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Scritto Da Felice Moro il giorno 08 Gen 2009

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L’articolo è incentrato sulla storia, struttura e funzioni della Comunicazione. La comunicazione è una relazione che si stabilisce tra due o più … (Clicca sul titolo per continuare a leggere l’articolo)

 

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La lettera di San Paolo agli Efesini

Posted By Felice Moro on Giugno 6th, 2021

La lettera di San Paolo agli Efesini

Introduzione

Negli ultimi tempi la Lettera di San Paolo agli Efesini è al centro di dibattiti e discussioni contrastanti tra i teologi e gli esegeti dell’epistolario paolino, circa l’autenticità dei destinatari (gli Efesini) per questioni non di poco conto. Ciò che è messa in discussione è la locuzione “ai santi che sono in Efeso” che non compariva nel testo originale, mentre è comparsa in alcuni codici meno antichi, forse datale da alcuni amanuensi nel tentativo di dare un destinatario preciso alla lettera. Infatti, nell’indirizzo del testo originale è scritto semplicemente “Paolo Apostolo in Cristo Gesù per volontà di Dio, ai santi fedeli in Gesù Cristo” (Ef1-2).

Non sono nominati, né gli Efesini, né altri destinatari specifici, identificabili attraverso le normali coordinate di nome, di luogo e di tempo. Generalmente, nella parte finale delle sue lettere, Paolo manda i saluti agli amici più stretti, che hanno collaborato con lui nell’impegno missionario, mentre la finale di Efesini non riporta saluti per alcuno. Vi è poi un contrasto netto di contenuto, di metodo e di approccio relazionale dell’Apostolo ai suoi fedeli. In Efesini i concetti fondamentali sono molto elaborati e di alta levatura teologica e dottrinale: il progetto di Dio sulla creazione, Dio che ha stabilito l’elezione dell’uomo già prima della creazione del mondo, il disegno salvifico incentrato sulla rivelazione, il sacrificio di Gesù Cristo per la redenzione dell’uomo dal peccato originale, la figura del  corpo mistico di Cristo nella chiesa, formato da Giudei e Pagani, finalmente riuniti insieme, rappacificati ed eletti entrambi i popoli nell’unità della fede, sono tutti concetti più elaborati e meglio definiti, nella forma, nella portata concettuale e nel lessico, di quanto non lo siano le strutture concettuali parallele delle altre lettere apostoliche. Sul metodo poi, questo documento, messo in parallelo con gli altri scritti, presenta differenze di linguaggio e di rapporto relazionale tra l’Apostolo e i suoi fedeli. Anche a una semplice lettura, chiunque coglie i diversi atteggiamenti tra i dialoghi serrati, caldi ed emotivamente coinvolgenti, che Paolo stabilisce con gli interlocutori delle altre lettere (Filippesi, Tessalonicesi, Corinzi, ecc.) e l’asetticità emotiva, la mancanza (o l’omissione) di ricordi o di esperienze comuni fatte con negli Efesini, l’assenza d’indicazioni sull’identità dei destinatari, Efesini o altri. Questo contrasto diventa ancora più significativo, se si tiene conto del fatto che Paolo, precedentemente, per quello che sappiamo dagli Atti degli Apostoli, aveva soggiornato a Efeso per un periodo di tempo di almeno tre anni, tempo più che sufficiente per crearsi solide amicizie, di cui non rimane alcuna traccia nella lettera di cui trattasi. La tradizione, a cominciare dall’interpretazione che ne diedero i Padri della Chiesa e fino agli studi di teologia dei secoli recenti, tutti gli studiosi hanno sempre attribuito alla lettera la destinazione Efeso. La macroscopica discrasia, dell’assenza di riferimenti specifici di quest’epistola e l’abbondanza di riferimenti autentici contenuti nelle altre lettere, hanno fatto scattare i dubbi nei commentatori dell’Ottocento. Da allora in poi, la maggior parte degli studiosi sostiene la tesi, secondo cui, lo scritto sarebbe stato il testo di una lettera circolare, mandata in copia a tutte le chiese dell’Asia Proconsolare, tra le quali anche a quella di Efeso. Lo spazio per l’indirizzo sarebbe stato lasciato in bianco, dove, di volta in volta, il latore della missiva, il messaggero Tichico, avrebbe aggiunto il recapito di destinazione specifica.

Il carattere generico, distaccato e impersonale, il contenuto teologico elevato, la forma linguistico-lessicale elaborata, l’insicura tradizione scritta ed altri elementi vari, fanno propendere per la tesi, secondo cui, la lettera sarebbe nata come circolare. Il fatto che la tradizione le abbia attribuito, come destinatari, gli Efesini dipenderebbe, o dall’indicazione imprecisa dei testi meno recenti e/o anche dall’indicazione del luogo in cui è finito il documento in origine. Infatti, esso è stato conservato a Efeso e lì è stato ritrovato quando, intorno al 125 d.C., iniziò la raccolta organica degli scritti paolini.

La lettera agli Efesini e la lettera ai Colossesi presentano molte affinità di linguaggio e di forma; i contenuti teologici di entrambe molto elevati denunciano il fatto che le due lettere sono frutto dell’età matura dell’Apostolo; probabilmente sono state scritte nello stesso periodo storico, magari durante la prigionia dell’Apostolo a Roma, negli anni 62/63 d. C.-

Tuttavia, occorre pur precisare che, nonostante le molte similitudini concettuali e formali che le collegano, le due lettere hanno fisionomie autonome e abbastanza diverse tra di loro; in modo particolare l’epistola agli Efesini ha un’architettura concettuale, formale e linguistica distinta, del tutto indipendente e a sé stante, rispetto a tutte le altre lettere della produzione paolina. La sua lettura trasporta il lettore nella mistica atmosfera spirituale che nutriva l’Apostolo verso la fine della sua esistenza terrena.

Indirizzo

“Paolo, apostolo di Cristo Gesù per volontà di Dio, ai santi fedeli in Cristo Gesù. Grazia e pace a voi da Dio, nostro Padre, e dal Signore Gesù Cristo” (1-2)

Capitolo Primo

L’ammirabile piano salvifico di Dio

Nel primo capitolo l’Apostolo esordisce con un lungo discorso su un complesso brano di eucologia (aspetto dogmatico, mistico e liturgico insieme della preghiera): “Benedetto Dio e Padre del Signore nostro Gesù Cristo, il quale nei cieli ci ha colmati di ogni sorta di benedizione spirituale in Cristo. Egli ci elesse in lui prima della creazione del mondo, perché fossimo santi e irreprensibili davanti a lui, predestinandoci, con amore, ad essere suoi figli adottivi tramite Gesù Cristo, secondo il benevolo disegno della sua volontà, a lode e splendore della sua grazia, il quale ci ha gratificati nel Diletto. In lui, mediante il suo sangue, otteniamo la redenzione, il perdono dei peccati, secondo la ricchezza della sua grazia, che si è generosamente riversata in noi con ogni sorta di sapienza e intelligenza. Egli ci ha manifestato il mistero della sua volontà, secondo il benevolo disegno che aveva in lui formato, per realizzarlo nella pienezza dei tempi: accentrare nel Cristo tutti gli esseri, quelli celesti e quelli terrestri. In lui siamo stati scelti, essendo stati predestinati secondo il disegno di colui che tutto compie in conformità del suo volere, ad essere, a lode della sua gloria, noi (Giudei) i primi, che hanno sperato in Cristo. In lui anche voi (Pagani), dopo aver udito la parola della verità, il Vangelo della vostra salvezza, avendo anche creduto in lui, siete stati contrassegnati con lo Spirito Santo che fu promesso; questo è l’anticipo della nostra eredità, per il riscatto della sua proprietà, a lode della sua gloria” (3-14).

In questo magnifico discorso, teologico e spirituale insieme, l’Apostolo fa un lungo elenco dei doni umani e spirituali, che l’uomo ha ricevuti da Dio: il progetto di salvezza, la predestinazione dell’elezione a figli adottivi fin dalla creazione del mondo, il dono della grazia, il perdono dei peccati, l’iniziazione al mistero salvifico con l’opera di redenzione operata da Gesù Cristo, l’ordine all’elezione a figli, i Giudei prima, i Gentili poi; entrambi i popoli sono stati confermati dallo Spirito Santo, come legittimi eredi dell’escatologia nella vita futura. L’Autore trasporta il credente sul piano celeste e ivi lo trattine per tutta la durata della narrazione epistolare.

Per una più vasta conoscenza del mistero

L’ Apostolo, avendo sentito parlare della grande fede che i destinatari hanno in Cristo e del loro amore per i santi, eleva, per loro, continui ringraziamenti nelle sue preghiere, “affinché il Dio del Signore nostro Gesù Cristo, il Padre della gloria, vi doni uno spirito di sapienza e di rivelazione per meglio conoscerlo. Egli vi illumini gli occhi della mente, perché possiate comprendere quale è la speranza della sua chiamata, quale la ricchezza della sua gloriosa eredità tra i santi e quale straordinaria grandezza della sua potenza verso di noi che crediamo, come attesta l’efficacia della sua forza irresistibile, che dispiegò nel Cristo, risuscitandolo dai morti e insediandolo alla sua destra nella sommità dei cieli, al di sopra di ogni Principio, Autorità, Potenze, Signoria e di ogni altro nome che viene nominato, non solo in questo secolo, ma anche in quello avvenire.   Ha disposto tutto ai suoi piedi e lo ha costituito, sopra tutto capo della Chiesa, che è il suo corpo, la pienezza di lui che tutto, sotto ogni aspetto, riempie” (15-23). (La prolissità del periodare e alcune asincronie formali non devono stupire, pensando al fatto che la lettera è stata dettata da un uomo di cultura ebraica, che si esprime in lingua greco-ellenistica ed è stata scritta da un ignoto amanuense). Se la destinazione specifica della lettera fosse stata Efeso, sarebbe sorprendente il modo di esprimersi dell’Autore in questo passaggio, dove i destinatari sembrano degli esimi sconosciuti, mentre sappiamo bene dagli Atti degli Apostoli(19-20), che precedentemente Paolo soggiornò a lungo a Efeso, per cui gli efesini non sarebbero stati persone a lui sconosciute.

Capitolo Secondo

La salvezza per grazia

L’Apostolo riprende l’intenso discorso diretto con i pagani convertiti, destinataridella lettera:

E voi (ex-Gentili) ch’eravate morti in seguito ai vostri traviamenti e ai vostri peccati, nei quali una volta vivevate secondo lo spirito di questo mondo, secondo il principe del regno dell’aria (Satana), quello spirito che tuttora è all’opera tra gli uomini ribelli … Tra loro (Pagani) un tempo vivemmo noi tutti (ex-Giudei) presi dai desideri carnali, assecondando gli stimoli della carne e i suoi istinti ed eravamo, per naturale disposizione, come tutti gli altri, oggetto d’ira. Ma Dio, che è ricco di misericordia, per l’immenso amore con il quale ci ha amati, per quanto fossimo morti (nello spirito) in seguito ai traviamenti, ci ha fatto rivivere col Cristo — foste salvati gratuitamente! – e ci ha risuscitati e insediati nella sommità dei cieli in Cristo Gesù per dimostrare nei secoli futuri, con la sua bontà in Cristo Gesù verso di noi, la traboccante ricchezza della sua grazia. Infatti, per la grazia tramite la fede, siete salvi: – ciò non proviene da voi: è dono di Dio; – non dalle opere, perché nessuno se ne vanti. In realtà noi siamo sua opera, creati in Cristo Gesù per le opere buone, che Dio ha predisposto, perché le compiamo” (1-10).

Qui Paolo riflette sulle condizioni nelle quali versava l’intera umanità prima della redenzione. I Pagani, che non avevano leggi morali e anche i Giudei, che pure avevano la legge ma la trasgredivano regolarmente, cercavano di soddisfare gli impulsi sfrenati della carne; e lo facevano, non per perversione istintuale naturale, ma per l’incapacità di evitare la colpa. Pertanto, per colpa del peccato originale, dal punto di vista religioso, l’intera umanità era un’immensa massa di dannati, senza possibilità di scampo. Per sottrarre i figli di Adamo a questa condanna di morte spirituale senz’appello, Dio, nella sua infinita sapienza e misericordia, ha concepito il piano di salvezza, che poi ha attuato il suo figlio prediletto, Gesù Cristo, con il suo sacrificio sulla croce. Tutto il discorso dell’Apostolo esalta i fastigi della gloria celeste per le anime che Dio ha salvate, non per i loro meriti, ma per un suo dono gratuito.

Unità nel Cristo

Nella premessa fatta nell’eucologia iniziale, l’Apostolo aveva parlato della grandiosità e magnificenza del progetto salvifico di Dio per salvare l’uomo peccatore dalla sua condanna a morte eterna. Ora si rivolge nuovamente ai destinatari dell’epistola, efesini o chiunque altri che siano, ricordando loro quello che erano prima (dell’avvento di Cristo), quello che è accaduto (la redenzione portata da Gesù), quello che sono adesso (salvati). Al riguardo egli scrive testualmente: “Pertanto ricordate che un tempo voi, Gentili nella carne, chiamati incirconcisi da coloro che si dicono circoncisi per un’operazione subita nella carne,eravate in quel tempo senza Cristo, esclusi dal diritto di cittadinanza di Israele, stranieri all’alleanza promessa, senza speranza e senza Dio in questo mondo. Ora però voi, che un tempo eravate i lontani, in Cristo Gesù siete divenuti vicini, grazie al suo sangue sparso sulla croce. Egli, infatti, è la nostra pace (tra Pagani e Giudei), che ha fatto di due popoli uno solo, abbattendo il muro divisorio, annullando nella sua carne l’inimicizia, questa legge dei comandamenti con le sue prescrizioni, per formare, pacificandoli, dei due popoli un solo uomo nuovo (unico corpo umano dei credenti) e per riconciliare entrambi con Dio in un solo corpo mediante la croce (che produce l’effetto di fondere i due popoli in uno solo), dopo aver ucciso (eliminato) in se stesso l’inimicizia.

E venne per annunciare pace a voi, i lontani, e pace ai vicini, perché per suo mezzo, entrambi in un solo spirito (poco prima ha parlato di uniti in un solo corpo, adesso parla di uniti in un solo spirito) entrambi abbiamo libero accesso al Padre” (2, 11-18). Cristo qui si è fatto annunciatore di pace, sia ai Pagani, i lontani, sia ai i vicini, i Giudei, il popolo eletto; anche questi avevano bisogno di pacificazione, non solo con gli altri uomini, ma prima di tutto con Dio stesso, essendo essi peccatori come gli altri uomini. La nuova pace proclamata da Cristo è confermata dalla possibilità che hanno i due popoli, Giudei e Gentili, di accedere al Padre mediante lo spirito di Cristo glorioso. L’Autore continua il suo discorso affermando:

“Così, dunque, non siete più stranieri, né pellegrini, ma concittadini dei santi e familiari di Dio. Il vostro edificio ha per fondamento gli apostoli e i profeti, mentre Cristo stesso è la pietra angolare, sulla quale poggia tutta la costruzione in armoniosa disposizione e cresce come un tempio santo nel Signore, nella cui edificazione voi siete incorporati come dimora di Dio nello Spirito” (2, 19-22).

Così gli interlocutori destinatari della missiva, che prima erano Pagani e, come tali, estranei alla fede, ora, per opera dello Spirito Santo che agisce per mezzo del battesimo, sono diventati concittadini dei santi. Pertanto, uniti ai Giudei a formare un unico popolo misto dei credenti, sono diventati, anch’essi, la santa dimora di Dio, il nuovo corpo vivente della Chiesa nascente, paragonato a un solido edificio materiale, le cui fondamenta sono stati gli apostoli e i profeti (gli evangelisti) e la cui pietra angolare, chiave di volta dell’intero edificio, è Cristo stesso.

Su quest’imponente e armonioso edificio, che forma la chiesa militante sulla terra, sono incorporati gli Ebrei (Paolo, malgrado l’ostilità che essi hanno nei suoi confronti, ha sempre un occhio di riguardo per il suo popolo) e i Gentili convertiti; e quest’edificio è destinato alla crescita armoniosa e alla santificazione dei suoi membri.

Capitolo Terzo

Paolo, missionario del mistero di Dio

In questo brano, come in altri passaggi delle sue lettere, Paolo dichiara l’origine e la natura divina del suo ministero con il seguente discorso: “Per questo motivo (la frase si connette bene con il discorso precedente), io Paolo, prigioniero di Cristo Gesù a vostro favore, o Gentili … Avete certamente sentito parlare del ministero di grazia, che Dio mi ha affidato per il vostro bene, cioè, per rivelazione, mi è stato fatto conoscere il mistero – come ho brevemente esposto e quindi, leggendo, potete capire quale conoscenza io abbia del mistero di Cristo – che nelle generazioni passate non fu svelato agli uomini, come ora è stato rivelato per mezzo dello Spirito ai suoi santi apostoli e ai profeti: che i Gentili sono stati ammessi alla stessa eredità del regno, sono membri dello stesso corpo e partecipi della stessa promessa in Cristo Gesù, mediante il Vangelo, del quale sono divenuto ministro, secondo il dono della grazia, che Dio mi ha dato in virtù della sua forza operante.

A me, il più piccolo di tutti i santi, è stata concessa questa grazia di evangelizzare (comunicare) i Gentili l’inscrutabile ricchezza del Cristo e di illustrare il suo piano salvifico, il mistero, che Dio, creatore dell’universo, ha tenuto in sé nascosto nei secoli passati per svelarlo ora ai Principi e alle Autorità celesti, mediante la Chiesa, secondo la multiforme sapienza divina, secondo il disegno formulato nel Cristo Gesù, nostro Signore, nel quale, mediante la fede in lui, abbiamo la libertà di parola e fiducioso accesso. Vi prego di non scoraggiarvi per le mie afflizioni (la prigionia) a vostro favore, perché sono la vostra gloria” (3, 1-13).

L’Apostolo qui dimostra di non conoscere i destinatari della sua missiva. (In tal caso la cosa sarebbe sorprendente e avvalorerebbe la tesi, secondo cui, i destinatari specifici, non sarebbero esclusivamente gli efesini, ma altri o compresi altri soggetti). Questo perché appare inverosimile, che egli si rivolga in forma anonima agli efesini, con i quali aveva convissuto per anni, durante le sue prime missioni in Asia Minore. Non dice a quale ministero egli si riferisce, si presume che alluda al suo ministero di Apostolo delle Genti (Gentili); ma se fosse così, gli Etno-cristiani ben conoscevano il suo impegno missionario a favore dei popoli non circoncisi. L’argomentazione addotta in questo brano tende a convincere il lettore sull’autenticità del messaggio, di cui si sente investito come araldo: il mistero della salvezza dell’uomo per mezzo della redenzione apportata da Gesù Cristo con il suo sacrificio sulla croce. Si tratta del progetto salvifico di Dio sull’uomo, che fu tenuto segreto per secoli alle passate generazioni, ma ora svelato alle generazioni presenti, per mezzo dei santi apostoli e dei profeti della Nuova Legge (il Vangelo di Gesù). Il mistero di cui egli è portatore è l’annuncio del Vangelo ai Gentili, per mezzo del quale, sono decadute tutte le discriminazioni razziali e religiose tra Ebrei e Pagani. Gli uni e gli altri sono ammessi al banchetto della nuova fede, a formare il nuovo popolo di Dio, il corpo vivente della chiesa militante. Il mistero di cui parla non è tanto quello a lui rivelato, quanto quello da lui annunciato. Così il Vangelo e il ministero apostolico sono indissolubilmente legati a lui, in virtù della forza operante, che è in Dio, il quale gli ha conferito quest’investitura. L’Apostolo continua il suo lungo discorso dicendo: “Per questa ragione, piego le mie ginocchia davanti al Padre (dal quale ogni famiglia ha in cielo e in terra la sua concreta esistenza) perché vi conceda, secondo i tesori della sua gloria, di irrobustirvi nella forza, grazie al suo spirito, in vista dell’uomo interiore, di ospitare, per mezzo della fede, nei vostri cuori il Cristo, affinché, radicati e fondati nell’amore, riusciate ad afferrare insieme a tutti i santi, il senso della larghezza, lunghezza, altezza e profondità, cioè a conoscere l’amore di Cristo, che trascende ogni conoscenza e vi riempiate in vista della totale pienezza di Dio. (La preghiera tende a conseguire tre finalità: il rafforzamento dell’uomo interiore, la presenza di Cristo nei cuori e l’unione nell’amore. Si tratta dell’impressione permanente dell’immagine di Dio nella propria coscienza, che conferisce all’anima la vitalità interiore. In altre parole, è l’azione dello Spirito santo, che invade e rafforza la voce di Dio nella coscienza di ogni uomo).

E conclude il discorso “A colui che ha la capacità di agire su tutti gli esseri, che è infinitamente più grande di quanto noi possiamo immaginare, sia gloria nella Chiesa e in Cristo Gesù per tutte le generazioni e per sempre. Amen” (3, 20-21).

(La dossologia finale è un’acclamazione liturgica particolare che, per energia spirituale ed intensità emotiva, supera tutte le altre dossologie, che l’Apostolo esprime nelle altre sue lettere apostoliche).

Capitolo Quarto (Parte Parenetica)

L’unità nella fede

Nel capitolo quarto Paolo esordisce con una accalorata esortazione ai suoi fedeli per la loro unità spirituale che promuova la pace. Se essi vivranno uniti e in pace tra di loro, vivranno in pace con Dio, con Cristo, con il prossimo e con il mondo. Al riguardo egli dispiega il suo discorso, facendo una serie di acclamazioni:

“Perciò (sottintende le cose dette in precedenza), io, prigioniero per il Signore, vi invito a condurre una vita degna della vocazione, alla quale siete stati chiamati, con tutta umiltà e dolcezza, con longanimità, sopportandovi a vicenda con amore, preoccupati di conservare l’unità dello spirito col vincolo della pace. Un solo corpo e un solo spirito, così come siete stati chiamati a una sola speranza, che è la vostra vocazione; un solo Signore, una sola fede, un solo battesimo; un solo Dio e padre di tutti gli esseri, il quale è al di sopra di tutti, agisce attraverso tutti e in tutti” (4, 1-6).

I molteplici doni di Cristo

La varietà dei carismi, di cui ciascuno membro della comunità è portatore, trova il suo punto d’incontro e di unità in Cristo, che li distribuisce secondo i compiti, che ciascuno è destinato ad assolvere all’interno della comunità ecclesiale. Egli dichiara:

“A ciascuno di noi, poi, la grazia è stata concessa secondo la misura del dono di Cristo. Per questo dice: Salendo verso l’alto, condusse con sé torme di prigionieri, distribuì doni agli uomini (Sl 68, 19). E’ salito, che altro significa se non che era disceso nelle regioni più basse, cioè la terra? Colui che discese è il medesimo che è anche salito al di sopra di tutti i cieli per riempire l’universo. E’ lui che ha investito alcuni come apostoli, altri come profeti (oratori ispirati), altri come evangelisti, altri come pastori e dottori per preparare i santi al ministero, per la costruzione del corpo di Cristo (la Chiesa), fino a che arriviamo tutti all’unità della fedee della piena conoscenza del figlio di Dio, all’uomo completo, a quel livello di sviluppo che realizza la pienezza del Cristo. Ciò affinché non siamo più come i bambini sballottati e portati qua e là da ogni soffiar di dottrine diverse, ingannati da uomini esperti nell’architettare inganni; ma vivendo la verità nell’amore, facciamo crescere l’universo verso colui che è il capo, Cristo, dal quale tutto il corpo, armoniosamente disposto e tenuto insieme per mezzo di tutte le articolazioni, che alimentano ciascun membro secondo la sua funzione, attua lo sviluppo edificandosi nell’amore” (4, 7-16).

 In pratica i difetti che i cristiani dovrebbero evitare sono l’ingenuità, tipica dell’età infantile e l’incostanza che ingenera il dubbio, che insieme rendono debole la fede; la virtù che li rende forti e coerenti nella fede è vivere la verità nell’amore di Dio e del prossimo e in Dio si ricompone l’unità dell’essere.

La vita nuova in Cristo

In questo passaggio l’Apostolo fa un polemico confronto tra la vita che i Gentili conducevano prima della loro conversione e che i non convertiti conducono ancora, e la vita che conducono quelli che sono già   convertiti al cristianesimo. Al riguardo il missionario nella sua allocuzione, senza peli sulla lingua, esprime il giudizio severo sul sistema di vita dei Pagani:

“Non comportatevi più come si comportano i Gentili, con i loro folli pensieri, ottenebrati come sono nell’intelletto, estranei alla vita di Dio a causa della loro ignoranza e dell’indurimento del loro cuore. Divenuti insensibili, si sono abbandonati agli stravizi fino a commettere, con insaziabile frenesia, ogni genere d’immondezza” (4, 17-19). In questo trinciante giudizio sulla vita morale dei Pagani, riecheggiano le valutazioni negative che l’Apostolo aveva già espresso altre volte nelle sue lettere, come in Rom, 1,18-32, dove le valutazioni negative, però, fanno parte della sua polemica antigiudaica. Per loro fortuna, i destinatari di questa missiva hanno imparato da Cristo cose nuove, nella vita hanno appreso un’altra strada, un altro modo di comportarsi. Pertanto, se da Cristo hanno appreso un’altra dimensione della vita, più bella, più vera e più gratificante, essi si spoglino dell’uomo vecchio, della precedente vita sbagliata, che si dissolve inseguendo seducenti vane passioni. Perciò, egli sollecita, “rinnovatevi nello spirito della vostra mente e rivestitevi dell’uomo nuovo, creato secondo Dio per vivere nella giustizia e nella santità della verità” (4, 21-24).

Regole per la nuova vita

In questo brano l’Apostolo ribadisce i concetti già espressi nel brano precedente, cioè esorta i fedeli ad abbandonare i comportamenti dell’uomo vecchio e ad assumere comportamenti e atteggiamenti dell’uomo nuovo. Riportando alcune citazioni del Vecchio Testamento, dichiara:

“Per questa ragione, rinunciando alla menzogna, ciascuno dica la verità al suo prossimo perché siamo membra gli uni degli altri. Se vi adirate, non peccate; ma il sole non tramonti sulla vostra collera” (detto popolare, come invito a spegnere la collera prima che tramonti il giorno, onde evitare di dare al Maligno l’occasione opportuna per fomentare la vendetta. Poi fa l’elencazione delle colpe che impediscono l’esercizio della carità, il cui catalogo richiama alla memoria, sia l’elenco dei vizi, sia la descrizione delle virtù, per cui attesta:

“Chi era solito rubare, non rubi più; piuttosto si preoccupi di produrre, con le sue mani, ciò che è buono e così soccorrere chi si trova in necessità. Dalla vostra bocca non escano parole scorrette ma, se mai, parole buone di edificazione, secondo le necessità, per fare del bene a chi ascolta. Non contristate lo Spirito santo di Dio, che vi ha segnato per il giorno della redenzione. Estirpate in mezzo a voi ogni asprezza, animosità, collera, clamore, maldicenza, ogni cattiveria. Siate, invece, benevoli gli uni verso gli altri, misericordiosi, perdonatevi reciprocamente, come anche Dio vi ha perdonato in Cristo.

Capitolo Quinto

“Imitate Iddio, come figli diletti! Comportatevi con amore sull’esempio di Cristo che vi ha amati e offerto se stesso per noi, oblazione e sacrificio di soave odore a Dio” (Sl, 40,7; Ez 29,18).

La vita cristiana

L’Apostolo continua il suo discorso, peraltro non nuovo nelle sue lettere apostoliche, dove invita i fedeli ad evitare i vizi e i peccati che insozzano la coscienza e a rivolgere costanti ringraziamenti a Dio per tutti i doni e le virtù che egli ci ha elargiti nella vita.

“Come si conviene tra i santi, tra voi non si sentano nominare fornicazione e qualsiasi altra impurità o cupidigia, né oscenità, discorsi frivoli o facezie grasse, tutte cose indecenti ma, piuttosto, (si sentano) parole di ringraziamento”. Abbandonando il piano lessicale astratto, l’Autore scende sul piano concreto, per cui prende di mira, non più i vizi in generale, ma i viziosi, coloro che praticano i vizi. Infatti, sviluppando meglio   il suo discorso, scrive: “Infatti, voi sapete che nessun fornicatore o depravato o avaro, cioè idolatra (perché considera il denaro come un dio) ha parte nel regno di Cristo e di Dio”. Abbandonarsi ai vizi significa ricadere in uno stato di vita peccaminosa pagana o comunque precristiana, che impedisce all’uomo di elevarsi nella dimensione spirituale che lo avvicina a Dio. Egli continua affermando: “Nessuno vi inganni con discorsi insipienti: proprio su quelli che sono ribelli e si lasciano sopraffare dai vizi piomba l’ira di Dio. Quindi non associatevi a loro. Eravate nelle tenebre, ma ora siete luce nel Signore; comportatevi da figli della luce. I frutti della luce sono: bontà, giustizia e sincerità e scegliendo questi beni, scegliete le cose che Dio gradisce. Non prendete parte alle attività infruttuose delle tenebre; ma piuttosto riprovatele, perché quanto esse fanno in segreto, è vergognoso anche a parlarne (perché delle cose combinate con la complicità delle tenebre diventa un fatto imbarazzante anche parlarne). Ma tutto ciò che è riprovato, viene manifestato dalla luce; infatti, quanto è manifestato è luce. Per questo si dice: Svegliati, tu che dormi, risorgi dai morti e Cristo su te risplenderà! (Anche a un comune lettore non sfugge il fatto che, sulla contrapposizione simbolica tra le categorie luce/tenebre, che Paolo fa in questo brano, risuona da vicino l’eco del Vangelo di Giovanni (Gv, 2, 19-21).

“Considerate, dunque, scrupolosamente il vostro modo di comportarvi, non da stolti, ma da uomini saggi che colgono le occasioni opportune perché i giorni che attraversiamo sono malvagi (i cristiani, che sono diventati intelligenti perché lo spirito li ha illuminati, non possono vivere distratti, ma devono stare attenti e utilizzare tutte le occasioni opportune per fare il bene. I giorni malvagi sono una metafora che sta per gli uomini malvagi).

Non siate, quindi, sconsiderati, ma cercate di capire quale sia la volontà del Signore; non ubriacatevi di vino, che è occasione di sregolatezze, lasciatevi invece riempire di Spirito, intrattenendovi tra di voi con salmi, inni e canti ispirati, cantando e salmeggiando col vostro cuore al Signore, ringraziando sempre per tutti Dio Padre, nel nome del Signore nostro Gesù Cristo” (Ef, 5, 15-20).

In questo passaggio Paolo invita i fedeli a non lasciarsi distrarre dall’ebbrezza del vino o di altri piaceri sensuali, ma cerchino di capire quale sia la volontà del Signore e, con salmi, inni e canti, suscitare in tutti l’ebrezza che conferiscono i carismi spirituali, ringraziando sempre Dio per tutti nel nome del nostro Signore Gesù Cristo.

Mogli e mariti

In questo brano l’Apostolo esorta gli sposati ad attenersi ai comportamenti degni del cristiano, da mantenere all’interno della vita matrimoniale. Esordisce dichiarando:

“Siate soggetti gli uni agli altri nel timore di Cristo. Le donne siano soggette ai loro mariti come al Signore, poiché l’uomo è capo della donna come anche Cristo è capo della Chiesa, lui il salvatore del corpo. Ora come la Chiesa è soggetta al Cristo, così anche le donne (sono soggette) ai loro mariti in tutto.

 Mariti amate le (vostre) donne come il Cristo ha amato la Chiesa e si è offerto per lei per santificarla, purificarla con il lavacro dell’acqua unito alla parola, e avere accanto a sé questa Chiesa, gloriosa, senza macchia o ruga o alcunché di simile, ma santa e irreprensibile. Allo stesso modo i mariti devono amare le loro donne, come i loro propri corpi. Chi ama la propria donna, ama se stesso: infatti, mai nessuno ha odiato la propria carne; al contrario la nutre e la tratta con cura, come anche Cristo la sua Chiesa poiché siamo membra del suo corpo. (L’equiparazione dell’amore che l’uomo ha per la propria moglie a quello che ha per il proprio corpo, trova un riscontro rafforzativo nella frase successiva in termini ribaltati “chi ama la propria moglie, ama se stesso”). Per questo l’uomo lascerà il padre e la madre e si unirà alla sua donna e i due formeranno una sola carne (Gn, 2,24). Questo mistero è grande: io lo dico riferendomi al Cristo e alla Chiesa. In ogni caso, anche ciascuno di voi ami la propria donna come se stesso e la donna rispetti il marito” (Ef, 5, 21-33).

Questo brano non ha bisogno di alcun commento o di particolari spiegazioni, perché tratta uno degli argomenti più noti e più familiari al grande pubblico. Infatti, spesso viene letto durante la celebrazione della liturgia matrimoniale, proprio perché stabilisce i diritti e i doveri reciproci dei coniugi, i loro rapporti affettivi, il rispetto che ciascun coniuge deve avere per l’altro e le buone norme che regolano la pacifica convivenza familiare. La famiglia cristiana, sorretta dalla fede è come una piccola chiesa domestica, deve sempre ispirarsi al modello divino dell’unione che lega Cristo alla sua Chiesa, in cui i credenti sono incorporati.

Capitolo Sesto

Padri e figli

In questo brano l’Autore esorta i componenti importanti della famiglia, genitori e figli, all’adozione di un rapporto relazionale positivo per entrambe le parti, ispirato alla fede, che trae fondamento dal quarto comandamento del Decalogo.

L’Apostolo raccomanda: “Figli, obbedite ai vostri genitori nel Signore, perché ciò è giusto. Onora il padre e la madre è il primo comandamento con la promessa affinché te ne venga del bene e viva a lungo sulla terra (Es 20,12; Dt 5,16). E voi, padri, non esasperate i vostri figli, ma educateli correggendoli ed esortandoli nel Signore” (Ef, 6, 1-4).

I figli siano obbedienti ai genitori, che vogliono il loro bene, hanno la responsabilità di allevarli, di educarli e per loro rappresentano la voce del Signore, che governa la famiglia verso il bene. Essi vogliono condurli a vivere una vita sana, piena di valori positivi nella fede in Dio, nel lavoro e nella loro piena realizzazione umana e spirituale. I padri non abusino della loro responsabilità educativa, portando i figli all’esasperazione con gli eccessivi interventi autoritativi, che potrebbero sortire effetti contrari a quelli voluti.

Schiavi e padroni

L’Apostolo esorta gli uni e gli altri a intrattenere rapporti reciproci positivi, sinceri e cordiali. Al riguardo egli dichiara: “Schiavi, obbedite ai vostri padroni terreni con timore e rispetto, con cuore sincero come al Signore; (praticamente gli schiavi obbediscano al padrone come che stiano obbedendo al Signore) non siate solleciti soltanto sotto gli occhi del padrone (quando vi controlla a vista) come chi intende piacere agli uomini, ma come gli schiavi di Cristo, che fanno con cura  la volontà di Dio; serviteli con premura, come fossero il Signore e non uomini, convinti che ciascuno, schiavo o libero, riavrà dal Signore il bene che avrà fatto. E voi, padroni, comportatevi allo stesso modo verso di loro, smettendo di minacciare, consapevoli che nei cieli c’è il loro e il vostro Signore, che non ha preferenze personali” (Ef, 6, 5-9).

L’imparzialità di Dio, altrove rivolta soltanto agli schiavi, qui è estesa anche ai padroni).

La lotta al male

L’Apostolo continua il suo discorso, esortando i fedeli a rinforzare il loro animo contro le subdole tentazioni del Maligno. “In definitiva rafforzatevi nel Signore e con la sua possente forza. Vestite l’intera armatura di Dio per contrastare le ingegnose macchinazioni del diavolo: infatti, non lottiamo contro una natura umana mortale, ma contro i principi, contro le potenze, contro i dominatori di questo mondo oscuro, contro gli spiriti maligni delle regioni celesti. Per questo motivo indossate l’intera armatura di Dio per resistere nel giorno del malvagio e, dopo aver tutto predisposto, tenete saldamente il campo”.

Nell’Antico Testamento   era frequente presentare Dio con l’immagine del guerriero che indossa le armi per combattere i nemici. Qui l’Apostolo trasferisce quest’immagine, del Dio combattente, nel contesto di vita del cristiano. Poi egli continua il suo discorso descrivendo, con un’ampia e articolata metafora, l’armatura di difesa e di offesa del soldato romano: la cintura, la corazza, i sandali, lo scudo, l’elmo e la spada, che erano tutte armi ben note nel contesto storico del suo tempo. E continua:

“Mossi dallo Spirito, dice, pregate incessantemente con ogni sorta di preghiera e di supplica; vegliate e siate assidui nell’orazione per tutti i santi e anche per me, affinché mi sia concessa la libertà di parola per annunciare coraggiosamente il mistero, il Vangelo, per il quale sono ambasciatore in catene, e per osare di parlarne con franchezza, come è mio dovere” (Ef, 6, 18-20).

(Il missionario “in catene” esorta i fedeli alla preghiera, sincera e assidua, contro tutte le forze del male; per sé invoca la libertà, anche se non piena, come si aspetterebbe ogni comune mortale, ma almeno quella parziale della parola per continuare ad annunciare il Vangelo, compito per il quale egli è stato chiamato. Questo è il principale assillo dell’Apostolo).

Epilogo

“Affinché siate messi al corrente della mia situazione, di ciò che intendo fare (e forse sul significato della lettera) Tichico, fratello diletto e fedele servo nel Signore, (nonché latore della lettera), vi informerà su tutto. Ve lo mando proprio perché vi informi sulla nostra situazione e consoli i vostri cuori. Dio Padre e il Signore Gesù Cristo accordino ai fratelli pace, amore e fede. La grazia sia con tutti coloro che amano il Signore Gesù Cristo con sincero amore” (Ef, 6, 23-24).

Questa conclusione è diversa da quelle delle altre lettere dell’Apostolo. Infatti, nelle altre sue missive, Paolo mandava i saluti personali agli amici e collaboratori più stretti, mentre in questa non manda saluti a nessuno e non nomina alcuno. Questa finale è più vicina alla formula conclusiva di una cerimonia liturgica, piuttosto che al saluto di congedo di una normale comunicazione scritta, come l’Apostolo era solito fare. Infatti, egli augura ai suoi fedeli “grazia e pace, amore e fede” come comunemente fa il sacerdote alla fine della messa domenicale. Le parole “con sincero amore” suonano come un richiamo all’insaziabile sete che ha l’uomo della vita eterna in paradiso con Cristo Gesù e i suoi santi.

Sommario

Capitolo Primo

Nel brano di esordio, l’Apostolo fa un importante discorso eucologico (mistico, dogmatico e liturgico insieme) benedicendo Dio padre del Signore nostro Gesù Cristo, che ha colmato gli uomini di ogni benedizione spirituale, eleggendoli, già da prima della creazione del mondo, a suoi figli adottivi in Gesù Cristo, in cui Dio ha accentrato tutti gli esseri terrestri e celesti.

Gesù, con il sangue versato sulla croce, ha ottenuto per noi, come figli predestinati alla santità, la redenzione, il perdono dei peccati, la ricchezza della grazia spirituale. Prima i Giudei, poi i Pagani. Questi, avendo appreso dai missionari la Parola del Vangelo, sono stati salvati anch’essi dalla condizione di misera idolatria, in cui erano immersi e sono stati ammessi ad avere parte nell’eredità del regno.

L’Apostolo, avendo sentito parlare della grande fede dei destinatari, pur non conoscendoli di persona, li ringrazia per la loro buona volontà e prega affinché Dio del nostro Signore Gesù Cristo doni loro lo spirito di sapienza e di rivelazione per conoscerlo meglio. Dio illumini gli occhi della loro mente per comprendere la grandezza della chiamata e la portata della loro speranza nella vita futura, che prima non avevano e che, vivendo nell’idolatria, non potevano avere. Quel Dio onnipotente che ha dispiegato la sua forza irresistibile per far risorgere suo figlio Gesù dai morti e l’ha ha assunto nella sommità dei cieli, collocandolo alla sua destra (locuzione, questa, che costituisce il testo di un preciso articolo del Credo simbolo apostolico), al di sopra delle gerarchie celesti, ha anche stabilito la funzione della Chiesa nel mondo, di cui Gesù è fondatore e capo universale,

Capitolo Secondo

L’Apostolo riprende il discorso diretto con i fedeli, ex pagani convertiti, dichiarando loro: “Voi, ex Gentili, che un tempo eravate morti a causa dei vostri traviamenti e dei vostri peccati, nei quali vivevate secondo lo spirito di questo mondo, che è sotto il dominio di Satana e che tuttora annovera, purtroppo, nel suo universo molti uomini ribelli …. Un tempo, Pagani come voi, eravamo anche noi, ex Giudei, sballottati dagli impulsi istintivi e intenti a soddisfare i desideri carnali, per cui anche noi, come gli altri, eravamo oggetto dell’ira divina. Per invertire questa triste e commiserevole condizione di peccato, che portava alla dannazione eterna dell’umanità intera, meno male è intervenuto Dio creatore che, nella sua infinita misericordia, per un suo gratuito atto di amore verso di noi, ci ha salvati, mandandoci il suo amato figlio, Gesù redentore. Eravamo figli del peccato, per cui eravamo tutti morti, ma Dio ci ha fatti rivivere con Cristo e in Cristo, destinandoci un posto nei cieli accanto a lui. Tuttavia, siamo chiari e riconoscenti a Dio per il fatto che la salvezza ci è stata data, non per i nostri meriti (di questo nessuno osi menare vanto),  ma è stato un dono gratuito che il Signore ci ha accordato per dimostrare nei secoli futuri la traboccante ricchezza della sua grazia, dandoci Gesù redentore; e l’ha fatto, affinché noi uomini nella vita operiamo il bene, facciamo opere buone.

Comunque, i destinatari del suo messaggio ricordino la loro origine pagana, quando non conoscevano ancora la Parola di salvezza di Cristo redentore, erano esclusi dall’eredità del regno d’Israele, stranieri alla promessa, senza speranza e senza Dio in questo mondo. Ora però, se Cristo è anche con loro, è grazie al sangue sparso sulla croce. Grazie al gesto di salvezza di Cristo, i due popoli, Giudei e Gentili, sono stati salvati e riconciliati per formare un solo popolo e un solo spirito, onde avere entrami libero accesso al Padre. Così i due popoli uniti formano la nuova costruzione della dimora di Dio nello Spirito.

Capitolo Terzo

Per adempiere al suo dovere missionario di portare l’annuncio della nuova fede ai Gentili, Paolo è prigioniero di Cristo e degli uomini. Questa missione gli è stata affidata da Dio stesso per far conoscere agli uomini il mistero di Cristo, tenuto nascosto agli uomini delle generazioni passate e adesso rivelato, per mezzo dello Spirito, ai suoi santi apostoli e profeti. Il lieto messaggio portato da Gesù Cristo agli uomini è che i Gentili sono stati ammessi, anch’essi, all’eredità del regno di Dio, fanno parte del corpo dei redenti e sono partecipi della stessa promessa fatta da Cristo nel Vangelo, di cui Paolo è ministro per grazia di Dio, il più piccolo dei santi. A lui è stata concessa la grazia di far conoscere ai Gentili l’inscrutabile ricchezza di Cristo e il piano salvifico che Dio, creatore dell’universo, ha tenuto nascosto nei secoli passati per svelarlo adesso alle autorità celesti, mediante la Chiesa. “Vi prego di non scoraggiarvi per le mie afflizioni, patite per il vostro bene. – dice l’Apostolo – In fondo sono anche la vostra gloria”.

Auspica che Dio conceda loro di irrobustirsi nella fede, in vista della formazione dell’uomo interiore, che possa ospitare nella propria coscienza il Cristo, con tutta la lunghezza, l’altezza, la larghezza e la profondità del suo amore che trascende ogni conoscenza umana, di modo che tutti colmino la pienezza totale di Dio.

Capitolo Quarto

Paolo, “prigioniero nel Signore”, invita i destinatari a condurre una vita esemplare, degna della vocazione cui sono stati chiamati. La loro condotta sia improntata ad atteggiamenti di dolcezza, di umiltà, di longanimità, sopportandosi a vicenda con amore e conservando integro il vincolo della pace. Essi cerchino di vivere in accordo tra di loro, come che siano un solo corpo e un solo spirito, corrispondente alla loro vocazione in un solo Signore, una sola fede, un solo battesimo, un solo Dio e padre di tutti gli enti, che è al di sopra di tutti e agisce attraverso tutti.

Paolo dice: “(Cristo) salendo verso l’alto, condusse con sé torme di prigionieri, distribuì doni agli uomini (SL68). La frase È salito che altro significa se non che era anche disceso nelle regioni più basse, cioè sulla terra? Colui che è disceso, è il medesimo che è anche salito al di sopra dei cieli per riempire l’universo.

È lui che ha dato agli uomini in dono la varietà dei carismi, in rapporto alla funzione che ciascuno svolge in seno alla comunità. Pertanto, alcuni sono stati investiti della carica di apostoli, altri di profeti, altri come evangelisti, altri ancora come pastori e dottori, per arrivare all’unità della fede, alla piena conoscenza di Dio, all’uomo completo.

Poi l’Apostolo richiama i fedeli, affinché i loro comportamenti siano confacenti con i principi dell’etica cristiana. Pertanto, evitino di comportarsi come i “Gentili che, con i loro folli pensieri, ottenebrati nell’intelletto, estranei alla vita del cristiano a causa della loro ignoranza e dell’indurimento del loro cuore. Si sono abbandonati agli stravizi fino a commettere ogni genere di immondezza. Voi, egli dice, da Cristo non avete appreso queste bassezze. Spogliatevi dell’uomo vecchio, carnale e rivestitevi dell’uomo nuovo spirituale, creato da Dio nella giustizia e nella santità della verità.

L’Apostolo continua la sua esortazione in negativo, dicendo: “Ciascuno dica la verità al suo prossimo perché siamo membra gli uni degli altri; se vi adirate, non peccate, purché la vostra collera svanisca prima che tramonti il sole; ciò affinché non diate adito al Maligno d’insinuarsi nei vostri cuori e nei vostri pensieri.

Chi era solito rubare, non rubi più, piuttosto s’impegni a lavorare per produrre con le proprie mani beni sufficienti a soddisfare, non solo i suoi bisogni, ma anche quelli degli altri. Dalla vostra bocca non escano parole scorrette, ma solo parole di edificazione degli altri che ascoltano i vostri discorsi. Non contristate in voi le azioni dello Spirito Santo. Estirpate dal vostro animo ogni asprezza, animosità, collera, clamore, maldicenza, ogni cattiveria”; poi inverte il senso del discorso che, da negativo, prende il significato positivo: “Siate benevoli gli uni verso gli altri, misericordiosi, perdonandovi reciprocamente come Dio vi ha perdonati in Cristo (Ef, 4, 25-32).

L’esortazione dell’Apostolo continua anche nel capitolo quinto, affermando: “Imitate Iddio, come figli diletti e comportatevi con amore, sull’esempio di Cristo che vi ha amato e offerto se stesso, per noi oblazione e sacrificio di soave odore a Dio (SL 40, 7; Ez 29, 18).

Come fanno i santi, non si sentano nominare tra voi fornicazione, cupidigia, oscenità o altra impurità; sono discorsi frivoli o facezie grasse – tutte cose indecenti – piuttosto si sentano parole di ringraziamento. Infatti, voi lo sapete, nessun fornicatore, avaro o idolatra ha avuto parte nel regno di Cristo e di Dio.

Nessuno vi inganni con discorsi insipienti: proprio su questi disordini piomba l’ira di Dio sugli uomini ribelli. Se un tempo eravate tenebre, ora siete luce, perciò comportatevi da figli della luce …

Considerate scrupolosamente il vostro modo di comportarvi, non da stolti, ma da uomini saggi …

Non ubriacatevi di vino che dà occasione a sregolatezze, ma lasciatevi riempire dallo Spirito Santo, intrattenendovi tra di voi con salmi, inni e canti, ringraziando sempre Dio Padre e il Signore nostro Gesù Cristo (Ef, 5, 3-20). 

Poi il discorso è rivolto alle norme di buona convivenza sociale, in particolare alla pacifica convivenza familiare. In gran parte ripete lo schema dell’analogo discorso già fatto in Col 3,18-25 e 4,1; l’unica differenza è che in Ef sono maggiormente sviluppate le parti dei rapporti tra mogli e mariti, tra genitori e figli, tra padroni e servi. Le mogli sono esortate ad accettare il rapporto di dipendenza dai loro mariti, non in una visione schiavistica, ma analogamente al rapporto di dipendenza che esiste tra la chiesa e Cristo, che è il suo capo, che l’ama e la dirige verso il bene. La famiglia, secondo l’ideale della chiesa paleocristiana di derivazione giudeo-ellenistica, rappresenta l’immagine della piccola chiesa domestica, dove l’amore, l’armonia e la pace devono regnare, non soltanto tra i coniugi, ma anche tra i genitori e i figli, tra i padroni e gli schiavi.

Inoltre, l’Apostolo esorta i fedeli a “indossare l’intera armatura di Dio, con a fianco la cintura della verità, la corazza della giustizia, lo scudo della fede, l’elmo della salvezza e la spada dello Spirito, per lottare    resistere e vincere i continui assalti del Maligno. Pregate incessantemente con ogni sorta di preghiera e supplica anche per me, affinché mi sia concessa la libertà di parola per annunciare il vangelo, per il quale sono ambasciatore in catene”.

Poi l’epilogo con l’annuncio dell’invio del suo fedele collaboratore e messaggero Tichico, che informerà gli interlocutori sulla sua condizione di apostolo prigioniero in carcere.

Infine, la benedizione finale, augurando ai fratelli pace, amore e fede. Contrariamente a quel che fa in chiusura delle altre lettere, qui non fa raccomandazioni particolari, né manda saluti ad alcuno.

La Lettera di San Paolo ai Colossesi

Posted By Felice Moro on Giugno 6th, 2021

Introduzione

La comunità cristiana di Colosse fu fondata insieme a quella di Laodicea e di Gerapoli, durante la missione apostolica di Paolo a Efeso, tra gli anni 54-57 d.C. Egli tace, come altrove, sui dati anagrafici del documento. Non dà alcuna indicazione né di luogo, né di tempo della sua redazione. I commentatori li deducono questi elementi indirettamente, sia dalle notizie riportate negli Atti degli Apostoli (At 18, 18-21; 19, 1-20), sia dalle citazioni che l’Apostolo fa nella lettera del suo collaboratore Epafra (Cl 1,7-8; 4, 12-13), calossese anche lui e   protagonista diretto dell’evangelizzazione, non solo di Colosse, ma probabilmente anche di Laodicea e di Gerapoli. Le notizie sulla fondazione, l’attività e la salute di questa comunità sono contenute solo all’interno della lettera stessa, non altrove. Dal testo si evince che questa comunità, nell’insieme, si mantiene coesa, attiva e fedele osservante della dottrina e degli insegnamenti autentici che Epafra, sull’ombra di Paolo, aveva loro trasmesso fin dalla prima ora.

Occasione e scopo della Lettera

Con Paolo ci sono anche Onesimo, Tichico ed Epafra. Sembra che Onesimo sia il primo che torni a Colosse con un biglietto di raccomandazione per Filemone. Tichico, più tardi, porta la lettera di Paolo diretta alla comunità. Epafra era con Paolo per fargli compagnia durante la prigionia e, nello stesso tempo, informava l’Apostolo sulla tenuta della fede nella stessa comunità e, forse, anche nelle altre comunità vicine della Frigia. Pare che la lettera sia stata scritta proprio sulla base delle informazioni che gli davano questi suoi due collaboratori, Epafra e Onesimo.  Nell’insieme sembra che la comunità viva in pace e in armonia al suo interno. Tuttavia, arrivano alle orecchie dell’Apostolo alcune notizie allarmanti che suscitano in lui alcuni sospetti. Egli teme che alcuni nemici cerchino d’insidiare l’autenticità della fede e la purezza della dottrina, perché un ristretto numero di persone non si attiene ai canoni ortodossi ricevuti e cercano vie alternative alla salvezza. Sono tutti germi di veleno sociale, seminato dalla filosofia della gnosi. D’altronde, essendo la lettera unica fonte a se stessa, i significati devono essere ricavati dal suo interno, dai suoi contenuti, come, per esempio, i significati degli elementi del mondo (Col 2, 8-20) e le potenze cosmiche (2, 8, 10-15). Le preoccupazioni più grandi, che suscitano i sospetti dell’Apostolo, sembra che siano diverse, tra cui: le ossessive osservanze alimentari, che certi Colossesi utilizzavano per le celebrazioni delle feste annuali, mensili e settimanali e la pratica della circoncisione.

Il sistema che <<la gnosi>> propone è una dottrina eclettica, dove confluiscono elementi di paganesimo ed elementi di giudaismo. Probabilmente le forme del culto provenivano dalle religioni misteriche, svolte in forma privata e rese attraenti dalla pratica della circoncisione e dal distacco dalle preoccupazioni del mondo. Non mancano elementi e coloriture del rigorismo giudaico e di influenze esoteriche (pratiche occulte, riservate agli iniziati, che non devono essere note agli estranei all’associazione o seta che le pratica.

Ma, qualunque siano le dottrine e culti che professano queste persone, Paolo li condanna tutti in blocco, perché contengono sempre elementi fuorvianti e inconciliabili con l’autentica professione della fede cristiana.

