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Scritto Da Felice Moro il giorno 08 gen 2009

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L’articolo è incentrato sulla storia, struttura e funzioni della Comunicazione. La comunicazione è una relazione che si stabilisce tra due o più … (Clicca sul titolo per continuare a leggere l’articolo)

 

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La discesa agli inferi e l’ascesa al cielo di Gesù

Posted By Felice Moro on aprile 22nd, 2013

Saggi di Benedetto XVI (J. Ratzinger) sui temi: la discesa agli inferi e l’ascesa al cielo di Gesù 

Il lavoro qui presentato è tratto dal libro ”Perché siamo ancora nella Chiesa”, pubblicato nell’anno  2007 dalla Casa Editrice Rizzoli. Il saggio è molto interessante perché indaga su una questione teologica di primaria importanza analizzata da uno specialista della disciplina con un metodo scientifico adeguato alla materia stessa. In questa sede il lavoro viene riportato in parte integralmente, in parte per riassunto semplificato e sintetizzato, onde renderlo più comprensibile e più accessibile  al comune lettore.

 

Come approccio alla problematica in apertura della discussione l’Autore avverte il lettore che nessun articolo della fede cristiana è così oscuro e lontano dalla nostra attuale sensibilità e coscienza, come questo che stiamo prendendo in esame.

Eppure nel Credo simbolo apostolico, ogni credente fa la sua professione di fede in Dio Padre Onnipotente e  in Gesù Cristo, nato da Maria Vergine, che patì sotto Ponzio Pilato, morì e fu sepolto, discese agli inferi, il terzo giorno risuscitò dalla morte, salì al cielo, dove siede alla destra di Dio Padre.

Di tutti gli articoli contenuti nella professione di fede, quello della discesa agli inferi è il più difficile da capire da parte dell’uomo comune che vive nella società moderna massificata e secolarizzata. Per questo motivo spesso gli stessi credenti lo accantonano come un problema troppo arduo, difficile da capire e ancor più da spiegare. Ma accantonare una questione difficile non significa certo risolvere il problema che essa implica. Al contrario, sarebbe una scelta più saggia quella di cercare di approfondire la questione per tentare di darsi una spiegazione.

L’Autore premette che nel corso dell’anno liturgico, temporalmente questo momento è collocato nel giorno del Sabato Santo. Il Venerdì Santo è il giorno della passione e della crocifissione di Gesù e lo sguardo dei credenti è rivolto alla croce, mentre il Sabato è il giorno della morte del Signore. Il Relatore sottolinea il fatto che il messaggio contenuto nel testo in questione sembra preannunciare e precorrere l’inaudita esperienza del nostro tempo, in cui sembra che Dio non ci sia più, che non esista o che comunque sia assente dalla presenza e dalle premure quotidiane dell’uomo moderno.

“Dio è morto e noi l’abbiamo ucciso!” aveva affermato Nietzsche. Proprio questa frase, che viene dalla tradizione cristiana della passione, esprime molto bene il valore intrinseco della discesa agli inferi  di Gesù nel Sabato della sua morte.

Ma accanto all’apparente assenza o alla non noncuranza di Dio per le sorti dell’uomo, nel Nuovo Testamento abbiamo anche altri esempi del suo  risveglio e delle sue improvvise sorprese, come quello della tempesta sedata riportato nei Vangeli sinottici (Mc 4,35-41; Mt 8,23-27; Lc 8,22-25) e la storia di Emmaus riportata da Luca (Lc 24, 13-25). In quest’ultimo caso viene presentato l’episodio di due discepoli in cammino verso il villaggio di Emmaus, non molto distante da Gerusalemme. Mentre i due viandanti parlano tra di loro sconvolti per fatti accaduti, si unisce ad essi un terzo viaggiatore, uno sconosciuto. I tre parlano degli ultimi avvenimenti verificatisi a Gerusalemme, che hanno portato all’uccisione in croce di Gesù di Nazareth. I due viandanti appaiono afflitti e delusi per la tragica fine del Messia e quindi  per la mancata realizzazione delle loro speranze riposte in Lui. E proprio mentre vanno avanti parlando di queste cose, non si accorgono che la loro speranza non è finita perché Dio non è morto, ma è accanto a loro, è con loro. Quello che è morto non è Dio, ma il loro mito di Dio, l’immagine che di Lui si erano costruiti essi stessi e le loro fallaci aspettative  riposte in un messianismo  di diversa natura.

L’articolo della discesa agli inferi del Signore ci ricorda anche che della rivelazione cristiana fa parte, non soltanto il parlare di Dio, ma anche il suo tacere. Dio non è soltanto la parola comprensibile che si avvicina a noi, ma è anche la causa taciuta e inaccessibile, incompresa e incomprensibile, che ci sfugge mentre tentiamo di afferrarla. Certamente sappiamo che nel cristianesimo, in modo particolare nel prologo del Vangelo di Giovanni, c’è il primato del Logos, della parola rispetto al silenzio:

In principio era il Verbo e il verbo era Dio … e il Verbo si fece carne e pose la sua dimora in mezzo a noi … Dio ha parlato, Dio è la parola.

Ma oltre tutto, scrive l’Autore, “non dovremmo mai dimenticare la verità del duraturo nascondimento di Dio. Solo quando Lo abbiamo conosciuto come silenzio, noi possiamo sperare di sentire anche la sua parola, la sua voce,  il suo parlare, che emana dal silenzio. La cristologia oltrepassa la croce, il momento della tangibilità dell’amore divino, anche nella morte, nel silenzio e nell’oscuramento.

A partire da questa considerazione, appare logico che la Chiesa e la vita di ogni singolo uomo venga ricondotta sempre in quest’ora di silenzio dell’articolo dimenticato e messo da parte: la discesa agli inferi del Signore.

Se si tiene conto di questo, si comprende sicuramente meglio  il grido di morte di Gesù “Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?” (Mc 15,34) e il segreto della sua discesa agli inferi, che diventa visibile come l’irrompere di un lampo di luce accecante in una notte buia”.

Inoltre occorre ricordare che questa frase di dolore del Crocefisso è il versetto iniziale di una preghiera di Israele [Sal. 22 (21), 2] nella quale si esprimono in modo sconvolgente il bisogno e la speranza di questo popolo eletto da Dio e, almeno in apparenza, da Lui abbandonato. Questa preghiera, che sale come richiesta nel momento dell’oscurità di Dio, finisce con l’esaltazione accorata della sua grandezza. Ernest Käsemann ha definito questo Salmo come una preghiera dagli inferi, come l’istituzione della prima preghiera nel deserto dell’apparente assenza di Dio. “Il Figlio mantiene ancora la fede anche quando questa sembra che sia diventata senza senso e la realtà terrena rivela il Dio assente … Il suo grido è indirizzato, non al vivere o al sopravvivere, non a se stesso, bensì al Padre. questo grido è contro la realtà del mondo intero”.

“Noi, continua Ratzinger, abbiamo bisogno di chiederci qui: Che  cosa deve significare la preghiera nella nostra ora buia? Può essere qualcosa di diverso dal grido dal profondo insieme al Signore, il quale discese agli inferi e ha dato vita alla vicinanza di Dio paradossalmente proprio nel momento dell’abbandono di Dio?

Ma tentiamo ancora un’ulteriore riflessione per cercare di penetrare in questo complesso mistero con un’osservazione esegetica. Ci viene detto che nel nostro articolo di fede il termine “inferno” sarebbe una traduzione errata di schë ol (in greco hades), con il quale l’ebreo definiva la condizione al di là della morte, che si immaginava in modo molto vago come una specie di esistenza nell’ombra, più un non esserci che un esserci. Perciò originariamente la frase avrebbe significato solo che Gesù è entrato nello schë’ol, ovvero che è morto …”.

Allora si pongono altri quesiti importanti, del tipo:

Che cos’è veramente la morte? Che cosa accade all’uomo dopo la morte?

A queste domande l’Autore risponde nel modo seguente: “Possiamo tentare un avvicinamento al problema partendo ancora una volta dal grido di Gesù sulla croce, ivi trovando espresso il nucleo di ciò che significa discesa di Gesù, partecipazione al destino di morte dell’uomo. Il senso più profondo di quest’ultima preghiera di Gesù sembra che sia, non un qualsivoglia dolore fisico, bensì la radicale solitudine, il totale abbandono. In questo punto appare veramente l’abisso della solitudine dell’uomo come tale, dell’uomo che nel suo intimo è sempre solo. Questa solitudine, che generalmente è coperta in vario modo con diversi palliativi illusori, è la vera condizione esistenziale dell’uomo; e questa condizione è in la profonda contraddizione alla  su essenza che è fatta, non per stare da solo, ma per essere in comunione con gli altri. Perciò la solitudine è la sfera della paura, che si basa sul venir meno dell’essenza; ma in questo momento l’essenza è stata esiliata in uno spazio che le è impossibile recuperare.

Un esempio: se un bambino deve camminare da solo attraverso la foresta ombrosa nella notte buia, ha paura. Ha paura anche se gli si è dimostrato in maniera evidente che non c’è nulla da temere. Nel momento in cui egli è solo nell’oscurità e sente la solitudine in maniera radicale, sorge la paura, la vera paura dell’uomo, che non è paura di qualcosa, bensì la paura di sé. In fin dei conti la paura di qualcosa di determinato è innocua, può sempre essere esorcizzata allontanando l’oggetto o la causa che produce la paura.

Qui invece ci imbattiamo in qualcosa di molto più profondo: nel fatto che l’uomo, quando finisce nella solitudine definitiva, non ha paura di qualcosa, ma ha paura della solitudine, dell’inquietudine e della sospensione della sua essenza, che non può essere superata razionalmente.

Un altro esempio: quando qualcuno deve stare sveglio di notte da solo con un morto in una camera, troverà sempre la sua situazione imbarazzante e inquietante. Egli sa bene che il morto non gli può fare nulla di male e che, in un certo qual modo, la sua situazione potrebbe diventare molto più pericolosa se la persona morta fosse ancora in vita. Quello che nasce qui è una paura di tutt’altro tipo, non paura di qualcosa, bensì dell’essere soli con la morte, la sinistra sensazione della solitudine in sé, la sospensione dell’esistenza.

Ma la domanda resta sempre in piedi: dato il fatto che la prova dell’infondatezza cade nel vuoto, come può essere superata questa paura? Ora, tornando all’esempio del bambino, egli perderà la paura nel momento in cui sentirà vicino a sé una mano che lo prende, una voce che gli parla, un afflato umano che lo rassicura, cioè sente la presenza di una persona amica che gli vuole bene. E anche chi è solo con il morto, sentirà la sua paura svanire se qualcuno è con lui, se egli sente la vicinanza di un “tu”. Questa è un’ulteriore prova del fatto che la paura, è paura della solitudine, paura di un essere che è nato per vivere in comunione con gli altri. Pertanto la vera paura dell’uomo non può essere superata o vinta  con la ragione, bensì solo con la presenza di qualcuno che egli conosce, che gli rivolge una parola amica rassicurante.

