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Scritto Da Felice Moro il giorno 08 Gen 2009

http://www.felicemoro.com/breve-storia-della-comunicazione/

L’articolo è incentrato sulla storia, struttura e funzioni della Comunicazione. La comunicazione è una relazione che si stabilisce tra due o più … (Clicca sul titolo per continuare a leggere l’articolo)

 

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La Figura della Madre nella Poesia e nella Letteratura

Posted By Felice Moro on aprile 4th, 2017

In questo articolo si è cercato di mettere a fuoco il vincolo di affetto, forte e genuino, che ogni essere umano nutre per la propria madre che gli ha donato la vita. L’abbiamo fatto attraverso una crestomazia di passaggi poetici di quattro o cinque autori diversi della letteratura italiana moderna. Diversi autori, diversi componimenti, diverse sensibilità umane, diversi afflati poetici! Ma tutti accomunati da un unico filo conduttore: l’amore per la propria madre che spesso trascende anche l’oscuro passaggio della morte e si perpetua nella tomba con una lacrima e un fiore, con un lume e una prece nel cuore.

UGO FOSCOLO

Ugo Foscolo, nel sonetto “In morte del fratello Giovanni”, promette al defunto, che se un giorno cesserà di essere esule da un popolo all’altro, tornando in patria andrà a fargli visita nella tomba per piangere la sua prematura scomparsa (Un dì, s’io non andrò sempre fuggendo / di gente in gente, mi vedrai seduto / sulla tua pietra, o fratel mio, gemendo/ il fior dei tuoi gentili anni caduto). A questo punto egli coglie l’occasione per esprimere il più naturale e il più nobile dei sentimenti umani: l’amore per la madre, la creatura che gli ha donato la vita. Amore e pietà per la madre sola, triste e sventurata, privata anzi tempo, dell’abbraccio e dell’affetto dei figli, di cui, uno è finito precocemente nella tomba, l’altro è esule in terre lontane.

Domina la scena l’immagine dolorosa e commovente della vecchia madre che nel cimitero, intraprende un ideale colloquio con il figlio morto.

La madre or sol, suo dì tardo traendo/ parla di me col tuo cenere muto … Nell’acerbo dolore per la perdita del figlio che riposa nella tomba, parla di quell’altro figlio vivo, ma lontano; perciò, nel momento della tragedia familiare, madre e figlio superstite non possono darsi l’abbraccio e il conforto vicendevole, come sarebbe stato giusto e opportuno fare in quel momento così drammatico della vita familiare: la morte di un figlio o di un fratello giovanissimo. Il poeta, esprimendo tutto il suo dolore, ripropone l’eloquente immagine poetica, dominante nel carme “I Sepolcri, di quella “corrispondenza d’amorosi sensi tra i vivi e i morti”, resa possibile dalla tomba. L’amore della sventurata madre lontana, infiamma l’animo e accende la fantasia del poeta al canto di dolore per la tragica circostanza che ha colpito la sua famiglia. Madre e dolore, vita e morte, tomba e ricordo, gloria e oblio, sentimento e poesia, sono le immagini icastiche e gli ideali dominanti di questa lirica e di tutta l’arte poetica foscoliana d’ispirazione romantica.

GIOVANNI PASCOLI

Molto diversa per l’impostazione strutturale, per il verso e per il linguaggio, ma ispirata allo stesso sentimento concettuale dell’amore materno, è anche la poesia La Voce di Giovanni Pascoli.

C’è una voce nella mia vita/ che avverto nel punto che muore/ voce stanca, voce smarrita/ col tremito del batticuore/….. Tante tante cose che vuole/che io sappia, ricordi sì…sì…/ ma di tante tante parole/ Non sento che un soffio…Zuanì….

