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Scritto Da Felice Moro il giorno 08 Gen 2009

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L’articolo è incentrato sulla storia, struttura e funzioni della Comunicazione. La comunicazione è una relazione che si stabilisce tra due o più … (Clicca sul titolo per continuare a leggere l’articolo)

 

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Perché la Filosofia? Recensione del testo di Prof. Armando Rigobello

Posted By Felice Moro on 7 Dicembre, 2019

Perché la Filosofia” è un saggio di filosofia moderna del Prof. Armando Rigobello. L’Autore fa un compendio critico della storia della filosofia, soffermandosi a commentare, in maniera sintetica, quelle parti che riscuotono il suo maggiore interesse teoretico. Fa incursioni nelle varie correnti filosofiche, tra cui, l’età greca classica con Socrate, Platone e Aristotele; l’Illuminismo, con in riferimento all’Etica di Spinoza; l’Idealismo romantico di Hegel; l’Esistenzialismo di Heidegger ; il Personalismo cristiano di Mounier. Si tratta di un’opera molto interessante perché offre un quadro retrospettivo, chiaro e sintetico, della cultura filosofica. Un manuale di consultazione, un promemoria  che, chiunque abbia interesse allo studio e alla conoscenza, dovrebbe avere a portata di mano.

Filosofia e scienza

La filosofia, secondo Aristotele, nasce dalla meraviglia, dallo stupore che l’uomo prova quando si sofferma a contemplare il mondo che lo circonda. Il tentativo di spiegare questo stupore dà luogo alla speculazione filosofica.

Secondo alcuni pensatori, la filosofia anticipa, sotto forma di costruzioni concettuali, ciò che la scienza successivamente chiarisce con i suoi modelli connessi all’esperienza. Ma se le cose andassero in modo così semplice, la filosofia esaurirebbe la sua funzione entro un breve spazio teoretico, segnato dall’orizzonte epistemologico perché la scienza prenderebbe il suo posto in toto.

Tuttavia, se davanti al mondo che contempliamo continuiamo a provare meraviglia e il nostro stupore non cessa d’ interpellarci, ciò vuol dire che dobbiamo esplorare nuove possibilità di significato, non riducibili alla asettica indagine scientifica.

Fritz Waismann, in un suo famoso saggio, sostiene che: “Il filosofo è un uomo che percepisce i crepacci nascosti nell’apparente struttura compatta dei nostri concetti, laddove altri vedono solo il levigato sentiero dei luoghi comuni che hanno davanti”. Ma c’è da chiedersi: la struttura dei nostri concetti è una struttura scientifica, oppure il levigato sentiero dei luoghi comuni? All’opinione pubblica l’esistenza oggi appare un’avventura sotto controllo scientifico di specialisti in tutti i campi del sapere. Ci sono psicologi, psicoanalisti, pianificatori, che, insieme alle agenzie di assicurazione, agli ordinamenti giuridici e alle norme previdenziali, perseguono un controllo scientifico dell’esistenza; quindi una vita spesa a sottrarsi ai rischi dell’esistenza stessa. Ma ecco che arriva il filosofo, questo scomodo uomo che scopre i crepacci. I crepacci sono le sconnessioni del ghiaccio, ma è chiaro che qui il termine è usato in senso metaforico. La parola è usata come metafora linguistica per significare che anche l’apparato logico-teorico della scienza non è compatto, ma presenta anch’esso delle crepe. I rimedi tradizionali ai traumi dell’esistenza, quali la poesia, la speranza religiosa, la disperazione esistenziale e l’irrigidimento nell’indifferenza sono antiche terapie oggi sostituite con le nuove, come la psicanalisi e le compagnie di assicurazione. Ma i crepacci permangono, continuano a stare sotto l’apparente compattezza delle nostre strutture concettuali, nello stesso terreno delle conoscenze scientifiche. La sconnessione qui non sta dentro la struttura concettuale, ma è sottesa, investe la natura del rapporto fra la trama dei concetti e la realtà che intende rappresentare ed esprimere. Nonostante la trama dei concetti appaia connessa, in ogni uomo adulto permane l’eterno fanciullino che trema e che dell’adulto continua a mantenere la lucida consapevolezza. Si tratta dell’avvertimento esistenziale dell’insufficienza del sapere scientifico a coprire ed esaurire tutta la densità della vita. L’uomo di oggi si trova smarrito davanti a certe imprevedibili situazioni della vita e a certi traumi dell’esistenza. E se si trova smarrito è perché la sua mentalità è ormai abituata all’ottimismo scientifico e all’efficientismo tecnico; e queste categorie non sempre sono funzionali a ricompattare le crepe, fronteggiando le emergenze della vita.

Lo stupore originario, per il filosofo greco, è un fenomeno grondante di emozione. La meraviglia ha un senso ampio, gioioso e insieme solenne della realtà, l’avvertimento di qualcosa che ci sovrasta e che ci esalta. L’esistere in se stesso è un fatto, un evento che nessuna trama concettuale riesce a risolvere.

Karl Popper, in riferimento alla frase di Waimann sulla capacità del filosofo di scorgere i crepacci, teme che tale prospettiva si riferisca ai filosofi di professione, gli accademici, mentre la filosofia deve essere un fatto popolare e non di élite. La filosofia è, paradossalmente, ricerca critica e anche il suo opposto: il senso comune e l’intensità esistenziale. I veri avversari della filosofia sono “gli uomini piccoli e cavillosi” di cui parla Platone nel Teeteto, mentre Berkeley li definisce “filosofi al minuto”. Popper aggiunge al riguardo: “Senz’altro la critica è la linfa vitale della filosofia, eppure una critica minuta di punti minuti, senza una comprensione dei grandi problemi di cosmologia, di conoscenza umana, di critica e di filosofia politica e senza un serio tentativo di risolverli, mi pare fatale”.

L’uomo non nasce filosofo, ma lo diventa a partire dalla crisi dell’adolescenza. Finché si vive in spontaneo accordo con la realtà e si è accolti gioiosamente dalla famiglia e dalla vita, la domanda filosofica non sorge. La filosofia compare nelle due età della crisi esistenziale: l’adolescenza e la tarda maturità. In quest’ultima fase la crisi si fa sentire in maniera più profonda che in gioventù.

Per Callicle la filosofia è un semplice esercizio del pensiero per sviluppare il senso critico, uno strumento logico e retorico volto a ottenere la persuasione.

Per Socrate, invece, la filosofia è scelta radicale di fronte alla vita, una messa in questione dell’esistenza, una spregiudicata assunzione di valori non perché tradizionali, ma perché eterni. Il filosofo socratico è un uomo politico, ha la vocazione al governo della città, ma la sua inflessibile condizione che la politica sia tutto uno con la morale e l’esercizio della verità, fa sì che nessun gruppo di potere lo passa accettare nel suo seno.

Indagando sul tema centrale della questione dibattuta, Perché la filosofia?, si può osservare come le due domande filosofiche si raggruppino intorno a due centri focali: il conoscere e l’agire: il problema della vita intellettuale (cosa posso conoscere?) e quello della vita morale (come devo agire?).

Filosofia e religione

Un’altra questione importante da dibattere in sede teoretica è quella dei rapporti tra filosofia e religione. Allora, oltre la questione del sapere e dell’agire, emerge la questione del credere. Il credere implica sperare; e la speranza è come un ponte lanciato oltre il confine del conoscere e l’efficacia dell’azione; un ponte lanciato verso l’ulteriorità che oltrepassa il conoscere rigoroso e la disciplina del dovere per situarsi nel vivo contesto di un’esperienza religiosa. La risposta religiosa che riguarda la fede, è per sua natura eterogenea alla domanda filosofica. Ma permane ancora una domanda legittima da fare: che cosa mi è concesso sperare? che rimane un’autentica domanda filosofica, emblematica della condizione umana, colta in una dimensione ancora più profonda delle altre due domande precedenti, relative al conoscere e all’agire. Dal contesto emerge un’invocazione, che non è ancora una preghiera, ma un atteggiamento rivelativo di una struttura aperta, rivolta a un trascendimento che è un elemento costitutivo della stessa condizione umana.

A tutti questi interrogativi si possono dare diverse risposte, tra cui, le seguenti:

  • La risposta metafisica astratta;
  • La risposta ideologica;
  • La risposta non omogenea alla domanda.

La prima è la tipica risposta che il pensiero classico dà agli interrogativi sorti dallo stupore originario. Essa definisce alcune strutture portanti della concezione del mondo e ne indica gli orientamenti fondamentali. È una risposta parziale che si interrompe a livello concettuale, non coinvolge l’esistenza dell’uomo fino alla spiegazione esaustiva.

La seconda è una risposta ideologica. È la risposta tipica delle grandi metafisiche dell’età illuministica e dell’età romantica. Spinoza ed Hegel sono gli autori emblematici di questa posizione. Le loro filosofie sono talmente grandi da superare le condizioni della conoscenza umana. Tuttavia, essendo frutto dell’umano pensiero, si presentano come sistemi ideologici.

Partire dal pensiero in sé come un dato di fatto che tutto giustifica è una grande e solenne esperienza teoretica. In essa possiamo dire con Spinoza sentimus esperimurque nos aeternos esse, ovvero sentiamo e sperimentiamo di essere eterni. Radicarsi in questo pensiero iniziale e totale, assoluto per definizione, è come situarsi al di fuori di ogni precarietà, al riparo da ogni debolezza, disgrazia o mutamento della soggettività. Significa vincere il tempo, superare le suggestioni e raggiungere la “gloria” spinoziana.

Quando poi quest’assolutezza del pensiero non è soltanto more geometrico demonstrata, ma la stessa geometria è percorsa da una dialettica rigorosa, essa diviene more historico demonstrata. L’idealismo trascendentale è questa versione storicistica del pensare come pensare assoluto.

A questo punto viene il dubbio di aver sbagliato tutto per aver iniziato il discorso da un postulato: l’assolutezza del pensiero. Ma l’esperienza esistenziale e la singolarità della persona rimangono elementi non dialettizzabili, resistono alla riduzione alla struttura logica e alla dialettizzazione storicistica.

Dopo queste metafisiche che non soddisfano lo spirito della ricerca, si fa innanzi la protesta dell’esistenziale, della non sopprimibile autonoma espressione della persona.

Dalle poche affermazioni già fatte, appare il volto ideologico di queste risposte metafisiche. Il loro apparato concettuale presenta una logica interna, una rigorosa coerenza, ma ciò che viene messo in questione è il loro effettivo rapporto con la realtà, fattuale ed esistenziale. Queste opere appaiono come dei grandi poemi del pensiero umano, come mondi speculativi a sé stanti, teorie di idee. La pienezza del loro discorso, al vaglio dell’insuperabile precarietà dell’esistenza singola e collettiva, si manifesta come un vuoto formalismo. L’esito formalistico di queste metafisiche immanentistiche denuncia il loro carattere ideologico.

Fallita la via della razionalità piena delle metafisiche moderne, insoddisfatti per la risposta parziale ed astratta della metafisica classica greca, i problemi dell’esistenza, del dolore, della morte, della salvezza personale, permangono. Esse non possono trovare soluzione in forme astratte del pensiero, tuttavia occorre dar loro una risposta; e la risposta che si può dare è il terzo tipo di risposta possibile: la risposta che non è omogenea alla domanda.

La risposta da dare all’interrogativo sorto dallo stupore originario deve essere una risposta oggettiva, che dia il senso totale, definitivo e omnicomprensivo della vita e della realtà. Per essere tale la risposta che si può dare deve collocarsi su di un terreno non omogeneo alla domanda, tale che superi la struttura logica del domandare e del rispondere, su un piano di verità che si riveli, piuttosto che su una verità da scoprire e da dimostrare. La natura della risposta è quella di un messaggio di salvezza, è quindi di ordine tipicamente religioso. La ricerca filosofica allora dev’essere inquadrata tra l’ideologia da un lato e atteggiamento religioso dall’altro.

Le forme classiche della filosofia

La filosofia come attività teoretica

In origine la filosofia greca appare un’appassionata ricerca per dominare teoreticamente lo “stupore” originario; e questo stupore, che suscita “meraviglia”, può essere superato con l’attività conoscitiva. La ricerca teoretica che scaturisce dallo stesso problema del conoscere, nasce dal bisogno di scoprire gli elementi universali che possono spiegare i fatti particolari: la necessità di dominare il particolare, il frammentario, il transeunte, tutto ciò che fugge nel tempo. E poiché il particolare, il frammentario, il fuggevole si presentano, sia nella natura che nel singolo individuo, la teoreticità greca si articola in due direzioni:

  • La teoresi esterna, che studia tutto ciò che appare molteplice nella realtà naturale;
  • La teoresi interna, che studia tutto ciò che appare molteplice nell’individuo concreto.

I risultati di questo dominio sono i seguenti:

  • nel primo caso si ha il cosmo, l’elaborazione di una connessione causale-metafisica della vita;
  • nel secondo caso, che riguarda l’individuo, si ha l’elaborazione della nozione di sostanza.

Tutta la filosofia greca si svolge e si sviluppa intorno a questi due termini, a questi due poli: dalle cosmologie meccanicistiche dei Presocratici alle grandi metafisiche finalistiche successive, mentre la riflessione sulla sostanza si configura come leidos (idea) in Platone e come forma in Aristotele. Più tardi questo concetto verrà ripreso e aggiornato da Usserl con il concetto di essenza/oggetto.

La dialettica indica un altro momento della teoresi. Essa esprime il movimento dell’anima per risalire dall’esperienza che muta alla verità (all’idea) che non muta. È circoscritta nella tensione tra l’esistenza e l’idea. È un concetto di chiara derivazione platonica, inteso a sottrarre alla corruzione del tempo la gioia del connubio tra esistenza e perfezione: tutto nasce, si sviluppa e muore; soltanto le idee brillano eterne nella loro immortale giovinezza.

La dialettica è anche lo strumento speculativo per attingere a questa immortalità.

L’altro termine essenziale della teoreticità è l’analitica, concetto di chiara derivazione aristotelica. Conoscere in modo analitico significa togliere il particolare dal suo isolamento per inserirlo in tutte le connessioni possibili, assurgere all’universale. Da questo principio nascono la deduzione definitoria e la dimostrazione. Definire significa applicare l’analitica, cioè precisare il rapporto di un particolare con ciò che esso non è; dimostrare significa rendere evidenti i fondamenti universali da cui il particolare è dedotto. Si può dire che l’analitica è la forma stessa della teoreticità.

Inoltre, il pensiero greco ci ha dato un altro elemento teoretico importante: la scepsi, l’epoché, cioè la sospensione del giudizio. Si tratta del principio di un salutare scetticismo prudenziale che mette in guardia verso le facili e mitiche fedi degli uomini e di tante altre cose caduche dell’orizzonte umano. Quest’atteggiamento può essere utile al pensiero dell’uomo perché può costituire un’apertura alla trascendenza religiosa.

La teoreticità greca è stata una scoperta essenziale del pensiero anche perché ha fondato la mentalità critica; ha messo in luce il carattere non immediato, ma problematico della conoscenza umana. La connessione tra il particolare e l’universale ha dato vita al metodo deduttivo, fornendo gli elementi tecnici della definizione e della dimostrazione; ha fatto presente la sapienziale consapevolezza del limite di ogni umana sistemazione teorica dogmaticamente assunta e mitizzata. La scepsi è decantatrice di ogni chiusura definitiva. Problema, dialettica, analitica, scepsi non sono momenti separati, indipendenti o contradditori tra di loro, ma costituiscono le parti di un organico percorso ideale dell’attività teoretico-speculativa. Il problema è la condizione essenziale della teoreticità, la dialettica è il suo profilo dinamico, l’analitica è la sua struttura interna, la scepsi è l’insegnamento morale che essa reca nei confronti della vita. La teoreticità greca è il dominio sul particolare, sul frammentario, sul fuggevole colti nel mondo oggettivo.

La teoreticità idealistica è invece il dominio sul particolare, sul frammentario, sul fuggevole tipici dell’attività umana e delle vicende storiche. L’oggetto di tale teoreticità non è il cosmo o l’individuo, ma i contenuti empirici, casuali dell’agire umano. Il momento iniziale di questa teoreticità si ritrova nel clima romantico; il secondo momento è costituito dall’elaborazione della nozione di “trascendentale” e della dottrina storicistica. Il trascendentale è la teorizzazione dell’attività umana, lo storicismo è il divenire storico. Questi due risultati, portati al loro consequenziale sviluppo, coincidono.

La teoreticità greca si struttura in funzione di un realismo oggettivo per cui, conoscere è vedere.

La teoreticità moderno-idealistica si struttura invece attorno al conoscere come giudicare. Il giudizio è attività autoponentesi indeducibile. Il posto dell’idea è preso dalla struttura trascendentale. L’analitica, da sistema di rapporti, diventa norma concreta dell’attività pensante. L’intelligibilità si identifica con la trascendentalità. L’identificazione di pensiero e di essere, che nella teoreticità greco-classica è soltanto intenzionale, in quella idealistica diventa reale attraverso la riduzione dell’essere a pensiero e del pensiero alle sue strutture trascendentali. L’essenza della teoreticità, come superamento del particolare e del frammentario in un rapporto logico universale e dotato di necessità, è la stessa, sia nel pensiero greco che in quello dell’idealismo moderno. La diversa natura del particolare e del frammentario da trascendersi, che nella prospettiva greca si riferisce al cosmo, in quella idealistica si riferisce all’attività umana, determina una diversa maniera d’intendere l’universalità: struttura costitutiva dell’essere nel primo caso, norma costitutiva del pensiero nel secondo caso. La conoscibilità del reale, per i Greci è contemplazione, mentre per gli idealisti è atto di giudizio e infine creatività. La critica idealistica all’intellettualismo classico è la critica rivolta dall’intellettualismo trascendentale all’intellettualismo oggettivistico; essa deriva dall’identificazione intenzionale dei due termini: pensiero ed essere.

Il pensiero idealistico-trascendentale, con l’identificazione di pensiero ed essere riproduce, in sede dinamica e storicistica, il monismo metafisico di Spinoza. Non solo, ma l’identificazione di pensiero ed essere diventa la teoria della verità globale e definitiva, diventa cioè ideologia, inganno ordito con gli strumenti di un discorso dedotto da premesse inadeguate.