Se esistesse una solitudine assoluta in cui nessuna parola di un altro potesse arrivare per suscitare l’effetto rassicurante; se sopraggiungesse una sospensione dell’esistenza tanto grave che in quel luogo non potesse giungere alcun “tu”, allora sarebbe data quella vera e totale solitudine e la terribilità che il teologo chiama ”inferno”. Soltanto allora possiamo capire cosa significhi questa parola: essa indica la solitudine nella quale non penetra più la parola dell’amore e perciò stesso costituisce la vera sospensione dell’esistenza.

Giova qui ricordare una verità: la convinzione dei poeti, dei filosofi e dei sapienti di tutti i tempi, secondo i quali, i rapporti tra gli uomini rimangono generalmente nella superficie; nessun uomo avrebbe mai l’accesso alla vera profondità dell’essere dell’altro; ogni incontro, per quanto possa apparire bello, salutare e proficuo, non fa altro che narcotizzare l’insanabile ferita della solitudine individuale. Ne deriva una conseguenza logica tremenda: nel profondo più intimo dell’esistenza di ciascuno di noi abiterebbe l’inferno, la disperazione, la solitudine radicale tanto indefinibile quanto terribile.

Jean Paul Sartre è uno dei tanti intellettuali che ha costruito la sua antropologia su quest’idea di solitudine, sull’isolazionismo sostanziale dell’individuo.

Non solo, ma anche un poeta equilibrato come Hermann Hesse, che sembra così conciliante e sereno, di fatto dà forma allo stesso pensiero quando afferma:

Strano vagare nella nebbia!

Vivere è essere soli.

Nessun uomo conosce l’altro,

ognuno è solo.

Qui sia consentito a chi scrive di compiere un’incursione nella letteratura italiana per fare una citazione che cade a proposito di questo discorso sulla solitudine esistenziale dell’individuo. Ciò perché il testo della poesia di Hesse richiama direttamente alla memoria la lirica di Salvatore Quasimodo “Ed è subito sera”:

Ognuno sta solo nel cuore della terra

trafitto da un raggio di sole:

ed è subito sera.

Le categorie della solitudine e dell’incomunicabilità tra gli uomini sono modelli poetici archetipi. Pertanto  sono temi ricorrenti, non soltanto tra i poeti ermetici, ma in tutti i poeti di ogni tempo e di diverso indirizzo letterario.

Chiusa la parentesi. Tornando al nostro testo, il teologo afferma: “Una cosa è certa: c’è una notte nel cui abbandono non arriva alcuna voce; vi è una porta attraverso la quale noi possiamo passare soltanto in solitudine: la porta della morte. Tutta la paura del mondo è in ultima analisi paura di questa solitudine. Da questo si può capire perché l’Antico Testamento abbia una sola parola per indicare sia l’inferno che la morte, il termine schë,ol: in fin dei conti le due cose sono identiche. La morte è la solitudine per antonomasia. La solitudine nella quale l’amore non può più penetrare: questo è l’inferno …!

Questo significa che Cristo ha attraversato la porta della nostra ultima solitudine, che egli nella sua passione è entrato in quest’abisso del nostro essere abbandonati. Dove nessuna voce può raggiungerci, egli è lì. In questo modo l’inferno è superato; ossia: la morte che prima era l’inferno, non lo è più …. L’inferno è ora soltanto una chiusura volontaria di sé o, come afferma la Bibbia, la seconda morte.

Conseguentemente a queste premesse, l’Autore scrive: “Diventa chiaro anche il testo, apparentemente così mitico, del Vangelo di San Matteo, che racconta come alla morte di Gesù le tombe si aprirono e i corpi dei santi risuscitarono (Mt 27,52-53): la porta della morte è aperta da quando nella morte abita la vita, l’amore …

 

LASCENSIONE AL CIELO 

 

Il discorso sull’ascensione di Gesù al cielo, come quello della sua discesa agli inferi, negli ultimi tempi ha subito l’attacco critico da parte di molti studiosi, compreso il Bultmann, che hanno dichiarato inaccettabile la concezione del mondo rappresentato a tre livelli con i concetti di “sotto” e di “sopra”. Secondo questi studiosi il mondo è solamente mondo, governato ovunque dalle inderogabili leggi della fisica. Non ha piani e i concetti di “sopra” e “sotto” sono relativi, dipendono dal punto di vista dell’osservatore. Poi, con la conoscenza che oggi abbiamo dell’universo, non abbiamo più punti di riferimento, dato che la terra non lo più. Il cosmo non ha più un orientamento fisso. Ma la concezione di tripartizione dello spazio è implicita nelle affermazioni di fede di “discesa agli inferi” e di “ascensione del Signore al cielo”.

A questo riguardo l’Autore afferma: “Entrambe le frasi esprimono piuttosto, insieme alla professione del Gesù storico, la dimensione generale dell’esistenza dell’uomo, che non abbraccia tre piani cosmici, ma sicuramente tre dimensioni metafisiche. Purtroppo la posizione teoretica di certi critici moderni mette da parte, non soltanto i concetti di “discesa agli inferi” e di “ascesa al cielo”, ma, insieme ad esse, anche quello dell’esistenza del Gesù storico, cioè le tre dimensioni dell’esistenza umana. Allora ciò che rimane può solo essere un fantasma che può essere drappeggiato in vari modi, come ognuno lo vuole o se lo aspetta.

Pertanto che cosa significano veramente queste tre dimensioni? Abbiamo già chiarito che la discesa agli inferi non rimanda ad una profondità esteriore del cosmo, che, nell’economia del nostro discorso, non è affatto indispensabile.

Nella preghiera del Crocifisso a Dio che lo ha abbandonato, manca qualsiasi allusione cosmologica di spazio (non c’è alcun riferimento ai concetti topografici di “sotto”, “sopra”, “a destra”, “a sinistra”). Il significato della frase conduce il nostro sguardo sulla profondità dell’esistenza umana, la quale arriva giù giù nel fondo della morte, nella zona della solitudine intangibile e con ciò racchiude la dimensione dell’inferno. L’inferno non è una certezza cosmografica, bensì una dimensione della natura umana che decade, arriva in basso.

Oggi poi sappiamo di più di quello che si sapeva un tempo e cioè che questa profondità tocca l’esistenza di ognuno; e poiché in fin dei conti l’umanità è “un essere umano”,  questa profondità tocca, non soltanto il singolo, bensì il corpo unico del genere umano in generale.

Da qui si comprende che Cristo, il “nuovo Adamo” ha voluto condividere questa profondità fino a lasciarsi toccare da essa; al contrario, soltanto ora il totale rifiuto è diventato possibile nella sua totale insondabilità”.

L’Autore continua: “L’ascensione di Cristo, per contro, ci rimanda all’altra fine dell’esistenza umana, che si estende oltre se stessa all’infinito verso l’alto e verso il basso. Come polo opposto all’isolamento radicale, all’integrità dell’amore negato, questa esistenza è portatrice della possibilità del contatto con tutti gli altri uomini nel contatto dell’amore divino in sé, cosicché l’umanità possa trovare il suo luogo geometrico all’interno dell’essere stesso di Dio.

La profondità, che noi chiamiamo inferno, può darla solo l’uomo a se stesso. E’ la condizione in cui egli non vuole ricevere nulla e vuole essere totalmente indipendente. L’inferno è l’espressione della chiusura in  sé. L’uomo non vuole ricevere e non vuole prendere nulla, bensì vuole stare su se stesso e bastare a se stesso. Se questo atteggiamento ottiene la radicalità definitiva, allora l’uomo diventa l’intoccabile, il solitario, il rifiutato.

Inferno è il voler essere completamente soli, il che avviene quando l’uomo si barrica in sé.

Contraria è l’essenza di quel sopra ( la grazia), che noi abbiamo chiamato cielo, che può solo essere ricevuto, come l’inferno può solo essere dato da se stessi. Nella teologia scolastica si diceva che il cielo è come una grazia “donum indebitum et superadditum naturae = un dono della natura non dovuto e aggiunto. Il cielo, come amore ricolmo, può sempre essere donato all’uomo; il suo inferno è invece la solitudine di colui che non vuole accettare, che rifiuta lo status di bisognoso di grazia e si ritira in se stesso.

Il cielo non dev’essere inteso come un luogo eterno, ultraterreno, ma neppure come una regione metafisica eterna. Dobbiamo piuttosto dire che la realtà ”cielo” e “ascensione di Cristo” sono unite in maniera indissolubile. Solo partendo da questa premessa diventa chiaro il senso cristologico, personale, ricevuto storicamente nel messaggio cristiano del cielo.

Il cielo non è un luogo che sarebbe stato chiuso prima dell’ascensione di Cristo, in base a un positivo decreto punitivo di Dio, per essere poi aperto un giorno in maniera altrettanto positivistica. La realtà del cielo nasce piuttosto in primo luogo attraverso il compenetrarsi di Dio e dell’uomo. Il cielo dev’essere definito come il contatto dell’essenza dell’uomo con l’essenza di Dio: questo compenetrarsi di Dio e dell’uomo è accaduto definitivamente in Cristo con il suo oltrepassare il bios con la morte verso la nuova vita. Il cielo è perciò quel futuro dell’uomo e dell’umanità che essa non può darsi da sola e che quindi le è precluso finché essa lo aspetta da se stessa, che è stato soltanto aperto in quell’Uomo, il cui luogo di esistenza era Dio e attraverso il quale Dio è entrato nell’essenza dell’uomo. Perciò il cielo è sempre qualcosa di più che un destino singolo privato: esso è necessariamente una conseguenza dell’”ultimo Adamo”, dell’uomo definitivo e dunque del futuro totale dell’uomo stesso”.

Fatti e notizie:”La Sardegna nel Tempo” di Felice Moro, Recensione di Dr. P. Picciau

Posted By Felice Moro on ottobre 10th, 2011

Si riporta qui di seguito il testo della recensione sul libro “La Sardegna nel Tempo” di Felice Moro , fatta da Dr. P. Picciau sul quotidiano “L’Unione Sarda” del 29.09.11.

Dopo anni di insegnamento si occupa ancora di studi e ricerche educative. Il suo ultimo libro – “La Sardegna nel tempo. La storia essenziale dell’Isola e la Carta de Logu” (Grafica del Parteolla, 398 pagine, 20 euro) – ha uno scopo che spiega e giustifica la sua fatica di autore: la divulgazione. Felice Moro, operatore scolastico in pensione, alla didattica non poteva non pensare quando ha ideato e scritto il libro (14 capitoli con un’appendice sulla Carta de Logu) per i protagonisti della scuola ma anche per lettori comuni «che hanno il piacere della lettura e conservano il gusto per la conoscenza».

Moro lo anticipa nell’introduzione: “Il lavoro è nato fuori dagli ambienti accademici ed è tratto dalle esperienze dirette e indirette compiute dall’autore nel campo dell’insegnamento scolastico nelle scuole di ogni ordine e grado, dalle elementari alle secondarie superiori”. La preparazione è stata lunga e ha comportato un notevole sforzo organizzativo per “ricomporre il vasto mosaico della materia in tessere ordinate al suo interno”. La necessità di sintesi ha imposto in diversi casi il ricorso a brevi profili schematici “sia dei grandi eventi collettivi, sia delle figure o delle opere dei personaggi più rappresentativi del panorama culturale isolano”.