La lirica rievoca alcuni dei momenti più difficili della vita del poeta, quando egli fu colpito dal duplice luttuoso evento: l’assassinio del padre e la precoce morte di crepacuore della madre. Su di lui, che era il figlio più grande, ricadde il peso e la responsabilità di sostenere e guidare una numerosa famiglia di orfanelli in tenera età. Egli attraversò diversi momenti di smarrimento e di crisi, nei quali, ebbe più volte la tentazione del suicidio:

  • Una volta accadde sotto l’assillo dei bisogni materiali. Questo quando nella casa mancava tutto, compreso il pane quotidiano per sfamare la nidiata degli orfanelli. Circostanza, questa, che fa dire al poeta: “quando mangiavo solo nel sogno/svegliandomi al primo boccone …..;
  • Un’altra volta, sostando di notte sul parapetto di protezione sul ponte del fiume Reno coperto di neve e l’acqua scorreva al di sotto “brontolando: Si beve?”. “Sentii quel soffio di voce…Zuanì….;
  • Un’altra volta ancora quando era in carcere (innocente), pensò alle conseguenze di un gesto così estremo. Pensò al dispiacere che avrebbe dato al padre, se non l’avessero ucciso e alla sorte delle sorelle che sarebbero andate a finire in qualche ospizio per orfani.

Tutte le volte che la tentazione gli suggeriva quella soluzione tragica e immediata alla sua condizione di vita, frustante e dolorosa, sentiva quel soffio di voce accorata che lo richiamava alla sua responsabilità di figlio maggiore e di uomo: Zuanì ….

Zuanì era il diminutivo di Giovanni, nomignolo romagnolo, con il quale veniva chiamato da bambino in famiglia. La voce accorata della mamma morta, che non può parlare perché ha la bocca piena di terra, ma con un soffio di voce riesce appena a bisbigliare il suo nome Zuanì…per richiamare il figlio alla sua responsabilità verso se stesso e verso gli altri.

Basta questo nome sussurrato con un soffio di voce, per tenere in vita  il rapporto affettivo unico  madre/figlio, anche al di là della morte; basta questo soffio di voce Zuanì … per stabilire Quella celeste corrispondenza d’amorosi sensi del Foscolo, tra madre e figlio, tra la vita e la morte.

Quale miracolo di amore profondo, puro e genuino, riesce a tenere in vita il vincolo affettivo tra madre e figlio! Anche dopo lo spietato e brutale taglio della morte, esso continua a vivere nel superstite, forse con un’intensità di affetti più forte e più accorata di prima!

GIUSEPPE UNGARETTI

La poesia di Ungaretti su La Madre, è molto diversa, per forma e struttura, da quelle dei due autori precedenti, ma non altrettanto diversa per il contenuto: il rapporto affettivo del figlio verso la madre.

Ma c’è una diversità strutturale e linguistica della lirica, rispetto ai due componimenti precedenti, frutti diversi di differenti correnti di pensiero, diversi stili poetici e diverse stagioni letterarie.  Perciò, per una maggiore comprensione del discorso, appare opportuno riportare il testo integrale della poesia:

E il cuore quando d’un ultimo battito/ Avrà fatto cadere il muro d’ombra/ Per condurmi, Madre, sino al Signore/ Come una volta mi darai la mano./ In ginocchio, decisa./ Sarai una statua davanti all’Eterno,/ Come già ti vedeva/ quando eri ancora in vita./ Alzerai tremante le vecchie braccia, / Come quando spirasti/ Dicendo: Mio Dio, eccomi. / E solo quando mi avrà perdonato / Ti verrà il desiderio di guardarmi/ Ricorderai di avermi atteso tanto / E avrai negli occhi un rapido sospiro”.

In questa poesia, come nelle precedenti, la figura centrale è quella della madre. La madre morta, non solo suscita il naturale rimpianto per la sua perdita, ma anche la fede di incontrarla di nuovo in un’altra sede, diversa dalla dimora terrena. Lei si presenterà, decisa come una statua eterea, davanti all’Eterno Padre per implorare il perdono del figlio, onde essere ammesso alla gloria del Paradiso. A questo punto la madre, che non ha perso del tutto i tratti della figura carnale, si trasfigura e diventa ancora di salvezza spirituale per il figlio al momento della sua morte, quando si presenterà davanti al tribunale del Signore. E solo dopo che il Signore gli concederà il perdono, lei rivolgerà lo sguardo al figlio.

Dalle parole si respira, non soltanto il sentimento forte dell’amore materno, ma anche il palpito universale dell’uomo della sua aspirazione alla salvezza eterna, implorata dalla madre al Creatore per il proprio figlio contrito.

