che essi vadano avanti e indietro giocando con la fede, come se fosse un trastullo adattabile a ogni capriccio umano. Per questa loro colpa, essi sono diventati come un terreno arido che produce solo spine, rovi e sterpaglie. Quelli che, invece, sono rimasti costanti nella fede sono cristiani di grande valore, che portano buoni frutti nella Chiesa e nella società. L’esortazione dell’autore è rivolta proprio a loro, agli uomini sinceri, onesti e fedeli alla parola di Cristo,agli insegnamenti del Vangelo e sono perseveranti nella pratica della carità. Essi saranno gli eredi della promessa divina.

E, a proposito di promessa, nella sua narrazione l’autore introduce la figura di Abramo, il patriarca biblico che aveva ricevuto da Dio la promessa: Riceverai la mia benedizione e la tua discendenza sarà più numerosa delle stelle del cielo e della sabbia del mare; e nonostante lui e la moglie, Sara, fossero entrambi già vecchi e i loro corpi ormai devitalizzati, egli credette per fede alla promessa fatta da Dio, giurando su se stesso, poiché non poteva giurare per un essere superiore a lui, che non esiste. Abramo credette per fede alla promessa divina, che non avrebbe potuto smentire se stessa. Ma se Dio è stato puntuale nell’adempiere alla promessa fatta ad Abramo, a maggior ragione lo sarà quando il supremo mediatore, tra l’uomo e Dio, è Cristo, investito della carica di sommo sacerdote alla maniera di Melchisedek.

Capitolo settimo

Gesù, sommo sacerdote alla maniera di Melchisedek

Testo: “Infatti, questo Melchisedek, re di Salem, sacerdote di Dio Altissimo andò incontro ad Abramo mentre ritornava dall’aver sconfitto i re e lo benedisse; a lui Abramo diede la decima di ogni cosa.

Anzitutto, il suo nome significa re di giustizia; poi è anche re di Salem, cioè re di pace. Egli senza padre, senza madre, senza genealogia, senza principio di giorni, né di fine di vita, fatto simile al Figlio di Dio, rimane sacerdote in eterno.

Considerate, pertanto, quanto sia grande costui, al quale Abramo, il patriarca, diede la decima del suo bottino. In verità anche quelli dei figli di Levi, che assumono il sacerdozio, hanno il mandato di riscuotere, secondo la legge, la decima dal popolo, cioè dai loro fratelli, essi pure discendenti di Abramo. Egli, invece, che non era della loro stirpe, prese la decima da Abramo e benedisse colui che era depositario della promessa. Ora, senza dubbio, è l’inferiore che riceve la benedizione dal superiore. Inoltre, qui riscuotono le decime uomini mortali; là, invece, uno di cui si attesta che vive. Anzi, si può dire che lo stesso Levi, che pur riceve le decime, ha versato la sua decima in Abramo: egli si trovava, infatti, ancora nei lembi del suo antenato, quando gli venne incontro Melchisedek.

Se, dunque, la perfezione fosse stata possibile per mezzo del sacerdozio levitico – sotto di esso il popolo ha ricevuto la legge -, che bisogno c’era che sorgesse un altro sacerdote alla maniera di Melchisedek, e non invece alla maniera di Aronne? Infatti, mutato il sacerdozio, avviene necessariamente anche un mutamento della legge. Questo si dice di chi è appartenuto a un’altra tribù, della quale nessuno fu mai addetto all’altare. È noto, infatti, che il Signore nostro è germogliato da Giuda e di essa Mosè non disse nulla riguardo al sacerdozio.

Ciò risulta più evidente se, a somiglianza di Melchisedek, sorge un sacerdote differente, che non è diventato tale per ragione di una prescrizione carnale, ma per la potenza di una vita indefettibile.

Gli è resa, infatti, questa testimonianza:

Tu sei sacerdote per sempre,

alla maniera di Melchisedek.

Si ha così l’abrogazione di un ordinamento precedente a causa della sua debolezza e della sua inutilità –

la legge, infatti, non ha portato nulla alla perfezione -, e si ha invece l’introduzione di una speranza migliore, grazie alla quale ci avviciniamo a Dio.

Inoltre, ciò non avvenne senza giuramento. Quelli, infatti, diventavano sacerdoti senza giuramento; costui, al contrario, con il giuramento di colui che gli ha detto:

Il Signore ha giurato e non si pentirà:

tu sei sacerdote per sempre.

Per questo, Gesù è diventato garante di un’alleanza migliore.

Inoltre, quelli sono diventati sacerdoti in gran numero, perché la morte impediva loro di durare a lungo. Egli, invece, poiché rimane per sempre, possiede un sacerdozio che non tramonta. Perciò può salvare per sempre quelli che per mezzo di lui si accostano a Dio, essendo egli sempre vivo per intercedere a loro favore.

Tale era, infatti, il sommo sacerdote che ci occorreva: santo, innocente, senza macchia, separato dai peccatori ed elevato sopra i cieli. Egli non ha bisogno ogni giorno, come gli altri sommi sacerdoti, di offrire sacrifici, prima per i propri peccati, poi per quelli del popolo, poiché egli ha fatto questo una volta per tutte, offrendo se stesso. La legge, infatti, costituisce sommi sacerdoti uomini soggetti a debolezza, ma la parola del giuramento, posteriore alla legge, costituisce il Figlio, reso perfetto per sempre” (7, 1-28).

Commento: In questo brano, l’autore fa un vivo confronto tra l’antico sacerdozio, di cui era depositaria la tribù di Levi, e il nuovo sacerdozio, inaugurato da Cristo e modellato alla maniera di quello di Melchisedek, re di Salem (Gerusalemme). Per legittimare la sua tesi, egli richiama due passi della Bibbia (la Genesi, 14, 17-20 e il Salmo 110, 4), dove sostiene appunto che la missione apostolica di Cristo è superiore a quella dei Leviti dell’antica alleanza, discendente dalla genealogia di Aronne.

In questa sua teoria sul sacerdozio, l’autore introduce un concetto di novità: quello d’individuare la figura di Cristo connessa alla figura di Melchisedek, cui Abramo dona la decima dei suoi beni e lo proclama sacerdote per sempre.  

Proprio lui, Melchisedek, che la Bibbia presenta come un uomo senza padre, senza madre e senza genealogia e perciò non poteva vantare alcun diritto di sangue o di appartenenza a questa o a quell’altra tribù. Gesù discendeva, non dall’etnia di Levi, ma da quella di Davide, appartenente alla tribù di Giuda e inaugurava un nuovo ordine sacerdotale, non più legato alla casta levitica tradizionale.

Il suo sacerdozio è un presbiterato nuovo, generato dalla “potenza di una vita indefettibile”, quella divina, che supera tutti i limiti della genealogia e della tradizione della legge mosaica.

Questo suo sacro e perenne sacerdozio è prefigurato già nella sentenza del Salmo 110,4, quando l’Autore sacro dichiara: “Il Signore ha giurato e non si pente: Tu sei sacerdote per sempre alla maniera di Melchisedek”.

 Questo versetto del Salmo è ora interpretato come attribuito a Cristo e al suo eterno ministero di salvezza. La sua mediazione tra Dio e l’uomo è stata resa perfetta e completa per sempre dal suo sacrificio sulla croce, col sangue versato per la salvezza dell’uomo, debole e peccatore.

Capitolo ottavo

Gesù, sacerdote di un’alleanza nuova

Testo: “Il punto centrale delle cose che stiamo dicendo è questo: Noi abbiamo un sommo sacerdote così grande che si è assiso alla destra del trono della maestà nei cieli, ministro del santuario e della tenda vera, che il Signore, non un uomo, ha costruito.

Ogni sommo sacerdote, infatti, viene costituito per offrire doni e sacrifici: di qui la necessità che anch’egli abbia qualcosa da offrire. Se egli fosse sulla terra non sarebbe neppure un sacerdote, perché vi sono quelli che offrono i doni secondo la legge. Questi, però, prestano un culto che è copia e ombra delle realtà celesti, secondo quanto fu detto da Dio a Mosè, quando stava per erigere la tenda: Guarda, disse, di fare ogni cosa secondo il modello che ti è stato mostrato sul monte. 

Ora, invece, egli ha ottenuto un ministero tanto più eccellente quanto migliore è l’alleanza di cui è mediatore, essendo questa fondata su migliori promesse. Se, infatti, la prima fosse stata perfetta, non sarebbe stato il caso di stabilirne un’altra. Dio, infatti, biasimando il suo popolo dice:

Ecco, vengono giorni, dice il Signore,

quando io stipulerò con la casa d’Israele

e con la casa di Giuda

un’alleanza nuova.

Non sarà come l’alleanza che feci con i loro padri,

nel giorno in cui li presi per mano

per farli uscire dalla terra d’Egitto;

perché essi non rimasero fedeli alla mia alleanza,

anch’io non ebbi più cura di loro, dice il Signore.

E questa è l’alleanza che io stipulerò

con la casa d’Israele

dopo quei giorni, dice il Signore:

porrò le mie leggi nella loro mente

e le imprimerò nei loro cuori;

sarò il loro Dio

ed essi saranno il mio popolo.

Né alcuno avrà più da istruire il suo concittadino,

né alcuno il proprio fratello, dicendo:

Conosci il Signore!

Tutti, infatti, mi conosceranno,

dal più piccolo al più grande di loro.

Perché io perdonerò le loro iniquità

e non mi ricorderò più dei loro peccati.

Dicendo alleanza nuova, Dio ha dichiarato antiquata la prima; ora, ciò che diventa antico e invecchia, è prossimo a sparire” (8, 1-13).

Commento: Il concetto principale espresso in questo passo è il seguente: Cristo è il sommo sacerdote, glorioso e perfetto della nuova alleanza. L’autore introduce qui un importante parallelismo concettuale: da un lato c’è Cristo che celebra il suo culto in un tempio (la tenda), che non è un edificio materiale edificato da uomo come quello dell’Antico Testamento, ma è un tempio spirituale trascendente, che ha la sua sede in cielo; dall’altro lato ci sono i sacerdoti del vecchio culto biblico, i Leviti della stirpe di Aronne, che compiono i sacrifici in santuari (tende) che sono solo “la copia e l’ombra” del santuario celeste, dove Cristo regna e salva l’uomo peccatore.

Per avvalorare la sua tesi, l’autore fa una lunga citazione dell’Antico Testamento (8, 8-12). In pratica cita una profezia di Geremia (31, 31-34), evocata da Cristo stesso nell’ultima Cena e riportata nel Vangelo di Luca (Lc, 22, 20), quando Gesù fece la suprema consacrazione del pane e del vino dicendo:

Questo calice è la nuova alleanza sancita dal mio sangue versato per voi.

La nuova alleanza non sarà più come quella che una volta Dio aveva stipulato con i loro antichi padri, quando, prendendoli per mano, come si fa con i bambini, li fece uscire dalla terra d’Egitto per riportarli nella terra promessa. Ma essi non furono fedeli nel mantenere la promessa fatta, per cui, il Signore li abbandonò alla loro sorte. Ma la nuova alleanza non sarà come quella, perché il Signore “porrà le sue leggi nella loro menti e le imprimerà nei loro cuori: il Signore sarà il loro Dio ed essi saranno il suo popolo”.

Tutti lo conosceranno con la loro mente e lo ameranno con il loro cuore, perché il Signore perdonerà i loro peccati.

Dunque, il comandamento nuovo “ama il prossimo tuo come te stesso” sarà il concetto più importante della nuova alleanza. Esso sarà come il sale che condisce il Nuovo Testamento: il Vangelo che Gesù ha lasciato in deposito spirituale alla sua Chiesa, come la sua parola vivente nei secoli.

Capitolo nono

Gesù, sacerdote nel santuario del cielo

Testo: “Certo, anche la prima alleanza aveva norme per il culto e un santuario terreno. Fu costruita, infatti, una tenda, la prima, nella quale vi erano il candelabro, la tavola e i piani per l’offerta: essa veniva chiamata il Santo. Dietro il secondo velo, poi, c’era un’altra tenda, chiamata Santo dei Santi, con l’altare d’oro per i profumi e l’arca dell’alleanza, tutta ricoperta d’oro, nella quale si trovavano un’urna d’oro contenente la manna, la verga di Aronne, che aveva fiorito e le tavole dell’alleanza. E sopra l’arca stavano i cherubini della gloria, che facevano ombra sul luogo dell’espiazione. Di tutte queste cose ora non è necessario parlare nei particolari.

Disposte in tal modo le cose, nella prima tenda entrano sempre i sacerdoti per celebrarvi il culto; nella seconda, invece, solamente il sommo sacerdote, una volta all’anno, e non senza portarvi del sangue, che egli offre per se stesso e per i peccati involontari del popolo. Lo Spirito Santo intendeva così mostrare che non era ancora aperta la via del santuario, finché sussisteva la prima tenda. Essa, infatti, è figura del tempo presente, poiché sotto di essa vengono offerti doni e sacrifici che non possono rendere perfetto, nella sua coscienza, l’offerente, trattandosi solo di cibi, di bevande e di varie abluzioni, tutte prescrizioni umane, valide fino al tempo in cui sarebbero state riformate.

Cristo, invece, venuto come sommo sacerdote dei beni futuri, attraverso una tenda più grande e più perfetta, non costruita da mano d’uomo, cioè non appartenente a questa creazione, non con sangue di capri o di vitelli, ma in virtù del proprio sangue, entrò una volta per sempre nel santuario, procurandoci così una redenzione eterna. Infatti, se il sangue dei capri e dei vitelli e la cenere di una giovenca, sparsi su quelli che sono contaminati, li santificano, purificandoli nella carne, quanto più il sangue di Cristo che, con uno Spirito eterno, offrì se stesso senza macchia a Dio, purificherà la nostra coscienza dalle opere morte, perché serviamo al Dio vivo?” (9, 1-14).