La chiarezza e la semplicità del linguaggio sono alcune delle caratteristiche del volume che propone un viaggio di cinquemila anni: dalla preistoria ai problemi più importanti della seconda metà del Novecento. La mappa proposta da Moro è un’architettura storiografica “impostata sull’asse cronologico del tempo”, mentre quella concettuale “è stata sviluppata in senso orizzontale seguendo il metodo che mette in evidenza i concetti più importanti, partendo dai quali si possono recuperare facilmente i concetti secondari e le nozioni particolari”. Il cammino dello storico non dimentica fatti e personaggi piccoli e grandi: dagli influssi nell’isola delle civiltà semitiche all’esperienza della dominazione romana, dagli aspetti più importanti dell’Alto Medioevo (nell’età bizantina tra il VI e IX secolo) al sorgere e all’affermarsi del quattro giudicati come entità statuali autonome. Due i capitoli riservati alla dominazione aragonese, iniziata nel 1323, e agli eventi storici avvenuti durante la dominazione spagnola, dal 1489 al 1714. Con il lungo periodo della presenza sabauda in Sardegna (dal 1720 fino alla fusione con gli stati di terraferma, avvenuta alla fine del 1847), Moro rievoca anche la figura carismatica di Giovanni Maria Angioy, tra i protagonisti della “rivoluzione sarda” nel triennio 1793-1796.

Il libro affronta poi il problema della “formazione della proprietà perfetta (o privata), promosso dal governo sabaudo nel Settecento”, l’abolizione del feudalesimo e le conseguenze “politiche, economiche e sociali della fusione del 1847 e dei tentativi fatti per riottenere quell’autonomia a suo tempo rinnegata a cuor leggero”. Il dopoguerra e la storia del fascismo accompagnano i lettori fino ai temi attuali dello sviluppo. (p. p.)

Da L’Unione Sarda del 29/09/2011

La recensione sul libro “La Sardegna nel Tempo” di Felice Moro fatta dal Dott. Giorgio Piras in occasione della presentazione dell’opera a Tiana il 09.07.11

Posted By Felice Moro on agosto 9th, 2011

Viene riportata qui di seguito la recensione sul libro “La Sardegna nel Tempo” di Felice Moro fatta dal Dott. Giorgio Piras sul settimanale L’Arborense di Oristano nell’ultimo numero del mese di luglio 2011.

“Si è svolto il 9 luglio scorso, nella sala polivalente del Comune di Tiana, la presentazione dell’Ultimo libro di Felice Moro «La Sardegna nel tempo. La storia essenziale dell’isola e la Carta de Logu» (Edizioni Grafica del Parteolla).

Ha coordinato i lavori l’Assessore alla cultura del Comune, Katia Zedda, sono intervenuti, oltre all’autore, il Sindaco di Tiana, Bruno Curreli, l’editore del volume Paolo Cossu e Giovanni Murgia, storico dell’Università di Cagliari, in qualità di relatore. All’incontro ha preso parte anche il Presidente dell’Amministrazione provinciale di Nuoro, Roberto Deriu.

Si dice che un libro non lo si può presentare senza dire alcune cose essenziali sull’autore, ciò è stato in questa occasione, più che mai vero. Tiana è il paese natale di Felice Moro, è stato, quindi, inevitabile che l’avvenimento assumesse un carattere a metà strada tra l’ufficiale e l’amarcord.

L’intervento del sindaco è stato piuttosto informale. Essendo stato egli stesso alunno dell’allora Maestro Moro, ha preferito rievocare ricordi di carattere personale piuttosto che intrattenersi su aspetti istituzionali.

Il sindaco Curreli ha brevemente ricordato il percorso biografico e professionale dell’autore, da quando, ancora ragazzo collaborava in famiglia allo svolgimento delle attività tradizionali, allora prevalenti, fino alla scelta coraggiosa e, per quei tempi, rivoluzionaria, di spezzare le regole imposte ed intraprendere gli studi.

Questo è, probabilmente, uno dei maggiori meriti riconosciuti a Felice Moro: quello di aver creato una discontinuità nelle regole ferree della cultura agropastorale. Quella tradizione che, se per certi versi ha rappresentato per i sardi, un recinto che garantiva una protezione contro il nuovo e lo sconosciuto (nella Sardegna centrale è ancora frequente il riferimento a “su connottu” con una accezione di quasi sacralità) per altri ha costituito una barriera pressoché insormontabile verso il cambiamento. Negli anni 50 e 60 del secolo scorso, chi aveva l’avventura di nascere in un piccolo paese della Sardegna, aveva un percorso di vita che, direbbero gli statistici, era altamente prevedibile: o si rimaneva in paese ad attendere alle attività tradizionali, oppure si emigrava verso il nord Italia o all’estero in cerca di “fortuna”.
Felice Moro ha dimostrato che esisteva una terza via: quella dell’impegno nello studio; che questo poteva essere un modo per riscattarsi da un destino già segnato. In questo senso egli ha tracciato un strada che molti, dopo di lui, hanno seguito, anche grazie al suo esempio.

I punti principali del volume sono stati commentati nel corso della relazione del Prof. Giovanni Murgia. Si tratta di un lavoro a carattere storico con un taglio prettamente didattico. L’opera offre un quadro essenziale, organico ed unitario della storia della Sardegna, abbraccia un lungo arco di tempo e, al suo interno, comprende una serie di epoche politiche e storiche differenti, dall’era prenuragica alle rinascite fallite passando per le dominazioni succedutesi nell’isola: fenici, cartaginesi, romani, vandali, bizantini, aragonesi, spagnoli, austriaci e infine la “fusione perfetta” con il regno piemontese e con la storia dell’Italia.

Il libro di Felice Moro non è però solo un libro sulla Sardegna; è un libro anche – anche non nel senso di secondariamente – sui Sardi. La chiave di lettura dell’intera opera è, probabilmente, contenuta
nell’introduzione al volume che citiamo testualmente: “Il tempo attuale è caratterizzato dalla spinta di due forze dinamiche contrapposte, l’innovazione e la conservazione, che, per natura configgono ma, per esigenze contingenti, sono obbligate a convivere e a integrarsi a vicenda.

L’innovazione tende a realizzare il cambiamento e il progresso, mentre la conservazione tende al mantenimento del proprio sistema di vita, della propria lingua, della propria storia e della propria cultura come risorse autentiche e segni inconfondibili della propria identità. In fondo esse sono due categorie fondamentali, due facce della stessa medaglia, del complesso e contradditorio sviluppo di questo primo scorcio del terzo millennio, in Sardegna come altrove”.

Si tratta, in conclusione, di un lavoro che ha, tra gli altri, un grande pregio: scegliendo espressamente di trattare l’argomento su due livelli – uno scolastico, e l’altro storico-teorico, il testo, concilia due esigenze che l’editoria scolastica riesce a conciliare sempre meno, lo spessore scientifico e la resa didattica. I due livelli consentono al lettore di spianare con relativa facilità questioni molto ardue che, nel caso specifico, si distendono sui fatti e gli avvenimenti che hanno caratterizzato la vita dei sardi degli ultimi cinquemila anni”.

Giorgio Piras

Presentazione del libro “La Sardegna nel Tempo” Nuoro 14.04.2011

Posted By Felice Moro on agosto 9th, 2011

Si presenta qui di seguito la recensione sul libro “La Sardegna nel Tempo” di Felice Moro fatta dal Dott. Natalino Piras e pubblicata dal quotidiano “La Nuova Sardegna” in data 13.04.2011, in occasione della presentazione dell’opera al pubblico presso la Biblioteca “Sebastiano Satta” di Nuoro, avvenuta il giorno 14.o4.2011.

Felice Moro ripercorre «La Sardegna nel tempo»

La lunga storia dell’isola in un nuovo saggio didattico dell’ex dirigente scolastico

NUORO. «La Sardegna nel tempo. La storia essenziale dell’isola e la Carta de Logu» di Felice Moro (Edizioni Grafica del Parteolla). È il libro che verrà presentato giovedì pomeriggio alle 18,30 nell’auditorium della biblioteca Satta. Presente l’autore, coordinamento di Tonino Cugusi, la relazione verrà fatta da Natalino Piras. L’iniziativa è del Consorzio per la pubblica lettura Satta in collaborazione con l’Associazione nazionale educatori benemeriti. Un percorso storico, dalla preistoria ai giorni nostri, raccontato attraverso 398 pagine, appendice fotografica compresa, con taglio chiaramente didattico.  Felice Moro è stato per lungo tempo insegnate e dirigente scolastico e ha al suo attivo diverse pubblicazioni specie sul recupero e sull’integrazione di ragazzi portatori di handicap. In questo lavoro a carattere storico riversa tutta la sua passione per la ricerca, per l’esposizione, per il dettaglio.  Non manca quasi niente della plurimillenaria storia dei sardi, dall’era prenuragica alle rinascite fallite passando per le dominazioni succedutesi nell’isola: fenici, cartaginesi, romani, vandali, bizantini, aragonesi, spagnoli, austriaci e infine la “perfetta fusione” con il regno piemontese e con la storia dell’Italia unita e disunita.  Punti nodali della ricostruzione operata da Felice Moro sono l’età giudicale, specie il rennu di Arborea, il pensiero amministrativo giuridico insito nella «Carta de Logu», al tempo di Mariano IV e di sua figlia Eleonora, tra il XIV e XV secolo. Il corpus di quelle leggi redatte in lingua sarda e che saranno in vigore sino allo Statuto albertino, nell’Ottocento, contengono in nuce i fondamenti di un pensare autonomistico poi ammodernato da Giovanni Battista Tuveri e Giorgio Asproni.  È per questo che Felice Moro dedica la parte conclusiva del libro ai titoli più significativi della “Carta”: ordinamentos de silvas, de laoris, de salarios, de vingias. Il metodo utilizzato è quello del ricucire sapientemente le parti e commentarle alla luce della storia contemporanea. Si avverte la valenza didattica. Felice Moro scrive con buona capacità di sintesi basata sulla conoscenza dei classici, storici, storiografi, geografi, viaggiatori, ricercatori, poeti e romanzieri che nel corso del tempo hanno attraversato le contrade dell’isola. È come accordare al nostro tempo le loro voci. 13 aprile 2011

Gustave Flaubert – Madame Bovary – Seconda Parte

Posted By Felice Moro on aprile 4th, 2011

Seconda Parte

Hippolyte, il ragazzo dal pied-bot (piede storto), è figlio di Mme Lefrançois, la vedova padrona dell’albergo Lion d’Or. Lavorava come addetto alla scuderia del farmacista Homais. Egli venne convinto dal suo padrone e da altri a farsi operare da Bovary per il raddrizzamento del piede, adoperando un nuovo metodo chirurgico, frutto della scienza e della tecnologia moderna che proveniva dal mondo accademico parigino. Il giorno dopo l’intervento, in maniera quanto meno imprudente, il farmacista si precipitò a pubblicare un articolo nel giornale locale Le Fanal in cui fece grande profusione di ottimismo sulle nuove possibilità di cure offerte dai nuovi mezzi tecnologici elaborati dalla scienza moderna. Condizionato psicologicamente dagli altri, da quelli che si ritenevano sapienti che gli ruotano attorno, il poveretto accettò e si sottopose all’operazione. Mai l’avesse fatto! L’intervento, purtroppo, andò male e gli sopraggiunse la cancrena. Egli si dimenava nel letto con i dolori atroci. La mamma, Mme Lefrançois, era disperata e chiese un nuovo intervento di Bovary. I rimedi che questi riuscì ad apprestargli erano ben poca cosa, mezzi inadeguati a curare l’entità del male.