Chi crede in queste idee e si affida a questi culti misterici, perde Cristo e i benefici spirituali che egli ci ha dispensati con il suo sacrificio sulla croce. Chi è stato battezzato, è morto alle forze del mondo e alle seduzioni della carne, ma è risuscitato alla vita dello spirito. Il credente, per ottenere la salvezza che Cristo ci ha donato, non può cercare vie alternative alla genuina professione della fede cristiana.

Luogo e data della redazione della lettera

Paolo è prigioniero, ma non dice dove, né quando è stata redatta la sua missiva, perché queste cose non interessano ai destinatari. Essi sappiano soltanto che il suo amore per il Vangelo gli è costato la prigionia. Ma non si preoccupa tanto della sua sorte, perché è ormai votato a tutto, compreso il martirio, quanto della salute della fede dei suoi fedeli. Le indicazioni di luogo e di tempo possono essere ricavate indirettamente dai contenuti di alto significato teologico e dottrinale del documento. Qualcuno ha dato la sua spiegazione in merito: “La lettera agli Efesini, la più prossima a quella dei Colossesi per stile, linguaggio e teologia, in molte parti sembra esserne il primo commento; ne chiarisce il pensiero e ne sviluppa le idee” (E. Peretto, Roma, 1984).

La ricchezza di contenuto e le ampie visioni teologiche che si trovano in Efesini suppongono in Paolo una lunga riflessione sulla rivelazione. Questo periodo di tempo non può essere quello della detenzione efesina, databile negli anni 53-54. Stile, idee e riscontri vari presuppongono l’esistenza degli altri importanti documenti paolini: la Lettera ai Galati, le due Lettere ai Corinzi e la Lettera ai Romani … Le forti affinità della Lettera agli Efesini e i riscontri con il biglietto a Filemone rendono improbabile la redazione durante la detenzione a Cesarea di Palestina.

In Fm 23-24 e in Col 4, 10-14 sono elencate le medesime persone. Onesimo porta il biglietto a Filemone. Ricordiamo che egli era schiavo disperato, fuggito dal padrone, non poteva incontrare Paolo nella prigione di Cesarea in attesa di partire per Roma … Scartata la tesi della redazione durante la carcerazione a Efeso e a Cesarea di Palestina, appare più accettabile l’ipotesi della redazione verso la fine della prima prigionia romana, negli anni 62-63” (Peretto, Roma, 1984).

Capitolo Primo

Indirizzo

“Paolo, apostolo di Cristo Gesù per volere di Dio e il fratello Timoteo, ai santi di Colosse, fedeli fratelli in Cristo. Grazia e pace a voi da Dio, padre nostro”.

Commento: L’indirizzo, eccetto alcuni particolari, è simile a quello di tante altre lettere paoline, dove il nome di “Paolo Apostolo è associato quello del fratello Timoteo”. Questo non significa che Timoteo fosse necessariamente presente insieme a lui nel momento della redazione del documento. A differenza della Lettera agli Efesini, che non contiene destinatari specifici, questa indica, come destinatari, i Colossesi. Ma quest’indicazione non significa che il messaggio, oltre i cristiani di Colosse, non intendesse raggiungere anche i fedeli di altre comunità vicine, come quelle di Gerapoili, Laodicea e altre comunità della valle del Lico. In tal caso, la missiva sarebbe stata scritta come lettera-circolare, diretta ai cristiani di una determinata zona o regione della Frigia, più vasta di quella della sola città di Colosse. Tuttavia, per restare fedeli al testo, assumiamo come destinatari i Colossesi.

Ringraziamento a Dio

“Noi ringraziamo costantemente Dio, padre del Signore nostro Gesù Cristo, pregando per voi, perché siamo stati informati della vostra fede in Gesù Cristo e dell’amore che praticate verso tutti i santi a motivo della speranza che vi è riservata in cielo. Di questa avete udito l’annuncio mediante la parola di verità, il Vangelo, a voi giunto, e come in tutto il mondo stia dando frutto e sviluppandosi, così anche tra di voi fin da quel giorno, nel quale udiste e conosceste nella verità la grazia di Dio. Questo apprendeste da Epafra, nostro diletto compagno di servizio e fedele ministro di Cristo in vece nostra; egli ci ha informati del vostro amore nello Spirito” (Col, 3-8).

Commento: Paolo qui intende sottolineare il fatto che la predicazione del cittadino di Colosse, Epafra, si è svolta secondo i canoni da lui indicati. Questa preghiera è una formula di ringraziamento originale, ricca di alto contenuto teologico e di raffinata sensibilità spirituale.

Il discorso, dedicato al ringraziamento, è un periodo lungo, complicato e non facilmente dominabile dal punto di vista grammaticale e sintattico, perché prescinde dalle regole morfologiche dell’attuale sistema linguistico italiano. D’altronde, oltre che in questo brano, in molti altri passaggi di questa e delle altre lettere dell’Apostolo, si trovano periodi complicati, prolissi o contratti, espliciti e impliciti, completi e incompleti. Ma questi inconvenienti formali sono comprensibili, se si tiene conto del fatto che l’autore è un missionario ebreo di duemila anni fa, che detta i testi delle sue lettere in lingua greco-ellenistica ad amanuensi, e che questi testi hanno subito, nel tempo, più traduzioni in diverse altre lingue prima di essere riportati in lingua italiana attuale. La cosa importante è non fermarsi ai difetti formali, lessicali o linguistici perché ciò che conta è il valore semantico della prosa, i suoi contenuti sostanziali.

Preghiera

Il discorso dell’Apostolo continua con la sua preghiera rivolta a Dio per i suoi fedeli: “Perciò anche noi, dal giorno in cui ne fummo informati, non tralasciamo di pregare per voi e di domandare che vi sia concesso di conoscere perfettamente la sua volontà con ogni sapienza e intelligenza spirituale, per comportarvi in maniera degna del Signore e piacergli in tutto; così dando frutti in ogni genere di opera buona e crescendo nella piena conoscenza di Dio, irrobustiti con forza, secondo la potenza della sua gloria, per tutto sopportare con perseveranza e magnanimità, ringraziando con gioia il Padre, che ci ha fatti capaci di partecipare alla sorte dei santi nella luce. Egli ci ha strappati dal dominio delle tenebre e ci ha trasferiti nel dominio del suo amato figlio, nel quale abbiamo la redenzione, il perdono dei peccati” (Col 1, 9-14).

Commento: Anche questo brano, dal punto di vista formale, è lungo e complicato non meno di quello precedente. In questo passaggio si capisce che l’animo di Paolo è soddisfatto per le buone notizie riportate da Epafra, che in lui suscitano energia ed entusiasmo per ribadire con forza la cosa che gli sta più a cuore: chiedere ai fedeli che facciano uno sforzo in più per poter conseguire una migliore conoscenza, una maggiore sapienza spirituale, una più perfetta intelligenza di Dio. Questo per conoscere quali cose piacciano a Dio e adeguare, di conseguenza, la nostra condotta alla sua volontà. Per fare questo occorre irrobustire maggiormente il dono della fede per sopportare le difficoltà con spirito di servizio e generosità d’animo, ringraziando sempre il Padre per averci salvati dal dominio del Maligno. Egli, infatti, ci ha sottratti al triste destino di condanna eterna nel regno delle tenebre, per trasferirci nel regno della luce dei redenti dal prezioso sangue  del suo diletto figlio, Gesù Cristo. Questo è l’unico modo per ottenere la redenzione dal male e il perdono dei nostri peccati.

La persona e l’opera di Cristo

La narrazione continua in modo serrato: “Egli (Cristo redentore)è l’immagine di Dio invisibile, Primogenito di tutta la creazione poiché in lui sono stati creati tutti gli esseri nei cieli e sulla terra, i visibili e gli invisibili: Troni, Signorie, Principi, Potenze. Tutte le cose sono state create per mezzo di lui e in vista di lui; ed egli esiste prima di tutti loro e tutti in lui hanno consistenza. (A nessun lettore può sfuggire la forte affinità, di concetti e di linguaggio, che esiste tra questo passaggio di Paolo e il Prologo del Vangelo di Giovanni). Cristo è anche il capo del corpo, cioè della Chiesa. Egli è principio, primogenito dei risuscitati, così da primeggiare in tutto, poiché piacque a tutta la pienezza di risiedere in lui e di riconciliarsi, per suo mezzo, tutti gli esseri della terra e del cielo, facendo la pace mediante il sangue della sua croce”.

Nota: Tutto questo passaggio non è meno complesso dei brani precedenti. I periodi non sono chiaramente definiti, ma restano troncati, indeterminati o sospesi. Ciò nulla toglie alla comprensione dei significati logici e teologici del pensiero dell’Autore). Egli continua: “E voi (Colossesi), che un tempo con le opere malvagie eravate stranieri e ostili per il modo di pensare, ora, mediante la sua morte siete stati riconciliati nel suo corpo mortale (corpo fisico) per presentarvi santi, integri e irreprensibili davanti a lui, — purché perseveriate saldamente fondati sulla fede e irremovibili nella speranza del Vangelo che avete udito, il quale è predicato a ogni creatura che è sotto il cielo e del quale io, Paolo, sono divenuto ministro —“(Col, 1, 21-23).

Commento: Cristo redentore visibile è l’immagine di Dio invisibile. (Chi ha veduto me, ha veduto il Padre, rispose Gesù a Filippo che gli chiese: Mostraci il Padre e ci basta (Gv, 14, 9). Prima della conversione i Colossesi erano stranieri (pagani) che adoravano gli idoli e, non conoscendo Dio, avevano modi di pensare e di agire diversi da quelli che piacciono a Lui. Ma ora che sono stati riconciliati con Dio per mezzo del sacrificio di Cristo, devono mantenersi integri nella fede e irreprensibili nella speranza che offre il Vangelo, predicato a tutte le creature del mondo, e di cui Paolo è divenuto ministro per volontà di Dio.

Ministero di Paolo

L’Apostolo continua il suo discorso carismatico in modo accalorato:

“Ora io gioisco nelle sofferenze che sopporto per voi e completo nel mio corpo ciò che manca dei patimenti di Cristo per il suo corpo che è la Chiesa, della quale sono divenuto ministro in conformità al compito che Dio mi ha affidato a vostro riguardo per realizzare la Parola di Dio; il mistero che, nascosto ai secoli eterni e alle generazioni passate, ora è stato svelato ai suoi santi. A questi Dio volle far conoscere quale fosse la splendida ricchezza di questo ministero tra i gentili: Cristo in voi, la speranza della gloria. Lui, noi (missionari) annunciamo, ammonendo ogni uomo e istruendo ogni uomo in ogni saggezza, per rendere ciascun uomo perfetto in Cristo. A questo scopo mi affanno, battendomi con quell’energia, che egli sviluppa con prepotenza in me” (Col 1, 24-29).

Commento: Questo brano è lungo e complesso come tanti altri dell’epistolario paolino. Paolo espone le sue idee e i suoi sentimenti forti e coerenti con la prepotente voglia di persuadere i suoi fedeli. La carcerazione che deve sopportare non toglie smalto alla sua grinta e al suo zelo apostolico, anzi li esalta perché, pur nelle sofferenze della prigionia, egli prova sentimenti di gioia per essere accomunato alle sofferenze che Cristo ha patito sulla croce e patisce ancora per la sua Chiesa, perseguitata nelle figure dei suoi martiri. Di questa Chiesa perseguitata Paolo è diventato ministro per volontà di Dio, che gliel’ha affidata per portare la parola di salvezza anche a Colossesi, che erano pagani e idolatri. Questo mistero di salvezza, che fu tenuto nascosto per secoli e millenni, ora è stato svelato da Dio ai suoi santi missionari. Ad essi Dio volle far conoscere quanto grande fosse la ricchezza e lo splendore di questo ministero tra i Gentili: la parola della salvezza fatta giungere anche a loro. Infatti, i missionari hanno compiuto il dovere, che è stato loro affidato, annunciando il Vangelo a tutti gli uomini e istruendo ciascuno nella dottrina della fede, di modo che egli diventasse un perfetto cristiano. A questo compito l’Apostolo è votato e a questo si dedica ancora con tutte le energie, che la fede riesce a sommuovere in lui.

Capitolo Secondo

Paolo continua il discorso del capitolo precedente, dichiarando:

“Voglio, infatti, informarvi quale dura lotta affronto per voi, per quelli di Laodicea e per quanti non mi hanno visto di persona, affinché il loro cuori siano confortati, uniti strettamente nell’amore e protesi verso una ricca e perfetta intelligenza, verso una profonda conoscenza del mistero di Dio, Cristo, nel quale sono nascosti tutti i tesori della sapienza e della conoscenza. Dico questo affinché nessuno vi seduca con argomenti speciosi. Se, infatti, con il corpo sono lontano, con lo spirito sono con voi e vedo con gioia la vostra disciplina e la vostra saldezza nella fede per Cristo” (Col, 2, 1-5).

Commento: L’Apostolo non ha mai incontrato i fedeli di Colosse e Laodicea, tuttavia questo non impedisce che egli si rivolga a loro in tono confidenziale per esprimere i suoi complimenti e i suoi ringraziamenti per la loro puntuale rispondenza alla fede, che hanno appresa dalla predicazione del suo collaboratore Epafra. L’invito che rivolge loro è quello di restare sempre uniti nell’amore per Cristo, protesi a raggiungere una perfetta comprensione del mistero di Dio, racchiuso in Cristo, in cui sussistono tutti i tesori della sapienza e della conoscenza. Con questo monito i Colossesi sono avvertiti a diffidare dei ragionamenti sottili, apparentemente innocui, di certe persone, ma in realtà ingannevoli perché tendono ad inquinare la purezza del messaggio della fede. Egli, purtroppo per lui, è fisicamente assente, ma spiritualmente presente in mezzo a loro, segue le loro vicende religiose e si complimenta con loro per la disciplina e la saldezza nella fede in Cristo.

Pienezza di vita in Cristo

Poi continua il discorso: “Come dunque, avete ricevuto il Cristo, Gesù il Signore, in lui continuate a vivere, radicati e sopraelevati su di lui e consolidati nella fede come siete stati istruiti, abbondando in ringraziamenti. Badate che nessuno vi faccia sua preda con la <<filosofia>>, questo fatuo inganno, che si ispira alle tradizioni umane, agli elementi del mondo e non a Cristo, poiché è in lui che dimora corporalmente tutta la pienezza della divinità, e voi siete stati riempiti in lui, che è il capo di ogni principio e potenza; in lui, inoltre, siete stati circoncisi di una circoncisione non operata dall’uomo, denudando il corpo carnale, ma della circoncisione del Cristo. Sepolti con lui nel battesimo, in lui siete stati anche risuscitati in virtù della fede nella potenza di Dio, che lo ha ridestato da morte. Proprio voi che eravate morti per le trasgressioni e la non circoncisione della vostra carne, ha richiamato in vita con lui, condonandoci tutti i falli; annullando le nostre obbligazioni dalle clausole a noi svantaggiose, le ha soppresse inchiodandole alla croce. Egli, spogliati i Principi e le Potenze, ne fece pubblico spettacolo, dopo aver trionfato su loro per suo tramite” (Col, 2, 6-15).

Commento: Se siete stati battezzati in Cristo, siete morti con lui agli elementi del mondo, agli appetiti della carne, ma con lui siete stati anche risuscitati, in virtù della fede nella potenza di Dio, che ha risuscitato suo figlio dalla morte. Se siete entrati in comunione con Cristo, essendo stati battezzati e quindi risuscitati in virtù della forza del suo spirito e non appartenete più agli interessi del mondo, restate saldi in lui perché in lui è la pienezza di tutta la divinità. Pertanto, non lasciatevi traviare “dalla filosofia (la gnosi), questo fatuo inganno”. Questo dice, in sostanza, Paolo ai Colossesi! dai quali, se, suo malgrado, è assente nella presenza fisica, è presente e molto attento ai loro comportamenti riguardanti la fede in Cristo redentore e la loro vita spirituale.

Falsa ascesi

Continuando il suo discorso, l’Apostolo sviluppa meglio il suo pensiero:

“Allora nessuno vi recrimini per cibi, bevande o in materia di festa annuale, novilunio o di settimane, che sono ombra delle cose avvenire, mentre la realtà è il corpo di Cristo. Nessuno, prendendo a pretesto le mortificazioni, che sono il culto degli angeli, indagando su ciò che ha visto, arbitrariamente vi giudichi, scioccamente inorgoglito della sua mentalità carnale e staccato dal capo, dal quale tutto il corpo, ricevendo, attraverso le giunture e i legamenti, nutrimento e coesione, realizza la crescita di Dio.

Se siete morti con Cristo agli elementi del mondo, perché, come se viveste nel mondo, vi sottomettete a prescrizioni, quali: <<Non prendere! Non gustare! Non toccare! (cose tutte desinate a logorarsi con l’uso) secondo i precetti e gli insegnamenti umani? Hanno riputazione di saggezza a motivo di un culto volontario, di mortificazione e di austerità verso il corpo, ma sono prive di ogni valore, perché saziano la carne” (Col, 2, 16-23).

Commento: In maniera molto diretta, qui l’Apostolo intende significare un concetto più semplice di quanto non appaia nel testo. In concreto vuole dire questo: chi segue Dio nel trionfo di Cristo sulla morte, è libero dalle costrizioni degli elementi del mondo e dalle obbligazioni verso le potenze cosmiche; non deve lasciarsi condizionare da millantatori incalliti o plagiatori d’occasione, che vantano esperienze personali in tal senso, perché chi è morto in Cristo, è morto agli elementi del mondo. Pertanto, le vecchie prescrizioni non lo riguardano più; non solo, ma egli considera i beni del mondo un dono di Dio, che chiunque può usare liberamente per rendere più piacevole e meno gravoso il peso dell’esistenza terrena.

Capitolo Terzo 

La nuova vita in Cristo

In questo brano Paolo riprende e sviluppa meglio il discorso che faceva in precedenza, scrivendo:

“Se dunque siete risorti in Cristo, cercate le cose di lassù, dove il Cristo è assiso alla destra di Dio Padre; pensate alle cose di lassù, non a quelle della terra: voi, infatti, siete morti e la vostra vita è nascosta con Cristo in Dio. quando il Cristo, nostra vita, apparirà, allora anche voi apparirete con lui rivestiti di gloria.

Fate dunque morire le membra terrene: fornicazione, impurità, libidine, desideri sfrenati e avidità di guadagno che è poi idolatria; per questi vizi piomba l’ira di Dio. Anche voi un tempo li praticaste, quando di loro vivevate. Ora però banditeli tutti anche voi: collera, escandescenze, cattiveria, maldicenza, ingiurie che escono dalla vostra bocca. Non mentitevi a vicenda, poiché vi siete spogliati dell’uomo vecchio e del suo modo di agire e vi siete rivestiti del nuovo, che si rinnova, per una più piena conoscenza, a immagine di colui che lo ha creato: in questa condizione non è più questione di Greco o di Giudeo, di circoncisi o incirconcisi, di barbaro, Scita, schiavo, libero, ma di Cristo, tutto e in tutti.    

Voi, dunque, come eletti di Dio, santi e amati, vestitevi di tenera compassione, di bontà, di umiltà, di mitezza, di longanimità – sopportandovi a vicenda e perdonandovi, se avviene che uno si lamenti di un altro: come il Signore vi ha perdonato, così fate anche voi – sopra tutto ciò, dell’amore che è il vincolo della perfezione. E la pace di Cristo, alla quale siete stati chiamati in un solo corpo, regni sovrana nei vostri cuori 

e siate riconoscenti. La Parola del Cristo abiti in voi con tutta la sua ricchezza; istruitevi e consigliatevi reciprocamente con ogni sapienza; con salmi, inni e cantici ispirati, cantate a Dio nei vostri cuori con gratitudine; e qualunque cosa possiate dire o fare, agite sempre nel nome del Signore Gesù, ringraziando Dio Padre per mezzo di lui” (Col, 3, 1-17).

Commento: L’Apostolo parte dal presupposto che i cristiani, essendo morti al peccato e risorti con il battesimo, hanno interrotto i rapporti con gli interessi di questo mondo. La superstiziosa religione mondana, che giustificava anche i vizi e i peccati, è ormai superata per entrare nella vita divina della fede escatologica, che dona la salvezza. Essa era stata programmata fin dalle origini del mondo da Dio Creatore per la salvezza delle sue creature e realizzata da Cristo con il suo sacrificio sulla croce. Dal momento in cui i cristiani hanno ottenuto la salvezza, essi lascino perdere le cose di qua giù, vizi e difetti di ogni tipo e, piuttosto, cerchino le cose di lassù, le cose che piacciono a Dio, le cose che sono in cielo. Lì, nel cielo (secondo la ben nota locuzione di un articolo del Credo Apostolico, ispirata al Salmo 110), c’è il Signore Gesù, l’Unto del Signore, assiso alla destra di Dio Padre onnipotente. In lui, soltanto in lui, c’è la piena verità dell’autentica vita del credente. La vita del cristiano è nascosta con Cristo in Dio. Ma quando Cristo apparirà trionfante (quando sarà la parusia), anche la nostra vita sarà svelata, nel senso che sarà tolto il velo (metonimia, l’astratto per il concreto) che ora la nasconde allo sguardo degli altri.  In vista di questo trionfo dello spirito, i cristiani spengano i loro vizi e le loro passioni terrene: fornicazione, impurità, libidine, desideri sfrenati e avidità di guadagno, tutte espressioni di idolatria. Su questi vizi si abbatte l’ira di Dio.

Un tempo, dice l’Apostolo, prima della vostra conversione a Cristo, anche voi eravate immersi in questi vizi, eravate pagani idolatri. Ma ora che avete appreso la retta via, fate pulizia di tutte le incrostazioni peccaminose, che possono deturpare la bellezza dell’anima vostra. Dismettete le vecchie abitudini dell’uomo cornale e rivestiti degli abiti nuovi dell’uomo spirituale. Amatevi gli uni gli altri, come Cristo ha amato voi, rispettatevi, siate sinceri e leali tra di voi. In una tale dimensione della vita dello spirito, non c’è differenza tra Greco o Giudeo, tra circoncisi e incirconcisi, barbaro, Scita, schiavo o libero, ma tutti siete di Cristo, senza differenza di nazione o condizione sociale. Amatevi come Cristo vi ha amati; perdonatevi come Cristo vi ha perdonati; siate riconoscenti! Ringraziate il Signore Gesù continuamente con salmi, inni e cantici e, attraverso di lui, ringraziate Dio Padre per tutti i doni ricevuti nella vita!

Doveri sociali della nuova vita

Dopo le regole date per la vita nella Chiesa, in questa sezione l’Apostolo continua il suo discorso, dettando le regole per le buone condizioni di vita nell’ambito della famiglia, esortando i credenti a rispettare l’ordine della tradizione consuetudinaria:

“Donne! Siate sottomesse ai vostri mariti, come conviene nel Signore. Mariti! amate le vostre donne e non siate indipendenti verso di loro. Figli! Obbedite ai vostri genitori in tutto, perché è gradito al Signore. Padri! Non provocate i vostri figli, perché non si perdano di coraggio e si ribellino.

Schiavi! obbedite ai vostri padroni terreni in tutto, non solo sotto i loro vigili sguardi perché volete piacere agli  uomini, ma con cuore semplice e sincero (anche in loro assenza) perché temete il Signore. Qualunque cosa facciate, agite con cuore (sincero) come per il Signore e non per gli uomini, sapendo che riceverete dal Signore, come ricompensa, l’eredità. Servite il Signore Cristo! Certo, chi commetterà ingiustizie, riceverà la ricompensa della sua ingiustizia e non c’è riguardo a persona (Col, 3, 18-25).

CAPITOLO QUARTO 

(Continua il discorso diretto del capitolo precedente e continuerà per tutto il capitolo quarto fino alla fine. Paolo ammonisce): Padroni! date ai servi il giusto e l’onesto, sapendo che anche voi avete un padrone in cielo.

Ultime raccomandazioni

Perseverate nella preghiera e vegliate in essa con riconoscenza; pregate anche per noi, affinché Dio ci apra una porta alla parola, per predicare il mistero di Cristo – a causa del quale sono prigioniero – in modo che lo manifesti predicando (apertamente) come si conviene. Comportatevi saggiamente con gli estranei, cogliendo le occasioni opportune. Il vostro discorso sia sempre pieno di grazia, “condito con sale”, in modo da saper come rispondere a ciascuno” (Col, 4, 1-6).

Notizie e saluti

“Su quanto mi riguarda, vi informerà Tichico, diletto fratello, fedele ministro e mio compagno nel Signore. Ve lo mando perché vi metta al corrente della nostra situazione e consoli i vostri cuori, insieme con Onesimo, fedele e diletto fratello, che è dei vostri: vi informeranno di tutte le cose di qua.

Vi salutano Aristarco, mio compagno di prigionia e Marco, cugino di Barnaba – nei cui riguardi avete avuto istruzioni; se venisse da voi, accoglietelo bene – e Gesù, detto Giusto. Di quelli che vengono dalla circoncisione, questi sono gli unici che collaborano con me al regno di Dio: furono loro il mio unico conforto. Vi saluta Epafra, vostro concittadino, servo di Cristo Gesù; egli lotta continuamente per voi nelle sue preghiere, affinché siate saldi, perfetti e sinceramente dediti a compiere la volontà di Dio. Infatti, attesto che si preoccupa molto di voi, di quelli di Laodicea e di quelli di Gerapoli. Vi salutano Luca, il caro medico, e Dema. Salutate i fratelli di Laodicea, Ninfa con la chiesa che si raduna in casa sua. Quando avrete letto questa lettera, fatela leggere anche alla chiesa di Laodicea; anche voi leggete quella che riceverete da Laodicea. Dite ad Archippo: bada di compiere bene il ministero che hai ricevuto nel Signore.

Il saluto è di mia mano, di me Paolo. Ricordatevi delle mie catene. La grazia sia con voi” (Col, 4, 7-18).

Commento: In generale si può dire che il quadro delle esortazioni parenetiche di questa lettera è molto simile a tanti altri contenuti in altre lettere apostoliche. In particolare, le raccomandazioni prescritte per la tenuta dell’ordine familiare, trovano riscontri e importanti parallelismi nella lettera agli Efesini (Ef, 5, 21-33 e 6, 1-9).

Per il resto, questi ultimi brani della parte parenetica sono abbastanza lineari nella forma e sufficientemente chiari nei contenuti; pertanto, a parere di chi scrive, non necessitano di alcun commento didascalico; anzi, ogni tentativo esplicativo in tal senso, potrebbe soltanto offuscare, anziché chiarire, il godimento spirituale ed estetico della cristallina prosa dell’Autore di duemila anni fa; e va ascritto a maggiore suo merito, il fatto che l’Apostolo abbia scritto tutta la sua produzione teologica, letteraria e religiosa, non nella sua lingua madre (l’ebraico), ma in ellenistico, che era la lingua internazionale del suo tempo nei paesi circumediterranei e nelle nazioni mediorientali.

La seconda lettera di San Paolo ai tessalonicesi

Posted By Felice Moro on Aprile 18th, 2021

Premessa

Vista nell’insieme, la seconda Lettera appare, se non un’appendice, una prosecuzione della prima Lettera dell’Apostolo ai suoi fedeli di Tessalonica. La situazione della comunità dei credenti appare delicata e complessa, perché i perturbatori, nemici dell’Apostolo e del suo vangelo, incalzano i credenti sull’imminenza della parusia, mentre le combriccole degli oziosi e sfaccendati seminano ovunque la sfiducia, il discredito e il disfattismo nella popolazione. Come l’Apostolo aveva già scritto nella sua missiva precedente, le persecuzioni sembrano un male inevitabilmente connesso alla vita dei cristiani. Ora questa condizione viene rapportata al giudizio di Dio. Quando verrà l’ora del giudizio, il Signore dividerà gli uomini in buoni e cattivi, perseguitati e persecutori, e riserverà un diverso destino per le due schiere di anime: il premio della vita eterna per le vittime dei soprusi umani, l’eterno castigo per i dannati. In qualche modo, Paolo ricalca le orme della letteratura apocalittica giudaica, già rappresentata nel Vangelo di Matteo.

Qualche commentatore ha scritto: “Le lettere ai Tessalonicesi non hanno un’esposizione metodica o un’impostazione magistrale … Constano piuttosto di ricordi, esortazioni alla buona condotta, alcune minacce ed alcune preoccupazioni teologiche. La polemica antigiudaica ha una forma ancora primitiva. Non è la risposta ai giudaizzanti impegnati alla salvaguardia delle norme veterotestamentarie del mosaismo, ma ai Giudei in quanto tali, avversari del messianismo cristiano. Gli “uomini perversi e malvagi” di (2Ts 3,2) non sono i giudeo-cristiani, ma i connazionali dell’Apostolo, che ora ostacolavano l’evangelizzazione in Grecia, allo stesso modo come prima avevano già ostacolato, a più riprese, l’evangelizzazione dell’Asia. La tematica delle due lettere rimane ferma ai dati essenziali del credo. Rimangono assenti i contenuti delle grandi sintesi teologiche paoline, come la giustizia di Dio, la riconciliazione, la giustificazione, lo spirito di adozione, la contrapposizione tra spirito e carne, la crocifissione, l’amor di Dio, la morte al peccato, la carità…

L’escatologia occupa un posto importante, insieme ai temi del giudizio e della parusia, che sono argomenti dominanti della predicazione apostolica. Ma anche questi semplici abbozzi dottrinali contengono in sé i germi iniziali delle future grandi sintesi teologiche di Paolo, l’Apostolo delle genti, il missionario più grande che la Chiesa abbia mai avuto-.” (O. De Spinetoli, Roma, 1981). 

Mittenti, indirizzo e saluti (1,1-2)

“Paolo, Silvano e Timoteo alla Chiesa dei Tessalonicesi in Dio nostro Padre e nel Signore Gesù Cristo sia a voi grazia e pace da parte di Dio, nostro Padre e del Signore Gesù Cristo”. L’indirizzo è identico a quello della lettera precedente, a parte la variante di quell’aggettivo possessivo nostro attribuito a Dio Padre.

Capitolo Primo

Il giudizio di Dio come conforto nelle persecuzioni

Paolo, reverente, ringrazia Dio e si congratula con i Tessalonicesi per la crescita e il progresso che hanno fatto nella vita cristiana. Il loro comportamento è stato esemplare, in modo particolare, nella costante tenuta della fede, nella sovrabbondanza della pratica della carità, nonché nella perseverante cura di tutti questi valori; ciò malgrado le persecuzioni subite, le tribolazioni patite e che ancora dovranno sopportare. Tutto questo è un segno del giusto giudizio di Dio, che ritiene i fedeli di Paolo meritevoli del suo regno. L’intervento divino sarà provvidenziale per ristabilire il giusto equilibrio dell’ordine sociale turbato in vita dall’ingiustizia dei persecutori. Quando verrà il giorno del Signore, i persecutori verranno puniti nell’inferno, mentre i perseguitati verranno premiati con la vita eterna in paradiso. A questo riguardo egli scrive: “Quando verrà la manifestazione del Signore Gesù con gli angeli della sua potenza, egli ristabilirà l’ordine violato, dando consolazione a noi, tribolati, mentre quelli che non vogliono riconoscere Iddio, né obbedire al Vangelo del Signore nostro Gesù, subiranno la vendetta divina nel fuoco ardente. Costoro saranno punirti con la rovina eterna, lontani dalla faccia del Signore e dallo splendore della sua potenza. Quel giorno egli verrà per essere glorificato nei suoi santi e per essere ammirato da tutti quelli che hanno creduto, come voi avete creduto alla nostra testimonianza” (2Ts, 1 6-10). L’Apostolo prega Dio per i suoi fedeli, affinché li renda degni della loro vocazione alla volontà di bene, alla professione della fede e alla pratica della carità. “Ciò affinché sia glorificato in voi il nome del Signore nostro Gesù, e voi in lui per la gloria di Dio e del Signore Gesù Cristo” (2Ts, 1, 17).

Per l’Apostolo la vita cristiana è un continuo rapporto dell’uomo con Dio Padre e con il figlio Gesù. E’ l’idea   che ritorna continuamente in entrambe le due lettere ai Tessalonicesi. La fede e la carità sono due forze che trasformano l’uomo in Cristo.

CAPITOLO SECONDO

La parusia del Signore e dell’iniquo (2,1-12)

Questa pericope ha un contenuto oscuro, di difficile interpretazione. L’Apostolo parla dei segni premonitori della parusia del Signore, ma anche dell’affermazioni dell’Avversario, dell’Anticristo. “Quanto alla parusia del Signore, scrive l’Apostolo, e alla nostra riunione con Cristo, vi preghiamo, fratelli, di non agitarvi per le notizie, a noi attribuite ma non veritiere, che circolano nell’opinione pubblica. Non lasciatevi ingannare fino a lasciarvi prendere dal panico, come che il giorno del Signor sia imminente. Infatti, se prima non viene l’apostasia (abiura alla propria fede) e non si rivela l’uomo dell’iniquità (il maligno) che si oppone a Dio e s’innalza fino a sedersi nel tempio di Dio, dichiarando se stesso Dio …” (2Ts, 2, 1-4).

A questo punto il periodo è interrotto e il discorso resta sospeso. Dal significato della della premessa, si arguisce che la conclusione logica che da essa si può trarre, dovrebbe essere la seguente: finché non avvengono tutte queste cose, non avviene la parusia. A maggior chiarimento del significato del suo scritto, l’Apostolo precisa: “Non vi ricordate che quando ero in mezzo a voi vi dissi tutte queste cose?”; il che costituisce una dichiarazione esplicita del fatto che nella sua corrispondenza epistolare, Paolo ripete o riassume, il significato dei discorsi già fatti oralmente, quando egli era presente nella comunità. Ora i Tessalonicesi sanno qual è la causa del ritardo nell’arrivo della parusia.

Riprendendo il discorso sul suo oscuro concetto, Paolo più avanti scrive: “Il mistero dell’iniquità è già in atto. Solo è da attendere fino a quando colui che lo trattiene sia tolto di mezzo. Proprio allora si manifesterà l’iniquo, che il Signore Gesù distruggerà con un soffio della sua bocca e annienterà con la manifestazione della sua parusia. La parusia dell’iniquo avviene per opera di Satana, con ogni genere di potenza, con miracoli e prodigi di menzogna, con tutte le seduzioni dell’iniquità per quelli che si perdono perché non hanno accolto  l’amore della verità per essere salvi. Ecco perché Iddio manda ad essi un influsso di errore, perché credano alla menzogna, affinché siano condannati tutti quelli che non hanno creduto alla verità, ma si sono compiaciuti dell’ingiustizia” (2Ts, 2, 7-12). Così la caduta sotto il dominio di Satana è una conseguenza del rifiuto opposto all’invito divino per la conversione delle coscienze.

La perseveranza nella fede (2,13-16)

Paolo riprende il discorso di ringraziamento a Dio perché, fin dall’inizio, ha scelto i Tessalonicesi “per la salvezza nella santificazione dello Spirito e nella fede della verità. Ha chiamato voi, per mezzo del nostro vangelo, per la gloria del Signore nostro Gesù Cristo. Pertanto, fratelli, siate forti, conservate le tradizioni della fede nella quale siete stati istruiti, sia con le prediche orali, sia per mezzo della nostra lettera (e qui abbiamo la conferma esplicita del fatto che le istruzioni evangeliche date nella lettera erano già state portate a conoscenza dei Tessalonicesi nella precedente attività di predicazione orale). Lo stesso Gesù Cristo, Signore nostro e Dio nostro Padre, che ci hanno amati, che ci hanno dato consolazione e speranza, consolino e confermino anche i vostri cuori in ogni vostra buona parola e in ogni vostra opera di bene” (2Ts, 2, 13-17).

Capitolo Terzo

Esortazione finale (3,1-5)

Nello spazio di questa pericope, l’Apostolo esordisce invitando i fratelli a pregare affinché la parola di Dio continui a diffondersi e a far presa ovunque, come si è affermata presso i Tessalonicesi. Con quest’invito egli intende sollecitare l’impegno missionario che diventa un dovere collettivo, che coinvolge l’intera comunità. Infatti, l’evangelizzazione è un dovere, non di pochi addetti ai lavori, ma di tutta la collettività cristiana, affinché la chiesa continui la sua corsa e “ci liberi dagli uomini perversi e malvagi. Purtroppo, la fede non è di tutti (constatazione amara, ma pur vera dell’Apostolo). Ma fedele è il Signore che vi confermerà nella perseveranza e vi custodirà dal contagio del maligno. Abbiamo fiducia nel Signore, sicuri che quanto vi comandiamo, lo facciate e lo farete. Il Signore ispiri e orienti i vostri cuori verso l’amore di Dio e la pazienza di Cristo (2Ts, 3, 2-5). Dio guida la vita dell’uomo, dona le forze naturali e suscita le sue inclinazioni soprannaturali, tra le quali lo spirito di carità e l’amore verso tutte le sue creature.

Ammonimento agli oziosi (3,6-15)

In questa pericope, che costituisce un’appendice o una specie di aggiunta alla lettera che sembrava già conclusa con la precedente invocazione, l’Apostolo assume improvvisamente un severo tono di comando:

“A voi, fratelli, ordiniamo nel nome del Signore nostro Gesù Cristo, di stare lontani da tutti quei fratelli che vivono indisciplinatamente e non secondo l’insegnamento che ricevettero da noi. Infatti, voi sapete che dovete imitarci nel comportamento, sapendo che, quando eravamo tra di voi, non siamo rimasti né oziosi, né abbiamo mangiato gratuitamente il pane di altri, ma siamo campati con fatica e con stenti, lavorando giorno e notte, per non essere di peso a nessuno. E non è che non avessimo diritto ad essere mantenuti dai beneficiari della nostra azione missionaria, ma abbiamo preferito lavorare, sia pure con sacrifici e fatica, pur di campare dal nostro lavoro; questo per offrirvi un modello onesto di comportamento sociale da imitare. Infatti, quando eravamo ancora insieme, vi davamo un’importante raccomandazione: se uno non vuole lavorare, non mangi. Ma ora siamo venuti a sapere che in mezzo a voi ci sono persone che vivono in modo disordinato: non lavorano affatto, s’impicciano di tutto e parlano di ogni cosa. A queste persone comandiamo e le ammoniamo, in nome del Signore Gesù, che mangino il proprio pane, lavorando in silenzio e senza fare molto chiasso” (2Ts, 6-12). L’Apostolo qui intende sottolineare il fatto che l’ozio comporta molti altri vizi, tra i quali, quello di fare molte chiacchiere inutili, che infastidiscono gli altri inutilmente. Per ovviare a questo male, il comando che egli dà è di duplice valenza: silenzio e impegno di lavoro. Nello stesso tempo avverte i fratelli su come trattare l’ozioso. Lo richiamino all’ordine con consigli orali e facendogli leggere il messaggio della lettera. Se poi persiste con la condotta sbagliata, lo trascurino, isolandolo in modo che si vergogni di stare con gli altri, ma comportandosi diversamente dagli altri suoi vicini. Ma continuino a considerarlo come fratello, non come nemico.

Il saluto finale (3,16-18)

Il messaggio conclusivo richiama i contenuti e le modalità di quello già dato precedentemente: “Lo stesso Signore della pace- egli dice- vi dia la pace sempre e in ogni maniera. Il Signore sia con tutti voi. Il saluto che vi mando è di mia mano, di Paolo. Questo è il sigillo di tutte le mie lettere. La grazia del Signore nostro Gesù Cristo sia con tutti voi!”.

Sommario riassuntivo:

Facendo una sintesi sommaria del documento, i principali concetti espressi dall’Apostolo appaiono i seguenti.

  1. La perseveranza nelle virtù cristiane: fede, speranza e carità, conserverà i fedeli puri e graditi a Dio. Ciò malgrado, non mancheranno di affrontare le persecuzioni che incontrano nel loro cammino, le quali pare che abbiano una connessione ontologica alla condizione dell’essere cristiani;
  2. I Giudei sono i nemici del cristianesimo. “Gli uomini perversi e malvagi” di cui parla l’Apostolo, non sono i pagani o i giudaizzanti, ma i Giudei in quanto tali, i suoi connazionali. Essi prima hanno ucciso Gesù e i profeti, poi hanno ucciso gli apostoli e adesso perseguitano i loro fedeli; prima hanno ostacolato l’evangelizzazione dell’Asia e adesso ostacolano l’evangelizzazione della Macedonia e della Grecia;
  3. Il giorno del giudizio non si sa quando avverrà. Quando arriverà la sua ora, il Signore dividerà gli uomini in due schiere: i perseguitati e i persecutori, i buoni e i cattivi, e assegnerà loro un diverso destino: ai primi, il premio della vita eterna in paradiso, ai malvagi il castigo eterno nell’inferno;
  4. L’avvento della parusia. Il giorno del giudizio universale non è imminente. Il Tessalonicesi lo sapevano già da prima perché Paolo l’aveva detto quand’era ancora in città e spiegava loro la dottrina della fede; perciò, cerchino di ricordare, senza lasciarsi confondere dai perturbatori e dai falsi profeti;
  5. L’attività missionaria è un dovere collettivo. L’evangelizzazione è un compito, non solo di pochi addetti ai lavori, ma di tutta la collettività cristiana e, in questo senso, ogni comunità ha la sua responsabilità. Tutti i credenti possono insegnare agli altri, con l’esempio, lo stile di vita e la preghiera, i principi fondamentali della vita cristiana;
  6. La disapprovazione dei fannulloni. Tutti devono lavorare per vivere. I missionari, pur avendo diritto a vivere a spese della comunità ospitante, hanno preferito dare il buon esempio, per cui hanno sempre lavorato e sono vissuti del proprio lavoro, senza essere mai di peso a nessuno. I fannulloni non vanno disprezzati o emarginati in quanto tali, ma vanno sollecitati a lavorare, a guadagnarsi il pane che mangiano con le proprie fatiche, come fanno tutti gli uomini del mondo. Bisogna far capire loro una verità fondamentale, secondo cui, chi non lavora, non mangi!

La prima lettera di San Paolo ai tessalonicesi

Posted By Felice Moro on Aprile 18th, 2021

Premessa

La storia dell’evangelizzazione di Tessalonica è narrata, per la prima volta, negli Atti degli Apostoli (At 16,9 e 17, 1-9). Circostanze misteriose e particolari difficoltà che i missionari incontrarono nell’evangelizzazione dell’Asia Minore cospirarono insieme a spingere Paolo e il suo seguito a lasciare il suolo dell’Asia e ad imbarcarsi a Troade per arrivare in Europa. Siamo negli anni tra il 49 e il 52 d.C.- Sbarcato nel porto di Neapoli, il gruppo dei missionari raggiunse Filippi, in Macedonia, prima tappa della sua attività dell’evangelizzazione dell’Europa. L’accoglienza della nuova fede, fin dall’inizio, appariva molto promettente. Ma i Giudei, ostili al messaggio di salvezza di Gesù e gelosi del successo personale riscosso da Paolo tra il popolo, aizzarono contro di lui gli sfaccendati di piazza, che scatenarono una rivolta popolare contro Paolo e il suo seguito. Gli Apostoli furono costretti a fuggire da Filippi e ripararono a Tessalonica. Giunta in città per la via Egnazia, la delegazione apostolica, composta da Paolo, Sila e Timoteo, si recava, per tre sabati di seguito, a predicare il Vangelo nella sinagoga dei Giudei.  L’iniziativa appariva interessante e prometteva buoni frutti, perché un certo numero di Giudei, molti pagani e un gran numero di donne delle classi benestanti, si erano convertiti al cristianesimo e si erano fatti battezzare. Purtroppo, l’ostilità scatenata dai Giudei a Filippi, li raggiunse anche qui per cui furono cacciati via dalla sinagoga; ma essi non si diedero per vinti e trovarono nuova accoglienza nella casa di Giasone, un credente benestante, che li accolse in casa sua. I discorsi dei missionari erano graditi al popolo anche perché erano accompagnati, qui come altrove, da prodigi e segni miracolosi operati dallo Spirito Santo. Questi segni contribuirono a rinforzare l’efficacia della predicazione dei missionari che, dopo aver constatato la mala fede dei Giudei, abbandonarono la sinagoga e si rivolsero ai pagani. Questi si dimostrarono, fin da subito, meno prevenuti e più disponibili dei Giudei ad abbandonare i loro idoli e ad accettare la nuova fede in Cristo Gesù.

Dal punto di vista della composizione sociale, l’uditorio degli Apostoli era formato, in prevalenza, da genti provenienti dal mondo operaio, ma non mancavano le persone che provenivano dagli strati più umili della società: i liberti e gli schiavi. Inoltre, la presenza di Giasone, che accoglie gli Apostoli in casa, e l’accusa rivolta ai cristiani di essere nemici dell’Imperatore, erano tutti indizi che facevano pensare che nel seguito dei missionari ci fossero anche personaggi influenti nella politica e nelle amministrazioni locali. Quando la comunità cristiana si era già formata, era attiva e integrata in seno alla società locale, contro di essa insorsero ancora i Giudei, creando una rivolta, nella quale coinvolsero i violenti e gli sfaccendati di piazza, come precedentemente avevano fatto i rivoltosi di Filippi. Vista la mala parata, i missionari lasciarono anche questa città e si rifugiarono a Berea.  

Ma gli oppositori di Tessalonica giunsero fin qui a mettere in subbuglio la popolazione. A questo punto il gruppo missionario si divide in due parti, per cui, mentre Sila (o Silvano) e Timoteo rimasero a Berea, Paolo continuò il viaggio da solo verso Atene. Qui egli fece un importante discorso in un’assemblea pubblica con i sapienti della Grecia, che ebbe luogo nell’Areopago della città. Inizialmente i presenti ascoltarono il missionario con attenzione, anche perché erano curiosi di sapere cosa avesse mai di nuovo da dire questo straniero, che loro, tronfi del loro sapere, non conoscessero ancora. Tutto andò bene finché l’Apostolo parlò della fede in Gesù Cristo in termini generali; ma quando, nel suo discorso, egli toccò il tema della risurrezione dai morti, la maggior parte dei presenti si alzò in piedi, si mise a contestare le sue affermazioni a voce alta e abbandonò la seduta. Soltanto un certo numero di donne e pochi uomini, tra i quali un certo Dionigi, accolsero l’appello dell’Apostolo e si convertirono alla fede cristiana. Dopo questa deludente esperienza con gli intellettuali greci, Paolo lasciò Atene e si rifugiò a Corinto, dove soggiornò a lungo e fu la tappa più importante del secondo e terzo viaggio missionario per l’evangelizzazione dell’Acaia (Grecia) e dell’Europa. Durante questo lungo soggiorno a Corinto, l’Apostolo aveva maturato l’idea di compiere il quarto viaggio di missione a Roma. Intanto, per fasi conoscere in anteprima, lo fece precedere dalla Lettera ai Romani, in cui anticipa la notizia del suo prossimo arrivo nella capitale dell’Impero, che poi diventerà il centro universale di propulsione del cristianesimo nel mondo.

Capitolo Primo

Mittente e indirizzo

La Lettera si apre con la consueta formula di esordio dell’Apostolo: “Paolo, Silvano e Timoteo, alla Chiesa dei Tessalonicesi, in Dio Padre e nel Signore nostro Gesù Cristo, grazie a voi e pace (1Ts, 1).

L’elezione e la vocazione dei Tessalonicesi

Paolo gioisce e rende grazie a Dio nel ricevere le buone notizie, riportategli dal suo compagno di viaggio Timoteo, che egli aveva inviato in precedenza come suo rappresentante nella comunità di Tessalonica. In particolare, ringrazia Dio nel sapere che i Tessalonicesi si sono distinti nel praticare le buone opere: lo sforzo nella carità, la fermezza nella speranza, la fede nel Signore nostro Gesù Cristo.

“Conosciamo, egli dice, fratelli amati da Dio, la vostra elezione nel Signore a ricevere il Vangelo prima di altri. Esso non vi è stato annunziato in modo superficiale con discorsi fatti di semplici parole, bensì con profonda convinzione dell’animo e con la potente effusione dello Spirito Santo. Voi sapete come ci siamo comportati con voi in modo sincero e trasparente; voi siete diventati bravi imitatori nostri e del Signore, accogliendo la fede con gioia, anche quando essa costava il prezzo di sacrifici e tribolazioni; tuttavia, siete diventati i cristiani modello di tutta la Macedonia e dell’Acaia. Per vostro merito la parola di Dio risuona, non solo in Macedonia (a Filippi e Berea) e nell’Acaia (a Corinto e in Atene), ma ovunque e in ogni luogo si è diffusa la fama della vostra fede in Dio, in modo tale che non avete più bisogno delle nostre parole e delle nostre preghiere, dei nostri insegnamenti. Gli stessi abitanti (vostri concittadini) raccontano ancora le vicende dell’accoglienza che noi abbiamo ricevuta da voi e di come voi vi siete convertiti, passando dal culto degli idoli pagani, al servizio di Dio vivo e vero; ciò al fine di aspettare dai cieli il figlio, Gesù, che risuscitò dai morti e che ci libera dall’ira che viene” (1Ts, 4-10).

Capitolo Secondo

Il comportamento dei missionari a Tessalonica (2,1-12)

I Tessalonicesi sanno bene che la loro evangelizzazione non è stata né casuale, né vana. Infatti, essi sanno come avvennero i fatti: i missionari, dopo essere stati insultati e cacciati via da Filippi, si trasferirono a Tessalonica e, pur davanti a ostacoli, persecuzioni e difficoltà di ogni genere, cominciarono a predicare il Vangelo agli abitanti. “La nostra esortazione alla fede era sincera, non dettata da malafede o dalla voglia d’ingannare gli altri, come spesso facevano altri (certi retori ambulanti), ma essa scaturiva dalla vocazione missionaria conferitaci da Dio ad annunziare il Vangelo; così parlammo francamente con la vostra gente, non per il desiderio di piacere agli uomini, ma per dovere di sincerità e di lealtà verso Dio, che scruta i segreti dei nostri cuori” (1Ts, 2, 3-4). L’Apostolo rimarca il fatto che, nella loro attività di predicazione, i missionari non hanno mai fatto ricorso, né a metodi adulatori, né a persuasioni strumentali, dettate da interesse personale, né sono andati alla ricerca dell’onore o della gloria, che provengono dagli uomini; e, pur avendo diritto a essere mantenuti a carico dei beneficiari della loro opera, essi sono sempre vissuti dal loro lavoro, indipendenti dagli altri e senza essere di peso a nessuno. Sono stati affabili e disponibili nei confronti degli abitanti del posto, come una madre è premurosa nei confronti dei propri figli. Al riguardo, egli scrive: “Noi eravamo disposti a comunicarvi, non solo il Vangelo di Dio, ma la nostra stessa vita, tanto ci eravate diventati cari. Voi, fratelli, ricordate certamente le nostre fatiche e i nostri stenti: lavoravamo giorno e notte per non essere di peso a nessuno, tuttavia adempiendo alla nostra missione di comunicarvi il tesoro della fede. Siete voi testimoni diretti e Dio stesso del trasporto affettuoso e sincero con cui abbiamo comunicato il Vangelo a voi, che eravate disponibili ad accoglierlo. Abbiamo usato un comportamento sincero e premuroso nei vostri confronti, come fa un padre con i propri figli. Vi abbiamo esortati, incoraggiati e scongiurati a camminare nella strada giusta, che porta a Dio e vi chiama al suo regno e alla sua gloria” (1Ts, 2, 8-12).

L’accoglienza del messaggio cristiano (2, 13-16)

Paolo si congratula con i Tessalonicesi perché, avendo ricevuto la parola di Dio dalla voce umana dei missionari, hanno creduto e la nuova fede dà loro una grande forza spirituale. Infatti, con la fede, essi sono diventati imitatori delle chiese cristiane che sono in Giudea, in Palestina e nel mondo. Pertanto, le stesse sofferenze e le stesse persecuzioni, che hanno subito i fratelli della Giudea da parte dei loro compatrioti non credenti, le dovranno patire anche loro, i neoconvertiti della Macedonia. La persecuzione è, quindi, un destino fatale della Chiesa di Dio, a prescindere dai luoghi, dai tempi e dalle persone, che la rappresentano.

“I Giudei, nemici della fede, continua l’Apostolo, prima hanno ucciso il Signore Gesù e i profeti, poi perseguitarono noi. Essi non piacciono a Dio, sono nemici degli uomini e impediscono a noi di predicare la fede alle genti, affinché esse si salvino; così riempiono sempre di più la misura dei loro peccati. Ma l’ira di Dio si è già abbattuta su di loro e durerà fino alla fine” (1Ts,2, 15-20).

L’Apostolo continua il suo discorso, dichiarando: “Noi, o fratelli, orfani di voi per breve tempo con la presenza, ma non con il cuore, ci siamo preoccupati, con estrema premura, di rivedere il vostro volto. Proprio per questo avevamo deciso di venire da voi, io Paolo, una prima e una seconda volta, ma Satana ce l’ha impedito.

Chi, infatti, è la nostra speranza, la nostra gioia e la nostra corona di gloria davanti al Signore nostro, Gesù Cristo, al momento della sua parusia, se non proprio voi? Voi, certo, siete la gioia e la gloria nostra” (2, 17-20). Egli, quindi, più volte ha cercato di far ritorno da loro, ma i suoi tentativi sono stati sempre frustrati dall’opposizione satanica dei suoi nemici. La comunità dei credenti di Tessalonica rappresenta la misura e il successo della sua opera missionaria tra i pagani. Essa sarà la gloria e la gioia dell’Apostolo nel giorno della parusia, ossia nel giorno del ritorno del Signore per giudicare i vivi e i morti.