Il poeta soldato, precursore dell’ermetismo, non è tuttavia un ermetico. Egli si concentra sulla parola, sul significato di ogni parola per il rinnovamento dell’animo. La parola è l’unica ancora di salvezza per creare la solidarietà tra gli uomini, per il superamento dell’egoismo dell’individuo e delle nazioni, per evitare le guerre insensate, “le inutili stragi” degli innocenti dei due schieramenti: di noi e di loro, gli italiani e gli austriaci che si ammazzano a vicenda nelle aride colline del Carso durante la Prima Guerra Mondiale.

EDMONDO DE AMICIS

Di tutt’altra impostazione è la poesia, A mia Madre, di Edmondo De Amicis. Per un ovvio confronto con quelle precedenti, è bene riportare il testo integrale:

 A mia Madre

 

Non sempre il tempo la beltà cancella

o la sfioran le lacrime egli affanni

mia madre ha sessant’anni

e più la guardo e più mi sembra bella.

 

Non ha un detto, un sorriso, un guardo un atto

che non mi tocchi dolcemente il cuore.

Ah se fossi pittore!

Farei tutta la vita il suo ritratto.

 

Vorrei ritrarla quando inchina il viso

perch’io le baci la sua treccia bianca

e quando inferma e stanca,

nasconde il suo dolor sotto un sorriso.

 

Ah se fosse il mio priego in cielo accolto!

Non chiederei del gran pittor d’Urbino

il pennello divino

per coronar di gloria il suo bel volto.

 

Vorrei poter cangiar vita con vita,

darle tutto il vigor degli anni miei,

vorrei veder me vecchio e lei …

dal sacrificio mio rinvigorita.

 

E’ una poesia semplice, che si memorizza e si ricorda facilmente. Le parole e il sentimento, che da esse promana, esprimono molto bene l’amore e la devozione del figlio, di ogni figlio, verso la propria genitrice. E’ una poesia universale che può essere rivolta a tutte le mamme in ogni circostanza favorevole: festa della mamma, compleanni, onomastici, recite scolastiche.  E’ un po’ come la canzone: Son tutte belle le mamme del mondo/ quando un bambino si stringono al cuor./ Son le bellezze di un bene profondo / fatto di sogni, rinunce ed amor ….. Cantata da Giorgio Consoli e vincitrice del Festival di San Remo del 1954. Successivamente era diventata il cavallo di battaglia di Nilla Pizzi, in tutte le manifestazioni canore della sua lunga carriera di cantante.

FELICE MORO

Per chiudere il discorso ( e non per menar vanto), mi sia consentito di autocitarmi in una poesia in sardo rivolta a mia madre nel giorno in cui sarebbe stato il suo compleanno centenario, se non fosse morta cinque anni prima:

Mamma ses una rara creatura

Chi m’occupas su coro e-i sa mente;

de sa vida m’has dau s’avventura

finas defunta mi pares vivente …

(Fiori di Campo 2014)

Fiori di Campo – Introduzione

Posted By Felice Moro on gennaio 8th, 2015

fiori di campo copertina

Fiori di campo è una raccolta di poesie amatoriali quanto mai varie, sia nella forma che nei contenuti. Esse sono state composte in tempi diversi, con diverse motivazioni e in differenti circostanze della vita. La raccolta comprende 86 componimenti poetici estemporanei dettati, di volta in volta, da spontanei moti dell’anima, da sentimenti, emozioni, curiosità o esperienze occasionali. Alcune unità narrative trattano lo stesso soggetto tematico o tematiche affini, anche se visti da punti di vista differenti o colti in momenti storici diversi. Perciò esse sono state raggruppate in pagine consecutive o comunque vicine, onde poter dare al lettore l’occasione di cogliere eventuali elementi di confronto. Ma, più spesso, esse si presentano in ordine sparso, senza alcuna pianificazione organica, che rispecchi lo sviluppo di un preventivo progetto di lavoro, che, in questo caso, non c’era. Non poteva esserci!