Durante la malattia andò a fargli visita il prete della locale parrocchia, l’abbé Bournisien, per portargli la sua solidarietà e per dovere di carità cristiana. Questi cercò di consolare il malato con discorsi aleatori di tipo moralistico che, non solo non gli alleviavano i dolori atroci, ma che addirittura arrivavano a colpevolizzare il povero paziente per la sua condotta inadeguata nei confronti della religione e della pratica dei ministeri ecclesiastici. Secondo il sacerdote, la sua condizione patologica sarebbe stata voluta dall’alto per metterlo in condizioni di riconciliarsi col cielo. D’altronde il poveretto qualche colpa, qualche peccatuccio veniale, ce l’aveva pure  perché negli ultimi tempi non era più andato in chiesa e aveva trascurato l’esercizio dei sacramenti.

“Io ho conosciuto grandi peccatori, grands coupables, près de comparaître devant Dieu (tu n’es point encore là) qui avaient imploré sa miséricorde, et qui certainement sont morts dans les meilleures dispositions. Esperons que tu, comme eux, tu nous donneras des bonnes exemples. Ainsi, pour precaution, qui donc t’empêcherais de réciter matin e soir un Je vous salue, Marie, pleine de grâce et un Notre Père qui etes aux cieux. Oui, fais cela! Pour moi, pour m’obliger. Qu’est-ce ça coûte? Mais le prometes-tu?”. Le pauvre diable promit. Le curé revint les jours suivants”.

Il suo zelo sembrava che riuscisse nell’intento perché, dopo un breve periodo, il malato manifestò la volontà di andare in pellegrinaggio al Buon Soccorso, se fosse guarito. Il farmacista protestò contro le manovre segrete  che, a sua avviso, andava tessendo il prete. Alla mamma Lefrançois ripeteva:

“Lasciatelo stare! Voi gli turbate il morale con il vostro misticismo”. Ma lei ormai non gli dava più ascolto anche perché, proprio lui, l’apothicaire, era stato la causa dell’aggravamento del male d’Hippolyte, proprio lui con la sua esaltazione del progresso e del nuovo spirito scientifico.

Per spirito di contraddizione con l’irriverente farmacista elle avvicinò (accrocha) même aux cheveux du malade un bénitier (acquasantiera) piena con un ramo di palma benedetta. Ma il povero degente non poteva essere soccorso dalla religione come non era stato soccorso dalla chirurgia perché la tumefazione aumentava dal basso verso l’alto.

La madre Lefrançois chiese a Charles di far venire le chirurgien M. Canivet da Neufchâtel, qui etait une célébrité de la chirurgie moderne. Quando il Dottore vide il degente, si accorse subito che la gamba era in cancrena fino al ginocchio e non si preoccupò neppure di nascondere la gravità del caso facendo un gesto di disapprovazione con una specie di sorriso sdegnato. Dopo il consulto, dichiarò apertamente che bisognava amputare la gamba. Poi andò dal farmacista inveendo ad alta voce contre les ânes (asini) qui avait pu reduire un malhereux homme en tel etat. Afferrato per il bottone del pantalone, scuoteva il farmacista nella farmacia gridando: Ce sont les inventions de Paris! Voila les idées de ces messeurs de la Capitale! C’est comme le strabisme. Pretendere di raddrizzare un piede deforme (pied-bot) è come pretendere di raddrizzare un gobbo nato (un bossu).

Homais souffrait en ecoutant ce discours et dissimulait son disage sous un sourire de courtisan ayant besoin de ménager (adescare) M. Canevet, don’t les ordonnances certains fois arrivaient jusque a Yonville (Ry = village de la Normandie). Aussi il ne prit pas part la défance de Bovary ne fit il même acune observation et, abandonnant ses principes, sacrifia sa dignité aux interets plus serieux de son negoce.

Il giorno dell’amputazione della gamba era un momento importante per il paese. Canevet arrivò da solo nel suo calesse (cabriolet). Il farmacista Homais faceva l’assistente. Quando tutto era pronto esclamò: Nous sommes prets? En marche!

Mentre Canevet et Homais au Lion d’Or operavano Hippolyte, Bovary si sentiva umiliato per il suo errore, non aveva il coraggio di uscire fuori di casa, col morale a pezzi e professionalmente distrutto. Emma, come che il fatto non la riguardasse, lo guardava con distacco, quasi con tosta indifferenza, senza prendere parte minimamente al suo disagio. Ella già più volte aveva ritenuto il marito mediocre anche professionalmente.

In questo modo Emma andava confermando la sua impressione sulla pochezza del marito, tuttavia piangeva pentita di aver ceduto alle avances di un altro (Boulanger).

Marito e moglie litigavano, lui l’adorva, lei lo detestava.

Elle se délectait dans toutes le ironies mauvaises de l’adultère trionphant. Le souvenir de son amant revenait à elle avec des attractions vertigineuses; elle y jetait son âme, emportée vers cette image par un enthpusiasme nouveau; e Charles lui semblait aussi detaché de sa vie, aussi absant pour toujours, aussi impossible e aneanti, qu’il allait mourir et qu’il eût agonisé sous ses yeux.

Canevet et Homais uscirono dal Lion d’Or e andarono verso la farmacia. Forse per superare lo stato di disagio che si era abbattuto nella coppia Bovary, Cherles si rivolse a Emma e cercò di abbracciarla per trovare un moto di conforto. Ella lo rifiutò e scappò. Charles, deluso, si lasciò andare in poltrona cercando di capire di che male soffrisse la moglie.

Quando Rodolphe la sera tornò, entrò in giardino e trovò la sua amante (la maîtresse) che l’attendeva sul primo gradino della scala. Si abbracciarono e tutto il loro risentimento si sciolse come la neve sotto il calore di quel bacio.

I due amanti ripresero a frequentarsi assiduamente incontrandosi anche a metà giornata. Emma faceva un cenno al piccolo Justin, il garzone degli Homais, e questi si recava di corsa à la Huchette. Rodophe arrivava ed ella su di lui scaricava tutte le scontentezze della vita, tutto il suo malumore. La domestica Félicité era sempre intenta a sbrigare le faccende di cucina. Justin le stava accanto, la scocciava e la seguiva passo passo. Lei aveva sei anni più di lui e Theodore, il domestico dei Guillaumin, cominciava a farle la corte.

“Lasciami tranquilla” diceva lei, sbrigando le sue faccende domestiche e inamidando il collo delle camicie. “Vai a pestare le mandorle nel mortaio, piuttosto che gironzolare appresso alle donne; cattivo marmocchio! Perché t’ immischi in queste cose, aspetta ancora che ti cresca la peluria nel viso”.

Intanto Carlo fu costretto a sborsare trecento franchi per l’acquisto di una protesi da regalare a Hipplyte. Un arto di legno rivestito in sughero con articolazioni snodabili rivestito di un pantalone nero che terminava con una scarpa in vernice. Ma all’interessato sembrava un apparecchio troppo complicato, per cui pregò i Bovary di procurargliene un altro più semplice e più comodo. Quindi Carlo sostenne la spesa per l’acquisto anche del secondo apparecchio. Intanto il garzone di scuderia piano piano si riprese e tornò al suo lavoro.

Le marchand Lheureux avait fourni toute cela (le due protesi per Hippolyte) e en plus une cravanche (una cravatta), don’t Emma fit cadeau (dono) à Rodolphe et le marchand après avait presentait chez elle une facture de 270 francs. Emma fut très embarrasée pour les dettes ( per i debiti) qu’elle avait faites.

Ad un certo punto Emma incominciò ad avere idée strane, incalzava continuamente Rodolphe perché temeva che egli avesse qualche altra relazione con altre donne che potessero contenderle il suo amore. Nelle sue fissazioni morbose diceva: “Je sais mieux t’aimer; je suis servente e concubine! Tu es mon roi, mon idole! Tu es bon! Tu es intelligent! Tu es fort!”

Ormai il loro menage adulterino era diventato presto di dominio pubblico.

Mme Bovary mère, aprèe une épaventable scène (spaventosa scenata) avec son mari, etait venue se refuger chez son fils, ne fut pas la bourgoise la moine scandalisée. Bien d’autres choses lui déplurent.

Ella una sera sorprese Emma in compagnia di un uomo con un collier scuro, sulla quarantina, che al rumore dei suoi passi uscì in fretta dalla cucina e si allontanò quatto quatto. La suocera la riprese. La nuora reagì in maniera impudente cacciandola via da casa. Il povero Carlo, mortificato tra l’incudine e il martello, intervenne per rappacificarle, ma scapparono entrambe per direzioni opposte. Raggiunse la madre che, arrabbiata furiosa, gridava: “C’est une insolente! Une évapourée! Pire, peut-être!”.

Se la nuora non le avesse chiesto scusa, la vecchia voleva scappare e  non tornare mai più in quella casa. Carlo convinse Emma a chiedere scusa alla madre. “Excusez-moi, madame!” proferì lei con assai poca convinzione.

Intanto gli incontri con Rodolphe, non più tanto nascosti, continuarono. Ella lo supplicava di liberarla da quella penosa situazione in cui era costretta a vivere. Voleva scappare, elle voulait s’en fuire. “Ma come?, disse Rodolphe, e tua figlia?”. “Nous la prendrons, tant pis!”.

Una volta i due amanti trascorsero insieme le prime ore della notte all’aperto in giardino, fantasticando e facendo progetti surreali sulla loro partenza e sul loro avvenire comune in luoghi lontani, favolosi. Ella costruiva castelli in aria e cercava di ottenere il consenso dell’amante che, apparentemente accondiscendeva ai suoi progetti, ma in realtà era assai poco convinto di quello ch’ella diceva. In un primo momento egli adottò la strategia del rinvio dell’ipotetica partenza. Poi, dietro l’incalzante pressione di lei, acconsentì a fissare la data per il 4 settembre. La sera precedente, prima di lasciarsi, si diedero l’appuntamento per l’indomani a mezzogiorno all’Hotel Province. Poi si lasciarono prendendo direzioni diverse per far ritorno, ciascuno alla propria casa. Lungo il tragitto Rodolphe rifletteva sul gesto che stava per compiere. Diceva in se stesso: “Je ne peux pas m’expatrier, avoir la charge d’une enfant!”. Il se disait toutes ces choses pour s’affermir davantage. Encore il se disait “Et, d’ailleurs, les embarras, la depence … ! Ah! Non, non, mille fois non! Cela eût eté trop bête!” (Quella sarebbe un’idiozia).