Capitolo Terzo

La missione di Timoteo

Paolo, non potendo andare lui di persona, ha fatto una scelta: egli resterà solo ad attendere alla sua opera a Corinto e manda il suo collaboratore Timoteo a confermare nella fede i Tessalonicesi, convertiti di recente. La preoccupazione dell’Apostolo è che, i disordini e le agitazioni sociali, come quelle scatenate strumentalmente dai suoi oppositori e perturbatori dell’ordine pubblico, qualcuno, che magari ha una fede ancora debole, possa essere distolto o perderla del tutto. I destinatari della missiva sanno già che, per poter difendere e mantenere integra la loro fede, i cristiani sono destinati a subire lotte e tribolazioni di ogni genere. Nell’ansiosa attesa di avere notizie sull’evoluzione della situazione in quel momento assai poco tranquillo, egli ha mandato il suo collaboratore a raccogliere notizie sullo stato di salute della fede dei neoconvertiti. La sua paura è sempre quella che l’antico seduttore (il maligno) possa dissuadere i fedeli dalla fede, rendendo vani il suo lavoro e le sue fatiche.

Quando Paolo scrive la lettera, Timoteo è appena tornato dalla sua missione, riportando buone notizie, che hanno rinfrancato l’animo dell’Apostolo. Soddisfatto di questa notizia, egli attesta: “Proprio ora Timoteo è tornato da noi. Ha riportato buone notizie sullo stato di salute della vostra fede e della vostra carità; non solo, ma mi ha anche riferito che conservate un buon ricordo di noi e che desiderate rivederci, come noi desideriamo di rivedere voi. Il sapere queste cose, fratelli, ci rinfranca l’animo perché, dopo le avversità e le tribolazioni patite, abbiamo trovato conforto in voi, a motivo della costanza nella vostra fede” (1Ts,3, 6-7).

Le informazioni riportate da Timoteo riempiono l’animo di Paolo di soddisfazione e di gratitudine verso Dio che gli ha concesso questa gioia. Nello stesso tempo, la consapevolezza della stima che i suoi fedeli nutrono ancora per lui, per naturale corrispondenza di amorosi sensi umani, acuisce la nostalgia dell’Apostolo di rivedere i suoi cari parrocchiani di Tessalonica. Poi il saluto e l’auspicio: “Che lo stesso Dio e Padre nostro e il Signore nostro Gesù, ci spianino la via verso di voi. Il Signore vi faccia crescere e sovrabbondare nell’amore scambievole verso tutti, come noi sentiamo verso di voi. Ciò affinché i vostri cuori siano irreprensibili nella santità davanti al nostro Dio e Padre, nella venuta del Signore nostro Gesù con tutti i suoi santi” (1Ts, 3, 11-13).

Capitolo Quarto

Introduzione (4, 1-2)

Nell’introduzione alla nuova pericope, Paolo esorta, conforta e cerca di sostenere gli animi dei Tessalonicesi, affinché essi, come hanno appreso dai missionari la retta via che porta a Dio, continuino a camminare nella strada giusta e a progredire nella fede e nella grazia del Signore Gesù. Ormai essi conoscono la strada che devono percorrere. Essi hanno ricevuto l’orientamento, le norme e le indicazioni necessarie per seguire da soli il loro cammino futuro.

Santità e purezza della cristiana (4,3-8)

La volontà di Dio è la santificazione dei suoi fedeli. Perciò, ai suoi interlocutori l’Apostolo dice: “Astenetevi dall’impudicizia. Ciascuno sappia tenere il proprio corpo in santità e onore, non abbandonandosi agli impulsi delle passioni sregolate, come fanno i pagani che non conoscono Dio. Infatti, il cristiano e il pagano normalmente scelgono di percorrere strade diverse nella vita: il primo percorre la strada che conduce alla condizione spirituale dell’uomo rigenerato e ritemprato dalla grazia del Signore; il secondo si abbandona al godimento del piacere materiale del ventre e delle passioni. A questo riguardo, nessuno si permetta di fuorviare o defraudare il suo prossimo perché il Signore è vindice delle nostre azioni, nonché delle nostre intenzioni verso gli altri. Dio, infatti, non ci ha chiamati all’impurità, ma alla santità. Chi non rispetta questi principi, disprezza, non l’uomo nella sua ontologia mortale, ma Dio stesso che dona a voi il suo Santo Spirito” (1Ts, 4, 3-8).

Carità fraterna e laboriosità (4,9-12)

“Quanto alla necessità di tenere vivo il sentimento di amore fraterno, egli dice, non c’è bisogno che io ve lo ricordi per iscritto, perché ne abbiamo parlato e discusso abbondantemente a voce nei nostri incontri e voi avete già imparato da Dio ad amarvi scambievolmente. Infatti, lo spirito di carità e di solidarietà reciproca che vi lega al vostro interno come comunità locale, fortunatamente, si è diffuso e si è esteso all’intero popolo della Macedonia” (1Ts, 4, 9-10). Poi l’Apostolo esorta i destinatari a progredire maggiormente nello sforzo di ripulire la propria condotta da tutte quelle di abitudini negative, dalle scorie e dalle incrostazioni dei vizi, come l’agitazione, l’intraprendenza negli affari pubblici, la negligenza nel proprio lavoro, che possono essere di ostacolo o d’intralcio alla pratica della carità. La carità non ama farsi servire, ma cerca di servire il prossimo essa stessa, di vivere attivamente del proprio lavoro per essere liberi e indipendenti dagli altri, senza costituire mai un peso per nessuno. “Comportatevi con onore, come vi abbiamo raccomandato nei confronti degli estranei e non abbiate bisogno della guida di nessuno” (1Ts, 4,12) consiglia Paolo ai suoi amici di Tessalonica.

La Sorte dei defunti (4, 13-18)

In questa sezione Paolo dà le sue spiegazioni circa la sorte che attende i defunti.

“Non vogliamo lasciarvi nell’ignoranza, o fratelli, riguardo a quelli che dormono, affinché voi non siate afflitti come quelli che non hanno speranza (i pagani). Infatti, se crediamo che Gesù è morto ed è risuscitato, così dobbiamo credere che Dio riunirà con lui quanti si sono addormentati in Gesù. Alla venuta del Signore, noi, viventi, superstiti, non precederemo quelli che si sono addormentati prima di noi. Poiché il Signore stesso, al comando divino, alla voce dell’arcangelo, al suono della tromba di Dio, discenderà dal cielo e i morti che sono in Cristo risorgeranno per primi. E noi viventi, superstiti, insieme con essi, saremo rapiti sulle nubi del cielo per incontrare il Signore nell’aria e saremo sempre con lui” (1Ts, 4, 13-17).

Pertanto, anche in queste circostanze dolorose, i fedeli di Tessalonica si consolino gli uni gli altri con la speranza che danno queste parole dell’Apostolo. La risposta di Paolo, d’altronde, scaturisce da un preciso articolo del Credo Simbolo Apostolico. Se Gesù è morto ed è risuscitato dai morti, anche i fedeli che muoiono con lui, con lui risorgeranno a nuova vita.

Capitolo Quinto

Il tempo della parusia

Circa il tempo e l’ora della parusia, ossia della futura venuta del Signore, nessuno sa quando e anche i Tessalonicesi sanno che nessuno conosce questo mistero. Però essi sanno che il giorno del Signore arriverà all’improvviso, come un ladro di notte. Il senso della frase lascia presumere che i destinatari conoscessero già questi temi, perché, probabilmente, erano stati già affrontati negli interventi della catechesi orale, quando l’Apostolo era presente in mezzo a loro. Il giorno della sua venuta, il Signore si mostrerà salvatore e giudice universale dell’umanità, dei vivi e dei morti. Per questo è necessario tenersi desti e sempre pronti ad affrontare la situazione. L’immagine del ladro suggerisce certamente un senso non positivo, ma calamitoso dell’evento. Tra i vangeli sinottici, Matteo è quello più esplicito di tutti nel descrivere, come apocalittico, il giudizio universale; tra gli artisti, Michelangelo è quello che, meglio di altri, ha saputo rappresentare plasticamente la scena nell’affresco della volta della Cappella Sistina, nella Chiesa di S. Pietro a Roma.

Di fatto accadrà che, “quando gli uomini diranno pace e sicurezza allora improvvisamente precipiterà su di loro la rovina, come i dolori del parto su una donna incinta, e gli uomini non sfuggiranno al loro destino.

Ma voi, fratelli, non siete nelle tenebre (come sono i non credenti) ignorando queste cose, in modo tale che quel giorno vi possa sorprendere come un ladro di notte. Infatti, voi siete figli della luce e, come tali, conoscete le cose e, quello che più conta, è il fatto che siete nello stato di santità e della grazia del Signore. Per questo non dormiamo, ma siamo sempre svegli, attenti e vigili ad affrontare il destino che ci attende. Quelli che dormono, o sono neghittosi perché figli della notte che porta vizi, crapule e orge; o sono come noi, uomini del giorno, figli della luce. Perciò, dobbiamo essere sobri, rivestiti con la corazza della fede e della carità, con in testa l’elmo della speranza della salvezza” (1Ts, 5, 3-8). Dio, infatti, non ha destinato i suoi figli a vittime della sua ira, ma all’acquisto della salute eterna con il prezzo pagato dal sangue del Signore nostro Gesù Cristo, che è morto per noi. Pertanto, sia che viviamo, sia che ci addormentiamo, viviamo con lui. Riflettendo su questa realtà dell’umano destino, i Tessalonicesi si confortino gli uni gli altri, come, d’altronde, hanno già imparato a fare da soli.

Doveri comunitari

Dopo le istruzioni sulla sorte dei defunti e sul tempo della parusia, viene l’esortazione ai doveri comunitari, come espressione della vita nell’armonia cristiana e soprannaturale. Prima di tutto l’Apostolo raccomanda il rispetto dei superiori che insegnano, ammoniscono e governano le comunità. Queste persone, come Paolo e gli altri apostoli, lavorano e faticano, non per un loro interesse o tornaconto personale, ma operano in nome e per conto del Signore. Dopo i doveri verso i superiori, vengono i doveri reciproci tra i membri delle stesse comunità.

Essi vivano in pace tra di loro. “Vi esortiamo, fratelli, correggete gli indisciplinati, incoraggiate i pusillanimi, sostenete i deboli, siate pazienti con tutti. Guardatevi bene dal rendere il male con il male, piuttosto studiate sempre di fare il bene gli uni agli altri e a tutti. Siate sempre lieti perché le persecuzioni e i torti subiti non tolgono mai la gioia dell’anima, che vive in armonia con la volontà del Signore. Pregate sempre, possibilmente senza interruzione. Rendete grazie al Signore per ogni dono che egli vi ha concesso. Tenete conto della volontà di Dio comunicatavi da Gesù Cristo. Non spegnete le risorse dello Spirito. Non disprezzate le profezie perché la Chiesa è fondata, oltre che sulla parola di Dio, anche sulle testimonianze dei profeti e sull’opera degli apostoli. Esaminate ogni cosa, ritenete le cose buone. Tenetevi lontani da ogni sorta di male (1Ts, 5, 14-22).

Conclusione (5,23-28)

A conclusione della sua missiva, l’Apostolo augura ai Tessalonicesi “che il Dio della pace fortifichi tutto il loro essere: spirito, anima e corpo, che essi custodiranno con cura integri per la santità da offrire in dono al Signore il giorno della parusia. Fedele è colui che vi chiama. Egli porterà ogni cosa a compimento. Fratelli, pregate anche per noi. Salutate tutti i fratelli con il bacio santo. Vi scongiuro nel Signore che questa lettera sia letta a tutti i fratelli. La grazia del Signore nostro, Gesù Cristo, sia con voi” (1Ts,5, 23-28).

Dio che chiama l’uomo, il Creatore che attende le sue creature alla fine dei loro giorni, siccome è fedele alle sue promesse, non mancherà di farle partecipi della sua stessa divinità.

Sommario

I temi trattati nella Lettera sono molteplici, tra i quali, quelli in cui l’Apostolo ha maggiormente insistito, detti con estrema sintesi, appaiono i seguenti:

  1. La gioia. I cristiani vivono nella gioia perché hanno una speranza in più dei pagani e di tutti gli altri abitanti del pianeta: quella di essere stati redenti dal peccato di Adamo dal sacrificio di Cristo sulla croce. Perciò vivano nella gioia e nella pace della fratellanza universale;
  2. Le virtù cristiane: fede, speranza e carità, sono le corazze più importanti che sorreggono l’etica dei cristiani per vivere nella gioia che dona la pace dell’anima;
  3. Paolo e i suoi collaboratori, pur avendo diritto a campare a spese della società ospitante, hanno sempre preferito lavorare e campare a proprie spese, senza essere mai di peso a nessuno;
  4. La polemica contro i Giudei, bollati come nemici della fede, è una costante che ricorre non solo in questo documento, ma un può in tutti gli scritti dell’Apostolo;
  5. La santificazione, cioè l’esigenza di ripulire la coscienza dalle condotte negative (impudicizia, negligenza nel proprio dovere, vizi di ogni sorta) è un’altra sollecitazione costante dell’Apostolo;
  6. Lo spirito di servizio: il cristiano non deve aspettare di essere servito, ma dev’essere lui stesso sempre disponibile a servire gli altri;
  7. La sorte dei defunti. Se Gesù è morto ed è risorto dai morti, anche il credente deve sperare che, dopo la morte, risorga con lui a nuova vita;
  8. La parusia. E’ il ritorno del Signore nel giorno del giudizio universale per giudicare i vivi e i morti.  E’ un evento apocalittico, narrato soprattutto nel vangelo di Matteo e rappresentato plasticamente da Michelangelo nella volta della Cappella Sistina, evento che avverrà non subito. Prima devono accadere molte altre cose. Intanto bisogna essere attenti e vigilare sulle nostre condotte perché il Signore, per ognuno di noi, può venire all’improvviso in qualsiasi momento e può sorprenderci come un ladro di notte;
  9. Sobrietà. Il cristiano, armato delle corazze della fede e della carità, deve sempre avere una condotta sobria, scevra da vizi e da qualsiasi eccesso comportamentale;
  10. Il rispetto di tutti. Il credente non deve mai mancare di rispetto a nessuno, ma dev’essere sempre solidale con gli altri, all’interno della comunità e all’esterno, con le autorità di governo e con gli altri membri della società civile.

I Tessalonicesi sanno già tutte queste cose, perché Paolo le aveva trattate a voce quand’era presente in  mezzo a loro; ma ora le ribadisce anche per iscritto nella lettera, a perenne memoria della fede nella vita dei cristiani.

La Lettera di San Paolo ai Filippesi

Posted By Felice Moro on Febbraio 9th, 2021

Introduzione

Filippi è una città della Macedonia che, con la vittoria di Pidna del 148 a.C. riportata dal pretore Quinto Cecilio Metello, divenne una provincia di Roma. A Filippi, nell’anno 42 a. C., si combatté la battaglia dei triumviri Cesare Ottaviano e Marco Antonio, contro i repubblicani e gli omicidi di Cesare, Bruto e Cassio, per la cui sconfitta Bruto si suicidò. Un memorabile ricordo di questa sconfitta è condensato nel proverbio popolare “Ci rivedremo a Filippi”. Con questa frase, l’ombra di Cesare (apparsagli in sogno la notte della vigilia della battaglia) avrebbe preannunziato a Bruto la sua sconfitta, che poi sarebbe stata la causa della sua tragica fine.

Secondo le notizie storiche riportate negli Atti degli Apostoli (At 16, 12-40), Paolo visitò Filippi, una prima volta durante il suo secondo viaggio missionario nell’anno 50-51. Era anche la prima volta che l’Apostolo metteva piede nel continente europeo. Poi era stato altre due volte di passaggio durante il terzo viaggio missionario: in andata, da Efeso a Corinto nell’autunno del 57; di ritorno da Corinto a Efeso, per la Pasqua del 58.

Filippi è stata la città della Macedonia in cui Paolo fondò la prima comunità cristiana d’Europa.

La Lettera è un documento apostolico che contiene un forte e reiterato richiamo dell’Apostolo ai fedeli della comunità a vivere il Vangelo nella gioia che ci ha lasciato il Signore risorto. E’ un invito a perseverare fedelmente nella pratica dell’autentica dottrina cristiana che egli ha loro insegnato, senza lasciarsi sviare dagli oppositori del Vangelo: giudei integralisti ancora legati alla pratica della circoncisione, falsi profeti, nemici dell’Apostolo e del suo Vangelo. Egli fa queste osservazioni perché, attraverso notizie riferitegli da altri, è venuto a sapere che all’interno della comunità molte cose stanno cambiando. L’Apostolo avverte il pericolo che i fedeli possano essere disorientati ed egli di aver faticato invano, perché il suo impegno missionario rischia di essere compromesso dalla subdola propaganda demolitoria da parte dei suoi nemici; e, non potendo andare di persona a parlare con loro, affida i suoi richiami e i suoi consigli alla lettera. Ricorda l’accoglienza positiva ricevuta, il piacere reciproco dello stare insieme nella preghiera, nel culto e nelle altre attività della fede; ricorda i suoi sacrifici e le sue rinunce, anche ai diritti missionari, lavorando per vivere e non essere di peso a nessuno; egli, gratuitamente, ha dedicato il suo tempo e le sue energie a evangelizzare i Filippesi; ed essi erano diventati bravi fedeli, ferventi nella preghiera, assidui nel culto, generosi nella carità e nei modelli di vita cristiana, tanto da essere imitati dagli altri abitanti della Macedonia e della Grecia. Egli scrive queste cose, fiducioso nel fatto che la sua missiva produca l’effetto voluto di rassicurare i fedeli, perché i filippesi capiranno come stanno le cose e sapranno liberarsi dai falsi profeti e dagli spacciatori di menzogne.

Quest’articolo analizza e commenta il documento apostolico nella sua interezza. Le parti più significative sono state riportate integralmente dal testo originale ed evidenziate con la virgolatura; le parti del testo ripetitive, prolisse o complesse sono stati snellite, sintetizzate e semplificate, sia nella loro veste grammaticale e lessicale, sia in quella concettuale. Con questi adattamenti, il documento apostolico può essere letto e capito da chiunque, anche dalle persone che hanno poca cultura. L’importante è che abbiano la voglia di leggere, di conoscere i testi sacri e la storia evolutiva del cristianesimo delle origini.

Capitolo Primo

Mittente e indirizzo

“Paolo e Timoteo, servi di Cristo Gesù, a tutti i santi in Cristo Gesù, che sono a Filippi, con gli episcopi e i diaconi. Grazie a voi e pace da parte di Dio, nostro Padre e dal Signore Gesù Cristo”.

Come nelle altre sue lettere, Paolo nell’indirizzo comprende sempre tre soggetti fissi: il mittente, il destinatario e i saluti. Qui comprende se stesso, Paolo e Timoteo (Sila è nominato più avanti) si presentano con la qualifica di “servi di Cristo”. Già prima di loro, i profeti dell’Antico Testamento si presentavano come “servi di Jahvé”. Questa locuzione è una dichiarazione esplicita del fatto che, con il mistero dell’Incarnazione, Gesù Cristo ha preso il posto del Jahvé, il cristianesimo subentra all’ebraismo mosaico del Vecchio Testamento.

Ringraziamento a Dio e preghiere

Nel suo discorso di ringraziamento, l’Apostolo esordisce dichiarando: “Ringrazio il mio Dio ogni volta che vi ricordo. In ogni mia supplica prego sempre con gioia per tutti voi, che avete collaborato alla diffusione del   Vangelo dal primo giorno fino al tempo presente; ho la ferma convinzione che, Colui che ha iniziato tra di voi quest’opera eccellente, la porterà a termine fino al giorno di Cristo Gesù” (Fp 1,3-6), ossia fino al giorno della parusia.  

Poi egli si rivolge direttamente ai membri della comunità, spinto da un sentimento di riconoscenza e di affetto che nutre per loro, che sono stati solidali con lui, sia per l’assistenza datagli quand’era in carcere, sia per l’assidua partecipazione all’attività di evangelizzazione dei macedoni. Chiama in causa Dio a testimone della sincerità dei suoi sentimenti nei loro confronti. E aggiunge: “Questo io chiedo: che il vostro amore cresca sempre più in conoscenza e in ogni delicato sentimento, affinché apprezziate le cose migliori e così siate puri e senza macchia per il giorno di Cristo, ricolmi dei frutti di giustizia, che si ottengono per mezzo di Gesù Cristo, a gloria e lode di Dio (1, 9-11).

In sostanza, tutto questo discorso esprime il sincero e affettuoso auspicio dell’Apostolo, affinché i suoi fedeli filippesi, nel giorno del ritorno del Signore, si facciano trovare preparati “puri e senza macchia”, degni del premio della vita eterna.

Notizie e sentimenti personali dell’Apostolo

Paolo si rivolge ai fratelli filippesi per informarli di una sua impressione sulla diffusione del Vangelo e per sentire il loro parere al riguardo. Secondo lui, il suo arresto e la sua detenzione in carcere sono stati fattori che hanno favorito e rinforzato la diffusione del Vangelo nell’opinione pubblica. Infatti, egli dichiara: “Le mie catene per Cristo sono famose in tutto il Pretorio e altrove, e molti fratelli, fiduciosi nel Signore a motivo della mia prigionia, con più fierezza e senza timore, annunciano la Parola” (1, 13-14).

Con questo ragionamento l’Apostolo vuole dimostrare che, con la sua carcerazione, i suoi oppositori hanno ottenuto l’effetto opposto a quello voluto. Questo perché la sua detenzione in carcere, anziché bloccarne la diffusione, ha giovato all’espansione e al rafforzamento del Vangelo tra le genti. Questo risultato corrisponde all’effetto emulazione che, alcuni secoli più tardi, lo scrittore cristiano Tertulliano definì con la famosa frase: “Il sangue dei martiri è seme dei Cristiani”.

La metafora Pretorio sta per indicare i soldati pretoriani, difensori del governatore. Essi, alternandosi alla custodia del prigioniero, hanno avuto modo di sentir parlare e di conoscere Cristo e la sua opera dalla viva voce dell’Apostolo e, a loro volta, l’hanno diffusa nel loro ambiente di provenienza. In una città di provincia come Efeso (dove l’Apostolo ha scritto la lettera) le persone di fuori, specialmente i soldati della truppa, erano molto attenti a cogliere le ultime notizie arrivate dall’esterno.

Molti fratelli nella fede, traendo motivo dallo stato di prigionia dell’Apostolo, annunciano il Vangelo senza timore, con più coraggio e maggiore determinazione. Alcuni di questi sono sinceri e, bene interpretando il ruolo e la funzione del missionario prigioniero per causa della fede, annunciano il Vangelo di Cristo per amore e sincera convinzione sulla bontà della dottrina; altri lo fanno per opportunismo, perché sospinti da intenzioni malevole di invidia o di rivalità personale nei confronti di Paolo. Comunque egli reagisce con una battuta sorprendente:

“A me che me ne importa? Dopo tutto, sia che operino con intenzioni sincere e solidali, sia che lo facciano come pretesto per conseguire altri fini, l’importante è che il Vangelo sia annunciato. Di questo risultato godo e continuerò a godere. So, infatti, che grazie alla vostra preghiera e all’aiuto che mi darà lo spirito di Gesù Cristo, questo gioverà alla mia salvezza (Giobbe). Tutto questo ardentemente attendo e spero e nulla mi farà arrossire; l’importante è che Cristo sia glorificato nel mio corpo; questo, sia che, con l’assoluzione, io debba continuare a vivere e a predicare il Vangelo, sia che con una condanna, io debba morire. Se continuerò a vivere, vivrò per Cristo, se dovrò morire, morrò per Cristo. Fra le due possibilità, sinceramente, non so quale alternativa scegliere. Ma, forse, continuare a vivere nella carne è più necessario per il vostro bene. Persuaso di ciò, sento che sopravvivrò e sarò accanto a voi per aiutarvi a progredire nella fede gioiosa, affinché, quando io ritornerò da voi, la vostra stima nei miei confronti sia più grande e progredisca in Gesù Cristo. Voi, intanto, comportatevi in maniera degna del Vangelo che professate. Perciò, sia che io venga da voi, sia che resti lontano, l’importante è che sappia che voi formate una comunità unita, solidale e compatta, lottando per la difesa della fede nel Vangelo di Cristo. Questo sarebbe un indizio sicuro della vostra salvezza, nonché della perdizione degli avversari. Infatti, a voi è stata concessa la grazia, non solo di credere in Cristo, ma anche quella di soffrire per lui. Praticamente avete combattuto la stessa mia lotta e avete subito la stessa mia sorte;  e la battaglia non è ancora finita” (1,18-30). Questo sembra essere il significato logico del ragionamento dell’Apostolo, parafrasando il testo delle ultime strofe in termini molto semplici.

Capitolo Secondo

Umiltà del Cristiano e umiltà di Cristo

All’inizio della pericope, l’Apostolo esordisce con un accorato appello ai Filippesi, sostenuto dal profondo affetto che nutre per loro, affinché vadano di comune accordo, praticando la carità con unanimità d’intenti e nutrendo gli stessi sentimenti. Egli precisa nei particolari: “Non fate niente per ambizione o vanagloria, ma con umiltà, ritenete gli altri migliori di voi; ciascuno non pensi ai propri interessi, ma anche a quelli degli altri. Coltivate in voi questi sentimenti che furono anche in Cristo Gesù:

il quale, essendo per natura Dio,

non stimò un bene irrinunciabile

il (suo) essere uguale a Dio,

ma annichilò se stesso

prendendo natura di servo,

diventando simile agli uomini;

ed essendo quale uomo,

si umiliò facendosi obbediente

fino a morire,

e a morire su una croce.

Per questo Iddio lo ha esaltato

e insignito di quel Nome,

che è superiore a ogni nome,

affinché, nel nome di Gesù,

si pieghi ogni ginocchio,

degli esseri celesti

dei terrestri e dei sotterranei

e ogni lingua proclami,

che Gesù Cristo è Signore,

a gloria di Dio Padre” (2, 3-11).

Questo lungo elenco delle azioni salvifiche di Dio è un sublime inno teologico e spirituale. È un passo che s’impone per l’ampiezza delle vedute, per l’elevata maestà dei contenuti, per la pregnanza dei concetti teologici che racchiude, tuttavia appare non in consonanza col contesto storico-narrativo della lettera in esame.

Splendere come le luci del mondo

Nel passaggio successivo l’Apostolo si complimenta con i Filippesi per la loro condotta da buoni cristiani, che essi hanno saputo tenere, sia quando egli era presente in mezzo a loro, sia adesso che è lontano e, con timore e tremore, operano per la loro salvezza. Ma non basta, essi devono continuare a operare con cura quotidiana per raggiungere un giorno il fine voluto. Devono essere consapevoli del fatto che è Dio che suscita la spinta motivazionale interiore del loro volere e del loro agire, onde conseguire l’obiettivo finale che Dio stesso ha stabilito nel suo sublime progetto di salvezza dell’uomo. Al riguardo l’Apostolo sollecita i fedeli: “Fate tutto senza mormorazioni e contestazioni, affinché siate irreprensibili e illibati, figli di Dio immacolati in mezzo a una generazione tortuosa e sviata, in seno alla quale voi brillate come astri nell’universo, tenendo alta la Parola di vita. Così, nel giorno di Cristo, potrò vantarmi anch’io perché non ho fatto la mia corsa e faticato invano” (2, 14-16).

Nella parte seguente l’Apostolo riconsidera il lavoro e la fatica spesi nella sua attività missionaria, dove si può sempre correre il rischio di fallire l’obiettivo e di aver l’impressione di seminato inutilmente. Non è questo il caso; la partita giocata con i Filippesi è andata bene, sta dando buoni risultati e di questo egli è pago, come uomo e come missionario di Cristo. Anche se l’impresa gli fosse costata il suo supremo sacrificio (la morte) e il prezzo dell’offerta la fede dei Filippesi, l’Apostolo sarebbe stato ugualmente contento. Intanto adesso, nonostante la sua situazione di carcerato, gioisce e gode con loro e li invita a godere con lui, in un abbraccio ideale di felicità spirituale reciproca, nonostante la distanza.

La missione di Timoteo e di Epafrodito

In questa sezione l’Apostolo esprime il suo proponimento di mandare Timoteo, come suo rappresentante, a rassicurare i Filippesi nel processo di assimilazione e assestamento della novella fede. Egli gli riferirà le notizie al riguardo, di modo che lui stesso sia informato sulla situazione attuale e possa rimanere tranquillo, sapendo che a Filippi si vive una situazione di normalità. Dichiara che il suo messaggero Timoteo è l’unica persona proba di sua fiducia e di buone capacità relazionali, adatto a svolgere questa delicata missione di rapporto costruttivo con i Filippesi. “Tutti gli altri, dice, non badano agli interessi di Cristo, ma ai loro interessi. Timoteo è sincero, capace nell’azione di   propagare il Vangelo ed è affezionato a me come un figlio al padre. Spero di mandare lui, non subito, ma non appena vedrò la piega che prenderanno gli avvenimenti che mi riguardano (sottinteso l’andamento del processo)” (2,21-23). Questo è il suo proposito; inoltre dichiara che, per quanto riguarda l’esito finale di tale causa, ripone la sua fiducia nel Signore e spera che, quanto prima, possa tornare libero tra i Filippesi.

Nell’attesa di quest’esito, egli decide di rimandare a Filippi il loro concittadino e suo collaboratore, Epafrodito, che essi gli avevano inviato in precedenza con donativi per sovvenire alle sue necessità materiali in prigionia. Paolo lo qualifica “fratello” e “compagno d’armi”. L’interessato aveva un grande desiderio di ritornare tra suoi ed era preoccupato perché i suoi compaesani erano venuti a sapere della sua malattia. Infatti, si ammalò di una grave malattia, sembrava che morisse; ma Iddio ebbe pietà di lui e anche di Paolo per non fargli mancare l’appoggio di questo “fratello” e “compagno d’armi”, il che avrebbe potuto aumentare le sue sofferenze.

Per questo egli ha sollecitato la sua partenza, affinché, vedendolo tornare a casa, si tranquillizzino i suoi compaesani e più tranquillo rimanga anche l’Apostolo. Conclude dicendo: “Accoglietelo, dunque, nel Signore con grande festa; onorate le persone come lui perché, per opera di Cristo, rischiò la morte, mettendo a repentaglio la sia vita per supplire al servizio che non potevate prestare voi” (2, 29-30). 

Epafrodito ha il merito di aver sostituito i suoi compaesani nel servizio offerto in nome di Cristo, correndo rischi e pericoli di ogni genere e patendo tante sofferenze per la difesa della causa del Vangelo. Pertanto, i compagni di fede della comunità di Filippi, al suo ritorno tra di loro, dovranno accoglierlo con la gioia nel cuore, come si fa nelle occasioni di grandi feste.

Capitolo Terzo

La vera via della giustizia

All’inizio di questa pericope Paolo invita i suoi interlocutori filippesi a vivere nella gioia del Signore, il che fa presumere che il discorso continui a sviluppare il tema della felicità, che il cristiano ripone nella fede; ma subito, il discorso dell’Apostolo fa una virata improvvisa, cambia registro e, da familiare e confidenziale che era, assume il tono tagliente del battagliero, insistendo sul tema di proporre se stesso, come modello comportamentale da imitare da parte dei cristiani. Poi dà l’affondo alla sua accesa polemica contro i giudaizzanti, dichiarando: “Guardatevi dai cani; guardatevi dai cattivi operai; guardatevi dai falsi circoncisi. I veri circoncisi siamo noi, che al Signore offriamo il culto secondo lo spirito, gloriandoci in Cristo Gesù, non riponendo la nostra fiducia nella carne; e questo quantunque, io personalmente, abbia titoli sufficienti per confidare nella salvezza anche secondo i diritti della la carne” (3, 2-4). Se la salvezza dovesse dipendere dai diritti posseduti in base alla legge, l’Apostolo fa un lungo elenco di quelli che egli possiede e che, di per sé, giustificherebbero anche un’eventuale aspettativa di salvezza secondo la carne. Infatti, egli sostiene che è “Israelita, della tribù di Beniamino, di pura razza ebraica, fariseo, persecutore della Chiesa, irreprensibile”. Ma (dopo la folgorazione sulla via di Damasco) per abbracciare la fede in Cristo Gesù, l’Apostolo ha lasciato perdere tutti questi titoli e questi vantaggi, dichiarando:

“Li considero tuttora una perdita (poco importante) a paragone della sublime conoscenza di Cristo Gesù, mio Signore, per il cui amore ho accettato volentieri di perderli tutti, valutandoli rifiuti (spazzatura) per guadagnare Cristo ed essere in lui, non con una mia giustizia che viene dalla legge, ma con quella che si ha dalla fede in Cristo, quella giustizia cioè che viene da Dio e si fonda sulla fede” (3,2-9).

L’Apostolo auspica per sé questo percorso spirituale, affinché profondendosi nella sua partecipazione al mistero delle sofferenze e della morte in croce di Gesù, possa anch’egli partecipare alle stesse sofferenze, al sacrificio della morte e alla vittoria della risurrezione dai morti, come Cristo Gesù. Il concetto implicito è quello della trasfigurazione del suo corpo nell’immagine del corpo glorioso di Cristo.

Esortazione alla perfezione

Paolo non ha la presunzione da far credere agli altri che nel cammino della perfezione egli sia già arrivato alla meta, ma dichiara di compiere uno sforzo continuo per attingerla, afferrarla come egli è stato afferrato da Cristo. Tuttavia, “dimenticando il passato (da persecutore) e protendendomi verso l’avvenire, mi lancio verso la meta, appetendo il premio della celeste chiamata di Dio in Cristo Gesù” (3,13-14).

L’Apostolo è consapevole del fatto che, all’interno della comunità, non tutti la pensano allo stesso modo, ma sa che, tra i vari membri, ci sono divergenze di vedute personali sui modi di tradurre il Vangelo in norme di vita pratica. Comunque, egli dichiara che, al di là delle diverse interpretazioni sui modi d’intendere la dottrina, il valore della medesima è dato dalla sua conformità agli insegnamenti apostolici.

Paolo insiste nel concetto di proporre se stesso come modello di vita ai cristiani

Senza tanti preamboli, all’inizio di questa sezione, l’Apostolo dichiara: “Imitate me, fratelli, e fissate la vostra attenzione su coloro che si comportano secondo il modello che avete in noi e in coloro che si sono già   modellati secondo il nostro esempio. Questo vi dico perché, molti di coloro, dei quali vi avevo già parlato e dei quali parlo ancora con animo piangente, si comportano da nemici della croce di Cristo. Il loro Dio è il ventre, il loro vanto è il disonore (di Dio), la loro fine è, non la presunta loro perfezione, ma la loro perdizione. Ma noi, Filippesi, fedeli al Vangelo, siamo cittadini del cielo, da dove attendiamo, come nostro salvatore, il Signore Gesù Cristo, che trasformerà il nostro misero corpo mortale per uniformarlo al suo corpo glorioso, in virtù del potere che ha di sottomettere a sé tutto l’universo” (3, 17-21).

Con questo discorso l’Apostolo invita i Filippesi a prendere lui, la sua figura, come modello di comportamento cristiano. Questo affinché possano essere anche loro cittadini del cielo, dove si trova Gesù glorificato che, nel giorno della parusia, riapparirà glorioso per consacrare la salvezza eterna dei suoi fedeli.

Capitolo Quarto

Traendo le conclusioni del discorso fatto nel capitolo precedente, l’Apostolo scrive: “Pertanto, miei fratelli diletti e desiderati, (voi che siete) mio gaudio e mia corona, perseverate così nel Signore, o diletti” (4, 1). L’imperativo “perseverate nel Signore”, insieme con il reiterato epiteto “diletti”, esprimono l’intensa carica affettiva che l’Apostolo nutre verso i suoi fedeli Filippesi, che sono il più bel vanto della sua opera apostolica.

Gli ultimi consigli

In apertura del discorso di commiato, le prime raccomandazioni dell’Apostolo sono rivolte a due donne, alle sue due collaboratrici, Evodia e Santiche, per il valido sostegno che, ciascuna di loro ha dato per la diffusione del Vangelo. Esse, pur col contributo prezioso dato alla causa del Vangelo, con la loro rivalità reciproca, mettono a nudo qualche aspetto negativo della comunità. Il motivo del loro contendere è taciuto, ma probabilmente si può arguire dal contesto che la causa della rivalità sia da individuare nell’ambizione di ciascuna di loro di primeggiare nell’attività di sostegno all’opera missionaria dell’Apostolo. Il riferimento è importante perché porta una testimonianza autentica del ruolo che hanno avuto le donne nella vita delle prime comunità cristiane. Poi Paolo si rivolge all’amico Sizigo, affinché svolga il ruolo paciere tra le due donne rivali, perché entrambe hanno il merito di aver lottato per la causa del Vangelo, insieme a lui, a Clemente e a tutti gli altri suoi collaboratori, “i cui nomi sono scritti nel libro della vita” (4, 2-3). Egli continua la sua argomentazione, riprendendo il discorso sulla gioia, già affrontato più volte, compreso il punto 3,1 della presente missiva. Per l’ennesima volta, qui proclama: “Siate sempre allegri nel Signore. Ve lo ripeto: siate allegri. La vostra amabilità sia (famosa) perché conosciuta da tutti gli uomini. Il Signore è vicino. Non angustiatevi in nulla, ma in ogni necessità, con la supplica e con la preghiera di ringraziamento, manifestate le vostre richieste a Dio. Allora la sua pace, che sorpassa (i limiti) di quello che la ragione umana può concepire, veglierà, in Cristo Gesù, sui vostri cuori e sui vostri pensieri.

Infine, fratelli, quanto c’è di vero, di nobile, di giusto, di puro, di amabile, di lodevole; quanto c’è di virtuoso, quanto è degno di plauso, questo attiri la vostra attenzione. Mettete in pratica quello che avete imparato, ricevuto, udito e visto in me (modello d’identificazione continuamente riproposto in tutto l’epistolario). E il Dio della pace sarà con voi” (4, 4-9).

Secondo alcuni critici, le virtù elencate nelle ultime due strofe provengono dalla filosofia morale stoica. Paolo le santifica facendole sue, le interpreta e le ripropone in senso cristiano.

I ringraziamenti per gli aiuti ricevuti

Tutto questo brano è un tessuto continuo di ringraziamenti e di riconoscimenti di merito ai Filippesi, per il loro contributi materiali e morali dati all’Apostolo nella sua attività missionaria, spesa a loro favore. Paolo si rallegra nel Signore nel ricevere l’ennesimo gesto di generosità dei suoi fedeli e lo interpreta come un rinnovato segnale di affetto e di liberalità, che essi nutrono nei suoi confronti; e dichiara: “Io non parlo spinto dal bisogno: ho imparato, infatti, a bastare a me stesso in qualunque condizione mi trovi. So privarmi anche quando sono nell’abbondanza. In ogni modo e in ogni tempo sono abituato ad essere sazio e a soffrire la fame, a vivere nell’agiatezza e nelle privazioni. Tutto posso in Colui che mi dà la forza. Ciononostante, avete fatto bene a condividere le difficoltà incontrate nelle mie tribolazioni. Proprio voi, soltanto voi, Filippesi, all’inizio dell’evangelizzazione, quando lasciai la Macedonia, avete aperto un conto di credito con me, nel senso di dare (la fede) e ricevere (gli aiuti). Quand’ero a Tessalonica, per ben due volte avete provveduto alle mie necessità” (4, 11-16). Per evitare malintesi, l’Apostolo dichiara di non cercare i beni di fortuna (gli interessi sul capitale), ma “il frutto” dello spirito, cioè fede trasmessa ai suoi fedeli. Egli ha ricevuto dai Filippesi tutto quello che era necessario per coprire le spese atte a soddisfare le sue esigenze. Epafrodito ricompare di nuovo come inviato dalla comunità per portargli i doni della loro generosità, dai quali promana un soave profumo che sale fino a Dio. Iddio soddisferà ogni bisogno dei generosi Filippesi, tramite la mediazione di Gesù Cristo. Poi la dossologia finale: “A Dio e Padre nostro, gloria nei secoli dei secoli. Amen!”, che chiude la lettera.

Saluti finali ed epilogo

Nella parte finale della sua missiva, come di consueto, l’Apostolo invia ai destinatari i saluti suoi, dei suoi collaboratori e di tutti quegli che gli stanno intorno. “Salutate ciascun santo in Cristo Gesù. (A loro volta) vi salutano i fratelli che sono con me. Vi salutano tutti i santi, in modo particolare quelli della casa di Cesare”. Probabilmente, conservando l’anonimato del luogo di origine della lettera, con la locuzione “casa di Cesare” intendeva includere i carcerati come lui, gli schiavi, i liberti e gli emarginati. Non bisogna dimenticare che, nelle città di allora, i poveri erano già presenti e forse anche più numerosi di quelli che popolano le città di adesso e che, da queste schiere, spesso provenivano molte valide primizie dei convertiti al cristianesimo.

SOMMARIO

I punti più importanti del documento appaiono i seguenti concetti strutturali:

  1. I Filippesi vivano allegri con la gioia nell’animo, lasciataci dal Cristo risorto;
  2. L’invito alla perseveranza nella pratica dell’autentica fede cristiana che l’Apostolo ha loro trasmessa, senza lasciarsi traviare dai nemici del Vangelo: giudei integralisti, falsi profeti, nemici personali dell’Apostolo;
  3. L’Apostolo scrive la lettera con la fiducia di recuperare i destinatari alla fede e alla sua amicizia personale;
  4. Il suo arresto e la sua detenzione in carcere, anziché ostacolare, hanno favorito la diffusione della fede cristiana;
  5. L’Apostolo chiede ai Filippesi che, nello spirito di carità reciproca, vadano di comune accordo e siano solidali tra di loro all’interno della comunità. Non facciano niente “per ambizione o vanagloria, ma con umiltà ritenete gli altri migliori di voi stessi”. Si complimenta con i Filippesi per la loro buona condotta morale e li sprona a continuare così. “Fate tutto senza mormorazioni e contestazioni per giungere illibati e immacolati al cospetto di Dio, davanti a una generazione tortuosa e sviata, dove voi brillate come astri nel firmamento”;
  6. L’annuncio dell’invio di Timoteo, il suo più fedele collaboratore, a rassicurare i Filippesi nella fede e di rimandare in patria il loro concittadino Epafrodito, che i Filippesi gli avevano mandato con donativi per sovvenire ai suoi bisogni materiali in carcere;
  7. Nel cap. III ribadisce l’invito ai Filippesi, già fatto all’inizio della Lettera, a vivere allegri nella gioia, pregustando la gioia e la felicità eterna che attende i cristiani in paradiso, il che fa presumere che continui a sviluppare della tema della felicità che il cristiano ripone nella fede. Invece il suo discorso fa una virata improvvisa, cambia registro e tono e, da amichevole e confidenziale che era, diventa energico e tagliente come una spada, riproponendo se stesso come modello comportamentale da imitare “perché noi siamo cittadini del cielo”;
  8. ripropone, come nella maggior parte delle sue lettere, la polemica antigiudaica: “Guardatevi dai cani, dai cattivi operai, dai falsi circoncisi. I veri circoncisi siamo noi che al Signore offriamo il culto secondo lo spirito, non secondo la carne”. Se la salvezza dovesse dipendere dai meriti secondo la carne, Paolo ha più titoli di salvezza dei suoi nemici. Ma egli, dopo aver fatto la scoperta di Cristo, considera questi titoli nient’altro che spazzatura;
  9. L’aspirazione alla perfezione. Paolo non ha la presunzione di essere arrivato ad attingerla, ma si sforza per afferrarla, come egli è stato afferrato da Cristo. Si protende verso la meta ” appetendo al premio della celeste chiamata di Dio in Gesù Cristo”;
  10. Per ultimo seguono i saluti e i convenevoli conclusivi, più o meno, identici alle code finali delle altre sue lettere.

Testo e commento semplificato della lettera di San Paolo ai Galati

Posted By Felice Moro on Gennaio 4th, 2021

Premessa

Ai tempi di Paolo la Galazia era una regione interna dell’Asia Minore, corrispondente all’altopiano anatolico, nel cui centro sorgeva la città di Ancira, l’odierna Ankara. I Galati, cui è rivolta la Lettera, sono gli abitanti delle comunità cristiane fondate dall’Apostolo nei suoi primi viaggi di evangelizzazione dei pagani. Non si hanno dati certi sulla data della sua redazione, ma da una serie di notizie indirette, i commentatori hanno desunto che la Lettera è stata scritta dall’Apostolo a Efeso, intorno all’anno 54 d. C. durante il suo terzo viaggio missionario.

La motivazione che ha spinto Paolo alla redazione di questo scritto è derivata da un incidente di percorso nella sua attività missionaria. Era accaduto che, non molto tempo dopo la loro conversione al cristianesimo, queste comunità furono sconvolte da parte di alcuni nemici di Paolo, che intendevano gettare il discredito sulla sua opera. Informato per tempo di quest’evenienza, egli affrontò la situazione di petto in maniera energica e decisa.

Ma chi erano questi nemici di Paolo? Erano certamente uomini di matrice ebrea, connazionali dell’Apostolo ma anche suoi fieri oppositori. In particolare pare che fossero gruppi di giudaizzanti, cioè di Giudei convertiti al cristianesimo, che tentavano di attuare una specie di sincretismo tra giudaismo tradizionale e nuova fede cristiana. Ma essi erano ancora fortemente legati alle norme di vita giudaiche del Vecchi Testamento e alla Legge di Mosè, compresa la tradizione della pratica della circoncisione.  Infatti, secondo le loro inveterate convinzioni, sostenevano che i nuovi adepti, prima di essere ammessi alla fede cristiana, dovessero compiere una fase di tirocinio nella conoscenza e nella pratica dell’antica religione giudaica. Paolo, invece, era di diverso avviso. Egli, infatti, dopo essere stato strenuo difensore del giudaismo e fanatico persecutore dei cristiani (in questa veste fu complice della lapidazione di Stefano), subì la folgorazione sulla via di Damasco. Quest’evento gli cambiò la vita perché, non solo determinò la sua conversione al cristianesimo, ma  devenne l’Apostolo più attivo e più ardente di fede nell’evangelizzazione dei gentili (pagani). La sua prima esperienza di predicazione della nuova fede in Gesù Cristo ebbe luogo nella città di Antiochia, in Siria. Successivamente, insieme a Barnaba, intraprese il suo primo viaggio missionario in terra straniera, compiuto attraverso le popolazioni dell’isola di Cipro (Salamina e Pafo), la Panfilia (Perge) e la Psidia (Antiochia di Psidia, Iconio, Listra e Derbe) . Nella sua titanica impresa di ambasciatore della nuova fede, egli riscosse molto successo e guadagnò grande popolarità. In quelle occasioni ebbe modo di sperimentare, toccando le cose con mano, quanto proficua fosse l’ammissione dei pagani alla fede in Gesù Cristo; inoltre era convinto che , per facilitare la loro conversione, il metodo migliore sarebbe stato quello di ammettere un loro passaggio diretto, dall’idolatria pagana al battesimo cristiano, senza costringere i neocatecumeni a sottoporsi a un pesante e assurdo tirocinio nell’antica fede giudaica.

Quest’obbligo avrebbe potuto alienare molti dall’aderire al cristianesimo. Ma intanto la sua scelta fu contestata da molti a Gerusalemme, in Giudea e ad Antiochia di Siria, sede della centrale operativa dell’apostolato cristiano. Per stroncare le forti polemiche insorte al riguardo con gli altri fratelli cristiani, insieme a Barnaba, si recò a Gerusalemme e pose il problema al Collegio degli Apostoli. Pietro, che presiedeva la seduta e poco tempo prima aveva già sperimentato di persona, nella casa del centurione Cornelio, come lo Spirito Santo fosse sceso, in sua presenza, sui non circoncisi che poi egli battezzò, non solo approvò la proposta, ma sollecitò la prima assemblea ecumenica della storia del cristianesimo, all’approvazione dell’iniziativa di Paolo e di Barnaba (At,15, 6-35).

Tuttavia gli avversari dell’Apostolo non desistevano dal combattere la sua figura, il suo ruolo missionario e la sua versione della fede. Lo accusavano di predicare un cristianesimo addolcito, di non essere un vero apostolo perché non faceva parte dei dodici che avevano seguito Gesù fin dalla prima ora della sua vita pubblica. Consideravano la sua missione un’attività di seconda mano, ritenevano lui stesso un incompetente o, tutto al più, un semplice mandatario degli Apostoli.

Informato della situazione e comprendendo la gravità delle accuse che avrebbero potuto scardinare la sua dottrina e portare alla disgregazione delle comunità già formate, l’Apostolo corre ai ripari in maniera energica e decisa per scuotere le tiepide coscienze dei Galati, dal torpore che li aveva annebbiati.

Egli si presenta come un autentico annunciatore del Vangelo, dichiarando: “Il Vangelo che annunzio non è a misura d’uomo. Infatti, né io l’ho ricevuto da un uomo, né da un uomo sono stato ammaestrato, ma da parte di Gesù Cristo attraverso una rivelazione (Ga, 1, 11-12).

Capitolo Primo

Paolo conferma ai Galati la sua identità di Apostolo

Già dalle prime parole di saluto, Paolo vuole essere chiaro e sgomberare il terreno da ogni possibilità di equivoco: egli è Apostolo a tutti gli effetti e il suo ruolo è quello di annunziare l’unico Vangelo di Gesù Cristo. Egli è stato investito di questa missione, non da alcuna autorità umana o terrena, ma da Gesù Cristo stesso e da Dio Padre che ha risuscitato suo figlio dai morti.

Adesso Paolo, i suoi fratelli, i suoi collaboratori e tutti e i membri della comunità dei fedeli in cui si trova al momento, rivolgono un caro saluto ai militanti delle Chiese della Galazia. Ai medesimi egli augura la grazia e la pace di Dio Padre e del Signore nostro, Gesù Cristo, che diede la sua vita per la remissione dei nostri peccati. Egli obbedì docilmente alla volontà di Dio Padre, portando a compimento il progetto divino del piano di salvezza dell’uomo. Infatti, nella sua vita pubblica, Gesù insegnò agli uomini nuovi valori della vita, nuovi modelli di comportamento e consacrò la sua missione profetica con il sacrificio della sua passione, morte in croce e risurrezione, onde aprire all’uomo la via dell’eterna salvezza.

Esiste un solo Vangelo e Paolo l’ha ricevuto direttamente da Cristo

Paolo entra nel vivo della questione, rivolgendo un marcato rimprovero ai destinatari della sua missiva perché, con suo grande stupore, ha appreso che essi hanno abbandonato la fede che egli aveva loro trasmessa, per abbracciare un altro vangelo. Ma non c’è, non esiste un altro vangelo! Al contrario. “Ci sono alcuni che seminano lo scompiglio tra di voi e vogliono stravolgere il Vangelo di Cristo. Ma se noi o chiunque altro, anche se fosse un angelo disceso dal cielo, che vi annunziasse un vangelo diverso da quello che vi abbiamo annunziato noi, sia votato alla maledizione divina!

Forse, io cerco d’ingannare Dio o gli uomini? Oppure cerco di piacere agli uomini? Se così fosse, non sarei servo di Cristo”. E continua il discorso con tutto l’empito emotivo del suo onesto sdegno: “Il Vangelo che vi ho annunziato non proviene da fonte umana, ma l’ho appreso direttamente da Gesù Cristo attraverso una rivelazione.

Voi, in qualche modo, veniste a sapere come mi comportavo quand’ero immerso in pieno giudaismo. Perseguitavo la Chiesa di Dio, cercavo di rovesciarla, ero diventato più zelante di tutti i miei coetanei nel nell’infierire contro i nemici della mia fede, difensore fanatico della religione degli avi.

Ma quando piacque a Dio, che mi aveva riservato fin dal seno materno e mi aveva chiamato in forza della sua grazia per rivelare suo Figlio in me affinché io lo annunziassi ai pagani, non consultai, né gli uomini, né andai a Gerusalemme a consultare gli Apostoli, che erano stati costituiti missionari prima di me; ma mi allontanai verso l’Arabia, poi di nuovo tornai a Damasco” (Ga, 1, 7-17).