Commento: In questo passaggio l’autore fa una descrizione particolareggiata della tenda che, in passato, accoglieva l’arca dell’alleanza, il santuario terreno dove, secondo la Legge mosaica, si svolgeva il sacro culto a Jahvè. Il primo reparto era chiamato il Santo, dove vi erano: il candelabro, la tavola e i piani dell’offerta; dietro il secondo velo, c’era un’altra tenda che delimitava un altro spazio riservato, che veniva chiamato il Santo dei Santi; lì c’erano l’altare d’oro per i profumi e l’arca dell’alleanza ricoperta d’oro, nella quale si trovavano: un’urna d’oro contenente la manna, il bastone fiorito di Aronne e le tavole dell’alleanza. Sopra l’arca, stavano i cherubini della gloria, che facevano ombra sul luogo dell’espiazione. Questa era una cerimonia che si faceva una volta all’anno, nel giorno del Kippur. In questo spazio entrava il solo sommo sacerdote che aspergeva il sangue sul coperchio dell’arca, per impetrare la purificazione dei peccati, suoi e di quelli del popolo; mentre gli altri sacerdoti celebravano il culto nel primo spazio, detto il Santo.

Tutto questo avveniva in preparazione di un altro tempio, di un altro culto, di un altro maestro; pertanto, di tutte queste cose, avverte l’autore, ora non è necessario parlare.

Tutto questo cerimoniale, però, non poteva assolvere, né l’offerente, né il popolo, perché si trattava di cibi, di bevande e di abluzioni, tutte prescrizioni umane di carattere provvisorio, in attesa di essere riformate quando sarebbe giunta la maturità dei tempi.

Ora però, come sommo sacerdote dei tempi futuri, è venuto Gesù Cristo. Egli, attraverso l’azione di una tenda (la chiesa) ben più grande e più perfetta di quella precedente, perché non costruita dall’uomo e attraverso l’aspersione del sangue, non di capri o di vitelli, ma del suo sangue versato sulla croce per la   salvezza di tutti gli uomini di buona volontà. Si passa quindi dai molteplici sacrifici formali fatti dall’uomo e ripetuti nel tempo, a un unico sacrificio sostanziale, puro e perfetto, compiuto da Cristo una volta per sempre.

Testo: “Per questo egli è mediatore di un’alleanza nuova, perché, essendo ormai intervenuta la sua morte per la redenzione delle colpe commesse sotto la prima alleanza, quelli che sono stati chiamati ricevano l’eredità eterna che è stata promessa. Dove, infatti, c’è un testamento, è necessario che sia accertata la morte del testatore, perché un testamento ha valore solo dopo la morte e rimane senza effetto finché il testatore vive.

Per questo neppure la prima alleanza fu inaugurata senza sangue. Infatti, dopo che tutti i comandamenti furono promulgati a tutto il popolo da Mosè, secondo la legge, questi, preso il sangue dei vitelli e dei capri con acqua, lana scarlatta e issopo, asperse il libro stesso e tutto il popolo dicendo: Questo è il sangue dell’alleanza che Dio ha stabilito per voi. Alla stessa maniera asperse col sangue anche la tenda e tutti gli arredi del culto. Secondo la legge, infatti, quasi tutte le cose vengono purificate con il sangue, e senza spargimento di sangue, non esiste perdono.

Era, dunque necessario, che i simboli raffiguranti le realtà celesti fossero purificati con tali mezzi; le realtà celesti poi dovevano esserlo con sacrifici superiori a questi. Cristo, infatti, non è entrato in un santuario fatto da mani d’uomo, figura quello vero, ma nel cielo stesso, per comparire ora al cospetto di Dio, in nostro favore; e non per offrire se stesso più volte, come il sommo sacerdote che entra nel santuario ogni anno con sangue altrui. In questo caso, infatti, avrebbe dovuto soffrire più volte dalla fondazione del mondo in poi. Ora invece una sola volta, nella pienezza dei tempi, è apparso per annullare il peccato mediante il sacrificio di se stesso. E come è stabilito per gli uomini che muoiano una sola volta, dopo di che viene il giudizio, così Cristo, dopo essersi offerto una volta per tutte allo scopo di togliere il peccato di molti, apparirà una seconda volta, senza alcuna relazione con il peccato, a quelli che lo aspettano per la salvezza” (9, 15-28).

Commento: L’autore continua ribadendo il concetto già espresso in precedenza: Cristo è il mediatore della nuova alleanza tra Dio e l’uomo, sigillata con il versamento del suo sangue sulla croce per l’assoluzione dei peccati. Egli rievoca la prima alleanza, siglata tra Dio e Mosè sul monte Sinai, precisando che anche quella fu cruenta perché accompagnata dal versamento di sangue; ma allora quel “sangue era di vitelli e di capri, mischiato con acqua, con lana scarlatta e issopo, con cui il profeta asperse il libro, la tenda, gli arredi del culto e il popolo” dicendo: Questo è il sangue dell’alleanza che Dio ha stabilito per voi.  

Cristo, per compiere il sacrificio di se stesso, “non è entrato in un santuario fatto dalle mani dell’uomo, ma nel cielo stesso, per comparire al cospetto di Dio in nostro favore”; e non l’ha fatto più volte, nella misura di una volta all’anno, come faceva il sommo sacerdote nella Legge mosaica ma, nella pienezza dei tempi, una sola volta per annullare il peccato mediante il sacrificio di se stesso; e come gli uomini muoiono una sola volta, dopo di che viene il giudizio, così Cristo, che è morto una sola volta per la remissione dei peccati, ricomparirà  ancora una seconda volta a quelli che da lui si aspettano la salvezza.

Comunque, il filo comune che unisce le due alleanze, la prima e la seconda, è il sangue delle vittime, sparso per la salvezza di molti. Questo, almeno, sembra essere il significato generale di questo brano, non molto semplice da decifrare e da riassumere in termini chiari e sintetici, secondo l’obiettivo di questo lavoro.

Capitolo decimo

Il sacrificio di Gesù, il solo efficace

Testo: “Avendo, infatti, la legge solo un’ombra dei beni futuri e non la realtà stessa delle cose, essa non ha il potere di condurre alla perfezione, per mezzo di quei sacrifici che si offrono continuamente di anno in anno, coloro che si accostano a Dio. Altrimenti non sarebbe forse cessato di offrirli, dal momento che i fedeli, purificati una volta per tutte, non avrebbero ormai più alcuna coscienza dei peccati? Invece per mezzo di quei sacrifici si rinnova di anno in anno il ricordo dei peccati, poiché è impossibile eliminare i peccati con il sangue dei tori e dei capri. Per questo, entrando nel mondo, Cristo dice:

Tu non hai voluto né sacrifici, né offerta,

un corpo invece mi hai preparato.

Non hai gradito

né olocausti né sacrifici per il peccato.

Allora ho detto: Ecco, io vengo

-Poiché di me sta scritto nel rotolo del libro-

per fare, o Dio, la tua volontà.

Dopo aver detto prima: tu non hai voluto e non hai gradito né sacrifici, né offerte, né olocausti, né sacrifici per il peccato, cose che vengono offerte secondo la legge, soggiunge: Ecco, io vengo a fare la tua volontà: così egli abolisce il primo sacrificio per stabilirne uno nuovo.

È in questa volontà che noi siamo stati santificati, per mezzo dell’offerta del corpo di Gesù Cristo, fatta una volta per sempre.

Ogni sacerdote si presenta giorno per giorno a celebrare il culto e ad offrire molte volte gli stessi sacrifici, che non possono mai eliminare i peccati. Egli, al contrario, avendo offerto un solo sacrificio per i peccati una volta per sempre, si è assiso alla destra di Dio, aspettando che i suoi nemici vengano posti sotto i suoi piedi. Poiché con una sola oblazione egli ha reso perfetti per sempre quelli che vengono santificati. Ce lo attesta anche lo Spirito Santo. Infatti, dopo aver detto:

Questa è l’alleanza che stipulerò con loro

dopo quei giorni, dice il Signore:

io porrò le mie leggi nei loro cuori

e le imprimerò nella loro mente,

aggiunge:

e non mi ricorderò più dei loro peccati

e delle loro iniquità.

Ora, dove c’è il perdono di queste cose, non c’è più bisogno di offerta per il peccato” (10, 1-18).

Commento: I sacrifici che i sacerdoti leviti facevano ogni anno nella tenda, seguendo il cerimoniale dell’antica legge di Mosè, non potevano condurre gli uomini alla perfezione col perdono definitivo dei peccati perché quella legge era appena “l’ombra” della nuova legge dell’amore e del perdono inaugurata da Cristo. Infatti, quei riti dovevano essere ripetuti ogni anno, perché avevano un debole potere di cancellare il peccato soltanto momentaneamente. In pratica funzionavano come le immunizzazioni dei vaccini a scadenza temporale, i quali, perché siano efficaci, bisognava ripetere con cadenza temporale stabilita. Essi non potevano essere efficaci per rendere gli uomini perfetti con la cancellazione dei peccati, perché l’elemento simbolico sostanziale era costituito dal sangue dei capri e dei tori.

Cristo, invece, ha cancellato definitivamente i peccati degli uomini con lo spargimento di sangue, non di tori o di capri, ma del suo sangue, versato sulla croce, una sola volta per tutte. Per rafforzare il suo ragionamento, l’autore aggancia il suo concetto al contenuto del Salmo 40, nella traduzione greco-ellenistica dei “Settanta”, parafrasando, a modo suo, il contenuto dei versetti da 7 a 9.

Col suo sacrificio, Cristo ha salvato per sempre l’umanità peccatrice; è quindi asceso al cielo, dove siede alla destra di Dio padre, in attesa che i suoi nemici vengano posti sotto i suoi piedi.

Con l’oblazione di se stesso, fatta una volta per sempre, ha insegnato agli uomini la virtù del perdono e ha loro spalancato la via della santificazione.

Esortazione alla fiducia e alla costanza nella fede

Testo: “Avendo dunque, fratelli, piena libertà di entrare nel santuario per mezzo del sangue di Gesù, via nuova e vivente che egli ha inaugurato per noi attraverso il velo, cioè la sua carne; avendo noi un sacerdote grande sopra la casa di Dio, accostiamoci con cuore sincero nella pienezza della fede, con i cuori purificati da ogni cattiva coscienza e il corpo lavato con acqua pura.

Manteniamo, senza vacillare, la professione della speranza, perché colui che ha promesso è degno di fede.

Cerchiamo anche di stimolarci a vicenda nell’amore e nelle opere buone, senza disertare le nostre riunioni, come alcuni hanno l’abitudine di fare, ma esortandoci a vicenda, tanto più che potete vedere come il giorno si avvicina.

Infatti, se pecchiamo volontariamente dopo aver ricevuto la conoscenza della verità, non rimane più alcun sacrificio per i peccati, ma una terribile attesa di giudizio e la vampa di un fuoco che dovrà divorare i ribelli.

Quando qualcuno ha violato la legge di Mosè, viene messo a morte senza pietà sulla parola di due o tre testimoni. Di quanto peggiore castigo allora pensate che sarà ritenuto degno chi avrà calpestato il Figlio di Dio e ritenuto profano quel sangue dell’alleanza, dal quale è stato un giorno santificato, e avrà disprezzato lo Spirito della grazia? Conosciamo, infatti, colui che ha detto: A me la vendetta! Io darò la retribuzione!

E ancora: Il Signore giudicherà il suo popolo. È terribile cadere nelle mani del Dio vivo!

Richiamate alla memoria quei primi giorni nei quali, dopo essere stati illuminati, avete dovuto sopportare   una lotta grande e penosa, ora esposti pubblicamente a insulti e tribolazioni, ora facendovi solidali con quelli che venivano trattati in questo modo. Infatti, avete preso parte alle sofferenze dei carcerati e avete accettato con gioia di essere spogliati delle vostre sostanze, sapendo di possedere beni migliori e più duraturi. Non abbandonate, dunque, la vostra libertà, alla quale è riservata una grande ricompensa.  Avete solo bisogno di costanza, perché, dopo aver fatto la volontà di Dio, possiate raggiungere la promessa.

            Ancora un poco, infatti, un poco appena,

            e colui che deve venire, verrà e non tarderà.

            Il mio giusto vivrà mediante le fede;

            ma se indietreggia,

            la mia anima non si compiace in lui.

Noi però non siamo di quelli che indietreggiano a loro perdizione, bensì uomini di fede per la salvezza della nostra anima” (10, 19-39).

Commento: In questo brano l’autore esorta i cristiani ad entrare nel santuario della fede, inaugurato da Cristo, attraverso il sacrificio compiuto nella sua carne. “Noi, egli dice, abbiamo la fortuna di avere un grande sacerdote (Cristo) sopra la casa di Dio (in cielo); pertanto, cerchiamo di accogliere una fede piena in lui, con l’anima e il corpo purificati dalle incrostazioni del peccato, attraverso il lavaggio nell’acqua pura delle virtù cristiane (fede, speranza e carità) e animati dalla viva speranza nel premio che ci ha promesso colui che è degno di fede. Se, dopo aver acquistato la fede, pecchiamo nuovamente con piena coscienza delle nostre azioni, non conta più alcun sacrificio per l’espiazione dei peccati, ma ci attende un terribile giudizio di condanna senza appallo e la vampa del fuoco infernale che divorerà i ribelli.

Se, come dispone la legge di Mosè, chi ha violato la norma viene condannato a morte sulla base di due o tre testimoni, quanto più severo sarà il castigo inflitto a colui che avrà l’affronto di disprezzare il sacrificio compiuto da Cristo per la nostra salvezza e ritenuto profano il sangue da lui versato per sigillare la nuova alleanza?”.