Gli schemi formali utilizzati sono poco numerosi, tra i quali compare la canzone in ottava con i versi endecasillabi sincronizzati a rima alternata e/o a rima incrociata e la chiusura a rima baciata, secondo l’usanza tradizionale; alcune odi in terzine, quartine o sestine con i versi endecasillabi, ma anche con senari, settenari e ottonari, sistemati, anche essi, a rima alternata o incrociata o incatenata (come accade nelle terzine); infine il sonetto (spesso caudato) che, dato il carattere occasionale della composizione del lavoro, risulta quello maggiormente utilizzato in questa raccolta come l’abito adatto per tutte le stagioni. Qualche volta compare anche qualche composizione a metro o verso parzialmente liberi, ma si tratta di qualche rara eccezione.

Gli schemi metrici tradizionali sono stati utilizzati anche in alcuni esemplari di mode sarde: su trintasese antigu (la N° 61), il cui ritornello in terzina viene ripreso alla fine di ogni strofa con un sistematico ribaltamento di ciascuno dei tre versi; e sa moda moderna del Novecento (la N° 49), costruita su tre elementi fondamentali: s’isterrida, sa retroga e sos fiores. Questi ultimi formano strofe indipendenti nella struttura, ma legate a s’isterrida nella funzione della retroga. Il meccanismo della retroga consiste in un virtuosismo poetico di ripetizione della prima strofa (s’isterrida) dopo ogni fiore (strofa) con sistematico ribaltamento del verso e, al suo interno, con rotazione delle parole che lo compongono e sulle quali cade l’accento ritmico del verso stesso. Questo meccanismo, rinforzato dalla rima, è capace di produrre particolari effetti canori, musicali, estetici ed emotivi.

Fino ad alcuni decenni or sono, sa moda era considerata il fiore all’occhiello della poesia popolare sarda, per cui condiva sempre le prestazioni canore dei cantadores nei palcoscenici delle sagre paesane. Essa non era frutto d’improvvisazione, ma veniva preparata con un lavoro di riflessione intellettuale a tavolino, imparata a memoria e poi cantata nei palchi a conclusione delle serate canore. La sua performance dava il metro e la misura del talento poetico e dello spessore artistico e professionale dell’autore.

La canzone in ottava rima in sardo è stata utilizzata nel saggio di esordio (la N° 1), in cui l’autore canta l’epopea delle prime esperienze della sua vita: l’infanzia e la fanciullezza. Si tratta delle esperienze di vita che  da bambino ha vissuto in campagna, seguendo il padre contadino nelle varie attività lavorative dell’agricoltura fatte nella loro piccola azienda familiare. Egli in quel periodo ha realizzato le sue prime esperienze relazionali vivendo a diretto contatto con le persone del suo ambiente, con la natura circostante e con gli animali domestici.

Sullo sfondo emerge un panorama umano di pesante lavoro nei campi e di grande povertà economica e sociale, resa ancora più drammatica dalla tragedia della guerra che, come la spada di Damocle, infuria e incombe  minacciosa su tutto e su tutti. Sono gli ultimi anni del conflitto. Il protagonista vive in un appartato villaggio dell’interno dell’Isola dove, per fortuna, non arrivano le bombe, ma arrivano ugualmente i clamori delle armi e gli effetti devastanti dei bombardamenti di Cagliari e delle altre città sarde. Inoltre, per accrescere la paura e le insicurezze, gli aerei nemici, i caccia da ricognizione e i bombardieri con i loro micidiali carichi di distruzione e di morte, solcano i cieli in continuazione di giorno e di notte, lanciano razzi per illuminare gli eventuali obiettivi da colpire e attaccano infrastrutture strategiche esistenti anche vicine al suo paese. Una di queste era stata la Diga sul Tirso presa di mira dagli Anglo-Americani in una notte del mese di luglio del 1943, la cui scena apocalittica era stata seguita in diretta, come un gioco in un moderno videogame, anche dall’autore, allora bambino, dall’Altopiano di Istei. L’atmosfera era resa ancora più surreale dalla presenza degli sfollati dalla Città, trasferiti forzosamente in paese, impauriti, disorientati e costretti a vivere in locali angusti e scomodi, e obbligati a lottare drammaticamente per la sopravvivenza quotidiana. In quella circostanza era emerso il cuore grande dei tianesi per l’accoglienza e la solidarietà che dimostrarono verso gli ospiti meno fortunati di loro.

Seguono altri componimenti, scritti in italiano o in sardo, tutti brevi nei contenuti e molto semplici nei loro impianti concettuali per cui non hanno bisogno di alcuna nota o commento per la loro comprensione.