Paolo cerca di stabilire contatti con Pietro e con gli altri dirigenti della Chiesa di Gerusalemme

Dopo tre anni, Paolo sale a Gerusalemme per prendere contatto con Cefa (Pietro) e si trattiene con lui per quindici giorni. In quell’occasione incontra anche Giacomo, il fratello del Signore (fratello detto in senso generico), ma non altri Apostoli. Egli afferma di non mentire e dichiara che sta dicendo la verità davanti a Dio. Poi dice di essersi recato nelle regioni della Siria e della Cilicia. A quei tempi egli era un individuo ancora sconosciuto alle Chiese della Giudea, anche se tutti avevano sentito parlare di colui, che prima perseguitava i cristiani, poi era diventato annunciatore di quella fede che prima cercava di sovvertire. Nel sapere questo, “tutti dichiaravano gloria a Dio”. (Questa formula, “Gloria a Dio”, che è un’espressione ricorrente nel Vecchio Testamento, in questo contesto si riferiva all’evento portentoso della conversione di Paolo. Successivamente la frase è rimasta in vigore nella Chiesa, fino a diventare un’espressione comune, consacrata anche nella liturgia cattolica della Chiesa attuale).    ,

Capitolo Secondo

La salita di Paolo a Gerusalemme

Paolo scrive testualmente: “Dopo quattordici anni salii di nuovo a Gerusalemme con Barnaba, dopo aver preso con me anche Tito. Vi salii dopo una rivelazione ed esposi loro (ai capi della Chiesa) il Vangelo che proclamo ai pagani, (in privato ai notabili) per evitare il rischio di correre o di aver corso invano. Tuttavia, neanche Tito, che era con me, pur essendo greco, fu obbligato a farsi circoncidere. Ma a causa dei falsi fratelli (i suoi oppositori) che si misero a spiare sulle nostre conversazioni (con i notabili) per toglierci la libertà di cui godiamo in Gesù Cristo, sorsero delle difficoltà e delle complicazioni. Però noi, alle loro pretese, non cedemmo neanche per un istante, affinché la verità del Vangelo rimanga salda in mezzo a voi per guidare le coscienze nel cammino della vita pratica dell’uomo. Chiunque fossero e comunque la pensassero questi “falsi fratelli”, a me “i notabili” non aggiunsero niente; anzi, al contrario, considerando il fatto che mi era stato affidato il Vangelo dei non giudei, come a Pietro quello dei Giudei, colui che con la sua forza assisté Pietro nell’apostolato tra i circoncisi, assisté anche me tra i pagani; e riconoscendo la grazia che mi era stata concessa, Giacomo, Cefa (Pietro) e Giovanni, stimate autorità della Chiesa madre di Gerusalemme, strinsero la mano destra (in segno di unione) a Barnaba e a me: noi dovevamo annunciare il Vangelo ai pagani, essi, invece, ai circoncisi, cioè ai Giudei. Noi, però, avremmo dovuto prendere iniziative di assistenza a favore dei poveri; ed è quello che, con costante premura, cercai di fare,” (Ga,2, 1-10).

Paolo difende il suo Vangelo

Paolo continua il suo discorso rivolgendo un’apostrofe severa anche a Pietro per il suo comportamento incoerente con il Vangelo che predica. Il fatto accadde “quando Cefa (Pietro) venne ad Antiochia (centro operativo dell’attività missionaria di Paolo e di Barnaba) mi opposi a lui, a viso aperto, per il suo atteggiamento incoerente. Infatti, prima che giungessero i fratelli seguaci di Giacomo, egli consumava i pasti regolarmente insieme ai convertiti dal paganesimo. Ma dopo che sopraggiunsero quegli altri, Pietro incominciò a tirarsi indietro e ad appartarsi, timoroso dei giudei convertiti che, probabilmente, gli avevano fatto qualche rimprovero a questo riguardo. Sul suo esempio, anche altri giudei incominciarono a tirarsi indietro, tanto che, anche Barnaba tendeva a lasciarsi sedurre da quell’ambiguo doppio comportamento. Quando mi resi conto che tutti questi fratelli non si comportavano in maniera coerente con il Vangelo che professavano, presi coraggio e dissi a Cefa (Pietro) davanti a tutti: Se tu, essendo giudeo, vivi da pagano e non da giudeo, come puoi costringere i gentili a vivere secondo la legge mosaica? Noi giudei di nascita e i non peccatori di origine pagana sappiamo che nessuno è giustificato in forza della legge, ma che i credenti lo sono in virtù della fede in Gesù Cristo; credemmo anche noi in Gesù Cristo per essere salvati dalla fede in lui e non dalle opere della legge perché, secondo la legge, nessun uomo sarebbe stato mai giustificato, cioè nessun mortale si sarebbe salvato. Se il peccato distrutto da Cristo, io lo ricostruisco artificiosamente, sono incoerente e mi dimostro colpevole di trasgressione. Se vivo in Cristo, che è stato crocifisso, non sono più io che vivo, ma è Cristo che vive in me. La vita che ora vivo nella carne, la vivo nella fede, in quella fede nel Figlio di Dio, che mi amò fino a donare se stesso per me. Non rendo vana la grazia di Dio; se la giustizia proviene per mezzo della legge, allora Cristo è morto per nulla” (Ga.2,11-21).

Capitolo Terzo

La giustificazione viene dalla fede, non dalle opere della legge

In questa sezione l’Apostolo esordisce rivolgendo un severo rimprovero ai Galati, che si sono lasciati distogliere dalla giusta via che egli aveva indicato, insegnando loro il Vangelo di Cristo. “O Galati sciocchi -esordisce- ma quale propaganda vi ha incantati, dopo che avete conosciuto Gesù Cristo crocifisso? Da voi vorrei sapere una cosa sola: da chi avete ricevuto la vita della Spirito, dalle opere della legge o dal messaggio della fede? Ma siete così poco intelligenti da avere iniziato con la vita dello Spirito e ora siete tornati alle opere della carne? Tante cose grandi avete sperimentato invano? Colui che vi dona l’abbondanza dello Spirito e fa i miracoli davanti a voi, fa tutto questo in forza della legge o in virtù della fede nello Spirito? Così Abramo credette in Dio e questo fu per lui un titolo di giustificazione. Sappiate allora che quelli che sono dalla parte della fede, costoro sono figli di Abramo. Siccome la Scrittura aveva previsto il progetto di Dio della salvezza dei gentili e dell’intera umanità, Dio annunciò in anticipo ad Abramo: Saranno benedette in te tutte le nazioni. Cosicché quelli che si basano sulla fede sono benedetti con Abramo credente. Infatti, quanti si basano sulle opere della legge sono soggetti alla maledizione perché sta scritto: maledetto colui che non persevera nel fare tutte le cose scritte nel libro della legge. Poiché rimanendo nell’ambito della legge nessuno è giustificato, è una cosa altrettanto manifesta, dal momento che la legge stessa dice: il giusto avrà la sua vita dalla fede.

Ma Cristo ci ha riscattati liberandoci dalla maledizione della legge. Per fare questo ha assunto quella maledizione su se stesso con il sacrificio della sua morte in croce; tanto è vero che la stessa Scrittura (Deuteronomio) dice: maledetto chiunque è appeso su un legno. Questo fatto permise che la benedizione di Abramo arrivasse ai Gentili in Cristo, di modo che, per mezzo della fede, ricevessimo lo Spirito, oggetto della promessa.

La benedizione data ad Abramo 

Paolo apre la pericope dichiarando che, anche dal punto di vista umano, nessuno può invalidare o modificare un testamento già ratificato. “Ora furono fatte delle promesse ad Abramo e alla sua discendenza. Quindi non a molte, ma a una sola sua discendenza, che è quella di Cristo. Di conseguenza la legge, pur essendo venuta 430 dopo, non annulla il testamento ratificato in precedenza da Dio, rendendo così inoperante la promessa. Poiché se l’eredità è legata alla legge, non è più legata a una promessa; ora Dio fece il suo dono di grazia ad Abramo mediante una promessa” (Ga, 3, 16-18).

La funzione provvisoria della legge

La legge, secondo Paolo, è venuta dopo la promessa. Perciò essa ha carattere di secondarietà rispetto alla  promessa. Essa ha questo valore secondario anche perché non deriva direttamente da Dio. Essa ha avuto carattere provvisorio, limitato nel tempo. Fu aggiunta dopo per limitare le trasgressioni, ma la coesistenza della legge con il peccato ha reso ancora più urgente la realizzazione della promessa divina della venuta di Cristo Redentore. Egli ci ha portato la fede, l’unico mezzo di salvezza offerto, come dono, ai credenti.

Prima che arrivasse la fede, noi eravamo custoditi, chiusi nella legge, come prigionieri in attesa della loro liberazione; “Cosicché, la legge è divenuta per noi un pedagogo (educatore) che ci ha condotti fino a Cristo, perché fossimo giustificati. Sopraggiunta poi la fede, non siamo più sotto il dominio del pedagogo. Tutti, infatti, siete diventati figli di Dio in Gesù Cristo, mediante la fede; infatti, quanti siete stati battezzati in rapporto a Cristo, vi siete rivestiti di Cristo. Perciò, nella Chiesa non c’è più alcuna distinzione tra Giudeo e Greco, tra schiavo o libero, tra uomo o donna. (La differenza, anche abbastanza marcata, tra l’uomo e la donna nelle assemblee liturgiche, l’Apostolo la fa altrove: in 1 Co, 15, 33-36). Tutti voi formate una sola persona in unione con Cristo Gesù. Se siete di Cristo, allora siete discendenza di Abramo, eredi secondo la promessa” (Ga, 3, 24-29).

Capitolo Quarto

La filiazione divina realizzata da Dio mediante lo Spirito

Nel capitolo precedente Paolo aveva assimilato la funzione della legge a quella del pedagogo (educatore), che ha il compito di educare e guidare l’infante nel suo processo di sviluppo e di formazione. Qui la legge è presentata come il tutore di un minorenne, per cui, finché perdura l’età minorile dell’educando, egli è sottomesso al tutore come uno schiavo al padrone; e questo stato perdura fino a quando il padre o tutore decide di emanciparlo, il che avverrà quando egli raggiungerà la maggiore età. “Così anche noi, quand’eravamo bambini eravamo sottomessi a limiti imposti dagli elementi del mondo (la legge/le autorità educative o di comando, responsabili della tutela del minore); ma quando giunse la pienezza dei tempi, Dio inviò suo Figlio, nato da donna, crebbe in una famiglia, rispettoso delle  norme della legge e del costume vigente, con un’importante missione da compiere: riscattare coloro che erano sottoposti alla legge, affinché noi ricevessimo l’adozione a figli. Poiché siete figli, inviò lo Spirito del Figlio Suo nei nostri cuori, lo Spirito che grida: ‘abbà, Padre! Questo comporta che non sei più schiavo, ma, figlio; se sei figlio, sei anche erede in forza di Dio.

La situazione attuale dei Galati  

A un certo punto l’Apostolo abbandona il tono polemico e affronta la disputa con i suoi interlocutori in tono ammonitorio: “Voi, Galati, quando ancora ignoravate la fede in Dio, adoravate gli idoli come dei, che però dei non sono. Una volta che avete conosciuto Dio, o meglio, che siete stati conosciuti da Dio stesso, come potete di nuovo rivolgervi ai meschini elementi della natura? Volete tornare a vivere nella schiavitù dell’idolatria, magari per ricominciare tutto da capo? Siete stati bravi, osservate tutte le prescrizioni legate al calendario rituale e scandite secondo il ritmo del fluire del tempo: i mesi, le stagioni e il cicli annuali. Ma ora mi fate paura! Mi viene lo sconcerto perché temo di aver lavorato invano per tanti anni in mezzo a voi. Fratelli, vi supplico, diventate come me, perché anch’io sono come voi. Sapete che proprio a causa di un’infermità fisica (ma non dice da quale infermità fu colpito) annunciammo il Vangelo a voi per la prima volta. E per quello che voi consideravate una prova nel mio fisico, non dimostraste disprezzo, né nausea, ma mi accoglieste come un inviato di Dio, come Gesù stesso. Dove sono andate a finire le lodi che vi diedi quando vi chiamavo beati? Vi rendo atto che, se fosse stato possibile, per me vi sareste strappati anche gli occhi. Vi sono diventato nemico solo perché vi ho trattato secondo la verità? Gli attuali vostri amici mostrano grande interesse per voi, ma non sono sinceri e lo fanno solo perché vi vogliono allontanare da noi. E’ bello avere sempre un interesse acceso per tutto ciò che buono, non solo quando io sono presente tra di voi, figli miei, per i quali soffro di nuovo le doglie del parto fino a quando la fede in Cristo non si consolidi in voi. Poiché sono onestamente ansioso del vostro destino, vorrei proprio essere ora in mezzo a voi e parlare, a tu per tu, con ciascuno di voi” (Ga, 4 ,8-20).

La vita dei figli di Dio

Polemizzando con i suoi avversari, Paolo ricorre all’interpretazione allegorica del Vecchio Testamento. Egli narra la storia di Agar, la schiava egiziana di Abramo, madre d’Ismaele, cacciata via da Abramo stesso. Egli riepiloga la storia dei due figli di Abramo, uno avuto dalla schiava, l’altro dalla padrona libera. Il figlio della schiava è nato secondo la carne, mentre il figlio della promessa divina è nato dalla padrona libera. In termini allegorici le due donne rappresentano le due alleanze, i due testamenti, uno dei quali proviene dal Monte Sinai, identificato con Agar che genera figli per la schiavitù; il Monte Sinai è il luogo dove è stata dettata la legge scritta sulle pietre. Esso sta in Arabia, in continuità territoriale con la Gerusalemme di adesso, la città terrena, che si trova in stato di schiavitù con i suoi figli. L’altra città, la Gerusalemme celeste, è libera, rappresenta la Chiesa che è la madre feconda di tutti noi. Essa è come una donna sola, che ha figli soltanto per iniziativa divina. Poi, rivolgendosi ai Galati, l’Apostolo dichiara:

“Ma voi, fratelli, siete figli della promessa, secondo Isacco; e come allora, quando il figlio nato secondo la carne perseguitava quello nato secondo lo Spirito, così accade anche adesso. Ma che cosa dice la Scrittura?

Caccia via la schiava e il figlio di lei; infatti, il figlio della schiava non avrà parte all’eredità col figlio della padrona libera. E noi, fratelli, non siamo figli della schiava, ma figli della padrona libera.

Capitolo Quinto

La libertà è la virtù che plasma la vita dei figli di Dio

Secondo Paolo, dobbiamo rendere grazie a Cristo che ci ha liberati dalla gabbia delle prescrizioni della legge! Perciò avverte “Voi, Galati, state attenti a non lasciarvi sottomettere di nuovo al giogo della schiavitù. Io, Paolo, in tutta franchezza e con pieno senso di responsabilità, vi dico una cosa: non lasciatevi circoncidere! Se voi accettate la circoncisione, non appartenete più a Cristo, per cui egli non vi sarà più di nessun aiuto.

Al riguardo attesto che ogni uomo che sarà circonciso, sarà obbligato a mettere in pratica tutta la legge” (Ga, 5, 1-3). Perciò, egli mette i Galati davanti all’alternativa: o si è cristiani con tutti i doveri che impone l’essere cristiani o si è giudei con tutte le implicazioni che impone la legge giudaica. Chi cerca la giustificazione nella legge è un giudeo. Chi è già cristiano e assume un tale atteggiamento, perciò stesso, cessa di essere cristiano e torna ad essere giudeo. “Se voi cercate la giustificazione nella legge, decadete dai privilegi del favore divino.

Noi, sotto l’influsso dello Spirito e in forza della fede, speriamo di ottenere la giustificazione. Per seguire la via indicata da Cristo, non servono, né la circoncisione, né l’incirconcisione, ma la fede che si attua nello spirito di carità verso gli altri. Voi, Galati, correvate spediti in questa via, che cosa vi ha ostacolato di continuare a percorrere quella via, che poi era la strada giusta da seguire nella vita? Alle volte bastano pochi agitatoti per gettare lo scompiglio in un gran numero di persone. Una piccola quantità di pasta inacidita può rovinare l’intero impasto. Io ho la forte persuasione che voi la pensiate come la penso io. Chi semina lo scompiglio tra di voi, chiunque esso sia, subirà la condanna eterna. Quanto a me, se io predicassi ancora la circoncisione, allora cesserei di essere perseguitato. La presenza di Cristo crocifisso per i Giudei non costituirebbe più una pietra d’inciampo” (Ga, 5, 4-12). A conclusione del suo discorso, l’Apostolo lancia l’invettiva finale: “che i perturbatori, con la circoncisione, possano arrivare a mutilarsi completamente!” (ibidem).

La libertà del cristiano spinge alla carità

I Galati, come tutti gli altri cristiani, sono stati chiamati alla libertà dalla legge dello Spirito; e questa libertà non dev’essere usata in modo distorto, magari finalizzata a soddisfare gli appetiti della carne, ma dev’essere impiegata per una causa ben più nobile: attuare lo spirito di carità vicendevole, che impone di essere disponibili a servire gli altri nelle loro necessità. La legge dello Spirito trova la sua pienezza nell’osservanza di una norma etica fondamentale, che suona nel modo seguente: amerai il tuo prossimo come te stesso. Se poi i Galati si comportano come cani ringhiosi, digrignando i denti e mordendosi a vicenda, stiano bene attenti a non distruggersi reciprocamente in una lotta dissennata degli uni contro gli altri.

Lo Spirito e la carne

In questa sezione l’Apostolo mette una radicale alternativa di vita ai Galati: o camminate sotto l’influsso dello Spirito, o seguite le bramosie della carne. La carne, infatti, ha desideri che sono contro lo Spirito, lo Spirito, a sua volta, ha norme che si oppongono alla carne. Questi due elementi, infatti, si contrappongono a vicenda, cosicché voi non fate quello che vorreste fare. Ma se voi fate prevalere la voce dello Spirito, non siete più sotto il dominio della legge. Ora, seguendo l’istinto della carne, sappiamo benissimo quali frutti esso comporta, azioni che si potrebbero raggruppare in quattro categorie di peccati: 1) peccati di natura sessuale: lussuria, fornicazioni, relazioni sessuali irregolari, impurità, disordine e dissolutezza, mancato controllo dell’impulso sessuale; 2) peccati contro la religione: idolatria, magia, stregoneria, doping; 3) peccati contro la carità: gelosie, liti, divisioni, contrasti, odio, egoismo, invidie; 4) peccati contro la temperanza: ubriachezza, orge, euforia indotta da mezzi illeciti. Tutti questi generi di peccati escludono il credente dall’eredità escatologica del regno di Dio. Invece, i frutti dello Spirito sono di ben altra natura: amore, gioia, pace, longanimità, bontà, benevolenza, fiducia, mitezza. La legge giudaica non ha niente a che fare con queste cose perché non ha alcun rapporto con le virtù dello Spirito. I cristiani, in virtù del sacrificio di Cristo che li ha riscattati dal peccato, hanno crocifisso le opere della carne. Se viviamo nello Spirito, camminiamo anche sotto la guida dello Spirito. Allora non diventiamo avidi di gloria vuota, divenendo gli uni oggetto d’invidia degli altri (Ga, 5, 16-25).

Capitolo Sesto

Il comportamento pratico secondo lo Spirito

In questo passo l’Apostolo sollecita i Galati a comportarsi secondo lo spirito di carità e di solidarietà reciproca. Pertanto, se un fratello sbaglia e viene sorpreso nell’atto di commettere una colpa, il fratello più  saggio, guidato dalla legge dello Spirito, non si lasci tentare a peccare anche lui, ma intervenga, con mitezza e fermezza, per correggere colui che sbaglia. Lo spirito del cristiano sia sempre discreto e costruttivo in ogni circostanza. Poi esorta: “Portate vicendevolmente i vostri pesi, così portate avanti la legge di Cristo. Se qualcuno pensa di essere qualcosa, s’inganna, perché tutti abbiamo pregi e difetti e ciascuno dovrà sempre portare il suo fardello di pene e di dolori. Colui che viene istruito nella parola, deve rendere chi lo istruisce partecipe di tutti i suoi beni. Non ingannatevi. Dio non permette che ci si prenda gioco di lui. L’uomo raccoglierà ciò che ha seminato. Chi semina nella carne, mieterà rovina; chi semina nello Spirito, mieterà la vita eterna. Non desistiamo mai dal fare il bene lasciandoci prendere dalla noia e dalla stanchezza; se non allenteremo il nostro impegno, a tempo debito, mieteremo i nostri frutti. Perciò, finché abbiamo il tempo e l’occasione propizia, pratichiamo il bene verso tutti e, in modo particolare, verso coloro che appartengono alla stessa famiglia cristiana” (Ga, 6, 2-10).

Epilogo

A conclusione della sua missiva, Paolo aggiunge poche righe di sua mano per dare le sue ultime raccomandazioni. Egli cerca di smascherare i suoi oppositori agli occhi dei suoi fedeli, perché essi sono quelli che cercano di convincere i Galati a farsi circoncidere. Stigmatizza gli avversari, mettendo a nudo le loro intenzioni recondite. Essi si presentano come difensori della legge, non per convinzione, ma per fare bella figura davanti agli uomini, seguendo i bassi impulsi dell’umana ambizione e al fine di non essere perseguitati essi stessi. Per non apparire da meno dei giudei ortodossi, fanno propaganda per la circoncisione. Paolo avverte i suoi destinatari del fatto che neppure quelli che si fanno circoncidere sono scrupolosi osservanti della legge, tuttavia questi vogliono che i Galati si facciano circoncidere allo scopo di darsi vanto sulla debolezza degli altri. Al riguardo, afferma: “A me non avvenga mai di vantarmi di altro, se non di essere stato difensore della croce del nostro Signore Gesù Cristo, per mezzo del quale il mondo, con tutte le debolezze umane, è stato crocifisso per me e io per il mondo. Quindi la circoncisione o la sua assenza non hanno più alcun senso, quello che ha senso è la nuova creazione per la salvezza. A quelli che saranno disponibili a seguire una condotta di vita secondo le regole qui esposte, sia la pace e la benevolenza misericordiosa del Signore! Essi saranno il nuovo Israele, l’Israele del Regno di Dio” (Ga, 6, 14-16). Del resto, ormai Paolo è unito a Cristo, per cui nessuno può distoglierlo o infastidirlo con altre dottrine o altre insinuazioni. Il caloroso commiato, enfatizzato da quel vocativo, fratelli! La sua benedizione finale e il suo Amen, che trasforma l’auspicio in preghiera che chiude il documento apostolico.

La Seconda Lettera Di San Paolo ai Corinzi

Posted By Felice Moro on Ottobre 14th, 2020

Introduzione

In ogni tempo la situazione economica di Corinto ha tratto la sua fonte di reddito dalla sua felice posizione geografica, situata nell’istmo, a cavallo tra i due mari. Per questo gode i vantaggi di avere due porti, di cui, uno a Occidente, nel golfo di Patrasso, che si affaccia sul mare Adriatico; l’altro a Oriente, nel Golfo di Saronico, che si apre sul mare Egeo, nell’ampia baia di Atene.

Tuttavia, ai tempi di Paolo vi era un grande squilibrio nella distribuzione dei beni materiali, causato dalla presenza di pochi ricchi che possedevano molto di più del necessario per vivere e molti poveri diseredati, che non possedevano niente. Tra questi ultimi, numerosi erano stati quelli che avevano aderito spontaneamente, fin dalla prima ora, alla predicazione dell’Apostolo, convertendosi al cristianesimo. Essi divennero presto i primi adepti alla nuova fede, contribuendo perciò alla fondazione della più numerosa e della più attiva comunità cristiana in terra d’Acaia, quindi in Europa.

Dal punto di vista morale, la città non godeva di buona fama. Specialmente i vicini ateniesi la dileggiavano, perché l’accusavano di avere costumi troppo libertini, per cui, “vivere alla maniera corinzia” era diventato un epiteto negativo per la città e per i suoi abitanti.

A quei tempi, Corinto, come tante altre città greche, erano luoghi d’incontro di diverse genti: marittimi e commercianti che provenivano da tutte le parti del mondo mediterraneo per trattare i loro affari. Inoltre, era diventata fulcro di retori, filosofi, sofisti ambulanti, che diffondevano le loro dottrine, sollecitando le naturali curiosità intellettuali dei greci, l’inclinazione alla disputa, la tendenza ad eccellere in eloquenza e in sapienza.

Numerosi erano gli Ebrei che risiedevano nella città, dove sorgeva anche una sinagoga. Dopo la deludente esperienza del discorso fatto nell’Areopago di Atene ai sapienti della Grecia, Paolo, che era un uomo di città anche lui, non si isola in preghiera in un eremo nel deserto, ma si rifugia a Corinto. Vive del suo lavoro manuale di fabbricante di tende, appoggiandosi nel lavoro e nell’abitazione presso i suoi connazionali, i coniugi Aquila e Priscilla, da poco rientrati dalla diaspora in Italia.

Quando Paolo si stabilisce in città e dalla Macedonia lo raggiungono anche i suoi collaboratori, Sila e Timoteo, egli affida loro l’attività lavorativa da cui i missionari ricavano i loro mezzi di sostentamento materiale ed egli si dedica quasi interamente alla predicazione.

Il messaggio importante che l’Apostolo trasmetteva al popolo era l’annuncio del Vangelo di Cristo, il Messia atteso dal popolo d’Israele, che però non è stato accolto dalla sua gente. Sulla predicazione della nuova fede si scontrò malamente con i suoi connazionali, gli Ebrei residenti in città; e siccome questi protestavano e contrattaccavano con bestemmie, Paolo, scuotendosi le vesti, li apostrofò: “Il vostro sangue ricade sulla vostra testa; io sono innocente e da questo momento me ne vado dai pagani”.

Ma le lotte contro i Giudei non finirono lì. Esse continuarono e trascinarono l’Apostolo più volte in giudizio nei tribunali ebrei e romani, a Corinto e in Palestina. Alla fine egli si appellò a Cesare, motivo per cui era venuto a Roma, attraverso un avventuroso viaggio in mare, con l’esperienza di un pericoloso naufragio nelle acque di Malta.

La vita dell’Apostolo a Corinto non fu sempre tranquilla. Già dal testo dell’epistola si desume il fatto che i rapporti tra Paolo e i Corinzi, pur sperimentando momenti di forte intesa e d’intensa collaborazione, non furono sempre pacifici, anzi conobbero anche momenti di tensione e di forte turbolenza. Dal contesto appare chiaro il fatto che i suoi avversari, che egli bollò ironicamente con l’appellativo di “superapostoli”, sono altri cristiani che vantano notevole autorevolezza all’interno della comunità. Certamente essi rappresentano movimenti che si oppongono all’Apostolo, disprezzano la sua persona, definita “debole” e mettono in discussione l’autenticità della sua dottrina, accuse che minano alla base l’unità della Chiesa.

Dal contenuto dell’insieme, e specialmente dalla narrazione dei primi sette capitoli, emerge il profilo del vero apostolo, dove traspare una forte tensione della missione apostolica e l’impegno disinteressato della predicazione, caratteristiche intrinseche che corrispondono alla stessa personalità di Paolo nel suo campo d’azione. Seguono i capitoli otto e nove, incentrati sull’attività di promozione della colletta, i cui fondi raccolti venivano versati per i bisognosi della Chiesa Madre di Gerusalemme. Nei capitoli 10-13 la lettera riprende il tema dell’apostolato, con costanti riferimenti autobiografici alla figura e al ruolo svolti da Paolo nella comunità corinzia.

Capitolo Primo – Lo scopo e i motivi della lettera

L’intestazione della lettera contiene due mittenti: Paolo e il suo più fedele collaboratore, Timoteo, nonché i destinatari della missiva, che sono i fedeli della comunità cristiana di Corinto e tutti i credenti dell’Acaia (Grecia). Li ringrazia invocando su di loro la pace di Dio Padre e del nostro Signore Gesù Cristo.

Segue una preghiera di ringraziamento a Dio, che, nell’espressione di Paolo, assume la forma di una benedizione consolatoria per le tribolazioni affrontate, senza specificare quali siano state queste tribolazioni. L’apostolo esprime attestati di fiducia e di speranza nei confronti dei suoi fedeli, che invita a rimanere saldi nella fede, malgrado le sofferenze che dovranno patire, che poi saranno fonte della consolazione che ne consegue. Al riguardo precisa: “Non vogliamo che ignoriate, fratelli, come la tribolazione che ci è capitata in Asia, ci abbia colpiti oltre misura, perché ci ha messi in pericolo di vita, avendo ricevuto anche la sentenza di morte. Questo ci ha insegnato a riporre più fiducia in Dio che in noi stessi. Dio ci ha liberati da questo pericolo, grazie alla fiducia riposta in lui e ai meriti delle vostre preghiere” (2Co, 1, 8-11).

Paolo, però, non dà nessuna spiegazione sulla causa che a ha determinato il suo pericolo di morte durante la sua permanenza in Asia. Forse si riferisce all’incidente causato dagli argentieri di Efeso, capeggiati da un certo Demetrio, cui si fa riferimento negli Atti degli Apostoli (At, 19, 23-40).

L’apostolo esprime il suo motivo di vanto per aver sempre impostato i suoi comportamenti nei confronti di tutti, dei Corinzi in particolare, ai principi di santità e di sincerità, non alla sapienza della carne, ma alla benevolenza di Dio. E aggiunge: “Con questa convinzione, in un primo tempo, avevo deciso di venire da voi per concedervi una seconda grazia, quindi passare in Macedonia e poi di tornare da voi per il commiato definitivo, prima della mia partenza per la Giudea. Forse in questo progetto mi sono comportato con leggerezza? E la decisione che prendo è forse un “si”, “si” o un “no” “no” della debolezza della carne?

Il figlio di Dio, Gesù Cristo, che io, Silvano e Timoteo, abbiamo annunziato in mezzo a voi, non fu un “si” e un “no”, ma fu tutto un “si” al progetto di Dio in lui … Io chiamo Dio a testimone della mia vita perché, se non sono venuto a Corinto, è stato soltanto per risparmiarvi rimproveri. Non vogliamo tiranneggiare nessuno, ma, al contrario, vogliamo essere vostri collaboratori nella gioia della fede, in cui siete ben saldi” (2 Co,1, 15-24).

Capitolo Secondo – “Vi ho scritto col cuore angosciato tra molte lacrime”

Paolo continua a spiegare i motivi della sua mancata visita a Corinto. Egli è dispiaciuto di aver dovuto rinunziare alla visita, ma ha fatto questa scelta per un motivo ben preciso: non voleva inasprire i rapporti, già tesi, tra lui e alcuni membri la comunità. “Vi ho scritto in un momento di grande afflizione e con il cuore angosciato, tra molte lacrime, non per rattristarvi maggiormente, ma perché conosceste l’immenso affetto che ho per voi. Se qualcuno mi ha offeso, non ha offeso soltanto me, ma anche tutti voi”. Per l’offensore è già sufficiente il castigo che ha ricevuto dagli altri; pertanto, non è opportuno infierire contro di lui, anzi bisogna usargli benevolenza e misericordia, affinché non soccomba sotto il peso del pentimento. Uno dei motivi della lettera è anche quello di mettere tutti alla prova sulla disponibilità al perdono di chi sbaglia. Poi dichiara: “A chi voi perdonate, perdono anch’io davanti a Cristo per non cadere in balia di Satana”.

Da Efeso, l’apostolo si sposta a Troade per predicare il vangelo, ma qui subisce un’amara delusione: il mancato incontro con il suo fedele collaboratore, Tito. Costui è arrivato in ritardo all’appuntamento, quando Paolo era già transitato in Macedonia.

Quindi l’Apostolo, sotto forma di ringraziamento a Dio, esprime una riflessione sul ministero apostolico, comparando l’azione della Chiesa militante nel mondo all’effondersi del profumo nei cortei. E afferma: “Noi siamo, infatti, dinanzi a Dio il profumo di Cristo, sia per quelli che si salvano, sia per quelli che si perdono; per gli uni odore di morte per la morte, per gli altri odore di vita per la vita…Noi non siamo, infatti, come quelli che mercanteggiano la parola di Dio, ma con sincerità, come mossi da Dio e sotto il suo sguardo, parliamo in Cristo” (2Co, 2, 15-17).

Capitolo Terzo – Il Ministero della Nuova Alleanza

In questo capitolo Paolo esordisce dichiarando che, per presentarsi ai Corinzi, non ha bisogno di lettere commendatizie, come, probabilmente, avevano fatto i suoi avversari cristiani giudaizzanti di Gerusalemme. Per lui, la migliore lettera credenziale sono gli stessi Corinzi, lettera di Cristo, scritta dallo Spirito Santo e stampata, non su tavole di pietra, com’era stata la legge dell’Antica Alleanza, ma nella sanguigna carne dei cuori dei credenti, letta e conosciuta da tutti. Questo egli afferma, non per baldanza personale, ma davanti a Dio per la fiducia riposta in Cristo. Quindi, per un potere che non proviene dalla carne umana, ma da Dio che ha investito gli apostoli della carica di ministri della Nuova Alleanza, non della lettera, ma dello Spirito, perché “la lettera uccide, lo Spirito, invece, dà vita”. I concetti sono derivati dalle profezie di Geremia e di Ezechiele dell’Antico Testamento, ma acquistano nuovo vigore spirituale nei fremiti dirompenti della coscienza di Paolo, che era stato il vero fondatore della comunità di Corinto e delle altre comunità cristiane dell’Acaia. Sviluppando il concetto della contrapposizione tra la vecchia e nuova Alleanza, Paolo dichiara:

“Se il ministero della morte, inciso in lettere su pietre era così glorioso che i figli d’Israele non potevano fissare il volto di Mosè a causa dell’effimero splendore del suo volto, quanto più non sarà glorioso il ministero dello Spirito? Se fu già glorioso il ministero della condanna, tanto più lo sarà il ministero della giustizia. Anzi, sotto quest’aspetto, ciò che era glorioso non lo è più a confronto della sovreminenza di questa gloria. Se dunque ciò che era effimero fu glorioso, molto di più è circonfuso di gloria ciò che è duraturo”. Forti della ricchezza spirituale della nuova Alleanza, gli Apostoli si confrontano con franchezza a viso aperto, non con il volto velato, come si presentavano le figure nell’Antica Alleanza.

Fino ad oggi, quando si legge Mosè, un velo è steso nel cuore degli Israeliti, ma quando ci sarà la conversione al Signore, quel velo sarà tolto. Il Signore è lo Spirito e dove c’è lo Spirito del Signore, c’è libertà. Noi tutti, a viso scoperto, riflettendo come in uno specchio la gloria del Signore, veniamo trasformati in quella stessa immagine, di gloria in gloria, secondo l’azione dello Spirito del Signore (2Co, 3, 7-17).

Capitolo Quarto – Un tesoro in vasi di creta

Paolo continua a sviluppare il discorso sulle caratteristiche del ministero apostolico, al quale egli si sente chiamato per un privilegio dalla misericordia divina. Questa consapevolezza gli dà la forza e il coraggio di lottare per una causa giusta, onde superare le difficoltà che incontra nel suo cammino. Al di fuori di ogni dissimulazione e di ogni condotta insincera, l’oggetto della missione dell’apostolo è quello di annunciare il vangelo di Cristo Gesù.

Riprendendo l’immagine del velo che copriva il volto di Mosè, di cui aveva parlato nel capitolo precedente, egli afferma che, anche il Vangelo appare velato agli occhi di molti (Giudei e/o Greci?) non credenti, perché Satana ha accecato la loro mente, affinché non vedano in volto il fulgore della gloria di Dio. Gli apostoli non predicano se stessi, ma essi sono dei semplici servitori al servizio degli altri, per annunziare la gloria del Signore Risorto, che brilla nel suo volto e che per prima ha acceso i cuori degli apostoli.

Le tribolazioni e le speranze degli Apostoli

La luce della fede, contenuta nei cuori degli Apostoli, è come un tesoro nascosto racchiuso in vasi di creta. La grandezza e l’infinità del ministero divino trascendente, amministrato dalla debolezza della carne umana: questo è il ministero di Dio, affidato agli uomini! Questo è il tema sviluppato in questa parte della lettera.

Infatti, l’apostolo dichiara: “Siamo tribolati da ogni parte, ma non schiacciati; siamo sconvolti, ma non disperati; perseguitati, ma non abbandonati; colpiti, ma non uccisi, portando sempre e dovunque nel nostro corpo la morte di Gesù, perché anche la vita di Gesù si manifesti nel nostro corpo. Sempre, infatti, noi che siamo vivi, veniamo esposti alla morte a causa di Gesù, affinché anche la vita di Gesù si manifesti nella nostra carne mortale. Di modo che, mentre in noi pende frequente la minaccia di morte, in voi sorride la prospettiva di vita” (2Co, 4, 8-12).

In questo passaggio della lettera l’Apostolo esprime l’assimilazione degli Apostoli alla morte di Cristo. Le sofferenze e le tribolazioni che sopportano gli Apostoli per amore di Cristo, divengono principio di vita e di salvezza per i fedeli. Poi egli, partendo da un testo della Sacra Scrittura (SL 115, 10) Ho creduto, perciò ho parlato, fa una serie di altre considerazioni sulla psicologia apostolica e la fede in Dio, partendo dall’assunto che se egli ha risuscitato Cristo, risusciterà anche i suoi fedeli. Per questo, egli dice, non perdiamoci d’animo, anche se l’uomo esteriore va disfacendosi, quello interiore si rinnova di giorno in giorno. Infatti, il peso da portare per le tribolazioni di questo mondo ci procura una quantità smisurata di gloria nella vita eterna; ciò affinché noi non fissiamo lo sguardo sulle cose visibili, ma su quelle invisibili perché le prime sono di un momento, le seconde sono eterne.

Capitolo Quinto – Il Ministero apostolico come opera di Riconciliazione

In questo punto dello scritto Paolo esordisce con una similitudine consueta del suo linguaggio:

“Quando sarà distrutta la nostra dimora terrena, precaria come una tenda di pellegrini, Dio ci assegnerà una dimora nei cieli, non costruita dalle mani dell’uomo. Perciò noi viviamo nell’ansia di abitare in questa nuova dimora, a condizione, però, che ci presentiamo rivestiti di meriti, non spogli di titoli da far valere davanti a Dio per averne diritto. Dio, che ci ha creati per questa destinazione celeste, ci ha dato anche i doni dello Spirito, come mezzi per raggiungere la meta. Ben sappiamo che, finché abitiamo in questo corpo mortale, viviamo come in esilio, ma camminando nella fede, abbiamo la fiducia e l’aspirazione ad abitare un giorno nella dimora celeste. Perciò, sia che abitiamo nell’una o nell’altra dimora, ci sforziamo di essere graditi a Dio. Tutti, infatti, dobbiamo comparire davanti al tribunale di Cristo, per ricevere la ricompensa delle opere compiute in vita, sia nel bene che nel male” (2Co, 5, 1-10). 

I principi ispiratori del ministero apostolico

L’Apostolo continua il suo discorso ribadendo i principi del ministero apostolico. Consapevoli del fatto che tutti hanno timore del Signore, gli apostoli, che a Dio sono ben noti, cercano d’istruire gli uomini sul cammino da percorrere nella fede, come Paolo sta facendo con i Corinzi, destinatari della sua missiva. Se c’è una motivazione profonda che spinge l’Apostolo ad insistere sui Corinzi per tenerli uniti a sé, nella fiducia e nell’adesione a Dio, questa scaturisce da un’esigenza interiore dell’anima (o del cuore), non da un vanto esteriore, come fanno i suoi avversari, ai quali ii Corinzi siano pronti a rispondere in maniera adeguata.

“Se talvolta siamo stati dissennati, è stato per amore di Dio; se siamo stati assennati, è stato per amore vostro. (Follia con Dio, saggezza con gli uomini, è stata definita quest’affermazione da parte di qualche commentatore).

“Poiché l’amore di Cristo ci spinge al pensiero che uno è morto per tutti, quindi tutti sono morti. E se egli è morto per tutti, è perché quelli che vivono, non vivano più per se stessi, ma per colui che è morto e risorto per loro… Di conseguenza, se uno è in Cristo, è una creatura nuova, le cose vecchie sono passate: ecco che adesso ci sono le cose nuove” (2Co, 5, 14-17). Parafrasando il discorso mistico, dove l’Apostolo trascende (e non solo qui) le categorie della grammatica, egli vuole riaffermare il principio basilare della fede: l’amore di Cristo per gli uomini genera nel fedele l’amore per i suoi simili.

L’Apostolo continua il suo discorso con altre immagini della nuova Alleanza. Parte dal principio basilare, secondo cui, Dio ha riconciliato gli uomini con se stesso per mezzo del sacrificio di Cristo; e il compito della riconciliazione tra l’uomo e Dio, tra la creatura e il Creatore, è stato affidato da Cristo risorto agli Apostoli.  Essi sono i testimoni del suo sacrificio e suoi ambasciatori nel mondo per portare il suo messaggio e la sua parola a tutti gli uomini, “fino egli estremi confini della terra” (At,1, 8).

Capitolo Sesto – Paolo difende il suo ministero

In questa sezione Paolo riprende il discorso dell’importanza del ministero apostolico. Gli apostoli, come ministri del vangelo, sono collaboratori di Dio per la salvezza degli uomini. Essi spendono coraggiosamente la loro vita per adempiere puntuali ai doveri della loro missione: portare la parola di Gesù e la fede cristiana a tutti gli uomini del mondo; e i suoi interlocutori corinzi sono stati fortunati perché, dall’opera dell’Apostolo, hanno ricevuto il messaggio prima di altri. Essendo giunto il momento della salvezza, non c’è tempo da perdere per indugiare nel dubbio; egli è sempre pronto a collaborare con loro, affinché non accolgano invano la grazia di Dio. “Noi non diamo motivo di scandalo a nessuno, perché non venga screditato il nostro ministero; ma in ogni cosa ci presentiamo come ministri di Dio, con molta fortezza nelle tribolazioni, nelle angustie e nelle ansie”. Continua con il catalogo di persecuzioni e sofferenze patite, analogo a tanti altri già fatti agli stessi destinatari, sia in questa che nella lettera precedente. Poi l’elenco delle sofferenze si trasforma in una lista delle virtù apostoliche: purezza, sapienza, benevolenza, amore sincero e quant’altro di virtuoso gli apostoli posseggono e spendono per la salvezza dei fedeli. Quindi, indica i mezzi con i quali gli apostoli combattono, che sono le armi della giustizia, amministrata con entrambe le mani, nella gloria e nel disprezzo, nella buona o nella cattiva fama; una serie di attributi oppositivi, riferiti agli stessi apostoli, per cui essi sono ritenuti: mendaci, invece sono veritieri; ignoti, se pure ben conosciuti; afflitti, ma sempre lieti; poveri, che arricchiscono molti; nullatenenti, eppure possessori di tutto! (2Co, 6, 3-10).

Quando tratta argomenti che lo toccano da vicino, Paolo s’infervora di collera benigna ed esplode il suo pensiero in forme originali di fluida ed eloquente lirica.

Dopo questo sfogo emotivo, l’apostolo ritorna al suo tranquillo dialogo con i Corinzi. Essi sono stati trattati  bene come figli dall’Apostolo, perciò non siano ingrati, con il cuore stretto e la mente chiusa; soprattutto non si lascino convincere dai suoi avversari e dagli infedeli perché potrebbero precipitare di nuovo nell’oscurità del paganesimo. E si domanda: “Quale rapporto ci può essere, tra la giustizia e l’empietà? O quale comunione, tra la luce e le tenebre? Quale armonia tra Cristo e Satana? Quale società tra un fedele e un infedele? Quale accordo tra il tempio di Dio e quello degli idoli? Perché noi siamo il tempio del Dio vivente che ha detto:

Abiterò e camminerò in mezzo a loro,

e sarò il loro Dio ed essi il mio popolo …

E continua con una serie di sentenze divine, tratte dai testi delle Sacre Scritture.

Capitolo Settimo – Tristezza e gioia di Paolo

Forte nella virtù, secondo il profilo delineato nel capitolo precedente, l’Apostolo invita i suoi interlocutori alla purificazione da ogni contaminazione che possano aver contratto, sia attraverso il corpo, sia attraverso lo spirito, onde conseguire una condotta morale confacente al fedele che si dichiara figlio di Dio.

L’apostolo fa riferimento implicito a un misterioso incidente occorsogli, ma traspare la volontà di sorvolare sulla questione, mentre dichiara, ancora una volta, la sua onestà e la sua lealtà nei confronti dei Corinzi. Aggiunge che, da quando era tornato in Macedonia, non aveva avuto più pace, andando incontro a tribolazioni esterne e a preoccupazioni interiori. Non spiega quali siano i motivi delle difficoltà incontrate in terra macedone, ma per quello che si può arguire dagli indizi di carattere generale, si può pensare alle resistenze dei macedoni romanizzati e ormai assertori del culto imperiale e alle opposizioni degli stessi Giudei. Per fortuna, il rientro di Tito gli ha dato una grande consolazione; e non soltanto per la compagnia della sua presenza fisica, ma anche per le buone notizie che gli ha riportato dalla stessa comunità corinzia. Evidentemente Tito aveva svolto bene il suo compito di mediatore tra i Corinzi e Paolo. In quel momento l’apostolo si trovava a Efeso, luogo da cui aveva indirizzato loro questa lettera e la precedente. La consapevolezza che la “lettera delle lacrime” aveva prodotto l’effetto voluto: il rammarico, il pentimento e le loro manifestazioni di affetto nei suoi confronti, era stato un motivo di grande soddisfazione e di  gioia per l’Apostolo.

Al riguardo egli dichiara: “La tristezza secondo Dio produce un pentimento irrevocabile, che porta alla salvezza, mentre la tristezza del mondo porta alla morte. Per questo io ho cercato di rattristarvi secondo Dio…. In questa faccenda vi siete dimostrati innocenti sotto ogni riguardo. Se vi ho scritto con quel tono, non fu per il male causato dall’offensore o ricevuto dall’offeso, ma a fin di bene perché apparisse chiara la vostra sollecitudine per noi davanti a Dio. Ecco quello che ci ha consolati” (2Co, 7, 10-13).

Alla soddisfazione dell’Apostolo si aggiunge la contentezza di Tito per la buona accoglienza ricevuta a Corinto. Questo è per Paolo motivo di maggiore soddisfazione, perché i Corinzi non hanno smentito se stessi e la stima che egli aveva riposto loro; anche in Tito è cresciuta la stima nei loro confronti, ricordando come è stato accolto con timore reverenziale e come essi abbiano sempre obbedito alle sue parole e alla sua guida. Finalmente l’Apostolo può esprimere tutta la sua fiducia, tutta la sua compiacenza nei confronti dei fedeli Corinzi e vivere nell’armonia della pace ritrovata! Finalmente “dopo la tempesta, è tornata la quiete!”.

Capitolo Ottavo – La colletta per la Chiesa di Gerusalemme

Questa sezione della lettera è dedicata a sollecitare i Corinzi a effettuare la colletta, che i primi cristiani facevano in favore della Chiesa Madre di Gerusalemme. Paolo è molto sensibile a quest’iniziativa, tanto che, come possiamo leggere anche nelle altre sue lettere, rivolge la stessa sollecitudine alla donazione anche ai fedeli delle altre comunità da lui fondate, come in 1Co, 16, 1-3 e in Rm, 15, 26-28 comprese. Qui, per sollecitare l’adesione dei Corinzi, si profonde in riconoscimenti verso i Macedoni che, pur essendo poveri, si distinguono per la loro generosità nel dare il loro contributo per gli altri.

“Posso testimoniare, dice l’apostolo, che hanno dato spontaneamente anche di più di quello che consentivano le loro forze, domandandoci con insistenza, di prendere parte a questo servizio a favore dei santi, più di quanto non avremmo osato sperare …Per questo abbiamo pregato Tito di portare a compimento fra voi quest’opera di benevolenza … Su dunque: come vi segnalte nelle altre iniziative: la parola, la dottrina, la carità, distinguetevi anche in quest’opera di benevolenza. Non ve ne faccio obbligo, ma mi aspetto lo zelo della vostra carità …”.  D’altronde i Corinzi conoscono bene l’esempio dato da Gesù: egli che, da ricco che era, si fece povero per arricchire gli altri della sua povertà; inoltre, i Corinzi hanno già sperimentato l’iniziativa l’anno precedente, quando sono stati i primi a chiederla e a sperimentarla. Ognuno dia quello che può, in base alle proprie possibilità. Non si tratta di togliere agli uni per dare agli altri, ma si tratta di seguire un principio di equità. L’abbondanza degli uni, sopperisca all’indigenza degli altri, in modo che ci sia uguaglianza nelle condizioni sociali e si realizzi il principio indicato nelle Sacre Scritture (Esodo): chi aveva molto, non ne soverchiò; chi aveva poco, non sentì la mancanza.

La presentazione dei delegati ad effettuare la colletta

Il capo della delegazione che si recherà a Corinto per effettuare la colletta sarà Tito, uomo probo e di garantita correttezza. Egli sarà accompagnato da un altro fratello, che gode di altrettanta di fiducia e onestà presso tutte le comunità, ma non dice il nome di quest’ultimo. I commentatori hanno pensato che si tratti di uno degli uomini di maggiore fiducia dell’Apostolo, come Luca, Barnaba, Marco o Sila.

Paolo vuole evitare che il maneggio di denaro nelle sue mani getti qualche ombra di sospetto sulla purezza del suo ministero. Infatti, a scanso di equivoci, egli dichiara: “Ci preoccupiamo, infatti, di comportarci bene, non soltanto davanti a Dio, ma anche davanti agli uomini. Tito e quest’altro nostro compagno sono, quindi, gli uomini di fiducia delegati dalle Chiese per questa delicata funzione per la gloria di Dio. Date, dunque prova della vostra stima nei nostri confronti e della legittimità della nostra fiducia in voi riposta davanti a tutte le Chiese” (2Co, 8,21-24).

Capitolo Nono – La sollecitazione dell’apostolo per la colletta

Il contenuto di questo capitolo è ripetitivo di quanto l’apostolo aveva già detto nel capitolo precedente. Dal taglio nuovo del discorso e dalla ripresa “da capo” del periodo, tutto fa pensare che il brano sia parte di un biglietto indipendente, mandato alle varie Chiese per sostenere la colletta e qui inserito successivamente dai primi redattori delle lettere paoline. Nell’insieme vi è una sollecitazione importante dell’Apostolo affinché i Corinzi, nel dare non siano da meno dei Macedoni, i quali sono poveri, ma generosi nella colletta dei santi. Egli ha invitato i fratelli, incaricati di questo compito, perché espletino le operazioni di raccolta, prima del suo arrivo; questo affinché il raccolto appaia frutto di un’offerta spontanea, non la risposta a una sollecitazione esterna.

Nella preoccupazione per riuscita della sua iniziativa, Paolo incoraggia i destinatari della missiva a dare l’offerta, citando sentenze della sapienza religiosa e della saggezza laica comune: “Chi semina scarsamente, scarsamente raccoglie; invece chi semina con larghezza, con larghezza raccoglierà; ciascuno dia quello che ha deciso di dare e lo dia di buon cuore, non per forza o con la tristezza nell’animo; Dio ama il donatore generoso. Dio ripaga abbondantemente con l’autosufficienza colui che dona generosamente …”. Segue una serie di richiami delle Sacre Scritture sulla saggezza del donare. Il servizio della donazione è una prestazione sacra che, non solo sovviene alle necessità dei santi, ma fa bene al donatore, perché riceverà in cambio la riconoscenza di Dio. I beneficati ringrazieranno Dio per la vostra accettazione del Vangelo e per la vostra generosità, nonché per la vostra comunione con loro e con tutti. Pregheranno e proveranno sentimenti di amicizia e di affetto per voi, per la straordinaria grazia che verrà effusa nei vostri confronti” (2Co, 9, 6-15).

Capitolo Decimo – L’autodifesa di Paolo dall’accusa di debolezza e ambizione

Dopo aver terminato il discorso sulla colletta, negli ultimi quattro capitoli della sua missiva, Paolo lancia la sfida ai suoi avversari. Il brusco cambiamento di tono e di argomento ha fatto pensare a molti critici che, il contenuto di questi quattro capitoli, in origine fosse il testo di un biglietto indipendente o costituisse una lettera a parte, forse la cosiddetta “lettera delle lacrime”, di cui aveva fatto menzione in precedenza. Noi non sappiamo, ma certamente è intervenuta qualche cosa, magari qualche notizia improvvisa o qualche giudizio sbagliato nei suoi confronti, fatto dai suoi avversari o da parte di alcuni membri della comunità. Comunque, qualcosa di nuovo ha fatto scattare nell’Apostolo l’impeto della sua accalorata autodifesa.

Egli esordisce invitando i Corinzi a non fargli perdere la pazienza con giudizi sbagliati, altrimenti indosserà le armi, non materiali (carnali), ma quelle spirituali per sbugiardare le accuse dei suoi avversari. “Perciò, egli dice, siamo pronti a punire qualsiasi disobbedienza dalla retta via, non appena la vostra obbedienza sarà perfetta…. In realtà, anche se mi vantassi di più di quello che oso fare per la nostra autorità che il Signore ci ha conferita per la vostra edificazione, non per la vostra rovina, non avrò certamente a vergognarmene. Non vorrei che qualcuno s’illuda, pensando al fatto che le lettere sono dure a parole, ma che la mia presenza fisica sia debole. Costui rifletta prima di emettere giudizi così azzardati perché, come siamo duri da assenti con le parole, ancor più lo saremo con i fatti in presenza (2Co, 10, 6-11”.

Certo, Paolo non ha l’audacia (o la sfacciataggine) di quelli che si confrontano con se stessi e mancano d’intelligenza. “Noi, dice l’Apostolo, non ci vanteremo oltre misura, se non secondo la capacità che Dio ci ha date per arrivare fino a voi; e fino a voi siamo arrivati in virtù della forza del Vangelo di Cristo. Non ci vantiamo indebitamente delle fatiche altrui (stoccata pungente contro l’opportunismo dei suoi avversari); ma abbiamo la speranza che, con la crescita della vostra fede, cresca anche la vostra stima nei nostri confronti. Questo per darci la forza e il coraggio necessari, onde poter evangelizzare anche altre regioni più lontane dalla vostra, senza trarre vanto dalle cose fatte dagli altri, come altri fanno. (Il significato di quest’ultima frase fa pensare che la mente e il cuore dell’Apostolo sono già proiettati verso la sua prossima meta lontana: forse Roma).