Egli ricorda ai fedeli, cui si rivolge, le pene, le tribolazioni e le persecuzioni patite inizialmente dai cristiani per causa della fede. Pertanto, essi non abbandonino, a cuor leggero, la libertà conquistata, dalla quale si attendono futuri beni migliori, per ricadere nella schiavitù del peccato. Occorre essere saldi nella fede e perseveranti nella speranza per poter raggiungere un giorno la meta promessa e conclude dicendo:

“Noi non siamo di quelli che indietreggiano a loro danno dall’impegno preso, bensì uomini di fede per la salvezza della nostra anima” (10, 19-39).

Capitolo undicesimo

La fede esemplare degli antenati

Testo: “La fede è fondamento delle cose che si sperano e prova di quelle che non si vedono. Per essa gli antichi ricevettero buona testimonianza. Per fede, noi sappiamo che i mondi furono formati dalla parola di Dio, così che, da cose non visibili ha preso origine quello che si vede.

Per fede, Abele offrì a Dio un sacrificio migliore di quello di Caino e, in base ad essa, fu dichiarato giusto, avendo Dio attestato di gradire i suoi doni; per essa, benché morto, parla ancora.

Per fede, Enoch fu portato via, in modo da non vedere la morte; e non lo si trovò più perché Dio l’aveva portato via. Prima, infatti, di essere portato via, egli ricevette la testimonianza di essere stato gradito a Dio.

Senza la fede è impossibile essergli graditi. Chi, infatti, si avvicina a Dio, deve credere che egli esiste e che ricompensa quelli che lo cercano.

Per fede, Noè, avvertito divinamente di cose che ancora non si vedevano, costruì con pio timore un’arca per la salvezza della sua famiglia; e per questa fede condannò il mondo e divenne erede della giustizia secondo la fede.

Per fede, Abramo, chiamato da Dio, obbedì partendo per un luogo che doveva ricevere l’eredità, e partì senza sapere dove andava.

Per fede, egli soggiornò nella terra promessa come in una regione straniera, abitando sotto le tende, come anche Isacco e Giacobbe, coeredi della medesima promessa. Egli aspettava, infatti, la città dalle salde fondamenta, il cui architetto e costruttore è Dio stesso.

Per fede, anche Sara, sebbene fuori età, ricevette la possibilità di diventare madre, perché ritenne degno di fede colui che glielo aveva promesso. Per questo da un uomo solo, e inoltre già segnato dalla morte, nacque una discendenza numerosa come le stelle del cielo e come la sabbia che si trova lungo la spiaggia del mare e non si può contare”.

Nella fede, tutti questi morirono, pur non avendo conseguito i beni promessi, ma avendoli solo veduti e salutati di lontano, dichiarando di essere stranieri e pellegrini sulla terra. Chi dice così, infatti, dimostra di essere alla ricerca di una patria. Se essi avessero pensato a quella da cui erano usciti, avrebbero avuto la possibilità di ritornarvi; ora invece essi aspirano a una migliore, cioè a quella celeste. Per questo Dio non disdegna di essere chiamato loro Dio: ha preparato per loro una città” (11, 1,16).

Commento: Il concetto fondamentale intorno a cui ruota tutto questo brano è il tema della fede. Infatti, l’autore esordisce con la seguente definizione: “La fede è il fondamento delle cose che si sperano e prova di quelle che non si vedono”.

Per dimostrare la sua affermazione egli evoca una serie di personaggi biblici esemplari, che sono diventati famosi perché hanno creduto per fede. Tra questi ricorda:

Abele, che per fede offriva a Dio sacrifici più graditi di quelli di Caino, per cui era ben visto in cielo. Per questo la sua figura è rimasta imperitura nei secoli e parla ancora agli uomini di ogni tempo.

Enoch, “che aveva avuto la testimonianza di essere gradito a Dio”, per non conoscere la morte, fu portato via da Dio stesso, prima che la sua morte avvenisse. Questo perché egli era uomo di fede. Senza la fede, infatti, è impossibile essere graditi a Dio.

Per fede, Noè, avvertito di un misterioso presagio divino sull’evento che, di lì a poco, sarebbe accaduto (il diluvio universale), costruì un’arca per la salvezza sua e della sua famiglia. Per la fede, egli aveva condannato le condizioni d’ingiustizia del suo tempo e per la stessa fede divenne l’erede della giustizia.

Per fede, Abramo, chiamato da Dio, lasciò la sua patria per andare in un luogo sconosciuto, dove avrebbe ricevuto l’eredità, ma senza sapere dove sarebbe andato e quale sarebbe stata la sua meta.

Per fede, soggiornò, sotto una tenda, nella terra promessa, come in una regione estranea; e così anche il figlio Isacco e il nipote Giacobbe, entrambi coeredi della promessa ch’egli aveva ricevuta. Sempre alimentato dalla speranza nella sua fede, egli si aspettava una città particolare, dalle solide fondamenta, progettata e costruita da Dio stesso.

Per fede, anche Sara, sebbene fosse già nella tarda stagione della vita, perché aveva superato ormai l’età fertile, credette nella possibilità di diventare madre, perché ritenne degno di fede colui che gli aveva fatto la promessa.

Per tutti questi motivi, da un solo uomo mortale e, per giunta, segnato dall’età avanzata, nacque una discendenza numerosa come le stelle del cielo e come la sabbia del mare, che non si possono contare.

Pur con tutti i loro meriti per aver creduto per fede, questi eroi della speranza morirono prima di poter attingere i beni promessi. Tuttavia, pur avendoli soltanto intravisti da lontano, si dichiararono di essere come stranieri e pellegrini sulla terra.

Chi si esprime in questo modo, dichiara apertamente di essere alla continua ricerca di una patria; e se da profughi in terra straniera avessero avuto bisogno di avere una patria identitaria stabile in questo mondo, avrebbero sempre avuto la possibilità di ritornare nelle loro patrie di origine. Se tutto questo non è avvenuto, abbiamo la prova dimostrata che essi, erano sì alla continua ricerca, non di una patria terrena, ma di una vera patria celeste, il luogo in cui ambisce abitare l’anima umana, sempre “assettata del Dio vivente”.

Per tutti questi loro meriti, Dio è ben lieto di essere chiamato loro Dio: infatti, egli ha preparato per loro una città, commisurata alla speranza della loro attesa.

Testo: “Per fede, Abramo, messo alla prova, offrì Isacco, proprio lui, che aveva ricevuto le promesse, offrì il suo unico figlio, del quale era stato detto: in Isacco avrai una discendenza che porterà il tuo nome.

Egli pensava, infatti, che Dio è capace di far risorgere dai morti: per questo lo riebbe, e fu come un simbolo.

Per fede, Isacco benedisse Giacobbe ed Esaù anche riguardo a cose future.

Per fede, Giacobbe, morente, benedisse ciascuno dei figli di Giuseppe e si prostrò, appoggiandosi all’estremità del bastone.

Per fede, Giuseppe, alla fine della vita parlò dell’esodo dei figli d’Israele e diede disposizioni circa le proprie ossa.

Per fede, Mosè, appena nato, fu tenuto nascosto per tre mesi dai suoi genitori, perché essi videro che il bambino era bello; e non ebbero paura dell’ordine del re.

Per fede, Mosè, divenuto adulto, rifiutò di essere chiamato figlio della figlia del Faraone, preferendo essere maltrattato con il popolo di Dio, piuttosto che godere, per breve tempo, del peccato. Egli stimava l’obbrobrio di Cristo, ricchezza maggiore dei tesori d’Egitto, perché aveva lo sguardo fisso sulla ricompensa.

Per fede egli lasciò l’Egitto, senza temere l’ira del re; rimase, infatti, saldo come se vedesse l’invisibile.

Per fede, egli celebrò la Pasqua e fece l’aspersione del sangue, perché lo sterminatore dei primi geniti non toccasse quelli degli Israeliti.

Per fede essi attraversarono il Mar Rosso, come se fosse terra asciutta; questo tentarono di fare anche gli Egiziani, ma furono inghiottiti.

Per fede, caddero anche le mura di Gerico, dopo che si era fatto il giro intorno ad esse per sette giorni.

Per fede, Raab, la prostituta non perì con gli increduli, avendo accolto con benevolenza gli esploratori.

Che cosa dirò ancora? Mi mancherebbe il tempo, se volessi narrare di Gedeone, di Barak, di Sansone, di Ifte, di Davide, di Samuele e dei e dei profeti.

Per fede essi conquistarono regni, esercitarono la giustizia, conseguirono le promesse, chiusero le fauci ai leoni, spensero la violenza del fuoco, scamparono al taglio della spada, trovarono forza dalla loro debolezza, divennero forti in guerra, respinsero invasioni di stranieri. Alcune donne riebbero per risurrezione i loro morti. Altri poi furono torturati, non accettando la liberazione loro offerta, per ottenere una migliore risurrezione. Altri, infine, subirono scherni e flagelli, catene e prigionia. Furono lapidati, torturati, segati, furono uccisi di spada, andarono in giro coperti di pelli di pecora e di capra, bisognosi, tribolati, maltrattati – di loro il mondo non era degno! -, vaganti per i deserti, sui monti, tra le caverne e le spelonche della terra.

Tutti questi, pur avendo ricevuto, per la loro fede, una buona testimonianza, non conseguirono la promessa: Dio aveva in vista qualcosa di meglio per noi, perché essi non ottenessero la perfezione senza di noi” (11, 17-29). 

Commento: In questo passo l’autore sviluppa maggiormente il tema già trattato anche nel brano precedente. Infatti, egli continua a presentare la galleria dei i personaggi biblici famosi, che furono i veri e propri eroi della fede.

Ampio spazio è dato alla storia di Abramo, presentato anche da S. Paolo (cfr. Rm 4, 1-25) come il padre della fede. Pienamente convinto che Dio non viene mai meno alle sue promesse, nel momento della prova, egli era pronto a sacrificare quell’unico figlio, Isacco, nel quale aveva investito tutte le sue speranze di avere una numerosa eredità futura; e la sua tremenda determinazione discendeva dalla sua ferma convinzione che Dio può fare tutto e ogni cosa, compresa quella di far risuscitare i morti. Nell’interpretazione cristiana, il sacrificio di Isacco viene presentato come una prefigurazione del sacrificio di Cristo.

Per un atto di fede Isacco benedì i suoi figli, Giacobbe ed Esaù, pensando alle cose future.

Per un atto di fede, Giacobbe morente benedì ciascuno dei figli di Giuseppe, suoi nipoti, e si prostrò appoggiandosi all’estremità del suo bastone.

Per fede Giuseppe, alla fine della sua vita, esprime la sua volontà. Tra l’altro egli dispone che la sua salma venga traslata nella terra dei padri, prefigurando con ciò l’esodo degli Ebrei dalla terra d’Egitto.

Grande spazio è dato alla figura di Mosè, che rifiuta gli agi e i titoli ereditari di figlio della figlia del Faraone, per essere solidale con il suo popolo perseguitato. Egli è il capitano dell’esodo, la guida spirituale e materiale degli Ebrei in fuga dall’Egitto per far ritorno nella terra promessa. Mosè affronta la peregrinazione nel deserto, fame e sete, fatiche e sofferenze, lotte, proteste, la ribellione dei suoi, il tutto attenuato e appena sopportato dal ristoro della manna, scesa dal cielo e dell’acqua, fatta sgorgare dalla roccia. Egli affronta, di buon grado, tutte queste avventure e disavventure, intuendo, con largo anticipo, quale sarebbe stato il prezioso compenso che ne sarebbe conseguito con l’avvento di Cristo redentore nella vita e nella storia dell’umanità futura.

Sfilano poi, nella galleria della storia profetica, molti altri personaggi, noti e meno noti, all’opinione pubblica moderna: da Raab, la prostituta, che, secondo la narrazione di Giosuè, accolse benevolmente gli invasori Ebrei a Gerico, a Gedeone, Sansone, Davide, Samuele e tanti altri profeti; nonché tanti altri eroi della fede, poveri mortali, che hanno vissuto una vita di fatiche, di lotte, di stenti e di tormenti, ramingando l’esistenza nelle varie parti del suolo del pianeta; tutti questi, pur essendo stati protagonisti di guerre e di vittorie, di conquiste di regni, campioni di giustizia e promotori di pace sociale; tutti questi, pur avendo operato per motivi di fede nelle cose invisibili ma percepite come visibili, non conseguirono la promessa.  Sono stati tenuti in stand by, in attesa del nostro arrivo, onde attingere la perfezione insieme, noi e loro, mediante la salvezza portata da Cristo redentore a tutti gli uomini di fede e operatori di giustizia.

Capitolo dodicesimo

L’esempio di Gesù e la correzione del Signore

Testo: “Anche noi, dunque, circondati da un così grande numero di testimoni, deposto tutto ciò che è di peso e il peccato che ci assedia, corriamo con perseveranza nella corsa che ci sta davanti, tenendo fisso lo sguardo su Gesù, autore e perfezionatore della fede. Egli, in cambio della gioia che gli era stata posta innanzi, si sottopose alla croce disprezzando l’ignominia, e si è assiso alla destra del trono di Dio.

Pensate attentamente a colui che ha sopportato contro di sé una così grande ostilità dei peccatori, perché non vi stanchiate perdendovi d’animo. Non avete ancora resistito fino al sangue della vostra lotta contro il peccato e avete già dimenticato l’esortazione a voi rivolta come a figli:

Figlio mio non disprezzare la correzione del Signore

e non ti perdere d’animo quando sei ripreso da lui;

perché il Signore corregge colui che egli ama

e sferza chiunque riconosce come figlio.