Si potrà dire che tra le varie unità si riscontano notevoli differenze, sia per quanto attiene allo sviluppo, sia per quanto riguarda la qualità dei lavori. Ma la varietà dei risultati è un aspetto comune di tutte le cose create dall’uomo, grandi o piccole che siano.

Dopo tutto, chi scrive non è un professionista dell’arte, ma un comune dilettante che, occasionalmente, ha cercato di dare il suo contributo all’arricchimento del patrimonio linguistico pubblico. Questo vale sempre nei confronti di qualsiasi lavoro di carattere creativo. In questo caso vale nei confronti di entrambe le lingue utilizzate nella raccolta e, in modo particolare, nei confronti della lingua sarda che, oggi più che mai, per non lasciarla morire d’inedia, ha bisogno di essere rivitalizzata, familiarizzata e diffusa a tutti i livelli. Ciò in quanto, con il succedersi delle generazioni e parallelamente alla progressiva diffusione delle lingue dominanti e delle nuove tecnologie della comunicazione, l’universo linguistico del sardo va continuamente assottigliandosi. Pertanto sulla generazione adulta di oggi incombe la responsabilità morale e intellettuale di garantirne la sopravvivenza, anche con piccole iniziative come questa, onde poter garantire alle future generazioni isolane la propria identità culturale.

Nel testo è stata utilizzata la versione più comune della lingua sarda standard parlata nei paesi della zona centrale dell’Isola da cui proviene l’autore. E’ la lingua che egli ha appreso da bambino in famiglia e nella comunità di appartenenza, perciò per lui rappresenta la prima lingua o lingua materna che, ineluttabilmente, per fattori di carattere psico-evolutivo, imprime in ogni soggetto umano un imprinting cognitivo, affettivo e relazionale del tutto particolare.

Ma durante il corso dei lavori, quando è stato necessario, sono stati cooptati elementi strutturali, parole e lessico di provenienza di altre zone dell’Isola. In modo particolare si è attinto dal logudorese (la versione più musicale del sardo) e dal nuorese che l’autore conosce bene per aver vissuto per molto tempo a Nuoro, interagendo quotidianamente con l’ambiente culturale barbaricino. A questo proposito precisa che alcuni componimenti ambientati a Nuoro o nella zona, sono stati scritti proprio in sardo nuorese dai suoi forti accenti tonali. Non solo, ma spesso sono stati utilizzati termini, lessicali e concettuali, attinti dall’italiano e anche dal latino.

Le regole ortografiche applicate corrispondono a quelle della tradizione dei poeti sardi e, in gran parte, a quelle raccomandate dal testo sulla “Limba Sarda Unificada” pubblicato a Cagliari dalla Regione Autonoma della Sardegna nel 2001.

L’unica eccezione riguarda la conservazione della lettera “h” nelle diverse persone del verbo avere (hapo, has, hat, hazis, hant) che permane così come l’abbiamo conosciuta nella tradizione linguistica degli scrittori sardi, dagli autori della Carta de Logu agli scrittori del Novecento. Infatti i testi classici sardi riportano sempre la lettera “h” nelle diverse voci dell’indicativo presente del verbo avere. Contrariamente a questa tradizione, negli ultimi decenni alcuni intellettuali hanno deciso a tavolino di abolire la lettera “h” nelle corrispondenti voci del verbo avere, pensando magari di rendere le cose più semplici.

Ma, a modesto parere di chi scrive, le cose non stanno proprio così. Per le esperienze culturali e didattiche fatte sul campo, il sottoscritto può affermare che è più semplice scrivere le voci del verbo avere con la “h”, secondo la tradizione, piuttosto che senza. Egli afferma questo a ragion veduta perché ha lavorato nella scuola per quarant’anni e al riguardo ha condotto varie ricerche sperimentali longitudinali con diverse generazioni di alunni nelle scuole di ogni ordine e grado. Perciò egli può affermare, con piena cognizione di causa, che la lingua sarda, se è proposta in maniera semplice e motivante, piace agli scolari, agli adolescenti e ai giovani. Un un elemento di non trascurabile importanza è dato dal fatto che nel sardo, la lettera “h” del verbo avere trova una perfetta corrispondenza nelle voci “ha” ed “hanno” della lingua italiana e ciò costituisce un formidabile elemento di rinforzo nell’apprendimento dell’ortografia di entrambe le lingue. Perciò la lettera “h” del verbo avere è stata conservata al suo posto per diversi motivi, tra i quali la salvaguardia della tradizione linguistica isolana e una maggiore funzionalità comunicativa nel transfert interlinguistico tra il sardo e l’italiano e viceversa.