Analitica, fenomenologia, ermeneutica nella filosofia moderna

Passiamo adesso ad analizzare alcuni aspetti della filosofia moderna, in modo particolare nella sua dimensione analitica. Ebbene, pur nell’unità della struttura fondamentale (come trama logica che regge e spiega il fenomeno) essa si diversifica a seconda dei campi di esperienza in cui viene applicata, per cui, abbiamo diversi tipi di analitica. A titolo di esempio, se ne indicano alcuni.

L’analitica esistenziale, per esempio, è il fenomeno dello scorrere della nostra esistenza, il percepirci come viventi, il nostro esserci al mondo. Ciascuno ha il suo mondo, che può essere indagato, espresso in vari modi. Ma al di là di ogni condizione soggettiva, sottoponendo il proprio mondo interiore a una considerazione analitica, si può scoprire l’interna logicità, la struttura portante che lo accomuna agli altri mondi umani, alle più svariate vicende esistenziali di tutti e di ciascun uomo. In relazione a questa struttura costante si chiarisce il valore e il destino della vita umana in se stessa.

Heidegger, per esempio, individua questo destino comune nell’essere per la morte. Alla luce della morte tutte le singole vicende esistenziali evidenziano la comune struttura, che è appunto la finitudine. Allora si rivela la connessione logico-semantica dei nostri atti singoli; dinanzi al destino di morte, di fronte all’ineludibile finitudine, l’esistenza si focalizza in tutta la sua autenticità e distinguiamo in maniera netta ciò che è essenziale da ciò che è inessenziale.

Lanalitica del linguaggio, invece, studia l’espressione linguistica. Essa sottopone il linguaggio ad un’analisi chiara delle sue funzioni, che separi l’essenziale trama logica, univoca, rigorosa, dalle ambiguità del linguaggio comune, carico di altre componenti: emotive, psicologiche, mitiche, pragmatiche con cui si esprime ciò che scientificamente non è corretto. Alcune scuole propongono l’uso di un linguaggio perfetto, mutuato dal simbolismo logico-matematico; altre scuole sostengono la tesi, secondo cui, oltre il linguaggio scientifico, bisogna riconoscere l’esistenza di una pluralità di altri linguaggi, distinguendo, tra questi, il linguaggio morale, il linguaggio religioso, il linguaggio giuridico; il linguaggio letterario (lirico e narrativo).

All’analitica va ricondotto anche lo strutturalismo linguistico. In fondo la struttura non è che la trama dei rapporti analitici. Essa è una totalità articolata secondo linee organicamente connesse, la cui dinamica è prefigurata e costante.

Le varie forme di analitica, in cui si articola buona parte del pensiero contemporaneo, rinviano a una considerazione fenomenologica della realtà.

La fenomenologia è il presupposto all’uso metodologico dell’analitica. Essa è il punto di partenza di tanta parte del pensiero contemporaneo. La fenomenologia è un metodo, un atteggiamento, una maniera di guardare il mondo. Essa richiede la “purificazione dello sguardo”, la rimozione di tutto ciò che può inquinare la purezza iniziale della coscienza.

La ricerca fenomenologica, pur nell’accurato rigore del metodo, non sfugge ad una certa ambiguità che in certi casi può essere salutare. Comunque essa offre una serie di dati che devono essere interpretati; la scienza che interpreta i dati è l’ermeneutica. Questa è chiamata anche filosofia dell’interpretazione ed è un’ulteriore via del pensiero contemporaneo. L’interpretazione ha origini lontane nella storia del pensiero. Era stata già praticata nella filosofia greca . Nella patristica si sviluppa come tecnica d’interpretazione dei testi sacri e giunge fino alle complesse tematiche teologiche contemporanee. Non solo, ma come struttura di ricerca, continua a essere praticata anche adesso, oltre che nel pensiero religioso, anche in campo laico come, per esempio, in campo storico-letterario per conoscere la cronistoria di composizione delle opere bibliografiche, in campo psicoanalitico per cercare di tirar fuori ciò che è celato sotto la configurazione dei gesti e dei segni.

Le ricerche analitiche, il metodo fenomenologico, le ipotesi ermeneutiche nel loro complesso disegnano l’ambito e le modalità in cui si muove il pensiero contemporaneo.

L’attività teoretica e la dimensione religiosa

La riflessione filosofica sul fatto religioso può diventare un’altra dimensione, addirittura emblematica, delle nuove possibilità di fare filosofia oggi. La riflessione su questa tematica può diventare la struttura portante delle nuove frontiere speculative. Il fatto religioso presuppone una presa di coscienza di trovarsi in condizione di mancanza, di limitazione, di dissenso. Senza dissenso, senza rottura, senza contestazione di quel mondo per cui Gesù non prega, non si dà esperienza religiosa autentica. Infinite sono le implicazioni teoretiche che comporta il dibattito intorno all’universo religioso. Una nota essenziale ad ogni esperienza religiosa è il sentimento di dipendenza di fronte alla realtà ideale, all’Assoluto che costituisce la totalità di significato. Dal senso di dipendenza sorge l’invocazione da cui scaturisce la preghiera. Dipendenza e invocazione scaturiscono dalla “meraviglia”, dallo “stupore” di trovarsi di fronte alla soluzione totale. E’ cosa utile individuare le aree di esperienza in cui si può risvegliare oggi quello stupore da cui, agli albori della civiltà greca, nasce la filosofia. Ma queste nuove possibilità di stupore chiedono di essere dominate da nuovi strumenti speculativi.

La scienza ha la pretesa di esaurire in sé la conoscenza stessa per il fatto di essere oggettivamente verificabile. L’oggettività scientifica è come situata tra due livelli: uno inferiore che è il mondo quotidiano della vita e uno superiore che è l’interpretazione filosofica dell’uomo nel mondo. E’ a questo livello superiore e globale che si decide sul senso o non senso dell’uomo.

Ad un terzo livello di oggettività si perviene ponendoci la non rinunciabile domanda sul senso dell’uomo nella realtà. Ogni filosofia è un’ermeneutica del significato nascosto nel volto prescientifico del mondo e non è esauribile in una prospettiva soltanto. La filosofia non offre un sapere puro cui corrisponda una realtà compiutamente definita, ma prospetta tante letture parziali, dove la verità si dischiude attraverso un conflitto (una comparazione) di interpretazioni diverse.  La riflessione filosofica nei confronti della scienza compie un lavoro di superamento, di delimitazione dei confini. Questo lavoro la filosofia l’ha già fatto nei confronti della matematica e della fisica, ancora lo deve definire nei confronti delle scienze umane. Pur rimanendo la prospettiva fenomenologica come termine di riferimento ideale, la nuova riflessione filosofica porta avanti il discorso sul limite del sapere scientifico univoco. Il punto centrale, sotto il profilo teoretico, è il carattere riflessivo del pensiero umano. Pensare è mediare, riflettere: interpretare un dato in sede approfondita, coglierne il significato più autentico, magari, in una seconda lettura. Le vie di accesso a questa ermeneutica si muovono lungo l’itinerario dell’attività simbolica. Il percorso fatto lungo questo itinerario può chiamarsi “lotta per il significato” e venir connotato come “nostalgia dell’Assente”. Nell’atteggiamento ermeneutico del pensiero è evidente la richiesta di significato, richiesta che impegna al faticoso compito di scoprire i simboli e d’interpretarli. In questo faticoso cammino, chiara è l’intenzionalità religiosa di questo fare filosofia come interpretazione: il simbolo, il rimando, il duplice senso sono tutte figure che emergono nitide dall’analisi di un’esperienza del sacro. La presa di coscienza globale di un universo di significati diventa un impegno nello esplicitarli. La vita stessa, intesa come costante attenzione a ciò che dà senso, diviene, se compiutamente realizzata, un’autentica testimonianza di significato.

“Perché la filosofia” Terza Parte (83)

 

Libertà e solitudine

Il filosofo e letterato tedesco del Settecento, Wilhelm Humbolt, indica la condizione di vita del ricercatore universitario con i sostantivi: libertà e solitudine. Anche nel linguaggio attuale l’espressione è pertinente a connotare il pensatore, il filosofo, lo studioso in genere. Infatti, l’esercizio disinteressato della ricerca, il desiderio del puro sapere isolano colui che intraprende l’avventura teoretica. La libertà del suo inquieto cercare lo rende inadatto alla partecipazione attiva alla vita pubblica e, a limite, alla stessa vita quotidiana con le sue immancabili esigenze di praticità, mediazione e attività operativa. Il vantaggio della libertà di chi si dica allo studio e alla ricerca viene pagato con il prezzo della solitudine, dell’isolamento che, talvolta, rasenta l’emarginazione sociale. La situazione si accentua quando si tratta di stabilire il rapporto tra l’intellettuale e il potere politico.

La logica interna alla dinamica stessa del sapere teoretico rende l’individuo (studioso, ricercatore, filosofo) inadatto al duttile esercizio del potere politico diretto. Questo mestiere richiede mediazione e adattabilità alle varie situazioni, mutevoli o di emergenza, che si presentano nell’esercizio quotidiano dell’attività politica. La storia della filosofia è cosparsa di esempi di rotture dirompenti tra il sapiente e il potere politico, genericamente impersonato dal “principe” o da qualunque altro “gruppo al potere” della città o dello stato: da Socrate che beve la cicuta per non tradire la verità che professa, ad Aristotele che abbandona Atene “affinché la città non pecchi due volte contro la filosofia”; da Seneca che sceglie il suicidio per non sottostare all’ira irrazionale del suo furioso discepolo Nerone, a Spinoza che si chiude, “senza riso, né pianto”, nella fredda ed esaltante solitudine del comprendere. Ma anche quando non si giunge a soluzioni radicali di questo genere, il disagio rimane e diventa habitus mentale dell’atteggiamento del filosofo o del sapiente di turno.

D’altronde, la consapevolezza che il politico ha delle capacità culturali e critiche del filosofo, che in genere sono superiori alla sua per cui costui sarebbe sempre in grado d’insegnargli o di rimproverargli qualcosa, suscita la sua persistente diffidenza nei confronti dell’uomo di cultura, del filosofo in particolare. Anche nella storia del pensiero contemporaneo questa diffidenza persiste. Basti pensare al discorso di Camus fatto in Svezia, in occasione del conferimento del Premio Nobel per la letteratura nel 1957, dove dichiara: ”Io sono un uomo quasi giovane, ricco soltanto dei miei dubbi e abituato a vivere nella solitudine del lavoro o nel rifugio dell’amicizia …”; o al pensiero critico di Sartre nei confronti del potere politico marxista stalinista sovietico e delle involuzioni autoritarie del Partito Comunista Francese; o a Ernst Bloch, esule a Tubinga nella Repubblica Federale Tedesca; o a Martin Heiddeger che si è ritirato nel suo rifugio solitario nella Foresta Nera, lontano dagli intrighi del potere politico. Certamente la filosofia vissuta intensamente da alcuni pensatori espone al forte rischio di solitudine. Ma anche la solitudine può essere un atto di presenza polemica, un atto di precisa contestazione o di dissenso dal potere politico.

Il consigliere del principe

Può essere un caso interessante quello di analizzare la figura del filosofo nella veste di “consigliere del principe”. I riferimenti storici non mancano, sono molteplici, come molteplici sono stati anche gli esiti drammatici delle loro consulenze. Basti pensare all’amicizia di Platone con Dione e ai suoi avventurosi rapporti con i tiranni di Siracusa; o a Seneca, precettore di Nerone, poi consigliere inascoltato e, infine, ridotto a tragico silenzio. Nel corso della storia gli esempi che si potrebbero citare sono infiniti.

Il “principe” è colui che comanda perché detiene il potere. Ma in senso generale con quest’appellativo simbolico può essere individuata qualunque figura, individuale o collettiva, che detiene il potere. Secondo Gramsci, il “principe moderno” è il partito politico al potere e, sotto un’accezione più ampia, può comprendere il popolo stesso. Questo concetto richiama alla mente un altro concetto della terminologia gramsciana: quella dell’intellettuale organico. La figura dell’intellettuale organico s’intreccia con quella del “moderno Principe”, contribuendo a caratterizzare un partito che, in vista della propria “egemonia”, svolge un compito etico, assolve a funzioni educative e, per ottenere il consenso, ricorre sia ai metodi di persuasione, sia ai metodi di costrizione.

La funzione del filosofo impegnato sul piano politico assume una grande varietà di posizioni che vanno dal ruolo di semplice consulente esterno, a quello di protagonista. Ma anche nella varietà delle situazioni, il filosofo tende sempre alla realizzazione dell’idea nelle istituzioni storiche. Il suo ideale recondito è quello di dare veste visibile alla sua idea, vuole illuminare l’azione storico-politica con i contorni dell’idealità fino al limite di trasfigurare le suggestioni della forza e della violenza in immagine di un dominio ideale. In tali circostanze, nell’anima del filosofo alberga una segreta intenzionalità totalitaria. Ma siccome egli non ha i mezzi, né le tecniche per attuare il suo progetto, va alla ricerca del suo braccio secolare; e la strumentalizzazione diventa reciproca, del filosofo verso il principe, del principe verso il filosofo. Il filosofo o l’intellettuale che elabori progetti teorici al servizio del principe, del monarca o del partito politico di turno, rimane spesso deluso dalle sue creature ideali, perché la sua idea spesso viene stravolta e utilizzata secondo progetti estranei alla sua volontà. Allora gli sarà attribuita la paternità di figlioletti non suoi, che egli dovrà in qualche modo, legittimare nei confronti dell’opinione pubblica.

Un legame sano (non inficiato da alcun tornaconto reciproco) tra la filosofia e il potere si radica nella natura stessa della filosofia. Ma il legame sano tra filosofia e potere politico è soltanto un ideale regolativo, intenzionale per definizione. Se questo legame si realizzasse nella pienezza totale, secondo Emmanuel Mounier, darebbe luogo alla peggiore delle dittature, quella dello spirito, la dittatura dell’idea.

Il filosofo può anche essere il consigliere del principe, ma con un certo margine di distacco, in modo che, all’occorrenza, possa giocare anche il ruolo di oppositore, di uno che richiama il politico ai valori, che l’avverte del limite, che contesta l’unilateralità delle scelte. Una posizione simile non si riconosce nella completa organicità del filosofo (o intellettuale) nei confronti del potere politico, ma propone l’intervento puntuale per interpretare le esigenze che emergono dalla realtà e contribuisce a dar loro puntuali risposte. Tutto questo senza che egli sia subordinato al potere stesso. Tuttavia, la funzione del filosofo è essenziale per allargare l’orizzonte, per tenere aperte le prospettive, per umanizzare l’azione. Per questo la presenza sapienziale e duttile del filosofo è ancora necessaria al potere. La sua figura ha qualcosa di saggio che sa vedere lontano e con distacco la realtà, ma la sua saggezza è ben diversa da quella antica, irrigidita nella sua atarassia, nel principio imbalsamato del non intervento.

A proposito del rapporto tra il filosofo e il potere una nota importante è stata scritta da quel movimento di pensiero e di cultura sorto sulle rive della Senna e indicato con l’espressione “nouveaux philosophes. Una delle figure emblematiche di questo gruppo è Bernard-Henry Lévy. Egli, con evidente riferimento alla terminologia gramsciana, definisce se stesso un “intellettuale disorganico”; e afferma che il compito dell’intellettuale e, a maggior ragione del filosofo, non è quello di essere profeta della città futura, ma è quello d’impersonare il dissenso, di conservare lo spazio politico per la protesta. Anche quando l’intellettuale sembra staccarsi dalle masse, rifiutando gli slogan dell’apparente sentire comune, egli lo fa nell’interesse delle stesse masse per salvarle, come sosteneva Popper, dal comune belato. L’intellettuale, sempre per Lévy, non deve, servire né il principe, né il popolo. La sua “disorganicità” è una garanzia di libertà propria e di efficacia nella funzione maieutico-educativa, non sempre comoda, anzi talvolta rischiosa.

Per un intellettuale non organico, questo manifesto dei giovani intellettuali francesi ha un significato importante anche per la nostra cultura italiana. Esso è un invito alla ricerca della propria identità. L’intellettuale è, per sua natura, un oppositore, uno che non s’identifica con il potere, ma che è sempre un garante di fronte ad esso, una mentalità critica, un tribuno della plebe del mondo delle idee, mai un governante.

L’Autore ha configurato l’azione del filosofo impegnato per il bene comune con l’espressione impegno e testimonianza, concetto che non è lontano dall’immagine dell’intellettuale disorganico di Lévy. Certamente nella prospettiva del giovane filosofo francese la reazione è più radicale, il dibattito è più vicino alla cultura militante; nell’espressione impegno e testimonianza, la vivacità tribunizia e il dibattito quotidiano si compongono, s’interiorizzano, si traducono in una categoria di vita spirituale, esplicitano una dimensione di trascendenza che non appare nella disorganicità asettica di Lévy. Ciò avviene, sia in riferimento al modo di concepire il potere politico, sia in relazione all’esercizio di quello stesso potere politico, sia ancora in relazione all’esercizio del potere culturale che, sotto le declamazioni di libertà e uguaglianza, sacrifica l’una e l’altra all’ideologia e trasforma il consenso in conformismo.

L’impegno anti-ideologico

 

Se volessimo sintetizzare discorso sui rapporti tra il filosofo e il potere, potremmo usare l’espressione che Jan Lacroix ha utilizzato come titolo di un suo fortunato agile saggio: Le personnalisme come anti-ideologie.

Naturalmente dovremmo sostituire il termine ‘personalismo’ con il termine ‘filosofia’ e l’espressione diventerebbe: La filosofia come anti-ideologia. Il personalismo, nelle intenzioni del nostro Autore, non sarebbe né una filosofia, né un’ideologia, ma un’anti-ideologia, quindi un fenomeno di reazione. Fondamentalmente il personalismo si caratterizza come un’aspirazione speculativa intenzionale del pensiero, connessa all’attività pratica. Esso è un movimento di pensiero impegnato a sostenere le istanze di formazione integrale della persona umana, combattendo contro le concezioni e le ideologie unilaterali e totalitarie.