È per la vostra correzione che voi soffrite! Dio vi tratta come figli; e qual è il figlio che non è corretto dal padre? Se siete senza correzione, mentre tutti ne hanno avuto la loro parte, siete bastardi, non figli! Del   resto, noi abbiamo avuto come correttori i nostri padri secondo la carne e li abbiamo rispettati; non ci sottometteremo, perciò, molto di più al Padre degli spiriti, per avere la vita? Quelli, infatti, ci correggevano per pochi giorni, come sembrava loro; Dio, invece, lo fa per il nostro bene, allo scopo di renderci partecipi della sua santità. Certo, ogni correzione sul momento, non sembra causa di gioia, ma di tristezza; dopo, però, arreca un frutto di pace e di giustizia a quelli che, per suo mezzo, sono stati addestrati.

Perciò rinfrancate le mani cadenti e le ginocchia infiacchite, raddrizzate le vie storte per i vostri passi, perché il piede zoppicante non abbia a storpiarsi, ma piuttosto a guarire.

Cercate la pace con tutti e la santificazione, senza la quale nessuno vedrà mai il Signore, vigilando perché nessuno venga meno alla grazia di Dio. Non spunti, né cresca alcuna radice velenosa in mezzo a voi e così molti ne siano contagiati. Non vi sia nessun fornicatore e nessun profanatore, come Esaù che, in cambio di una sola pietanza, vendette la sua primogenitura. E voi ben sapete che in seguito, quando egli volle ereditare la benedizione, fu respinto, perché non ottenne alcun cambiamento, sebbene lo richiedesse con le lacrime. Voi, infatti, non vi siete accostati a qualcosa di tangibile, né a un fuoco ardente, né a oscurità, tenebra e tempesta, né a squillo di tromba e a suono di parole tale che, quanti lo udivano scongiuravano che non si rivolgesse più loro la parola. Non riuscivano infatti a sopportare l’intimazione:

Se anche una bestia tocca il monte, sia lapidata.

Lo spettacolo, in realtà, era così terrificante che Mosè disse: Ho paura e tremo. Voi vi siete invece accostati al monte Sion e alla città del Dio vivo, alla Gerusalemme celeste e a miriadi di angeli, all’adunanza festosa e all’assemblea dei primogeniti iscritti nei cieli, al Dio giudice di tutti e agli spiriti dei giusti resi perfetti, a Gesù, il mediatore di un’alleanza nuova e al sangue dell’aspersione, dalla voce più eloquente di quello di Abele.

Guardatevi perciò di non rifiutare colui che parla, perché, se quelli non trovarono scampo per aver rifiutato colui che promulgava decreti sulla terra, molto meno lo troveremo noi, se volteremo le spalle a colui che parla dal cielo. La sua voce allora scosse la terra; adesso invece ha fatto questa promessa: Ancora una volta io scuoterò, non solo la terra, ma anche il cielo. Quell’ancora una volta sta ad indicare che le cose che possono essere scosse sono destinate a passare, in quanto cose create, affinché rimangano quelle che non possono essere scosse.

Perciò, poiché noi riceviamo un regno che non può essere scosso, conserviamo questa grazia, mediante la quale rendiamo un culto gradito a Dio, con rispetto e timore; perché il nostro Dio è un fuoco che consuma” (12, 1- 29).

Commento: In questo brano, l’autore invita i cristiani a correre, spediti e senza gli inciampi del peccato, verso la meta, che è la nostra fede. Indubbiamente la via da percorrere è “ardua ed erta” di pericoli e di prove di ogni genere, ma non tanto quanto era stata ardua e mortificante “la via dolorosa” che Gesù percorse con la croce sulle spalle per salire al Calvario, accompagnato dagli insulti e dalle gogne dei carnefici, che a lui si opponevano. “Noi, egli dice, pur incontrando per la via ostacoli e difficoltà, per nostra fortuna, non siamo ancora chiamati al martirio, come il nostro Signore Gesù”. Infatti, le nostre prove possono essere umanamente superate, considerando il fatto che Dio agisce in noi come il buon padre di famiglia o un educatore, che rimprovera, corregge e redarguisce i suoi figli/allievi a fin di bene. Egli, infatti, vuole farli crescere sani, attivi, ben formati e responsabili delle azioni che essi compiranno nell’arco della loro esistenza. Le rinunce e i sacrifici, i doveri e le punizioni, imposti dal genitore/educatore ai figli/allievi, come insegna la stessa Bibbia, sono tutti fattori di formazione umana e di crescita intellettuale e spirituale dei soggetti in età evolutiva.

Lo scrittore sacro sollecita i cristiani a essere costanti nella fede e a correre spediti verso la meta che essa indica, liberandosi da ogni interesse o legame esistenziale, che possa creare zavorra o impedimento nel cammino del loro perfezionamento spirituale. Come esempio negativo di questo cammino cita Esaù che, per un piatto di minestra, vendette la sua primogenitura e che, nonostante il suo successivo pentimento, non poté più recuperare il dono della primogenitura che il Signore gli aveva fatto.

Vengono poi presentate due assemblee, due similitudini parallele ma opposte nei loro fini e nelle loro scenografie, di cui, una si svolge sul monte Sinai, l’altra sul monte Sion e rappresentano due diverse chiamate del popolo fedele. La prima avviene in un’atmosfera di paura terrificante, sul balenio di “fuoco ardente, oscurità, tenebre, tempesta, squilli di trombe e suoni di parole” tali che, anche in Mosè suscitarono timore fino al punto di farlo esclamare: Ho paura e tremo. La trama apocalittica della scenografia è stata attinta da alcuni testi dell’A. T.

L’altra si svolge sul monte Sion, nella Gerusalemme celeste ed è un’assemblea festosa di angeli primogeniti in paradiso. Gesù, “dalla voce più eloquente di quella di Abele” (simbolo dell’innocenza perfetta) è l’artefice e il mediatore di questa nuova alleanza, da lui benedetta con l’aspersione del suo sangue sparso sulla croce. I destinatari di questa missiva sono esortati dall’autore ad imitare quest’assemblea, onde poter correre spediti verso la meta, la destinazione finale dell’esistenza, la santità in paradiso.

Infine, l’autore conclude dicendo: “Per attingere l’eredità del regno che non può essere scosso (dalle transeunti vicende umane) conserviamo la grazia, mediante la quale rendiamo un culto gradito a Dio, con rispetto e timore; perché il nostro Dio è un fuoco che consuma”.

Capitolo tredicesimo

Esortazioni conclusive

Testo: “Perseverate nell’amore fraterno. Non dimenticate l’ospitalità; alcuni, praticandola, hanno accolto degli angeli, senza saperlo. Ricordatevi dei carcerati, come se foste loro compagni di carcere, e di quelli che soffrono, perché anche voi siete in un corpo. Il matrimonio sia rispettato da tutti e il talamo sia senza macchia. Dio, infatti, giudicherà i fornicatori e gli adulteri.

La vostra condotta sia senza avarizia; accontentatevi di quello che avete. Ha detto infatti: Non ti lascerò e non ti abbandonerò. Così possiamo dire con fiducia:

Il Signore è il mio aiuto, non temerò.

Che cosa mi potrà fare l’uomo? 

Ricordatevi dei vostri capi, i quali vi hanno annunziato la parola di Dio; considerando attentamente l’esito del loro tenore di vita, imitatene la fede. Gesù Cristo è lo stesso, ieri, oggi e sempre!

Non lasciatevi sviare da dottrine diverse e peregrine, perché è bene che il cuore venga riscaldato dalla grazia, non da cibi che non hanno mai recato giovamento a quelli che ne usarono. Noi abbiamo un altare, del quale non hanno alcun diritto di mangiare quelli che prestano servizio nella tenda. Infatti, i corpi degli animali, il cui sangue per l’espiazione dei peccati viene portato nel santuario dal sommo sacerdote, vengono bruciati fuori dell’accampamento. Perciò, anche Gesù, per santificare il popolo con il proprio sangue, ha sofferto fuori della porta. Usciamo, dunque, anche noi dall’accampamento e andiamo verso di lui, portando il suo obbrobrio, perché non abbiamo quaggiù una città stabile, ma andiamo in cerca di quella futura. Per mezzo di lui, dunque, offriamo continuamente un sacrificio di lode a Dio, cioè il frutto di labbra che lodano il suo nome.

Non dimenticatevi della beneficienza e di far parte dei vostri beni agli altri, perché di tali sacrifici il Signore si compiace.

Obbedite ai vostri capi e state loro sottomessi, perché essi vegliano su di voi, come chi ha da renderne conto; obbedite, perché facciano questo con gioia e non gemendo: ciò non sarebbe di vantaggio per voi.

Pregate per noi, perché crediamo di avere una buona coscienza, desiderando di comportarci bene in tutto.

Con maggiore insistenza poi vi esorto a farlo, perché io possa essere restituito a voi al più presto.

Il Dio della pace, che ha fatto tornare dai morti il pastore grande delle pecore, in virtù del sangue di un’alleanza eterna, il Signore nostro Gesù, vi renda perfetti in ogni bene, perché possiate compiere la sua volontà, operando in voi ciò che a lui è gradito per mezzo di Gesù Cristo, al quale sia gloria nei secoli dei secoli.

Amen.

Vi raccomando, fratelli, accogliete questa parola di esortazione: proprio per questo vi ho scritto molto brevemente. Sappiate che il nostro fratello Timoteo, è stato messo in libertà; se arriva presto, vi vedrò insieme con lui. Salutate tutti i vostri capi e tutti i santi. Vi salutano quelli dell’Italia. La grazia sia con tutti voi” (13, 1-25).

Commento: L’autore dedica quest’ultimo capitolo all’esortazione dei fratelli ad essere forti e coerenti nella fede e a operare sempre il bene, in tutte le circostanze, verso se stessi e verso gli altri.

“Praticate, egli dice, l’amore fraterno, l’ospitalità, abbiate cura dei carcerati come se foste voi stessi in carcere, soccorrete tutti quelli che soffrono per un motivo o per l’altro. Rispettate il matrimonio come un patto sacro, in modo tale che il talamo nuziale non sia offuscato da macchie o da ombre; non siate avari, ma delle vostre sostanze fate parte anche agli altri, a quelli che ne hanno bisogno perché vivono nell’indigenza; rispettate i capi della religione, che vi hanno annunciato la parola di Dio e vi hanno guidato a conoscere e ad amare la figura di Cristo salvatore, che ai suoi eletti conferisce i doni dello spirito per sostenerci nel cammino verso la santità; imitate il modello di vita proposto da “Gesù Cristo che è sempre lo stesso, ieri, oggi e sempre!”.

L’esperienza della fede sia vissuta in maniera sincera, totale, costante e coerente, senza lasciarsi deviare da false dottrine o mode passeggere. La figura di Cristo è il pilastro centrale della nuova stagione della storia della salvezza, inaugurata da Cristo, nella quale Cristo stesso costituisce l’altare sacrificale, al posto della vecchia arca mosaica. Per compiere il suo doloroso sacrificio cruento, Gesù è uscito fuori da Gerusalemme e si è recato nel Calvario,. Perciò, anche noi usciamo fuori dalla fortificata città del nostro egoismo per correre spediti verso di lui che ci salva dalla precarietà dell’esistenza terrena, dove tutto è provvisorio, per condurci insieme a lui nella Gerusalemme celeste.

L’autore ribadisce l’invito ai fedeli a essere sempre obbedienti e rispettosi dei capi religiosi, responsabili della dottrina e delle cerimonie del culto anche nei loro confronti, compreso lui, che ha scritto la lettera ed è consapevole di aver compiuto un buon servizio quando afferma: “Crediamo di avere una buona coscienza, desiderando di comportarci bene in tutto. Con maggiore insistenza poi vi esorto a farlo, perché io possa essere restituito a voi al più presto” (13, 18-19).

Quest’ultima affermazione lascia sottintendere che l’autore, in quel momento, fosse tenuto lontano dai suoi interlocutori per costrizione, magari in esilio o in carcere, da cui sperava liberarsi quanto prima, onde poter tornare in mezzo a loro a riabbracciarli. 

Segue un’accorata invocazione al Dio della pace, “che ha risuscitato dai morti suo figlio, Gesù Cristo, il pastore grande delle pecore. Questi, offrendosi spontaneamente come vittima sacrificale, col suo sangue sparso sulla croce, ha suggellato la nuova alleanza tra Dio e l’umanità decaduta a causa del peccato di Adamo.

Questo Dio, grande e onnipotente, artefice della creazione del mondo e di tutte le cose che in esso esistono compreso l’uomo, vi renda perfetti in ogni cosa, affinché possiate fare sempre la sua volontà, compiendo azioni a lui gradite per mezzo di Gesù Cristo, al quale tributiamo onore e gloria nei secoli dei secoli.

Amen!”

In coda alla lettera segue un biglietto in cui l’autore esprime tre concetti:

Esorta i fedeli a porre mente e azione ai consigli e alle cose che egli ha, brevemente, esposto nel documento;

Comunica la notizia che il fratello Timoteo è stato liberato dal carcere e che presto si vedranno tutti insieme;

L’invio dei saluti ai capi religiosi e ai santi destinatari da parte dei fratelli dell’Italia; il che lascia presumere che la lettera sia stata scritta dall’Italia a un’altra comunità religiosa di altra contrada sconosciuta. Meno probabile appare l’ipotesi opposta: cioè che il documento sia stato scritto da località ignota, dove c’era una nutrita schiera d’italiani, i quali salutano i fedeli di un’altra comunità, siano essi italiani stessi o di qualunque altra località sconosciuta.

Infine, il saluto terminale con l’auspicio benevolente: “La grazia sia con tutti voi!” (13, 20-25).