Rodolphe, une fois qu’il été rentré chez lui, prit une décision. Ecrit un lettre à Emma, ou il lui confia: “Je ne veux pas faire la malheur de votre existence …; avez vous mûrement pesé (ci avete pensato bene) votre determination? Savez-vous l’abîme ou je vous entrainais, pauvre ange? Vous allies confidante e folle, croyant au Bonheur, à l’avenir … Ah! Malhereux que nous sommes! Insensés!”.

Après il continua; “Emma! Oubliez moi!

Per non dare adito a un presunto tatticismo e per sganciarsi da lei definitivamente, Rodolphe aggiunse: “Je serai loin quand vous lirez ces tristes lignes; car j’ai voulu m’enfuir au plus vite afin d’eviter la tentation de vous revoir. Pas de faiblesse! Je reviendrai; et peut-être que, plus tard, nous causerons (chiacchiereremo) ensemble très froidemente de nos anciens amours. Adieu!. Votre ami? … Oui, c’est cela!”.

L’indomani sistemò la lettera sul fondo di un cestino, la ricoprì con fogliame di vite, la riempì di albicocche e l’affidò al servo Girard per portarla a Mme Bovary. Egli si serviva di questo mezzo per corrispondere con lei inviandole con le lettere, a seconda della stagione, della frutta o della cacciagione (tibier). “Se ella ti chiede notizie di me, dille che sono partito per un viaggio. Il cestino poi va consegnato a lei personalmente. Hai capito?” disse Rodolphe al garzone.

Quando Emma lesse la lettera fu colta da una violenta crisi di nervi. Si relegò in mansarda, lesse e rilesse più volte la missiva, la spada che le aveva tolto tutte le sue speranze di una migliore vita futura. Pertanto si guardò attorno, guardò fuori, vide il vuoto della strada, perché non farla finita?

Nella crisi di sconforto che le faceva prefigurare la fine, sentì la voce del marito che la chiamava: “Ma femme! Ma femme!” Cria Charles.  Elle s’arrêta. “ Ou es tu donc? Arrive!”.

L’idea di essere sfuggita alla morte la fece trasalire e nella confusione della sua testa sentì il contatto rassicurante di una mano che l’afferrò. Era la domestica Félicité  “Monsieur vous attend, madame! La soupe est servie”. Et il lui fallut descendre! Il fallut se mettre à table!

Scese giù, si sedette a tavola, ma non aveva voglia di mangiare. Si ricordò della lettere, ma non sapeva più dove l’aveva lasciata. Era rilassata. Aveva paura di Carlo che certamente era venuto a sapere la cosa. Infatti egli buttò una frase che le fece capire ch’egli aveva capito tutto.

“Allora non siamo affatto vicini a rivedere Rodolfo?”. “Chi te l’ha detto!” esclamò lei, trasalendo. “Me l’ha detto Gerardo che egli è partito o sta per partire”. Ella singhiozzò. Ma egli approvò la scelta di Rodolphe che aveva in mano la gioventù per godersi la vita e i mezzi per divertirsi con le ragazze. D’altronde egli era  un mattacchione (farceur).

Tutto a un tratto un calesse comparve nella piazza, Emma lo scorse e lo riconobbe. Era quello di Rodolphe che, essendo diretto a Rouen, si trovava di passaggio a Yonville. Ella trasalì e scompigliò il tavolo apparecchiato creando un grande fracasso. Carlo invocò aiuto. Berthe, sbigottita, gridava, Félicité, cui tremavano le mani, liberava Emma dalle allacciature perché aveva movimenti convulsivi (attacco epilettico o di nevrosi di tipo freudiano?). Il farmacista accorse al trambusto e disse: “Je cours chercher dans mon laboratoire un peu de vinaigre aromatique”. Mentre ella ne respirava l’aroma, accennava a riprendersi. Carlo le fece le sue profusioni d’affetto e le avvicinò la piccola Berthe per abbracciarla. Ma Emma, con una voce alterata, rifiutò: Non, non … personne! diceva.

Siccome continuavano gli spasmi, la misero a letto. Il farmacista chiese la causa di quella sincope, Bovary rispose che era stata colta da un attacco improvviso mentre mangiava albicocche. La cosa appariva strana e inverosimile perché non si era mai sentito dire che le albicocche producessero effetti del genere. Non bisogna ricorrere a medicamenti inutili, diceva il farmacista.

Ma Emma, risvegliandosi spontaneamente, esclamò: Et  la lettre? Et la Lettre?

Pensarono che ella delirasse; une fievre cérebrale s’etait declarée.

Per 43 giorni Charles abbandonò i suoi pazienti alla loro sorte per seguire la moglie. Le stava accanto notte e giorno, le dispensava le cure, le metteva gli impacchi freddi in testa, fece venire altri colleghi specialisti per una visita, tra i quali M. Canevet e  le docteur Larivière, suo ex maestro. Il povero marito era disperato. I sintomi continuarono per tutta l’estate. A metà ottobre sembrava che avesse avuto un leggero miglioramento, per cui Carlo la portava a fare passi in giardino. Ma poi stette di nuovo male con crisi di vomiti, tanto che egli incominciò a dubitare che non si trattasse di cancro.

In autunno, dopo la lunga degenza della moglie, Carlo cominciò a incontrare notevoli difficoltà in famiglia anche di tipo economico. In tali condizioni passò anche l’inverno. Di tanto in tanto l’ammalata riceveva la visita del sacerdote Bournisien che cercò di confortare Emma con le risorse della fede. A poco a poco ella si sentiva confortata e risollevata dalla speranza che nutriva sulla divina Provvidenza. Infine manifestò la volontà di avere un amore più grande e più vero di tutti gli altri amori umani: la volontà di farsi santa.

Il curato si meravigliava del cambiamento di Emma, anche se si manteneva prudente perché la fede della donna sapeva un po’ di eresia, un po’ di stravaganza.

Il ricordo di Rodolphe l’aveva precipitata nel profondo della sua anima; e là restava immobile, solenne e ieratica come la mummia di re in un sotterraneo. Dal suo grande amore imbalsamato  promanava un’esalazione che si diffondeva dappertutto e profumava di tenerezza l’atmosfera immacolata in cui ambiva a vivere. Quando s’inginocchiava nella preghiera, si rivolgeva al Signore con le stesse parole di dolcezza che una volta aveva sussurrato all’orecchio del suo amante negli sfoghi profani dell’adultera. Ella si paragonava alle dame famose di altri tempi di cui aveva sognato la gloria. Spesso si ritirava in solitudine per profondere ai piedi del Cristo sofferente  tutte le lacrime di un cuore ferito dall’esistenza.

Allora si abbandonava a eccessivi gesti di carità. Cuciva abiti per i poveri, distribuiva provvidenze ai bisognosi; riprese in casa la figlia che, durante la sua malattia, il marito aveva nuovamente affidato alla balia. Inoltre s’intratteneva a lungo con la piccola  Berta ad insegnarle l’apprendimento della lettura e della scrittura.

Una volta i tre personaggi in vista del paese, Bovary, le curé Bournisien e l’apothècaire Homais, bevendo cidre, impostarono una lunga discussione accademica a tre su diversi temi: la bontà del cidre, la preferenze della musica sulla letteratura per Bournisien e, al contrario, la preferenza della letteratura sulle altre arti per Homais. Poi questi chiese a bruciapelo: Perché la Chiesa scomunica la commedia, quando altre volte questo genere d’arte contribuiva all’ esaltazione della fede? Al che Bournisien rispose: Ce sont le protestants, non pas nous, qui recommandent la Bible!

N’importe! Dit Homais, je m’étonne que , de nous jours, en un siècles de lumières, on s’obstine  encore à proscrire un délassament intellectuel qu’est inoffensif, moralisant et même higienique quelquefois, n’est-ce pas, Docteur? Bovary assentì pigramente, sia perché la pensava allo stesso modo, sia perché non aveva idee sue da proporre, data la piattezza della sua personalità.

Carlo, per distrarre la moglie convalescente, la portò a teatro a Rouen a seguire un’opera musicale. Il soprano era Lucie, il tenore era il prestante Edgard Lagardy, bello affascinante. In molti passaggi dello sviluppo dell’intreccio, la fiction musicale offriva a Emma l’occasione favorevole per fare riemergere dal suo inconscio molte delle antiche passioni e per farle rivivere molte emozioni analoghe a quelle da lei vissute in precedenza. Il tutto come un ricordo lontano di passioni che, se non del tutto spente, sicuramente relegate ed assopite negli strati più profondi della coscienza. In un intervallo della scena, i Bovary incontrarono l’amico di una volta, lo studente di Giurisprudenza Léon. Vous êtes donc à Rouen? Lui demanda-t-elle. Oui! Repondit-il.

In lei riaffiorarono in maniera prepotente i ricordi dell’amicizia e della frequentazione di una volta, per cui tutto il resto, l’opera, la musica, i personaggi, tutto passò in secondo piano. Egli si sedette dietro di lei che ne sentiva la vicinanza, la fragranza della passione e si sentiva rabbrividire in tutta la profondità del suo essere. Perché era incappato lì ? Per quale circostanza misteriosa ? Che segnale era questo?

Dentro la sala faceva molto caldo e lei era stufa di stare chiusa lì dentro, per cui, su proposta di Léon, i tre uscironofuori e andarono a sedersi all’aria libera, sulla piazzetta di un bar del porto. Carlo sarebbe voluto rimanere ancora a teatro per seguire l’opera, ma non voleva dispiacere la moglie. Bevettero, chiacchierarono a lungo,  i Bovary fecero i convenevoli di circostanza. Poi salutarono e andarono via perché Carlo doveva rientrare per attendere al suo lavoro. Invitarono Léon a casa loro, egli ringraziò e promise che sarebbe andato un giorno a cena.

Tout à coup Léon se rapela du temps passé, ou il avait songé une incertaine promesse d’un avenir fantastique. Maintenant sa passion pour Emma se réveilla.

I Bovary quella notte avevano pernottato in città all’albergo La Coix Rouge. Léon se n’era accorto e il giorno dopo, verso le cinque, si presentò nell’albergo dove raggiunse Mme Bovari sola nella sua stanza, mentre il marito era ripartito per fare rientro nel villaggio. Léon le dichiarò tutta la sua ammirazione e  la sua ardente passione. Ella l’ascoltò non senza un indefinito senso di piacere, ma rifiutò le sue avances perché si sentiva più vecchia e non le pareva il caso che egli s’impegolasse in una relazione sentimentale con lei. D’altronde adesso anche la sua antica passione si era stemperata ed ella era entrata in un altro ordine d’idee, di meditazione religiosa e spirituale. Léon non desistette e volle a tutti i costi un appuntamento anche per il giorno dopo, che fu fissato nella chiesa cattedrale. Uno svizzero che si prestava a fare da Cicerone nella la chiesa fu da lui rifiutato, da lei accettato. La Bovary seguiva distrattamente la guida, di tanto in tanto s’inginocchiava e si abbandonava in momenti di raccoglimento nella preghiera. Ffecero arrivare una carrozza e si fecero condurre in giro per la città.