Ma la filosofia vera e propria, oltre che contestazione alle chiusure scientistiche e alle organizzazioni ideologiche del potere, è ben altra cosa. Essa è apertura problematica, è proposta positiva in ordine a tematiche fondamentali della vita culturale, quali: la logica, l’ontologia, la metafisica, l’etica. Inoltre, nel contesto della cultura contemporanea, avvertiamo l’esigenza e riaffermiamo il significato della filosofia come strumento anti-ideologico, come fenomeno di reazione. Il suo convergere con le istanze personalistiche è indicativo della funzione tipica del pensiero filosofico attuale. Nonostante le riduzioni scientistiche, la filosofia vive come forza di opposizione, come dibattito in nome della dignità della persona e delle sue libertà. Questo specialmente dopo che il marxismo e l’illuminismo sembrano essere approdati nell’area dell’ideologia. Ad associare l’illuminismo alla repressione, cioè al suo contrario, non è soltanto il nostro Autore. Prima di lui altri autori famosi, tra cui Max Horkheimer e T. W. Adorno, cittadini tedeschi emigrati negli Stati Uniti al tempo della Germania nazista, nella loro opera, Didattica dell’Illuminismo, indicano le “le tendenze che trasformano il progresso nel suo contrario”. Il progresso ha un nome: l’illuminismo; il suo contrario ha un altro nome: barbarie nazista che, negli anni Quaranta, ha imperversato in Germania e in Europa. Perché mai l’illuminismo torna a rovesciarsi in ideologia? Nato da un programma di liberazione dell’uomo, come mai ha dato vita alla selva da cui sono uscite le orde barbariche della gioventù hitleriana (Hitleriungend)?

Gli oppositori romantici accusavano l’illuminismo di aver disperso i valori della persona; ma vi è una ragione più profonda che deriva dalla logica dei fatti. Secondo questa tesi, la causa di questo trasformismo è stata il fatto che l’illuminismo ha dato vita a una razionalità esasperata che esclude ogni opposizione possibile. Pertanto, ogni cosa è vista dall’incontrovertibile punto di osservazione del rigore scientifico; il processo   risulta allora previsto in anticipo. Come accade in matematica quando l’incognita del problema è già contenuta nelle premesse, prima che ne venga determinato il valore.

Il mondo illuministico ha abdicato a gestire l’effetto imprevisto. A questo punto esplode l’irrazionalità. Il formalismo logico produce l’appiattimento e l’appiattimento la dittatura. Il dittatore (o la classe al potere) non si rassegna alla semplice gestione del popolo (all’inquadramento della truppa). L’enorme potere che ha su una massa istupidita di automi diventa un mito, un rituale. Nasce una nuova mitologia: quella dell’uomo solo al potere. Da qui alla follia politica il passo è breve. “Accade quel che è sempre accaduto nel pensiero vittorioso: appena esso esce volontariamente dal suo elemento critico per divenire strumento al servizio della realtà, anche senza volerlo, trasforma il positivo in negativo, in qualcosa di esiziale” (Orkheimer e Adorno). La ragione, ridotta a rapporti logici, diventa formalismo e il formalismo implica il passaggio dialettico alla rinnovata mitologia e quindi alla conseguente barbarie. La ragione formalizzata è strumento per appiattire e ridurre la spontaneità dell’uomo nell’organizzazione funzionale. Il progresso allora può migliorare il tenore di vita di una persona, di un gruppo o di un popolo, ma, di contro, gli fa perdere il proprio nome, la propria libertà.

La questione paradossale è la seguente: dalla pretesa di tutto chiarire razionalmente, che nasce dalla lotta per la libertà dalle autorità e dai miti, scaturisce la nuova mitologia, una nuova dittatura. L’istanza totalizzante che investe la ragione porta all’irrazionale, per cui, la pretesa liberazione totale, ci coinvolge in nuove forme di schiavitù. Resta problematico il discorso di Horkheimer e Adorno laddove vedono un consequenziale parallelismo tra l’illuminismo e il nazismo prima, tra l’illuminismo e la società consumistica, tipica delle grandi democrazie borghesi decadenti dell’era attuale; nonché la deduzione che “i nuovi filosofi francesi” scorgono tra l’illuminismo e il marxismo da un lato, e i campi di sterminio staliniani dall’altro. Il marxismo è certamente connesso all’illuminismo. Lo storicismo trascendentale è l’anello di congiunzione che trasferisce l’istanza illuministica nel marxismo. Il marxismo, laddove è rimasto ancora al potere, è il “nuovo principe”. Gli elementi della filosofia moderna evidenziati in queste pagine da Hokheimer e Adorno e dai “nuovi filosofi francesi” chiariscono molto bene il concetto della consequenziale confluenza dell’immanentismo sistematico nell’ideologia e dell’esito spersonalizzante, meramente funzionalistico, della concezione scientifica del pensiero così, come dall’illuminismo in poi, si è andati configurando. Il pensiero della liberazione dell’uomo da ogni forma di condizionamento, nato dalla società dei lumi, sembra che sia approdato in esiti drammaticamente diversi, diametralmente opposti alle sue premesse: ideologia, spersonalizzazione, appiattimento, conformismo, dittatura. La filosofia, comunque, non s’identifica con la filosofia illuministica e con i suoi sviluppi consequenziali; essa torna a vivere come impegno di contestazione nei confronti di ogni sistematicità; riprende la sua vocazione alla critica di ogni uso strumentale del pensiero; riprende il suo spazio proprio come impegno di opposizione in funzione anti-ideologica. Quest’impegno definisce il modo di concepire la vita teoretica. La sua componente speculativa si esplica nell’esercizio delle capacità critiche nei confronti di una concezione meramente formale della razionalità. L’aspetto pratico traduce le considerazioni speculative in intervento concreto nel contesto sociale, finalizzato alla rimozione delle false razionalizzazioni e delle conseguenti forme di potere politico, che ne discendono. Impegnarsi in questa prospettiva significa assumere diversi tipi di atteggiamento, alcuni dei quali sono stati indicati nelle precedenti pagine. Per richiamarli alla mente, si ricordano i seguenti punti:

  • “Libertà e solitudine” è la modalità più lontana della partecipazione, ma può sempre esercitare un’influenza indiretta nei confronti di chi detiene il potere politico;
  • “Il consigliere del principe” è una figura che, in modo più o meno latente, esercita la funzione di oppositore del regime;
  • “Impegno e testimonianza” è un atteggiamento che riassume le modalità oppositive delle figure precedenti, collocandole, però, al rischio delle varie e imprevedibili vicende storiche. “Impegno e testimonianza” definisce uno spazio della vita teoretica a forte intonazione etico-politica, di cui “l’impegno anti-ideologico è l’espressione più adeguata alle circostanze della vita politica e culturale dei nostri tempi;
  • L’”homo viator” è un’espressione della Sacra Scrittura ed è anche il titolo di un noto volume di Gabriel Macel. L’homo viator è quello che si considera un viandante per le strade del mondo. E’ l’opposto dell’uomo dogmatico e dell’uomo del possesso. Il suo andare lo porta a mutare continuamente il paesaggio che ha davanti. E’ l’uomo del problema, della disponibilità e della continua ricerca. E’ un uomo che viene da lontano, vede lontano ed è in cammino per una meta lontana. E’ l’un uomo pascaliano, sintesi di finito e infinito. La meta, pur sospingendolo a una costante e fattiva ricerca, lo attende oltre “la curva dei giorni”. Egli è attitudine simbolica, atteggiamento ermeneutico, condizione itinerante. L’attività simbolica rivela lo status di chi, coinvolto in un contesto, si sforza per interpretarlo e in questa attitudine rinvia a una realtà il cui senso ultimo trascende ogni esperienza umana. Sono quelle zone esperienziali come la corporeità, la comunità, la nostalgia del Sacro, dove più intensa è la presenza dei segni e dei simboli. Ma anche questa, in quanto nostalgia, è precaria. D’altra parte, la “scepsi” in senso forte e autentico significa ricerca, non rinuncia a una conoscenza adeguata. Che l’uomo s’impegni e si affatichi alla ricerca della certezza è una verità incontrovertibile e se la filosofia rinunciasse ad un “assoluto epistemologico” per ripiegare sulla provvisorietà conoscitiva, verrebbe meno alla sua fondamentale motivazione. Va aggiunto che “l’assoluto epistemologico è impossibile senza l’assoluto ontologico, il quale combina la qualità di essere fondamento autogiustificantesi del mondo con la perfetta saggezza e la perfetta bontà.

Concludendo si può dire che la filosofia oggi si giustifica ancora nella nostra esperienza culturale poiché, con il suo richiamo a ciò che è assoluto, ci aiuta a vincere la grande malattia dell’Occidente: la stanchezza. Inoltre, ci aiuta a liberarci dalle antiche e nuove superstizioni: lo scientismo riduttivistico, il funzionalismo esclusivo, l’uso ideologico del potere.

TIANA E LA SARDEGNA

Posted By Felice Moro on 15 Settembre, 2018

INTRODUZIONE

 

Premessa

 

Tiana, come ogni altro paese della Sardegna e del mondo, ha la sua storia e le sue memorie antiche e recenti. Quando esse non sono immediatamente evidenti, si tratta di scovarle e farle riemergere dai detriti materiali che le nascondono e dall’oblio della coscienza collettiva che ha perso la sua memoria.

La storia di Tiana può essere una pagina più modesta di quella di tanti altri centri più grandi e più ricchi di patrimoni storici, archeologici e culturali. Ma nel suo piccolo è importante anch’essa.

A parte le caratteristiche particolari che ciascun paese ha nella sua specificità individuale, Tiana ha una tessera connotativa non dissimile da quelle di tanti altri paesi, insieme ai quali contribuisce a comporre il grande mosaico unitario della storia della Sardegna.

Il territorio presenta ancora tracce materiali stratificate, mentre la popolazione conserva frammenti di memorie storiche mitizzate nell’immaginario collettivo, di antiche popolazioni che, anche in questa  disagiata plaga di montagna, sono vissute secoli e millenni prima di noi.

Infatti, alcuni manufatti litici e vari reperti archeologici attestano il fatto che diversi gruppi umani di età neolitica hanno vissuto in questa valle e popolato questi monti belli, affascinanti e tremendi. Queste genti erano popolazioni poverissime, che vivevano lottando duramente contro difficoltà di ogni genere: l’asperità del suolo, le avversità del clima, la magra economia agro-pastorale, la rapacità dei loro vicini, la miseria, la malattia e la morte precoce. E pur vivendo in precarie condizioni esistenziali, questi nostri lontani progenitori hanno saputo trasmettere la vita e i suoi valori fondamentali alle generazioni successive che, nel tempo, ne avrebbero perpetuato la progenie e la memoria.

Per delineare il profilo storico del paese, purtroppo, ci si è trovati davanti a un grande vuoto documentale, cui si è cercato di sopperire in qualche modo. Anzitutto si è cercato di prendere in esame gli elementi residuali delle antiche culture, che ancora resistono all’usura del tempo e all’insensata irresponsabilità degli uomini. Molte notizie riportate nel testo sono state ricavate indirettamente da altre parti: la Curatoria di Austis e il Giudicato di Arborea per l’antichità e il Medio Evo; il Regno d’Aragona, il Regno di Spagna e la Dominazione Piemontese (definita formalmente Regno di Sardegna), per l’Età Moderna. Sono state queste le istituzioni che, per oltre un millennio, si sono avvicendate nel dominio dell’Isola.

L’amministrazione feudale, importata dagli Aragonesi nel XIV secolo e durata per oltre cinque secoli, ha lasciato le sue tracce. Fu abolita dal re Carlo Alberto soltanto nel 1839; e, anche dopo  la sua scomparsa, ha lasciato un’eredità funesta di grandi squilibri economici, sociali e culturali, che dureranno a lungo nel tempo.

Traendo lo spunto dalle risorse storiche locali e da quelle attinte dalla storia delle istituzioni dominatrici del passato, è stata fatta una sintesi storiografica che si amplia a spirale, compiendo, brevi ma significative incursioni, nella storia di questi soggetti esterni. Questo perché essi hanno lasciato, nel bene e nel male, l’impronta della loro eredità materiale, spirituale, linguistica e culturale..

Perciò la nostra storia locale va inquadrata dentro una cornice storica più ampia. Si è trattato di fare un attento lavoro di contestualizzazione della piccola storia nella storia più grande.

Quest’operazione è stata necessaria per due motivi: sopperire alla carenza di fonti documentali e realizzare un lavoro organico, sia dal punto di vista quantitativo, sia dal punto di vista qualitativo..

D’altronde, limitare il discorso alla semplice raccolta di poche notizie frammentarie su Tiana, significava compilare un semplice manuale, un opuscolo di microstoria locale senza prospettive, spendibile soltanto per scopi turisti e pubblicitari molto ristretti.

Onde evitare di fare un prodotto scadente, frutto di un provincialismo culturale di bassa qualità, si è preferito fare un lavoro diverso: contestualizzare le notizie di storia locale nella dimensione della storia più grande, regionale,  nazionale e internazionale.

Nel secolo scorso la Sardegna (definita Portaerei del Mediterraneo)[1] è stata coinvolta, suo malgrado, come protagonista, attiva e passiva, in tutte le vicende storiche, politiche e militari delle due Guerre Mondiali, durante le quali ha dato alla Nazione il suo generoso contributo di uomini, di mezzi e di sangue. E i tianesi, come tutti i sardi, hanno fatto la loro parte.

Dal punto di vista metodologico è opportuno fare alcune precisazioni:

  • il lavoro ha osservato scrupolosamente il principio di obiettività dei fatti;
  • le notizie riportate fanno i dovuti riferimenti alle fonti di provenienza. I brani attinti da altre opere sono riportati tra virgolette o in corsivo con l’indicazione della fonte di provenienza in note numerate in ordine progressivo, riportate a piè di pagina;
  • quando, per dovere d’informazione, sono stati riportati fatti o notizie non documentabili, il testo avanza le sue ipotesi con la dovuta prudenza, impostando il discorso in forma dubitativa e con il predicato verbale al condizionale;
  • al fine di facilitare e rendere immediata la comunicazione, molti nomi o interi concetti sono stati riportati anche in sardo, in corsivo o tra parentesi;
  • l’ultima parte dell’opera riporta la storia vissuta in prima persona da chi scrive. Perciò i fatti narrati sono stati ricostruiti sulla base dei ricordi personali, non senza averli verificati con gli elementi documentali.

 

Struttura  dell’opera

 

L’opera è divisa in TRE PARTI strutturali, di cui:

 

  1. la PRIMA PARTE comprende i primi due Capitoli, il primo dei quali illustra le caratteristiche fisiche, geo-morfologiche ed ambientali del territorio. Inoltre ipotizza una teoria verosimile sull’origine del toponimo. Il Capitolo Secondo descrive le risorse storico-archeologiche ancora presenti nel territorio;
  2. la SECONDA PARTE comprende sette Capitoli, dal III al IX. Si tratta di un grande blocco narrativo che compie un sintetico excursus sulla storia generale della Sardegna. Il discorso è impostato in modo articolato, per cui, all’interno delle varie sezioni, sono contenute notizie e informazioni particolari sulla storia del paese, coevi alla storia generale dell’Isola. Pertanto molte notizie di storia locale sono inglobate dentro il profilo della storia generale; viceversa, si potrebbe dire che la storia dell’Isola è stata declinata in funzione della storia locale di Tiana e dell’antica circoscrizione territoriale che comprendeva anche i paesi di Austi e Teti.
  3. la PARTE TERZA abbraccia tre sottoblocchi narrativi, il primo dei quali comprende i Capitoli X, XI, XII e XIII, che descrivono la storia recente del paese, quella degli ultimi tre secoli; il Capitolo XIV compie un inventario sintetico sulle arti e mestieri, che in passato hanno caratterizzato la vita economica, produttiva e sociale del paese; il Capitolo XV conclude il discorso con elenco delle feste religiose e delle ricorrenze civili che venivano celebrate nei tempi passati.

Questi ultimi due capitoli, oltre che tracciare un sintetico profilo storico, assumono anche la configurazione di saggi di etnologia e di antropologia culturale, riportando le caratteristiche principali della comunità del passato: arti e mestieri, usi e costumi, fede e religione.

 

 

Recensione di Dr Giorgio Piras a “Fiori di Campo”

Posted By Felice Moro on 11 Aprile, 2015

fiori di campo copertinaFiori di campo (Grafica del Parteolla, pp. 130, € 14,00) è l’ultimo lavoro letterario di Felice Moro. Il volume contiene una raccolta di poesie scritte dall’autore in un arco di tempo trentennale. Alcune in lingua sarda, altre in lingua italiana. Si tratta di un lavoro diverso rispetto ai precedenti. Fino ad ora l’autore si èra cimentato in studi su tematiche relative al mondo della scuola e alla storia della Sardegna; coniugando rigore scientifico e grande capacita comunicativa.

Nell’ultima fatica egli ci guida nel proprio mondo interiore. Il rigore metodologico cede il passo ai sentimenti che emergono prepotentemente, fin dalle prime pagine dell’opera. In realtà, come detto, il volume raccoglie scritti composti in un arco temporale di circa trenta anni. Ciò denota che l’ispirazione poetica non è il risultato di una “conversione alla poesia” manifestatasi negli anni maturi, ma è stata caratteristica costantemente presente nell’autore, vissuta in parallelo con l’aspetto più prettamente professionale e razionale.

Fiori di campo, dunque. Fiori che nascono spontaneamente, senza che nessuno si curi di loro. Fiori senza grandi pretese, che si accontentano di quello che la natura concede, senza nulla chiedere. Forse perché in fondo sono consapevoli di essere parte di un grande disegno in cui loro sono solo apparentemente delle comparse. Non quindi rassegnati, ma preparati a resistere alle prove dell’esistenza, in attesa del momento opportuno per mostrare al mondo tutta la propria, semplice, bellezza. Questo sembra essere lo spirito che anima i personaggi e le vicende narrate e costituisce, probabilmente, la chiave di lettura dell’intera opera.