La seconda lettera di San Paolo a Timoteo

Posted By Felice Moro on Ottobre 22nd, 2022

Dalle notizie che si hanno in merito, questa Lettera dovrebbe essere l’ultimo scritto di San Paolo, prima della sua morte. L’uomo sente ormai di essere giunto il termine della sua vita, tuttavia si mantiene forte, coraggioso, lucido e deciso ad affrontare anche la morte, rimettendo la sua vita nelle mani del Signore misericordioso, fidente in lui che, benigno, l’accoglierà nella sua gloria.

Per questo toccante motivo di commiato dalla vita, i consigli e le raccomandazioni che fa a Timoteo sono più accorati e commossi delle esortazioni che gli aveva già fatto nella lettera precedente. Essi costituiscono i motivi fondamentali delle interpretazioni autentiche del Vangelo del Signore Gesù, che egli, Paolo, per volontà divina, ha propagato nel mondo pagano; e queste esortazioni, fatte qui e ora, hanno tutto il calore e il sapore di un testamento spirituale, teologico e pastorale, che l’Apostolo delle Genti, attraverso Timoteo, fa pervenire alla cristianità posteriore di tutti i tempi.

Capitolo primo

Indirizzo e ringraziamento

Testo: “Paolo, Apostolo di Cristo Gesù per volontà di Dio, secondo la promessa di vita che è in Cristo Gesù, a Timoteo, foglio carissimo: grazia, misericordia e pace da parte di Dio Padre e di Cristo Gesù, Signore nostro.

Ringrazio Dio, a cui servo con pura coscienza fin dal tempo dei miei antenati, tutte le volte che faccio memoria di te nelle mie preghiere, senza interruzione, né di notte, né di giorno. Ricordandomi delle tue lacrime, desidero anche di rivederti, per essere riempito di gioia, memore di quella fede, senza ipocrisia, che è in te e che, prima ancora, albergò nel cuore di tua nonna, Loide, e di tua madre, Eunice e che, ne sono sicuro, alberga anche in te” (2Tm 1, 1-5).

Commento: Come si evince dal testo, è facile fare un confronto tra l’indirizzo di questa lettera e quello della prima lettera allo stesso suo “figlio carissimo” Timoteo. I due preludi epistolari rassomigliano molto tra loro fino ad essere quasi identici o sovrapponibili, sia nella forma che nel contenuto. Paolo ringrazia Dio, cui ha sempre servito fin da quand’erano in vita i suoi antenati (il che fa supporre fin da quand’era ebreo osservante e, forse, persecutore di Cristo). Ricorda quando Timoteo era un ragazzo di famiglia, orfano di padre greco e ben educato e istruito nella dottrina in versione femminile dalla nonna, Loide e dalla mamma, Eunice. Ringrazia Dio quando ricorda Timoteo che piange dallo sconforto per causa sua. Probabilmente il discorso si riferisce all’improvviso arresto di Paolo a Troade, da dove fu tradotto in catene a Roma per scontare l’ultima parte della sua prigionia; Paolo desidera ardentemente rivedere Timoteo per riprovare quei momenti e quei sentimenti di gioia comune nella fede ardente dei tempi della loro vigorosa attività missionaria. L’Apostolo depone tutta la sua fiducia nella sincera fede dell’allievo, quella appresa in famiglia e poi rinforzata dalla sua la parola e dal suo esempio.

Questo sembra essere il senso logico di questo lungo periodo, non ben coordinato, né dal punto di vista grammaticale, né dal punto di vista sintattico.

Esortazione alla fortezza nella predicazione del Vangelo

Testo: “Per questo motivo ti esorto a ravvivare il carisma di Dio, che è in te, perché ti è stato trasmesso per l’imposizione delle mie mani. Iddio, infatti, non ci ha dato uno spirito di timidezza, ma di forza, di amore e di saggezza. Non arrossire dunque della testimonianza del Signore nostro, né di me prigioniero, ma soffri piuttosto con me per il Vangelo, confidando nella forza di Dio. È lui, infatti, che ci ha salvati e ci ha chiamati con una vocazione santa, non in virtù delle nostre opere, ma secondo il suo disegno e la sua grazia, che ci fu data in Cristo prima dei tempi eterni, ma che è stata manifestata ora, mediante l’apparizione del Salvatore nostro, Gesù Cristo, che ha distrutto la morte e ha fatto risplendere la vita e l’immortalità per mezzo del Vangelo, del quale io sono stato costituito araldo, apostolo e maestro.

Anzi, è proprio per questo motivo che sopporto tali cose; ma io non ne arrossisco, perché so a chi ho creduto e sono pienamente convinto che egli ha potere di custodire il mio deposito fino a quel giorno.

Prendi per modello le sane parole che hai da me udite, nella fede e nell’amore, che è in Cristo Gesù. Custodisci il buon deposito per mezzo dello Spirito Santo che abita in noi” (2Tm 1, 6-14).

Commento: Il contenuto di questo brano è facilmente comprensibile pensando a un genitore che, alla fine della sua carriera lavorativa si ritira dal lavoro, lasciando l’azienda nelle mani di un figlio, giovane e inesperto della complessità della sua gestione. Le difficoltà, poi, aumentano quando si tratta di gestire, non un’azienda commerciale di prodotti materiali, ma un’azienda spirituale, come la Chiesa cristiana nascente, in una città complessa ed eterogena nella sua composizione sociale, con forti spinte detrattive da parte di formazioni agnostiche, eretiche e giudaiche, sempre pronte a contrastare o a inquinare l’autentica fede cristiana. Timoteo è un collaboratore valido e prezioso, ma è molto giovane e inesperto, per cui potrebbe scoraggiarsi davanti al peso, alla complessità e alla responsabilità, che l’impegno pastorale che lo attende comporta. Allora Paolo, suo padre spirituale, che l’ha forgiato nella fede in Dio, sente il dovere d’illuminarlo nelle idee e d’incoraggiarlo nelle azioni, che egli dovrà intraprendere per difendere la fede in Cristo Gesù dai suoi detrattori, i “falsi dottori” e i numerosi nemici, che si annidano un po’ ovunque. Insieme a tanti consigli operativi per la buona azione pastorale, in modo particolare, gli raccomanda “di custodire intatto il deposito (la fede autentica) per mezzo dello Spirito Santo che abita in noi”.

La cosa essenziale che egli deve fare è proprio quella di custodire inalterato il deposito e di affidarlo in mani sicure, quando, un altro giorno, dovrà trasmettere l’ufficio ad altri rappresentanti fidati delle generazioni successive, che ne perpetueranno il messaggio e la dottrina nel tempo.

Oltre questo, Timoteo, nella sua missione di pastore della Chiesa, deve spendere il suo carisma spirituale che ha ricevuto con l’ordinazione episcopale. Se ha bisogno di un modello, cui rifarsi per rinforzare la sua missione quotidiana, attinga l’esempio da lui, da Paolo, che per amore del Vangelo, non solo non arrossisce per difendere la parola di Dio, ma tutto sopporta, comprese le catene e la prigionia. Pertanto, confidi nella forza che Dio stesso, e solo lui, potrà dargli. Infatti, “Dio non ci ha dato uno spirito di timidezza, ma (uno spirito) di forza, di amore e di saggezza”.

Poi l’Apostolo continua:

Testo: “Tu lo sai che tutti quelli dell’Asia, fra i quali Figelo ed Ermogene, mi hanno abbandonato. Il Signore usi misericordia alla casa di Onesiforo, perché spesso egli mi ha rianimato e non è arrossito per le mie catene: anzi, essendo venuto a Roma, mi cercò premurosamente fino a che non mi ebbe trovato. Il Signore (Gesù) conceda anche a lui di trovare misericordia presso il Signore (Dio) in quel giorno: (del resto) tutti i servizi che egli ha reso in Efeso, li conosci meglio di qualsiasi altro” (2Tm 1, 15-18).

Commento: L’ Apostolo qui si lamenta del fatto che gli amici e collaboratori dell’Asia l’abbiano abbandonato, compresi quelli che riteneva più fidati, come Figelo ed Ermogene. Nessuno sa chi fossero questi personaggi, nominati soltanto in questo passaggio della lettera. La dura realtà è che questi vecchi amici hanno abbandonato Paolo prigioniero alla sua sorte, senza preoccuparsi minimamente di andare a trovarlo in carcere o, se fosse stato necessario, soccorrerlo o testimoniare in suo favore nel processo. Dal modo come egli si esprime, deduciamo il fatto che questo abbandono dev’essere stato per l’Apostolo un boccone amaro da digerire, anche perché egli era sempre disponibile con tutti e si prodigava per gli altri. Non si sa nulla neanche di Onesiforo, all’infuori di quanto detto qui. Ma dal testo si desume che egli era cittadino di Efeso ed era stato riconoscente perché, più volte, aveva confortato l’Apostolo ed era anche andato a Roma a trovarlo in carcere. A questo riguardo non c’è bisogno di allungare il discorso perché tanto Timoteo sa tutto di lui, in quanto l’ha conosciuto di persona. Forse al momento in cui l’Apostolo scrive la lettera, il personaggio cui si riferisce era già morto. Perciò implora su di lui la misericordia del Signore.

Capitolo secondo

L’Apostolo deve tutto soffrire per Cristo.

Dopo aver riferito alcune notizie di carattere personale, l’Apostolo continua il suo discorso di pedagogia pastorale: “Tu, dunque, figlio mio, rafforzati nella grazia che è in Cristo Gesù, e quelle cose che udisti da me davanti a molti testimoni, affidale (in deposito) ad altri uomini sicuri, i quali siano capaci di ammaestrare nella fede anche altre generazioni di uomini.

Soffri insieme con me da buon soldato di Cristo Gesù. Però, (non c’è) nessuno che fa il soldato, s’impiccia più degli affari della vita (civile) per piacere a colui che l’ha arruolato. Alla stessa maniera, se uno fa l’atleta, non viene coronato, se non a condizione che abbia combattuto secondo le regole. L’agricoltore poi, che lavora duramente, bisogna che per primo riceva i frutti (della terra). Poni mente a quanto ti dico; il Signore, infatti, ti darà l’intelligenza per ogni cosa. 

Ricordati che Gesù Cristo, della stirpe di David, è risuscitato da morte, secondo il mio Vangelo. Per esso io soffro travagli fino alle catene, come se fossi un malfattore: però la parola di Dio non è incatenata!

Perciò io soffro tutte queste cose per gli eletti, affinché anch’essi ottengano la salvezza che è in Cristo Gesù, insieme alla gloria eterna. È degno di fede il detto:

Se siamo morti insieme con lui,

con lui anche vivremo.

Se avremo pazienza, con lui anche regneremo;

se poi lo rinnegheremo, anche lui ci rinnegherà.

Se gli saremo infedeli, egli invece rimane fedele,

perché non può rinnegare se stesso” (2Tm 2, 1-13).  

Commento: In questo passaggio l’Apostolo continua a interloquire con l’allievo sul tema più importante della loro discussione: la necessità che Timoteo prepari, a sua volta, eredi esperti nella dottrina e fidati nella parola, ai quali affidare il “deposito della fede” da trasmettere, intatto, alle generazioni future. Queste, a loro volta, siano capaci di ammaestrare altri uomini, esperti e fedeli, delle generazioni successive. Soltanto così si riuscirà a formare una staffetta di testimonianza evangelica, cioè a creare una catena generazionale, capace di portare avanti nei secoli futuri “la Tradizione della fede autentica” nella parola di Cristo Gesù.

Per questa causa ne vale la pena che Timoteo combatta e soffra, come soffre il soldato che combatte una giusta battaglia, come lotta l’atleta che conduce la sua sfida sull’arena, come fa il contadino che lavora la terra duramente ma, alla fine, avrà anche la gioia di assaporare le primizie dei suoi frutti. Quindi, non si scoraggi l’allievo per le difficoltà che dovrà affrontare perché il Signore, di volta in volta, gli darà l’intelligenza e il coraggio necessari per affrontare le situazioni e risolvere tutti i problemi che la carica comporta.

Egli vada avanti, osservando i precetti del Vangelo, per la cui causa, l’Apostolo sopporta anche l’umiliazione delle catene come un comune malfattore.

Seguono alcuni versetti che, in forma molto sintetica, riassumono il mistero cristiano, secondo cui, il battesimo inserisce il credente nella vita, nella morte e nella risurrezione di Cristo.

Lotta contro gli errori del suo tempo

Il discorso dell’Apostolo all’allievo continua.

Testo: “Richiama alla mente queste cose, scongiurando la gente davanti a Dio perché non faccia schermaglie di parole: cose di nessuna utilità, ma piuttosto di rovina per gli ascoltatori! Poni ogni diligenza nel presentarti davanti a Dio come un uomo ben provato, un operaio sicuro, che non ha da arrossire e che dispensa rettamente la parola della verità. Evita le profane vacuità delle parole, giacché i loro autori fanno sempre maggiori progressi verso l’empietà e la loro parola, come una cancrena, estenderà il raggio della sua devastazione. Di questi tali sono Imeneo e Fileto, i quali hanno deviato dalla verità, dicendo che la risurrezione è già avvenuta, e sconvolgono in tal modo la fede di certuni.

Tuttavia, il solido fondamento di Dio resiste saldamente, avendo questo sigillo: Iddio conosce quelli che sono suoi, e ancora: Si allontani dall’iniquità chiunque invoca il nome del Signore.

In una grande casa, però, non ci sono soltanto vasi d’oro e d’argento, ma anche vasi di legno e di coccio; alcuni poi sono destinati a usi nobili, altri ad usi ignobili. Perciò, se qualcuno si manterrà puro da costoro, sarà un vaso destinato ad usi nobili, santificato, utile al padrone, adatto per ogni opera buona.