Pertanto, come aveva già sentenziato il profeta Geremia, chi si vanta, si vanti soltanto nel Signor perché si salverà, non è colui che si raccomanda da sé, ma colui che è raccomandato dal Signore (2Co, 10, 12-18).

Capitolo Undicesimo – Paolo e i falsi apostoli

In questa pericope Paolo esordisce chiedendo ai Corinzi di consentirgli una follia di amore (uno sfogo emotivo) per quanto loro vuole bene. Egli li sente come sue fragili creature spirituali, da difendere contro le insidie dei suoi avversari, i quali possono corromperli, indirizzandoli verso altre mete diverse dal vangelo che egli ha loro annunziato. Egli nutre per loro una sincera gelosia, onde conservarli puri e fedeli a Cristo, come una vergine casta viene preservata intatta per il suo sposo. Ma, intanto, in questo momento, avverte un pericolo: teme che, come il serpente maligno insidiò il calcagno di Eva, alcuni falsi profeti possano insidiare la genuina fede dei Corinzi. “Se, infatti, l’ultimo arrivato vi annunzia un Cristo diverso, uno spirito diverso o un vangelo diverso da quello che vi abbiamo annunziato noi, temo che siate disposti ad accettarlo” (2Co, 11, 4).

Paolo, non senza una punta di orgoglio, dichiara che egli non ha nulla da meno di quelli che si proclamano “arciapostoli”, i quali potrebbero sviare le loro scelte, confondere le loro idee. Egli ammette anche di avere una minore retorica nel discorso, ma non nella conoscenza delle cose; e questo ha sempre dimostrato in mille modi diversi. Egli ha speso tempo e fatica per annunziare loro il vangelo gratuitamente. Infatti, mentre spendeva il tempo per la loro evangelizzazione, per il suo mantenimento materiale provvedeva da se stesso, facendo i lavori manuali; e quando ha avuto qualche necessità particolare, l’hanno sovvenuto i fratelli macedoni; ma, in genere, si manteneva da sé con il suo lavoro, senza essere mai di peso a nessuno, né ai Corinzi, né ad altri. Al riguardo dichiara: “Ho spogliato altre Chiese, accettando da loro il necessario per vivere, allo scopo di servire voi. E trovandomi presso di voi, pur essendo nel bisogno, non sono stato a carico di nessuno, perché alle mie necessità hanno provveduto i fratelli venuti dalla Macedonia. Ho sempre cercato di non pesare su di voi e così intendo fare per l’avvenire. Com’è vero che in me c’è la verità di Cristo, nessuno mi toglierà questo vanto in terra d’Acaia.

Perché faccio questo? Per mancanza di affetto nei vostri confronti? Solo Dio sa quanto vi voglio bene! Mi comporto in maniera così trasparente, in modo da togliere ogni alibi di sospetto agli avversari maligni. Questi tali sono falsi apostoli, operatori fraudolenti che si mascherano da apostoli di Cristo. Questo non fa meraviglia perché anche Satana si maschera da angelo di luce. Pertanto, non scandalizziamoci, se i suoi seguaci si spacciano da servitori della giustizia. Ma la loro fine sarà conforme alle loro opere” (2Co, 11, 8-15).

Le sofferenze di Paolo per il vangelo

L’apostolo sa che la sua autopresentazione è in contrasto con la consapevolezza che egli ha di se stesso di essere una creatura fragile, perciò sa che quello dice qui non è in sintonia con il vangelo che annunzia.

“Nessuno mi consideri insensato o pazzo, ma permettete che anch’io faccia valere i miei meriti umani, ancorché questo non sia in sintonia con lo spirito del vangelo che annunzio. Voi siete saggi, sopportate tutti, anche le persone insulse che vi vogliono schiavizzare; quindi, accetterete anche la debolezza umana del mio vanto personale. Se altri si vantano della loro stoltezza, umanamente ardisco vantarmi anch’io”.

Segue una serie di interrogazioni retoriche, alle quali egli stesso si dà le risposte che ritiene opportune.

Si chiede: “Sono Ebrei (i suoi accusatori)? Israeliti? Della stirpe di Abramo? Anch’io sono Ebreo, Israelita, discendente di Abramo. Sono ministri di Cristo? Io, come apostolo non dovrei dirlo, ma come uomo lo dico e affermo, sono ministro molto più di loro, almeno per le fatiche, le prigionie e le percosse subite. (Sono memorabili le punizioni corporali subite a Filippi, di cui si parla nel capitolo 16° degli Atti degli Apostoli). Ho rischiato più volte la morte, ho subito per cinque volte 39 colpi di verga da parte dei Giudei (forse nelle sinagoghe dei Giudei della diaspora); ho subito tre volte la pena delle verghe, una lapidazione e tre naufragi (uno dei quali era stato il naufragio a Malta, durante il suo Quarto viaggio missionario verso Roma, di cui si parla nel 27° capitolo degli Atti degli Apostoli). Ho affrontato innumerevoli pericoli di fiumi, di ladri, di connazionali e di pagani; pericoli di città, del deserto, pericoli del mare e dei falsi fratelli. Ho patito fatiche e travagli, innumerevoli notti insonni, fame, sete, digiuni, freddo e nudità. E oltre i pericoli concreti e le fatiche fisiche, le preoccupazioni quotidiane per la riuscita dell’attività pastorale, sempre insidiata e combattuta dagli avversari, per sviare e confondere i deboli neofiti dalla fede. Questa era la mia ansia, la mia preoccupazione continua (2 Co, 11, 22-29).

Come epilogo dell’abbondante narrazione delle sue battaglie combattute, dei rischi affrontati e dei pericoli occorsi per portare avanti la sua missione, racconta la sua prima avventura rocambolesca compiuta per sfuggire ai gendarmi delle autorità di Damasco, all’ordine del re Areta IV. In quell’occasione, per favorire la sua fuga, i suoi collaboratori, con uno stratagemma geniale, lo calarono da una finestra dentro una cesta con una fune lungo il muro di cinta della città (l’episodio è narrato anche in At, 9, 23-25).  

Capitolo Dodicesimo – Le esperienze mistiche di Paolo

Dopo l’elenco delle fatiche, le tribolazioni e le sofferenze patite per il vangelo, adesso vengono i titoli di gloria, con le visioni e le rivelazioni. A parte la sua folgorazione iniziale sulla via di Damasco, in questa sezione della lettera, Paolo parla in terza persona per raccontare un’esperienza mistica sensazionale, vissuta quattordici anni prima di questo scritto (il che riporta agli anni 43-44 d.C., pochi anni dopo la conversione e prima dei grandi viaggi missionari). Egli dichiara di essere stato rapito spiritualmente fino al terzo cielo, dove, secondo un’antica concezione giudaica, veniva collocato il paradiso dei giusti. (In altre tradizioni, come in quella aristotelico-medioevale, le sfere celesti che sovrastano il globo terrestre erano sette, come i pianeti del sistema solare o dieci, nell’ultimo dei quali era collocato il paradiso, come l’Empireo dantesco, residenza di Dio e degli angeli). ”Quest’uomo, egli dice, non so se col corpo o senza corpo, questo lo sa Dio, fu rapito in Paradiso e udì parole ineffabili che non è possibile ad un uomo proferire. Di lui mi vanterò, di me, invece, non mi darò vanto, se non delle mie debolezze (2 Co, 12, 3-5).

Poi avverte che, se volesse vantarsi, avrebbe tutti i titoli e tutte le buone ragioni per menare vanto, perché si tratterebbe di dire la verità; ma non vuole farlo, per evitare che qualcuno sopravvaluti la sua persona e aggiunge: “Affinché non insuperbissi per le rivelazioni fattemi, mi è stato conficcato un pungiglione nella carne, un emissario di Satana perché mi schiaffeggi. Tre volte ho pregato il Signore che lo allontanasse da me. Egli mi rispose: Ti basta la mia grazia; la mia potenza si esprime nella debolezza”.

Data questa rivelazione, a Paolo non rimane altra scelta da fare, che vantarsi delle sue debolezze che, per fortuna, la grazia divina trasforma in punti di forza, che il Signore gli conferisce. Molti padri della Chiesa hanno cercato d’interpretare cosa fosse questo pungiglione conficcato nella carne di Paolo. Alcuni, come S. Gregorio Magno, hanno pensato che si   trattasse di tentazioni contro la castità; altri, come S. Crisostomo, hanno pensato alle persecuzioni mossegli contro, soprattutto, dai suoi stessi connazionali; altri ancora, come, S. Basilio, hanno pensato a qualche malattia. Molti hanno ipotizzato altri mali. Secondo la mentalità ebraica, è sempre il diavolo la causa dei mali e delle sofferenze fisiche. Stando all’interpretazione che ne dà il diretto interessato, quel pungiglione è un castigo divino, datogli affinché egli non insuperbisca, ma viva sempre nell’umiltà.

“Mi compiaccio delle mie infermità, degli oltraggi, delle necessità, delle angustie e persecuzioni per causa di Cristo; questo perché, quando sono debole, sembra assurdo, ma proprio allora sono forte” (2Co, 12, 10).

L’ossimoro creato dall’opposizione dei termini linguistici sottintende la legge della croce, il sacrificio di Cristo. Poi l’Apostolo si scusa del suo vanto che, secondo lo spirito della fede, è stato un atto d’insensatezza, cui, suo malgrado, è stato costretto dal comportamento dei Corinzi. Infatti, benché egli sia consapevole della sua piccolezza, tuttavia si sarebbe aspettato una migliore riconoscenza per l’opera compiuta in mezzo a loro, non sentendosi per nulla inferiore a quei presunti “arciapostoli” che l’osteggiano. Comunque, i Corinzi hanno visto e sperimentato direttamente i segni distintivi della sua opera, la pazienza, i miracoli, i prodigi e i portenti. Essi non hanno avuto nulla da meno di quello che hanno avuto i fedeli delle altre Chiese, se non il fatto che Paolo non ha mai pesato su di loro. E’ un rilievo importante, dettato dal bisogno di uno sfogo emotivo, che postula chiarezza, mentre invoca giustizia.

E’ la terza volta che egli si accinge a visitare la comunità e avverte i fedeli in anticipo che, neanche questa volta farà pesare la sua presenza su di loro. Tornando in città, Paolo non cerca cose materiali, ma le persone, i loro cuori, i Corinzi stessi. Egli è pronto a sacrificare se stesso, per la salvezza delle loro anime. Ammette di aver inviato in città la delegazione di Tito con l’altro suo collaboratore, non per sfruttare i Corinzi, ma per guidarli e rinsaldarli nella fede. “Voi direte, dice l’Apostolo, che stiamo facendo la nostra apologia, ma noi parliamo francamente davanti a Dio, consapevoli del fatto che quello che facciamo, lo facciamo per la vostra edificazione. Temo che venendo da voi, non vi trovi come desidero, come, probabilmente, neanche voi mi troverete come mi desiderate. Infatti, temo che vi siano contese, invidie, animosità, maldicenze, insinuazioni, superbie e insubordinazioni. Temo che mi facciate fare brutta figura con il Signore e che Dio mi umili davanti a voi, perché molti peccatori del passato non si sono mai convertiti dai loro peccati. Anzi, hanno persistito nelle loro colpe: impudicizia, fornicazioni, dissolutezze” (2 Co, 12, 19-21).

Capitolo Tredicesimo – Gli ultimi ammonimenti e i saluti

In apertura di questa sezione dell’ultimo capitolo, Paolo dice che la sua prossima visita, sarà la terza volta che viene a Corinto. Egli prevede che l’incontro con i destinatari non sarà pacifico, ma sarà un momento pieno di tensioni. Spera, comunque, che il confronto sia sereno, che ogni equivoco sia chiarito e che ogni controversia sia ricomposta sulla base dell’arbitrato di due o tre testimoni, come consiglia il testo del Deuteronomio 19,5, consiglio riportato anche nel Vangelo di Matteo al versetto (Mt,18,15-17).

Il principio della perizia arbitrale collegiale per risolvere le controversie tra due parti in conflitto era diventato un principio giurisprudenziale generale, condiviso nelle legislazioni positive successive, compresa la Carta de Logu di E. d’Arbore, come già detto nel nostro Commento alla 1Co, 6, 3-5).

Comunque, al di là delle questioni di metodo, se c’è una cosa su cui l’Apostolo sarà intransigente e non tollererà più ambiguità è la messa in dubbio della presenza di Cristo in lui. “Infatti, se Cristo è stato crocifisso per la sua debolezza, vive per la sua potenza in Dio. Anche noi, che siamo deboli in lui, saremo vivi con lui per la potenza di Dio nei vostri riguardi. Esaminate voi stessi per vedere come siete messi nei rapporti della vostra coscienza con la fede. Preghiamo Dio che non facciate alcun male, ma facciate il bene, in modo che dalla prova ne usciate, voi vincitori perché fate la verità, e noi perdenti per i nostri dubbi.

Vi scrivo queste cose stando ancora lontano affinché, quando sarò presente, non debba prendere provvedimenti severi che il dovere apostolico m’impone per il vostro bene, per edificare, non per distruggere” (2 Co, 13, 4-10).

Seguono le formalità di congedo, l’esortazione a farsi coraggio reciprocamente con caritatevole amore fraterno, gli auguri di pace e bene. I saluti recano il sigillo del “bacio santo” e quindi la benedizione finale: “La grazia del Signore nostro Gesù Cristo, l’amore di Dio e la comunione dello Spirito Santo siano con tutti voi”. Questa formula è stata recuperata e persiste anche nell’attuale liturgia della Chiesa cattolica.

La prima lettera di San Paolo ai Corinzi

Posted By Felice Moro on Settembre 14th, 2020

Introduzione

La Prima Lettera di San Paolo ai Corinzi è un documento di carattere pastorale, che l’Apostolo indirizza ai membri della comunità cristiana di Corinto, da lui stesso fondata in precedenza e attualmente divisa da polemiche interne. Quando ha scritto la Lettera egli si trovava a Efeso ed è stato informato che alcuni membri della comunità avevano deviato dalla giusta strada della fede in Cristo, che egli aveva loro indicata fin dalla fondazione e durante il tempo di consolidamento delle pratiche evangeliche. Rispondendo a certe questioni poste da alcuni membri della comunità, l’apostolo ribadisce i punti essenziali della fede cristiana, che si basa sui misteri dell’incarnazione, morte, risurrezione e apparizioni del Signore Risorto agli apostoli e anche ad altri cinquecentomila fedeli. Poi, riepiloga i capisaldi della morale cristiana, cui devono attenersi tutti i credenti nei loro comportamenti e nelle loro scelte di vita. Chi devia dall’etica ufficiale commette peccato. Egli fa una disamina dei peccati e dei vizi più comuni: liti, invidia, superbia, impudicizia, idolatria e avarizia, da evitare; nonché l’elenco e delle virtù da praticare: giustizia, solidarietà, carità e amore che raggiunge l’apice di un inno, nell’esaltazione che ne fa nel capitolo tredicesimo. L’apostolo approfitta dell’occasione della redazione di questa missiva per trattare una grande varietà di temi e per impartire un’altrettanta grande varietà d’insegnamenti teologici, dottrinali e pratici.

Tutto il documento è stato riscritto in queste pagine con un metodo narrativo più chiaro e più lineare, nonché con un linguaggio più semplice e più accessibile a tutti del testo originale. La parte preponderante della narrazione riporta il testo autentico del documento paolino. Alcuni periodi oscuri o complessi sono stati espressi in termini semplificati, sia dal punto di vista concettuale, sia dal punto di vista lessicale. Qua e là sono state inserite immancabili note di commento extratestuale e congruenti osservazioni storiche, attinenti al testo preso in esame.

Capitolo Primo

Alla comunità di Corinto, lacerata da divisioni interne

La Lettera si apre con il solito schema formale, comune anche alle altre Lettere dell’apostolo: l’indirizzo, il saluto e la preghiera di ringraziamento, in nome di Dio e di Gesù Cristo, nostro Signore, ai membri della comunità di Corinto e a tutti i fedeli che invocano il nome di Gesù.

Ai destinatari della missiva ricorda: “Voi siete stati arricchiti di ogni cosa, di ogni parola, di ogni conoscenza. La testimonianza di Cristo in voi si è stabilita così saldamente che, mentre aspettate la manifestazione del nostro Signore Gesù, nessun dono di grazia vi manca. Egli vi confermerà irreprensibili fino alla fine. Dio, dal quale siete stati chiamati in comunione con Gesù Cristo, è fedele alle sue promesse. Vi esorto, fratelli, in nome del Signore Gesù, ad essere unanimi nel parlare e nell’agire, affinché non ci siano divisioni tra di voi, ma siate in perfetta unione di pensieri, di azioni e d’intenti” (1 Co, 1, 5-10).

L’Ammonimento

L’apostolo aveva appena finito di complimentarsi con i membri della comunità, quand’ecco che li redarguisce con il suo severo ammonimento: “Fratelli, mi è stato segnalato da parte della gente di Cloe che fra di voi vi sono discordie e divisioni, per cui, alcuni vanno dicendo: Io sono di Paolo; altri: Io invece sono di Apollo; altri ancora Io sono di Cefa; e altri Io sono di Cristo. Ma dite un po’: Cristo è stato forse diviso? Paolo è stato forse crocifisso? Oppure voi siete stati battezzati nel nome di Paolo? Ringrazio Dio di non aver battezzato nessuno di voi, se non Crispo e Gaio, cosicché nessuno possa dire di essere stato battezzato in mio nome. Vero è che ho battezzato anche la famiglia di Stefana, ma degli altri non ho battezzato alcuno. Cristo, infatti, non mi ha mandato a battezzare, ma ad annunziare il Vangelo; e devo compiere questo dovere, non con discorsi sapienti che provengono dalla scienza umana, affinché la mia azione non faccia venir meno o metta in ombra il sacrificio della croce di Cristo (1Co, 1, 11-17).

La sapienza di questo mondo e il Vangelo di Cristo

Approfondendo la questione, l’Apostolo sostiene che la parola della croce è stoltezza per quelli che si perdono, ma per quelli che si salvano è la potenza di Dio. Infatti, sta scritto nelle Scritture:

Distruggerò la sapienza dei sapienti /e annullerò l’intelligenza degli intelligenti.

Poi si pone una serie d’interrogazioni retoriche: “Dov’è il sapiente? Dov’è lo scriba? Dov’è il sottile ragionatore di questo mondo? Dio non ha forse dimostrato stolta la sapienza di questo mondo? Poiché nel sapiente disegno di Dio il mondo, con tutta la sua sapienza, non ha conosciuto Dio, è piaciuto a Dio salvare i credenti con la stoltezza della predicazione. E mentre i Giudei chiedono segni e i Greci cercano la sapienza (nell’apostolo era ancora vivo il ricordo della deludente esperienza dell’incontro con i sapienti dell’Areopago di Atene), noi predichiamo Cristo crocifisso, scandalo per i Giudei, stoltezza per i pagani (Greci); ma per coloro che sono chiamati, sia Giudei che Greci, predichiamo Cristo crocifisso, potenza e sapienza di Dio. Perché ciò che è stoltezza di Dio, è più sapiente degli uomini e ciò che è debolezza di Dio, è più forte degli uomini.

Voi, fratelli, considerate la vostra chiamata: non ci sono fra di voi molti sapienti secondo la carne, né molti potenti, né molti nobili. Ma Dio ha scelto ciò che nel mondo è stolto per confondere i sapienti, ciò che nel mondo è debole per confondere i forti, ciò che nel mondo è ignobile, disprezzato e ciò che è nulla, per ridurre a nulla le cose che sono, affinché nessun uomo possa vantarsi davanti a Dio. Ed è grazie a lui che voi siete in Cristo Gesù, il quale, per opera di Dio, è diventato per noi sapienza, giustizia, santificazione e redenzione, perché, come dice la Sacra Scrittura: Chi si vanta, si vanti soltanto nel Signore (1Co, 1, 18-31).

Capitolo Secondo

La sapienza umana e la sapienza dello spirito

In questo capitolo l’apostolo continua a sviluppare l’argomento già trattato nel capitolo precedente: il tema della contrapposizione tra la sapienza umana e la sapienza spirituale. Egli ricorda l’atteggiamento che assunse quando si era presentato per la prima volta tra i fedeli della comunità. L’uomo non ha cercato di fare sfoggio della sua sapienza e della sua cultura umana per persuadere qualcuno al mistero della croce di Cristo, ma ha cercato e si è sforzato di trasmettere la fede con le risorse dello spirito che, lo Spirito stesso gli suggeriva, di volta in volta, nell’immediatezza delle circostanze. “Sono venuto, egli dice, non con i discorsi persuasivi della sapienza, ma con le risorse della potenza e della manifestazione dello Spirito, affinché la vostra fede non fosse fondata sulla sapienza umana, ma sulla potenza di Dio” (1Co, 2, 4-5).

“A coloro che sono perfetti nella fede, dice l’Apostolo, noi esponiamo sì una sapienza, ma non è la sapienza di questo mondo, né quella dei dominatori di questo mondo, le quali sapienze vengono travolte dalle alterne vicende della vita e ridotte a nulla; noi esponiamo, invece, un’altra sapienza, una sapienza divina e misteriosa, che è rimasta nascosta per secoli perché Dio l’aveva preordinata prima del tempo per la nostra gloria. Nessuno dei dominatori del mondo l’aveva mai conosciuta perché, se l’avessero conosciuta, non avrebbero crocifisso il Signore della gloria. Ma, come attesta la Scrittura profetica,

Quelle cose che occhio non vide, né orecchio udì, né mai entrarono in cuore umano, queste ha preparato Dio per coloro che lo amano.

Dio le ha rivelate per mezzo dello Spirito, quello Spirito che, in forma discreta, scruta ogni cosa, compresa la profondità di Dio stesso. Nessuno conosce i segreti dell’uomo, se non lo Spirito che inabita in lui. Così anche i segreti di Dio nessuno li ha potuti mai conoscere, se non lo Spirito di Dio. E noi, uomini di fede, abbiamo ricevuto, non lo spirito del mondo, ma lo Spirito di Dio per conoscere tutto ciò che Dio ci ha donato. Queste cose noi esprimiamo, non con il linguaggio della sapienza umana, ma con il linguaggio insegnato dallo Spirito, esprimendo cose spirituali a coloro che sono spirituali.

L’uomo naturale però non può comprendere le cose dello Spirito di Dio: esse per lui sono follie perché non è capace d’intenderle; l’uomo spirituale invece giudica ogni cosa, senza poter essere giudicato da nessuno” (1Co, 2, 6-15). A conclusione del suo discorso l’Apostolo evoca, ancora, un passo del profeta Isaia:

Chi, infatti, ha conosciuto il pensiero del Signore in modo da poterlo dirigere?

Ora noi abbiamo il pensiero di Cristo.

Capitolo Terzo

Il ruolo di Paolo e degli annunziatori del vangelo

Paolo dichiara che fino adesso egli ha trattato i membri della comunità cristiana di Corinto, non come persone spirituali mature, ma come persone carnali, come neonati in Cristo. E come neonati li ha allevati e nutriti con latte, alimento facilmente digeribile, non con i cibi solidi della fede adulta, ch’essi non sono ancora in grado di digerire. Non lo erano agli inizi e non lo sono neanche adesso perché sono ancora esseri carnali, dal momento che tra di loro dominano ancora i sentimenti perversi dell’invidia e della discordia, che sono la negazione delle virtù cristiane. Essi si comportano in maniera ancora umana, troppo umana. Infatti, quando uno dice: “Io sono Paolo” e un altro: “Io sono Apollo”, essi dimostrano di essere ancora totalmente immersi nelle passioni materiali della carne. A questo punto l’apostolo esplode nella sua collera spirituale, dichiarando: “Ma chi sono Apollo e Paolo? Nient’altro che servitori di Cristo, attraverso i quali siete giunti alla fede, ciascuno nel modo in cui il Signore gli ha concesso di arrivare. Io ho piantato, Apollo ha irrigato, Dio ha fatto crescere i virgulti della fede. Chi pianta e chi irriga sono poca cosa, collaboratori di Dio, ma voi siete il campo della crescita, l’edificio di Dio. Con la grazia che Dio mi ha concessa, io ho svolto la funzione di un sapiente architetto che ha posto il fondamento; un altro vi costruisce sopra. Ma stia attento a come costruisce; nessuno può cambiare il fondamento esistente per metterne un altro. Quello esistente alla base è Gesù Cristo. Se sopra un tale fondamento si costruisce con oro, argento o pietre preziose, legno, fieno o paglia, l’opera sarà ben visibile a tutti. Essa sarà collaudata col fuoco e il fuoco svelerà la qualità dell’opera di ciascuno. Se l’opera costruita su quel fondamento resisterà al fuoco, l’autore riceverà la sua ricompensa di merito; ma, se l’opera ne uscirà bruciata, l’autore sarà punito” 1Co,3, 4-15).

Quindi l’apostolo esplode con una delle sue solite apostrofi: “Non sapete che siete tempio di Dio e che lo spirito di Dio abita in voi? Se uno distrugge il tempio di Dio, distrugge lui stesso. Perché santo è il tempio di Dio, che siete voi”. E continua con la sua solita loquela serrata e incalzante:

“Nessuno si illuda. Se qualcuno di voi si crede un sapiente in questo mondo, si faccia stolto per diventare sapiente; perché la sapienza di questo mondo è stoltezza davanti a Dio. Infatti, sta scritto:

Egli coglie i sapienti per mezzo della loro astuzia. E ancora:

Il Signore sa che i disegni dei sapienti sono vani.

Quindi nessuno ponga la sua gloria negli uomini, perché tutto è vostro: Paolo, Apollo, Cefa, il mondo, la vita, la morte, il presente, il futuro: tutto è vostro!

Ma voi siete di Cristo e Cristo è di Dio (1Co, 3, 16-23).

Capitolo Quarto

I rapporti di Paolo con la comunità di Corinto

Nel quarto capitolo l’apostolo esordisce delineando il ruolo del servitore e dell’amministratore, i cui doveri sono lo spirito di servizio e la fedeltà al padrone. Applica queste categorie etiche al suo stesso ruolo di servitore del Signore e alla sua funzione di annunciatore del vangelo e organizzatore delle comunità cristiane, come quella di Corinto, destinataria della sua missiva.

Del ruolo che svolge e della funzione cui adempie sarà giudice il Signore, quando saranno maturi i tempi per il giudizio. “Egli metterà in luce i segreti delle tenebre e manifesterà le intenzioni dei cuori. Allora ciascuno, in base ai suoi meriti, avrà la lode da Dio. Questo stile di comportamento l’ho applicato al metodo di lavoro, mio e di Apollo, affinché voi ne traiate esempio per le vostre condotte. Non gonfiatevi di orgoglio l’uno contro l’altro. A che pro? Ciascuno di voi, quali doni possiede da sé che non li abbia ricevuti? E se sono doni ricevuti, perché vantarsene come che non li abbia ricevuti ma li possieda per virtù propria? (1Co, 4, 5-7).

E continua la staffilata ironica dell’Apostolo contro quei membri gonfi di orgoglio, che seminano zizania all’interno della comunità. “Già siete sazi, già siete diventati ricchi, senza di noi già siete diventati re! Magari lo foste e noi potremmo regnare con voi …!

Ritengo che Dio abbia messo noi apostoli all’ultimo posto, come condannati a morte, perché siamo diventati spettacolo al mondo, agli angeli, agli uomini. Noi stolti per causa di Cristo, voi sapienti in Cristo; noi deboli, voi forti; noi disprezzati, voi onorati. Fino a questo momento soffriamo la fame, la sete, la nudità, veniamo schiaffeggiati, andiamo vagando da un luogo all’altro, ci affatichiamo lavorando con le nostre mani. Insultati, benediciamo; perseguitati, sopportiamo; calunniati, confortiamo; siamo diventati come la spazzatura del mondo, il rifiuto di tutti … (1Co, 4, 8-13).

Ma dopo le bastonate, arriva anche la carota. “Vi scrivo queste cose, dice l’Apostolo, non per farvi vergognare, ma per ammonirvi come figli carissimi”. E aggiunge: “Potreste avere anche diecimila pedagoghi in Cristo, ma certo non molti padri come sono stato io, generandovi in Cristo Gesù, mediante il vangelo. Per questo vi esorto a diventare miei imitatori! Per questo vi ho mandato Timoteo, mio figlio diletto e fedele collaboratore nel Signore. Egli vi ricorderà le cose che vi avevo già insegnate e le vie da perseguire in Cristo Gesù, che poi è la stessa dottrina che insegno in ogni Chiesa, ovunque sono stato.

 Alcuni hanno preso a gonfiarsi di orgoglio, come che io non dovessi ritornare fra di voi. Ma io tornerò presto tra di voi e allora mi renderò conto, non tanto dell’insignificante orgoglio verboso di alcuni, ma delle cose reali che gli stessi sapranno veramente fare, perché il regno di Dio non è un castello di parole, ma una potenza. Come volete che mi presenti a voi, con il bastone o con lo spirito di amorosa dolcezza paterna? Scegliete voi!

Capitolo Quinto

Un grave caso di immoralità all’interno della comunità

L’apostolo è venuto a sapere di un grave caso di immoralità, che si è verificato all’interno della comunità: si tratta di uno che convive con la moglie del padre, cosa che non è accettata neanche tra i pagani. Inoltre, succede che alcuni membri della comunità si gonfiano d’orgoglio per futili motivi e gli altri non si rivoltano davanti a questo scandalo, provvedendo a togliere la mela marcia di mezzo a loro. “Io, dice Paolo, assente nel corpo, ma presente nello spirito, ho già giudicato, come se fossi presente, colui che ha compiuto questa azione. Nel nome del Signore Gesù e con il potere che promana da lui in noi, quest’individuo sia scomunicato, abbandonato a Satana per la rovina della sua carne; ciò affinché il suo spirito possa ottenere la salvezza nel giorno del Signore” (1Co, 5, 2-5). E continua: “Non è bene tollerare casi del genere nella comunità perché possono agire come il lievito che fa lievitare tutta la pasta e mandare in malora l’intero impasto. Pertanto, per non contagiare l’impasto, è bene togliere il lievito vecchio e i membri della comunità siano puri come i nuovi azzimi. Infatti, Cristo, nostra Pasqua, si è immolato e noi celebriamo la sua festa, non con lievito vecchio, né con lievito di malizia e di perversità, ma con gli azzimi di sincerità e di verità (1Co, 5, 6-8). E chiarisce: “Nella lettera precedente vi ho scritto di non mescolarvi agli impudichi, ma non intendevo a tutti gli impudichi di questo mondo o agli avari o ai ladri o agli idolatri, altrimenti dovreste uscire fuori dal mondo. Il mio consiglio era di guardarvi bene all’interno della comunità da chi si dichiara fratello ed è impudico o avaro o idolatra o maldicente o ubriacone o ladro; con questi tali non dovete neanche mangiare insieme. Questi comportamenti li dovete osservare con i membri della comunità, che poi sono quelli che voi giudicate. Quelli di fuori, li giudicherà Dio.

Intanto togliete il malvagio di mezzo a voi!

Capitolo Sesto

Il ricorso ai tribunali pagani

Nel sesto capitolo l’apostolo affronta la spinosa questione dei conflitti interpersonali per motivi d’interesse. In questi casi i cristiani sono soliti fare ricorso ali tribunali pagani. Per Paolo questo fatto è già in sé motivo di scandalo, di disapprovazione e di sdegno, perché significa reclamare giustizia dagli ingiusti. I giudici pagani non hanno il senso della giustizia che possiede il cristiano. Se per la loro fede i cristiani sono ritenuti i giudici più imparziali del mondo e possono giudicare anche gli angeli, perché non vengono coinvolti a giudicare conflitti di poco conto che possono sorgere tra i cristiani stessi? Nei casi di contenzioso è meglio che i due contendenti si rimettano all’arbitrato di uno o due uomini saggi della stessa comunità, piuttosto che invocare il verdetto di estranei giudici pagani che, della giustizia non hanno lo stesso concetto degli uomini di fede.

Detto per inciso: questo concetto paolino della giustizia è stato applicato alla lettera nella Carta De Logu di Eleonora d’Arborea, nel lontano 1392, per l’ordinamento giuridico del suo Giudicato. Successivamente i re di Spagna lo estesero all’intero Regno di Sardegna e restò in vigore fino al 1827, quando fu abolito dalla nuova legislazione del re Carlo Felice di Savoia. Il riferimento viene fatto anche in 2Co,13, 1-3.

Paolo continua il suo discorso sostenendo che una persona saggia della comunità può risolvere, meglio di qualsiasi altro giudice, le liti tra fratello e fratello. Per i cristiani suona già sempre come una sconfitta avere liti vicendevoli. Meglio subire l’ingiustizia, che accendere le liti. “Non sapete che gli ingiusti non erediteranno il regno di Dio? Non illudetevi: né impudichi, né idolatri, né adulteri, né effeminati, né sodomiti, né ladri, né avari, né ubriaconi, né maldicenti, né rapaci erediteranno il regno di Dio. Se prima alcuni di voi eravate tali, adesso siete stati lavati, siete stati santificati, siete stati giustificati nel nome del nostro Signore Gesù Cristo. Tutto mi è lecito, ma non tutto giova e io non mi lascerò dominare da nulla. I cibi sono per il ventre e il ventre per i cibi!

Dio distruggerà questo e quelli. Il corpo non è per l’impudicizia, ma per il Signore e il Signore è per il corpo.

Dio, che ha risuscitato il Signore Gesù, risusciterà anche noi con la sua potenza. Non sapete che i vostri corpi sono membra di Cristo? Prenderò forse le membra di Cristo e ne farò le membra di una prostituta? Questo non sia mai! Ma voi non sapete che, chi si unisce a una prostituta, forma con lei un corpo solo? Infatti, è detto: I due diventeranno un corpo solo. Ma chi si unisce al Signore forma con lui un solo spirito. Fuggite l’impudicizia! Qualsiasi peccato l’uomo commetta, è sempre fuori del suo corpo, ma chi si dà all’impudicizia, pecca contro il proprio corpo. Ora non sapete che il vostro corpo è tempio dello Spirito Santo che è in voi, che avete avuto da Dio e che perciò non appartenete a voi stessi? Infatti, siete stati comprati caro prezzo. Dunque, glorificate Dio nel vostro corpo!” (1Co, 6, 9-20).

Capitolo Settimo

Il matrimonio e la verginità

I fedeli della città di Corinto avevano proposto all’Apostolo alcune questioni sulla condizione di vita del cristiano: sarebbe preferibile sposarsi o non sposarsi? I credenti erano divisi: c’erano i rigoristi che proponevano l’abolizione del matrimonio per condurre una vita santa nella purezza della verginità e c’erano i lassisti che tendevano a eliminare alle radici la morale sessuale per condurre una vita licenziosa nel libertinaggio morale. Paolo deve muoversi con ragionamento che corre sul filo del rasoio.

Per lui lo stato di verginità sarebbe sempre preferibile allo stato coniugale, ma, per evitare il pericolo della tentazione dell’incontinenza, riconosce che il matrimonio è una buona scelta, purché i due coniugi si vogliano bene e ciascuno riconosca e rispetti i diritti e la dignità dell’altro coniuge. Nello sviluppo del suo ragionamento egli dichiara: “Vorrei che tutti fossero come me, ma ciascuno ha il suo dono, lasciatogli da Dio. Ai non sposati e alle vedove dico: è cosa buona rimanere come sono io, ma se non sanno vivere nella continenza, si sposino; è meglio sposarsi che ardere nella passione. Agli sposati ordino, non io, ma il Signore, che la moglie non si separi dal marito; qualora questo avvenga, rimanga senza sposarsi o si riconcili con il marito e il marito non ripudi la moglie. Agli altri che hanno contratto matrimoni misti tra credenti e non credenti io dico: se l’uomo ha sposato una moglie non credente e vanno d’accordo, il marito non la ripudi; la stessa cosa dico nell’ipotesi in cui sia la donna credente che abbia sposato un marito non credente e vadano d’accordo tra di loro. I figli di queste copie sono santi. Ma se è il coniuge non credente si vuole separare, l’altro coniuge lo lasci andare per la sua strada. In questi casi il fratello o la sorella non sono soggetti a servitù nei suoi confronti.

Al di fuori di questi casi particolari, ciascuno accetti la sua sorte e continui a vivere nella condizione che Dio gli ha assegnato. Se qualcuno è stato chiamato a vivere la sua sorte quando era già stato circonciso, non lo nasconda; quando la chiamata arriva prima della circoncisione, non si faccia circoncidere. La circoncisione o la non circoncisione non conta nulla; quel che conta è, invece, l’osservanza dei comandamenti di Dio. Ciascuno rimanga ella condizione in cui era quando ha ricevuto la chiamata. Se uno è stato chiamato nella condizione di schiavo, non si preoccupi, perché egli è diventato liberto, affrancato dal Signore. Quanto alle persone vergini, non ho un comando, ma un consiglio da dare: penso che sia bene rimanere così come sono. Se uno è legato a una donna, non cerchi di sciogliersi; se invece si è sciolto, non vada a cercarla. Se un fratello/sorella si sposa, non fa peccato; se non si sposa è meglio per lui perché, chi si sposa, avrai tante tribolazioni nella carne, che io vorrei risparmiarvi. Ormai il tempo si fa breve: d’ora innanzi, quelli che hanno moglie, vivano come se non l’avessero; quelli che piangono, come se non piangessero; quelli che godono, come se non godessero; quelli che comprano, come se non possedessero; quelli che usano le cose di questo mondo, come se non ne facessero uso pienamente perché passa la figura di questo mondo! Io vorrei che voi viveste senza preoccupazioni: chi non è sposato è libero per pensare alle cose del Signore; chi è sposato, invece, pensa alle cose che possono piacere al proprio coniuge, moglie o marito che sia. Questo vi dico, non per gettarvi un laccio, ma per indirizzarvi verso ciò che è degno e che possa tenervi uniti al Signore senza distrazioni (1Co, 7, 7-35).

In conclusione, chi vuole sposarsi, si sposi e fa bene a sposarsi; chi non si sposa fa meglio. La donna sposata è vincolata a restare unita e fedele al proprio marito finché egli è in vita; se egli dovesse morire, è libera di risposarsi purché ciò avvenga nel rispetto della volontà del Signore. Ma se rimane nello stato di vedovile, forse è ancora meglio.

Capitolo Ottavo

Le carni degli animali offerti in sacrificio agli idoli

Quanto a mangiare le carni degli animali immolati agli idoli, una norma del Concilio di Gerusalemme lo vietava espressamente. Ma nella gente dell’antico mondo greco-mediterraneo era invalsa l’usanza di cibarsi di queste carni, immolate agli idoli, spesso in prossimità dei templi pagani. Alcune volte queste carni venivano consumate in occasione di banchetti familiari o comunitari, altre volte venivano vendute nei pubblici mercati. Quanto al loro significato simbolico c’è da fare un importante chiarimento preliminare: per noi cristiani c’è un unico e solo Dio, Padre onnipotente, che ha creato il mondo e tutte le cose che esso contiene, comprese le creature; e un solo Signore, Gesù cristo, in virtù del quale esistono tutte le cose e noi esistiamo per mezzo di lui. Non esistono gli idoli o se esistono non hanno significato di potenza divina che interferisca nelle vicende umane. Questa conquista è frutto della nostra conoscenza e della nostra scienza. Ma in materia di rapporti interpersonali e sociali, i cristiani devono essere prudenti e attivare il principio della carità. Questo significa che, anche se noi scientemente non crediamo negli idoli, accanto a noi possono esserci altre persone, più deboli di noi, che credono ancora negli idoli. In questi casi, i nostri comportamenti possono influenzare, nel bene e nel male, i comportamenti dei nostri fratelli che non hanno la scienza e la conoscenza che abbiamo noi del problema. Pertanto, i cristiani che, in questi casi, non possono intervenire con gli strumenti della scienza, lo facciano almeno con i gesti della carità. Tuttavia, cibarsi di queste carni non costituisce motivo di peccato per i cristiani. Questo sembra essere il significato del ragionamento dell’apostolo, da lui espresso attraverso un discorso tutt’altro che chiaro e conciso.

Capitolo Nono

L’esempio di Paolo

Nel capitolo nono l’Apostolo costruisce una serie di proposizioni interrogative retoriche negative per significare il contrario di quello che dicono, al centro delle quali pone se stesso come modello di comportamento da imitare. Esordisce dichiarando: “Io non sono libero? Non sono apostolo? Non ho veduto Gesù, nostro Signore? Voi non siete la mia opera nel Signore? Se per altri non sono apostolo, lo sono almeno per voi; voi siete il sigillo del mio apostolato nel Signore. Noi non abbiamo il diritto di mangiare e di bere? Non abbiamo il diritto di portare una donna con noi, come fanno gli altri apostoli e fratelli, compreso Cefa (Pietro)? Oppure solo io e Barnaba non abbiamo il diritto di non lavorare?” (1Co, 9, 1-6).

L’apostolo mette in evidenza che, in virtù del suo incarico pastorale, avrebbe diritto ad essere mantenuto a spese della comunità, ma egli rinuncia volentieri a questo diritto e preferisce vivere del suo lavoro manuale di fabbricatore di tende. Appare interessante il ragionamento che Paolo fa ricorrendo a modelli di diverse professioni per affermare il diritto che ciascuno ha di godere dei frutti del proprio lavoro. Così il militare non combatte a proprie spese, chi pianta una vigna ha diritto di goderne il frutto, chi pascola un gregge ha diritto di cibarsi del latte; “Così se uno ha seminato tra gli uomini cose spirituali, come ho fatto io con voi, è forse grande cosa se raccoglie beni materiali? Noi però, abbiamo rinunciato a servirci di questo diritto e tutto sopportiamo per non essere d’intralcio al vangelo di Cristo. Ma gli altri che celebrano il culto, traggono il vitto dal culto; quelli che prestano servizio nell’altare, hanno parte di ciò che si offre sull’altare; allo stesso modo il Signore ha disposto che quelli che annunziano il vangelo, vivano dal vangelo…

Io ho rinunziato, di mia spontanea volontà, a servirmi di questo diritto e continuo ad annunziare il vangelo e guai a me se non lo facessi! Quale è dunque la mia ricompensa? Quella di annunziare gratuitamente vangelo, senza usare del diritto (alla ricompensa materiale) conferitomi dal vangelo stesso” (1Co, 9, 11-18). In poche parole, l’apostolo mette in evidenza le scelte più importanti della sua vita, comprese quella del celibato e quella della gratuità del servizio di annunziare il vangelo, pur mantenendosi a sue spese con il proprio lavoro, ma nella gioia del Signore.

Nella seconda parte continua a proporre ai cristiani di Corinto il modello del suo comportamento. Egli, pur essendo libero da tutti, si è fatto servo degli altri per guadagnare il maggior numero di loro; si è fatto Giudeo con i Giudei, pagano con i pagani, senza badare alle loro fedi o culture, alla loro forza o miseria, per guadagnare il maggior numero degli uni e degli altri alla fede in Cristo Gesù. L’apostolo cita l’esempio dei corridori che corrono nello stadio per conquistare un premio e incita i fedeli a correre anche loro per ottenere in premio, non una corona d’alloro, che in poco tempo appassisce, ma la vita eterna. Egli paragona se stesso a un pugile, però non al pugile che mena pugni per aria, ma ad un pugile che tratta duramente il suo corpo e lo riduce in schiavitù affinché non accada che, “dopo aver predicato agli altri, venga squalificato lui stesso”.

Capitolo Decimo

Paolo ricorda ai cristiani di Corinto l’esperienza degli israeliti nel deserto

Gli antenati Israeliti, sotto la guida di Mosè, furono battezzati sotto la nube e nell’attraversamento del Mar Rosso, tutti mangiarono la manna scesa dal cielo e bevvero l’acqua sgorgata dalla roccia, figura simbolica della roccia spirituale che è il Cristo.

Ma, di molti di loro, Dio non si compiacque, per cui furono abbattuti nel deserto. Essi costituiscono un esempio per tutti noi, uomini di adesso, affinché non desideriamo cose cattive, come fecero loro. Al riguardo l’apostolo avverte i destinatari della sua lettera: “Non diventate idolatri come alcuni di loro, secondo quanto dice la Scrittura: Il popolo sedette a mangiare e a bere e poi si alzò per divertirsi. Non abbandoniamoci all’impudicizia, come fecero alcuni di essi e in un solo giorno ne caddero ventitremila.Non mettiamo alla prova il Signore, come fecero alcuni di essi e caddero vittime dei serpenti. Non mormorate, come fecero alcuni di essi, e caddero vittime dello sterminatore. Tutte queste cose accaddero a loro e sono state scritte affinché servano di ammonimento anche a noi. Chi si crede al sicuro in piedi, stia attento a non cadere. Fino ad ora nessuna tentazione vi ha sorpresi, che fosse più forte delle normali forze dell’uomo. Dio non permetterà di essere tentati oltre il limite delle vostre forze; vero è che la tentazione può essere anche una prova per imparare a sopportarla e a vincerla. Miei cari, fuggite l’idolatria. Nell’eucaristia noi entriamo in comunione con Cristo; invece, i sacrifici pagani sono offerti ai demoni, non a Dio. Mangiare la carne offerta agli idoli, significa entrare in comunione con i demoni. Non si può bere il calice del Signore e il calice dei demoni; non si può partecipare alla mensa del Signore e alla mensa dei demoni. Stiamo attenti, fratelli, a non provocare la gelosia del Signore! Tutto è lecito, ma non tutto giova; tutto è lecito, ma non tutto edifica! Nessuno cerchi il proprio utile, ma quello degli altri. Tutto quello che è in vendita sul mercato, provenendo da Dio, può essere mangiato. Se un non credente vi invita a mangiare e non vi dice niente sul cibo che vi offre, mangiate pure tutto quello che vi viene offerto; ma se egli vi avverte che si tratta di carne immolata in sacrificio agli idoli, astenetevi dal mangiarla per dare il buon esempio a chi vi ha avvertito sulla provenienza del cibo.

Quindi, sia che mangiate, sia che beviate, sia che facciate qualsiasi altra cosa, fate tutto per la gloria di Dio. Non date motivo di scandalo, né ai Giudei, né ai Greci, né alla Chiesa di Dio. Sforzatevi, come mi sforzo io, per essere graditi in tutto a tutti, per la salvezza di molti” (Co, 10, 7-33).

Capitolo Undicesimo

Alcune norme di comportamento

In apertura del capitolo undicesimo Paolo fa una premessa importante: Diventate miei imitatori come io sono imitatore di Cristo!

Uomo e donna nelle assemblee liturgiche.

Secondo la visione della società del suo tempo, Paolo riporta qui il concetto di una gerarchia sociale antica, di origine giudaica, invalsa nella Chiesa fino a non molti decenni or sono, molto diversa dall’usanza attuale di natura democratica moderna. Diversi sono i tempi e diverse sono le coordinate storico-sociali della convivenza civile in cui visse e operò l’apostolo. Secondo questa visione egli sostiene che Dio è capo di Cristo, Cristo è capo dell’uomo e l’uomo è capo della donna. Ogni uomo che prega o profetizza con il capo coperto, manca di riguardo al proprio capo; ogni donna che prega o profetizza senza il velo sul capo, manca di riguardo al proprio capo, perché è come se fosse rasata. Se una donna non vuole mettersi il velo, si tagli anche i capelli! Se è una vergogna per una donna tagliarsi i capelli o radersi, allora si metta il velo.

L’uomo non deve coprirsi il capo perché è immagine e gloria di Dio; la donna invece è gloria dell’uomo; infatti, non è l’uomo che deriva dalla donna, ma, al contrario, è la donna che deriva dall’uomo; né l’uomo fu creato per la donna, ma la donna fu creata per l’uomo. Per questo motivo la donna deve portare sul capo il segno della sua dipendenza. Tuttavia, né la donna è senza l’uomo, né l’uomo è senza la donna. Come, infatti, la donna deriva dall’uomo, così l’uomo deriva dalla donna e tutto proviene da Dio. Non è forse sconveniente per una donna pregare a capo scoperto? È la natura stessa ad insegnarci che l’uomo deve tagliarsi i capelli, mentre la donna deve lasciarseli crescere. La chioma le è stata data dalla natura come un velo. “Se qualcuno, per spirito di contestazione, vuole affermare il contrario, lo faccia pure, noi e la Chiesa di Dio non abbiamo questa consuetudine”.

Come celebrare la cena del Signore

Qui l’apostolo lancia un monito molto severo ai destinatari della sua epistola. Anzitutto li rimprovera perché è venuto a sapere che vi sono divisioni all’interno della comunità, riunita per l’assemblea eucaristica; ma non è questo lo spirito della solidarietà fraterna nella fede; e ancor di più li rimprovera per la loro discriminazione sociale. Accade, infatti, che prima di celebrare la frazione del pane, i corinzi consumano un banchetto tutti insieme, ma con una scandalosa discriminazione sociale perché i benestanti mangiano, bevono e gozzovigliano, mentre quelli indigenti hanno poco o niente da mangiare, cosicché, quando si celebra il mistero sacrale, qualcuno ha fame, mentre l’altro è ubriaco. Egli tuona al riguardo: “Ma non avete le vostre case per mangiare e bere? O volete gettare il disprezzo nella Chiesa di Dio e far vergognare chi non ha niente e vive nell’indigenza? Su quest’aspetto, c’è poco da lodarvi” (1,Co, 11, 22).

L’apostolo riepiloga lo schema della sacra celebrazione eucaristica, secondo le modalità procedurali definite nel Vangelo di Luca. E aggiunge: “Chiunque mangia il pane o beve il calice del Signore in modo indegno, sarà reo del corpo e del sangue del Signore. Perciò ciascuno prima esamini se stesso, poi mangi il pane e beva il calice; perché chi mangia e beve senza riconoscere il corpo del Signore, mangia e beve la propria condanna. E’ per questo che tra di voi ci sono molti malati e infermi e un buon numero sono già morti. Se ci esaminassimo attentamente da noi stessi, non saremmo giudicati; quando poi siamo giudicati dal Signore, veniamo ammoniti per non essere condannati insieme al mondo. Fratelli miei, quando vi radunate per la cena, aspettatevi gli uni, gli altri. Se qualcuno poi ha fame, mangi a casa sua, affinché non accada che vi raduniate per causare la vostra condanna. Le altre cose da chiarire, le sistemerò io stesso non appena tornerò da voi” (1,Co, 11, 27-34).

Capitolo Dodicesimo

L’origine e il fine dei carismi

Secondo Paolo, i carismi sono quei doni particolari, conferiti alle persone dall’azione attiva dello Spirito Santo, che opera in ogni individuo in maniera diversa, misteriosa e imperscrutabile.

Vi sono diversi carismi, ma uno solo è lo Spirito che li conferisce; vi sono diversi ministeri, ma uno solo è il Signore; vi sono diverse attività, ma uno solo è Dio che opera tutto in tutti. A ciascuno è data una manifestazione particolare dello Spirito per il bene comune, per cui a uno viene concesso il linguaggio della sapienza; a un altro il linguaggio della conoscenza; a uno lo Spirito conferisce il dono della fede; a un altro il potere di fare le guarigioni; a uno il potere di compiere i miracoli; a un altro il dono della profezia; a uno il dono del discernimento degli spiriti, mentre a un altro viene data la conoscenza della varietà delle lingue e a un altro ancora la capacità d’interpretazione delle lingue stesse. Ma è sempre lo stesso Spirito che distribuisce tutti questi doni a chi vuole e come vuole.

Come il corpo umano è uno solo, ma articolato in molte membra che collaborano tra loro per l’armonico funzionamento dell’organismo, così la comunità dei credenti forma un solo organismo funzionale in Cristo per la santificazione di tutti i suoi membri, sotto l’azione dello Spirito.

Infatti, noi tutti siamo stati battezzati in un solo Spirito per formare un solo corpo: Giudei e Greci, schiavi e liberi, tutti ci siamo abbeverati a un solo Spirito. Ora il corpo anatomicamente è uno solo, ma è costituito da tante membra diverse: gambe, braccia, mani, piedi, occhi, orecchi, stomaco, cuore, che collaborano tutti armonicamente per la sua fisiologia funzionale: l’attività neurovegetativa, la motricità, la prensione, l’azione, le percezioni sensoriali, l’intellettualità, la volontà.

 Pertanto, un solo corpo è costituito da molte membra; e ciascuna di queste non può mancare di dare il suo contributo, pena il mal funzionamento, la malattia o la disgregazione dell’organismo stesso di cui fanno parte. Qui ci sia consentito di fare un’opportuna digressione storica: la similitudine che fa San Paolo tra le membra del corpo umano e le membra del corpo sociale di una società organizzata come la Chiesa cristiana delle origini, richiama spontaneamente alla memoria l’Apologo di Menenio Agrippa ai plebei di Roma.

Correva l’anno 494 a. C. e i plebei, stanchi dello sfruttamento e dei soprusi patiti da parte dei ricchi patrizi, organizzarono uno sciopero generale per ottenere la parificazione dei diritti sociali. Si ritirarono in massa dalla città e si accamparono sul Monte Sacro. Questo fatto determinò la paralisi di tutti i servizi che loro umilmente svolgevano ogni giorno per garantire l’efficienza della città stessa. Ci volle tutta l’eloquenza, la capacità persuasiva e le garanzie giuridiche del console Agrippa per convincerli a recedere dallo sciopero e a tornare in città ai loro posti di lavoro.