Poi si lasciarono e ciascuno di loro tornò alla propria casa. Emma trovò l’avviso di recarsi urgentemente dagli Homais per poterle comunicare una notizia importante. Il farmacista era infuriato contro il suo garzone Justin perché era andato a frugare dove non doveva, dove c’erano i prodotti chimici pericolosi, dai quali aveva tolto l’arsenico. Il principale gli fece una scenata umiliante ricordandogli la sua miserabile condizione di provenienza e rinfacciandogli tutto il bene che gli aveva fatto per riscattarlo da quella condizione di miseria, mentre egli si era dimostrato poco meritevole.

Bovary chiese il motivo per cui era stata chiamata, Homais le rispose ch’era morto il suocero, M. Bovary père.

Gustave Flaubert – Madame Bovary – Prima Parte

Posted By Felice Moro on marzo 21st, 2011

(Destrutturazione e ricostruzione sintetica del testo)

Prima Parte

Emma Rouault aveva sposato il medico Charles Bovary, figlio unico, di carattere un po’ freddo, ma, tutto sommato, un bravo uomo, molto affezionato alla moglie. Egli, a modo suo, l’adorava e la colmava di tutte le attenzioni possibili, per quanto poteva essere lecito pretendere da uno come lui, con alcuni difetti di pronuncia in età evolutiva e di personalità in età adulta, cresciuto in mezzo agli agi ma succube dell’influenza invasiva della madre. Questa era una donna di altri tempi, abituata ai sacrifici, ai risparmi, a una vita ordinata per quanto monotona, grigia e ripetitiva potesse apparire ad altri di fuori. Emma era una donna bellissima, con i capelli lunghi, la carnagione chiara e rosea molto soffice, gli occhi grandi bovini molto espressivi, occhi intriganti di un’ammaliatrice che, con il semplice sguardo, fulminava  il cuore pulsante dei suoi amanti. Dopo pochi mesi di matrimonio si era già stancata del marito fino al punto da esclamare in se stessa: Pourqoi je me suis mariée? A fine settembre i coniugi Bovary furono invitati a una festa à la Veaubyessard dal marchese Andervilliers, che era candidato alla Camera dei Deputati.

Era intervenuto alla festa anche il duca di Laverdiere, protetto dal duca d’Artois. Allora era ormai molto anziano, ma da giovane era stato un uomo galante, aveva vissuto a lungo nella Corte reale e si vantava anche di essere andato a letto con le regine. Dopo il banchetto di gala ci furono i balli. Un giovane attirava l’attenzione degli altri parlando in italiano di San Pietro, di Tivoli, del Vesuvio. Il divertimento offrì ad Emma l’occasione per  fare un ballo galeotto con un giovane Visconte. La coppia ballava bene, in maniera leggera, elegante flessuosa tale da suscitare molte fantasticherie galanti (prurigineuses) nella fervida mente della giovane donna. Ella sognava di poter fare un giorno una vita surreale in un ambiente di lusso, di nobiltà e di benessere, magari a Parigi. Elle avait envie de faire des voiages ou de returner vivre a son couvant, dove aveva vissuto da ragazza e dove aveva ricevuto la sua prima educazione dalle suore. Era una donna volitiva dalla psicologia complessa, talvolta ambivalente, che voleva e non voleva, nello stesso tempo, la stessa cosa. Scrive Flaubert: En effet elle southait à la fois mourir e habiter Paris. Per tutte le contraddizioni del suo carattere, Emma diventava sempre più difficile e capricciosa (devenait difficile, capricieuse). Alla fine di febbraio il padre andò a trovare gli sposi. Rouault apporta lui mëme a son gendre un dinde superbe  (un bel tacchino) pour le remercier de sa guérison et resta trois jours (loro ospite) a Tostes.

Ai primi di marzo i coniugi Bovary, dopo quattro anni di soggiorno in questa località, lasciano Tostes e si trasferiscono a Yonville l’Abbaye près del l’arrondissament de Neufchâtel. Le 19 ventöse, an XI (secondo il calendario della Rivoluzione 19/2-20/3), contemplando il panorama che si offriva allo sguardo dalla nuova sede, Emma esclamò: “L’esprit vague plus librement sur cette étandue sans limites, don’t la contemplation vous élève l’âme et donne des idée d’infini, l’ideal”.

Al battesimo della loro figlia Berthe, scrive l’autore “M. Leon chanta une barcarole, Mme Bovary mère, qui etait la marraine, une romance du temps de l’Empire; enfin M. Bovary père exigea que l’on descendït l’enfant et se mit à baptiser avec un verre de champagne qu’il lui versait de haut sur la tëte. Cette dérision du prèmier des sacrements indigna l’abbé Bournisien; le père Bovary repondit par une citation de la Guerre des dieux, le curé voulut partir, les dames suppliaient; Homais s’interposa; et l’on parvint à faire rasseoir l’ecclesiastique”.

Ma il comportamento di Emma era per molti versi sorprendente. “Elle était si triste e si calme, si douce à la fois et réservée, que l’on se sentait près d’elle pris par un charme glacial, comme l’on frissonne (freme) dans les èglises sous le parfum des fleurs mélé au froid des marbre … C’est une femme de grands moyens … disait quelquin … Les bourgeoises  admiraient son économie, le clients sa politesse, les pauvres sa charité ….. Cette robe au plis droits cachait un coeur bouleversé, e ses lèvres si poudiques n’en racontaient pas  la tourmente. Elle etait amoureuse de Leon (le clerc) et elle recherchait la solitude, afin de pouvoir plus à l’aise se délecter en son image.

E poi l’autore continua:  La mediocrité domestique la poussait à des fantasies luxueuses, la tendresse matrimoniale en des désires adultères. Elle aurait volou que Charles la battit pour pouvoir plus justemente le détester, s’en venger (vendicarsi) … Elle avait degoût de cette hypocrisie. Des tentations la prenaient de s’enfuir avec Leon (il seminarista) quelque part, bien loin, pour essayer une destinée nouvelle; mais aussitôt il s’ouvrait dans son âme un gouffre vague, plein d’obscurité. Elle restait brisée , heletante, inerte, sanglotant (singhiozzante) à voix basse e avec des larmes qui coulaient …. Son mal, à ce qu’il parait, etait une manière de brouillard (nebbia) qu’elle avait dans la tëte e le medicins n’y pouvent rien, ni la curé non plus … Puis, après son mariage, ça lui a passaé, dit-on. “Mais, moi, reprenait Emma, c’est après le mariage que ça m’est venu!”.

M. Lèon allait à la ville toutes le semaines, à peu près. Dans quel but? Quoi faire? Homais (il farmacista) supçonnait là-dessous quelques histoire de jeune home, un intrigue. Mais il se trompait: Léon ne poursuivait acune amourette. Plus que jamais il etait triste. Dopo che Léon era partito, Emma sentì un grande vuoto dentro di sé e le venne la voglia di studiare l’italiano, di andare a Parigi. Mme Bovary mère prit parti contre Emma. “A quoi elle s’occupe? A lire des romans, de mauvais livres, des ouvrages qui sont contre la religion e dans lesaquelles on se moque des prêtres par des discours tirés de Voltaire.

Intanto, nel suo ménage sentimentale, compare un giovane di 34 anni, M. Rodolphe Boulanger. Il etait de temperament brutal e d’intelligence perspicace, ayant beaucoup frequenté les femmes qu’il connessait bien. Celle-là lui parut jolie; il y revait donc et, à son mari, il disait: Moi, je les crois très bête. Elle bâille après l’amour comme une carpe après l’eau sur une table de cuisine. Avec trois mots del galanterie, cela vous adorerait, j’en suis sûr!

Rodolfo sottopone Emma all’azione martellante del suo spudorato corteggiamento. Fanno insieme una passeggiata a cavallo nel bosco, che poi si sarebbe rivelata quella fatale, perché durante il suo svolgimento Rodolphe fa la sua professione d’amore. Ed ella, nella scontentezza della vita e nella debolezza della carne, si abbandona al corteggiamento del suo seduttore. Al rientro a casa mentisce al marito. Poi, per giustificare a se stessa prima ancora che agli altri il motivo della sua caduta, si costruisce un alibi psicologico tutto suo, rappresentandosi come la vittima sacrificale di un modello etico e comportamentale erroneo ed ipocrita. In pratica, se ella ha peccato, la colpa non è sua, ma degli altri, della società, della sua condizione esistenziale.

Così Emma, nel delirio della sua passione, si scopre adultera come tante altre donne famose e intraprendenti, personaggi dei libri, protagoniste di romanzi, che ella aveva sempre invidiato. Perciò, anziché sentire il peso del rimorso per il tradimento del vincolo coniugale, prova la soddisfazione della vendetta per condizione che la teneva prigioniera di un’assurda convenzione sociale. L’autore scrive al riguardo: “Elle éprouvait une satisfaction de vengeance. N’avaiti-elle pas assez souffert! Mais elle trionphait maintenant e l’amour, si longtemps contenu, jaillassait tout entier avec des bouillonnement joyeux. Elle savourait sans remords, sans inquiétude, sans trouble”. Dopo la prima caduta, Emma entrò nel turbinio del piacere clandestino, fece l’abitudine a condurre una doppia vita e tornava ai convegni amorosi anche con una certa impudenza. Quando Carlo usciva di casa presto, anche prima dell’alba, per andare a visitare i suoi pazienti, Emma si alzava furtiva e andava à La Houette, da Rodolphe per consumare il suo peccato giornaliero. La frequentazione era diventata così intensa e così paradossale che incominciò a preoccupare lo stesso amante per la sua imprudenza.

Una volta, mentre rientrava a casa alle prime luci dell’alba, incappò contro le canne del fucile di M. Binet, l’esattore, appostato nella sua posta di caccia di frodo alle anatre selvatiche (les canards) che vivevano annidate nelle giuncaie lungo le sponde del fiume. Egli, benché per suo dovere istituzionale fosse preposto alla tutela della legge, era il primo che violava le norme che egli stesso avrebbe dovuto tutelare. Ma, a parte lo spavento ch’ella si era presa da sola e il rimprovero di Benet per quello che poteva succedere per la sua imprudenza;  non tanto di questo si preoccupava Emma, quanto del fatto di essere stata scoperta a quell’ora trafelata di rientro da un convegno clandestino. Per sviare le cose raccontò una patetica quanto inutile bugia, dicendo di essere di rientro dalla casa della balia della figlia. Ciò nonostante ad Yonville tutti sapessero che la bambina non era più dalla balia da tanto tempo, ma era tenuta a casa dalla domestica Félicité. Ma il motivo più grave della sua preoccupazione era la consapevolezza del fatto che Binet era uno di quelli che non sapeva tenere la bocca chiusa, non riusciva a mantenere il segreto.

