Privacy Policy
splash
Benvenuto!
Il sito è ancora in costruzione, presto potrai trovare tanti articoli interessanti.
Scritto Da Felice Moro il giorno 08 Gen 2009

http://www.felicemoro.com/breve-storia-della-comunicazione/

L’articolo è incentrato sulla storia, struttura e funzioni della Comunicazione. La comunicazione è una relazione che si stabilisce tra due o più … (Clicca sul titolo per continuare a leggere l’articolo)

 

Stai visitando la categoria: motivazione

La Motivazione

Posted By Felice Moro on maggio 6th, 2009

La motivazione è una pulsione naturale che spinge l’individuo all’azione per soddisfare i suoi bisogni fondamentali di cibo, di acqua, di riposo e di controllo dell’ambiente.

Entro certi limiti è presente anche negli animali, specialmente nei mammiferi; e lo é in misura crescente man mano che si sale nella scala filogenetica verso le specie più evolute come possono essere i primati: lo scimpanzé, l’orango e il gorilla. Tra questi, lo scimpanzé è l’animale che più di ogni altro si avvicina all’uomo nei comportamenti, nella gestualità, nella mimica facciale, nell’esibizione di un rudimentale linguaggio emotivo, nell’imitazione delle azioni materiali. Infatti, se vede una donna truccarsi o un pittore dipingere, cerca di ripeterne le azioni tracciando sulla carta linee a casaccio e figure amorfe che non denotano alcun segnale ideativo; tutto al più l’ambizioso protagonista si imbratterà la faccia di tinta e di colori.

Per una serie di considerazioni di carattere materiale e appariscente, in passato si credeva che sia nell’uomo che nell’animale la motivazione fosse indotta esclusivamente dalla necessità di soddisfare i bisogni fondamentali della vita, quali i bisogni omeostatici, le stimolazioni dolorose o  altri stimoli innocui precedentemente associati a esperienze spiacevoli.

L’omeostasi comprende i bisogni bio-fisiologici come quelli dell’alimentazione, dell’equilibrio dei liquidi circolanti nell’organismo e del riposo indispensabile per la rigenerazione delle risorse spese nelle fatiche. La soddisfazione di questi bisogni diventa un’esigenza indispensabile per il mantenimento dello stato di salute e quindi per la sopravvivenza. Così la fame porta l’essere vivente alla ricerca del cibo; la sete alla ricerca dell’acqua; la stanchezza porta alla ricerca del riposo; la veglia, alla ricerca del sonno e così via.

Gli stimoli dolorosi sono quelli che in passato nell’individuo hanno prodotto una sensazione spiacevole di dolore o di paura, come può essere la puntura di un ago o di una spina, una scottatura col fuoco, una bastonata o un bisticcio; sono tutte esperienze negative che lasceranno nella memoria una traccia di  angoscia, un ricordo spiacevole, per cui l’individuo cercherà di evitarle in futuro.

Pertanto, secondo questa teoria, una volta che non patisce stimoli di natura omeostatica o dolorosa,  l’individuo dovrebbe non sentire alcun impulso ad agire, non dovrebbe avere bisogno di altro e quindi dovrebbe stare allo stato quiescente.
Invece è noto a tutti che generalmente succede il contrario. Infatti sia i cuccioli degli animali sia quelli dell’uomo, in assenza di pulsioni determinate da bisogni omeostatici, da stimoli dolorosi o associati,  sono più attivi nel movimento, nell’esplorazione, nel gioco, nelle curiosità e nelle azioni.

Ciò significa che esiste un altro tipo di motivazione che é generata da attività spontanee come possono essere la manipolazione, l’esplorazione, la pulsione a curiosare, il desiderio di modificare gli schemi dell’azione, il desiderio di acquisir competenza e così via.

La motivazione intrinseca
Questo nuovo tipo di pulsione, di ordine superiore perché non necessariamente legata ai bisogni fondamentali della vita, viene chiamata motivazione intrinseca agli stessi processi di apprendimento. Essa è quella naturale tensione psichica che induce l’essere umano a compiere o a  non compiere una determinata azione.