Così, continua l’apostolo, tutte le membra del corpo umano sono necessarie al suo normale funzionamento. “Anzi, dice Paolo, quelle membra del corpo che sembrano più deboli sono le più necessarie; e le parti che riteniamo meno onorevoli, le circondiamo di maggiore rispetto, quelle più indecorose sono trattate con maggiore decenza, mentre quelle decenti non ne hanno bisogno. Dio ha composto il corpo in modo da dare maggiore onore a chi, di per sé, non ne ha; ciò affinché non vi sia disunione tra le parti, ma le varie membra abbiano cura le une delle altre. Quindi, se un membro soffre, tutte le altre membra ne soffrono; se un membro è onorato, tutte le altre membra gioiscono con lui. Ora voi siete il corpo di Cristo e le sue membra.

Dio nella Chiesa ha messo in primo luogo alcuni come apostoli, in secondo luogo, altri come profeti, in terzo luogo altri come maestri; poi vengono i miracoli, quindi i doni delle guarigioni, i doni dell’assistenza, la capacità di governare, la varietà delle lingue. Come potete vedere, non sono tutti apostoli o profeti o maestri, cioè non tutti possiedono gli stessi doni. Aspirate a quelli più grandi e io vi mostrerò una via ancora più eccellente” (1Co, 12, 22-31).

Capitolo Tredicesimo

L’inno all’amore

Nel capitolo precedente, Paolo ha parlato dei vari carismi ,distribuiti in dono agli uomini dalla forza dello Spirito. In questo capitolo egli fa l’esaltazione del carisma più grande, quello che sta al di sopra di tutti gli altri: l’amore o caritas o agape. Questo segmento della lettera è una delle pagine più belle e più famose dell’epistolario paolino. Per questo ne vale la pena di seguire fedelmente il discorso dell’Apostolo che esordisce dichiarando:

“Se parlassi tutte le lingue degli uomini e degli angeli, ma non avessi l’amore, sarei come un bronzo risuonante o un cembalo squillante.

Se avessi il dono della profezia, conoscessi tutti i misteri, avessi ogni conoscenza e possedessi la fede in modo così potente da trasportare le montagne, ma se non avessi l’amore, non sarei nulla.

Se distribuissi tutti i miei averi in elemosina e dessi il mio corpo per essere bruciato, ma non avessi l’amore, a nulla mi gioverebbe.

L’amore ha un cuore grande, agisce con benevolenza; non è invidioso, non si vanta, non si gonfia, non manca di rispetto, non cerca il proprio interesse, non si adira, non tiene conto del male ricevuto, non gode dell’ingiustizia, ma si compiace della verità.

L’amore tutto scusa, tutto crede, tutto spera, tutto sopporta.

L’amore non avrà mai fine. Le profezie scompariranno, il dono delle lingue cesserà e la conoscenza svanirà. Infatti, noi conosciamo imperfettamente e imperfettamente profetizziamo. Ma quando verrà ciò che è perfetto, quello che è imperfetto scomparirà. Quand’ero bambino, parlavo, pensavo e ragionavo da bambino. Ma, divenuto uomo, ciò che era da bambino, l’ho abbandonato. Ora noi vediamo le cose come in uno specchio, in maniera confusa; ma, allora le vedremo faccia a faccia. Ora conosco in modo imperfetto, ma allora conoscerò perfettamente, come anch’io sarò conosciuto.

Quindi le cose più importanti che dobbiamo curare sono tre: la fede, la speranza e l’amore. Ma la più grande di esse è l’amore, la caritas e l’agape, con il corteo delle loro virtù annesse o connesse: pazienza, magnanimità, umiltà, bontà, generosità, rispetto, perdono, giustizia, verità, speranza.

Capitolo Quattordicesimo

I carismi della profezia e delle lingue

I carismi sono i molteplici doni che dispensa lo Spirito Santo agli esseri umani in diversa misura. In questo capitolo l’Apostolo insiste soprattutto su due di essi: la profezia e il dono delle lingue. Chi possiede quest’ultima virtù, consegue un linguaggio mistico che, mentre può essere inteso da Dio, non è altrettanto inteso dagli uomini. La profezia, invece, è una comunicazione pubblica, diretta e adatta a parlare da uomo a uomo e, perciò stesso, consente l’edificazione di molti e la crescita della comunità nei valori della fede e della convivenza civile. Infatti, l’Apostolo dichiara: “Colui che parla con il dono delle lingue, edifica se stesso; chi profetizza, edifica l’intera assemblea. Vorrei che tutti avessero il dono delle lingue, ma io preferisco che abbiate il dono della profezia” (1Co,14, 4-5). Paolo sviluppa questo discorso facendo una serie di esempi e di paragoni. Evidentemente vuole evitare che i doni mistici diventino una specie di appannaggio personale per l’edificazione delle singole persone, senza che vi sia una ricaduta utile per far crescere la comunità. Le virtù personali potrebbero essere anche una cosa buona, a patto che ci sia un mediatore che ne dia una spiegazione e faccia comprendere il significato di questi linguaggi da iniziati anche agli altri, ai non iniziati alla fede cristiana. Infatti, l’esperienza mistica in se stessa, come la lode, il ringraziamento, la preghiera, l’esaltazione interiore, devono essere rese comprensibili per essere comunicate agli altri; altrimenti, chi ascolta senza comprendere, alla fine, come potrebbe dare il suo assenso con un Amen? E ammette: “Io parlo con il dono delle lingue molto di più di tutti voi, ma in assemblea preferisco dire cinque parole con la mia intelligenza per istruire anche gli altri, piuttosto che diecimila parole con il dono delle lingue.

Fratelli, va bene che siate come bambini per quanto attiene alla malizia; ma per quanto attiene ai giudizi, non dovete comportarvi da bambini, bensì da uomini maturi… Allora che fare? Quando vi radunate, ciascuno può avere un oggetto o un’idea da trattare: un salmo, un insegnamento, una rivelazione, un discorso, ma deve avere anche il dono di saperli interpretare e comunicare agli altri per l’edificazione di tutti. Quando si fa il discorso delle lingue, ci siano due o, al massimo, tre individui e uno di essi faccia da interprete per spiegare le cose agli altri che ascoltano.

Si parli in maniera ordinata, uno alla volta. Se tra i presenti qualcuno ha una rivelazione o un’intuizione o qualcosa d’importante da dire, chieda la parola e spieghi la sua idea pubblicamente a vantaggio di tutti i presenti. Tutti potete profetare, ma in maniera ordinata, uno alla volta.

Come in tutte le assemblee dei santi, le donne tacciano perché non è loro permesso parlare. Esse restino sottomesse, come dice la legge. Se vogliono imparare qualcosa, la chiedano ai mariti nelle loro case, perché è cosa sconveniente che una donna parli in assemblea. Infatti, il messaggio di salvezza non è partito da voi, donne;(evidentemente il principio delle pari opportunità doveva ancora attendere alcuni millenni, prima di essere messo in pratica nelle società più avanzate).

Chi ritiene di essere profeta o dotato dei doni dello Spirito, deve riconoscere che quanto scrivo è stato comandato dal Signore” (1Co,14, 18-40).

Capitolo Quindicesimo

La risurrezione di Cristo e la risurrezione dei morti

Nei capitoli precedenti Paolo, prima ha affrontato un lungo e articolato discorso sui carismi, distribuiti agli uomini in misura diversa e in modo imperscrutabile dallo Spirito Santo, poi ha dato disposizioni per uno svolgimento ordinato delle assemblee eucaristiche. In questo capitolo affronta l’argomento teologico centrale: la risurrezione di Cristo e la risurrezione dei cristiani. Al riguardo egli dichiara:

“Vi ho trasmesso quello che anch’io ho ricevuto: Cristo morì per i nostri peccati, secondo le Scritture e secondo le Scritture, è risorto il terzo giorno e apparve a Cefa e ai Dodici. In seguito, apparve a più di cinquecentomila fratelli in una sola volta: la maggior parte di essi vive ancora, mentre alcuni sono morti (questa notizia che appare qui, non si trova in nessun altro punto del Nuovo Testamento). Inoltre, apparve a Giacomo e, quindi, a tutti gli apostoli. Ultimo fra tutti apparve anche a me, come a un aborto. Io, infatti, sono l’infimo degli apostoli e non sono degno neppure di essere chiamato apostolo, perché ho perseguitato la Chiesa di Dio. Per grazia di Dio, sono quello che sono, e la sua grazia in me non è stata vana. Anzi ho faticato più degli altri. Pertanto, sia io che loro, vi annunziamo la fede che avete ricevuta e cui voi avete aderito.

Ora, se Cristo è risorto dai morti, come possono dire alcuni che non esiste la risurrezione dei morti? Se non esiste la risurrezione dei morti, neanche Cristo è risorto. Ma se Cristo non è risorto, allora è vuoto il nostro annuncio ed è vana anche la vostra fede. In tal caso noi, apostoli, risultiamo falsi testimoni di Dio perché abbiamo testimoniato che egli ha risuscitato Cristo, mentre non l’ha risuscitato, se è vero che i morti non risorgono. Se, infatti, i morti non risorgono, neanche Cristo è risorto; ma, se Cristo non è risorto, è vana la vostra fede e voi siete ancora immersi nei vostri peccati. Allora anche quelli che sono morti in Cristo sono perduti. Se poi noi abbiamo avuto speranza in Cristo soltanto per questa vita, siamo veramente da compiangere più di tutti gli altri uomini” (1Co, 15, 3-19).

Il discorso, chiaro e conciso, che l’apostolo fa in questo passaggio, afferma ancora una volta che gli eventi della vita di Cristo: morte, risurrezione e apparizioni, sono i segni inequivocabili della sua umanità e della sua divinità, fonte di salvezza per l’uomo e radice della nostra fede. Ai Corinzi che, secondo la mentalità greca, sono propensi a credere nell’immortalità dell’anima, Paolo dichiara, oltre questo, anche la resurrezione dei cristiani, che scaturisce strettamente da quella di Cristo.

“Ora Cristo è risorto dai morti, come primizia della nostra risurrezione. Se a causa di un uomo è venuta la morte, a causa di un uomo verrà anche la risurrezione; e come tutti muoiono in Adamo, così tutti riceveranno la vita in Cristo, ma secondo un certo ordine: prima Cristo, che è la primizia; poi tutti quelli che sono in Cristo; poi sarà la fine, quando egli consegnerà il regno a Dio Padre, dopo aver annientato le potenze del male. L’ultimo nemico ad essere annientato è la morte, perché, come dice la Scrittura ogni cosa ha posto sotto i suoi piedi. E quando tutto gli sarà stato sottomesso, anche il Figlio gli sarà sottomesso perché Dio sia tutto in tutti.

Altrimenti perché procedere a un battesimo di sostituzione, come fate voi Corinzi, quando muore un catecumeno, cioè uno non ancora battezzato? Perché esporsi continuamente ai pericoli? Ogni giorno io affronto la morte, come è vero che voi siete il mio vanto, fratelli in Cristo! Se a Efeso avessi combattuto contro le belve dei miei nemici soltanto per ragioni umane, a che cosa mi gioverebbe, se non avessi un altro fine, oltre la morte? Se i morti non risorgono, possiamo concludere con la morale di Menandro: mangiamo e beviamo perché domani moriremo.

Ma siamo seri. Non lasciatevi ingannare: i discorsi cattivi corrompono i buoni costumi. Ritornate in voi stessi e non peccate! Alcuni dimostrano di non conoscere Dio e ve lo dico per la vostra vergogna.

Alla normale domanda che può fare il comune cittadino: “Come risorgono i morti?”, Paolo risponde ricorrendo ad alcune immagini simboliche, legate al processo di evoluzione della natura. Come il seme sotterrato, morendo, germina una nuova vita che sarà identica alla precedente nell’aspetto fisico, ma anche diversa perché il nuovo corpo che sorge è di natura spirituale. Il disegno di Dio è quello di trasformare le creature umane, librandole dal loro stato di corruttibilità e di asservimento alla morte.

Paolo continua il suo discorso dichiarando: “Se vi è un corpo animale, vi è anche un corpo spirituale; il primo Adamo diede vita a una stirpe di carattere materiale, il secondo Adamo, Cristo, inaugurò la nuova stagione di vita spirituale; il primo uomo proviene dalla terra ed è fatto di terra, il secondo uomo viene dal cielo ed è fatto dallo spirito…

Questo vi dico fratelli: la carne e il sangue non possono ereditare il regno di Dio, né ciò che è corruttibile può ereditare l’incorruttibilità.

Ecco io vi annunzio un mistero: non tutti moriremo, ma tutti saremo trasformati, in un istante, in un batter d’occhio, al suono dell’ultima tromba. Quando essa suonerà, i morti risorgeranno incorruttibili e noi saremo trasformati …

Quando, poi, questo corpo corruttibile si sarà rivestito di incorruttibilità e questo corpo mortale di immortalità, si compirà la parola della scrittura:

La morte è stata ingoiata nella vittoria.

Dov’è, o morte, la tua vittoria?

Dov’è, o morte, il tuo pungiglione?

Il pungiglione della morte è il peccato e la forza del peccato è la legge. Ringraziamo Dio che ci dà la vittoria per mezzo del Signore nostro Gesù Cristo. Perciò, fratelli carissimi, rimanete saldi e irremovibili nella fede, sapendo che la vostra fatica non è vana nel Signore (1Co, 15, 44-58).

Capitolo Sedicesimo

Le ultime raccomandazioni e i saluti

Il contenuto di quest’ultimo capitolo è concentrato in due argomenti, che sono le due preoccupazioni principali dell’apostolo: la colletta e i saluti agli amici e ai suoi collaboratori.

La colletta consiste nelle offerte che i fratelli fanno volontariamente in favore della Chiesa madre di Gerusalemme. In questo senso gli argomenti qui trattati trovano un riscontro in altri punti delle lettere dell’Apostolo e, in modo particolare, nell’omologo capitolo sedicesimo della Lettera ai Romani. Quanto alle offerte l’apostolo dà un consiglio: ogni giorno della settimana ciascuno cerchi di mettere da parte qualche piccolo risparmio, che offrirà al momento della colletta in favore della Chiesa. La raccolta venga fatta nel giorno del Signore (cioè la domenica), quando l’assemblea si riunisce per la frazione del pane. Questo per evitare di raccogliere le offerte all’ultima ora, quando egli sarà materialmente presente nella comunità; il che, probabilmente, lo metterebbe in imbarazzo. La somma raccolta sarà accompagnata da una sua lettera autografa e il tutto sarà portato ai destinatari da una delegazione di rappresentanti della comunità, eletti nell’assemblea. Poi, se sarà necessario, egli stesso accompagnerà la delegazione a Gerusalemme. E aggiunge:

“Prossimamente verrò io da voi passando per la Macedonia, dove però non intendo fermarmi. Mi fermerò invece tra di voi, dove mi tratterrò anche per passare l’inverno, sempre che voi mi troviate una sistemazione logistica adeguata. Non voglio vedervi solo di sfuggita, ma spero di trascorrere un po’ di tempo con voi, se il Signore me lo permetterà. Adesso mi fermerò ancora a Efeso fino alla Pentecoste, perché si è presentata una grande occasione favorevole, anche se gli avversari con cui combattere sono molti.

Quando arriverà Timoteo tra di voi, vi raccomando di accoglietelo bene perché anch’egli lavora alla stessa opera del Signore. Quindi fatelo ripartire in pace, affinché ritorni da me che lo aspetto, insieme ai fratelli che l’accompagnano. Quanto al fratello Apollo, l’ho pregato di venire da voi, ma non ne ha voluto sentire. Tuttavia, verrà quando gli si presenterà un’altra occasione favorevole.

Voi vigilate, siate saldi nella fede, comportatevi da uomini, siate forti. Ogni cosa si faccia nell’amore del Signore” (1,Co, 16, 5-14).

Poi, l’apostolo fa l’elenco dei suoi collaboratori e dei suoi amici, ai quali rivolge parole di ringraziamento per la loro opera volontaria in favore della Chiesa, i saluti, le raccomandazioni. La prima raccomandazione è per la famiglia di Stefana “primizia della Chiesa di Acaia (Grecia). I suoi familiari hanno dedicato se stessi al servizio dei santi. Perciò siate riconoscenti nei loro confronti e nei confronti di tutti quelli che con loro collaborano e si affaticano. Mi rallegro per la visita di Stefana, di Fortunato e di Acaico, perché la loro presenza, in qualche modo, ha supplito la vostra assenza. Essi hanno allietato il mio spirito e allieteranno anche il vostro. Sappiate apprezzare il valore di queste persone. Vi salutano le Chiese dell’Asia e molto vi salutano nel Signore Aquila e Prisca con la comunità che, regolarmente, si raduna nella loro casa. Vi salutano i fratelli tutti. Salutatevi anche voi con il bacio santo. Il saluto è di mia mano, di Paolo. Se qualcuno non ama il Signore, sia maledetto. Maranà thà! La grazia del Signore Gesù sia con voi. Il mio amore è con tutti voi in Cristo Gesù” (1,Co, 16, 14-23).

Commento riassuntivo agli Atti degli Apostoli

Posted By Felice Moro on Luglio 13th, 2020

Gli Atti degli Apostoli raccolgono un insieme di racconti e di memorie storiche sulla diffusione del cristianesimo delle origini, attraverso l’attività dei primi missionari, tra i quali spiccano le figure di Pietro e Paolo. All’aspetto storico uniscono la riflessione teologica sulla funzione della Chiesa nel mondo, nutrita dalla parola di Gesù e sostenuta dallo Spirito Santo.

Questo saggio, pur attenendosi fedelmente al testo originale, presenta un’edizione semplificata nella forma concettuale e nel volume narrativo, reso più snello di alcune parti ridondanti o prolisse, che riportano testi delle Antiche Scritture. L’aspetto più importante del saggio è dato dalla semplicità della forma e dalla fluidità del linguaggio, che lo caratterizzano, condizioni necessarie queste, per incoraggiare il comune lettore alla lettura e alla conoscenza dell’opera teologica considerata ormai da tutti come il Quinto Vangelo.

Il prologo

 Gli “Atti degli Apostoli” costituiscono la seconda opera teologica dell’evangelista Luca. Prima di questa, egli aveva scritto il Terzo Vangelo. Nel suo primo lavoro, l’Autore aveva già narrato gli avvenimenti che riguardano la vita di Gesù, distinta in due blocchi, nel primo dei quali, in maniera sintetica, riepiloga gli eventi della nascita, l’infanzia e la vita di Gesù nella famiglia di Nazareth fino all’età di dodici anni. L’insieme di questi racconti costituiscono il cosiddetto Piccolo Vangelo o Vangelo dell’Infanzia. Il secondo blocco costituisce la parte teologica più importante, perché illustra l’aspetto divino-messianico della vita del Signore. Infatti, è quella che narra gli eventi degli ultimi tre anni di vita pubblica di Gesù: la predicazione, gli insegnamenti, i miracoli, la passione, morte e risurrezione di Gesù.

Il libro degli Atti è dedicato a un certo Teofilo, lo stesso personaggio cui Luca aveva dedicato anche il Terzo Vangelo. Il testo degli Atti è stato scritto in lingua greca della versione ellenistica molto accurata, frutto del lavoro di una persona di notevole cultura linguistica, storiografica e di spiccate capacità narrative. Con una sapiente architettura espositiva, l’opera riunisce un insieme di testimonianze, di racconti e di memorie storiche sulla diffusione del cristianesimo nel mondo e sulle origini della chiesa cristiana: l’organizzazione delle prime comunità dei credenti, lo spirito caritatevole di solidarietà reciproca che le contraddistingue, le attività di predicazione dei primi missionari, soprattutto di Pietro e Paolo, l’amministrazione dei sacramenti del battesimo e dell’imposizione delle mani, l’impostazione delle cerimonie liturgiche, la recita delle preghiere e la frazione del pane.

Il racconto parte dalla narrazione delle ultime apparizioni di Gesù Risorto agli apostoli, per dar loro le ultime istruzioni sui comportamenti che essi avrebbero dovuto osservare, prima d’iniziare la loro attività missionaria. In particolare, Gesù raccomandò loro di non allontanarsi da Gerusalemme prima che ricevessero lo Spirito Santo, che li avrebbe corroborati nelle loro risorse fisiche e spirituali, onde poter affrontare, in maniera decisa e sicura, le difficoltà che avrebbero incontrato nel loro cammino futuro.

Capitolo primo

L’ascensione di Gesù al cielo

Nell’ultimo incontro con il Signore Risorto, gli apostoli, delusi e scoraggiati per come erano andate le cose negli ultimi tempi, gli domandarono: “Signore, è questo il tempo in cui tu ricostituirai il regno d’Israele?”. Gesù rispose: “Non spetta a voi conoscere i tempi e i momenti che il Padre ha riservato alla sua scelta, ma avrete la forza dallo Spirito Santo, che scenderà su di voi e mi sarete testimoni in Giudea, Samaria e fino agli estremi confini della terra”.

Detto questo, fu elevato in alto sotto i loro occhi e una nube lo sottrasse al loro sguardo. Poi apparvero due uomini in bianche vesti e dissero loro: “Uomini di Galilea, perché state a guardare il cielo? Questo Gesù che era con voi fino a poco fa, è stato assunto in cielo, tornerà un giorno allo stesso modo in cui l’avete visto andare in cielo” (At 1, 6-11).

Allora gli apostoli lasciarono il Monte degli Ulivi, che era il luogo dov’erano accaduti gli ultimi miracolosi avvenimenti, tornarono a Gerusalemme e, per paura dei Giudei, si barricarono nel cenacolo. Erano presenti gli undici apostoli che avevano seguito Gesù fin dalla prima ora, eccetto Giuda, il traditore. Con loro era presente anche Maria, la madre di Gesù e i suoi fratelli.

In uno dei giorni successivi ebbe luogo un’assemblea pubblica, di circa centoventi persone, che erano i primi credenti nella nuova fede in Dio. Pietro si alzò in piedi e così parlò loro:

“Fratelli, era necessario che si compisse ciò che è detto nelle Scritture riguardo al tradimento di Giuda che guidò i carnefici alla cattura di Gesù. Con il prezzo del riscatto comprò un pezzo di terra, dove egli, cadde in un dirupo e, precipitando giù, si sfracellò spargendo i suoi visceri sul terreno. Tutti gli abitanti di Gerusalemme vennero a saperlo e chiamarono quel terreno Akeldamà o Campo del Sangue o anche Campo del Vasaio. Ma adesso è bene chiudere questa questione e di aprirne un’altra: noi qui, oggi, dobbiamo scegliere uno che sostituisca l’assente e sceglierlo tra i testimoni della prima ora”. I candidati idonei alla sostituzione erano due: Giuseppe Bersabba e Mattia. Per fare la scelta giusta invocarono l’intervento divino con questa preghiera: “Tu, Signore, che conosci il cuore di tutti, mostraci quale di questi due hai designato a prendere il posto in questo ministero apostolico che Giuda ha abbandonato …”. Gettarono le sorti e la sorte cadde su Mattia che fu associato agli undici apostoli (At 1, 15-26).   

Capitolo 2

La Pentecoste e il discorso di Pietro

Nel testo degli Atti è scritto: “Il giorno della Pentecoste (il cinquantesimo dopo la Risurrezione del Signore) gli apostoli erano radunati nel cenacolo insieme a Maria Santissima. All’improvviso si udì un rombo dal cielo e un vento gagliardo investì la casa dove essi si trovavano. Apparvero delle lingue di fuoco, che si dividevano e si posarono su ciascuno di loro. Improvvisamente essi furono pieni di Spirito Santo e cominciarono a parlare in altre lingue, come lo Spirito dava loro il potere di esprimersi.

C’erano, allora, a Gerusalemme Giudei osservanti di ogni nazione. Udito il rumore di quell’evento, una folla si radunò sbigottita perché ciascuno dei presenti li sentiva parlare la propria lingua. Stupefatti dicevano: Costoro non sono forse tutti Galilei? Com’è che li sentiamo parlare la nostra lingua nativa? Siamo Parti, Medi, Elamiti e abitanti della Mesopotamia, della Giudea, della Cappadocia, del Ponto e dell’Asia, della Frigia e della Panfilia, dell’Egitto, della Libia, stranieri di Roma, Ebrei e proseliti, Cretesi e Arabi e li udiamo annunziare nelle nostre lingue le opere di Dio”. Tutti erano stupiti e perplessi e si chiedevano l’un l’altro: Che cosa significa questo? Altri li deridevano, dicendo: Si sono ubriacati di mosto.

Allora Pietro si alzò in piedi, insieme agli altri undici e parlò a voce alta, dicendo: “Uomini di Giudea e voi tutti che vi trovate a Gerusalemme: affinché vi sia ben noto quel che dico, ponete attenzione alle mie parole. Come voi sospettate, questi uomini non sono ubriachi, essendo appena le nove del mattino. Si avvera, invece, la profezia del profeta Gioele, quando egli afferma la dichiarazione del Signore: effonderò il mio Spirito sopra ogni persona; i vostri figli e tutte le progenie future profeteranno … Farò prodigi in cielo e segni sulla terra, sangue, fuoco e nuvole di fumo. Il sole si muterà in tenebra e la luna in sangue, prima che giunga il giorno del Signore … Allora chi invocherà il nome del Signor, sarà salvato.

Uomini d’Israele, ascoltate ancora queste parole:Gesù di Nazaret – uomo accreditato da Dio presso di voi per mezzo di miracoli, prodigi e segni, che Dio stesso operò in mezzo a voi per opera sua e voi lo sapete bene – dopo che, secondo il prestabilito disegno e la prescienza di Dio, fu consegnato a voi, voi l’avete inchiodato sulla croce per mani di empi e l’avete ucciso. Ma Dio lo ha risuscitato, sciogliendolo dalle angosce della morte, perché non era possibile che questa lo tenesse in suo potere”. Riporta poi la profezia del Patriarca Davide, secondo la quale, in futuro un suo discendente avrebbe occupato il suo trono e, prevedendo la risurrezione di Cristo, dichiarò: questo non fu abbandonato negli inferi, né il suo corpo vide la corruzione. (At 2, 22-31).

Continuando il discorso, Pietro agginse: “Questo Gesù, Dio lo ha risuscitato e noi tutti ne siamo testimoni. Innalzato, pertanto, alla destra di Dio e dopo aver ricevuto dal Padre lo Spirito Santo, che egli aveva promesso, lo ha effuso, come voi potete vedere …

Sappia dunque con certezza tutta la casa d’Israele che Dio ha costituito Signore e Cristo quel Gesù che voi avete crocifisso!”. All’udire queste parole si sentirono trafiggere il cuore per il rimorso e dissero: “Che cosa dobbiamo fare, fratelli?”. Al che Pietro rispose: “Pentitevi e ciascuno di voi si faccia battezzare, in nome di Gesù Cristo, per ottenere il perdono dei peccati e ricevere lo Spirito Santo…”. Molti di loro accolsero la parola e quello stesso giorno si fecero battezzare circa tremila persone (At 2, 37-41). Questo è stato il primo grande avvenimento storico e profetico dell’istituzione e della diffusione della Chiesa nel mondo. Gli apostoli stessi furono trasformati, incoraggiati, istruiti e preparati allo svolgimento della loro nuova attività missionaria nel mondo, che dura da duemila anni e non è stata ancora conclusa.

La vita della prima comunità cristiana

I battezzati e i fedeli, seguaci degli apostoli, formarono la prima comunità cristiana di Gerusalemme. Il testo recita: “Erano assidui nell’ascoltare gli insegnamenti, nell’unione fraterna, nella frazione del pane e nelle preghiere. Tutti erano pervasi da un senso di timore, prodigi e segni avvenivano per opera degli apostoli. Tutti i fedeli stavano insieme e avevano ogni cosa in comune. Vendevano i loro beni e ne distribuivano il il ricavato fra tutti, secondo il bisogno di ciascuno. Ogni giorno insieme frequentavano il tempio e, spezzando il pane nelle loro case, prendevano il cibo con letizia e semplicità di cuore, lodando Dio e godendo il favore di tutto il popolo”. (At 2, 42-47).

Intanto, ogni giorno aumentava il numero dei convertiti.

Capitolo terzo

La guarigione dello storpio e la potenza del nome di Dio

Un pomeriggio Pietro e Giovanni si recavano al tempio per la preghiera. Sulla porta dell’edificio, detta porta Bella, sedeva un uomo storpio che chiedeva l’elemosina ai passanti. Chiese l’elemosina anche ai due apostoli che, per tutta risposta, lo invitarono a guardarli in faccia; e mentre egli si aspettava l’obolo, Pietro gli disse: “Non possiedo né argento, né oro, ma quello che ho, te lo do: nel nome di Gesù, il Nazareno, cammina!”. E, presolo per mano, lo sollevò. Quello balzò in pedi e improvvisamente si mise a camminare. I presenti, meravigliati, accorsero per vedere l’accaduto. Pietro ne approfittò per far loro un discorso, dicendo: “Uomini d’Israele, perché vi meravigliate di questo? Non è merito nostro quello di aver donato la capacità di camminare a quest’uomo. Il Dio di Abramo, d’Isacco e di Giacobbe, il Dio dei nostri padri ha glorificato il suo servo Gesù che voi avete consegnato e rinnegato di fronte a Pilato, mentre egli aveva deciso di liberarlo; voi avete rinnegato il Santo, il Giusto e avete chiesto che fosse graziato un assassino. Avete ucciso l’autore della vita, ma Dio lo ha risuscitato dai morti e di questo noi siamo stati testimoni. Proprio per la fede riposta in lui, il nome di Gesù ha dato vigore a quest’uomo che voi vedete e conoscete; la fede ha dato a quest’uomo la guarigione alla presenza di tutti voi (At 3, 1-16). Dio ha così adempiuto a tutto ciò che aveva annunziato per mezzo dei profeti, cioè che il Cristo avrebbe dovuto soffrire molto. Lo so che voi avete agito per ignoranza, come pure i vostri capi. Ma ora pentitevi dei vostri peccati e cambiate vita, affinché vi siano cancellati i vostri peccati. Questo sarà possibile fare finché arrivino i tempi in cui il Signore mandi di nuovo Gesù, che adesso è accolto in cielo, come aveva detto Dio per mezzo dei profeti.

Voi siete i figli dei profeti e dell’alleanza che Dio stabilì con i vostri padri …. Dio, dopo aver risuscitato il suo servo, l’ha mandato prima di tutti a voi per portarvi la benedizione e perché ciascuno di voi si converta dalle proprie iniquità (At 3, 17-26)”.

Capitolo quarto

Pietro e Giovanni davanti al Sinedrio

Mentre i due apostoli stavano ancora parlando, sopraggiunsero i sacerdoti, il capitano del tempio  e i sadducei, irritati perché in Gesù insegnavano la risurrezione dei morti. Li arrestarono e li imprigionarono fino al giorno dopo, dato che si era fatta ormai sera. Molti, di quelli che avevano ascoltato le parole degli apostoli, si convertirono, raggiungendo il numero di cinquemila persone.

Il giorno dopo si radunarono i capi religiosi, gli scribi, il sommo sacerdote Anna, Caifa e altri e interrogarono i due apostoli: “Con quale potere e in nome di chi avete fatto questo vostro intervento?”. Pietro, pieno di coraggio, rispose: “Capi del popolo e anziani, visto che voi chiedete conto del beneficio fatto a un uomo infermo e volete sapere in che modo egli abbia riacquistato la salute, sia ben noto a voi e a tutto il popolo d’Israele: in nome di Gesù Cristo il Nazareno, che voi avete crocifisso e che Dio ha risuscitato dai morti, costui che sta davanti a voi è sano e salvo. Questo Gesù è la pietra che, scartata da voi, costruttori, è diventata testata d’angolo.

In nessun altro c’è salvezza, se non in lui” (At 4, 5-12).

Vedendo la sicurezza con cui i due apostoli parlavano e tenuto conto del fatto che erano persone del popolo poco istruite, li lasciarono andare, avvertendoli, nello stesso tempo, di non parlare a nessuno dell’accaduto. Ma i due apostoli replicarono: “Se sia cosa giusta quella di obbedire a voi o a Dio, giudicatelo voi stessi! Noi non possiamo tacere quello che abbiamo visto e ascoltato”.

Allora i giudici del tribunale fariseo, impauriti per un’eventuale reazione del popolo, li lasciarono andare (At 4, 13-21).

 Quando i due apostoli tornarono nella comunità, tutti si riunirono e rivolsero una preghiera a Dio:

“Signore volgi il tuo sguardo alle minacce dei nemici tuoi e nostri e concedi ai tuoi servi di annunziare la tua parola con tutta franchezza. Stendi la mano perché si compiano guarigioni, segni e prodigi nel nome del tuo santo servo Gesù”. Cessata la preghiera, il luogo dove si trovavano tremò, i presenti furono investiti dallo Spirito Santo e annunziavano la parola di Dio con coraggio e decisione.

Nella comunità regnava la pace, la concordia e l’armonia perché i credenti, nella condivisione della vita comune, avevano un cuor solo e un’anima sola.

Capitolo quinto

La frode di Anania e Saffira

Anania e Saffira erano due coniugi appartenenti alla comunità dei credenti. Possedevano un campo e lo vendettero. La metà del prezzo ricavato la deposero ai piedi degli apostoli per essere spesa ad acquistare beni da consumare nella comunità; l’altra metà la trattennero per sé.

Pietro chiamò Anania e gli chiese conto della quota del ricavato della vendita non versata a favore della comunità, dicendogli: “Anania, perché hai fatto questo? Trattenendo una parte del prezzo della vendita per te, tu hai mentito, non agli uomini, ma a Dio!”. All’udire questo rimprovero di Pietro, Anania cadde a terra e morì all’istante.

Dopo l’Apostolo chiamò Saffira e le pose la stessa domanda, che in precedenza aveva rivolta al marito. Le disse: “Perché, marito e moglie, avete tentato lo Spirito Santo? Ecco che arrivano quelli che hanno portato via tuo marito e che porteranno via anche te”. In quell’istante la donna cadde a terra e spirò (At 5, 1-11).

La voce di questi fatti si diffuse in giro e tutti furono presi da grande timore.

Molti altri segni e prodigi avvenivano nel popolo per opera deli apostoli. Allora, tra la gente di Gerusalemme e dei paesi vicini, si diffuse l’abitudine di portare nelle piazze gli ammalati e quelli invasi da spiriti immondi, esponendoli sui loro lettucci e giacigli, affinché, quando Pietro passava in mezzo a loro, la sua ombra li toccasse almeno in parte; e tutti quelli che erano stati, anche lambiti, dalla sua ombra venivano guariti (At 5, 12-16).

L’arresto e la liberazione degli apostoli

Intanto gli apostoli continuavano a predicare la dottrina tra il popolo, ma il sommo sacerdote, i suoi colleghi del Sinedrio e i Sadducei persero la pazienza, li fecero arrestare e li misero in prigione, vigilati dalle guardie. Durante la notte apparve un angelo del Signore e li liberò. Sul fare del giorno erano di nuovo nel tempio a predicare.

Quando i membri del Sinedrio si riunirono per prendere una decisione nei loro confronti, mandarono le guardie per prelevare gli apostoli e farli comparire davanti a loro. Ma le guardie tornarono indietro a mani vuote, dicendo di aver trovato l’edificio sbarrato, le guardie ai loro posti, ma il carcere era vuoto. Poco dopo, un tale riferì che gli apostoli si trovavano liberi ad insegnare nel tempio. Il capitano con le sue guardie si recarono nel tempio, catturarono gli apostoli e li portarono in tribunale, davanti ai giudici che li interrogarono, dicendo: “Vi avevamo ordinato di non fare nessun insegnamento in nome di costui e voi avete riempito Gerusalemme della vostra dottrina, facendo ricadere su di noi la colpa del sangue di quell’uomo!”.

Al che, Pietro d’accordo con l’altro apostolo, rispose: “Bisogna obbedire a Dio, non agli uomini. Il Dio dei nostri padri ha risuscitato Gesù che voi avete ucciso appendendolo a una croce. Dio lo ha innalzato nella sua destra, facendolo capo e salvatore per dare a Israele la grazia della conversione e il perdono dei peccati. Di questi fatti siamo testimoni noi e lo Spirito Santo, che Dio ha dato a coloro che si sottomettono a lui (At 5, 17-32).

Queste dure risposte degli apostoli irritarono i giudici che volevano condannarli a morte, se a bloccarli non fosse intervenuto il saggio Gamaliele. Costui era un uomo giusto e un autorevole membro del Sinedrio, ben visto anche dal popolo. Egli intervenne dicendo: “Non occupatevi di questi uomini e lasciateli andare. Se la loro dottrina è di origine umana, si estinguerà da sola; ma se essa viene da Dio, voi non riuscirete a distruggerla; in tal caso non vi accada proprio di combattere contro Dio”. Ascoltarono il suo consiglio, richiamarono gli apostoli sul banco degli imputati, li diffidarono dal continuare ad insegnare la loro dottrina, li fustigarono e li lasciarono andare. Ma essi se ne andarono lieti di essere stati oltraggiati per amore di Cristo e continuarono a portare il lieto annuncio a tutte le genti, che Gesù è il Cristo Risorto (At 5, 33-42).

Capitolo sesto

Il servizio della parola e quello delle mense

Mentre il numero dei discepoli aumentava in maniera consistente, sorse il malcontento tra gli Ebrei di lingua greca e quelli di lingua ebraica perché, nell’assistenza, le vedove dei primi, venivano trascurate. Siccome l’attività degli apostoli non poteva accudire a tutto, alla predicazione e all’assistenza, essi convocarono una riunione dei discepoli e dissero: “Non è giusto che noi trascuriamo la parola di Dio per l’assistenza alle mense. Cercate, tra di voi, sette uomini onesti, pieni di Spirito Santo e di sapienza, ai quali affidare il servizio dell’assistenza, mentre noi ci dedicheremo alla preghiera e alla predicazione della parola di Dio (At 6, 1-4)”.

La proposta piacque a tutti ed elessero una commissione di sette uomini che si doveva occupare soprattutto dell’assistenza alle mense. Gli eletti erano Stefano, uomo pieno di fede e di Spirito Santo, Filippo, Procoro, Nicanore, Timone, Parmenas e Nicola. Li presentarono agli apostoli, i quali, dopo aver pregato, imposero loro le mani (At 6, 5-6)”. 

Intanto, il numero dei fedeli cresceva e si moltiplicava a Gerusalemme e nei dintorni. Tra i nuovi adepti si annoverava anche un gran numero di sacerdoti.

L’arresto di Stefano

Stefano era diventato un apostolo brillante, pieno di Spirito Santo, dottrina ed eloquenza. La sua parola suadente riusciva a convertire molte persone alla fede in Dio. Nei suoi confronti sorse allora la protesta artificiosa di quelli che erano gelosi perché, in fede e in dottrina, non potevano competere con lui. Tra questi vi erano alcuni membri della sinagoga, i Cirenei, gli Alessandrini e altri della Cilicia e dell’Asia, che lo accusarono di blasfemia contro Mosè e contro Dio. Lo trascinarono in giudizio davanti al Sinedrio e presentarono falsi testimoni che lo accusavano dicendo: Costui non cessa di proferire parola contro questo luogo sacro e la sua legge. Lo abbiamo udito dichiarare che Gesù Nazareno distruggerà questo luogo e cambierà le usanze che Mosè ci ha tramandate.

I giudici del tribunale, fissando lo sguardo in lui, videro il suo viso come quello di un angelo.

Capitolo settimo

Il discorso di Stefano davanti al Sinedrio

Allora il sommo sacerdote chiese a Stefano: Ma le cose stanno veramente così? Al che egli rispose:

“Fratelli e padri, ascoltate: il Dio della gloria apparve a nostro padre Abramo quand’era ancora in Mesopotamia e gli disse: Esci dalla tua terra e dalla tua gente e vai nella terra che io t’indicherò. Uscito dalla terra dei Caldei, egli si stabilì in Carran; di là, dopo la morte del padre, Dio lo fece emigrare in questo paese, dove voi ora abitate; non gli diede alcuna proprietà, ma gli promise di darla in possesso a lui e alla sua discendenza, nonostante non avesse ancora figli. Poi, Dio così parlò: La discendenza di Abramo sarà pellegrina in terra straniera, tenuta in schiavitù ed oppressione per quattrocento anni. Ma del popolo, di cui saranno schiavi, io farò giustizia; dopo potranno uscire e mi adoreranno in questo luogo (At 7, 6-7)”.

Come sigillo dell’alleanza gli diede il segno della circoncisione. Così Abramo generò Isacco e lo circoncise l’ottavo giorno; Isacco generò Giacobbe e Giacobbe generò i dodici patriarchi; questi, gelosi del loro fratello minore, Giuseppe, lo vendettero schiavo in Egitto. Ma Dio gli diede grazia e saggezza davanti al Faraone, re d’Egitto, il quale lo nominò amministratore dell’Egitto e di tutta la sua casa. Venne una grande carestia in Egitto e in terra di Canaan e i loro popoli furono ridotti a patire la miseria e la fame. Pose il problema al Faraone e questi si dimostrò magnanimo con lui, acconsentendo che venissero in Egitto anche i fratelli, la parentela e il vecchio padre Giacobbe. Questi, infatti, morì in terra straniera, come i nostri padri, ma poi le loro salme furono trasportate a Sichem e poste nel sepolcro di Abramo.

Poi in Egitto cambiò la situazione politica. Salì al trono un nuovo re che non conosceva Giuseppe. Il nuovo sovrano cominciò a perseguitare gli Ebrei, fino al punto di decidere di uccidere la loro progenie per eliminare la razza. In quel tempo nacque Mosè. Essendo stato esposto alla morte, come gli altri bambini ebrei, lo salvò la figlia del Faraone, che lo allevò nella casa del sovrano, come suo figlio. Così egli fu educato e istruito nella sapienza egiziana e divenne potente nelle parole e nelle opere.

Vedendo che il suo popolo soffriva sotto la schiavitù egiziana, egli si schierò in sua difesa.

Poi, il povero Stefano continuò la sua autodifesa, riassumendo la storia di Mosè e la sua funzione di capo popolo liberatore, che guidò gli Ebrei a fuggire dall’Egitto. Narrò l’avventura dell’attraversamento del Mar Rosso e le peregrinazioni nel deserto durate quarant’anni. Parlò delle punizioni divine che il popolo si era attirato perché si era rivoltato contro Dio, costruendosi un vitello d’oro; della punizione che esso subì con deportazione in Babilonia; parlò del re Davide che chiedeva una dimora per il Dio di Giacobbe; parlò di Salomone che gli edificò una casa.

“Ma l’Altissimo non abita in costruzioni fatte dall’uomo perché il profeta dice: 

Il cielo è il mio trono e la terra lo sgabello dei miei piedi. Quale casa potrete edificarmi, dice il Signore, o quale sarà il luogo del mio riposo? Non è forse la mia mano che ha creato tutte queste cose?  O gente testarda e pagana nel cuore e negli orecchi, voi sempre opponete resistenza allo Spirito Santo; voi come i vostri padri. Quale dei profeti, i vostri padri non hanno perseguitato?

Essi hanno ucciso quelli che preannunciavano la venuta del Giusto, del quale voi siete diventati traditori e uccisori; voi che avete ricevuto la legge per mano degli angeli e non l’avete osservata!” (At 7, 48-53).

All’udire queste accuse, i giudici del tribunale montarono su tutte le furie, digrignavano i denti per la rabbia. Ma Stefano rimase imperturbabile. Sostenuto dallo Spirito Santo, guardava il cielo, dove vide la gloria di Dio e Gesù che stava alla sua destra. Allora disse:

“Ecco, io contemplo i cieli aperti e il Figlio dell’uomo che sta alla destra di Dio!”.

All’udir queste parole, i giudici del tribunale, turandosi le orecchie per non udire la bestemmia, si scagliarono contro di lui, lo trascinarono fuori della città e si misero a lapidarlo. I testimoni deposero il loro mantello ai piedi di un giovane, chiamato Saulo. Stefano, mentre riceveva le sassate, pregava dicendo: Signore Gesù accogli il mio spirito. Piegò le ginocchia e gridò forte: Signore non imputare loro questo peccato. Detto questo morì (At 7, 54-60).

Capitolo ottavo

Persecuzione, missione e conversioni

Saulo fu presente e approvò l’uccisione di Stefano. In quei giorni a Gerusalemme scoppiò una violenta persecuzione contro i fedeli della nuova religione e, ad eccezione degli apostoli, furono dispersi tutti gli altri credenti nelle regioni della Giudea e della Samaria. Persone pie seppellirono Stefano e fecero un grande lutto per lui. Saulo si distinse per la sua feroce attività persecutoria contro la Chiesa e i suoi fedeli. Entrava nelle case, prendeva le persone, uomini e donne e li faceva mettere in prigione. I dispersi, tuttavia, andavano in giro annunziando la parola del vangelo; e i fedeli dispersi, paradossalmente, diventavano feconde sementi di altra fede.

Filippo andò a predicare il vangelo in Samaria. Le folle lo seguivano, incantate dalla sua parola e dai segni che compiva. Dagli indemoniati uscivano spiriti immondi, emettendo alte grida e molti paralitici e storpi furono risanati. Una grande gioia si era diffusa tra la gente delle città samaritane.

Allora vi era nella regione un certo Simone che faceva magie e attirava molte persone alle sue scene. “Ma quando sentirono Filippo annunziare il vangelo del regno di Dio nel nome di Gesù Cristo, molti uomini e donne si facevano battezzare da lui. Tra questi si fece battezzare anche Simone che appariva entusiasta della nuova fede e seguiva sempre Filippo, senza staccarsi da lui, visti i segni e i prodigi che faceva l’apostolo. A Gerusalemme gli apostoli seppero che molta gente della Samaria si era convertita, per cui anche Pietro e Giovanni furono invitati ad andare in quella regione. Essi vi andarono e pregarono perché i nuovi adepti, che erano soltanto battezzati, ricevessero lo Spirito Santo. Imponevano le mani su di loro e quelli ricevevano lo Spirito Santo.

Simone, vedendo che lo Spirito veniva conferito degli apostoli con l’imposizione delle mani, offrì loro del denaro, dicendo: Date anche a me questo potere perché a chiunque imponga le mani, egli riceva lo Spirito Santo. Ma Pietro gli rispose: “Il tuo danaro vada con te in perdizione, perché hai osato pensare di acquistare con il danaro il dono di Dio. Tu in questa casa non hai né parte, né sorte perché il tuo cuore non è retto davanti a Dio. Pèntiti, dunque, di questa tua iniquità e prega il Signore che ti sia perdonato questo pensiero. Ti vedo, infatti, inquieto e chiuso in lacci di fiele amaro”. Al che Simone rispose: Pregate voi per me il Signore, affinché non mi accada nulla di quello che avete detto (At 8, 12-24).

La storia dell’eunuco etiope

Mentre Pietro e Giovanni ritornarono a Gerusalemme, a Filippo apparve un angelo del Signore che gli disse: Alzati, vai verso mezzogiorno, sulla strada che porta a Gaza; essa è deserta. Egli si alzò e si mise in cammino per quella strada, quand’ecco un eunuco etiope, funzionario della regina d’Etiopia, Candace e amministratore di tutti i suoi tesori. Egli era venuto a Gerusalemme per il culto e, mentre ritornava a casa nel suo carro, leggeva un libro. Filippo si avvicinò al carro e, avendo compreso che l’uomo leggeva un testo del profeta Isaia, gli chiese se capisse il significato di quello che stava leggendo. Il passeggero rispose che non capiva il significato del testo nel punto in cui diceva: Come una pecora fu condotto al macello/e come un agnello senza voce innanzi a chi lo tosa/ così egli non apre bocca/ Nella sua umiliazione il giudizio gli è stato negato … Egli allora chiese al discepolo a chi si riferisse il profeta scrivendo queste parole. Filippo, partendo dai testi delle Sacre Scritture, gli spiegò il vangelo, dicendogli che il profeta, con quelle parole, si riferiva a Gesù. Proseguendo la strada, giunsero a una sorgente d’acqua. Fermarono il carro, entrambi scesero nell’acqua e l’eunuco chiese a Filippo di essere battezzato. Filippo lo battezzò. Quando risalirono dall’acqua, lo Spirito del Signore rapì Filippo e l’eunuco non lo vide più. Ma egli proseguì il suo cammino, pieno di gioia e di felicità per il sacramento ricevuto.

Capitolo nono

La vocazione di Saulo

Saulo continuava, imperterrito, a perseguitare i cristiani a Gerusalemme e in tutta la Giudea. Si presentò al sommo sacerdote e gli chiese le credenziali per le sinagoghe di Damasco, in modo da essere autorizzato a condurre in catene i cristiani di quella città fino a Gerusalemme, per essere arrestati e gettati in prigione. Durante il viaggio, quand’era vicino a Damasco, gli apparve dal cielo una luce accecante ed egli, cadendo a terra, udì una voce che gli diceva: “Saulo, Saulo, perché mi perseguiti?”. Stordito, egli rispose. “Chi sei, o Signore?”. La voce gli rispose:

“Io sono Gesù che tu perseguiti! Alzati, entra in città e ti sarà detto cosa fare”. I suoi compagni di viaggio erano sorpresi e ammutoliti perché sentivano la voce, ma non vedevano nessuno. Saulo si alzò da terra, aprì gli occhi, ma non vedeva nulla perché aveva perso la vista. I compagni lo presero per mano e l’accompagnarono a Damasco, dove egli rimase tre giorni senza vedere e senza prendere cibo, né bevanda. A Damasco viveva e operava il discepolo Anania, al quale apparve in visione il Signore che gli disse: “Anania, vai nella strada Dritta e cerca nella casa di Giuda, dove trovi un certo Saulo di Tarso. Ecco, egli sta pregando e ha visto in visione un uomo, chiamato Anania, che gli impone le mani, affinché egli ricuperi la vista”. Al comando divino, Anania rispose:

“Signore, riguardo a quest’uomo ho sentito tutto il male che egli ha fatto ai fedeli di Gerusalemme. Inoltre, ha avuto l’autorizzazione dai sommi sacerdoti di arrestare tutti quelli che invocano il tuo nome”. Ma il Signore gli disse: ”Vai perché egli è per me uno strumento eletto per portare il mio nome dinanzi ai popoli, ai re e ai figli d’Israele; e io gli mostrerò quanto dovrà soffrire per il mio nome”. Anania andò, entrò nella casa e gli impose le mani, dicendo:

“Saulo, fratello mio, è il Signore che mi ha mandato a te, Gesù ti è apparso sulla strada per la quale venivi perché tu riacquisti la vista e sia colmo di Spirito Santo”. Improvvisamente gli caddero come delle scaglie dagli occhi e ricuperò la vista. Fu battezzato, prese cibo e le forze gli ritornarono. Rimase alcuni giorni con i discepoli di Damasco, durante i quali si mise a predicare nelle sinagoghe, proclamando: “Gesù è il figlio di Dio!”. Tutti quelli che ascoltavano, si meravigliarono e dicevano: “Ma costui non è colui che a Gerusalemme infieriva contro i cristiani ed era venuto qui per arrestarli e condurli in catene dai sommi sacerdoti?”. Ma Saulo, incurante delle accuse che gli venivano mosse, s’infervorava sempre di più nel predicare che Gesù è il figlio di Dio, confondendo i Giudei di Damasco. E questi, non convinti della sincerità della sua conversione, ordirono un complotto per ucciderlo. Saulo venne a saperlo e corse ai ripari. Mentre i suoi nemici presidiavano, giorno e notte, le porte della città per catturarlo e farlo fuori, per salvarlo, i suoi discepoli lo fecero discendere dalle mura, calandolo in una cesta.

Tornato a Gerusalemme egli cercava di unirsi ai discepoli della città, ma tutti, conoscendo il suo passato, avevano paura di lui perché non credevano che egli si fosse veramente convertito. Toccò a Barnaba prenderlo in carica, presentarlo agli apostoli, ai quali raccontò la sua esperienza miracolosa, avvenuta sulla via di Damasco. Così egli poté stare con loro e andare e venire a Gerusalemme liberamente, parlando con franchezza nel nome del Signore. Parlava e discuteva con gli Ebrei di lingua greca, ma questi lo guardavano con sospetto e cercavano l’occasione favorevole per ucciderlo. Allora i fratelli, che erano venuti a conoscenza del complotto, per salvarlo, lo condussero a Cesarea, da dove lo fecero partire per Tarso, sua patria (At 9, 1-30).

Pietro opera miracoli a Lidda e a Giaffa

Intanto la Chiesa, sostenuta e confortata dallo Spirito Santo, cresceva e viveva in pace nelle tre regioni già evangelizzate: la Giudea, la Galilea e la Samaria.

Pietro si recò a visitare i fedeli che si trovavano a Lidda. Qui s’imbatté in un uomo di nome Enea, che si trovava disteso in un lettuccio, paralitico da otto anni. Pietro gli disse: “Enea, Gesù Cristo ti guarisce; alzati e rifatti il letto”. Quello si alzò e fece come gli era stato comandato. Videro il miracolo tutti gli abitanti di Lidda e di Saron e si convertirono al Signore.

Poco dopo, l’apostolo operò un altro miracolo nella vicina Giaffa. Qui viveva una discepola che si chiamava Tabithà, donna devota e pia, che faceva abbondanti elemosine ai bisognosi. Proprio in quei giorni la donna si ammalò e morì. Visto che Pietro era lì vicino, i discepoli mandarono due uomini a chiamarlo. Pietro si alzò e andò con loro. Arrivato sul posto, lo condussero nella camera ardente, dove le vedove, con pianto e lamenti, facevano la veglia funebre e mostravano i mantelli e le tuniche che la defunta confezionava con le sue mani quand’ era in vita.