Tuttavia bisogna precisare che nella redazione di questo lavoro non è stata fatta una precisa scelta politica di bilinguismo programmatico. Il tutto è frutto di un’opzione spontanea. Semmai ci possa essere dietro una motivazione recondita inconscia, questa può derivare dalla consapevolezza che si può fare poesia in qualsiasi lingua: in italiano, in sardo, in inglese, in francese o in qualsiasi altra lingua parlata nel pianeta. L’importante è che ci sia un’autentica ispirazione creativa e che si abbia un minimo di conoscenze metriche regolamentari; ciò per dare al lavoro un’anima vibrante dentro una corretta veste formale. Inoltre è una cosa importante dimostrare che, almeno nella poesia, il sardo ha un potenziale linguistico, concettuale, artistico e plastico, non inferiore a quello che possiede l’italiano o qualsiasi altra lingua del mondo. Questi canoni sono stati alcuni degli elementi basilari che l’autore ha cercato di osservare nello svolgimento del lavoro.

Adesso naturalmente restano da verificare i risultati conseguiti. Cioè resta da verificare fino a che punto egli sia riuscito a trasmettere i suoi messaggi in maniera adeguata e quali di questi messaggi siano stati più graditi o più  efficaci: quelli scritti in sardo o quelli scritti in italiano?

In alcuni casi il testo originale in sardo è fornito di una traduzione in italiano per facilitarne la comprensione ai non sardi. Ma il più delle volte questa traduzione è stata evitata per vari motivi. Anzitutto per dare al prodotto la veste genuina della spontanea naturalezza della parlata paesana; in secondo luogo per non appesantire il lavoro di un ingombrante fardello burocratico che potrebbe tornare utile soltanto in casi limitati; e, in terzo luogo, per evitare di occupare nella pagina troppo spazio con la scrittura, effetto non bello dal punto di vista estetico di qualsiasi lavoro tipografico.

Per dare al testo un ordine compositivo sistematico, a ciascun componimento è stato assegnato un numero progressivo e un titolo, che costituiscono i suoi elementi identificativi. Gli stessi poi sono stati riportati nell’indice ai fini di un’immediata loro individuazione da parte del lettore. Inoltre, per dare al testo anche un’architettura tematica (sia pure costruita a posteriori) la raccolta è stata divisa in Sezioni.

La prima di queste, intitolata In famiglia, include 33 componimenti, quelli compresi dal N° 1 al N° 33 dell’ordine progressivo.

Questi componimenti, alcuni dei quali sono raggruppati per affinità tematica, sono molto diversi tra di loro, ma trattano tutti argomenti della sfera affettiva, relazionale, personale o familiare dell’autore. Con un linguaggio sottile, tipico delle cose che riguardano la sfera privata, essi parlano di sentimenti, emozioni ed esperienze, lieti o tristi, che egli, in certe circostanze della vita, ha provato nei confronti di se stesso o dei suoi cari. Alcuni componimenti esprimono ricordi ed esperienze personali della vita che egli, da piccolo, ha passato in campagna. Altri temi narrativi sono normali eventi della vita o cerimonie in famiglia: una nascita, un compleanno, un battesimo, un matrimonio, un anniversario, un dolore o un lutto grave, tutti fatti che hanno scatenato in lui un forte impatto emotivo.

La seconda Sezione è intitolata  A Tiana e comprende 14 componimenti, quelli che vanno dal N° 34 al N°46. Essi trattano diversi argomenti relativi ai beni naturali, materiali, storici, antropologici e sociali del paese. Riprendono qualche squarcio lirico del bel paesaggio; il danno economico causato dalla sottrazione dell’acqua al libero corso del fiume; le bellezze dei suoi boschi e delle sue campagne; i cambiamenti delle condizioni di vita degli abitanti, che si registrano col passare del tempo; le fontane, la gualchiera, il monumento ai caduti in Guerra e la quieta pace del cimitero, ultima dimora dei tianesi.