Il rapporto tra lo Sviluppo Neurofisiologico e l’Apprendimento Scolastico

Posted By Felice Moro on maggio 15th, 2010

La relazione esistente tra lo sviluppo mentale conseguito per evoluzione naturale e l’istruzione scolastica è una tematica psicopedagogica interessante, molto dibattuta negli ultimi decenni tra gli specialisti della materia.

Una volta si pensava che tra lo sviluppo derivante dalla maturazione neurofisiologica degli organi e l’apprendimento scolastico non ci fosse alcun rapporto diretto. Tutto al più si ammetteva un semplice nesso temporale di causa ed effetto nel senso che prima doveva avvenire il processo di maturazione degli organi preposti all’apprendimento in rapporto all’età e allo sviluppo psicofisico. Il discorso era riferito al percorso di maturazione fisiologica dei grandi neuroni delle aree corticali del cervello e al connesso processo di mielinizzazione delle fibre nervose deputate alla conduzione degli impulsi in rete, dalla corteccia cerebrale ai nuclei sottocorticali e agli altri distretti del sistema nervoso centrale.

Compiuta questa prima tappa del processo evolutivo, si riteneva che il bambino fosse pronto per ricevere i doni dell’istruzione. Normalmente, da quando nel sistema scolastico italiano fu introdotto il principio dell’obbligatorietà della frequenza oltre centocinquanta anni fa, a sei anni scattava l’obbligo scolastico per cui, a partire da tale età, il bambino doveva essere a scuola per apprendere l’istruzione formale che gli  consentiva d’imparare a leggere, a scrivere e a  far di conto.

Ancora oggi i tempi fisiologici e legali sono quelli e l’età di sei anni segna l’inizio della prima tappa del lavoro dedicato all’alfabetizzazione strumentale; dopo di che si passa gradualmente e progressivamente alla seconda fase, quella dell’alfabetizzazione culturale. Naturalmente questa è la fase più lunga, più complessa e più delicata, che dura almeno un triennio nella scuola primaria e si prolunga durante la frequenza della scuola secondaria. E’ una fase molto importante perché imposta la conoscenza dei saperi e l’apprendimento ordinato e sistematico di tutti gli alfabeti verbali, figurativi, scientifici e tecnologici necessari affinché il bambino possa comprendere, leggere e orientarsi nella complessa realtà della vita moderna.

Il pregiudizio pedagogico e culturale del passato (che in parte resiste ancora)  è quello secondo cui i due processi, maturazione e apprendimento, sono due funzioni separate sia in senso strutturale che funzionale, ancorché a una certa età vengano a giustapporsi tra di loro, stabilendo così complessi circuiti di reciprocità funzionale. E se qualcuno si accontenta della prima condizione dello sviluppo, come d’altronde l’umanità aveva fatto per secoli e millenni; qualche altro non si accontenta più dello sviluppo bio-fisiologico regolato da una scansione naturale e, se ha i mezzi e la consapevolezza dei benefici che ne derivano, cerca di cogliere anche i frutti dell’istruzione con la speranza di procacciarsi un avvenire migliore per e per i propri figli.

Comunque la convinzione generale di una parte dell’opinione pubblica resta sempre quella secondo cui l’educazione è una cosa in più, un’aggiunta non necessaria alla vita, una sovrastruttura possibile da realizzare soltanto sopra la struttura dello sviluppo. La teoria poggia sul presupposto che ogni forma d’istruzione o di conoscenza richiede un certo grado di maturità neurofisiologica degli organi per poter compiere determinate funzioni sul piano astratto e simbolico. Non si può forzare la natura per tentare d’insegnare al bambino a leggere e a scrivere prima del tempo o della sua maturazione psicofisica. In questa prospettiva l’istruzione non può che essere una  variabile dipendente dallo sviluppo cui resta subordinata. Lo sviluppo deve completare i suoi standard evolutivi prima che l’istruzione possa incominciare il suo corso.

In un certo qual modo anche la tassonomia dello sviluppo di Piaget è ispirata alla filosofia della prevalenza dello sviluppo sull’apprendimento. Infatti egli ritiene che il pensiero del bambino, nel suo percorso evolutivo, passi attraverso fasi e stadi indipendentemente dall’istruzione che riceve o può non ricevere, ma che rimane sempre come un fattore a parte.

Il comportamentismo costruisce le sue teorie della conoscenza sulla base del principio strutturale dello stimolo/risposta. Autori come James e Thorndike spiegano lo sviluppo intellettuale del bambino come una variabile dipendente dal graduale accumularsi dei riflessi condizionati. Cioè vedono lo sviluppo allo stesso modo in cui vedono l’apprendimento. Ma se il processo di sviluppo dovesse coincidere con quello dell’istruzione i loro prodotti diventerebbero identici e perciò l’istruzione diventerebbe sinonimo di sviluppo e viceversa. Il che appare la logica conseguenza di un ragionamento assai poco condivisibile.

La Psicologia della Gestalt con Koffka afferma che qualsiasi sviluppo presenta due aspetti: la maturazione e l’apprendimento; e rifacendosi all’aforisma dell’evoluzionista Lamark secondo cui “la funzione crea l’organo” dimostra che la maturazione di un organo dipende dal suo funzionamento e migliora durante l’apprendimento, l’esercizio e la pratica. Così che questa scuola assegna all’istruzione una funzione strutturale di primaria importanza. E la struttura, una volta formatasi in un campo, ha una sua funzione autonoma per cui può essere trasferita ad altri campi e utilizzata in altri contesti operativi. In questi casi viene a costituirsi l’abilità del transfert, cioè la capacità di trasferire le abilità conseguite in un campo ad altro campo dell’umano esperire.

J. S. Bruner ha fatto della struttura e del transfert le chiavi di volta delle sue teorie psicopedagogiche sull’apprendimento, che hanno dominato le scelte educative dei sistemi scolastici americani ed europei nella seconda metà del Novecento. Ma, già prima di lui, gli psicologi della Gestalt theory avevano dimostrato che l’istruzione data al bambino in un settore può trasformare e potenziare altri settori delle sue mappe cognitive, della sua esperienza, del suo pensiero. Se le cose stanno così, si può logicamente dedurre il fatto che l’istruzione non deve sempre e necessariamente aspettare la maturazione, ma in certi casi, deve precederla o guidarla. Sotto certi aspetti questa teoria ci riporta all’antico concetto dell’istruzione formale di Herbart e al ruolo assegnato alla cultura umanistica, correnti di pensiero che in Italia hanno avuto un importante riscontro applicativo nella Riforma scolastica fatta da Giovanni Gentile  nel 1923. Infatti in quella Riforma le materie classiche come il greco, il latino e la filosofia offrivano le opportunità di addestramento e di formazione delle giovani menti e pertanto costituivano la spina dorsale dei curricoli scolastici. Gli oppositori furono molti, in modo particolare i Comportamentisti, che fecero di tutto per scardinare gli effetti formativi dell’istruzione formale, soprattutto nei settori della lingua e della matematica che hanno il potere di creare un’incidenza profonda a livello di concetti complessi, quali l’astrazione, la memoria, il ragionamento, l’autocontrollo.

Nella polemica su questo dibattito si inserisce la ricerca di Vygotsky, dei suoi collaboratori, Luria e Leontiev, e degli altri componenti dell’equipe della Scuola Storico-culturale di Mosca, che riafferma a chiare lettere i vantaggi formativi dell’istruzione formale, specialmente della lingua e della matematica. Nell’ambito della lingua, in modo particolare, essa riafferma la valenza fortemente formativa della grammatica.

A questo riguardo Vigotsky scrive: La grammatica sembra avere poca importanza nell’uso pratico. Al contrario di altre materie scolastiche, non sembra dare al bambino nuove capacità. Egli coniuga e declina prima di entrare a scuola. E’ stato pure suggerito di sopprimere nella scuola l’insegnamento della grammatica. Possiamo solo rispondere che le nostre analisi hanno dimostrato che lo studio della grammatica è di fondamentale importanza per lo sviluppo mentale del bambino.

Quest’affermazione dovrebbe far riflettere molti tra gli addetti ai lavori: teorici dell’educazione, insegnanti, Capi d’Istituto e genitori.

Da parecchi decenni nella scuola italiana (e non solo), è invalsa “l’ira funesta” dei detrattori della grammatica. Sono state fatte affermazioni gratuite non rispondenti ai veri bisogni del bambino in situazione di apprendimento, quali:

-          Una materia arida, formata da regole e schemi astratti, il cui studio costa sforzo e fatica inutili perché non servono per un migliore apprendimento della lingua!;

-          la grammatica comporta l’apprendimento di regole formali astratte, ma la lingua è una cosa viva che si apprende in modo naturale dalla comunicazione orale e dall’uso pratico del linguaggio verbale nella conversazione, la lettura, la narrazione, il dialogo e nei contesti di vita pratica frequentati dal bambino.

Questo modo qualunquistico e distorto di pensare e di ragionare sta dando, purtroppo, i cattivi frutti dell’ignoranza e della diseducazione di intere generazioni, specialmente di quelle che appartengono alle frange più deboli della società, che non hanno avuto un valido supporto nella famiglia di appartenenza. Il linguaggio parlato da molti giovani in casa, tra gli amici e nella società se non anche dentro le istituzioni scolastiche, è spesso di basso profilo, scorretto nella forma grammaticale e sintattica, incompleto nelle parti strutturali (soggetto e predicato) povero nelle espansioni (complementi ed attributi), scialbo o anche troppo prosaico se non scurrile, nei contenuti.

Quando poi si passa dal linguaggio orale al linguaggio scritto la situazione peggiora notevolmente, sia nella forma (ortografia, grammatica, sintassi, periodo) sia nei contenuti che comportano astrazione, riflessione, pregnanza di idee e coerenza concettuale nelle argomentazioni.

Se poi è vero il teorema secondo cui il linguaggio è strumento del pensiero, figuriamoci quale strutturazione di idee, di pensieri e di concetti ne derivi a livello profondo dall’interiorizzazione di un linguaggio scorretto nella forma, deficitario nel lessico, approssimativo nei contenuti!

La scuola è l’istituzione appositamente deputata per compiere il processo d’insegnamento/apprendimento della lingua in maniera scientificamente corretta. Ma spesso si trova impotente ad intervenire in maniera efficace o resta complice involontaria delle mode linguistiche spontaneistiche o licenziose della sua utenza debole; e gli alunni appartenenti a questa fascia di utenza, spesso sono portatori di deficit cumulativi di apprendimento, che prima o poi portano all’insuccesso scolastico. Spesso gli stessi addetti ai lavori (insegnanti e altri operatori scolastici) restano allibiti e smarriti davanti all’impotenza dell’istituzione per invertire il cattivo andazzo degli alunni nello studio e nell’uso della lingua. Talvolta cercano di correre ai ripari con progetti e  interventi straordinari che potenziano l’offerta formativa per tentare di arginare i fenomeni negativi che causano dispersione scolastica. A fine anno scolastico si grida allo scandalo per la falcidia dei bocciati determinata, si dice, dall’applicazione dei Decreti del ministro Gelmini. L’Università sta progressivamente reintroducendo il “numero chiuso” e procedendo a sottoporre gli studenti a test e a forme selettive di accesso agli studi superiori per scegliersi i giovani migliori, eliminare la zavorra dei pluri-ripetenti e per diminuire l’esercito dei fuori corso che appesantiscono le sue strutture, dequalificano la didattica e abbassano gli standard di qualità degli studi.