Pietro fece uscire tutti dalla stanza, s’inginocchiò e si raccolse in preghiera; poi, rivolto alla salma, disse: “Tabithà, alzati!”. Ella aprì gli occhi, vide Pietro e si mise a sedere. Egli le porse la mano e la fece alzare, poi chiamò i credenti che attendevano fuori e presentò la donna viva.

La cosa si seppe a Giaffa e nei dintorni e molti credettero nel Signore (At 9, 32-42).

Pietro si trattenne alcuni giorni a Giaffa, ospite di un cero Simone, conciatore di pelli.

Capitolo decimo

La visione di Pietro e la conversione del centurione Cornelio

A Cesarea c’era un centurione della cohorte Italica, uomo devoto e pio, che faceva l’elemosina ai poveri e pregava sempre Dio insieme alla sua famiglia. Un giorno, di pomeriggio, ebbe una visione. Gli apparve un angelo del Signore, che gli disse: “Le tue preghiere e le tue elemosine hanno trovato accoglienza presso Dio. Ora manda degli uomini a Giaffa e fai venire un certo Simone, detto Pietro. Egli è ospite a casa di un certo Simone, conciatore di pelli, in una casetta vicino al mare. Quando l’angelo scomparve, Cornelio chiamò due servitori e uno dei soldati più fedeli e li mandò a Giaffa a compiere la missione: chiamare Pietro a casa sua.

Mentre i messi di Cornelio si avvicinavano alla città, Pietro salì nella terrazza a pregare. Gli venne fame e aveva voglia di mangiare. Mentre gli preparavano il cibo, egli fu rapito in estasi. Vide che dal cielo, apertosi all’improvviso, scendeva come una grande tovaglia calata a terra per i quattro capi. “In essa c’era ogni sorta di quadrupedi, rettili della terra e uccelli del cielo e risuonò una voce dicendo: Alzati, Pietro, uccidi e mangia! Ma l’apostolo rispose: Non sia mai, Signore, io non ho mai mangiato nulla di profano o d’immondo! Al che la voce spiegò: Ciò che Dio ha purificato, tu non chiamarlo più profano (At 10, 12-15).

Questo accadde per tre volte; poi quell’oggetto fu ritirato in cielo. Pietro era ancora intento a pensare al significato di quella visione, quando giunsero i messaggeri mandati da Cornelio. Chiesero di Simone, detto Pietro e fu loro risposto che l’uomo era lì, nella casa. Pietro era ancora intento a pensare alla sua visione, quando lo Spirito gli disse: “Ecco, tre uomini ti cercano! Alzati e vai con loro perché io li ho mandati!”.

Pietro andò incontro ai messaggeri e chiese per quale motivo lo cercassero. Quelli gli dissero:

“Il centurione Cornelio, uomo devoto e timorato di Dio, è stato avvertito da un angelo d’invitarti a casa sua perché ha qualche cosa d’importante da comunicarti”. Per quel giorno i messaggeri   furono trattenuti ospiti di Pietro in quella casa. Il giorno seguente, l’intera comitiva si mise in cammino e, dopo due giorni, arrivò a Cesarea. Per il giorno dell’arrivo, Cornelio aveva invitato parenti e amici a casa su, onde accogliere l’apostolo e il suo seguito in maniera festosa.

Mentre Pietro si accingeva ad entrare in quella dimora, Cornelio andandogli incontro, gli si gettò ai piedi, ma Pietro lo rialzò, dicendogli: “Alzati: anch’io sono un uomo!”.

Poi entrarono nella casa, dove c’erano molte persone riunite e disse loro: “Voi sapete che non è lecito per un Giudeo unirsi o avere contatti con persone di altre razze, ma Dio mi ha mostrato che non si deve ritenere profano o immondo nessun uomo. Per questo sono subito venuto quando mi avete mandato a chiamare. Fattemi sapere per quale ragione mi avete fatto venire”.

Cornelio gli rispose: “Nel pomeriggio di quattro giorni fa, mentre recitavo le preghiere nella mia casa, mi si presentò un uomo in splendide vesti e mi disse:- Cornelio, sono state esaudite le tue preghiere e ricordate le tue elemosine davanti a Dio. Manda qualcuno a Giaffa e fai venire Simone, detto Pietro, che si trova nella casa di un altro Simone, conciatore di pelli- . Io ho fatto quanto mi è stato detto. Ora, al cospetto di Dio, tutti noi siamo qui riuniti per ascoltare ciò che dal Signore ti è stato ordinato- (At 10, 30-33). Al che, Pietro rispose: “Mi rendo conto che Dio non fa preferenze di persone, ma chi lo teme e pratica la giustizia, a qualunque popolo appartenga, è a lui ben accetto. Questa è la parola che egli ha inviato ai figli d’Israele, recando la novella di pace, per mezzo di Gesù Cristo, che è il Signore di tutti …

Voi sapete che Gesù di Nazaret passò beneficando e risanando tutti quelli che stavano sotto il potere del diavolo perché Dio era con lui. Noi siamo testimoni di tutte le cose che egli ha compiute in Gerusalemme e nella regione dei Giudei. Essi lo uccisero, appendendolo ad una croce, ma Dio l’ha resuscitato il terzo giorno e volle che apparisse, non a tutto il popolo, ma a testimoni prescelti da Dio, a noi che abbiamo mangiato e bevuto con lui, dopo la sua resurrezione dai morti. Egli ci ha ordinato di annunziare al popolo e di testimoniare a tutti che egli è il giudice dei vivi e dei morti, costituito da Dio. Tutti i profeti gli rendono testimonianza e chiunque crede in lui, ottiene la remissione dei peccati per mezzo del suo nome (At 10, 34-43)”.  

Pietro stava ancora parlando, quando lo Spirito Santo scese sopra quelli che ascoltavano la sua parola. I fedeli circoncisi, che erano venuti con Pietro, si meravigliarono che anche sopra i pagani si effondesse il dono dello Spirito Santo. Infatti, li sentivano parlare altre lingue e glorificare Dio.

Davanti a questa nuova situazione, Pietro disse: “Chi può impedire di battezzare questi che, come noi, hanno già ricevuto lo Spirito Santo?”. Pertanto, ordinò che fossero battezzati nel nome di Gesù Cristo. Si misero a pregare e rimasero insieme alcuni giorni.

Capitolo undicesimo

I Giudei contestano a Pietro la conversione della famiglia del centurione Cornelio

Gli apostoli e i fedeli, che erano rimasti in Giudea, vennero a sapere che anche i pagani avevano accolto la parola di Dio. Quando Pietro tornò a Gerusalemme, i circoncisi lo rimproverarono, dicendo: “Sei entrato in casa di uomini non circoncisi e hai mangiato con loro!”. Allora Pietro, per ovvi motivi di trasparenza del suo comportamento di apostolo, riepilogò i fatti, dicendo com’erano andate le cose. Raccontò della visione che aveva avuto quand’era a Giaffa: l’episodio della tovaglia calata miracolosamente dal cielo, in cui apparivano tutti gli  animali della terra e del cielo; la voce che lo incitava a uccidere e mangiare di quelle bestie per placare la sua fame; il suo ritegno a mangiare cose che egli riteneva immonde; il ribattere di quella voce che diceva di non considerare profano ciò che Dio ha purificato; il ripetersi per tre volte di quest’avvenimento; la coincidenza di tutti questi eventi con l’arrivo, nella casa che l’ospitava, dei tre ambasciatori mandati da Cesarea; la spinta dello Spirito che lo incitava ad andare con loro; la visione dell’angelo apparso al centurione Cornelio, che gli diceva di d’invitare Pietro a casa sua perché gli avrebbe detto delle parole, per mezzo delle quali, si sarebbe salvato lui e la sua famiglia; raccontò anche che appena aveva iniziato a parlare, lo Spirito Santo era sceso su tutti i presenti, così come prima era sceso sugli stessi apostoli; disse anche che in quel momento gli sovvenne il detto del Signore: Giovanni battezzò con acqua, ma voi sarete battezzati in Spirito Santo.

Concluse il suo discorso dicendo: “Se Dio ha dato loro lo stesso dono che ha dato a noi per aver creduto nel Signore Gesù Cristo, chi ero io per porre impedimento a Dio?” (At 11, 17). All’udir questo discorso, si calmarono e riconobbero che Dio ha concesso, anche ai pagani che si convertano, di aver parte nella vita eterna.

La diffusione della fede tra i popoli vicini d’Israele

I credenti, che erano stati dispersi dalle persecuzioni scatenate contro il povero Stefano, si erano sparsi in altri territori della zona: in Fenicia, Cipro e Antiochia. Essi non predicavano ad altri popoli, ma soltanto ai Giudei. Ma poi erano venuti alcuni cittadini di Cipro e Cirene e ad Antiochia incominciarono ad annunciare la parola di Dio anche ai Greci. Godevano del favore divino e così un gran numero di persone si convertì al Signore. Quando la notizia giunse ai comandi dei vertici di Gerusalemme, essi mandarono Barnaba ad Antiochia per verificare quel che stava accadendo. Quando l’apostolo giunse nella città e vide l’abbondanza delle conversioni, si rallegrò in cuor suo e incoraggiò le persone impegnate nella fede a continuare nella loro attività di proselitismo. Infatti, una folla considerevole di persone fu condotta nelle vie del Signore. Poi Barnaba partì per Tarso alla ricerca di Saulo. Trovatolo, lo condusse ad Antiochia, dove per un anno intero, vissero entrambi impegnati nell’attività missionaria. In quella stagione della storia, proprio lì ad Antiochia per la prima volta i discepoli furono chiamati cristiani.

In quei giorni, alcuni profeti scesero da Gerusalemme ad Antiochia, tra i quali un certo Agabo, il quale preannunziava che ci sarebbe stata un grave carestia su tutta la terra. L’evento calamitoso avvenne durante il regno dell’imperatore Claudio. Allora i discepoli di Antiochia si accordarono e fecero una contribuzione volontaria, a secondo delle loro possibilità, per aiutare gli abitanti della Giudea anziani bisognosi. Il contributo assistenziale fu mandato ai destinatari della Giudea per mezzo di Barnaba e Saulo.

Capitolo dodicesimo

L’arresto di Pietro e la sua liberazione miracolosa

In quel tempo il re Erode cominciò a perseguitare i membri della Chiesa e fece uccidere di spada Giacomo, fratello di Giovanni. Vedendo che la sua violenta politica persecutoria era gradita ai Giudei, per godere il favore del popolo, nei giorni degli Azzimi, fece arrestare anche Pietro. Lo fece catturare e rinchiudere nella prigione, affidandolo in custodia a quattro picchetti, di quattro soldati ciascuno, allo scopo di tenerlo al sicuro per poi farlo comparire in giudizio davanti al popolo dopo la Pasqua. Mentre Pietro era in carcere, dalla bocca dei fedeli si levava un coro di preghiere al cielo per la sua liberazione.

Nella notte della vigilia del giorno in cui il carcerato doveva comparire davanti al popolo, mentre era in carcere legato e piantonato da due soldati e ancora dormiva, a Pietro apparve un angelo raggiante di luce che sfolgorò nella cella. L’angelo lo svegliò, dicendogli: “Alzati in fretta!”. Le catene gli caddero dalle mani e l’angelo lo sollecitò: “Mettiti la cintura e legati i sandali. Avvolgiti il mantello e seguimi!”.

Egli seguì l’angelo, credendo di avere una visione, senza rendersi conto di quel che stava accadendo realmente. Essi oltrepassarono il primo e il secondo posto di guardia; giunsero davanti alla porta di ferro che porta in città e la porta si aprì da sola. Uscirono fuori e percorsero un tratto di strada insieme, poi l’angelo si dileguò. Allora Pietro, prendendo   coscienza di quel che era realmente accaduto, disse tra sé: “Ora sono veramente certo che il Signore ha mandato il suo angelo a strapparmi dalle mani di Erode e dalle trame che, insieme a lui, aveva ordito il popolo dei Giudei contro di me” (At 12, 11).

Dopo aver riflettuto a lungo su quel che era accaduto, si recò alla casa di Maria, madre di Giovanni, detto Marco, dove trovò un gran numero di persone in preghiera. Bussò alla porta e una fanciulla, di nome Rode, si avvicinò all’uscio per sapere chi era che aveva bussato. Riconobbe la voce di Pietro ma, senza aprire, tornò ad annunziare agli altri la notizia che Pietro era lì, in attesa di aprirgli la porta.  Quelli che l’ascoltarono, pensarono che la fanciulla vaneggiasse. Siccome Pietro insisteva continuando a bussare, quando gli aprirono e lo riconobbero, rimasero stupefatti della sua presenza davanti a loro.

L’postolo entrò nella casa, fece segno ai presenti di tacere e narrò la storia miracolosa di come il Signore lo aveva tirato fuori da carcere; e aggiunse: “Riferite questo a Giacomo e ai fratelli”. Poi uscì e s’incamminò altrove.

Fattosi giorno, nacque un grande scompiglio tra i soldati di guardia; Pietro dov’era? Dov’era andato? Chi l’aveva liberato? E Come? Cos’era accaduto?

Erode mandò a cercarlo ovunque e, non avendolo trovato, fece processare e condannare a morte i soldati che se l’erano lasciato sfuggire di mano. Infine, il re lasciò la Giudea e si trasferì a Cesarea. Era infuriato contro gli abitanti di Tiro e di Sidone, che erano in conflitto con il suo popolo. Ma essi presero preventivi accordi segreti con il suo collaboratore, Blasto, per cui si presentarono disponibili a trattare la pace, nel loro stesso interesse perché, per l’acquisto dei viveri, dipendevano dai territori del re. Fissarono il giorno per la festa della pace raggiunta. Erode, seduto sul podio e paludato nel suo manto regale, tenne il discorso d’onore, mentre il popolo applaudiva dicendo: ”Questa è voce di un dio, non di un uomo!”. Improvvisamente un angelo del Signore lo colpì, perché non aveva dato gloria a Dio. Sull’istante egli morì divorato dai vermi. La notizia si diffuse nei territori della zona e il numero dei credenti cresceva continuamente.

Intanto, Barnaba e Saulo, compiuta la loro missione ad Antiochia, tornarono a Gerusalemme, prendendo con loro, Giovanni, detto Marco (At 12, 12-25).

Capitolo tredicesimo

La missione di Barnaba e di Saulo, detto Paolo.

Tra i tanti profeti che allora c’erano ad Antiochia, c’era una cerchia di distinti dottori: Barnaba, Simeone detto Niger, Lucio di Cirene, Saulo e Manaen, compagno d’infanzia del tetrarca Erode Agrippa, il nipote di Erode il Grande. Mentre essi, digiunando, celebravano il culto del Signore, lo Spirito Santo disse: “Riservate per me Barnaba e Saulo per l’opera, alla quale li ho chiamati”. Gli altri, dopo aver digiunato e pregato, imposero loro le mani e li lasciarono partire.

Essi scesero a Seleucia e di lì salparono per Cipro. A Salamina incominciarono ad annunziare la parola di Dio nelle sinagoghe dei Giudei. C’era con loro anche Giovanni, come aiutante. Attraversarono Cipro, da Salamina a Pafo. Qui trovarono un falso profeta, chiamato Bariesus o anche Elimas (interprete di sogni) perché faceva il mago al seguito del proconsole Sergio Paolo; questi era un uomo saggio che aveva fatto chiamare Barnaba e Saulo per ascoltare, da loro, la parola di Dio. Ma il mago cercava di distogliere il proconsole dalla fede.

 Allora Saulo, che tutti cominciavano a chiamare Paolo, perse la pazienza, fissò gli occhi severi su di lui e disse: “Uomo pieno di ogni frode e di ogni malizia, figlio del diavolo, nemico di ogni giustizia, quando cesserai di sconvolgere le vie dritte del Signore? Ecco, ora la mano del Signore è sopra di te: sarai cieco e per un certo tempo non vedrai il sole”.

Di colpo calarono su di lui l’oscurità e le tenebre; brancolando, egli si trascinava alla ricerca di qualcuno che lo guidasse, prendendolo per mano. Vedendo l’accaduto, il proconsole credette nella dottrina del Signore.

Dopo quest’avvenimento, Giovanni abbandonò la compagnia per tornare a Gerusalemme, mentre Paolo e i suoi compagni decisero di lasciare Cipro. S’imbarcarono a Pafo e giunsero a Perge, in Panfilia. Stettero qualche giorno, poi si trasferirono verso l’interno dell’Asia, ad Antiochia di Psidia. Siccome era giorno di sabato, entrarono nella sinagoga e si sedettero. Dopo la lettura della legge e delle profezie dei profeti, i capi della sinagoga invitarono Paolo e i compagni, se avevano qualche cosa da dire o esortazione da fare, affinché intervenissero nella discussione.

Paolo, deciso, intervenne facendo un lungo discorso. Riepilogò la storia d’Israele, esaltando le virtù del popolo guidato da Dio: dalla schiavitù nell’Egitto, alle peregrinazioni nel deserto durate oltre quarant’anni; parlò delle distruzioni dei sette popoli nemici che si erano insediati a Canaan, per ridare quelle terre ai loro padri. Dopo queste vicende, Dio diede loro i Giudici fino a Samuele; quando i padri chiesero un re, Dio diede loro il re Saul, anche se poi lo rimosse per passare il trono a Davide. Dalla sua discendenza Dio trasse Gesù, il salvatore del mondo. Fece riferimento alla missione di Giovanni Battista, quale precursore del Signore, verso cui egli non si riteneva degno neppure di allacciare i suoi calzari. Quindi egli propugnò la sua esortazione diretta:

“Fratelli, figli della stirpe di Abramo e voi tutti timorati di Dio, a noi è stata mandata la parola di salvezza. Gli abitanti di Gerusalemme e i loro capi non hanno riconosciuto il Messia e, condannandolo, hanno portato a compimento le parole dei profeti, che vengono lette ogni sabato; e, pur non trovando in lui alcun motivo di condanna, essi lo condannarono, consegnandolo a Pilato perché fosse ucciso. Dopo aver compiuto tutto quanto era stato scritto su di lui, lo deposero dalla croce e lo misero in un sepolcro. Ma Dio lo ha risuscitato dai morti ed è apparso per molti giorni a quelli che erano con lui in Galilea e a Gerusalemme e questi ora sono i testimoni davanti al popolo.

Noi vi annunziamo la buona novella: la promessa fatta ai padri si è realizzata perché Dio l’ha portata a compimento per noi, loro figli, risuscitando Gesù dai morti.

Infatti, Dio provvide affinché non accadesse, come è stato scritto in diversi punti delle Scritture: Non permetterai che il tuo santo subisca la corruzione….

Ora anche Davide morì unito ai suoi padri nella corruzione. Ma colui che Dio ha risuscitato, non ha subito la corruzione. Per opera sua, fratelli, vi viene annunziata la remissione dei peccati e che per mezzo di lui, chiunque crede, riceve la giustificazione di tutto quello di cui era impossibile essere giustificati mediante la legge di Mosè.

State attenti che non avvenga ciò che è detto nei profeti: Guardate, beffardi, stupite e nascondetevi, poiché un’opera io compio ai vostri giorni, un’opera che non credereste, se vi fosse raccontata” (At 13, 26-41).

Mentre i presenti uscivano dal tempio, pregavano i missionari di ritornare alla riunione  anche il sabato successivo ad esporre le dottrine. Sciolta l’assemblea, molti giudei e proseliti credenti in Dio, seguirono Paolo e Barnaba e, intrattenendosi con loro, li esortavano a perseverare nella grazia di Dio.

La violenta reazione dei Giudei

Il sabato seguente tutti gli abitanti della città si riunirono per ascoltare la parola di Dio. Quando videro quella moltitudine di persone, i Giudei furono assaliti dalla gelosia e , bestemmiando, contraddicevano le dichiarazioni fatte da Paolo. Al che Paolo e Barnaba reagirono dichiarando: “Era necessario che fosse annunziata a voi per primi la parola di Dio, ma poiché la respingete e non vi giudicate degni della vita eterna, noi ci rivolgiamo ai pagani. Infatti, a questo riguardo, il Signore ha ordinato: Io ti ho posto come luce per le genti, perché tu porti la salvezza fino agli estremi confini della terra.

Nell’udire ciò i pagani si rallegrarono e glorificavano Dio, e tutti quelli che erano destinati alla vita eterna, abbracciarono la fede. La parola di Dio si diffondeva in tutta la regione. Ma i Giudei sobillarono le donne di alto rango e i notabili della città, scatenarono una persecuzione contro Paolo e Barnaba e li scacciarono dai loro territori. Allora i missionari, scossa contro di loro la polvere dei piedi, andarono a Iconio, mentre i discepoli erano pieni di gioia e di Spirito Santo (At 13, 44-52).

Capitolo quattordicesimo

L’evangelizzazione delle città di Iconio, Listra e Derbe

Giunti nella città d’Iconio, Paolo e Barnaba entrarono nella sinagoga dei Giudei e incominciarono a predicare il vangelo.  I loro discorsi convinsero molti Giudei e Greci ad abbracciare la fede. Ma, i Giudei rimasti increduli, agitarono gli animi dei pagani contro i fratelli missionari. Essi, tuttavia, fiduciosi nel Signore, resistettero per qualche tempo, anche perché, parlando con sincera franchezza, operavano segni e prodigi. La popolazione allora si divise, schierandosi, alcuni dalla parte dei Giudei, altri dalla parte degli apostoli.

Ma quando si accorsero che i Giudei ribelli insieme ai pagani avevano ordito una congiura contro di loro per combatterli e lapidarli, Paolo e compagni fuggirono da Iconio e si recarono in Licaonia, nelle città di Listra e Derbe, dove continuavano a predicare il Vangelo.

A Listra c’era un uomo storpio, paralizzato alle gambe fin dalla nascita. Egli ascoltava, incantato, il discorso di Paolo e questi, notando che dava l’impressione di avere fede, gli disse: “Alzati dritto sui tuoi piedi!”. Egli si alzò e cominciò a camminare. La gente del posto, che aveva assistito al portentoso intervento che Paolo aveva operato, in linguaggio licaonico diceva: “Gli dei sono scesi in terra in forma umana!”; e chiamavano Barnaba Zeus e Paolo Hermes. Per festeggiare l’evento, il sacerdote di Zeus e la folla dei pagani portarono al tempio del dio tori e corone, perché intendevano offrire in sacrificio in onore delle divinità dell’Olimpo. Apprendendo questa notizia, Paolo e Barnaba si stracciarono le vesti e, a stento, riuscirono a trattenere la folla dall’offrire il cruento sacrificio pagano spiegando ai presenti: “Uomini, perché fatte questo? Anche noi siamo esseri umani, mortali come voi; vi preghiamo di convertirvi dalla vanità di questo culto idolatra alla fede nel vero Dio vivente, che ha fatto il cielo e la terra, il mare e tutte le cose che in essi si trovano. Egli ha sempre sostenuto e beneficato gli uomini, provvedendoli di ogni cosa necessaria, mandando dal cielo il sole e la pioggia, le stagioni e i frutti della terra, fornendovi il cibo e le gioie necessarie all’esistenza. Così dicendo, a fatica riuscirono a far desistere la folla dal consueto sacrificio previsto in queste occasioni.

Intanto giunsero da Antiochia e da Iconio alcuni Giudei nemici, che istigarono la folla a scagliarsi contro gli apostoli. Una parte degli abitanti si rivoltò contro di loro, prendendoli a sassate. In modo particolare si accanirono contro Paolo, scaraventandolo a terra mezzo morto. Ma egli si rialzò e si riprese, per cui, il giorno dopo, partì per Derbe.

Dopo aver predicato il vangelo in questa città e aver fatto un numero considerevole di discepoli, gli apostoli tornarono a Listra, Iconio e Antiochia. Confortarono e fortificarono gli animi dei discepoli fedeli, esortandoli a restare saldi nella fede, anche di fronte alle avversità che avrebbero incontrato nel faticoso cammino dell’evangelizzazione. Fondarono, qua e là, dei nuclei di comunità di anziani, i quali sarebbero diventati importanti soggetti di riferimento dei fedeli per l’organizzazione e il mantenimento delle attività religiose nel territorio. Dopo aver pregato e digiunato insieme, li benedirono e li affidarono al Signore nel quale credevano ed essi ripartirono.

 Attraversarono la Psidia e la Panfilia, soggiornarono di nuovo a Perge. Poi raggiunsero Attalia e da qui s’imbarcarono per far ritorno ad Antiochia di Siria, da dov’erano partiti per compiere la prima missione verso tutte le genti: Giudei e pagani. Qui riunirono la comunità, alla quale riferirono i risultati ottenuti, soprattutto nell’apertura alla fede dei pagani.

Capitolo quindicesimo

La controversia sulla circoncisione

Tra i credenti della città di Antiochia, si era acceso il dibattito sulla necessità o meno che i pagani convertiti compissero un preventivo tirocinio d’iniziazione sulla legge di Mosè, facendosi circoncidere, prima di essere ammessi alla nuova fede.

Paolo e Barnaba, invece, anche alla luce dell’esperienza fatta tra pagani nelle loro recenti missioni in Asia, si opponevano fermamente all’imposizione di questa prassi . Ciò perché temevano che questa pretesa, probabilmente, avrebbe scoraggiato molti dall’abbracciare la fede, specialmente nella fase iniziale.

Poiché il dibattito aveva raggiunto livelli polemici rilevanti, fu stabilito che Paolo, Barnaba e alcuni altri membri delle comunità, si recassero a Gerusalemme per investire della questione gli apostoli e gli anziani, onde chiarire le idee sulle scelte da fare in futuro. Scortati dalla comunità, essi attraversarono la Fenicia e la Samaria raccontando, alle genti che incontravano, le esperienze fatte nell’evangelizzazione dei pagani e ovunque riscuotevano consensi. Giunti a Gerusalemme, furono ricevuti dagli apostoli e dagli anziani, ai quali riferirono tutto quello che Dio aveva compiuto per mezzo loro. Si alzarono alcuni della setta dei farisei convertiti, affermando: E’ necessario circonciderli e ordinare loro di osservare la legge di Mosè

Il Concilio di Gerusalemme e la decisione degli apostoli

Gli apostoli e gli anziani si riunirono per esaminare il problema. Si era costituita così un’Assemblea generale delle figure apostoliche più importanti, che prese il nome di Primo Concilio della Chiesa. In quella sede emersero due posizioni contrastanti. Dopo una lunga discussione, Pietro si alzò in piedi e disse: “Fratelli, voi sapete che da tempo Dio ha fatto una scelta fra di voi perché i pagani ascoltassero per bocca mia la parola del vangelo e venissero alla fede. E Dio, che conosce i cuori, ha reso testimonianza in loro favore, concedendo anche a loro lo Spirito Santo, come a noi. Non ha fatto nessuna discriminazione tra noi e loro, purificando con la fede i loro cuori. Ora, dunque, perché continuate a tentare Dio, imponendo sul collo dei discepoli un giogo che, né i nostri padri, né noi stessi, siamo stati in grado di portare? Noi crediamo che, per grazia del Signore Gesù, siamo stati salvati e, nello stesso modo, siano stati salvati anche loro”.

Tutti tacquero e ascoltarono i discorsi che facevano Paolo e Barnaba su quest’argomento. Essi raccontarono i grandi prodigi e i segni che Dio aveva compiuto tra i pagani per mezzo loro. Quando ebbero finito, si alzò Giacomo per dire che condivideva in pieno il discorso di Pietro, interpretandolo alla luce di alcuni passaggi delle Sacre Scritture, che avvaloravano la tesi di apertura del vangelo a tutte le genti, compresi i pagani. Concludeva il suo discorso facendo la seguente proposta: “Io ritengo che non si debbano importunare quelli che si convertono a Dio tra i pagani. Se mai, si possono chiedere loro alcuni sacrifici, come astenersi dalle carni offerte agli idoli, dall’impudicizia, dal cibarsi di animali soffocati e dal sangue. Mosè, intanto, lo conoscono tutti perché viene letto ogni sabato nelle sinagoghe” (At !5, 19-21).

Allora gli apostoli, gli anziani e i vertici della Chiesa decisero di eleggere alcuni uomini di loro fiducia e di mandarli, insieme a Paolo e Barnaba, ad Antiochia con il compito specifico di portare il messaggio della loro decisione. Furono eletti due uomini di grande prestigio, Giuda Bersabba e Sila, ai quali fu affidata una lettera da consegnare ai responsabili della Chiesa di Antiochia, che conteneva il seguente messaggio:

“Gli apostoli e gli anziani ai fratelli di Antiochia, di Siria e di Cilicia, che provengono dai pagani, salute! Abbiamo saputo che alcuni, ai quali noi non avevamo dato alcun incarico, sono venuti a turbarvi con i loro discorsi, sconvolgendo i vostri animi. Abbiamo deciso perciò di mandarvi, insieme a Barnaba e Paolo, che hanno già esposto la loro vita a rischi in nome di Gesù Cristo, due uomini di nostra fiducia, Giuda e Sila, che vi riferiranno, anche a voce, sulle decisioni prese. Abbiamo deciso, lo Spirito Santo e noi, di non imporvi nessun altro obbligo, all’infuori di alcune cose strettamente necessarie: astenervi dalle carni offerte agli idoli, dal sangue, dagli animali soffocati e dall’impudicizia. Perciò farete cosa buona a guardarvi da queste cose. State bene!” (At 15, 23-29).

Gli incaricati andarono ad Antiochia e consegnarono la lettera ai loro destinatari, adempiendo, con grande zelo, alla loro missione. Infatti, essendo Giuda e Sila anche dei profeti, essi si trattennero per un po’ a incoraggiare e a fortificare i neofiti nella fede in Dio. Poi ritornarono a Gerusalemme dagli apostoli che li avevano mandati, mentre Paolo e Barnaba si trattennero nella città per qualche tempo.

Il secondo viaggio missionario di Paolo e Barnaba

Dopo alcuni giorni, Paolo propose a Barnaba di ritornare a far visita ai fratelli delle comunità, alle quali avevano annunziato la parola del Signore, onde accertare come andavano le cose. Barnaba acconsentì e voleva prendere con sé anche Giovanni, detto Marco, mentre Paolo era di parere contrario. Egli, infatti, non riteneva opportuno prendere uno che, nel precedente viaggio, li aveva abbandonati quand’erano ancora all’inizio, era tornato indietro e non aveva voluto continuare l’opera missionaria intrapresa. Il dissenso aveva aperto un solco profondo nell’amicizia, per cui i due amici si separarono. Infatti, Barnaba prese con sé Marco e s’imbarcò per Cipro; Paolo, invece, prese Sila e partì, raccomandato dai fratelli alla grazia del Signore.

Essi avevano attraversato la Siria e la Cilicia, dando forza e nuovo vigore alle Chiese che andavano visitando.

Capitolo sedicesimo – L’evangelizzazione della Macedonia

L’incontro di Paolo con Timoteo

Paolo si recò in Psidia in visita alle Chiese di Derbe e di Listra, che aveva fondate qualche tempo prima. Lì ebbe un incontro importante per la sua missione futura: conobbe il discepolo Timoteo, figlio di una donna giudea e di un padre greco; era un discepolo molto stimato tra i fratelli di Listra e di Iconio. Paolo lo volle da subito al suo fianco, lo prese con sé, lo fece circoncidere per fugare ogni dubbio dei Giudei che vivevano nella zona e che sapevano che era figlio di un greco. I tre missionari, predicando il vangelo, riferivano ai fedeli le decisioni prese dal collegio degli apostoli, insieme al consiglio degli anziani, nel Concilio di Gerusalemme.

Le chiese intanto crescevano di numero e si fortificavano nella fede.

Il gruppo attraversò la Frigia, la Galazia, la Misia e giunse a Troade. Durante la notte Paolo ebbe una visione: gli apparve in sogno un macedone che lo supplicava: “Passa in Macedonia e aiutaci!”. Interpretando quest’apparizione come un segno della volontà divina, la compagnia apostolica decise di andare in Macedonia. Salpati da Troade, Paolo e i compagni fecero vela verso l’isola di Samotracia, sbarcarono a Neapolis e da qui raggiunsero Filippi, prima città romana del distretto di Macedonia.

Le avventure di Paolo e i suoi compagni a Filippi

(A questo punto cambia il soggetto della narrazione: dalla 3^ persona singolare egli, passa alla 1^ persona plurale noi. Si pensa a un’influenza di Luca, compagno di viaggio di Paolo e ritenuto il narratore dell’opera).

Nei giorni successivi all’arrivo, quand’era l’ora delle riunioni per la preghiera, Paolo e i compagni uscirono a passeggio per esplorare la città e incontrare le persone, con alcune delle quali s’intrattennero a parlare. Tra le tante persone che conobbero, incontrarono una certa Lidia, commerciante di porpora, originaria di Tiatira, nella Lidia asiatica. Ascoltando le parole di Paolo, divenne subito fervida credente in Dio. Dopo essersi fatta battezzare insieme alla sua famiglia, accolse i discepoli nella sua abitazione.

Un giorno, in giro per la città, i discepoli incontrarono una giovane schiava che aveva ricevuto il dono della divinazione e, facendo l’indovina, procurava molti guadagni ai suoi padroni. Essa seguiva la compagnia di Paolo, gridando:

“Questi uomini sono servi di Dio altissimo e annunziano la via della salvezza”. Quando Paolo si stancò di sentirla ripetere queste parole per le strade, si rivolse allo spirito e gli intimò: “In nome di Gesù Cristo, ti ordino di uscire da lei!”. Lo spirito uscì all’istante, ma lei perse il dono della divinazione. I padroni, indignati per i mancati guadagni, trascinarono gli apostoli in piazza, davanti ai magistrati, accusandoli: “Questi uomini gettano disordine nella città; sono Giudei e predicano usanze che a noi Romani non è lecito accogliere, né praticare”. Contro di loro aizzarono la folla che, prima li spogliò e li prese a bastonate, poi li fece arrestare e rinchiudere nel carcere, assicurandoli con i ceppi ai i piedi.

 Verso mezzanotte, Paolo e Sila pregavano e cantavano inni, mentre i loro carcerieri li ascoltavano incuriositi.

A un cero punto venne un terremoto che squarciò le strutture del carcere: le porte si aprirono, le catene dei ceppi si sciolsero. Il carceriere si svegliò e, vedendo spalancate le porte della prigione, disperato, prese la spada in mano per suicidarsi. Ma Paolo gli gridò: “Non farti alcun male, siamo tutti qui!”. Quegli allora si procurò un lume, si precipitò dentro il locale e si getto ai piedi di Paolo e Sila, chiedendo:

“Signori, che cosa devo fare per essere salvato?”. Gli risposero: “Credi nel Signore Gesù e sarai salvato tu e la tua famiglia”.

Egli allora li accolse in casa, lavò loro le piaghe, si fece battezzare insieme ai suoi; poi, in onore degli ospiti, organizzò un banchetto in famiglia. Era felice di aver creduto in Dio.

L’epilogo della situazione

Il giorno successivo i magistrati diedero l’ordine alle guardie di liberare i carcerati. Il carceriere riferì il messaggio a Paolo: “I magistrati hanno ordinato di lasciarvi andare. Dunque, uscite e andate in pace!”. Ma Paolo gli rispose: “Ci hanno percosso in pubblico e senza processo, sebbene siamo cittadini romani e ci hanno gettati in prigione; ora vogliono farci uscire di nascosto? Quest’affronto proprio no! Vengano loro di persona a condurci fuori”. Le guardie riferirono la risposta di Paolo ai magistrati. Nell’udire che erano cittadini romani, si spaventarono; vennero, si scusarono, li fecero uscire e li pregarono di andar via dalla città. Usciti dalla prigione, i discepoli si recarono a casa di Lidia, dove incontrarono i fratelli, li esortarono a perseverare saldi nella fede e poi partirono (At. 16, 35-40).

Capitolo Diciassettesimo – Paolo a Tessalonica e Atene

Difficoltà di rapporti di Paolo e compagni con i Giudei di Tessalonica

Partendo da Filippi, la compagnia di Paolo s’incamminò nella via Egnazia, che conduceva da Roma a Costantinopoli, finché giunsero a Tessalonica. In questa città Paolo, com’era sua abitudine, si recò nella sinagoga dei Giudei per tre sabati consecutivi. Nei suoi discorsi egli cercava di spiegare al suo uditorio il punto più importante della sua missione: la connessione di significato tra alcuni passi delle Sacre Scritture, che parlano dell’attesa del   Messia, e l’avvento di Gesù Cristo, il salvatore del mondo.

“Il Cristo-Messia, egli diceva, è quel Gesù che io vi annunzio”.

Alcuni di loro, un certo numero di Greci e alcune donne della nobiltà, furono convinti e aderirono alla fede proposta da Paolo e Sila. Ma molti Giudei, ingelositi della popolarità che riscuotevano gli apostoli, trascinarono dalla loro parte alcuni individui di piazza e altra marmaglia sbandata, che insieme, mettevano a soqquadro la città. Questa gentaglia, sguinzagliata dai Giudei alla ricerca di Paolo e Sila per condurli davanti al popolo, andò anche a casa di Giasone che aveva offerto loro ospitalità; e non avendoli trovati, trascinarono Giasone e suoi fratelli dai capi della città, gridando: “I sovvertitori dell’ordine pubblico della città, sono andati anche a casa di Giasone ed egli ha offerto loro ospitalità. Tutti costoro vanno contro i decreti dell’imperatore, affermando che c’è un altro re, Gesù”. Così misero in agitazione la città e i suoi amministratori che udivano queste voci di propaganda; e, dopo avergli fatto pagare una cauzione, rilasciarono Giasone e i suoi congiunti.   

Tuttavia, per evitare ulteriori complicazioni, durante la notte i fratelli fecero partire Paolo e Sila per Berea. Giunti in questa città, come facevano altrove, gli apostoli entrarono nella sinagoga dei Giudei. Qui trovarono una situazione più tranquilla di quella che li aveva accolti a Tessalonica.

Gli apostoli ebbero il modo e il tempo di spiegare le Sacre Scritture e il messaggio, di cui erano portatori; mentre gli ascoltatori accolsero la fede con umiltà e buona disponibilità di animo. Credettero molti uomini e anche un certo numero di donne greche della nobiltà.

Ma quando gli abitanti di Tessalonica vennero a sapere che anche a Berea era stata annunziata la parola di Dio, andarono anche lì per agitare e sobillare il popolo.

Paolo fa il memorabile discorso all’Areopago di Atene

Allora i fratelli fecero partire Paolo nella strada verso il mare, mentre Sila e Timoteo rimasero nella città di Berea. Quelli che scortavano Paolo lo accompagnarono fino ad Atene, poi ripartirono con l’ordine di Paolo per Sila e Timoteo di raggiungerlo al più presto.

Mentre attendeva l’arrivo dei suoi compagni, Paolo andava in giro nelle vie per esplorare e conoscere la città. Fremeva dentro di sé quando vedeva le vie e le piazze piene di idoli. Nella sinagoga discuteva con i Giudei e nei luoghi pubblici con i pagani, credenti in Dio. Anche i filosofi epicurei e stoici parlavano con lui e, alcuni di essi, si chiedevano: “Che cosa vorrà mai insegnare questo ciarlatano?”. Altri sentenziavano: “Sembra un annunziatore di divinità straniere”, perché egli annunziava Gesù e la risurrezione. In quei tempi gli ateniesi e gli stranieri residenti in città e tutti quelli che avevano tempo libero, non avevano altro passatempo più gradito di quello di parlare o ascoltare i discorsi fatti in pubblico. Perciò presero Paolo, lo condussero all’Areopago= (pubblica piazza) e lo interrogarono:

“Possiamo sapere quale è questa nuova dottrina che tu predichi? Da te abbiamo sentito dire cose strane, vogliamo sapere di che cosa si tratta!”.

Allora Paolo, alzatosi in piedi in mezzo all’Areopago, pronunziò uno dei discorsi più memorabili della sua attività missionaria, anche se riscosse poco successo. Senza lasciarsi impressionare dall’atteggiamento critico dell’uditorio che aveva davanti, esordì dichiarando: ”Cittadini ateniesi, andando in giro per la vostra città ho potuto vedere che siete molto timorati degli dei. Infatti, passando e osservando i monumenti del vostro culto, ho trovato anche un altare dedicato Al dio ignoto. Ebbene, colui che voi adorate senza conoscere, io ve lo annunzio. Questi è il Dio che ha fatto il mondo e tutto ciò che esso contiene. Egli è signore del cielo e della terra, non dimora in templi costruiti dalle mani dell’uomo, né dalle mani dell’uomo si lascia servire, perché non ha bisogno di essere servito da nessuno, né gli manca alcuna cosa; anzi essendo lui l’autore di tutto, è lui che dà a tutti la vita, il respiro e ogni altra cosa necessaria alla vita stessa. Egli, da un solo ceppo, ha fatto discendere tutte le stirpi degli uomini e le ha fatte abitare su tutta la faccia della terra. Ha fissato a ciascuno i tempi stabiliti e i confini della propria dimora, perché cercassero Dio e, andando come a tentoni, cercassero di trovarlo, benché non sia lontano da ciascuno di noi. In lui, infatti, viviamo, ci muoviamo, esistiamo, come bene hanno detto alcuni dei vostri poeti: di lui anche noi siamo stirpe. Essendo anche noi della sua stirpe, non dobbiamo pensare la divinità simile all’oro, all’argento o alle pietre, che porti l’impronta dell’arte e dell’immaginazione umana. Dopo essere passato sopra i tempi dell’ignoranza, ora Dio ordina a tutti gli uomini di tutti i luoghi di convertirsi. Questo perché egli ha stabilito un giorno in cui dovrà giudicare la terra con giustizia, per mezzo di un uomo che egli ha designato, dandone a tutti prova sicura con il risuscitarlo dai morti” (At 17, 22-31).

Quando lo sentirono parlare della risurrezione dei morti, alcuni lo deridevano; altri, su quest’argomento, si ripromettevano d’interrogarlo un’altra volta; altri ancora aderirono a lui e abbracciarono la fede. Tra questi c’erano uomini sapienti, come Dionigi, membro dell’Areopago, una donna di nome Damaris e altri ancora.

Intanto Paolo abbandonò la folla, uscì dall’arena parlamentare cittadina e andò via.

Capitolo diciottesimo – La Chiesa di Corinto

L’evangelizzazione della città.

Dopo l’esperienza dell’Areopago, Paolo lascia Atene e si dirige a Corinto, capitale dell’Acaia. Una delle prime persone che incontra è Aquila, un giudeo oriundo del Ponto e appena arrivato dall’Italia, insieme alla moglie Priscilla. Erano stati espulsi a seguito delle disposizioni dell’imperatore Claudio, che allontanava i Giudei da Roma per i disordini che avevano creato nella società a causa delle discordie religiose sorte al loro interno (forse tra credenti e non credenti).

Paolo si stabilì a casa loro e lavoravano insieme perché erano tutti fabbricanti di tende di pelli. In più, ogni sabato egli predicava nella sinagoga, cercando di persuadere alla fede, sia i Giudei che i Greci. L’impresa, tuttavia, non era sempre facile.

Quando però dalla Macedonia lo raggiunsero gli amici, Sila e Timoteo, egli lasciò che loro attendessero all’attività lavorativa, mentre egli si dedicò interamente alla predicazione, testimoniando davanti ai Giudei che Gesù è il Cristo. Ma siccome i Giudei, bestemmiando, gli opponevano continue resistenze, egli, scuotendosi le vesti, li apostrofò: “Il vostro sangue ricada sul vostro capo: io sono innocente; d’ora in poi me ne andrò dai pagani”. Andatosene dalla sinagoga, entrò in una delle case vicine, dove abitava un tale che si chiamava Tizio Giusto, credente, che onorava Dio. Intanto anche il capo della sinagoga, Crispo, credette insieme alla sua famiglia. Ascoltando i discorsi dell’apostolo, anche molti Corinzi credevano e si facevano battezzare (At 18, 5-8).

L’ambiente umano generale della città era fecondo per la semina della fede e Paolo, in quel fertile humus antropologico urbano, continuava nella sua intensa attività evangelizzatrice. Una notte ebbe in sogno la visione del Signore che lo incoraggiava, dicendogli: “Non avere paura, continua a parlare e non tacere, nessuno ti farà del male perché in questa città, il mio popolo è numeroso”.

Entusiasta di quest’incoraggiamento, Paolo si trattenne in città per un anno e mezzo insegnando a tutti la parola di Dio.

L’incidente giudiziario con il proconsole romano, Lucio Anneo Gallione

Quando Gallione era proconsole d’Acaia (anno 51-52 d.C.), i Giudei insorsero in massa contro Paolo, lo accusarono di essere un sovversivo, lo trascinarono in tribunale affermando “Costui persuade la gente a rendere culto a Dio in modo contrario alla legge”. Quando Paolo era già pronto a parlare per rispondere alle accuse, Gallione lo bloccò e, stroncando la questione in poche parole, disse: “Se si trattasse di un delitto o di aver commesso un’azione malvagia, io, o Giudei, ascolterei le vostre lagnanze, come sarebbe giusto fare. Ma se si tratta di parole, nomi o fatti della vostra legge, vedetevela voi; io non voglio essere giudice delle faccende vostre”; e li fece cacciare via dal tribunale.

Allora i Giudei se la presero con il capo della sinagoga, Sostene, colpevole, a loro avviso, di aver presentato male l’accusa con una motivazione giudiziaria troppo debole. L’afferrarono e lo picchiarono malamente davanti al tribunale, ma Gallione non intervenne.

La frenetica attività di Paolo non conosce sosta

Dopo quest’ennesima batosta con Giudei, avversari della fede in Gesù, Paolo si trattenne a Corinto ancora per pochi giorni, poi s’imbarcò per la Siria, insieme ad Aquila e Priscilla. Ma prima della partenza, a Cencre (il porto orientale di Corinto) si fece tagliare i capelli per adempiere a un voto che aveva fatto. Sbarcati a Efeso, Paolo entrò subito nella sinagoga e si mise a discutere con i Giudei. Essi gli chiedevano di prolungare il suo soggiorno per continuare la missione in città, ma egli declinò l’invito, ripromettendosi di ritornare non appena fosse possibile.

Lasciò a Efeso Aquila e Priscilla e gli altri membri della comunità e s’imbarcò per Cesarea. Giunto di nuovo in Palestina, il testo dice che l’apostolo “salì per salutare la chiesa”. Questa frase, implicita e sibillina, viene interpretata dagli esegeti del testo evangelico nel senso che egli salì a Gerusalemme per conferire con gli apostoli e gli alti vertici della Chiesa. Poi discese di nuovo ad Antiochia, centro coordinatore delle attività di evangelizzazione. Rimase in città un certo tempo, poi ripartì per compiere il terzo viaggio missionario. Attraversò la Galazia e la Frigia, visitando le comunità già fondate in precedenza: Derbe, Listra, Iconio, Antiochia di Psidia, Efeso, incoraggiando e   confermando i discepoli nella fede.

Il predicatore Apollo

Intanto era giunto ad Efeso un Giudeo di nome Apollo, proveniente da Alessandria d’Egitto, dove era nato e si era formato nel fulcro della cultura ellenistica. Era un uomo colto e conosceva bene le Sacre Scritture. Era stato bene ammaestrato nella dottrina del Signore, era un fervido credente, parlava e insegnava tutto ciò che si riferiva a Gesù, nonostante conoscesse soltanto il battesimo di Giovanni. Poiché era un eloquente oratore nella sinagoga, Aquila e Priscilla lo presero con loro e gli insegnarono con maggiore esattezza la dottrina predicata da Gesù Redentore. Siccome poi desiderava andare in Acaia, i fratelli di Efeso lo incoraggiarono e lo raccomandarono ai fratelli delle comunità elleniche del continente. Queste lo accolsero bene, era un oratore di talento e fu di grande aiuto per conquistare altri credenti alla fede. Infatti, confutava facilmente le opposizioni dei Giudei e, attraverso i riferimenti chiari alle Sacre Scritture, insegnava che Gesù è il Cristo.

Capitolo dicannovesimo – La predicazione di Paolo a Efeso

Consensi e difficoltà’

Mentre Apollo si trovava a Corinto, Paolo, dopo aver attraversato le regioni dell’altopiano (Frigia e Galazia) giunse ad Efeso dove, ai discepoli della comunità che lo accolse, chiese: “Quando avete scelto la fede, avete ricevuto lo Spirito Santo?”. Essi dissero di no e aggiunsero che non sapevano neppure che cosa fosse lo Spirito Santo, perché non ne avevano mai sentito parlare.

Allora chiese: “Di che battesimo siete stati battezzati?”; e quelli risposero: “Del battesimo di Giovanni”. Allora Paolo soggiunse: “Giovanni battezzò con un battesimo di penitenza, dicendo al popolo che occorre credere in colui che sarebbe venuto dopo di lui, cioè in Gesù”. Dopo aver udito queste parole, si fecero battezzare nel nome di Gesù Cristo e, non appena Paolo impose loro le mani, discese lo Spirito Santo e subito essi si misero a parlare molte lingue e a profetare. Erano circa dodici persone. Dopo questa cerimonia, Paolo entrò nella sinagoga, dove iniziò a parlare e a persuadere gli ascoltatori circa il regno di Dio. Era il suo impegno quotidiano, che egli tenne e andò avanti per tre mesi. Ma gli increduli gli opponevano ogni tipo di resistenza, rifiutavano la dottrina della salvezza, parlavano male della fede proposta dall’apostolo anche davanti alle moltitudini di persone.

A un certo punto Paolo perse la pazienza, si staccò da loro, separò i discepoli e con essi continuò l’attività missionaria in un altro locale: nella scuola di un certo Tiranno.

Questa situazione durò per due anni, con il risultato finale che tutti gli abitanti dell’Asia, sia i Giudei che i Greci, poterono ascoltare l parola del Signore.

I miracoli di Paolo e gli esorcismi dei Giudei

Dio operava prodigi straordinari per le mani di Paolo. Ai malati si applicavano fazzoletti e grembiuli che erano stati a contatto con l’apostolo e i malati guarivano e dagli indemoniati uscivano gli spiriti maligni. Visti questi prodigi, anche alcuni esorcisti Giudei itineranti provarono a cimentarsi nell’arte divinatoria. Sopra gli indemoniati alzavano le mani e dicevano: “Vi scongiuro in nome di Gesù che Paolo va predicando”. Cercavano di fare quest’arte i sette figli del sommo sacerdote giudeo Sceva. Ma una volta lo spirito malvagio si ribellò, dicendo loro: “Conosco Gesù e so chi è Paolo, ma voi chi siete?”. La cosa non finì lì, ma l’uomo indemoniato balzò loro addosso, li afferrò e li strattonò con una violenza tale, che dovettero fuggire nudi e pieni di ferite dalla casa, dove tentavano di fare il sortilegio. Il fatto fu risaputo dagli abitanti di Efeso, Giudei e Greci; tutti furono presi da grande timore e magnificavano il nome del Signore Gesù.

A seguito di quest’avvenimento, molti di quelli che avevano abbracciato la fede confessavano in pubblico di aver fatto ricorso a pratiche magiche; non pochi di questi apprendisti stregoni portavano i libri di arti magiche e li bruciavano nelle pubbliche piazze. Ne fu calcolato il valore complessivo nella cifra di cinquantamila dramme d’argento. Così la parola del Signore si diffondeva e si rafforzava sempre di più. Quand’era ancora impegnato a Efeso, Paolo progettò altri viaggi. Pensò di fare un nuovo viaggio a Gerusalemme, passando attraverso la Macedonia e l’Acaia, nelle cui regioni, mandò in anticipo due suoi fidati collaboratori: Timoteo ed Erasto, mentre egli si trattenne per qualche tempo nella provincia dell’Asia.

Il tumulto provocato dall’argentiere Demetrio a Efeso 

In quel tempo, a Efeso, la dottrina che Paolo andava predicando entrò in conflitto con la produzione artigianale del posto, provocando un grande tumulto nel popolo. C’era un argentiere, di nome Demetrio, che fabbricava tempietti di Artemide in argento e con questa attività procurava notevoli guadagni agli artigiani. A un certo punto egli radunò i suoi colleghi e collaboratori e arringò la folla con questo discorso: “Cittadini, voi sapete che da quest’industria dipende il nostro benessere sociale, ma adesso è sorto un grave problema. Ora potete vedere e sentire come questo Paolo ha convinto e sviato molta gente, non solo in Efeso, ma in tutta l’Asia, affermando che non sono dei quelli costruiti dalla mano dell’uomo. Il nostro lavoro futuro viene messo a rischio. Anzi, non soltanto c’è il rischio che la nostra categoria cada in discredito, ma c’è anche il pericolo che il santuario della grande dea Artemide (una delle sette meraviglie del mondo) venga svalutato e venga distrutta tutta la grandezza di colei (Artemide) che l’Asia e il mondo intero adorano. Questo discorso infiammò d’ira della folla e tutti si misero a gridare in coro “Grande è l’Artemide degli Efesini!”. L’intera città fu messa in subbuglio, tutti si precipitarono in massa verso il teatro, trascinando con sé i compagni macedoni dell’apostolo, Gaio e Aristarco.