La terza Sezione è formata da altri 14 canti a tema religioso. Sono quelli compresi tra il N° 47 e il N° 60 dell’ordine progressivo. I primi tre di questi sono canzoni o mode dedicate a Sant’Elena, Patrona di Tiana; un sonetto è dedicato alla Madonna delle Grazie di Nuoro; mentre un altro è stato dedicato alla Madonna della Fede, Patrona della parrocchia del  quartiere di Is Bingias a Cagliari. Segue un sonetto dedicato ai Santi Martiri turritani: Gavino, Proto e Gianuario, composto in occasione di una visita dell’autore a Porto Torres.durante la festa dello Spirito Santo. Questo canto è seguito da un altro in terzine intrecciate dedicato a Sant’Efisio, venerato a Cagliari, martirizzato a Nora, vittima anch’egli, come i precedenti, delle ultime violente persecuzioni ai cristiani indette dall’Imperatore Diocleziano all’inizio del quarto secolo. Infine seguono altri fiori dedicati ad altri santi o ad altre importanti ricorrenze religiose. Chiudono la Sezione tre canti scritti sotto forma di Gozos cantabili, dedicati rispettivamente, uno a San Leone Magno (venerato anche a Tiana), uno alla Madonna Assunta in cielo, uno alla Madonna di Bonaria di Cagliari, Patrona Maxima della Sardegna.

La quarta Sezione comprende otto poesie augurali, quelle che vanno dal N° 61 a N° 68 della serie, che, a suo tempo, l’autore aveva dedicate ai suoi compaesani centenari. Le prime tre (la prima delle quali è una moda, unu trintases arretrogau) sono indirizzate al nonnino di Tiana e del mondo, Antonio Todde, vissuta fino a 113 anni. Una è dedicata al suo coetaneo e compagno d’armi nella Prima Guerra Mondiale, Eugenio Marcello, un’altra alla sua sorella minore del Todde, Maria Agostina, un’altra ancora alla sua cugina Michela Deiana; mentre le ultime due sono state dedicate alla signora Anna Mattu. Questi sono stati i cinque tianesi illustri che recentemente hanno raggiunto e superato la fatidica soglia dei cento anni di vita.

La quinta Sezione comprende 12 poesie, quelle che vanno dal N° 69 al N° 80 dell’ordine progressivo. Esse trattano argomenti vari, per lo più riferiti a Nuoro o ad altri soggetti dell’ambiente barbaricino, tranne le ultime due (una in sardo ed una in italiano) che riportano l’esperienza fatta dall’autore in un viaggio internazionale in Norvegia e negli altri paesi scandinavi.

Infine la sesta e ultima Sezione comprende cinque o sei poesie riferite alle amicizie o alle esperienze fatte nella parte terminale della sua lunga carriera scolastica durata qurant’anni.

Nella lunga carrellata c’è un’ampia varietà tematica e compositiva. C’è sufficiente materia di lettura per tutti quelli che, umilmente e scevri da ogni forma di pregiudizio, amano leggere poesia per curiosità, come occasione di svago o come momento di fruizione estetica ed emotiva della parola espressa  nella sua funzione più nobile e nella sua forma più raffinata e pulita: la poesia stessa!

Al Vescovo di Nuoro Pietro Meloni un saluto amichevole

Posted By Felice Moro on novembre 15th, 2011


Predu Meloni piscamu in Nugòro

vint’annos est istadu in missione,

predicande de Cristos su sermone

iscrittu in su Vanzelu a zifras d’oro.

Semper presente in ogni occasione

cun forzas de sa mente e de su coro,

a sos chi perdidu hant sa zente issoro

cunfortu hat dadu e consolazione.

Como si ch’est andande in pensione

rimpiantu nos lassat, non l’ignoro,

si che torrat a domo in Logudoro

a s’istudiu, fidele sua passione.

Bona in Barbagia lassat sa memoria

de impinnu e caridade pastorale

figura digna ‘e passare a s’istoria.

Sende emeritu lu fethant cardinale

pro dare a Deus prus onore e gloria

in su mundu hapat fama universale.