Cerca di fuggire le voglie giovanili; persegui la giustizia, la fede, l’amore, la pace, con quelli che invocano il Signore di cuore puro. Evita, inoltre, le questioni sciocche e non educative, sapendo che generano contese, mentre un servo del Signore non deve contendere, ma essere mansueto con tutti, capace d’insegnare e tollerante. Egli deve anche riprendere con dolcezza gli avversari, (nella speranza) che Iddio conceda loro il pentimento (degli errori) per la perfetta conoscenza della verità, cosicché si possano ravvedere dal laccio di Satana, essendo stati da lui accalappiati per fare la sua volontà” (2Tm 2, 14-26).

Commento: Dopo aver sollecitato Timoteo ad essere forte, a non arrendersi davanti alle difficoltà, ma ad intraprendere qualsiasi lotta per la difesa della verità, torna ad avvertire l’allievo sui pericoli rappresentati dalla presenza di tanti “falsi dottori”. Essi sono presenti ovunque, si annidano in ogni dove, emergono da ogni nascondiglio. Costituiscono un pericolo costante per il presente e per il futuro della fede. Essi non elaborano teorie, non lanciano proclami razionali contrari alla fede, ma si compiacciono di seminare schermaglie, parole vuote o fuorvianti, che servono a confondere, sviare e seminare rovine in chi li ascolta, specialmente se l’uditore è suggestionabile perché ha una fede debole. Per contrastare l’azione di questi seminatori di erronea propaganda soft, Timoteo deve presentarsi come uomo sicuro di sé, ben fermo nella sua posizione dottrinale, di provata fede che, nel suo ufficio pastorale, è capace di dispensare soltanto parole di verità. Egli deve rappresentare un punto di riferimento sicuro per i fedeli di oggi e anche per quelli di domani. Il predicatore preparato e onesto deve presentare il Vangelo così com’è, senza abbellimenti esornativi e senza stravaganti divaricazioni.

Questi insegnamenti raccomanda l’Apostolo, in modo particolare per chi deve operare in un ambiente imbevuto di cultura e di filosofia greca, com’era quello di Efeso, cui riusciva ostico credere al dogma della risurrezione dei morti. Gli intellettuali greci, pur apprezzando i valori dello spirito, tenevano in dispregio quelli della carne. Essi reagivano d’istinto, come reagirono d’istinto gli spettatori dell’Areopago di Atene al primo discorso di Paolo durante il secondo viaggio missionario in d’Acaia (At 17, 31-32; 1Co 15,12-14). Imeneo e Fileto, forse, erano caduti in qualche contraddizione sul dogma della risurrezione. La loro dottrina, infatti, come una cancrena ha creato una vasta devastazione.Tuttavia, nonostante gli sconvolgimenti creati da questi errori, il fondamento della dottrina resiste saldamente ancorato al sigillo: “Iddio conosce quelli che sono suoi. Perciò si allontani da ogni iniquità chiunque invoca il nome del Signore”. Le persone non sono tutte uguali, come non sono tutti uguali neanche i vasi che le persone utilizzano per i vari usi domestici: ci sono vasi d’oro e vasi d’argento, ma ci sono anche vasi di legno e vasi di coccio; alcuni usati per usi nobili e onorifici, altri per usi ignobili. “Chi si manterrà puro dai vasi ignobili, sarà un vaso destinato ad usi nobili, santificato e utile ad ogni opera buona” dice l’Apostolo.

Poi ripete l’elenco delle virtù etiche che Timoteo deve coltivare: fugga le passioni giovanili e persegua la giustizia, la fede, l’amore e la pace con tutti quelli che credono nel Signore. Eviti le questioni sciocche o inutili. Egli si distingua per mansuetudine e tolleranza. Non solo, ma deve riprendere con mitezza quelli che sbagliano, in modo che si ricredano dalle loro condotte sbagliate e si liberino dai lacci di Satana onde, pentiti, chiedano perdono al Signore e cerchino di riconciliarsi con lui.

Capitolo terzo

Contro i futuri pericoli d’errore

L’Apostolo, ansioso di avvertire Timoteo sui pericoli dei tempi futuri, esordisce dichiarando:

Testo: “Sappi, poi, che negli ultimi giorni sopravverranno tempi difficili. Gli uomini, infatti, saranno egoisti, amanti del denaro, vanagloriosi, arroganti, bestemmiatori, disobbedienti ai genitori, ingrati, empi, sleali e senz’amore, calunniatori, intemperanti, spietati, nemici del bene, traditori, protervi, accecati dall’orgoglio, amanti del piacere più che di Dio: gente che ha l’apparenza della pietà, ma ne rinnega la forza. Questi pure cerca di evitare.

Di costoro, infatti, fanno parte certuni che s’introducono nelle case ed accalappiano donnicciole cariche di peccati, sballottate da voglie di ogni sorta, le quali stanno sempre lì ad imparare, senza mai poter arrivare alla conoscenza perfetta della verità. Allo stesso modo che Jannes e Jambres si opposero a Mosè, anche questi si oppongono alla verità, da uomini corrotti di mente quali sono, riprovati circa la fede. Costoro, però, non andranno molto avanti, dato che la loro stoltezza si farà palese a tutti, come lo fu anche (la stoltezza) di quelli (sopraindicati).

Tu, però, hai seguito da vicino il mio insegnamento, la mia condotta, i miei disegni, la mia fede, la longanimità, la carità, la pazienza, le persecuzioni e i patimenti, come quelli che mi capitarono ad Antiochia, a Iconio e a Listra. Quali persecuzioni non ho sofferto! Eppure, da tutte mi ha liberato il Signore.

 Ed anche tutti coloro che vogliono vivere piamente in Cristo Gesù, saranno perseguitati. I malvagi, invece, e gli impostori, faranno sempre maggiori progressi nel male, ingannando gli altri e venendo ingannati a loro volta. Tu, però, rimani fedele alle cose che hai imparato e delle quali hai acquistato certezza, ben sapendo da quali persone le hai imparate e che fin da bambino conosci le sacre Lettere: esse possono procurarti la sapienza che conduce alla salvezza per mezzo della fede in Cristo Gesù. Ogni scrittura, infatti, è ispirata da Dio ed è utile a insegnare, a riprendere, a correggere, a educare nella giustizia, affinché l’uomo di Dio sia ben formato, perfettamente attrezzato per ogni opera buona” (2Tm 3, 1-17).

Commento: In questo brano l’Apostolo fa una triste predizione dei tempi che verranno immediatamente prima del ritorno del Signore, cioè prima della parusia. Egli prende sempre di mira i “falsi dottori”, quelli che all’apparenza sembrano persone perbene, ma che, in realtà, sono dei mistificatori della verità: egoisti, senz’amore, attaccati a difendere se stessi e i propri interessi, dimenticano gli altri, tra i quali anche gli stessi genitori. Ma Timoteo è bene ammaestrato nella dottrina e nell’etica cristiana trasmessegli dal Maestro, per cui saprà come difendersi da questi mistificatori della verità e maestri dell’errore e della menzogna; non solo, ma saprà guidare anche gli altri, specialmente i suoi fedeli, a camminare nella diritta via della fede, della speranza e della carità. In questo senso il tempo dell’escatologia è già incominciato, per cui, ognuno dovrebbe vivere come se Cristo dovesse tornare da un momento all’altro.

Le vittime più frequenti di questi “falsi dottori” e seminatori d’inganno sono certe donnicciole che sono incapaci di afferrare le verità profonde della vita e della fede, per cui vivono di frivolezze nella superficialità. I seminatori di errore vanno a trovarle nelle loro case, dove tendono l’esca a queste facili prede. Ma anche questi maghi della menzogna hanno i giorni contati, perché saranno presto smascherati e allora sarà per loro la rovina.

In contrapposizione a costoro, Timoteo è stato formato da Paolo e da lui iniziato alla pratica delle migliori virtù: la longanimità, la carità, la pazienza, le persecuzioni e patimenti, che sono un prezzo inevitabile da pagare per chi predica e segue la fede cristiana. I malvagi e gli impostori, invece, faranno maggiori progressi nel male e, ingannando gli altri, verranno, a loro volta, ingannati essi stessi.

Tuttavia, Timoteo deve rimanere saldo nella testimonianza della fede, consapevole dell’autorità e della dignità dei soggetti che gliel’hanno trasmessa: la madre, la nonna, Paolo stesso e, soprattutto, le sacre Lettere (la Bibbia), che hanno sempre raccolto e trasmesso la parola ispirata da Dio. Essa è il documento che trasmette la verità e la sapienza di Dio agli uomini di ogni tempo. La conoscenza della Bibbia è un’esigenza fondamentale per la formazione dell’uomo di Dio: l’apostolo, l’annunciatore del Vangelo, il presbitero, l’episcopo. Ciò affinché “l’uomo di Dio, come Timoteo, sia ben formato e perfettamente attrezzato per ogni opera buona” che possa compiere nella sua attività pastorale.

Capitolo quarto

“Annunzia la parola … adempi il tuo ministero”

Testo: “Ti scongiuro davanti a Dio e a Cristo Gesù, che verrà a giudicare i vivi e i morti, per la sua apparizione e il suo regno: annuncia la Parola, insisti a tempo opportuno e inopportuno, cerca di convincere, rimprovera, esorta con ogni longanimità all’osservanza della dottrina. Verrà un tempo, infatti, in cui (gli uomini) non sopporteranno più la sana dottrina, ma, secondo le proprie voglie, si circonderanno di una folla di maestri, facendosi solleticare le orecchie, e storneranno l’udito dalla verità per volgersi alle favole. Tu, però, sii prudente in tutto, sopporta i travagli, fa opera di evangelista, adempi il tuo ministero” (2Tm, 4, 1-5).

Commento: Volgendo verso la conclusione della sua missiva, l’ansia persuasiva dell’Apostolo nel trasmettere “il deposito della dottrina” al discepolo diventa sempre più accorata, fino a raggiungere, verso la fine, il climax emotivo di un testamento spirituale. Per scuotere, in maniera forte, l’animo di Timoteo, Paolo chiama, a testimoni delle sue parole, Dio e Cristo che è Giudice dei vivi e dei morti.

Nel trasmettere la dottrina, Timoteo non demorda mai, ma insista con tutti e sempre, sia nei momenti opportuni, sia in quelli inopportuni. Cerchi di convincere, rimproveri con garbo quelli che sbagliano, esorti tutti con sapienza dottrinale perché i tempi che stanno per arrivare saranno difficili. Ci saranno persone che, pur di deviare dalla retta via, si circonderanno di “falsi dottori”, dai quali ascolteranno favole, che per loro saranno musica piacevole, che solleticherà i loro orecchi. Timoteo, però, sia prudente in tutte le circostanze, sopporti i travagli, adempia puntuale ai doveri del suo ministero.

“Ho combattuto il buon combattimento”

Testo: “Quanto a me, io sono già versato in libagione ed è giunto il momento di sciogliere le vele. Ho combattuto il buon combattimento, ho terminato la corsa, ho mantenuto la fede. Per il resto, è già in serbo per me la corona della giustizia, che mi consegnerà in quel giorno il Signore, Lui, il giusto Giudice; e non soltanto a me, ma anche a tutti quelli che hanno amato la sua apparizione” (2Tm 4,6-8).

Commento: Da molti indizi, quando l’Apostolo scrive queste cose ha già la piena consapevolezza della sua fine imminente. Fra poco il processo si concluderà con la sua condanna a morte. Ma egli non appare turbato o preoccupato del tragico epilogo della sua vita; anzi ostenta la gioia dell’atleta che ha combattuto e vinto la sua battaglia e si aspetta di conseguire il meritato premio della vittoria: la vita eterna in paradiso. Egli si sente la vittima sacrificale, offerta in libagione per la testimonianza del Vangelo, per la cui causa ha vissuto, ha combattuto, ha sofferto e sa di morire. Avverte che la sua missione è giunta a termine e si prepara a sciogliere le vele dalle spiagge della vita. Il suo commiato non è triste, ma gioioso perché si aspetta “la corona della giustizia” che il Signore, il giusto Giudice, gli consegnerà nel suo giorno; e non soltanto a lui, ma anche a tutti coloro che avranno amato il glorioso ritorno di Cristo, vivendo nell’umiltà e nella fiduciosa attesa della loro salvezza.

Ultime notizie e raccomandazioni

Testo: “Abbi premura di venire da me quanto prima, perché Dema mi ha abbandonato, avendo preferito il secolo presente, e se n’è andato a Tessalonica; Crescente pure se n’è andato in Galazia e Tito in Dalmazia. Luca soltanto è con me. Prendi anche Marco e conducilo con te, perché mi è utile per il ministero. Tichico, poi, l’ho mandato a Efeso. Quando verrai, portami il mantello che lasciai a Troade, presso Carpo, come pure i libri, specialmente le pergamene. Alessandro, il ramaio mi ha arrecato molto male: Il Signore gli renda secondo le sue opere. Anche tu guardati da costui, poiché ha molto avversato le nostre parole.

Nella mia prima difesa nessuno fu al fianco. Tutti mi abbandonarono. Che non sia loro imputato a colpa!

Il Signore, però, mi venne in aiuto e mi diede forza affinché, per mio mezzo, la predicazione fosse portata a termine e tutte le nazioni l’ascoltassero: e così “fui liberato dalla bocca del leone”. Il Signore mi libererà ancora da ogni opera cattiva e mi salverà (prendendomi) nel suo regno celeste. A lui la gloria per i secoli dei secoli! Amen” (2Tm 4, 9-18).