Le poesie narrano le vicende personali dell’autore e con esse, quelle di un intero popolo. Si parte dai primi ricordi di bambino, in un piccolo paese della Sardegna centrale. I primi flashback sono quelli legati alle tristi vicende della seconda guerra mondiale. Il terrore per i bombardamenti. L’esperienza degli sfollati dalle città bombardate che venivano a rifugiarsi nei paesi dell’entroterra. A seguire il dopoguerra, la dura vita nei campi per guadagnarsi il minimo per la sopravvivenza. La decisione coraggiosa, contro ogni logica, di non rassegnarsi alla situazione. Di voler cambiare il proprio destino. Ben consci che solo così si poteva cambiare il destino anche di quelli che sarebbero venuti dopo. Poi il lavoro nella scuola. Gli amici e parenti, vecchi e nuovi. I colleghi di lavoro, le vicende della famiglia. Il passare degli anni con la vecchiaia che avanza. Le persone che non ci sono più e i nuovi nati che si affacciano alla vita. Situazioni liete e tristi affrontate sempre con grane dignità e compostezza.

Si tratta di poesie che, pur nascendo dalla propria esperienza interiore, diventano universali, in quanto capaci di rappresentare sentimenti ed emozioni degli uomini di ogni tempo. In quanto a struttura, l’opera si compone di una raccolta di 86 poesie in sardo e in italiano dedicate alla famiglia, al paese di Tiana ed ai tianesi centenari, alla religione e alla scuola. Per dare al testo anche un’architettura tematica l’autore ha diviso la raccolta in Sezioni. La prima di queste, In famiglia, include 33 componimenti. Molto diversi tra loro, ma accomunati dal fatto che trattano tutti argomenti della sfera affettiva, relazionale, personale o familiare dell’autore. La sezione si apre con la poesia “Ammentos” ossia ricordi. Questa raccoglie le memorie più lontane e rappresenta, in un certo senso, una sintesi di tutta la sezione. Ciò che qui emerge con evidenza sono le prove dure della vita unite ad una forte fede e una altrettanto forte forza di volontà e voglia di riscatto.

La seconda Sezione, a Tiana e comprende 14 componimenti. Essi trattano diversi argomenti relativi ai beni naturali, materiali, storici, antropologici e sociali del paese. Traspare qui l’attaccamento ai luoghi dell’infanzia unito all’amarezza per un mondo che va, lentamente, scomparendo. Sopratutto in questa, ma anche nella successiva quinta sezione, si manifesta l’aspetto di una poetica che potremmo definire, a pieno titolo, ecologista ante litteram, visto il periodo a cui risalgono alcuni di questi componimenti.

La terza Sezione, soggetti religiosi, è formata da altri 14 canti a tema religioso. Qui emerge, in modo prepotente, una forte fede e devozione.

La quarta Sezione, ai tianesi centenari, comprende otto poesie augurali che, a suo tempo, l’autore aveva dedicate ai suoi compaesani centenari. Il paese di Tiana è patria di molte persone che hanno superato la soglia dei cento anni. Tra queste ricordiamo in modo particolare Tziu Antoni Todde, arrivato alla veneranda età di 113 anni e riconosciuto, in vita, come l’uomo più vecchio del mondo.

La quinta Sezione, a Nuoro e alla Barbagia, comprende 12 poesie. Trattano argomenti vari, per lo più riferiti a Nuoro o ad altri soggetti dell’ambiente barbaricino. Ricordiamo qui le poesie al monte Corrasi, al monte Ortobene, a Nuoro e a Oliena. Anche in questo caso si manifesta l’ammirazione, il rispetto e l’amore per la natura.

La sesta e ultima Sezione, il mondo della scuola, comprende sei poesie riferite alle amicizie e alle esperienze fatte nella parte terminale della sua lunga carriera scolastica.

Nel complesso si tratta di un’opera che presenta un’ampia varietà tematica e compositiva. Una poetica che, per alcuni aspetti, rimanda a Sebastiano Satta. Autore di bellissimi versi in lingua sarda e italiana, che canta la Barbagia nell’asprezza dei suoi paesaggi selvaggi e nella crudezza dei suoi personaggi, spesso tristi. Per altri riporta ai poeti improvvisatori in lingua sarda, dalla battuta brillante e graffiante e, spesso, ironica.

Se un grande merito deve essere riconosciuto alla raccolta poetica di Felice Moro, questo è quello di andare controcorrente. In un’epoca in cui prevale la comunicazione facile e veloce, spesso superficiale, la poesia non incontra più il favore del grande pubblico. L’autore ha voluto, al contrario, riaffermare la centralità del proprio io nel suo rapporto con la società. Contro l’appiattimento mediatico, di cui siamo, un po’ tutti, vittime. Egli manifesta, orgogliosamente, la propria individualità, guardando con attenzione e con onestà alla propria esperienza di vita, anche quando questa ricerca porta a trovare confusione e controsensi apparentemente irrisolvibili.

Fatti e notizie:”La Sardegna nel Tempo” di Felice Moro, Recensione di Dr. P. Picciau

Posted By Felice Moro on 10 Ottobre, 2011

Si riporta qui di seguito il testo della recensione sul libro “La Sardegna nel Tempo” di Felice Moro , fatta da Dr. P. Picciau sul quotidiano “L’Unione Sarda” del 29.09.11.

Dopo anni di insegnamento si occupa ancora di studi e ricerche educative. Il suo ultimo libro – “La Sardegna nel tempo. La storia essenziale dell’Isola e la Carta de Logu” (Grafica del Parteolla, 398 pagine, 20 euro) – ha uno scopo che spiega e giustifica la sua fatica di autore: la divulgazione. Felice Moro, operatore scolastico in pensione, alla didattica non poteva non pensare quando ha ideato e scritto il libro (14 capitoli con un’appendice sulla Carta de Logu) per i protagonisti della scuola ma anche per lettori comuni «che hanno il piacere della lettura e conservano il gusto per la conoscenza».

Moro lo anticipa nell’introduzione: “Il lavoro è nato fuori dagli ambienti accademici ed è tratto dalle esperienze dirette e indirette compiute dall’autore nel campo dell’insegnamento scolastico nelle scuole di ogni ordine e grado, dalle elementari alle secondarie superiori”. La preparazione è stata lunga e ha comportato un notevole sforzo organizzativo per “ricomporre il vasto mosaico della materia in tessere ordinate al suo interno”. La necessità di sintesi ha imposto in diversi casi il ricorso a brevi profili schematici “sia dei grandi eventi collettivi, sia delle figure o delle opere dei personaggi più rappresentativi del panorama culturale isolano”.

La chiarezza e la semplicità del linguaggio sono alcune delle caratteristiche del volume che propone un viaggio di cinquemila anni: dalla preistoria ai problemi più importanti della seconda metà del Novecento. La mappa proposta da Moro è un’architettura storiografica “impostata sull’asse cronologico del tempo”, mentre quella concettuale “è stata sviluppata in senso orizzontale seguendo il metodo che mette in evidenza i concetti più importanti, partendo dai quali si possono recuperare facilmente i concetti secondari e le nozioni particolari”. Il cammino dello storico non dimentica fatti e personaggi piccoli e grandi: dagli influssi nell’isola delle civiltà semitiche all’esperienza della dominazione romana, dagli aspetti più importanti dell’Alto Medioevo (nell’età bizantina tra il VI e IX secolo) al sorgere e all’affermarsi del quattro giudicati come entità statuali autonome. Due i capitoli riservati alla dominazione aragonese, iniziata nel 1323, e agli eventi storici avvenuti durante la dominazione spagnola, dal 1489 al 1714. Con il lungo periodo della presenza sabauda in Sardegna (dal 1720 fino alla fusione con gli stati di terraferma, avvenuta alla fine del 1847), Moro rievoca anche la figura carismatica di Giovanni Maria Angioy, tra i protagonisti della “rivoluzione sarda” nel triennio 1793-1796.

Il libro affronta poi il problema della “formazione della proprietà perfetta (o privata), promosso dal governo sabaudo nel Settecento”, l’abolizione del feudalesimo e le conseguenze “politiche, economiche e sociali della fusione del 1847 e dei tentativi fatti per riottenere quell’autonomia a suo tempo rinnegata a cuor leggero”. Il dopoguerra e la storia del fascismo accompagnano i lettori fino ai temi attuali dello sviluppo. (p. p.)

Da L’Unione Sarda del 29/09/2011

Un saggio di Felice Moro dedicato alla scuola …e oltre: “La Sardegna nel Tempo”

Posted By Felice Moro on 9 Agosto, 2011

Con questo titolo, il Prof. Alberto Caocci, storico, giornalista e saggista, esordiva nella recensione fatta al libro “La Sardegna nel Tempo” di Felice Moro pubblicata nel settimanale “L’Ortobene” di Nuoro in data 10 aprile 2011.

“A prima vista la recente fatica del direttore didattico Felice Moro, La Sardegna nel Tempo (Grafica Parteolla, Dolianova, 2010, pp. 44, Euro 20) potrebbe apparire l’ennesimo libro di storia sarda e, per i lettori più superficiali e sprovveduti, addirittura un velleitario tentativo di recare altri vasi a Samo. Indubbiamente le vicende storiche della nostra regione si dipanano per tutte le pagine di questo corposo e documentato lavoro (sono oltre 120 le fonti elencate nella bibliografia), che tuttavia si distingue dagli altri per l’esposizione piana e accessibile a fronte di tante ( troppe) opere consimili che, seppure firmate da indiscutibili specialisti della materia, paiono talora scritte in forma autoreferenziali, quasi fossero destinate solo agli addetti ai lavori e non, come sarebbe invece doveroso, al grosso pubblico.

Altro elemento distintivo è la finalità didattica dell’opera, che si prefigura di delineare un panorama generale della storia isolana per essere utilizzato come strumento di primo approccio alla materia, fruibile sia nelle scuole sia in prospettiva più ampia nella società degli adulti. Avendo speso un’intera vita nella scuola e per la scuola e scritto (per l’Editore Angeli di Milano) diverse pregnanti opere sulla scuola, Felice Moro non poteva che rivolgersi innanzitutto ai giovani, senza peraltro escludere dalla lettura del suo pregevole saggio i comuni lettori che hanno il piacere della lettura e conservano il gusto per la conoscenza, oltre a provare un’affettuosa curiosità verso le vicende antiche e moderne della propria terra.

Le preoccupazioni pedagogiche sottendono anche l’articolazione di quella che il sottotitolo del volume definisce storia essenziale dell’Isola; in effetti, tenendo conto delle variegate particolarità e delle specifiche esigenze che sono proprie al mondo della scuola (linguaggio, metodi di apprendimento e di ricerca, obiettivi didattici e cognitivi, stili espositivi, analisi, rielaorazione domestica, sintesi … i contenuti si ampliano e si sviluppano progressivamente; prendono infatti le mosse da un approccio iniziale alla materia molto sobrio e lineare (chiaramente riscontrabile nei primi capitoli del volume) fino a toccare livelli più intensi e coinvolgenti nella seconda parte. Particolarmente apprezzabile, a questo proposito, l’inserimento in Appendice di un’esuriente sintesi della Carta de Logu, promulgata da Eleonora d’Arborea  nel giorno di Pasqua del 1392 e rimsta in vigore nell’Isola per oltre 430 anni finché non venne sostituita dal Codice Feliciano nel 1827.

E’ lo stesso Autore a precisare che questo lavoro di sintesi dei contenuti e di commento viene fatto in italiano, per dare più chiarezza ai contenuti e maggiore fluidità al discorso generale, mentre per dare al documento il dovuto risalto storico, linguistico e filologico, alcune norme sono riportate nel testo originale, in lingua sarda arborense; un metodo che ci pare ineccepibile e più coinvolgente. Gli insegnanti conoscono bene un annoso problema della scuola sarda: mentre abbondano i testi di storia della Sardegna, si possono contare solo sulle dita di … mezza mano quelli che sono stati scritti e, soprattutto, concepiti per la galassia che ruota intorno alla scuola: i giovani, innanzitutto, ma anche i loro educatori , le famiglie e chiunque si occupi di educazione. Il libro di Felice Moro si colloca decisamente fra queste felici eccezioni: non solo per la citata semplicità del linguaggio espositivo ( che non scivola per altro nel banale) ma anche per gli stimoli alla riflessione e alla rielaborazione personale dei contenuti, non trascurando la rigorosa ( e necessaria) linea del tempo”.

Alberto Caocci

La recensione sul libro “La Sardegna nel Tempo” di Felice Moro fatta dal Dott. Giorgio Piras in occasione della presentazione dell’opera a Tiana il 09.07.11

Posted By Felice Moro on 9 Agosto, 2011

Viene riportata qui di seguito la recensione sul libro “La Sardegna nel Tempo” di Felice Moro fatta dal Dott. Giorgio Piras sul settimanale L’Arborense di Oristano nell’ultimo numero del mese di luglio 2011.

“Si è svolto il 9 luglio scorso, nella sala polivalente del Comune di Tiana, la presentazione dell’Ultimo libro di Felice Moro «La Sardegna nel tempo. La storia essenziale dell’isola e la Carta de Logu» (Edizioni Grafica del Parteolla).

Ha coordinato i lavori l’Assessore alla cultura del Comune, Katia Zedda, sono intervenuti, oltre all’autore, il Sindaco di Tiana, Bruno Curreli, l’editore del volume Paolo Cossu e Giovanni Murgia, storico dell’Università di Cagliari, in qualità di relatore. All’incontro ha preso parte anche il Presidente dell’Amministrazione provinciale di Nuoro, Roberto Deriu.

Si dice che un libro non lo si può presentare senza dire alcune cose essenziali sull’autore, ciò è stato in questa occasione, più che mai vero. Tiana è il paese natale di Felice Moro, è stato, quindi, inevitabile che l’avvenimento assumesse un carattere a metà strada tra l’ufficiale e l’amarcord.

L’intervento del sindaco è stato piuttosto informale. Essendo stato egli stesso alunno dell’allora Maestro Moro, ha preferito rievocare ricordi di carattere personale piuttosto che intrattenersi su aspetti istituzionali.

Il sindaco Curreli ha brevemente ricordato il percorso biografico e professionale dell’autore, da quando, ancora ragazzo collaborava in famiglia allo svolgimento delle attività tradizionali, allora prevalenti, fino alla scelta coraggiosa e, per quei tempi, rivoluzionaria, di spezzare le regole imposte ed intraprendere gli studi.

Questo è, probabilmente, uno dei maggiori meriti riconosciuti a Felice Moro: quello di aver creato una discontinuità nelle regole ferree della cultura agropastorale. Quella tradizione che, se per certi versi ha rappresentato per i sardi, un recinto che garantiva una protezione contro il nuovo e lo sconosciuto (nella Sardegna centrale è ancora frequente il riferimento a “su connottu” con una accezione di quasi sacralità) per altri ha costituito una barriera pressoché insormontabile verso il cambiamento. Negli anni 50 e 60 del secolo scorso, chi aveva l’avventura di nascere in un piccolo paese della Sardegna, aveva un percorso di vita che, direbbero gli statistici, era altamente prevedibile: o si rimaneva in paese ad attendere alle attività tradizionali, oppure si emigrava verso il nord Italia o all’estero in cerca di “fortuna”.
Felice Moro ha dimostrato che esisteva una terza via: quella dell’impegno nello studio; che questo poteva essere un modo per riscattarsi da un destino già segnato. In questo senso egli ha tracciato un strada che molti, dopo di lui, hanno seguito, anche grazie al suo esempio.

I punti principali del volume sono stati commentati nel corso della relazione del Prof. Giovanni Murgia. Si tratta di un lavoro a carattere storico con un taglio prettamente didattico. L’opera offre un quadro essenziale, organico ed unitario della storia della Sardegna, abbraccia un lungo arco di tempo e, al suo interno, comprende una serie di epoche politiche e storiche differenti, dall’era prenuragica alle rinascite fallite passando per le dominazioni succedutesi nell’isola: fenici, cartaginesi, romani, vandali, bizantini, aragonesi, spagnoli, austriaci e infine la “fusione perfetta” con il regno piemontese e con la storia dell’Italia.

Il libro di Felice Moro non è però solo un libro sulla Sardegna; è un libro anche – anche non nel senso di secondariamente – sui Sardi. La chiave di lettura dell’intera opera è, probabilmente, contenuta
nell’introduzione al volume che citiamo testualmente: “Il tempo attuale è caratterizzato dalla spinta di due forze dinamiche contrapposte, l’innovazione e la conservazione, che, per natura configgono ma, per esigenze contingenti, sono obbligate a convivere e a integrarsi a vicenda.

L’innovazione tende a realizzare il cambiamento e il progresso, mentre la conservazione tende al mantenimento del proprio sistema di vita, della propria lingua, della propria storia e della propria cultura come risorse autentiche e segni inconfondibili della propria identità. In fondo esse sono due categorie fondamentali, due facce della stessa medaglia, del complesso e contradditorio sviluppo di questo primo scorcio del terzo millennio, in Sardegna come altrove”.

Si tratta, in conclusione, di un lavoro che ha, tra gli altri, un grande pregio: scegliendo espressamente di trattare l’argomento su due livelli – uno scolastico, e l’altro storico-teorico, il testo, concilia due esigenze che l’editoria scolastica riesce a conciliare sempre meno, lo spessore scientifico e la resa didattica. I due livelli consentono al lettore di spianare con relativa facilità questioni molto ardue che, nel caso specifico, si distendono sui fatti e gli avvenimenti che hanno caratterizzato la vita dei sardi degli ultimi cinquemila anni”.

Giorgio Piras

Presentazione del libro “La Sardegna nel Tempo” Nuoro 14.04.2011

Posted By Felice Moro on 9 Agosto, 2011

Si presenta qui di seguito la recensione sul libro “La Sardegna nel Tempo” di Felice Moro fatta dal Dott. Natalino Piras e pubblicata dal quotidiano “La Nuova Sardegna” in data 13.04.2011, in occasione della presentazione dell’opera al pubblico presso la Biblioteca “Sebastiano Satta” di Nuoro, avvenuta il giorno 14.o4.2011.