Nel discorso comune spesso viene confusa con l’interesse, ma tra le due tensioni psicologiche c’è una notevole differenza. Infatti, mentre il termine interesse (dal latino inter esse = essere in mezzo tra il soggetto volente e l’oggetto voluto) caratterizza una tensione sempre consapevole dell’obiettivo da raggiungere, la motivazione non sempre è interamente consapevole della natura della pulsione e dell’obiettivo che essa vuole raggiungere. Spesso essa caratterizza quello stato di incertezza tra il volere e il non volere una cosa, il fare o il non fare un’azione, per cui, basta poco per far propendere la scelta verso l’una o l’altra decisione. A quel punto, chi decide è la forza della volontà, che, in certi casi, orienta l’individuo alla rinunzia di una ricompensa immediata in vista di una ricompensa migliore, ancorché differita nel tempo.

Inoltre la motivazione può essere positiva, quando è orientata al fare, all’agire, al porre in essere una determinata azione; ma può anche essere negativa, quando é orientata al contrario, cioè al non fare, al non agire, all’astenersi dal compiere un’azione. Questa però non deve essere confusa con la mancanza di motivazione, cioè con la demotivazione. Quest’ultima è data dalla carenza o dall’assenza di tensione motivazionale ad agire, che è la condizione tipica che caratterizza lo stato di ozio o di pigrizia, chiamato in sardo mandronia; e mandrone è chiamato chi ne è portatore.

Detto in termini semplici positivi, la motivazione intrinseca è data dall’intima soddisfazione che ogni individuo prova allorché, con le sole sue forze, riesce a vincere un ostacolo, a superare un esame, a risolvere un problema. E’ il miglior premio che ciascuno possa regalare a se stesso come ricompensa per lo sforzo sostenuto per superare la prova. E’ uno stato di appagamento psicologico che nasce dal riconoscimento di essere sempre all’altezza della situazione. E’ una tensione dinamica della mente umana, già di per sé auto-remunerativa e gratificante, che, davanti al successo, retroagisce nell’inconscio ricaricandosi di maggiore energia psichica che spinge l’individuo a fare ulteriori progressi.

La motivazione intrinseca è la risorsa psicologica più importante di cui l’uomo possa disporre perché sospinge la volontà ad agire. Perciò é la molla propulsiva dell’azione, non generica, ma orientata e determinata al conseguimento di uno scopo ben preciso. Inoltre guida l’individuo a non disperdere i risultati conseguiti, ma a canalizzarli verso altri obiettivi significativi e a non adagiarsi mai sulla ripetizione monotona degli stessi schemi di routine. Per evitare questo lo induce a modificare i percorsi rendendo l’azione creativa e sempre in fieri.

La motivazione autentica potenzia l’intelligenza e conferisce al suo portatore importanti tratti di personalità: fiducia operativa, sicurezza personale e un’immagine positiva di sé.
Generalmente essa sorge, cresce e si afferma nella sfera cognitiva che è la più visibile e quella nella quale si possono misurare i risultati conseguiti; ma per sua natura è una tensione che scaturisce dalla dimensione dell’inconscio, fa capo alla sfera affettiva ed emozionale e da questa attinge le risorse per mettere in moto il suo propellente ideale e operativo.

La motivazione estrinseca

Inizialmente ha come obiettivi regole etiche, apprenditive  e disciplinari imposte dagli adulti, che normalmente sono i genitori, gli insegnanti, i superiori, i quali, per ottenere dai bambini o dagli alunni docilità, obbedienza e impegno, si servono dei tradizionali pacchetti di premi e di castighi.

I premi  possono essere i soliti oggetti: le caramelle, i giocattoli che oggi sono diventati elettronici, gli indumenti, le lodi, i buoni voti; i castighi possono essere i rimproveri, gli sculaccioni, le note di biasimo, il voto insufficiente, le privazioni della ricreazione o di altri divertimenti. L’insieme dei premi e dei castighi comminati dalle autorità competenti mettono in moto la prima fase, la più semplice e la più elementare del processo motivazionale: la motivazione estrinseca.

Non è male utilizzarla con i bambini piccoli all’inizio del processo educativo, sia in famiglia che a scuola, a patto che sia mantenuta il tempo minimo indispensabile e che al più presto venga superata per passare ad altre forme di gratificazione per incentivare lo sforzo nell’apprendimento.
Il compito non è facile perché la pulsione motivazionale non sorge bella e fatta come i funghi dopo le prime piogge autunnali, ma va costruita col tempo, con la pazienza e una grande sapienza pedagogica.