Commento: Nell’epilogo della sua Lettera, oltre alla consapevolezza di essere giunto ormai alla fine dei suoi giorni, Paolo ci rivela tante altre notizie interessanti sul suo conto: egli trascorre gli ultimi giorni della vita solo, nella squallida solitudine del carcere, abbandonato da tutti. Sperimenta così l’indifferenza e l’amara ingratitudine degli amici, dei collaboratori e dei discepoli più cari, i quali, tutti se ne sono andati lontano per i fatti loro a godersi i favori della vita. Tra questi, anche Dema lo ha abbandonato per lasciarsi andare i piaceri del secolo presente; Crescente se n’è andato in Galazia; Tito (neovescovo di Creta e destinatario della Lettera pastorale di Paolo, analoga a questa di Timoteo), se ne è andato in Dalmazia. Con Paolo è rimasto solo Luca, il medico evangelista e cronista dei suoi viaggi missionari narrati negli Atti degli Apostoli.

Per colmare l’amarezza della delusione patita e avere vicino il conforto affettivo di un amico sincero nel momento della dura prova, prega Timoteo di venire da lui quanto prima. Porti con sé anche l’evangelista Marco; Tichico l’ha mandato a Efeso, forse per sostituire Timoteo negli impegni pastorali durante la sua assenza. Inoltre, lo raccomanda di portargli il mantello, i libri e, soprattutto, le pergamene, lasciati a Troade, nella casa di un certo Carpo. Si tratta di indumenti e cose che gli servono e che egli non poté prendere al momento della sua partenza, forse per l’improvviso suo arresto da parte della polizia imperiale. Alessandro, il ramaio, gli ha fatto tanto male, tuttavia, l’Apostolo non nutre risentimenti malevoli nei suoi confronti, ma gli preannuncia l’immancabile castigo di Dio.

“Nella prima difesa del nuovo processo, nessuno fu al mio fianco. Tutti mi abbandonarono”!

Queste desolanti affermazioni dell’uomo, lasciato solo nell’ora della dura prova, suonano come l’accusa di un terribile tradimento fattogli dai suoi amici, collaboratori e discepoli. Nell’ora del bisogno, tutti si sono allontanati da lui. Tutti assenti e lontani dal povero missionario, falsamente accusato di delitto da malfattore mai commesso! Quant’è antica e quant’è attuale la vigliaccheria degli uomini nei confronti del loro prossimo caduto in disgrazia!

Solo il Signore gli venne in aiuto togliendolo “dalla bocca del leone”. Sottintende le grinfie di Nerone? Oppure si tratta di una semplice locuzione dell’Antico Testamento, utilizzata spesso anche nei Salmi?). Paolo ne approfitta per farci sapere che il processo, pur essendo stato esiziale per lui, fu l’occasione opportuna che gli consentì di annunciare il Vangelo davanti ai giudici e ai suoi accusatori di tutto il mondo. Un’occasione unica per la propaganda del Vangelo a livello universale. Ciò che conforta maggiormente l’Apostolo in questo momento di sconforto, è la consapevolezza che il Signore lo libererà da ogni colpa, da ogni opera cattiva.

Saluti e auguri

“Saluta Prisca ed Aquila e la famiglia di Onesifero. Erasto rimase a Corinto; Trofimo, invece, lo lasciai infermo a Mileto. Affrettati a venire prima dell’inverno”. Ti salutano Eubulo, Pudente, Lino, Claudia e i fratelli tutti. Il Signore Gesù sia col tuo spirito. La grazia sia con voi” (2Tm 4, 9-22).

Paolo, in questa, come in altre sue lettere (Rm 16, 3-5) e (1Co 16,19), manda i saluti affettuosi per Aquila e Priscilla o Prisca, i due coniugi, ebrei come lui, che l’ospitarono in casa, prima a Corinto, poi a Efeso, durante il secondo e il terzo viaggio missionario; Onesiforo è ricordato anche in precedenza (1,16) come un benefattore di Efeso, che, però, al momento in cui scrive la lettera doveva essere già morto; pertanto, la riconoscenza è doverosa, a sua memoria, verso la famiglia; Erasto è stato il  tesoriere di Corinto; Trofimo accompagnò Paolo nel ritorno dal suo terzo viaggio missionario e fu l’occasione involontaria del suo arresto. Questo accadde perché l’Apostolo fu visto in giro con lui per le vie di Gerusalemme, per cui fu accusato di aver profanato il tempio, introducendo un Greco (un Pagano) in quel luogo sacro. Scoppiò la rivolta contro di lui, gli Ebrei lo catturarono e lo portarono fuori perché volevano ucciderlo. Per fortuna, l’arrivo di un tribuno della cohorte romana lo salvò dal linciaggio, ma lo portò in carcere a disposizione del Governatore (At 21, 29 e segg.). Nel commiato della Lettera, Paolo dice di aver lasciato Trofimo infermo a Mileto.

Gli altri nomi che seguono si riferiscono a persone sconosciute anche ai documenti più antichi, come quelli di Ireneo (Advers Haeres) ed Eusebio (Historia Ecclesiae); fa eccezione il nome di Lino, il quale pare che s’identifichi con l’omonimo papa che fu l’immediato successore di San Pietro nella cattedra apostolica della Chiesa di Roma.

Infine, la dossologia, breve, ma fortunata nella vita della Chiesa: “Il Signore Gesù sia col tuo spirito”, che nella formula latina è diventata Dominus Vobiscum: et cum spiritu tuo = Il Signore sia con te e con il tuo spirito! È diventata la formula conclusiva della liturgia della messa cattolica.

Sono le ultime parole della Lettera che S. Paolo indirizza a Timoteo e anche le ultime parole che L’Apostolo delle Genti indirizza alla cristianità delle generazioni successive.

La lettera di San Paolo a Tito

Posted By Felice Moro on Ottobre 22nd, 2022

Introduzione

Ben poco sappiamo di quest’allievo e collaboratore di San Paolo nelle campagne missionarie per l’evangelizzazione dei Pagani. Ignorato completamente negli Atti degli Apostoli, le poche notizie che si hanno di lui provengono dai lapidari riferimenti che ne fa soltanto l’epistolario paolino. Pare che egli fosse figlio di genitori pagani e che sia stato convertito e battezzato dall’Apostolo stesso in uno dei suoi primi viaggi missionari. Il giovane catecumeno si affeziona a Paolo e lo segue nella sua missione apostolica, per cui, insieme a Timoteo, diventa presto uno dei suoi più validi collaboratori nelle campagne d’Oriente: Asia, Macedonia e Grecia.

Anche l’Apostolo lo apprezza molto, tanto che lo chiama affettuosamente “figliolo verace secondo la fede comune” (Tt 1, 4). Dell’unità d’intenti nello spirito e negli impegni di lavoro è una prova la fiducia che l’Apostolo ha riposto in lui, dato il fatto che se l’è portato con sé, insieme a Barnaba, al Concilio di Gerusalemme (49-50 d. C.). Questa fu la prima grande assise dei vertici apostolici della Chiesa nascente, dove furono stabilite le linee-guida fondamentali per l’evangelizzazione cristiana nel mondo. In particolare furono stabilite norme e strategie per la conversione al cristianesimo dei Pagani, senza obbligarli a sottoporsi a un assurdo tirocinio nella Legge mosaica, osservando le norme e i riti pignoleschi dell’Antico Testamento, come quello della circoncisione; in quel Concilio della Chiesa nascente, inoltre, fu deciso di affidare il compito della conversione dei Pagani all’iniziativa di  Paolo e Barnaba, mentre alla conversione dei Giudei avrebbe provveduto Pietro con i vertici della Chiesa di Gerusalemme; il tutto sotto la regia propulsiva e organizzativa delle missioni della Chiesa di Antiochia di Siria.

Durante il secondo viaggio missionario troviamo Tito, insieme al maestro, a Corinto. Quell’occasione gli consente di farsi conoscere dalla gente del posto e di crearsi una buona base di amicizie nella città dell’istmo. Per questa sua esperienza di vita e di predicazione sulla via dell’Apostolo, durante il terzo viaggio missionario, fu mandato da Paolo, come mediatore di pace, tra lui e la comunità cristiana di quella città. Lo scopo era quello di ristabilire buoni rapporti di collaborazione, dopo alcune incomprensioni e malumori, che erano sorti tra l’Apostolo e i Corinzi, non si sa bene per quali questioni (2Co 2,13 e 7,6). Avendo avuto successo la sua mediazione, Tito si affretta a portare la buona notizia al maestro che, nel frattempo, era dovuto scappare da Efeso, a causa della rivolta degli argentieri, capeggiati dall’artigiano Demetrio (At 19,23-29) e riparare in Macedonia (2Co 7, 5-6). Infatti, per premiarlo di questo suo successo, gli viene affidato l’incarico di organizzare la colletta per raccogliere i fondi in favore dei poveri di Gerusalemme (2Co 8, 6-17; 12,18).

Dalle indicazioni che ne dà l’Apostolo, emerge una figura dalla personalità altamente positiva: pronto, intuitivo, generoso, razionale, uomo di pace, che vuole, cerca e costruisce rapporti di pace con tutti; bravo paciere tra le comunità cristiane, spesso afflitte da dissidi interni. Per queste sue umane capacità conciliative, l’Apostolo lo stima degno di fiducia e di provata capacità strategica, adatto a ritessere i rapporti sfilacciati da conflitti e divergenze di vedute tra i fedeli della primitiva Chiesa cristiana. Per questo Paolo gli affida spesso incarichi importanti e delicati da compiere tra le comunità cristiane divise o riottose, anche a causa della confusione e del disordine sparsi tra la gente dai “falsi profeti” che pullulano ovunque: in Asia, in Grecia e in Macedonia. Per tutti questi suoi meriti, Paolo, nell’ultimo suo viaggio in Oriente, compiuto dopo la prima prigionia romana, intorno al 66 d.C., lo propone presbitero e poi vescovo dell’isola di Creta, dove si dice sia morto all’età di 93 anni.

La Lettera a lui dedicata, come la prima Lettera a Timoteo, sono lettere di carattere pastorale, dove l’Apostolo insegna, dà consigli e guida il discepolo a organizzare l’amministrazione della diocesi, ordinata secondo le regole del Vangelo che egli stesso predica, senza sviamenti di sorta.

Capitolo primo

Indirizzo

Paolo, servo di Dio, Apostolo di Gesù Cristo in favore della fede degli eletti di Dio e della conoscenza della verità conforme alla pietà, in vista della speranza della vita eterna che Iddio, il quale non mentisce, ha promesso fin dai tempi eterni, ed ha manifestato nei tempi stabiliti mediante la sua parola, cioè mediante la predicazione, della quale sono stato incaricato per comando del Salvatore nostro Iddio, a Tito, figliolo verace secondo la fede comune: grazia e pace da Dio Padre e da Gesù Cristo nostro Salvatore” (Tt 1, 1-4).

Commento: Paolo qui esordisce con una solenne dedica teologica sulla carica apostolica di cui ha appena investito il suo allievo e fedele collaboratore Tito. Con questa impegnativa motivazione teologica e missionaria insieme, forse l’Apostolo, a prescindere dalla figura e dal ruolo di Tito, vuole mandare un segnale forte della fede autentica alla comunità di Creta, spesso agitata e disorientata dai soliti perturbatori di turno, i “falsi dottori” che gareggiano per arrogarsi cariche e funzioni che nella Chiesa non hanno.

Contro costoro, Paolo rivendica la sua legittimità apostolica alla predicazione autentica della parola di Dio. Così, riaffermando il suo ruolo e la sua funzione di apostolo di Dio, Paolo legittima e consolida la figura di Tito come suo rappresentante e guida spirituale della comunità. Solo qui Paolo si autodefinisce “servo di Dio”, locuzione frequente usata per indicare i grandi profeti dell’Antico Testamento. Di solito egli preferisce definirsi “servo di Gesù Cristo” o semplicemente “servo di Cristo” in (Rm1,1; Fl 1,1; Ga1,10).

La predicazione, cui l’Apostolo fa riferimento, ha un duplice significato: la conoscenza sempre più approfondita delle verità di fede in Dio, che ci ha “eletti in Cristo fin dal momento della Creazione del mondo” (Ef, 1, 3-6) e l’esortazione a tenere viva la speranza nella vita eterna.

Le qualità richieste dai sacri ministeri

Intanto l’Apostolo continua il suo discorso:

Testo: “Per questo ti ho lasciato a Creta, allo scopo di mettere in ordine quanto rimaneva (da completare) per stabilire dei presbiteri in ogni città, secondo le istruzioni da me ricevute. Ognuno di loro sia irreprensibile, sia marito di una sola moglie, abbia figli credenti, che non siano accusati di vita dissoluta, non siano insubordinati.

Bisogna, infatti, che l’episcopo, in quanto amministratore di Dio, sia irreprensibile, non arrogante, non collerico, non dedito al vino, non violento, non avido di vile guadagno; al contrario, sia ospitale, amante del bene, saggio, giusto, pio, padrone di sé, attaccato alla parola sicura secondo la dottrina (trasmessa), per essere capace, sia di esortare nella sacra dottrina, sia di confutare quelli che vi si oppongono” (Tt 1, 5-9).

Commento: Lasciando la comunità di Creta, Paolo affida a Tito il compito di completare la sua opera e, in modo particolare, l’insegnamento della sana dottrina e la creazione di presbiteri nelle diverse città. Sono i provvedimenti basilari per poter avviare la necessaria organizzazione della gerarchia presbiteriale per la funzionalità della Chiesa. Non si sa quando l’Apostolo abbia creato le prime comunità cristiane nell’isola. Di sicuro ha sostato in quella terra per qualche tempo durante il quarto viaggio missionario verso Roma, poco tempo prima del naufragio a Malta, narrato, con dovizia di particolari e grande partecipazione emotiva, negli Atti degli Apostoli (At 27, 14-44). Poi è stato nell’isola quando ha investito Tito della carica episcopale di quella comunità, dandogli anche le necessarie istruzioni per la scelta dei presbiteri da nominare in ciascuna delle comunità cittadine. Quindi gli fa l’elenco delle virtù che gli uomini di Chiesa devono possedere e, in negativo, l’elenco dei vizi che non devono avere. Grosso modo ripete lo stesso elenco che, in precedenza, aveva già fatto a Timoteo, insediandolo nella carica episcopale di Efeso. Le virtù: ciascun amministratore ecclesiastico dev’essere irreprensibile, marito di una sola moglie, abbia figli credenti, non dissoluti, né insubordinati. L’episcopo, che è amministratore di Dio, sia irreprensibile, non arrogante, non collerico, non dedito al vino, non violento, non avido di vile guadagno; al contrario, sia ospitale, amante del bene, saggio, giusto, padrone di sé, attaccato alla parola sicura, secondo la dottrina (trasmessa), sia capace di esortare i fedeli alla conoscenza della vera dottrina, ma anche in grado di contrastare gli oppositori (Tm 3, 1-7).