Felice Moro ripercorre «La Sardegna nel tempo»

La lunga storia dell’isola in un nuovo saggio didattico dell’ex dirigente scolastico

NUORO. «La Sardegna nel tempo. La storia essenziale dell’isola e la Carta de Logu» di Felice Moro (Edizioni Grafica del Parteolla). È il libro che verrà presentato giovedì pomeriggio alle 18,30 nell’auditorium della biblioteca Satta. Presente l’autore, coordinamento di Tonino Cugusi, la relazione verrà fatta da Natalino Piras. L’iniziativa è del Consorzio per la pubblica lettura Satta in collaborazione con l’Associazione nazionale educatori benemeriti. Un percorso storico, dalla preistoria ai giorni nostri, raccontato attraverso 398 pagine, appendice fotografica compresa, con taglio chiaramente didattico.  Felice Moro è stato per lungo tempo insegnate e dirigente scolastico e ha al suo attivo diverse pubblicazioni specie sul recupero e sull’integrazione di ragazzi portatori di handicap. In questo lavoro a carattere storico riversa tutta la sua passione per la ricerca, per l’esposizione, per il dettaglio.  Non manca quasi niente della plurimillenaria storia dei sardi, dall’era prenuragica alle rinascite fallite passando per le dominazioni succedutesi nell’isola: fenici, cartaginesi, romani, vandali, bizantini, aragonesi, spagnoli, austriaci e infine la “perfetta fusione” con il regno piemontese e con la storia dell’Italia unita e disunita.  Punti nodali della ricostruzione operata da Felice Moro sono l’età giudicale, specie il rennu di Arborea, il pensiero amministrativo giuridico insito nella «Carta de Logu», al tempo di Mariano IV e di sua figlia Eleonora, tra il XIV e XV secolo. Il corpus di quelle leggi redatte in lingua sarda e che saranno in vigore sino allo Statuto albertino, nell’Ottocento, contengono in nuce i fondamenti di un pensare autonomistico poi ammodernato da Giovanni Battista Tuveri e Giorgio Asproni.  È per questo che Felice Moro dedica la parte conclusiva del libro ai titoli più significativi della “Carta”: ordinamentos de silvas, de laoris, de salarios, de vingias. Il metodo utilizzato è quello del ricucire sapientemente le parti e commentarle alla luce della storia contemporanea. Si avverte la valenza didattica. Felice Moro scrive con buona capacità di sintesi basata sulla conoscenza dei classici, storici, storiografi, geografi, viaggiatori, ricercatori, poeti e romanzieri che nel corso del tempo hanno attraversato le contrade dell’isola. È come accordare al nostro tempo le loro voci. 13 aprile 2011

Note critiche su Gustave Flauber

Posted By Felice Moro on 24 Giugno, 2011

Gustave Flaubert è nato a Rouen nel 1821 ed ivi è morto nel 1880, all’età ancor giovane di 59 anni. Poche e semplici sono le vicende esteriori che contribuiscono a comporre la sua scheda biografica. Egli compie gli studi inferiori nella sua città natale, poi si trasferisce a Parigi, dove s’iscrive all’Università e, per alcuni anni, frequenta il Corso di Diritto per il conseguimento della laurea in Giurisprudenza. Ad un certo punto abbandona gli studi, rientra a Rouen e si ritira a Croisset dove trascorre la maggior parte della sua esistenza. Da giovane fa esperienze giornalistiche e compie diversi viaggi all’estero: in Italia, in Oriente, nel Nord Africa. Di tanto in tanto spezza la monotonia della vita provinciale del borgo con lunghi e piacevoli soggiorni trascorsi a Parigi.

Flubert è un giornalista e un letterato che dedica la maggior parte della sua esistenza allo studio e alla riflessione critica sulla letteratura, trascorrendo il tempo  tra i libri,  gli amici e gli impegni scritturali. I suoi amici più cari erano George Sand e Guy de Maupassant, suo zio e maestro.

Ha una lunga storia sentimentale con Louise Colet, alla quale sono indirizzate alcune delle lettere più belle della sua raccolta epistolare Correspondence, che costituisce il documento autentico più importante per conoscere la sua biografia spirituale e il suo graduale processo di maturazione  artistica.

Oltre il romanzo principale, cui è legata la fama dell’autore, egli ha scritto altre opere, delle quali, a titolo esemplificativo, si ricordano: Salammbò, in cui egli parla della caotica vita della città di Cartagine ai tempi delle guerre puniche; l’Education Sentimentale, in cui l’autore ritrae la vita di un giovane di provincia, un certo Frédéric Moreau che, verso la metà del secolo XVIII, va a vivere a Parigi per motivi di studio nutrendo in se stesso grandi ambizioni di successo. Ma è un personaggio superficiale e inconcludente che si lascia condurre dagli eventi occasionali, per cui, sognando la felicità, si abbandona ai piaceri e alle mollezze delle avventure amorose.

I critici hanno messo in evidenza il fatto che, nell’intreccio della trama dell’opera, si intravvedono avvenimenti e situazioni che hanno chiari riferimenti autobiografici alle relazioni sentimentali dell’autore. Infatti in quel contesto letterario ricompare, sotto mutata specie, la vicenda amorosa che il giovanissimo Flaubert aveva intrecciato con una donna di Trouville. A suo tempo questa relazione era stata vissuta in modo sincero e intenso, ma, purtroppo, non si sa per quale motivo, fu interrotta anzitempo e questo spiacevole fatto creò in lui un trauma psicologico profondo che gli lasciò  un segno indelebile per tutta la vita. Egli riferisce di aver incontrato più tardi a Parigi la donna che era stata la protagonista del suo grande sogno d’amore e di aver provato una grande emozione nostalgica per quell’amore che, in fondo, aveva rappresentato per lui  il segno della felicità negatagli dagli eventi della vita. Altre opere di rilievo sono la Tentation de Sant’Antoine e le Trois Contes. Le prime due sono state scritte e pubblicate prima di Madame Bovary, mentre le ultime due sono successive.

Inoltre, già dall’inizio della sua carriera e anche in seguito, Flaubert aveva scritto diverse altre opere minori; ma esse rappresentano esperienze immature o lavori poco significativi di un tirocinante nelle arti letterarie, per cui non raggiungono mai i livelli di compiutezza di frutti artistici maturi o di esperienze ben riuscite. Per questo motivo egli  si guarda bene dal pubblicarle. Infatti esse sono state pubblicate da altri dopo la sua morte e perciò sono apparse postume. Tuttavia anche questi saggi di esperienze scritturali fatte all’insegna di prova ed errore hanno la loro importanza perché rivelano il diuturno lavorio intellettuale sostenuto dallo scrittore per raggiungere l’alto livello di competenza artistica.

Comunque Il capolavoro, cui è legata la sua fama di scrittore, è il romanzo Madame Bovary, alla cui composizione ha lavorato intensamente per oltre quattro anni tra il 1849 e il 1853. Inizialmente il romanzo era stato pubblicato a puntate nella rivista letteraria Revue de Paris.

Secondo C. Pellegrino, Flaubert nutre un alto ideale  dell’arte dello scrivere e osserva una severa disciplina nella prosa. Egli proviene dalle file del Romanticismo, nella cui scuola aveva compiuto il suo primo tirocinio letterario e ad essa rimane in qualche modo legato anche dopo il suo distacco. A un certo punto però si allontana dai modelli estetici della prosa romantica per elaborare una nuova concezione dell’arte ispirata ai fenomeni naturali e alle caratteristiche esistenziali diffuse tra la borghesia francese degli ultimi decenni del secolo XIX.

L’arte per Flaubert non dev’essere mai un oggetto di effusione sentimentale, ma la creazione di un mondo di ordine superiore plasmato di forme, immagini, linguaggi, colori e profumi, in cui egli stesso tende a rifugiarsi per condurre una forma di esistenza ideale in qualche modo distaccata dal resto del mondo. E non tanto per sottrarsi alle comuni norme della convivenza civile della società organizzata o per confortarsi dalle delusioni della vita, ma per dedicarsi a plasmare nuove forme artistiche ed esprimere, con le nuove figure narrative, adeguate rappresentazioni simboliche che rispecchino il mondo della natura e le condizioni esistenziali della società contemporanea.

E’ consapevole del fatto che egli non é portato a svolgere attività di tipo pratico-concreto, per cui rifugge dalla dimensione pragmatica ed esperienziale dell’esistenza  e si rifugia in questo suo mondo di verità e di bellezza ideali in cui non arrivano, o giungono attutiti, i riflessi delle passioni e delle storture umane. In passato queste le aveva sentite forti anche lui, vissute intensamente, sperimentate in vari modi e comunque superate sottoponendole al dominio della sua forte volontà. Semmai queste esperienze di attenta osservazione delle cose e di contenimento delle emozioni gli erano servite per indagare a fondo sulle pieghe più recondite dell’animo, dove sovente si annidano sentimenti ambivalenti di gioia e di dolore e paradossali contraddizioni dell’uomo. Ma i moti emozionali del subconscio  non devono mai arrivare a turbare l’equilibrio emotivo dello scrittore, ad influire sulle sue idee, ad alterare l’armonia delle forme o ad offuscare la bellezza dell’opera d’arte, esigenze alle quali egli consacra tutta la sua vita. Infatti egli, come fa la talpa quando costruisce la sua tana, scava sempre di più nella profondità del suo essere per tirar fuori il magma incandescente delle sue elaborazioni creative; poi compie un intenso lavorio di meditazione, di selezione delle idee e di rielaborazione delle forme artistiche originali. Così che, dopo aver sottoposto all’impietoso vaglio della ragione il ricco patrimonio delle sue idee, egli plasmava le sue nuove creature. Nei primi decenni della seconda metà dell’Ottocento egli, insieme all’amico Bodelaire, hanno dato i frutti migliori alla letteratura francese.

Flaubert vede chiaro il rapporto esistente tra la materia e la forma. Per lui lo scopo supremo dell’arte dovrebbe essere, non è tanto quello della sua utilità, della sua verità o della sua capacità di orientare la morale, ma quello di esprimere la bellezza delle forme che devono essere tirate fuori dalla materia informe. Si tratta di un ideale estetico sublime che viene conseguito osservando attentamente ed interpretando fedelmente la natura. Occorre un impegno costante, un lavorio lento, attento e paziente per conseguire uno stile artistico elaborato. Solo questo stile consente di esprimere concetti di verità universali, superando gli egoismi, i sentimenti mediocri e le emozioni personali.

Quando qualcuno gli chiede quale sia il significato del suo romanzo, egli ripete in maniera sicura e disinvolta: “Madame Bovary c’est moi! Elle suffre et pleure dans vingt villages de France, à cette heure même”.

Quest‘opera ha consentito all’autore d’impossessarsi dell’arte dello scrivere e di diventare romanziere provetto, collocato all’apice della classifica degli scrittori francesi del XIX secolo.

Con la sua immedesimazione nella protagonista, egli ha voluto rappresentare gli aspetti patologici più diffusi della società del suo tempo, che, d’altronde egli stesso aveva largamente sperimentato: il conformismo, la menzogna, l’ipocrisia, la falsa coscienza borghese, l’insoddisfazione dell’esistenza e infine il desiderio di realizzare nuovi canoni artistici.

In modo particolare Flaubert ha preso in esame la mediocre condizione della classe borghese di provincia, che, paga e tronfia della sua autosufficienza materiale, non si preoccupa dell’altro, di chi gli sta accanto e soffre perché sta male. Ha rivissuto, sotto la forma della simbologia narrativa, la stessa esperienza di vita della sua Emma, ha seguito la sua figura (realmente esistita ed individuata in una certa Delphine Couturier) con meticolosa cura, ha osservato attentamente i luoghi dove si è svolta la triste esperienza mortale della sfortunata protagonista. In fondo, per fare questo, egli non ha fatto uno sforzo narrativo impossibile perché si trattava di riprendere fedelmente il piccolo mondo borghese in cui egli stesso viveva e di cui ogni giorno sperimentava i limiti fino ad esserne nauseato e di cui intendeva frantumare l’involucro protettivo dell’ipocrisia.

Note ispirate al commento critico di M. Maurice Nadeau

Concorda con la tesi suesposta anche il giudizio del critico francese, M. Nadeau, per il quale il romanzo Madame Bovary “aurait permis à Flaubert d’entrer en possession de son métier d’écrivain”. Infatti durante tutto il tempo di elaborazione del romanzo, durato oltre quattro anni, l’autore ha forgiato la sua nuova estetica, creando un taglio netto con una parte delle sue opere precedenti che, proprio per questo motivo, si guarderà bene dal pubblicare. Sarebbe stata un’operazione sconveniente che avrebbe potuto nuocere, più che giovare, alla sua immagine di scrittore maturo.

Discepolo di Balzac, con il suo capolavoro Madame Bovary, Flaubert si piazza al primo posto tra i romanzieri moderni. La critica si accorge molto più tardi del suo valore, dopo che M. Proust ha reso gli onori a un autore che in precedenza aveva conosciuto un lungo periodo di purgatorio.

I canoni della nuova estetica di Flaubert sono formulati nelle lettere che egli, durante la lunga gestazione del romanzo, aveva inviato alla sua amante Louise Colet. Sono lettere piene di sincera confessione sulle sue intenzioni di portare avanti, parallelamente alla redazione dell’opera, l’elaborazione del metodo e la verifica dell’ipotesi. Egli non scopre e non dà una ricetta già pronta per l’uso, valida per costruire un romanzo di alto livello, ma, come fa una talpa per costruire la tana, scava sempre di più nella profondità della sua coscienza fino a scoprire una realtà che fino ad allora restava nascosta. Si tratta di una realtà fatta di parole, immagini, sentimenti, idee, con cui sono state composte tonnellate di opere d’arte.

Per cimentarsi in un lungo e difficile impegno di lavoro non è necessario essere dei geni. E’ sufficiente una motivazione forte che escluda menù complementari e soddisfazioni facili, che possono essere ottenuti a basso costo, ma producono risultati di altrettanto basso profilo. La motivazione autentica suscita nel lavoro “une longue énergie qui court d’un bout à l’autre et ne faiblit pas, de même toute la voloné tendue dell’artiste doit-elle être employée à creuser (scavare) et découvrir. Cette application heroïque fait les grandes oeuvres”.

Egli interrompe la tradizione dell’artista ispirato, porta-parola di forze misteriose. “Méfions-nous de cette espece d’échauffement (diffidiamo di questo tipo di eccitamento) qu’on appelle inspiration et ou il entre plus souvant d’emotion nerveuse que de force musculaire … Non l’imagination d’ou l’on revient la mort du coeur, épuisé, n’ayant vu que du faux et débité de sottise. (Non l’immaginazione che porta la morte nel cuore spaesato, non avendo ritrovato altro che cose non vere e depositi di sciocchezze).

A Louise Colet, fonte di ribollimento dei suoi sentimenti, egli scrive: “Il faut écrire froidement”; et encore: “Ce n’est pas avec le coeur qu’on écrit, c’est avec la tête!”.

Scrivere freddamente significa scegliere i mezzi da utilizzare per avvicinarsi allo scopo. Allora si esplica una forte concentrazione sull’obiettivo su cui deve convergere. L’arte non è un monologo dell’artista; neanche un dialogo con la realtà. Essa è questa stessa realtà suscitata che prende la parola a sua volta.

Allora l’artista si libera da tutto ciò che lo faceva dipendere dalla condizione comune e conquista l’impersonalità e l’impassibilità di un dio.

L’arte possiede già di per se stessa la sua performance, la sua evidenza, la sua necessità. Contro di essa non prevalgono mai le metamorfosi che le impongono i tempi, i climi, le mode, i paesi. Essa è un’altra natura captata nelle parole, nell’armonia dei suoni. Omero, Rabelais, Michelangelo, Shakespeare, Goethe sono eterni , impeccabili e imperturbabili.

Le opere bellissime sono serene d’aspetto e incomprensibili; esse sono immobili come le falesie, oleose come l’oceano, hanno le chiome frondose esuberanti di verzura, di suoni e di canti come i boschi, sono tristi come il deserto, azzurre come il cielo. Molti autori hanno voluto influire sui contemporanei per commuoverli, per farli ridere o farli piangere. In letteratura esistono anche questi aspetti, ma essi sono dei fini secondari e del tutto conseguenti …

“Ce qui me semble, à moi, le plus haut dans l’Art ( et même le plus difficile) ce n’est de faire rire, ni de faire pleurer, ni de vous mettre en rut (fregola) ou en fourer, mais d’agir à la façon de la nature, c’est-à-dire de faire rêver”.

Per fare questo occorre aprirsi al mondo, farlo penetrare in noi o, se vogliamo, attraverso la dinamica di un movimento opposto, fratturare le apparenze al fine di lasciarsi calare dentro le cose come sono e identificarsi con esse. Qua e là emerge il concetto secondo cui si tratta di non essere più se stessi (come esseri ontologici), ma di diventare come un fluido universale che circola in tutte le cose di cui si parla.

Flaubert possiede una doppia personalità: l’una, che rivela la sua condizione di appartenenza che è quella del piccolo borghese. Ciò malgrado egli cerchi di esimersi da quello status e, per sottrarvisi, esibisca giustificazioni di ordine superiore affermando “vivre ne nous regarde pas”; l’altra, che lo mette in comunicazione con i grandi spiriti creatori, i colossi del passato, che incutono reverenza e in qualche modo spaventano.

Però, in fondo, Flaubert artista trionfa su Flaubert borghese, sopprimendo tutte le condizioni di cui si era nutrito prima. Per lui l’artista “ne doit avoir ni religion, ni patrie, ni même aucune convention sociale. Il se consacre  à mieux: “Jujer la vie, c’est-à-dire la paindre (dipingerla)”.

Quando nel 1853 fece l’ultimo soggiorno a Trouville dov’egli era andato per ritrovare i suoi fantasmi, disse “addio!” per sempre alle persone, alle cose intime e a tutto quello che c’era di relativo nel suo mondo esistenziale.

Era ormai spuntata l’alba dell’Era industriale, della verità pratica. Per mantenere il suo ruolo, la letteratura dovrà più che mai contribuire alla conoscenza dell’uomo; e dovrà farlo allo stesso modo con cui lo fanno le scienze fisiche, naturali, economiche, storiche e sociali. Nella vita di questo autore ci sono molte coincidenze di date importanti. Per esempio, quella derivante dal fatto che, quando Flaubert si accinge a scrivere il suo romanzo, Marx aveva appena pubblicato il Manifesto del Partito Comunista. Qualche anno dopo la pubblicazione del romanzo, Madame Bovary, Darwin pubblicava L’Origine della Specie. “Noi viviamo nel secolo del relativo, aveva scritto, cioè viviamo in seno al relativo in cui sono tramontati gli ideali. L’uomo è caduto dal piedistallo dov’era stato collocato dalla religione e dalla filosofia, per cui non ha più ragione di considerarsi una creatura prediletta.