M’est fedale e hat meritos chi onoro

sinzeru un auguriu gli dat Moro!

Nuoro Giugno 2011

La Madonna della Fede

Posted By Felice Moro on luglio 1st, 2010

“Madonna della Fede” ognun ti chiama

in questo sito ove hai parva dimora;

de Is Bingia sei patrona e protettora

sei la madre di Dio e nostra mamma.

“Vergine Santa, sei Nostra Signora!”

L’umile penitente invoca, esclama:

“Accendi di tua grazia in cor la fiamma

speranza, fede, amor dispensa ognora.

La tua progenie salva da ogni danno

concedi a ognun il dono spirituale

oggi al trentesimo tuo compleanno.

Dona ristoro, libera dal male

ogni tuo figlio che patisce affanno

dona al mondo la pace universale.

Cessa le guerre ovunque, nel pianeta.

Comincia in Palestina … e fai in fretta!”.

Santa Rita da Cascia

Posted By Felice Moro on maggio 23rd, 2010

Rita da Cascia, ogni fedel  ti adora

delle cose impossibili avvocata;

difesa di ogni causa disperata,

conforto di chi soffre, spera, implora.

Sei stata sposa e madre addolorata

colpi, ferite e duol ricevi ognora;

umil  li offri a Gesù, a Nostra Signora

di tuo sposo e tuoi figli ti hanno orbata.

Il ventidue di maggio a te le rose,

dei giardini in omaggio il più bel fiore,

ti portano le madri, figlie e spose

che ti offrono le pene di lor cuore

che ti mostran lor piaghe dolorose

perché tu le presenti al Redentore.

Se poi di grazie  ce ne dai una sola:

dacci la pace in cor che ci consola!

La visita del papa, Benedetto XVI, a Cagliari

Posted By Felice Moro on aprile 18th, 2010

Su sette ‘e cabudanni a gran convitu,
su duemizza e otto annu currente,
a Castedduest est andada meda zente
pro saludare a paba Benedittu,

de Cristos su vicariu vivente
su ‘e tres ch’in Sardigna hant beneittu
sos sardos da-e Bonaria s’abitu
fide invocande, speme e amore ardente.

Est istau unu grandu avvenimentu
ch’hat radunau follas de credentes
a sos pes de su sacru monumentu.

“Siades a su Verbu obbedientes,
no appades alcunu turbamentu
de sos males chi offuscant su presente.

Cunfidae a Maria dogni cosa,
a su Sennore est mamma, fiza e isposa!”.

Cagliari Settembre 2008

Traduzione
Il sette di settembre a gran convito,
il duemilaotto anno corrente,
a Cagliari é andata molta gente
per salutare il papa Benedetto,


di Cristo il vicario vivente
il terzo (papa) che in Sardegna ha benedetto
i sardi dal tempio di Bonaria
fede invocando, speranza e amore ardente.


E’ stato un grande avvenimento
che ha radunato folle di credenti
ai piedi del sacro monumento.


“Siate al Verbo obbedienti
non abbiate alcun turbamento
dei mali che offuscano il presente.


Confidate a Maria ogni cosa
che al Signore è madre, figlia e sposa!”.


Auguri al Santo Padre per il suo LXXXIII  genetliaco

Cagliari 19 Aprile 2010

Felice Moro

A ziu Antoni Todde

Posted By Felice Moro on dicembre 5th, 2009

A ziu Antoni Todde per il compimento dei 112 anni

Tiana, montagnina idda minore,
chi ses in mesu costa collocada
de boscos e de roccas circondada,
haias ortos e binzas a primore.

Poi s’abba ‘e su riu t’est mancada,
siccos sunt ortos, mattas e fiores.
Ma unu fizzu ti faghet onore
ch’hat bogau in tottue lumenada:

Antoni Todde hat  raru su destinu,
ch’ hat parzidu in tres seculos sa vida
de pastore, sordau e contadinu.

E como che istella ‘e s’avreschìda,
cun chentu e doigh’annos de camminu,
issu  narat:  “O Sardigna, öe ischida !

Pensa:cominzat su tre mizza in tundu,
sa fama mia est in tottu su mundu!”.
Tiana 22 Ghennarzu 2001