Le cause dello scarso impegno o dell’indolente rifiuto dei giovani allo studio sono molteplici, alcune delle quali riferibili alle scelte di politica scolastica sbagliata fatte da parte dei vari governi di turno; altre sono riferibili alla mancata collaborazione o alla distorta interferenza delle famiglie nel percorso educativo dei figli; altre ancora sono riferibili all’inefficienza dell’offerta formativa. Questa spesso non riesce a motivare adeguatamente gli alunni onde incidere in maniera determinante nel loro apprendimento e nel loro comportamento, che vengono spesso influenzati o fuorviati dalle superficiali mode esteriori (pigrizia, esibizionismo, miti sbagliati, influenze negative del gruppo dei pari).

Per invertire la situazione di degrado dell’istruzione che in certe scuole sta diventando un fenomeno allarmante, occorrerebbe rivedere molte cose di cui non si può fare l’inventario in questa sede. Tanto per incominciare si potrebbe intervenire in maniera decisa e robusta rivalutando i curricoli e i programmi della Lingua Italiana.

Bisognerebbe ridare più spazio temporale e maggiore incisività all’attività didattica  dell’insegnamento/apprendimento della Lingua, al cui centro si dovrebbe riproporre l’educazione linguistica. La grammatica dovrebbe riprendere il suo ruolo di guida normativa della lingua, il più importante patrimonio pubblico della società organizzata che ha un’influenza determinante nello sviluppo della privatissima sfera del pensiero e delle idee di ciascuno di noi. Se correttezza linguistica implica correttezza e ricchezza di pensiero e viceversa, vedete un po’ voi genitori e insegnanti che cosa volete fare dei vostri figli/alunni, oggi nella scuola, domani nella società globalizzata del terzo millennio.

La posta in gioco è importante per cui non rimane altro da fare che collaborare attivamente. E anche la più fattiva collaborazione tra scuola e famiglia corre il rischio di essere una forza troppo debole e  insufficiente per preparare i giovani ad affrontare adeguatamente le sfide epocali che li attendono nella società del futuro. Altro che ignorarsi reciprocamente …!

Altro che perdere tempo in chiacchiere inutili o, peggio ancora, alimentare sterili contrapposizioni polemiche che corrono il rischio di depotenziare il già difficile percorso educativo dei giovani!

ALCUNI FATTORI DELLA LINGUA:L’ONOMATOPEA E LA POESIA

Posted By Felice Moro on aprile 26th, 2010

ALCUNI FATTORI DELLA LINGUA: L’ONOMATOPEA E LA POESIA

L’0nomatopea è una figura retorica che riproduce il suono di una parola o imita in qualche modo i suoni o i rumori fisici degli oggetti, delle azioni o delle cose. Viene distinta un’onomatopea primaria da un’onomatopea secondaria.

L’onomatopea primaria imita direttamente i suoni e i rumori fisici della natura, degli animali e delle cose; così abbiamo il cip, cip del canto degli uccellini;  il glu, glu, glu del gorgoglio dell’acqua che scorre nel ruscello; il miao miao del verso del gatto; il din don del suono delle campane; il fru fru dei frulli d’ala improvvisati dagli uccelli;  lo splish splesh splash che riproduce l’impatto dei corpi sulle superfici liquide; e via di seguito.

L’onomatopea secondaria, con il suono della parola, imita direttamente l’oggetto rappresentato dal segno linguistico; così abbiamo le parole sferragliare, borbottio, fruscio, gorgogliare, gracchiare, nelle quali il simbolismo fonico delle parole suscita l’immagine mentale delle corrispondenti azioni : lo sbattere del ferro contro ferro, il fastidioso e insistente parlare sottovoce, il brontolio dell’acqua che scorre sulla gora e così via.

In fondo essa è formata dalla trascrizione fonica di un suono o di un rumore che viene codificato con i fonemi del sistema linguistico. E’ una figura linguistica che si incontra frequentemente sia nel linguaggio comune che in quello artistico, soprattutto in quello poetico.

Nella poesia essa consente la produzione o l’accostamento di certi suoni che concorrono  a creare le immagini o le situazioni o a evocare le figure che il poeta intende rappresentare artisticamente. Così, per esempio, in un passaggio del Carme ai Sepolcri, rappresentando l’orrido scenario della famosa Battaglia di Maratona, Ugo Foscolo scrive:

Il navigante che …..vedea per l’ampia oscurità scintille/balenar d’elmi di cozzanti brandi/fumar le pire igneo vapor, corrusche/d’armi ferree vedea larve guerriere/ cercar la pugna; all’orror dei notturni/ silenzi si spandea lungo nei campi/di falangi un tumulto e un suon di tube/e un incalzar di cavalli accorrenti/scalpitanti sugli elmi ai moribondi,/e pianto ed inni e delle Parche il canto.

In questo passaggio emerge il gusto dell’orrido che il Foscolo derivava dalla cosiddetta poesia sepolcrale del Romanticismo inglese e in particolare dai Poemetti di Ossian. La drammaticità della scena emerge dal quadro del simbolismo sonoro prodotto dal gioco dei fonemi forti rappresentati dalla “r” che, combinati con eccezionale maestria poetica con quelli bui della “u”, riproducono in crescendo gli effetti drammatici dei clamori della scena di distruzione e di morte della guerra. Poi il tragico pianto dei moribondi e il cupo canto delle Parche, due simboli sonori, tragici e cupi, che pongono fine alla drammatica battaglia artisticamente immortalata da questi versi foscoliani.

LA POESIA

L’onomatopea è una figura retorica comunemente sfruttata nella poesia di tutti i tempi, dai rimatori della poesia cortese provenzale e toscana del Trecento ai poeti ermetici che si sono affermati negli anni ’20 e ’30 del XX secolo.

Essi incentrano la loro poetica su pochi dati essenziale, riducono o aboliscono l’uso delle punteggiatura e creano componimenti poetici molto brevi, talvolta anche di pochi versi, nei quali esprimono le loro emozioni e raccontano la loro verità. Essi si rifanno al  decadentismo francese di autori come Mallarmé, Rimbaud e Verlaine. Il caposcuola è Giuseppe Ungaretti, ma del gruppo fanno parte tanti altri autori, tra i quali, E. Montale, S. Quasimodo, A. Onofri.  E’ un gruppo di poeti ed intellettuali che rifiutano ogni compromesso con la cultura dominante dell’Era Fascista; in compenso si concentrano nell’ideale di una poesia pura, aulica nella forma, chiusa nello stile e libera da ogni condizionamento politico e da ogni finalità pratica o didascalica. Il tema centrale  intorno a cui ruota questa poetica eccentrica è il senso di disperata solitudine in cui si dibatte l’uomo moderno. Le vicende storiche degli ultimi tempi, tra cui la guerra e la dittatura, l’hanno reso orfano degli antichi valori romantici: la fede, la speranza, la giustizia, la libertà e l’amore universale tra gli uomini.  Egli è rimasto senza certezze, senza punti di riferimento, solo al centro dell’universo con la sua angoscia esistenziale. Perciò egli vive l’esperienza di un mondo ferito, umiliato e incomprensibile. Ha una visione pessimistica della vita e il suo disilluso stato d’animo si riflette nella poesia fatta d’impressioni fugaci, di ripiegamenti interiori, di toni dimessi con l’uso di un linguaggio ricercato denso di immagini simboliche fortemente evocative.

Si potrebbe continuare a lungo nell’elencazione delle caratteristiche di questa estetica solitaria, ma ciò che interessa mettere in evidenza in questa sede è l’aspetto dei suoi rapporti con la Lingua Nazionale. Ebbene, a questo riguardo è opportuno chiarire subito che autori come Ungaretti, Montale, Quasimodo, Lenzi, Onofri, Zanzotto, vivendo ripiegati su se stessi a considerare la poesia come un esercizio estetico dei moti della propria coscienza, non danno un contributo apprezzabile al patrimonio spirituale della Lingua Italiana. Infatti la loro influenza sulla Lingua, rapportata al grande contributo dato dagli autori del Trecento (Dante, Petrarca e Boccaccio) o a quelli dell’Ottocento (Foscolo, Manzoni, Leopardi, Carducci, Pascoli, D’Annunzio), è stata veramente poca e di trascurabile importanza.

Altre correnti letterarie hanno avuto ben altra incidenza  sul problema Lingua. Leopardi, per esempio, è stato uno di quelli che hanno dato il contributo più grande e più originale allo sviluppo articolato della Lingua Italiana; e non soltanto nei settori della poesia e della linguistica, ma anche in quelli della filosofia, della scienza e dell’esperienza della vita quotidiana. In linguistica distingue la differenza tra la Lingua della prosa, molto vicina alla Lingua parlata dalla gente nella vita quotidiana,  e la Lingua della poesia che deve restare  come un frutto particolare dell’esperienza personale dell’artista, dei sentimenti e delle emozioni che prova ciascuno di noi. Infatti le parole della poesia, ben diverse dalle parole spietate e fredde della Scienza, sono fortemente evocative. Inoltre il Poeta di Recanati si sforza per attuare una sintesi tra la Lingua aulica dei poeti e dei letterati e la Lingua quotidiana parlata dal popolo. Egli compie grandi sforzi per recuperare la poetica del Petrarca, che lancia sul mercato delle idee per fungere da volano alle esperienze letterarie successive dell’Ottocento e del Novecento.

Il Manzoni è un sostenitore della tesi secondo cui la Lingua Italiana deve perseguire l’obiettivo del perfezionamento strutturale e glottologico rifacendosi al modello originario della limpida parlata fiorentina. Per perseguire quest’obiettivo aveva sentito il bisogno di recarsi a Firenze “per sciacquare i panni in Arno”.

Il Carducci, pur essendo un toscano doc orgoglioso della sua lingua che dalla bocca della nonna Lucia  faceva fluire “canora col mesto accento della Versilia che nel cuor (gli) sta , come quella in un sirventese del Trecento piena di forza e di soavità …” la pensava diversamente. Egli, nelle due raccolte, Odi Barbare e Rime e Ritmi, propugnava l’adozione di un modello linguistico e compositivo ispirato ai modelli classici e informato agli antichi canoni con un periodare solenne e aulico. Infatti si rivolse all’antichità classica, greca e latina, con l’intento di recuperare miti e ritmi, schemi metrici e compositivi.

D’Annunzio adotta una Lingua che gli consenta di esprimere e di rappresentare artisticamente il suo edonismo vitalistico che contraddice il positivismo scientifico e filosofico, che lo aveva preceduto. Cura una precisa scelta dei vocaboli che recupera dalla storia e un’intensa musicalità del verso, della strofa e del periodo,  che gli consentono di creare un clima di particolare suspense idilliaca.