La semidivinità che l’autore attribuisce all’artista non si rapporta più a quella dell’etichetta di cui in passato si fregiava il poeta romantico. Essa si accorda meglio alle nuove ambizioni del naturalista, dello storico, del biologo. Se la sua funzione è quella di creare del bello, l’artista non può più, senza far ridere di sé o suscitare i sospetti negli altri, far piovere dall’alto del suo Sinai delle verità assolute, presentarsi come un vaticinatore, un profeta, che pretende di condurre i popoli e l’umanità nei nuovi deserti dell’esistenza tra le ciminiere degli stabilimenti industriali e i grigi edifici delle nove periferie urbane.

Egli deve preoccuparsi piuttosto di delimitare il suo ambito d’azione, prendere coscienza del suo nuovo ruolo, lavorare con i mezzi che gli sono propri e contribuire all’elaborazione di un nuovo sapere, di un nuovo modo di pensare e di fare.

Quanto a Emma, la volubile, ingenua e ambiziosa protagonista del romanzo, che dire? Come giudicare la sua condotta in caduta libera su tutti i valori della fede, dell’etica, della ragione e anche del più comune buonsenso? I  contemporanei si meravigliavano del fatto che l’autore non abbia preso parte agli eventi, ma che se ne sia astenuto, secondo lui, per non far pendere il piatto della bilancia dall’una o dall’altra parte. Ha trattato i suoi personaggi, a cominciare dalla protagonista, come se fossero fenomeni naturali da osservare e da descrivere. Perciò l’opera è suscettibile di diverse chiavi di lettura e conseguentemente di diverse interpretazioni e ciò le conferisce il potere di far sognare (faire rèver).

Egli ha costruito l’opera con i mezzi della scienza: l’osservazione dei fatti, il loro assemblaggio, la concatenazione degli eventi, la descrizione scrupolosa dei vari passaggi e fasi dell’esperienza. Cosicché l’autore è giunto a quella meta che, inizialmente, gli sembrava impossibile da raggiungere: traiter l’âme humane avec l’imparcialité que l’on met dans les sciences physiques.

Per fare questo egli ha osservato alcuni principi di metodo, quali: l’imparzialità, il non intervento, l’astensione dal giudicare e trarre conclusioni. A questo riguardo egli scrive: “L’artista doit se borner (limitarsi) à répresenter la vie e la letterature se faire exposante: Ne blâmons rien, chantons tout, soyons exposants et non discutants.

E ancora Flaubert continua affermando: “Madame Bovary” est surtout une oevre de critique, ou plutôt d’anatomie par le faire et par le résultat.

Egli capisce quali critiche gli vengano rivolte dai suoi contemporanei abituati, da oltre trent’anni, ai gorgheggi dei romantici e non ancora sazi di lirismo. Infatti i giudizi che gli vengono rivolti sono impietosi: “Egli ha scritto un’opera immorale ed ha dato prova di crudeltà, ha debordato nel realismo e nel materialismo!”. Che Emma si procuri la morte da se stessa per un moralista dell’epoca del Secondo Impero è una punizione non sufficiente. Non si accetta il suicidio determinato dal complicarsi delle circostanze o, come disse Charles Bovary, per pura fatalità. Ciò perché in tali casi viene a mancare la sanzione della società.

Quale specchio inoltre, Madame Bovary, non offre all’umanità per contemplare il riflesso della propria immagine! la mediocrité en personne du mari, l’imbécillitè solennel du pharmacien Homais, l’opacité au spiritel avec l’abbé Bournisien. Les amants d’Emma ne valent pas mieux, de Rodolphe, séduter à la petite semaine, à Léon que définissent faiblesse et lâcheté. Quant  Lheureux, c’est un coquin (furfante). Voila donc, mesquin dans ses sentiments et ses pensées, borné (limitato) dans ses horizonts et rutilant de sottise satisfaite, ce qu forment la société de province!

Emma si terrebbe al di sopra delle parti per diversi motivi:  il desiderio di evasione coltivato nelle sue ingenue fantasticherie, le velleità romanzesche di una ex collegiale nutrita di cattiva letteratura, l’ambizione a condurre una vita lussuosa al di sopra delle sue possibilità, tutte cose che vanno di pari passo con i suoi sentimenti delicati. Certamente ella va ai convegni amorosi col solo scopo di commettere l’adulterio, chiaro segno di un idealismo emotivo molto povero, privo delle più elementari remore morali, etiche e valoriali. Un solo essere sfugge al giudizio di condanna generale di tutti i personaggi: un fanciullo (Justin)! Ma, per effetto di una perversa macchinazione degli dei, involontariamente e paradossalmente, è proprio lui che fornisce ad Emma il mezzo del suicidio: il veleno!

Così, in maniera sublime, Flaubert ha dipinto un inferno perfetto.


Gustave Flaubert, Madame Bovary, Quarta Parte

Posted By Felice Moro on 11 Aprile, 2011

Gustave Flaubert, Madame Bovary

Quarta Parte

Quando Emma si riprese, con l’aiuto di Félicité, compilò una lista di tutte le persone che, in quella difficile circostanza, avrebbero potuto aiutarla. Ma poi, prendendo in considerazione la questione ed esaminando quelle persone una per una, si rese conto che nessuna di loro sarebbe stata disposta a sborsare soldi per aiutarla.

Dalla finestra di casa vide la moglie del sindaco, Mme Tuvache e Mme Caron, che si dirigevano verso l’abitazione dell’esattore Binet. Pensò di unirsi a loro e di andare anche lei. Le raggiunse e insieme entrarono nella casa, salirono fino alla mansarda, dove il funzionario delle imposte aveva il suo laboratorio artigianale nel quale passava il tempo a fare lavoretti artistici al tornio  con legno o con gesso.

Emma cercò di avvicinare il funzionario per rappresentargli la sua drammatica situazione, ma egli si tirò indietro, ritraendosi come ci si ritrae davanti ad una persona affetta di peste e si ha paura del contagio.

Emma ebbe un fremito che la scosse in tutto il suo essere e fuggì in preda ad una crisi di disperazione. Si rifugiò in casa di Mme Rolet, la sua antica maîtresse gridando: “Io sto soffocando! Fatemi riposare! E si buttò nel letto singhiozzante. Rolet la coprì e la vigilò finché non si addormentò. Poi prese il suo arcolaio (son rouet) e si mit a filer du lin.

La poveretta si era rifugiata in questa casa, spinta da una sorta d’istintivo spavento che tendeva ad allontanarla da casa sua. Restò sdraiata con gli occhi aperti, fissi verso la soffitta della stanza, smarrita nel suo vuoto di coscienza. Infine cercò di riprendersi e di ricordare le sue peripezie. Raccogliendo le sue idee, più o meno confuse, riaffiorarono piano piano i suoi ricordi vaganti, slegati tra di loro, ma sempre con effetti laceranti sulla coscienza. Le pareva di essere di nuovo con Léon in uno dei suoi tanti appuntamenti amorosi. Chiese alla padrona di casa che ora era e Rolet le rispose: “Trois heures, bientôt!”.

Poi chiese di essere accompagnata per tornare a casa. Rolet la fece attendere un po’ di tempo e, quando rientrò, le disse che in casa sua non c’era nessuno, soltanto Carlo che piangeva, l’aspettava, la cercava e la chiamava.

Ma Emma rimase incantata, muta, inebetita senza rispondere. Era entrata in una specie di trance. La nutrice ebbe paura e si tirò indietro credendo che fosse diventata folle. Emma prese un fazzoletto e si asciugò il sudore freddo della fronte. All’improvviso  cacciò un urlo perché assalita dall’imperioso ricordo di Rodolphe, che, come un’improvvisa luce che brilla nelle tenebre, la colpì negli altalenanti stati di coscienza, la rasserenò, le rischiarò l’anima.

Egli le appariva si bon, si delicat, si genereux! Et s’il hésitait à lui rendre ce service, elle saurait bien l’y contraindre ( ella sarebbe capace di costringerlo) en rappelant d’un seul clin d’oeil leur amour perdu. Elle partit donc vers la Houchette, sans s’apercevoir qu’elle curai s’offrir a ce qu’il l’avait tantôt si fort exasperée, ni douter le moin du monde de cette prostitution.

Emma scappa, corre da Rodolphe. Arriva, bussa alla porta, entra in casa, lo incontra nel corridoio, si salutano e si scambiano le notizie rimpiangendo l’interruzione del loro grande e fantastico sogno d’amore. “Comment volais-tu que je vécusse sans toi? On ne peut pas se déshabituer du boneur! J’étais désespérée! J’ai cru mourir! Je te conterai tout cela. Tu verras. Et tu m’has fuie!

Tu forse ami altre donne, ammettilo! Io le comprendo e le scuso! Tu le avrai sedotte come hai sotto me. Ma noi riprenderemo, non è vero?”.

Entrambi si prodigarono nel fare dichiarazioni di rimpianto del loro perduto amore. Si scambiarono qualche carezza, si abbracciarono e si diedero un ultimo bacio. Poi Emma all’improvviso sbottò: “Rodolphe, moi je suis ruinée! Peus-tu me prêter trois mille francs? …. Pour beaucoup de mauvaises causes qui se sont passées aujourd’hui nous bésoin de trois mille francs perce que on va nous saisir”. Mais il repondut: Je ne les ai pas, Madame!

I ricordi e I rimpianti continuarono a lungo, ma Rodolphe soldi non ne sganciò. Emma se ne ritornò delusa a mani vuote, pentita di essersi umiliata inutilmente. Ella ripercorse il viale fino al fossato, si spezzò le unghie forzando la griglia della chiusura dell’acqua, tanto si dava da fare per aprirla. Pochi passi più avanti, affannata quasi per cadere, si fermò. Alzò lo sguardo e vide ancora una volta il castello dei sogni impossibili. Fu presa da una crisi di sconforto che la paralizzava nell’anima e nel corpo, durante la quale passò in rassegna molti dei suoi ricordi mischiati ai sogni e alle speranze del tempo che fu. Ad un certo punto si dimenticò della sua crisi finanziaria e rimpiangeva soltanto il suo amore perduto. Sentiva che l’anima le veniva meno, schiacciata dal peso dei suoi souvenir come i feriti agonizzanti  sentono che l’esistenza li abbandona a causa della loro piaga sanguinolenta.

Sopraggiunse la notte ed ella era ancora in viaggio inebetita, sotto l’effetto di una psicosi allucinatoria. Poi ebbe la forza di alzarsi e di continuare il viaggio per tornare verso casa.

399 Si fermò davanti alla farmacia, non c’era nessuno. Entrò di soppiatto, s’inoltrò all’interno trattenendo il respiro. Comparve Justin in maniche di camicia ed Emma gli chiese di portarle la chiave del piano di sopra, del laboratorio dove sono tenute les ….! Comment?

Egli la guardava meravigliato per il pallore del suo viso. E, pure in questo stato di terribile agitazione, gli parve bella, affascinante e maestosa come un fantasma. Pur senza comprendere ciò che voleva, egli capì che nascondeva qualcosa di terribile. Emma pretese di avere la chiave del laboratorio perché doveva prendere qualcosa: le serviva una medicina per ammazzare i topi che non la lasciavano dormire. Justin disse che sarebbe andato ad avvertire il farmacista. Lei lo trattenne e lo tranquillizzò dicendo che sarebbe stata lei stessa ad avvertirlo successivamente. Chiese al ragazzo di illuminare l’ambiente. In fondo al corridoio c’era una chiave appesa con la scritta capharnaûm.

Aprì la porta, afferrò un boccale, lo stappò, infilò la mano e la ritolse con una manciata di polvere bianca e si mise a mangiarla. Il ragazzo la scongiurò, le si buttò addosso per distoglierla. Emma lo fece tacere dicendogli: Taci! Potrebbe arrivare qualcuno!

Justin era disperato, voleva chiamare, ma ella lo dissuase dicendogli: tanto tutta la colpa ricadrebbe sul tuo padrone! Poi divenne di nuovo calma con la tranquillità di chi ha adempiuto ad un dovere importante.

Carlo, sconvolto per la notizia del pignoramento, era rientrato a casa quando Emma era appena uscita. Mandò a cercarla ovunque.

Quando Emma rientrò si sedette sulla scrivania e scrisse una lettera che sigillò, aggiungendo la data e dicendo tra sé.  La leggerai domani! Fino a quel momento non pormi domande per favore!

Si coricò e si addormentò, ma l’acre sapore che sentiva in bocca la risvegliò. Sentiva i battiti del pendolo, il crepitio del fuoco e il respiro del marito che le stava vicino.

E’ ben poca cosa la morte! pensava in se stessa, Io mi addormenterò e sarà tutto finito!

Ebbe una crisi di soffocamento, sentì il suo corpo gelare dal capo ai piedi. Voila que ça commence! Mormorò. Le vennero i vomiti e Carlo vide che nel vomito c’era una strana renella bianca attaccata a un involucro di porcellana. Le passò la mano nello stomaco dolorante e lei lanciò un acuto grido di dolore. Poi iniziò a gemere. Un grande fremito le scosse le spalle ed ella diventava sempre più pallida. I gemiti andavano aumentando, i dolori erano sempre più forti. Cacciò un urlo liberatorio ed ebbe il senso di star meglio e di volersi alzare. Ma le convulsioni ripresero. Carlo la pregò di parlare, di dire che cosa aveva mangiato. Ella indicò la sua scrivania. Carlo si avvicinò e trovò la lettera, l’aprì,  lesse ed esclamò: Empoisonnée! Empoisonnée! (Avvelenata! Avvelenata!).

La voce di ciò che era accaduto si diffuse nel vicinato, la gente accorse per sapere della disgrazia, il farmacista scrisse due lettere, una per  lo specialista M. Canivet, l’altra per dottor Larivière. Mandò Hippolite a Neufchâtel e Justin frustò il cavallo di Bovary per andare a chiamare l’altro medico. L’apothecaire si dava da fare per capire il tipo di veleno ingoiato per somministrarle un antidoto adeguato. Carlo esibì la lettera: si trattava di arsenico. Poi inginocchiato davanti a lei piangeva e la supplicava: “Perché l’hai fatto? Non eri felice? E’ stata colpa mia? Chi ti ha costretta a farlo?”

Al che ella rispose: “Il le fallait, mon ami = occorreva farlo, amico mio!”.

Successivamente Emma entrò in stato confusionale.

Chiese “Amenez moi la petite!”. La piccola Berthe, ancora in camicia da notte e a piedi nudi, le fu portata al capezzale dalla domestica. La bambina rimase disorientata, quasi spaventata dal disordine e dalla confusione presente nella camera. La madre l’abbracciò, la piccola esclamò: Où est donc maman? La frase pronunziata dall’infante fece scendere il gelo sui presenti. Poi, onde evitare un crescendo imbarazzo per tutti, Carlo ordinò di portarla via.

Al capezzale della paziente giunse il dottor Canivet che Carlo accolse nella maniera più ossequiosa possibile ostentando un pizzico di ottimismo e di speranza. Ma il collega non fu dello stesso avviso. Capì subito che la situazione era grave e le prescrisse un emetico per liberare lo stomaco facendole vomitare il veleno. Il farmaco ebbe l’effetto previsto, ma, ciò nonostante, la situazione della paziente non migliorò; anzi il quadro clinico andò peggiorando. Ella si contorceva, si dimenava e lanciava urla terribili, maledicendo il veleno, lanciando invettive e respingendo tutto ciò che cercavano di darle per attenuare i suoi atroci dolori.

Arrivò anche il dottor Larivière, in cui erano state deposte tutte le speranze di salvezza. Ma, anch’egli, non appena vide la paziente e fece una visita sommaria, chiamò Carlo in disparte in un’altra stanza e gli comunicò che ormai non c’era più niente da fare e ripartì.

Il medico fu trattenuto a pranzo dal farmacista che, ossequioso e reverente, cercò di trascinarlo suo ospite a casa. Egli, nella sua presuntuosa saccenteria, ci teneva ad avere conoscenze e buoni rapporti con le persone importanti. Queste, prima o poi, potevano tornargli utili nella sua attività farmaceutica e nella sua ambizione ad essere ascritto nella categoria delle persone importanti di scienza e di cultura laica ed illuministica.

All’ospite che gli chiedeva come la donna poteva essersi avvelenata, egli rispose di non sapere dov’ella avesse potuto procurarsi quell’acido di arsenico. A sentire questa frase, il povero Justin tremò, lasciando cadere per terra il vassoio con quello che c’era sopra, creando così un grande fracasso nell’ambiente. Il padrone di casa lo rimproverò aspramente. Rivolgendosi al medico, Homais disse che egli aveva tentato di fare un’analisi del veleno introducendo un tubo nello stomaco. Il medico gli rispose freddamente: “Sarebbe stato meglio che voi le aveste introdotto le vostre dita nella gola!”.

Durante il pasto continuarono i discorsi edotti di Homais. Ma Larivière aveva fretta, tagliò la corda e andò via. Al rientro nel suo negozio, Homais trovò la farmacia affollata di gente che egli cercava di servire, mentre nella piazza comparve il prete Bournisien che andava a portare l’Estrema Unzione alla moribonda.

La cerimonia si svolse alla presenza di Carlo e di Homais che aveva portato con sé anche i suoi due figli per abituarli ad affrontare le situazioni forti e imbrazzanti.  Il prete avvicinò il crocifisso alla moribonda. Ella fece un supremo sforzo, piegò il collo e impresse al crocifisso il bacio più sincero e più profondo che abbia mai potuto dare in vita sua.