I falsi dottori

Testo: “Vi sono, infatti, molti insubordinati, parolai ed ingannatori, soprattutto quelli che provengono dalla circoncisione: a costoro bisogna tappare la bocca, perché mettono in scompiglio intere famiglie, insegnando quanto non si deve, per amore di sordido guadagno. Del resto, uno di loro, proprio un loro profeta, ha detto: I Cretesi sono sempre bugiardi, male bestie, ventri pigri. E tale testimonianza è verace.

Perciò riprendili severamente, perché siano sani nella fede e non si volgano a favole giudaiche o a precetti di uomini che voltano le spalle alla verità.

Tutto è puro per i puri; per quelli, invece, che sono contaminati e infedeli, niente è puro: che anzi, la loro stessa mente e la loro coscienza sono contaminate. Essi professano bensì di conoscere Dio ma, con le loro opere, lo negano, essendo abbominevoli, ribelli e inadatti per ogni opera buona” (Tt 1, 10-16).

Commento: Dal v.10 al v.16 l’Apostolo parla dei falsi dottori. Dice che essi provengono dalla “circoncisione”, perciò dichiara pubblicamente che essi provengono dal mondo giudaico, cioè appartengono alla sua stessa etnia umana, ma sono i suoi avversari nella fede, perché non hanno accolto la parola di Gesù. Essi sono qualificati come falsi dottori, predicatori di menzogne, avidi di danaro e perciò vanno energicamente combattuti.

Capitolo secondo

Doveri delle diverse categorie di persone

Testo: “Tu, però, insegna ciò che è conforme alla sana dottrina. Che i vecchi siano sobri, dignitosi, prudenti, sani nella fede, nella carità e nella pazienza. Anche le donne anziane abbiano un comportamento quale si addice ai santi; non siano malefiche, né schiave del molto vino, ma piuttosto maestre di bontà, per insegnare alle giovani ad essere sagge, ad amare i loro mariti e i loro figli, ad essere prudenti, caste, attaccate ai loro doveri domestici, buone, sottomesse ai loro mariti, perché non sia vituperata la parola del Signore.

Esorta anche i più giovani ad essere prudenti in tutto, offrendo te stesso come modello di buone opere: purità nella dottrina, serietà (nella condotta), parola sana e incensurabile, affinché l’avversario sia confuso non trovando niente di male da dire nei nostri riguardi.

Gli schiavi siano sottomessi ai loro padroni in ogni cosa, cercando di piacere a loro, senza contraddirli; non li frodino, ma dimostrino loro la più sincera fedeltà, allo scopo di rendere onore in tutto alla dottrina del Salvatore nostro Iddio” (Tt 2, 1-10).

Commento: Un maestro d’anime, una guida spirituale come Tito, deve stare sempre attento a tutto e a tutti, agli atteggiamenti e ai comportamenti delle varie categorie di persone: i vecchi siano sobri, dignitosi e virtuosi; le donne anziane non siano malefiche, non si ubriachino, ma siano sagge, amino i mariti e i figli e li educhino alla pietà cristiana, abbiano un portamento come quello che si addice ai santi; i giovani siano prudenti, compiano le buone opere, seguano la pura dottrina; siano incensurabili, di modo che l’avversario non abbia niente da dire nei loro riguardi.

Agli schiavi si ricordino i loro doveri di obbedienza e fedeltà ai loro padroni. La loro pazienza e le loro virtù etiche insegneranno qualcosa di buono a tutti, in modo particolare ai loro padroni i quali, quando constateranno che la fede è una grande virtù per tutte le persone, simpatizzeranno per i credenti in Dio. Questo e ben altro prescrive la pastorale paolina!

La “scuola” dell’Incarnazione!

Testo: “E’ apparsa, infatti, la grazia di Dio, apportatrice di salvezza per tutti gli uomini, insegnandoci a vivere nel secolo presente con saggezza, con giustizia e pietà, rinunciando all’empietà e ai desideri mondani, in attesa della beata speranza e della manifestazione della gloria del grande Iddio e Salvatore nostro, Gesù Cristo, il quale ha dato se stesso per noi allo scopo di riscattarci da ogni iniquità e purificare per sé un popolo che gli appartenga esclusivamente, zelante nel compiere opere buone. Queste cose predicale e inculcale, riprendendo (gli oppositori) con ogni autorità. Nessuno ti disprezzi” (Tt 2, 11-15).

Commento: Per Paolo la condotta morale degli uomini non è data da un insieme di norme etiche e morali da osservare perché imposte dall’esterno, da qualsiasi autorità o tradizione esse promanino, ma scaturisce dalle grandi motivazioni teologiche; e all’origine di tutto c’è il grande mistero dell’Incarnazione, che raggiunge il vertice con la morte in croce di Gesù, la sua risurrezione dal sepolcro e ora l’attesa della sua manifestazione finale (parusia). Questo sublime mistero può trovare una spiegazione soltanto con l’infinito amore che Dio ha per l’uomo, da cui s’impone la necessità per noi di far scaturire l’amore dell’uomo per il suo prossimo. È proprio da qui, non da imposizioni esterne, che bisogna partire per comprendere tutte le altre implicazioni pastorali, etiche e morali, che ne derivano nella vita del credente, i cui riferimenti espliciti sono rinvenibili nei Vangeli Sinottici: (Matteo 22,37-40; Marco 12,29-31; Luca 10,25-28).

In questo passaggio della sua missiva, in pochi concetti sostanziali, l’Apostolo ribadisce tutta la tematica della “giustificazione”, ricorrente nelle sue grandi lettere: ai Galati (Ga 2, 16; 3, 6-14); (Rm 1,16-17; 3, 19-24; 4,9,25); ai Corinzi. “È stata immolata la nostra Pasqua, Cristo! Celebriamo quindi la festa, non con lievito vecchio, né lievito di malizia e perversità, ma con azzimi di purezza e di verità …; (1Co 5, 8; “Non sapete che il vostro corpo è santuario dello Spirito Santo, che è in voi, che avete da Dio e che non appartenete a voi stessi?” (1Co 6, 19); … “Cristo morì per i nostri peccati secondo le scritture, fu sepolto e fu risuscitato il terzo giorno, e apparve a Cefa, e poi ai Dodici …” (1Co 15, 3-4).

Capitolo terzo

Doveri generali dei cristiani

Il maestro prosegue illustrando il suo vademecum pastorale, che il discepolo dovrà osservare nella sua nuova funzione episcopale.

Testo: “Ricorda loro (fedeli) di essere sottomessi ai magistrati e alle autorità, di obbedire, di essere pronti (a compiere) ogni opera buona, di non sparlare di nessuno, di non essere litigiosi ma arrendevoli, dimostrando piena comprensione verso tutti gli uomini.

Anche noi, infatti, un tempo siamo stati insensati, ribelli, fuorviati, asserviti a concupiscenze e voluttà di ogni genere, vivendo immersi nella malizia e nell’invidia, abominevoli, odiandoci a vicenda. Quando, però, apparve la benignità del Salvatore nostro Iddio e il suo amore per gli uomini, egli ci salvò, non in virtù delle opere che avessimo fatto nella giustizia, ma con un atto di misericordia gratuita, mediante un lavacro di rigenerazione e di rinnovamento nello Spirito Santo, che egli effuse sopra di noi in abbondanza per mezzo di Gesù Cristo, nostro Salvatore, affinché, giustificati per mezzo della sua grazia, diventassimo eredi della vita eterna secondo la speranza” (Tt 3, 1-7).

Commento: Il contenuto di questa sezione, che va dal v.1 al v. 7, in sostanza non fa altro che ribadire le stesse cose che l’Apostolo aveva già dette nel capitolo precedente e, in parte, anche in tanti altri punti del suo epistolario. C’è un forte richiamo dei credenti ai doveri e se ne dà la stessa giustificazione teologica, forse più ricca e ancora più articolata di quanto non avesse fatto prima.

Nei primi due versetti di questo brano, l’Apostolo ribadisce quanto aveva già detto altre volte nelle sue lettere: il rispetto per le autorità politiche e civiche, preposte al governo dei popoli e all’amministrazione delle comunità locali; poi allarga l’invito a compiere opere buone, a non sparlare di nessuno, a non essere litigiosi, ma razionali e comprensivi verso tutti gli uomini. Gli insistenti inviti dell’Apostolo a vivere tranquilli all’interno delle comunità probabilmente erano dovuti alla forte tentazione dei credenti d’interpretare il messaggio cristiano di libertà in maniera radicale e libertaria, anche nei confronti delle autorità civili, rasentando così il rischio di disordine e di insurrezioni, che portano all’anarchia sociale. Una ragione in più per vivere in pace nelle comunità e dare il buon esempio anche ai non credenti, sarebbe stata l’ammissione che anche i cristiani, prima della loro conversione, erano stati ribelli e peccatori. Ma quando apparve la benignità di Dio, nostro Salvatore, e il suo grande amore per gli uomini, egli ci salvò; e non per meriti di giustizia nell’esperienza di vita pregressa, pagana o giudaica, ma per un atto di misericordia e di amore gratuito, concedendo all’umanità il grande mistero dell’Incarnazione di Gesù. Allora egli ci concesse il “lavacro (il battesimo) di rigenerazione e di rinnovamento nello Spirito Santo, che effuse sopra di noi in abbondanza per mezzo di Gesù Cristo, nostro Salvatore”. Il battesimo, quindi, non è soltanto un cerimoniale di purificazione esteriore del corpo, ma anche un atto di rigenerazione interiore con la profusione dello Spirito Santo, un rinnovamento totale dell’essere ontologico dell’uomo. Questo gesto di misericordia infinita ha compiuto Dio nei nostri confronti, “affinché fossimo giustificati per mezzo della sua grazia e diventassimo eredi della vita eterna”. Ma quest’eredità sublime, per adesso, è fruibile soltanto nella speranza.

Ultimi consigli a Tito

Avviandosi alla conclusione della sua missiva, l’Apostolo scrive:

Testo: “Queste parole sono degne di fede, ed io voglio che tu (le abbia a mente) e stia ben fermo riguardo a tali cose, affinché quelli che hanno creduto in Dio si diano premura di eccellere nelle opere buone. Tali cose, infatti, sono buone e utili agli uomini.

Procura, invece, di evitare sciocche investigazioni, genealogie, risse e polemiche riguardo alla Legge, perché sono cose inutili e vane.

Dopo un primo ed un secondo ammonimento evita l’uomo eretico, sapendo che un tale individuo è ormai pervertito e continuerà a peccare, condannandosi da se medesimo.

Conclusione

Quando ti avrò mandato Artema o Tichico, affrettati a raggiungermi a Nicopoli, perché lì ho deciso di passare l’inverno. Provvedi diligentemente di tutto l’occorrente per il viaggio di Zena, il giureconsulto, e di Apollo, affinché non manchi loro nulla. Anche i nostri devono imparare a eccellere nelle opere buone, per essere di aiuto nelle necessità, affinché non rimangano infruttuosi.

 Ti salutano tutti coloro che sono con me. Saluta quelli che ci amano nella fede. La grazia sia con tutti voi” (Tt 3, 8-15).

Commento: Prima di licenziare la sua lettera, l’Apostolo richiama tutta l’attenzione del suo interlocutore e discepolo, Tito, a tenere bene a mente le istruzioni che gli ha appena date. Si tratta di “parole (consigli) degne di fede” cioè che riguardano i principi fondamentali della fede in Dio. Tito, nella sua missione apostolica, si tenga ben fermo nei principi autentici e fondanti della vera dottrina, che il maestro gli ha trasmesso con la parola e con l’esempio della vita vissuta. Questo per stimolare e guidare i credenti ad “eccellere nel compiere opere buone”. Egli eviti, piuttosto, le polemiche, le risse verbali, le discussioni inutili sulla Legge e tutte le questioni di carattere capzioso perché sono tutte cose inutili e vane.

A chi sbaglia, gli dia un primo ed un secondo ammonimento: se si ravvede, bene! Se non si ravvede, lo lasci perdere, perché l’uomo eretico, se è ormai pervertito, continuerà a peccare condannandosi da se stesso.

Poi Paolo ordina a Tito che, quando arriveranno da lui Artema o Tichico, si faccia sostituire nelle sue funzioni ed egli lo raggiunga a Nicopoli, dove l’Apostolo ha deciso di passare l’inverno.

Inoltre, Tito provveda diligentemente a fornire tutto l’occorrente per il viaggio al giureconsulto Zena (Zenodoro?) e al predicatore Apollo (che, molto probabilmente, dovevano essere i latori itineranti che dovevano portare la Lettera di Paolo a Tito). Proprio per questo, egli esorta il destinatario a fornire loro   tutto l’occorrente che serve per il viaggio come, d’altronde, già facevano i pagani e gli Ebrei. Pertanto, nell’equipaggiare i propri missionari, i cristiani non dovevano stare da meno dei non credenti.