Fattori motivazionali

Per poter tentare l’impresa è necessario conoscere e saper utilizzare i fattori che generano e potenziano la motivazione ad apprendere.
Ebbene lo strutturalismo pedagogico indica diversi parametri motivazionali, di cui almeno quattro decisivi per attivare e  rafforzare la tensione motivazionale:

  1. La curiosità;
  2. Il desiderio di competenza;
  3. Il modello d’identificazione;
  4. La reciprocità del sapere.

La curiosità è la naturale pulsione del bambino a scoprire l’ambiente, a manipolare gli oggetti, a smontare i giocattoli. Questa tensione va guidata e indirizzata verso risultati sempre più significativi e gratificanti; altrimenti la finisce per risolversi in un’inutile perdita di tempo e di energie. Soprattutto essa va guidata nel difficile passaggio dal piano concreto del movimento e della manipolazione al piano astratto delle idee e dei loro riferimenti linguistici e concettuali.

Il desiderio di competenza è dato dalla naturale tensione dell’essere umano ad apprendere attività sempre nuove: prima sul piano ludico-motorio, manipolatorio e percettivo sensoriale; poi sul piano astratto del linguaggio, delle idee e della conoscenza simbolica. Il bambino che ha capito quali sono i meccanismi che regolano il funzionamento di un giocattolo, del triciclo, del computer, dello scii, del nuoto, della letto-scrittura vuole essere lasciato solo a fare le sue prove e riprove accomodando gli schemi secondo il precetto della scuola comportamentistica di prova ed errore. Guai all’adulto che si intromette o si sovrappone a lui! Farebbe un errore educativo madornale. Il suo intervento deve essere contenuto all’incipit iniziale o a prudenti interventi correttivi, senza mai togliere al bambino l’idea e il gusto che sia lui il protagonista dei suoi errori e dei suoi successi.

Il modello di identificazione è rappresentato dalle figure adulte di riferimento, che normalmente sono i genitori, gli insegnanti o gli idoli del mondo mediatico: dello sport, del cinema, della musica o della televisione. Spesso il modello incarna doti fisiche, estetiche, professionali, morali o culturali, che nel giovane suscitano fascino e attrazione. Il modello adulto rappresenta la figura ideale cui il giovane vorrebbe rassomigliare e che, anche involontariamente, cerca di imitare nell’abbigliamento, nei gesti, nella voce, nel canto, nel linguaggio, nella vanità, nei tratti di personalità.

La reciprocità del sapere è data dallo scambio reciproco di nozioni, di ide, di informazioni. E’ il classico risultato che si ottiene nei lavori di gruppo fatti con fattiva collaborazione da parte di tutti i suoi membri. E’ il risultato di un lavoro collegiale che costa di un’osmosi di idee, di stimoli e di poteri creativi e rappresentativi della mente, che, a loro volta, producono altre idee, altri concetti, altri linguaggi. La reciprocità impone la collaborazione con gli altri in vista di un risultato comune. Il Bruner, che è il maggior rappresentante dello strutturalismo del Novecento, a un certo punto della sua analisi scrive: “Una cultura è un insieme di valori, di capacità e di modi di vita che nessun membro riesce a dominare completamente. La conoscenza, in tal senso, risulta simile a una fune in cui ogni filo ha una lunghezza interdipendente dalla conoscenza” (Bruner, Verso una teoria dell’istruzione, Roma, 1969).

Conclusione

Per fare emergere la motivazione ad apprendere e guidarla nel suo processo genetico-evolutivo occorrerebbe elaborare percorsi educativi e programmi scolastici organizzati secondo sequenze strutturali che consentano tappe intermedie e finali, in cui sia possibile effettuare prove di valutazione e, soprattutto, di autovalutazione dei risultati. Queste dovrebbero essere in grado di mettere ciascun alunno in condizioni di percepire i suoi cambiamenti e di auto-valutare i suoi progressi, sia nel comportamento che nell’apprendimento. Soltanto il successo nello studio o nell’arte o nel lavoro può dare una spinta motivazionale ulteriore ad affrontare altre difficoltà, a superare altri ostacoli, a perfezionare il proprio percorso di studio, di arte o di lavoro.

Sarebbe una scuola attiva in grado di suscitare energie motivazionali sempre nuove, rivolte, prima allo studio scolastico e alla conoscenza formativa, poi alla scienza, al lavoro e alla cultura con ricaduta positiva nell’intera società.
Così, “il bambino di oggi, come dice la Montessori, diventerebbe il padre dell’uomo di domani”. Egli diventerebbe il cittadino cosmopolita capace di spargere i fermenti positivi di un nuovo umanesimo in un mondo globalizzato fluttuante tra le forze del bene e quelle del male.