Poi le avvicinò anche un cero benedetto, ma la sua debole mano non poté reggerlo e se non fosse stata per l’attenzione del sacerdote, sarebbe caduto per terra. Dopo un po’ apparve un tantino più sollevata: elle n’était plus aussi pâle e son visage avait une expression de sérénité, comme que le sacrement l’eût guérie. Il prete cercò di consolare Carlo dicendogli che molti malati, anche dopo aver ricevuto l’Estrema Unzione, si sono ripresi e hanno continuato a vivere. Pertanto non bisogna mai disperare neanche nei casi più estremi. Improvvisamente si sentì fuori un canto: Souvant la cheleur d’un beau jour/ fait rever fillette (ragazze) et l’amour … Emma si raddrizzò e restò per un istante come un cadavere galvanizzato, i capelli spettinati, lo sguardo fisso beante e continuò: Pour amasser diligement le épis que la faux moissonne

Emma ebbe un’ultima crisi di convulsione e spirò.

“L’Aveugle!” s’écriat-elle.

Carlo scoppiò in una crisi di pianto disperato gridando: “Adieu! Adieu! “

Homais et Canivet cercarono di distrarlo portandolo fuori dalla stanza e invitandolo a calmarsi: “Moderez-vous!”. Ma egli, dimenandosi, rispondeva: Mais laissez-moi! Je veux la voir! C’est ma femme!

HomaisI gli dava ragione dicendo laissez-le pleurer! Plerez, disait il, donnez cours à la nature, cela vous soulagera! Andò in farmacia e preparò due cose: un calmante per il povero Bovary e un articolo da pubblicare nel giornale le Fanal, che potesse nascondere la verità dell’avvelenamento volontario. Infatti nella notizia da lui diffusa si parlava di avvelenamento accidentale dovuto al fatto che ella, mentre preparava una crema alla vaniglia, aveva scambiato l’arsenico per zucchero.

Poi tornò nella casa del lutto per distrarre Bovary. Gli parlò della necessità di predisporre le cose per la cerimonia funebre, ma egli, inebetito e stralunato, rispose: Pourquoi? Quelle cerimonie?

Homais non insistette, prese un innaffiatoio, lo riempì d’acqua e si mise a bagnare i vasi dei gerani. Poi, per distrarre l’afflitto, si mise a parlare di giardinaggio e di agricoltura. Carlo ripeteva le cose che egli diceva automaticamente come un automa.

A predisporre le cose per la cerimonia ci pensò Bournisien. Carlo si chiuse nel suo stanzino e scrisse una lettera in cui espresse la sua volontà: Je veux qu’on l’enterre dans sa robe de noces, avec des souliers blancs, une couronne (una ghirlanda). On lui étalera ses cheveux sur les époles ( i capelli devono scendere sciolti sulle spalle); trois cercueils, une de chêne, un d’acajou, un de plomb (tre bare, una di rovere, una di mogano e una di piombo). Qu’on ne dise rien, j’aurai de la force. On lui mettra par-dessus tout une grande piece del velours vert. Je le veux. Faites-le.

Tutti rimasero stupiti di queste idee romantiche di Bovary. Homais gli fece notare che questo drappo di velluto verde appariva fuori posto e che poi c’era da pensare anche alla spesa. Bovary lo fece zittire dicendogli che ciò non gli riguardava, di fare gli affari suoi o di andarsene. “Laissez-moi! Vous ne l’aimiez pas! Allez-vous-en!”.

Sempre per distrarlo, il prete lo condusse a fare una passeggiata in giardino, dove discorrevano di tante cose. Il sacerdote insisteva sulla caducità delle cose terrene, sull’infinita misericordia di Dio, sul dovere dell’uomo di obbedire umilmente alle sue leggi. Per tutta risposta Carlo sbottò in una battuta blasfema: J’exèsecre, votre Dieu! Al che il prete aggiunse: L’esprit de révolte est encore en vous!

Poi il prete e il farmacista si ritrovarono insieme nella casa del lutto per fare la veglia funebre alla defunta.

I due discutevano di tante cose e il farmacista osò formulare qualche ipotesi sull’incidente occorso alla giovane donna. Il prete gli disse che, comunque fossero andate le cose, al momento non restava altro da fare che pregare per lei. Homais, stizzito, sentenziò che due potevano essere le possibilità: o che ella fosse morta in stato di grazia (come sostiene la Chiesa) e allora non dovrebbe avere bisogno delle nostre preghiere; o che fosse morta da impenitente (questa credo che sia l’espressione ecclesiastica) e allora …

“Anche in quel caso bisogna pregare ugualmente”, rispose deciso il prete. Ma Il farmacista obiettò: “Dato che Dio conosce tutti i nostri bisogni, a che serve pregare?”.  “Come?, gli rispose l’altro, la preghiera é la preghiera! Non siete voi cristiano?”.

A questa domanda Homais dichiarò: “J’admire le christianismo. Il a d’abord affranchi les enclaves, introduit dans le monde une morale .”

“Ma non solo di questo si tratta!” aggiunse il prete. “Aprite i testi!”.

“Oh! Oh! Quant’aux testes ouvrez l’Histoire; on sait qu’ils ont été falsifies par le jesuites!”.

Carlo fece un’altra comparsa, ma dai due fu invitato ad andare nella sua stanza a riposare. Dopo di che i due amici antagonisti, il religioso e il laico, ripresero le loro diatribe:

“Lisez Voltaire! Disait l’un; lisez d’Holbach, lisez l’Enciclopédie!” diceva Homais.

Lisez les Lettres de qualques juifs portugais! disait l’autre; lisez La Raison du christianismo, par Nicolas, ancien magistrat!

Essi si scaldavano, diventavano rossi in viso, parlavano entrambi contemporaneamente accalorati senza ascoltarsi; Bournisien era scandalizzato di tanta audacia dell’interlocutore; Homais si stupiva delle affermazioni dell’avversario che l’illuminismo aveva licenziato come tante sciocchezze (betises). Erano giunti al punto d’ingiuriarsi, quando Carlo comparve nuovamente nella stanza. Una particolare forza istintiva lo spingeva a ricomparire ogni tanto. Si avvicinò alla salma, si chinava e chiamava: Emma! Emma!

All’alba giunse Mme Bovary mère. Un commovente amplesso bagnato di lacrime unì madre e figlio. Quando si riebbe dalla commozione, la donna chiese al figlio di pensare alle spese necessarie per le esequie. Carlo chiuse questo discorso e la incaricò di recarsi in paese per fare le spese necessarie. Quel giorno era tutto un via vai di gente per visitare la salma e per fare le condoglianze a Carlo. La piccola Berthe era stata portata a casa degli Homais. Félicité e Mme Lefrançois si diedero da fare per aggiustare il capo della defunta, che appariva reclinato verso destra; ma, quando scorsero fiotti di liquido nero che usciva dalla bocca, indietreggiarono inorridite

Più tardi il farmacista e il prete ripresero la loro discussione polemica. Il primo cercava di consolare Carlo, ma comprendeva che il colpo era stato grave e che sarebbe occorso del tempo per potersi rassegnare. Rivolgendosi al prete, Homais sarcasticamente gli fece i complimenti per non essersi sposato, così non avrebbe corso il rischio di subire incidenti come quello.

Mai avesse toccato quel tasto! Il discorso andò a finire su tutta una serie di problemi delicati, come quello sul celibato ecclesiastico, quello sul significato della confessione e di altri ministeri apostolici, che mandarono il sacerdote su tutte le furie. Dopo le accanite discussioni, entrambi furono presi da un colpo di sonno. Ils étaient en face l’un de l’autre, le ventre en avant, la figure bouffie (gonfia), l’air renfrogné, après tant de désaccord se rencontrant enfin dans la même faiblesse humane, et ils ne bougeaient pas plus que le cadavre à côté d’eux qui avait l’air de dormir.

Le phamarcien et le curé se replongèrent dans leurs occupations, non sans dormir de temps à autre, ce don’t ils s’accusaient reciproquement à cheque réveil nouveau. Alors M. Bournisien aspergeait la chambre d’eau bénite et Homais jetait un peu de chlore par terre.

Félicité avait eu soin de mettre pour eux, sur la commode, une boutelle d’eau de vie,un fromage et une grosse brioche. Aussi l’apothecaire, qui n’en pouvait plus soupira vers quatre heures du matin: “ Ma foi, je me sustenterais avec plaisir!”.

L’ecclésiastique ne se fait point prier; il sortit pour aller dir sa messe, revint; puis ils mangèrent e trinquèrent, tout en ricanant (sogghignando) un peu, sans savoir pourquoi, excites pae cette gaieté vagues qui vous prend après de séances de tristesse; et, au dernier petit verre,le prêtre dit au phamrmacien, tout en lui frappant sur l’épaule: Nous finirons par nous entendre!”.

Arrivarono gli operai che sistemarono la salma nella triplice bare di rovere, di mogano e di zinco.

Il giorno successivo ebbe luogo la cerimonia delle esequie.

Successivamente Carlo trovò nella soffitta una lettera di Rodolphe, dalla quale ebbe la conferma sui suoi dubbi: la relazione clandestina della defunta moglie con l’aitante giovane borghese. Più tardi, dal tiretto di un mobile della soffitta, saltarono fuori le lettere della corrispondenza segreta che Emma aveva intrattenuto con Léon.

Subito dopo si fecero avanti i creditori, i vari Leureux (l’usuraio commerciante di stoffe), Vinçart (lo speculatore di banca), Mlle Lempereur (l’insegnante di musica che chiedeva la paga per sei mesi di lezioni, benché Emma ne avesse frequentato soltanto una), la mère Rolet reclamava la paga per una ventina di lettere a lei indirizzate e da lei recapitate alla moglie. Alle domande che Carlo faceva per avere spiegazioni in merito, lei rispondeva dicendo di non sapere niente circa il mittente di quelle lettere perché questi erano affari della signora.

Sono tutte quelle persone con i quali Emma aveva contratto i debiti firmando cambiali con le date di scadenza continuamente rinnovate. Così aveva accumulato una montagna di debiti che, quando giunsero a solvenza e non poteva pagare, la schiacciarono. E nessuno dei creditori ebbe pietà di lei!

Carlo pagava una cambiale e subito dopo ne arrivava un’altra da pagare. Il tutto contribuì ad esasperare la già desolante angoscia dell’uomo che non ebbe più le forze di resistere e di reagire. Si chiuse in se stesso isolandosi dal resto del mondo, si lasciò andare e ben presto morì anche lui.

La piccola Berthe fu affidata alla nonna paterna, Mme Bovary mère che, purtroppo, in un breve lasso di tempo, morì anche lei. Il nonno materno M. Rouault non poteva farsi carico della piccola perché era paralizzato. Allora la bambina fu affidata ad una zia che, essendo molto povera e non potendola mantenere con le sue risorse, fu costretta a mandarla in una filanda di cotone a lavorarsi il pane quotidiano.

Così, purtroppo, andò a finire la triste e drammatica storia della famiglia Bovary.

Gustave Flaubert, Madame Bivary, Terza Parte

Posted By Felice Moro on 8 Aprile, 2011

Terza Parte

Rientrando a casa Emma trovò il marito addolorato perché avrebbe voluto rivedere il padre almeno un’ultima volta prima di morire, ma non gli era stato possibile.

“Quel age avait-il, ton père” lui demanda-elle.

“Cinquante-huit ans!” répéta-il. Ce fit tout.

Egli si lamentò della condizione toccata in sorte alla madre, vedova e sola, cercando di far capire alla moglie la sua volontà di starle vicino in quella triste circostanza. Emma non rispose, ignorando le  preoccupazioni e le aspettative del marito sulla sua disponibilità ad accogliere la suocera in casa.

Dopo circa un quarto d’ora di silenzio imbarazzante,  Charles aggiunse: “Ma pauvre mère? Que va-t-elle devenir, à present?”. Per tutta risposta Emma lasciò cadere il discorso nel vuoto ancora una volta. Poi fra i due calò di nuovo un imbarazzante silenzio. Ella lo spiava attentamente di soppiatto, mentre lui appariva smilzo, debole, un nessuno, un povero uomo. “Comment s’en debarrasser de lui?” pensò malignamente in se stessa.

L’indomani mattina Mme Bovary mère arrivò in casa di sua iniziativa. Madre e figlio si abbracciarono e scoppiarono in uno sfogo di pianto, mentre Emma scomparve dalla loro presenza. Il giorno successivo bisognava pensare agli adempimenti di circostanza. Moglie e figlio, adesso che l’uomo non c’era più, si resero conto del vuoto che aveva lasciato in loro la sua dipartita. Emma si disinteressava della faccenda ostentando indifferenza al dolore e ai problemi del marito.  Avrebbe voluto non essere disturbata per potersi abbandonare ai sogni morbosi delle sue relazioni con gli amanti.

Intanto si poneva il problema dell’espletamento delle pratiche amministrative dell’atto di successione. Non fidandosi dei notai, Charles pensò che forse la persona più adatta per aiutarli a districare la matassa di questo difficile compito poteva essere il loro amico Léon. Ma come spiegargli per lettera che cosa occorreva fare per il disbrigo di una pratica così complessa?

Emma si offrì spontaneamente di andare lei dall’amico per chiedergli di predisporre una procura legale a suo nome. Il marito ne fu contento e la ringraziò.

Immediatamente Emma piombò in città, dove andò da Léon con la scusa di chiedergli la predisposizione della procura. Ma “Ce furent trois jours pleins, exquis, splendides, une vraie lune de miel. Ils etaient à l’Hotel del Boulogne, sur le port … Vers le soir, ils prenaient une barque couverte et allaient dîner dans une île”.

In quest’isola di pace tutto era silenzio, non c’erano i rumori e il frastuono della città, niente stridio di ruote delle carrozze in giro per le strade, ma il silenzio del luogo, la tranquillità delle acque, le bellezze della natura, la serenità della luna e delle stelle, tutto regnava alla grande in quella località di misteriosa pace amorosa.

Andarono a pranzo in ristorante e presero posto in una taverna in basso in un punto romantico, dove mangiavano, bevevano e si scambiavano calde profusioni di affetto. Essi avrebbero voluto vivere sempre lì, in quell’angolo appartato di felicità, godendosi un momento della presunta eterna giovinezza come due estemporanei Robinson Creusoe. In quei momenti dimenticavano i problemi dell’esistenza, le esigenze pratiche della vita e la sua ineluttabile evoluzione. Ma ahimè! Quegli attimi di spensierata felicità passarono in fretta ed essi dovettero lasciarsi per fare ritorno alla vita normale nelle loro case. Ciascuno di loro, per vie diverse, fece rientro nella propria casa. In cammino Léon, insospettito, si chiedeva: “Ma perché ella ci tiene tanto a questa procura legale?”.

Rientrato nel suo studio legale, il giovane procuratore se ne stava moggio moggio in disparte dai suoi compagni. Se ne stava solo, appartato e meditabondo, abbandonandosi alle sue morbose fantasticherie. Aspettava le lettere di Emma, si profondeva con compiacenza nella loro lettura, il cui contenuto sospingeva la sua fantasia in un universo indefinito di piacere e di ansia che sfumava nei sogni. Ma che cosa sognava? Sognava lei, la maîtresse, la sua passione, il tepore delle sue membra.

Un giorno, non potendo più resistere alla sua lontananza, decise di andare a trovarla.

Quando giunse ad Yonville incominciò a gironzolare come un moscone intorno alla casa dei Bovary, spiando dall’esterno i movimenti di chi stava dentro. Si armò di coraggio, bussò alla porta, entrò e fu ben accolto dal padrone di casa. Ma Carlo non si mosse da casa, né quel giorno, né il giorno successivo, per cui, consapevole o meno della tresca che si consumava a suo danno, non lasciò spazio agli ambìti incontri furtivi tra i due amanti. Emma rimediò ai mancati approcci d’intimità rassicurando Léon che si sarebbero visti in altre occasioni più favorevoli. Promise che d’allora in avanti si sarebbero visti almeno una volta la settimana.

Ella si dedicò allo studio della musica. Provò a suonare e riusciva così bene che il marito non poté mancare di farle un complimento: Bravo! …très bien! Perché non segui lezioni di musica? No, ella rispose, costano troppo care! vingt francs par cachet (a lezione), c’est trop cher!

Per incoraggiarla il marito le disse: “Mme Liégeard m’a certifié que ses trois demoiselles, qui sont à la Misericorde, prenaient des leçons moyennant cinquante sous la séance (a seduta), et d’une fameuse maîtraisse encore”.

Allora Emma abboccò e decise di andare in città una volta la settimana per frequentare le lezioni di musica. Sarebbero state le occasione favorevoli per incontrare l’amante.

Descrivendo l’ambiente della camera d’albergo dei loro convegni amorosi, l’autore scrive: “Ils étaient si completamen perdus en la possession d’eux même, q’ils se croyaient là dans leur maison particulière, et devant y vivre jusq’à la mort, comme deux éternels jeunes époux. Tandis qu’ils disaient notre chambre, notre tapis, nos fauteils”.

L’appuntamento era per ogni giovedì della settimana, il giorno in cui Emma aveva fatto credere al marito di andare a Rouen per apprendere le lezioni di musica.

Ad un certo punto l’autore sfoga la sua bruciante ironia: “Tout maintenant semblait permis à cette fille!”.

Una volta, all’uscita dall’Hotel de Boulogne, Mme Bovary fu sorpresa a braccetto con Léon da M. Lheureux. Ella ebbe paura immaginando che egli potesse pettegolare al riguardo. Ma poi, riflettendo sul caso, pensò ch’ egli non era così sciocco. A lui interessavano ben altre cose: vendere la sua merce, fare affari, lucrare senza alcuno scrupolo di qualunque situazione le capitasse sotto tiro.

Infatti giorno dopo M. Lheureux tornò alla carica chiedendo i soldi del debito di circa 2.000 che ella aveva contratto nel suo negozio. E quando gli rispose che non poteva pagare, egli le propose: “Perché non vi fate fare una procura legale sull’eredità del vostro defunto suocero?”.

Egli non sapeva che il tentativo era già in cantiere. Per cui nei giorni successivi tornò alla carica sollecitando Emma a servirsi della procura che aveva in mano per compiere un’operazione finanziaria: la vendita di nascosto della modesta casa del defunto suocero a Barnenville. Il mercante usuraio conosceva bene un certo M. Langlois che faceva incetta di beni senza far conoscere il prezzo, comunque bisognava andare da lui a contrattare. Siccome Emma non poteva andare, colse la palla al balzo per offrirsi lui stesso a fare da mediatore. Al suo rientro riferì che Langlois avrebbe accettato l’affare per la somma di 4.000 franchi. Emma a questa notizia ebbe un gesto di distensione, un sospiro di sollievo. Egli aggiunse che l’offerta gli sembrava buona.

A lei sarebbe andata subito la metà dell’importo, mentre l’altra metà le sarebbe stata corrisposta al momento del saldo. E aggiunse: “Cela me fait de la peine, parole d’honner, de vous voir vous dessaisir (rilasciare) tout d’un coup, d’une somme aussi consequente que cella-la!”. Emma diede ancora un cupido sguardo a quei biglietti pensando per quanti appuntamenti le sarebbero bastati quei soldi …. Il mercante Lheureux aggiunse: “Nella fattura si può scrivere qualsiasi cifra, e che! … forse io non conosco l’andazzo di queste cose?”.

Infine egli dal suo portafoglio estrasse 4 cambiali da mille franchi ciascuna. Ella proruppe in un’esclamazione di disappunto. “Me si je vous donne le surplus, rispose sfacciatamente M Lheureux, n’est-pas vous rendre un service, à vous?”. Prendendo in mano una penna di corvo (allora si scriveva con le penne di corvo o di altri volatili) , scrisse in fondo al suo conto ”Debito di Mma Bovary la somma di 4.000 franchi”. E aggiunse: “Ma di che cosa vi preoccupate? Dopo che tra sei mesi vi arriverà la somma arretrata della vendita della vostra catapecchia e che io vi sistemo dilazionata la scadenza dell’ultima rata per il pagamento?”. Poi aggiunse che in una banca di Rouen lavorava l’amico Vinçart il quale avrebbe incassato le quattro cambiali e che poi egli stesso le avrebbe corrisposto l’importo superiore al debito reale ch’ella aveva contratto nel suo negozio. Ma il bancario, anziché pagare duemila franchi, ne diede soltanto 1800 trattenendo 200 franchi per interessi bancari e commissioni, di cui egli pretese una quietanza.

Nell’insieme Emma riuscì a gestire bene la situazione per le prime tre cambiali, mentre, quando arrivò la quarta, era di giovedì e lei era assente.  Essa andò a finire nelle mani di Charles che, apprendendo la notizia,  rimase sconvolto. Tuttavia attese pazientemente il rientro della moglie. Al suo rientro a casa, Emma riempì il marito di moine e lo indusse a fare altri acquisti che non superassero i mille franchi. Poi scrisse una lettera patetica alla madre chiedendo di essere sovvenzionato. Ma Mme Bovary mère, anziché rispondere, si presentò lei stessa di persona e chiese di vedere le fatture delle spese sostenute.

Quando  Charles riferì la questione alla moglie, Emma corse dall’usuraio Lheureux per farsi fare un’altra fattura che non superasse i mille franchi. Ciò per evitare di esibire la fattura di 4000 franchi. Ciò avrebbe complicato le cose in quanto ella avrebbe dovuto ammettere di averne già pagati i due terzi e di conseguenza ammettere di aver venduto l’immobile (di nascosto), operazione furbescamente portata a termine dal mercante e del cui affare si avrebbe avuto conoscenza soltanto molto più tardi.

Mme Bovary mère scorse la lista e, scoprendo tante spese inutili, fece le sue osservazioni di disapprovazione per quel modo di gestire l’economia familiare. Tra l’altro ella disse:

“Aucune fortune ne tient contre le coulage (lo spreco)! La vecchia continuava con i suoi rimproveri e avvertì entrambi che, continuando di quel passo, sarebbero andati a finire in ospedale. Poi aggiunse “La colpa è di Bovary che aveva promesso di annullare quella procura!”. Suocera e nuora ebbero uno scontro verbale in cui Carlo diede torto alla madre. Emma uscì in fretta come un razzo dalla stanza , ma tornò immediatamente con la procura in mano e la diede alla suocera che, per tutta risposta, la gettò nel fuoco.

Lo scontro tra madre e figlio s’inasprì per cui la madre se ne andò prevedendo che le cose non potevano andar bene in quella casa.

Carlo mandò Emma dal notaio M. Guillâmin per fargli fare un’altra procura uguale alla precedente. Questi si rifiutò adducendo come pretesto il fatto che era impegnato nel disbrigo di cose più importanti e che non aveva tempo da perdere per districare piccole faccende della vita quotidiana.

Il giovedì successivo Emma tornò al solito appuntamento settimanale con Léon e si abbandonò a forme di divertimento pazzo e dissoluto.

“Elle rit, pleurà, chanta, dansa, fit monter de sorbets, voulut fumer de cigarettes, lui parut extravagante!”. Era con Léon e pensava ancora al suo vecchio amante Rodolphe che, un giorno o l’altro, sperava di incontrare di nuovo. Insomma si abbandonò a molti eccessi poco dignitosi che fecero riflettere parecchio il suo compagno sulla sua serietà. La sera poi non rientrò a casa, gettando la famiglia nello scompiglio della preoccupazione e della ricerca.

Carlo attrezzò il suo calesse (boc o buggy) e partì a cercarla. La trovò sul far dell’alba vagante trasognata in una via della città. “Qui t’a ritenue, hier?” disse Carlo. “J’ai été malade”, rispose lei con la sfacciataggine menzognera dell’adultera.

Siccome quando andava a Yonville Léon veniva spesso invitato a cena dal farmacista Homais, una volta il giovane volle ricambiare l’invito. Disse al farmacista che quando si fosse recato in città, sarebbe stato lieto di averlo suo ospite a pranzo. Homais gradì l’invito e aggiunse anche che quella sarebbe stata una buona occasione per uscire, per staccare la spina una volta tanto dal solito monotono lavoro della farmacia. Pertanto non si fece pregare. Un giorno si fece trovare in città e insieme si recarono al Café Normandie, dove si trattennero diverse ore mangiando, bevendo e discorrendo di molte cose. Tra l’altro, il farmacista fece capire che egli si era accorto del fatto che egli avesse una relazione segreta con una donna d’Yonville. “E con chi?” chiese Léon. “Chez Mme Bovary, avec la bonne (la domestica)!” rispose l’altro.

Léon era sulle spine perché era in forte ritardo all’appuntamento con Emma. Perciò non vedeva l’ora di sganciarsi dall’ospite, la cui presenza incominciava ad essere ingombrante. Emma si era stancata di aspettarlo perché egli era in ritardo di due ore all’appuntamento. Arrivati insieme davanti all’Hôtel de Boulogne, Léon licenziò bruscamente Homais dicendo che doveva andare urgentemente nello studio. Salì nelle scale di corsa e trovò Emma adirata e spazientita per cui gli fece una scenata furibonda. Come se ciò non bastasse, Léon fu richiamato dal farmacista e convinto da Homais ad andare ad un altro locale: Bridoux. Léon, stordito da tante concomitanti sollecitazioni inconciliabili tra loro, come la collera di Emma, le chiacchiere (les bavardages) di Homais e può darsi anche la pesantezza della digestione di un pasto così abbondante, era indeciso e subì la fascinazione del farmacista che ripeteva con insistenza:

“Allons chez Bridoux! C’est à deux pas, rue Malpalu”. Andarono e trovarono Bridoux nel suo laboratorio, mentre gli operai erano intenti a fabbricare l’acqua di Seltz.  Homais diede loro consigli non richiesti sulle modalità di lavorazione del prodotto. Leon era sulle spine e non vedeva l’ora di tagliare la corda e scappare. Riuscì nel suo intento appena poté con molta difficoltà. Quando tornò all’albergo, Emma, stanca di aspettarlo, era scappata spazientita.

Quello fu il momento in cui, soprattutto in lui, comparve uno squarcio di ragione e cominciò a riflettere per cui, tra i due incominciò a crearsi un certo distacco. Nelle loro lettere, anziché parlare del loro amore come avevano fatto in precedenza, ils parlairent de fleurs, de vers, de la lune et des etoiles, ressources naïves d’une passion affaiblie. Egli avvertì il mutamento comportamentale di Emma, nel quale traspariva tutta la personalità di una persona che aveva sperimentato la vita, forse anche troppo!

In una fase in cui i due amanti erano entrati in rapporto quasi conflittuale, Emma ricevette l’inaspettata visita di un emissario dell’operatore bancario Vinçart, che le portava l’ordine di pagamento di una cambiale di 700 franchi da lei sottoscritta. Ella rimase sorpresa, impallidì e ammutolì, ma il messo la sollecitava a dare una risposta da riportare a Vinçart. Gli rispose ch’ella soldi non ne aveva, di aspettare alla settimana successiva.

Il messo andò via, ma il giorno dopo ricevette il protesto della cambiale.

Disperata, si rivolse al mercante usuraio che dichiarò di non poter far niente con Vinçart. Non solo, ma le riepilogò la lista dei debiti con l’indicazione delle date in cui erano stati contratti. Ella protestò, gridò, pianse, ma le sue scenate non servirono a piegare l’inflessibilità del commerciante usuraio Lheureux.

Alla fine il mercante dettò ad alta voce e scrisse quattro biglietti da 250 franchi ciascuno, datati a un mese di distanza l’uno dall’altro. Poi cercò di rinfilarle un po’ della sua mercanzia, anche se non era adatta per lei perché non avrebbe saputo cosa farsene di certa merce.

Per potersi sdebitare, Emma obbligò il marito a chiedere alla madre i soldi arretrati della rendita dell’eredità paterna, ma la madre gli rispose che non aveva niente da dare. Allora Emma incominciò a mandare le fatture di pagamento ai clienti del marito, a sua insaputa, pregandoli di non far sapere niente all’interessato perché altrimenti Carlo si sarebbe trovato male.

Pour se faire de l’argent, elle si mit à vendre ses vieux gants, ses vieux chapeaux, la vielle ferraille; et elle marchandait avec rapacité,- son sang de paysanne la poussant au gain (al guadagno). Poi nei suoi viaggi in città barattava giocattoli, che Lheureux, a differenza di altri, le prendeva.

Comprò piume di struzzo, porcellane  cinesi e bauli. Chiedeva soldi in prestito à Félicité, à Mme Lefrançois, à l’hôtelière de la Croix Rouge, à tout le monde.

Con i soldi ricevuti dalla vendita della catapecchia di Barneville pagò due ricevute, gli altri 1500 franchi sparirono. Quindi ella s’indebitò nuovamente e riprese come prima il suo solito andazzo. La casa diventò triste, povera e desolata. Quando il marito provava a farle delle osservazioni rispondeva brutalmente attribuendogli pure la colpa del loro fallimento. Quando metteva piede fuori, era malvista dai suoi creditori. Restava appartata, solitaria in camera sua a fumare pastiglie di serraglio comprate a Rouen nel negozio di un algerino. Lasciò il marito da solo a dormire nel letto coniugale per non sentirlo russare, mentre lei si stabilì in una stanza del secondo piano della casa. Leggeva romanzi stravaganti che descrivevano orribili scene orgiastiche. Assalita da impulsi di terrore di ciò che stava leggendo, di tanto in tanto cacciava un urlo estemporaneo, al quale accorreva il povero marito spaventato.

La notizia sulle stranezze si diffuse. Qualcuno mandò una lettera anonima alla madre di Léon avvertendola del fatto che il figlio si stava perdendo con una donna sposata. La donna pregò il padrone di casa del figlio, Debocage, d’intervenire. Questi intervenne a proposito e prospettò al ragazzo tutti i rischi che correva intrattenendo ancora la relazione illecita con quella donna sposata. Soprattutto cercò di fargli capire che il disonore di cui si stava macchiando avrebbe potuto nuocere alla sua futura immagine professione. Al sermone dell’uomo, Léon rispose che non voleva mai più rivedere quella donna.

Emma si abbandonava sempre di più a comportamenti dissoluti di autodistruzione.

Poi le giunse a sorpresa un’ingiunzione giudiziaria esecutiva per il pagamento della somma di 8.000 franchi entro ventiquattrore con pignoramento esecutivo dei suoi mobili e delle suppellettili della casa.

A forza di comprare senza pagare, d’indebitarsi, di sottoscrivere ricevute le cui scadenze venivano puntualmente rinnovate, la spesa si era smisuratamente gonfiata. La donna l’aveva finita per accumulare un capitale di debiti con Lheureux che non vedeva l’ora di entrane in possesso di quelle somme per continuare con le sue speculazioni usuraie.

Intanto un bel giorno piombò in casa l’usciere Hareng che, accompagnato da due testimoni, si presentò per redigere il verbale del pignoramento. I commissari incominciarono dallo studio medico di M. Bovary, dove pignorarono tutto, eccetto il cranio frenologico considerato strumento di lavoro professionale. Pignorarono l’attrezzatura di cucina, gli arredi della camera da letto, sequestrarono tutte le bambole degli scaffali. Essi frugarono ed esaminarono ogni cosa. La figura di Emma era umiliata, atterrita e scossa fin nelle sue più intime fibre. Di tanto in tanto l’usciere ne usciva con esclamazioni come “Charmant! …. Joli!” che la urtavano maggiormente accrescendo la sua angoscia.

Poi, bagnando la punta della penna d’uccello nel calamaio di corno, si rimetteva a scrivere continuando la stesura del verbale. Finito d’inventariare gli oggetti presenti nei due appartamenti, salirono in soffitta. Lì, in uno scrigno, Emma conservava nascoste le lettere della corrispondenza che aveva intrattenuto con Rodolphe. L’usciere chiese scusa a Mme, ma dichiarò che doveva controllare anche quelle, alle volte non contenessero elementi che potesse riguardare l’inventario degli oggetti da pignorare. Mise le mani sulle lettere rovesciandole, come che da esse potessero cadere dei marenghi sul pavimento. Alla vista di quelle mani rudi che rovistavano sulla sua corrispondenza intima, Emma si sentì trafitta nel cuore e fu presa da uno scatto d’indignazione.

Alla fine i messi esattoriali se ne andarono,  Félicité, che durante l’ora dell’inventario era stata responsabilizzata per distogliere Bovary, rientrò, le venne dato in consegna il verbale del pignoramento che passò in custodia al giardiniere.

Il giorno dopo era di domenica ed Emma si recò in città a Rouen a cercare tutti i banchieri che conosceva. La maggior parte di essi erano fuori sede per godersi il giorno di riposo. A quelli che riuscì a trovare incominciò a chiedere soldi a tutti. Ma, per tutta risposta, quelli le ridevano in faccia.

Poi si recò da Léon chiedendogli di procurarle urgentemente 8.000 franchi. Léon si spaventò e le rispose che egli, in quell’evenienza, non poteva soccorrerla e cercò di calmarla con discorsi banali e parole inconsistenti. Poi usci, ritornò dopo un’ora dicendo di aver chiesto soldi in prestito a tre persone, ma che nessuno era disponibile a prestare danaro. Ella insistette affinché egli li procurasse nel suo studio.

Un bel giorno fu svegliata alle nove del mattino da un grande brusio che si era venuto a creare fuori, nella piazza antistante. Quel’era il motivo di tanto chiasso? Avevano esposto i manifesti con l’avviso che i suoi beni erano stati messi in vendita all’asta!

Félicité le suggerì di andare dal notaio Guillaumin per chiedere in prestito i soldi necessari per togliersi dai pasticci giudiziari. Ella seguì questo consiglio e andò dal notaio. Mai l’avesse fatta!

Il vecchio professionista, intabarrato nella sua vestaglia da camera, l’accolse nella sala da pranzo. La salutò, fece i convenevoli di circostanza e la invitò a sedersi vicino alla stufa accesa per riscaldarsi, visto che aveva i piedi bagnati perché lei, per non essere vista, era arrivata dalla strada che costeggia i bordi del fiume. Egli, per niente imbarazzato dalla sua presenza, tranquillamente fece colazione in sua presenza, mentre la stuzzicava sul motivo della sua visita. Emma gli espose la sua difficile situazione. Egli, pur senza lasciarlo intendere, conosceva già tutto essendo segretamente legato da rapporti di affari con il mercante di stoffe, da cui attingeva fondi per i prestiti ipotecari che gli venivano richiesti. Quindi conosceva fin dall’inizio la lunga storia delle cambiali che portavano nomi diversi come garanti, erano distanziate da lunghe scadenze ed erano state continuamente rinnovate fino al giorno in cui, raccolte tutte le proteste, il mercante usuraio Lheureux incaricò l’amico Vinçart di promuovere l’azione giudiziaria a suo nome nei confronti della debitrice. Quando Emma, nel suo sfogo emotivo,lanciava le sue recriminazioni contro il mercante, egli dava risposte evasive e insignificanti, per non dire idiote. Intanto mangiava la sua cotoletta, beveva il suo the, sorrideva con un sorriso sornione particolare, in maniera dolciastra e ambigua. Egli la invitava ad avvicinarsi alla stufa per scaldarsi ma lei aveva paura di sporcarsi i vestiti.

Poi l’uomo si mise a farle i complimenti galanti. Alla richiesta ch’ella fece di avere mille scudi in prestito, egli rispose che non aveva soldi da prestare perché in passato non aveva potuto dirigere la sua fortuna. Disse che ci sono mille modi per far fruttare il denaro; disse anche ch’ella avrebbe potuto sfruttare le torbiere di Grumesnil e il terreno di Le Havre. Ciò produsse l’effetto di aumentare in lei la sua rabbia.

“Perché non siete venuta da me che vi avrei consigliato come fare?” disse l’uomo. Poi le prese la mano, gliela baciò e si profuse in altre avances galanti e inopportune che urtarono Emma. Il comportamento irritante di quest’uomo le dava fastidio. Egli si lanciò per abbracciarla, ma lei si tirò indietro protestando ad alta voce:

“Vous profitez impudemment de ma détresse, monsieur! Je suis à plaindre, mais pas à vendre!”. Elle sortit et en s’eloigant disait en elle même: “ Quel misérable! Quel goujat (cafone)! … quelle infamie! … Le disappointement de l’insuccès renforçait l’indignation de sa poudeur outragée; il lui semblait que la Providence s’acharnait à la poursuivre et, s’en rehaussant d’orguel, jamais elle n’avait eu tant d’estime pour elle même ni tant de mépris pour le autres”.

Quando tornò a casa fu presa da uno stato di torpore.