Paolo voleva presentarsi anche lui nel teatro davanti alla folla ma, per prudenza, i compagni gliel’impedirono. Anche alcuni capi politici della provincia, amici dell’apostolo, gli mandarono a dire di non presentarsi nel teatro, dove una folla inferocita gridava la sua rabbia. Tanto era il disordine e la confusione, che molti gridavano in mezzo alla folla, ma non sapevano neppure perché erano lì. Un certo Alessandro, del seguito di Paolo, voleva prendere la parola in difesa dell’apostolo. Ma non appena si accorsero che era Giudeo, tutti si misero a gridare in coro il loro slogan di protesta per quasi due ore “Grande è l’Artemide degli Efesini!”.

Alla fine, intervenne il cancelliere che, con un suo eloquente discorso, riuscì a calmare la folla. “Cittadini di Efeso, egli esordì, chi fra gli uomini non sa che la città è custode del tempio della grande Artemide e della sua statua caduta dal cielo? Poiché questi fatti sono incontestabili, è necessario che stiate calmi e non compiate gesti inconsulti. Voi avete condotto qui questi uomini, che non hanno profanato il tempio, né hanno bestemmiato la nostra dea. Perciò, se Demetrio e i suoi colleghi hanno ragioni da far valere contro qualcuno, per questo ci sono i tribunali e i proconsoli: si citino in giudizio l’un l’altro. Se poi desiderate qualche altro cosa, si deciderà nell’assemblea ordinaria. C’è il rischio di essere accusati di sedizione per quello che è accaduto oggi, non essendoci alcun motivo che giustifichi quest’assembramento”. Con queste parole, sciolse l’assemblea.

Capitolo ventesimo – La partenza di Paolo da Efeso per la Macedonia e l’Acaia

Il periglioso viaggio di ritorno di Paolo a Gerusalemme.

Quando a Efeso era cessato il tumulto, Paolo radunò i suoi, diede ai capi le ultime raccomandazioni sulle direttive organizzative e del culto per tenere viva la fede, li salutò e partì con il suo seguito verso la Macedonia. Dopo aver incontrato lungo la strada altre comunità di fedeli, che egli esortò a restare costanti nella dottrina, arrivò in Grecia. Quando già si accingeva a salpare per la Siria, si scoprì che i Giudei avevano organizzato un complotto contro di lui, per cui rimase lì bloccato per tre mesi. A questo punto decise di tornare indietro verso la Macedonia. Lo accompagnarono sette uomini, tra i quali: Sopatro, Aristarco, Secondo di Tessalonica, Gaio, Timoteo e altri, tra i suoi più fidati collaboratori.

(In Cap. 20, 5-15; come era stato in Cap. 16, 10-17; e come sarà in Cap.21, 1-18; e ancora  in Cap. 27, 1-28) il narratore Luca riprende il discorso alla prima persona plurale).

Questi accompagnatori partirono prima del gruppo ristretto dell’apostolo, con l’intesa che si sarebbero ritrovati insieme, alcuni giorni dopo, a Traode.

Il narratore continua: “Noi salpammo da Filippi dopo i giorni degli Azzimi e raggiungemmo i compagni dopo cinque giorni a Traode, dove ci trattenemmo una settimana. Il primo giorno della settimana ci eravamo riuniti per la frazione del pane. Paolo si trattenne a conversare con i compagni per molta ora perché voleva accudire a dire tutte le cose che intendeva comunicare, dato che il giorno dopo doveva partire. La discussione si protrasse fino a mezzanotte. Il locale della riunione era posto al terzo piano di un edificio ben illuminato da molte lampade. Un ragazzo, di nome Eutico, era seduto alla finestra; stanco di attendere, si addormentò e cadde giù a terra, per cui i soccorritori lo raccolsero già morto. Paolo scese giù, si gettò su di lui, lo abbracciò e disse: Non turbatevi; è ancora in vita! Poi risalì, svolse la cerimonia, spezzò il pane e ne mangiò. Dopo riprese la conversazione che durò fino all’alba e partì. Intanto tutti si sentivano consolati perché il ragazzo era stato riportato in vita.

Noi (il gruppo di Luca narratore) eravamo già partiti in nave per Asso, dove avremmo dovuto prendere a bordo anche Paolo; egli, invece, aveva voluto fare quel tratto di cammino a piedi. Così facemmo. Salpati da Asso, attraversammo il mare e arrivammo a Mitilene. Salpati da qui, il giorno dopo ci trovammo di fronte a Chio, mentre l’indomani toccammo Samo e l’indomani ancora arrivammo a Mileto. Paolo ormai aveva deciso di passare al largo di Efeso per non attardarsi in Asia. Egli era preoccupato di arrivare a Gerusalemme in tempo per il giorno della Pentecoste” (At 20, 1-16).

Mileto. Il discorso di addio di Paolo ai presbiteri e vescovi delle Chiese Orientali

Da Mileto Polo mandò a chiamare gli anziani della Chiesa di Efeso. Quando essi giunsero da lui, egli disse loro: Voi sapete come mi sono comportato con voi fin dal primo giorno in cui sono arrivato in Asia. Ho servito il Signore con molta umiltà tra le lacrime e le prove che mi hanno procurato le insidie dei Giudei. Sapete come non mi sono mai sottratto a ciò che poteva essere utile, al fine di predicare a voi e d’istruirvi in pubblico e nelle vostre case, scongiurando Giudei e Greci di convertirsi a Dio e di credere nel Signore Gesù Cristo. Ed ecco ora, avvinto dallo Spirito, io vado a Gerusalemme senza sapere ciò che là mi accadrà. So soltanto che lo Spirito Santo in ogni città mi attesta che mi attendono catene e tribolazioni. Non ritengo, tuttavia, la mia vita meritevole di nulla, purché conduca a termine la mia corsa e il servizio che mi fu affidato dal Signore Gesù, di rendere testimonianza al vangelo della grazia di Dio.

Ecco ora so una cosa: che non vedrete più il mio volto, voi tutti tra i quali sono passato annunziando il regno di Dio. Per questo dichiaro solennemente oggi davanti a voi che io sono senza colpa riguardo a coloro che si perdono, perché non mi sono sottratto al compito di annunziarvi la volontà di Dio. Vegliate su di voi stessi e su tutto il gregge, in mezzo al quale lo Spirito Santo vi ha costituiti vescovi per pascere la Chiesa di Dio, che egli si è acquistata con il suo sangue. Io so che dopo la mia partenza verranno lupi rapaci, che non risparmieranno il gregge; perfino in mezzo a voi sorgeranno alcuni ad insegnare dottrine perverse per attirare discepoli dietro di sé. Per questo vigilate, ricordando che per tre anni, notte e giorno, io non ho cessato di esortare fra le lacrime ciascuno di voi. Ora vi affido al Signore e alla parola della sua grazia, che ha il potere di edificare e di concedere l’eredità con tutti i santificati.

Io non ho desiderato né argento né oro, né la veste di nessuno. Voi sapete che alle necessità mie e di quelli che erano con me hanno provveduto queste mie mani. In tutte le maniere vi ho dimostrato che, lavorando così, si devono soccorrere i deboli, ricordandoci delle parole del signore Gesù, che disse: “Vi è più gioia nel dare che nel ricevere!” (At 20, 18-35).

Detto questo, s’inginocchiò con tutti loro e pregò.

Tutti scoppiarono in un gran pianto e, gettandosi al collo di Paolo, lo baciavano addolorati soprattutto perché aveva detto che non avrebbero più rivisto il suo volto. Chiusero l’incontro accompagnandolo fino alla nave.  

Capitolo ventunesimo – L’arrivo a Gerusalemme

Le varie tappe del viaggio di ritorno in Palestina

Dopo aver salutato i presbiteri e gli anziani del clero di Efeso, venuti a Mileto per incontrare l’apostolo, gli stessi accompagnarono Palo e il suo seguito alla partenza. Dopo i convenevoli dei saluti, la nave prende il largo e giunge prima nell’isola di Cos, poi a Rodi e infine a Patara, nella costa meridionale della Licia. Il narratore e compagno di viaggio di Paolo, continua il racconto in 1^ persona plurale: “Trovata la coincidenza di una nave commerciale che partiva per la Fenicia, salimmo a bordo e la nave prese il largo. Nella rotta che seguiva l’imbarcazione, lasciammo Cipro a sinistra e continuammo dritti verso la costa occidentale della Siria, finché giungemmo a Tiro, dove la nave scaricò la merce. Essendo venuti i discepoli a salutarci, ci trattenemmo lì una settimana. Nelle discussioni, che hanno avuto luogo tra di noi, i discepoli sconsigliavano Paolo dall’andare a Gerusalemme. Ma Paolo era di diverso avviso, per cui, quando venne l’ora, partimmo accompagnati dai fedeli, insieme alle loro famiglie, mogli e figli fino alla periferia della città. Inginocchiati sulla spiaggia, pregammo, poi ci salutammo calorosamente: noi salimmo sulla nave ed essi se ne tornarono alle loro case. Il viaggio via mare ci portò da Tiro a Tolemaide, dove andammo a salutare i fratelli della città, con i quali ci trattenemmo un giorno. Ripartiti il giorno seguente, giungemmo a Cesarea. Qui andammo a trovare l’evangelista Filippo, uno dei sette e ci trattenemmo da lui. Egli aveva quattro figlie nubili e tutte avevano il dono della profezia. Li raggiunse un profeta dalla Giudea, chiamato Agabo. Questi prese la cintura di Paolo, con essa si legò mani e piedi e disse: “Questo dice lo Spirito Santo: l’uomo cui appartiene questa cintura, sarà legato così dai Giudei a Gerusalemme e verrà consegnato nelle mani dei pagani”.

Sentendo queste cose, noi e quelli del luogo pregammo Paolo perché non andasse a Gerusalemme. Ma Paolo, coraggioso e deciso, rispose:

“Perché fate così, vedendovi piangere, mi spezzate il cuore! Io sono pronto, non solo ad essere legato, ma a morire a Gerusalemme per il Signore Gesù!”. Poiché non si lasciava persuadere, smettemmo d’insistere dicendo: “Sia fatta la volontà del Signore!”. Dopo alcuni giorni, fatti i preparativi, salimmo a Gerusalemme. Vennero con noi anche alcuni discepoli di Cesarea, che ci condussero da un certo Mnasone di Cipro, discepolo della prima ora, dal quale ricevemmo ospitalità.

Le complicazioni e i malintesi che sorgono nella Città Santa

Arrivati a Gerusalemme i presbiteri accolsero festosamente il ritorno di Paolo e del gruppo missionario.

“L’indomani, continua il narratore, con Paolo andammo a far visita a Giacomo (il minore); con noi c’erano tutti i fratelli e gli anziani. Dopo i saluti, Paolo incominciò a esporre la serie dei miracoli che il Signore aveva fatto tra i pagani per mezzo suo. Tutti ascoltarono, diedero gloria a Dio e dissero a Paolo: “Fratello, tu vedi quante migliaia di Giudei sono venuti alla fede e tutti sono gelosamente attaccati alla legge. Ora hanno sentito dire che tu vai insegnando ai Giudei, sparsi tra i pagani, che abbandonino Mosè, dicendo di non far circoncidere i propri figli e di non seguire più le nostre consuetudini. Come facciamo? Di sicuro sapranno che sei arrivato. Ascolta il nostro consiglio: vi son quattro uomini che hanno fatto un voto di purificazione, che devono sciogliere. Prendili con te, compi la purificazione e paga tu le spese per radersi il capo anche loro (rito del nazireato). Così i tuoi nemici possono capire che le cose che hanno sentito dire, sono dicerie e che tu osservi puntualmente la legge. Quanto ai pagani che sono venuti alla fede, noi (i presbiteri) abbiamo già stabilito le norme nel Concilio di Gerusalemme: essi dovranno astenersi dalle carni offerte agli idoli, dal sangue, da animali soffocati e dall’impudicizia” (At 21, 20-25).

Paolo obbedì al consiglio dei fratelli, fece le purificazioni, entrò nel tempio per comunicare il rispetto dei tempi, del cerimoniale delle purificazioni e la data per il versamento dell’offerta; stava ormai per concludere il suo discorso, quando accadde la sorpresa: i Giudei, che erano venuti dalla provincia dell’Asia, irruppero nel tempio, aizzarono la folla e misero le mani addosso a Paolo, gridando a gran voce: “Uomini d’Israele, aiuto! Questo è l’uomo che va insegnando dovunque a tutti contro il popolo, contro la legge, contro questo luogo; ora ha introdotto perfino dei Greci nel tempio e ha profanato questo luogo santo” (At 21, 28).

Infatti, poco prima avevano visto Paolo in compagnia di un certo Trofimo di Efeso e avevano pensato che l’avesse fatto entrare anche nel tempio. Tutta la città fu messa in subbuglio e accorse la gente da ogni parte. La folla s’impadronì di Paolo, lo trascinò fuori dal tempio e chiuse le porte. Mentre cercavano di ucciderlo, la notizia giunse al tribuno della cohorte romana di vigilanza. Il tribuno prese soldati e centurioni e si precipitò in piazza, dove c’era l’adunata della folla sediziosa. Quando videro arrivare il tribuno con i soldati, i più scalmanati cessarono di percuotere Paolo. Il tribuno si avvicinò, lo arrestò e ordinò che fosse legato con due catene. Intanto andava informandosi chi fosse costui e che cosa avesse commesso. Tra la folla sediziosa, alcuni gridavano una cosa, altri ne gridavano un’altra e, data l’impossibilità di capire bene come stavano le cose, ordinò che fosse portato alla fortezza. Quando, soldati e vittima, dovevano risalire la gradinata, i primi dovettero portare l’accusato a spalle, per sottrarlo al linciaggio della folla che, ciecamente, gridava: A morte! A morte!

A un certo punto egli chiese al tribuno di permettergli di dirgli una parola e il gendarme gli rispose: “Conosci il greco? Allora non sei quell’Egiziano che in questi giorni ha sobillato e condotto nel deserto più di quattromila ribelli?”. Paolo gli rispose:

“Io sono Giudeo di Tarso di Cilicia, cittadino di una città non certo senza importanza. Ma ti prego di consentire che io rivolga la parola a questa gente”. Avendo egli acconsentito, Paolo stando in piedi nella scala, fece cenno con la mano e ottenne il silenzio, di modo che egli potesse pronunziare il suo discorso in lingua ebraica.

Capitolo ventiduesimo – Paolo si difende davanti ai Giudei di Gerusalemme

Il discorso di autodifesa di Paolo ai cittadini di Gerusalemme

Paolo, come fattore importante della sua autodifesa, cercò di rievocare la storia dei suoi rapporti con la fede in Gesù. Esordì dicendo: “Fratelli e padri, ascoltate la mia storia”.

Quando sentirono che parlava in lingua ebraica, il silenzio si fece ancora più grande. L’apostolo continuò: “Io sono giudeo, nativo di Tarso di Cilicia, ma cresciuto in questa città, formato ai piedi di Gamaliele nelle più rigide norme della legge paterna, pieno di zelo per Dio, come oggi lo siete voi. Io perseguitai a morte i fedeli che seguivano la Via, arrestando e gettando in prigione uomini e donne, come possono testimoniare per me il sommo sacerdote e tutto il collegio degli anziani.

Da loro ricevetti la lettera per i fratelli di Damasco e partii per condurre anche quelli di là, come prigionieri a Gerusalemme, per essere puniti. Mentre ero in viaggio per la via di Damasco, una grande luce dal cielo si abbatté su di me. Caddi a terra e sentii una voce che diceva: “Saulo, Saulo, perché mi perseguiti?”. Le risposi: “Chi sei, o Signore?”. Mi desse: “Io sono Gesù il Nazareno, che tu perseguiti”. Quelli che erano insieme a me, videro la luce, ma non udirono le parole. Io allora dissi: “Che cosa devo fare?” e il Signore mi rispose: “Prosegui la via fino a Damasco, poi ti sarà detto cosa dovrai fare”. Poiché non vedevo in quanto quella la luce accecante mi aveva fatto perdere la vista, fui preso per mano dai compagni di viaggio.

Nella casa dove alloggiavo in città venne a trovarmi un certo Anania che, sedutosi al mio fianco, mi disse: Saulo, fratello mio, torna a vedere! In quell’istante io guardai verso di lui e riebbi la vista. Allora quegli mi disse: Il Dio dei nostri padri ti ha predestinato a conoscere la sua volontà, a vedere il Giusto e ad ascoltare la parola dalla sua stessa bocca perché gli sarai testimone davanti a tutti gli uomini delle cose che hai visto e udito. Ora alzati, ricevi il battesimo, purificati dai tuoi peccati, invocando il suo nome.

Tornato a Gerusalemme, mentre pregavo nel tempio, fui rapito in estasi e vidi lui che mi diceva: Affrettati, esci da Gerusalemme perché qui non accetteranno la tua testimonianza su di me. Io gli dissi: “Signore, essi sanno che io facevo imprigionare e percuotere nelle sinagoghe tutti quelli che credevano in te; e quando veniva versato il sangue di Stefano, anch’io ero presente, approvavo l’azione e custodivo le vesti della vittima”. Allora egli mi disse: “Vai, perché io ti manderò lontano, tra i pagani”.

La reazione dei Giudei e l’intervento del tribuno romano

Fin lì, tutti i presenti erano rimasti attenti ad ascoltare, ma, arrivati a quel punto, essi si misero a gridare in coro: “Toglilo di mezzo perché non deve più vivere!”. Poiché continuavano a gridare, ad agitare mantelli e a gettare polvere in aria, il tribuno lo condusse nella fortezza, ordinando d’interrogarlo a colpi di flagello per fargli confessare il motivo per cui la folla ce l’aveva contro di lui. Ma quando l’ebbero legato con la cinghia, Paolo disse al centurione: “Potete voi flagellare un cittadino romano, non ancora giudicato?”. Udito ciò il centurione andò a riferire al tribuno: “Che cosa state per fare? Quell’uomo è un romano!”. Allora il tribuno si recò da Paolo e gli domandò: “Sei cittadino romano?”. Quello rispose: “Sì”. Il tribuno replicò: “Io questa cittadinanza l’ho acquistata a caro prezzo”. Paolo gli rispose: “Io, invece, lo sono di nascita”. All’udire questa risposta, quelli che dovevano interrogarlo si allontanarono senza profferir parola. Anche il tribuno, avendo saputo che egli aveva messo in catene un cittadino romano, ebbe paura.

Il giorno seguente, avendo voluto conoscere la realtà dei fatti per cui i Giudei lo accusavano, gli fece togliere le catene e ordinò che si riunissero i sommi sacerdoti e l’intero sinedrio, poi presentò Paolo davanti a loro.

Capitolo ventitreesimo – Paolo davanti al sinedrio di Gerusalemme

Paolo affronta il sinedrio e la disputa tra farisei e sadducei

Con lo sguardo fisso davanti al sinedrio, Paolo dichiarò: “Fratelli, io ho agito fino ad oggi davanti a Dio in perfetta rettitudine di coscienza”. Ma il sommo sacerdote Anania ordinò ai suoi assistenti di percuoterlo nella bocca. Al che Paolo reagì, dicendo: “Dio percuoterà te, muro imbiancato! Tu siedi a giudicarmi secondo la legge e contro la legge comandi di percuotermi?”. I presenti obiettarono: “Osi insultare il sommo sacerdote di Dio?”. Al che Paolo rispose di non sapere che era il sommo sacerdote.

Ma egli sapeva bene che il sinedrio era composto da due fazioni diverse: una parte di farisei e l’altra di sadducei. Pertanto, continuò la sua deposizione dicendo: “Fratelli, io sono un fariseo, figlio di farisei; sono stato chiamato in giudizio a motivo della speranza nella risurrezione dei morti “. Appena ebbe detto questo, scoppiò la disputa tra farisei e sadducei e l’assemblea si divise. I sadducei, infatti, affermano che non c’è risurrezione, né angeli, né spiriti; i farisei, invece, professano tutte queste cose. Si levò un grande clamore di voci contrastanti, per cui, alcuni scribi farisei protestavano dicendo: “Non troviamo nulla di male in quest’uomo. E se uno spirito o un angelo gli avesse veramente parlato?”. La disputa andò surriscaldandosi fino a diventare conflitto aperto, che stava per degenerare nella rissa e magari nell’omicidio. Pertanto, il tribuno fece intervenire la truppa dei soldati, che riportò Paolo nella fortezza, onde sottrarlo al rischio di linciaggi. La notte seguente a Paolo apparve in visione il Signore che lo rincuorò dicendogli: “Coraggio! Come hai testimoniato per me a Gerusalemme, così è necessario che mi renda testimonianza anche a Roma”.

La congiura dei Giudei con giuramento esecratorio per l’uccidere Paolo

Il giorno successivo, un gruppo di una quarantina di Giudei ordirono una congiura e fecero voto, con giuramento esecratorio, di non toccare né cibo, né bevanda, se prima non avessero ucciso Paolo. I congiurati si presentarono ai sommi sacerdoti e agli anziani e li istigarono a mettere in atto uno stratagemma che avrebbe loro offerto l’occasione favorevole per tendere a Paolo l’imboscata proditoria. I capi religiosi, conniventi con i sicari, avrebbero dovuto chiedere al tribuno di riportare il prigioniero nel sinedrio, con la scusa che era necessario riesaminare il caso per correggere un errore che ci sarebbe stato nella trascrizione della procedura processuale. I congiurati sarebbero entrati in azione con un’imboscata improvvisa durante il viaggio di andata, prima che il prigioniero arrivasse in tribunale.

Ma il nipote di Paolo (il figlio della sorella) venne a sapere del complotto, per cui si recò nella fortezza e informò lo zio della congiura in atto. Paolo chiamò uno dei centurioni, cui chiese di accompagnare il ragazzo dal tribuno perché aveva qualcosa da riferirgli. Il centurione accompagnò il ragazzo dal tribuno. Questi prese il ragazzo in disparte e gli domandò che cosa egli avesse da riferirgli. Il ragazzo gli disse: “I Giudei si sono messi d’accordo per chiederti di condurre domani Paolo nel sinedrio con il preteso di rivedere alcune cose riguardanti la procedura dell’udienza passata. Tu, però, non lasciarti convincere da loro perché la verità è un’altra. Infatti, più di quaranta uomini hanno ordito un complotto, facendo voto con giuramento esecratorio di non prendere più cibo, né bevanda, se prima non abbiano ucciso Paolo; ora sono pronti all’azione, in attesa che tu dia il tuo consenso”. Il tribuno congedò il giovanotto, raccomandandolo di non dire niente a nessuno sull’informazione data.

Fece chiamare due centurioni e disse: “Preparate duecento soldati per andare a Cesarea insieme con settanta cavalieri e duecento lancieri, tre ore dopo il tramonto. Siano pronte anche delle cavalcature e fatevi montare Paolo, perché sia condotto sano e salvo dal governatore Felice”.

Il tribuno Cludio Lisia invia Paolo con una lettera al governatore Felice a Cesarea.

La lettera del tribuno “Claudio Lisia all’eccellentissimo governatore Felice. Salute.

Quest’uomo è stato aggredito dai Giudei e stava per essere ucciso. A salvarlo sono intervenuti i soldati; io l’ho liberato perché ho saputo che è cittadino romano. Desideroso di conoscere i motivi dell’accusa, l’ho condotto al sinedrio. Lì ho capito che lo si accusava per motivi relativi alla loro legge religiosa, ma che non ci sono motivi sufficienti per i quali è prevista la condanna a morte o alla detenzione in prigione. Tuttavia, sono stato informato che contro di lui c’è un complotto in atto, per cui l’ho mandato da te; ma, nello stesso tempo, ho provveduto ad avvertire gli accusatori di deporre, dinanzi a te, le accuse che intendono muovergli. Sta’ bene” (At 23, 25-30).

Secondo gli ordini ricevuti, i soldati di notte condussero Palo ad Antipatride. Il mattino seguente l’affidarono ai cavalieri che l’avrebbero condotto a Cesarea, mentre essi se ne sarebbero ritornati alla fortezza.

I cavalieri, giunti a Cesarea, consegnarono la lettera al governatore e gli presentarono Paolo. Dopo aver letto lo scritto, il governatore domandò a Paolo di quale provincia fosse e saputo che era della Cilicia, disse: “Ti ascolterò quando saranno qui anche i tuoi accusatori”. Intanto lo fece custodire nel pretorio di Erode.

Capitolo ventiquattresimo – Il processo davanti al governatore Felice

L’accusa dei Giudei a Paolo, perorata dall’avvocato Tertullo

Cinque giorni dopo, l’interrogatorio che Felice aveva fatto a Paolo, arrivò il sommo sacerdote Anania insieme con alcuni anziani e l’avvocato Tertullo e si presentarono al governatore per il confronto dibattimentale con l’imputato. Quando tutto era pronto, Tertullo pronunziò l’accusa dicendo: “Accogliamo con gratitudine la pace e le riforme che tu hai dato a questo popolo, eccellentissimo governatore Felice. Ma, senza perdere tempo in troppi preamboli, ti prego di ascoltarci brevemente nella tua benevolenza. Abbiamo scoperto che quest’uomo è una peste, fomenta continue rivolte tra i Giudei ed è capo della setta dei nazorei. Ha perfino cercato di profanare il tempio e noi l’abbiamo arrestato. Interrogandolo, ti renderai conto personalmente di tutte queste cose, di cui lo consideriamo colpevole. Tutti i Giudei presenti si associarono all’accusa di Tertullo.  

L’autodifesa di Paolo alle accuse dei Giudei

Quando il governatore autorizzò l’imputato a parlare, Paolo esordì: “So che da molti anni sei giudice di questo popolo e parlo in mia difesa avendo fiducia in te. Tu stesso puoi accertare che sono meno di dodici giorni che mi sono recato a Gerusalemme per il culto. Essi non mi hanno mai trovato nel tempio a discutere con qualcuno o a incitare il popolo alla sommossa, né nelle sinagoghe, né per la città e non possono provare nessuna delle colpe di cui mi accusano. Confesso invece che adoro Dio dei miei padri, secondo la Via che essi chiamano setta, credendo in tutto ciò che è conforme alla legge e sta scritto nei profeti, nutrendo in Dio la speranza, condivisa pure da costoro, che ci sarà una risurrezione dei giusti e degli ingiusti. Per questo mi sforzo di conservare ogni momento una coscienza irreprensibile davanti a Dio e davanti agli uomini. Ora, dopo molti anni, sono venuto a portare elemosine al mio popolo e per offrire sacrifici. In questa circostanza essi mi hanno trovato nel tempio, dopo aver compiuto le purificazioni. Non c’era né folla, né tumulto. Furono dei Giudei della provincia di Asia a trovarmi; essi dovrebbero comparire qui davanti a te ad accusarmi, se hanno qualche cosa da dire contro di me. Oppure dicano i presenti stessi quale colpa hanno trovato in me, quando sono comparso davanti al sinedrio, se non quella di aver pronunziato questa frase: “A motivo della risurrezione dei morti io oggi vengo giudicato davanti a voi!” (At 24, 10-21).

La lunga indecisione del governatore Felice

Allora Felice, che era bene informato sulla dottrina di Paolo, rimandò indietro Giudei, dicendo: “Quando verrà il tribuno Lisia, esaminerò il vostro caso”. Ordinò al centurione di tenere Paolo sotto custodia, concedendogli anche una certa libertà, senza impedire ai suoi amici di venire a fargli visita o a dargli assistenza.

Alcuni giorni dopo, Felice arrivò in compagnia della moglie, la giudea Drusilla. Fatto chiamare Paolo lo interrogò sul tema della fede in Gesù Cristo. Ma quando l’apostolo si mise a parlare di giustizia, di continenza e del giudizio futuro, Felice si spaventò e disse: “Per il momento puoi andare; quando avrò tempo, ti farò chiamare di nuovo”. Forse nella speranza che Paolo gli desse denaro, lo faceva chiamare spesso a conversare con lui. Ma nelle sue more inconcludenti, lasciava passare il tempo, tenendo Paolo in prigione per non scontentare i Giudei. Due anni dopo Felice fu trasferito altrove, mentre al suo posto, arrivò il nuovo governatore nella persona di Porcio Festo.

Capitolo venticinquesimo – Paolo si appella a Cesare

Festo è arbitro di schermaglie, tra le accuse dei Giudei e la difesa di Paolo

Una settimana dopo aver preso servizio come governatore a Cesarea, Festo salì a Gerusalemme. I sommi sacerdoti e i capi dei Giudei gli si presentarono numerosi per accusare Paolo e cercavano di persuaderlo a portare l’imputato a Gerusalemme con qualche pretesto, con l’intenzione malevola di tendergli l’imboscata e di ucciderlo durante il viaggio. Festo rispose che Paolo era tenuto in custodia sicura nel carcere di Cesarea e che, a breve, sarebbe partito. Pertanto, le autorità di Gerusalemme, se volessero sostenere ancora delle accuse contro di lui, sarebbero dovute scendere a Cesarea e dichiarare pubblicamente le colpe, di cui lo ritenevano responsabile.

Dopo qualche settimana, il governatore era tornato nella sua sede e il giorno seguente presiedette una seduta in tribunale, ordinando che in aula si conducesse Paolo. Appena l’imputato giunse nella sede, i Giudei scesi da Gerusalemme, lo attorniarono, imputandogli numerose gravi colpe, ma senza provarne alcuna.

Per tutta risposta, in sua difesa Paolo disse: “Non ho commesso alcuna colpa, né contro la legge dei Giudei, né contro il tempio, né contro Cesare”.

Ma Festo, volendo ingraziarsi i Giudei, non si capisce se in buona o mala fede, disse a Paolo: “Vuoi andare Gerusalemme per essere giudicato là davanti a me di queste cose?”. Paolo, che indubbiamente aveva compreso il tranello dell’insidia sottesa in quell’eventuale opzione, gli rispose: “Mi trovo davanti al tribunale di Cesare, qui mi si deve giudicare. Ai Giudei non ho fatto alcun torto, come anche tu sai perfettamente. Se dunque sono in colpa e ho commesso qualche cosa che meriti la morte, non mi rifiuto di morire, ma se nelle accuse di costoro non c’è nulla di vero, nessuno ha il potere di consegnarmi a loro. Mi appello a Cesare!”

Festo, dopo aver riunito la camera di consiglio, gli rispose: “Ti sei appellato a Cesare, a Cesare andrai!” (At. 25, 1-12).

La visita del re Agrippa e della moglie Berenice al governatore Festo

Un bel giorno il re Agrippa con la moglie Berenice, erano venuti a Cesarea a far visita di cortesia al governatore Festo. Essendosi trattenuti per alcuni giorni ospiti del governatore, Festo ebbe l’occasione opportuna di parlare con loro del caso di Paolo.

Disse che aveva ereditato la causa dal precedente governatore Felice. Parlò loro delle accuse che i sommi sacerdoti e gli anziani dei Giudei gli rivolgevano, per le quali reclamavano la condanna a morte; del suo comportamento, come giudice arbitrale che, nel diritto romano, gli imponeva di non condannare alcuno, senza dargli la possibilità di difendersi, attraverso il confronto tra l’accusa e la difesa; dell’udienza che aveva concesso per un confronto tra le parti, da cui non emersero colpe gravi a carico dell’imputato, se non divergenze di opinioni per questioni religiose, riguardanti un certo Gesù che, per alcuni, era morto, mentre Paolo sosteneva essere ancora in vita; perplesso davanti a queste controversie di ordine minore, chiese all’imputato se era disponibile a un’altra udienza giudiziaria da tenere a Gerusalemme, sotto il suo arbitrato, per discutere di queste cose, ma egli si era appellato a Cesare; e attualmente era tenuto prigioniero in carcere, in attesa di essere mandato a Roma.

Al che Agrippa rispose che anche lui avrebbe voluto ascoltare quell’uomo. L’appuntamento fu fissato per il giorno dopo. Puntuale, all’ora stabilita Agrippa con la moglie, abbigliati in pompa magna, si presentarono nella sala delle udienze, mentre Festo fece entrare Paolo e tenne il discorso introduttivo, dicendo: “Re Agrippa e cittadini tutti qui presenti con noi, voi avete davanti agli occhi colui, sul conto del quale, il popolo dei Giudei si  appellato a me, in Gerusalemme e qui, per chiedere a gran voce che non resti più in vita. Io però sono convinto che egli non ha commesso alcuna colpa meritevole della morte, ed essendosi appellato ad Augusto, ho deciso di mandarlo a lui. Ma sul suo conto, non ho nulla di preciso da scrivere come motivazione del suo deferimento a Cesare. Per questo l’ho condotto davanti a voi e, soprattutto davanti a te, re Agrippa, per avere suggerimenti sulle cose da scrivere. Mi sembra, infatti, un provvedimento assurdo quello di mandare un prigioniero dal supremo giudice romano, senza una motivazione seria sulle accuse che gli vengono mosse.” (At 25, 24-27).             

Capitolo ventiseiesimo – Il discorso di autodifesa di Paolo davanti al re Agrippa

Agrippa disse a Paolo: “Ti è concesso parlare in tua difesa”. Allora Paolo rispose: “Mi considero fortunato, o re Agrippa, di potermi discolpare di tutte le accuse che mi muovono i Giudei, oggi qui davanti a te, che conosci a perfezione tutte le usanze e le questioni riguardanti i Giudei.

Perciò ti prego di ascoltarmi con pazienza. Fin dalla giovinezza, la mia vita vissuta tra il mio popolo e a Gerusalemme, la conoscono tutti i Giudei; essi sanno pure da tempo, se vogliono renderne testimonianza, che, come fariseo, sono vissuto nella setta più rigida della nostra religione. Ora mi trovo sotto processo a causa della speranza nella promessa fatta da Dio ai nostri padri e che le nostre dodici tribù sperano di vedere compiuta, servendo Dio, notte e giorno, con perseveranza. Di questa speranza, o re, sono incolpato dai Giudei! Perché è considerato inconcepibile fra di voi che Dio risusciti i morti?

Anch’io un tempo credevo mio dovere impegnarmi a combattere contro il nome di Gesù Nazareno; ed è ciò che ho fatto a Gerusalemme: con l’autorizzazione dei sommi sacerdoti, molti fedeli li ho rinchiusi in prigione; quando venivano condannati a morte, anch’io ho votato contro di loro. Nelle sinagoghe cercavo di costringerli, con torture, a bestemmiare e, infuriando all’eccesso contro di loro, davo loro la caccia anche nelle città straniere” (At 26, 1-11).

Paolo continua il suo discorso, ripetendo l’episodio della sua folgorazione sulla via di Damasco e il prosieguo del suo racconto che aveva già fatto in altre occasioni, in modo particolare nei seguenti punti del testo: Atti (22, 1-21) e (24, 10-21). ….

Poi continua il suo discorso, dicendo: “Pertanto, o re Agrippa, io non ho disobbedito alla visione celeste; ma prima a quelli di Damasco, poi a quelli di Gerusalemme e in tutta la regione della Giudea; infine, ai pagani predicavo di convertirsi e di rivolgersi a Dio, comportandosi in maniera degna della conversione.

Per queste cose i Giudei mi assalirono nel tempio e cercarono di uccidermi. Ma l’aiuto di Dio mi ha assistito fino a questo giorno e posso ancora rendere testimonianza agli umili e ai grandi.

Null’altro io affermo, se non quello che i profeti e Mosè dichiararono che doveva accadere: cioè che il Cristo sarebbe morto e che, primo tra i risorti da morte, avrebbe annunziato la luce al popolo e ai pagani”.

Mentre egli parlava ancora, Festo esclamò a gran voce: “Paolo, sei pazzo! La troppa scienza ti ha dato al cervello!”. E Paolo di rimando: “Eccellentissimo Festo, io non sono pazzo, ma sto dicendo parole vere e sagge. Il re è al corrente di queste cose e davanti a lui parlo con franchezza. Penso che niente di tutto questo gli sia sconosciuto, poiché non sono fatti accaduti in segreto. Credi, o re Agrippa, nei profeti? So che ci credi”. E Agrippa a Paolo: “Per poco non mi convinci a farmi cristiano!”. E Paolo aggiunse: “Per poco o per molto, io vorrei supplicare Dio che non soltanto tu, ma anche tutti quelli che oggi mi ascoltano, diventino così come sono io, eccetto queste catene!”.

Allora il re si alzò e con lui anche il governatore, Berenice e quanti avevano preso parte alla seduta. Allontanandosi, conversavano insieme e dicevano: “Quest’uomo non ha fatto nulla che meriti la morte o le catene!”. In conclusione, Agrippa disse a Festo: “Costui poteva essere rimesso in libertà, se non si fosse appellato a Cesare”.

Capitolo ventisettesimo – Il viaggio di Paolo verso Roma

Le prime tappe del viaggio verso Roma

Quando fu decisa la partenza, Paolo fu consegnato, insieme ad altri prigionieri, alla guida del centurione Giulio della cohorte Augusta. Il narratore scrive al riguardo:

“Salimmo su una nave di Adramitto, che era in partenza per l’Asia e partimmo con Aristarco, un Macedone di Tessalonica. Il giorno dopo facemmo scalo a Sidone. Qui il tribuno Giulio si mostrò cortese con Paolo perché gli permise di recarsi dagli amici e di ricevere le loro cure. Partiti da lì, navigammo sotto costa dell’Asia e al riparo dai venti di Settentrione dall’isola di Cipro. Così attraversammo il mare della Cilicia e della Panfilia, giungemmo a Mira di Licia. Qui trovammo la coincidenza di una nave di Alessandria, in partenza per l’Italia, che ci fece salire a bordo. Navigammo lentamente per giorni e giungemmo all’altezza di Cnido. Siccome la furia del vento non ci permetteva di approdare, continuammo a navigare al riparo dell’isola di Creta, nella zona di Salmone e, costeggiando a fatica, giungemmo alla località chiamata Buoni Porti, vicino alla città di Lasea. Avendo perso molto tempo nella navigazione compiuta lungo la costa asiatica ed essendo ormai già arrivato in tardo autunno perché era passata già anche la festa del Digiuno (il Kippur), la navigazione nella stagione invernale cominciava ad essere pericolosa per l’incolumità delle persone. Di questo pericolo Paolo avvertì i compagni di viaggio, ma il centurione, che accompagnava i prigionieri, ascoltava più la voce dei marinai e del comandante della nave, che la voce di Paolo. Poiché il porto, dove si trovavano in quel momento (malgrado il suo nome), non era adatto a trascorrervi l’inverno, decisero di salpare, con l’intento di raggiungere il porto di Fenice, nella costa meridionale dell’isola di Creta. Si era levato un leggero vento di scirocco, che incoraggiò i marinai a levare le ancore e, costeggiando Creta, cercavamo di raggiungere la meta stabilita.

La tempesta e il naufragio

Ma, non molto tempo dopo, si scatenò nell’isola un vento d’uragano detto Euroaquilone. La nave fu travolta dal turbine e, non potendo più resistere alla furia del vento, abbandonati in sua balia delle onde, andavamo alla deriva. Mentre passavamo sotto l’isolotto di Cauda, facemmo grande fatica per restare padroni della scialuppa. La tirarono a bordo e adoperarono gli attrezzi per fasciare di gomene la nave. Per evitare il pericolo di restare incagliati nelle Sirti (banchi di sabbie mobili), calarono il galleggiante e così si andava alla deriva. Sbattuti violentemente dalla tempesta, il giorno seguente cominciarono a gettare al mare il carico; il terzo giorno con le proprie mani buttarono l’attrezzatura della nave. Da vari giorni ormai non comparivano più il sole, né le stelle e la violenta tempesta continuava ad infuriare, per cui ogni speranza di salvezza sembrava ormai perduta.

Da molto tempo ormai non si mangiava più. A un certo punto Paolo, alzatosi in mezzo a loro, disse: “Sarebbe stato meglio, o uomini, se aveste dato retta a me e non fossimo salpati da Creta, onde evitare questo pericolo e questo danno. Tuttavia, vi esorto di non perdere il coraggio perché non vi sarà alcuna perdita di vite umane in mezzo a voi, ma solo della nave. Infatti, questa notte mi è apparso un angelo di Dio, al quale appartengo e che io servo, dicendomi: Non temere, Paolo; tu devi comparire davanti a Cesare ed ecco, Dio ti ha fatto grazia di tutti i tuoi compagni di navigazione; perciò, non perdetevi di coraggio, uomini; ho fiducia in Dio che avverrà come mi è stato annunziato. Ormai non mancheremo di approdare in qualche isola” (At 27, 14-26).

Nella quattordicesima notte che passavamo alla deriva nel Mare Adriatico, verso mezzanotte, i marinai ebbero l’impressione che fossimo vicini a qualche terra. Calarono lo scandaglio e trovarono che la profondità del mare misurava venti braccia; dopo un breve tratto, scandagliarono di nuovo e trovarono quindici braccia. Nel timore di andare a finire contro gli scogli, i marinai gettarono da poppa quattro ancore, aspettando con ansia che spuntasse il giorno. Poiché i marinai, con il pretesto di gettare le ancore anche a prua, cercavano di fuggire dalla nave e già stavano calando la scialuppa per la fuga in mare, Paolo disse al centurione e ai soldati: “Se costoro non rimangono sulla nave, voi non potrete mettervi in salvo”. Allora i soldati recisero le gomene della scialuppa e la lasciarono scivolare in mare.

Le ultime peripezie per la salvezza

Prima dello spuntar del giorno, Paolo, con un suo discorso, esortava i viaggiatori a prendere cibo, dicendo: “Oggi è il quattordicesimo giorno passato al digiuno, senza prendere cibo, nell’attesa di un approdo per la salvezza. Per questo vi esorto a prendere cibo, necessario per la vostra salvezza. Neanche un capello del vostro capo andrà perduto”. Ciò detto, prese il pane, rese grazie a Dio davanti a tutti, lo spezzò e cominciò a mangiare. Tutti presero il cibo e si sentivano rianimati. Complessivamente nella nave eravamo duecento settantasei persone. Quando si furono rifocillati, alleggerirono la nave gettando il frumento in mare.

Fattosi giorno, non riuscivano a riconoscere quella terra, ma notarono un’insenatura con una spiaggia e decisero, se riuscissero, a spingere la nave verso quel punto. Levarono le ancore e le lasciarono andare in mare; allo stesso tempo allentarono i legami dei timoni e, spiegata al vento la vela maestra, mossero verso la spiaggia. Ma incapparono in una secca e la nave s’incagliò; mentre la prua, arenata, rimaneva immobile, la poppa minacciava di sfasciarsi sotto la violenza delle onde. I soldati allora pensarono di uccidere i prigionieri perché nessuno fuggisse gettandosi a nuoto; ma il centurione, volendo salvare Paolo, impedì loro di attuare questo progetto. Diede ordine che si gettassero in mare per primi quelli che sapevano nuotare e questi raggiunsero la terra; poi gli altri, chi su tavole, chi su altri relitti della nave. Così tutti poterono mettersi in salvo a terra.

Capitolo ventottesimo – Malta e le ultime tappe del viaggio

Malta è la tappa della salvezza

Una volta messi in salvo, venimmo a sapere che la terra che ci aveva salvati e ci accoglieva era l’isola di Malta. Gli abitanti ci accolsero con grande calore umano attorno a un fuoco, perché era giunta la pioggia e faceva freddo. Mentre Paolo raccoglieva una bracciata di legna per metterla al fuoco, una vipera, risvegliata dal calore, gli si attaccò alla mano. Quando videro la serpe pendergli dalla mano, gli abitanti, inorriditi, dicevano tra di loro: “Costui è un assassino perché, pur essendo scampato dal mare, la Giustizia lo perseguita e non lo lascia vivere”. Ma egli scosse la serpe nel fuoco e non ne patì alcun male. Quella gente, prima si aspettava di vederlo gonfiare e cadere a terra morto sul colpo ma, poiché dopo molta ora non era successo niente, cambiò parere e diceva che quell’uomo era un dio.

Nei pressi del luogo dov’eravamo sbarcati, si estendeva un ampio appezzamento di terreno di proprietà del primo cittadino dell’isola, chiamato Pubblio. Egli ci accolse e ci ospitò   benevolmente per tre giorni. Ad un certo punto il su padre si era dovuto mettere a letto perché era stato colto da febbri e dissenteria. Paolo andò a visitarlo e, dopo aver pregato, gli impose le mani e lo guarì. Quando la gente seppe di questo miracolo, tutti gli isolani che avevano malattie accorrevano da Paolo ed egli li guariva. Ci colmarono di onori e al momento della partenza ci rifornirono di tutto il necessario per continuare il viaggio.

La ripartenza e l’arrivo a Roma

Dopo aver svernato per tre mesi a Malta, riprendemmo il viaggio. Salpammo su una nave di

Alessandria intestata ai Dioscuri (i gemelli Castore e Polluce), che aveva svernato anch’essa nell’isola. La tappa successiva fu Siracusa, dove ci fermammo per tre giorni; poi, sempre navigando sotto costa. Giungemmo a Reggio. Il giorno seguente si levò lo scirocco favorendo la navigazione e così l’indomani arrivammo a Pozzuoli. Qui trovammo alcuni fratelli che ci invitarono a sostare con loro e vi restammo per una settimana. La tappa successiva fu l’ultima: Roma. I fratelli, che abitavano nella capitale, essendo stati informati del nostro arrivo, ci vennero incontro al Foro di Appio (a sessantacinque chilometri da Roma) e alle Tre Taverne (a cinquanta chilometri dalla capitale). Nell’incontro con loro, Paolo rese grazie a Dio e riprese coraggio. Entrati a Roma, a Paolo fu concesso di abitare per conto suo, ma sorvegliato da un soldato di guardia.

L’incontro di Paolo con i Giudei di Roma

Dopo tre giorni dall’arrivo, Paolo convocò i rappresentanti più autorevoli della comunità giudaica della città. Quando erano tutti riuniti, Paolo fece loro un discorso di chiarimento della sua posizione circa la fede e riepilogò le ultime vicende di Gerusalemme, che l’avevano riguardato.

Aprì il suo discorso dicendo: “Fratelli, senza aver fatto nulla contro il mio popolo e contro le usanze dai padri, sono stato arrestato a Gerusalemme e consegnato in mano dei Romani. Dopo avermi interrogato e non avendo trovato in me alcuna colpa meritevole della condanna a morte, le autorità romane volevano rilasciarmi. Ma, poiché i Giudei si opponevano, sono stato costretto ad appellarmi a Cesare, senza intendere con questo, muovere accuse contro il io popolo. Ecco perché vi ho chiamati: per vedervi e parlarvi, poiché è causa della speranza d’Israele che io sono legato da questa catena”.

Essi gli risposero: “Noi non abbiamo ricevuto nessuna lettera sul tuo conto, né dalla Giudea, né da te. Ci sembra bene, tuttavia, ascoltare da te quello che pensi; di questa setta, infatti, sappiamo che trova dovunque opposizione”.

Fu stabilito un giorno in cui Paolo avrebbe spiegato bene la sua dottrina e convennero in molti nel suo alloggio per ascoltarlo. Egli, dal mattino alla sera, spiegava accuratamente i fondamenti della fede, rendendo testimonianza al regno di Dio. Cercava di convincere il suo uditorio riguardo a Gesù, in base alla legge di Mosè e ai profeti. Alcuni si lasciavano convincere dalle cose da lui dette, ma altri non vollero credere e se ne andavano discordi tra di loro, mentre Paolo, verso costoro, diceva una sola frase: “Ha detto bene lo Spirito Santo, per bocca del profeta Isaia ai vostri padri:

Vai da questo popolo e dì loro:Udrete con i vostri orecchi, ma non comprenderete;guardate con i vostri occhi, ma non vedrete.Poiché il cuore di questo popolo si è indurito:hanno ascoltato di mala voglia con gli orecchie hanno chiuso i loro occhi,per non vedere con gli occhi  e non ascoltare con gli orecchi,non comprendere col cuore e non convertirsi,e io non li guarisca!  (rif. Vangeli: Mt 13, 14-15; Mc 4, 11-12; Lc 8, 10; Gv 12, 40) Sia noto a voi il fatto che questa salvezza di Dio viene ora rivolta ai pagani ed essi l’ascolteranno!”.

Paolo aveva trascorso due anni interi nella casa che aveva preso in affitto e accoglieva tutti quelli che venivano da lui, annunziando il regno di Dio e insegnando le cose riguardanti il Signore Gesù Cristo, con tutta franchezza e senza impedimento alcuno (At 28, 17-30).

Questa libertà di comunicazione fu concessa a Paolo dalle autorità imperiali romane, nonostante la sua condizione di imputato agli arresti domiciliari.

Testo e commento semplificato della lettera di San Paolo ai Romani

Posted By Felice Moro on Maggio 5th, 2020

La premessa

Scritta nell’inverno del 57-58 d.C., “La Lettera ai Romani” si colloca in un particolare momento storico dell’impresa missionaria di San Paolo. Conclusa l’opera di evangelizzazione dell’Oriente (Asia Minore, Grecia e Macedonia) alla fine del suo terzo viaggio, egli si trova a Corinto e sta per ritornare a Gerusalemme per riferire al collegio degli Apostoli i risultati della sua missione sulla conversione dei “non circoncisi”, cioè dei pagani. In seguito, ha in animo il progetto di compiere il quarto viaggio verso l’Occidente, specificamente in Spagna. Durante questo nuovo viaggio pensa di poter fare tappa a Roma, dove esiste già una comunità cristiana, non fondata da lui, notoriamente affermata per la fede e per lo spirito di solidarietà comunitaria. Le informazioni che ha su questa comunità sono notizie di seconda mano, riferitegli da altri, dalle quali, tuttavia, si deduce che essa è una popolazione mista, composta da cristiani provenienti dal giudaismo e cristiani provenienti dal paganesimo.

Gli argomenti trattati sono molto simili a quelli già esposti nella precedente Lettera ai Galati: il confronto tra la Gerusalemme terrestre (la schiavitù dell’Antica Legge) e la Gerusalemme celeste (la nuova Chiesa fondata da Gesù Cristo); il confronto tra l’uomo vecchio (carnale) e l’uomo novo (spirituale); i frutti malefici di chi vive secondo la carne (fornicazioni, impurità, dissolutezza, inimicizie, liti, gelosie ecc.) a confronto con i frutti benefici dello Spirito (gioia, amore, pace, fratellanza ecc.). Egli analizza alcuni aspetti complementari e altri conflittuali esistenti tra la Legge mosaica e la fede in Cristo; tra l’etica di chi vive secondo la Legge (Giudaismo) e chi vive secondo l’etica cristiana, basata sul comandamento dell’amore. Rispetto alla Lettera ai Galati, la materia concettuale è più approfondita e il tono espositivo è più pacato.

Il significato generale di questo prezioso documento, evangelico e storico insieme, è quello di una dichiarazione di autopresentazione. L’Apostolo desidera farsi conoscere dalla comunità cristiana di Roma già da prima che egli si presenti di persona. In questo modo egli anticipa le sue credenziali per i meriti ottenuti nell’attività di evangelizzazione dell’Oriente, attraverso la fede trasmessa, la testimonianza profusa, le esperienze compiute, a volte facili ed entusiasmanti, a volte difficili o addirittura pericolose per la sua stessa incolumità fisica. Chiede di essere sostenuto con la preghiera e, possibilmente, anche con le offerte materiali, che i cristiani convertiti dal paganesimo dovrebbero fare di buon cuore in favore dei poveri bisognosi, anche in considerazione dei favori più grandi ricevuti dallo Spirito Santo. Si tratta di gesti di solidarietà cristiana, come i beni raccolti attraverso la “colletta spontanea dei nuovi fedeli della Macedonia e dell’Acaia”, che l’Apostolo si accinge a portare di persona in dono “ai poveri santi di Gerusalemme”.

Il linguaggio e le forme letterarie

Nell’Epistola troviamo una grande varietà di forme letterarie: il ragionamento sicuro e tranquillo, sviluppato con enfasi calorosa e con una logica serrata e incalzante, spesso rinforzata e legittimata da opportune citazioni di frasi prese dai testi delle Sacre Scritture: Genesi, Esodo, Salmi e Canti liturgici. Sono frequenti le calde esortazioni a un tenore di vita onesta ed esemplare, modellato secondo lo stile del Vangelo. Alcune parti sono veri e propri inni di devozione al Signore; altre sono pagine dense di poesia lirica; ma la forma narrativa non è sempre concisa, scorrevole e lineare. Di tanto in tanto s’inciampa in periodi oscuri o contorti, grammaticalmente contratti o prolissi; forme sintattiche incomplete, il cui significato autentico può essere dedotto soltanto attraverso la parafrasi o la ricostruzione della proposizione con termini semantici affini, ma più semplici.

Il presente saggio è finalizzato a fare del documento un commento semplificato, sia dal punto di vista concettuale, sia dal punto di vista linguistico e lessicale, ma sempre aderente al significato autentico dell’opera. Infatti, la fedeltà al documento storico è dimostrata dal metodo espositivo adottato: cioè la frequente iniziativa di riportare, all’interno del saggio commentato, il discorso diretto dell’Apostolo, quando egli fa le dichiarazioni solenni, pronunzia le frasi e i periodi più significativi del suo pensiero o della sua fede, con l’indicazione dei punti di riferimento bibliografico. Lo scopo del lavoro è stato quello di rendere semplice e facilmente comprensibile il testo di una delle opere più importanti della fondazione del cristianesimo. Pensiamo così di aver reso un buon servizio a tutti i lettori del testo evangelico, compresi quelli che non sanno, né di teologia, né di filosofia, ma che sono desiderosi di conoscere le Sacre Scritture, attraverso il linguaggio semplice della comunicazione ordinaria.

Il valore storico-documentale della Lettera

Anche se non contiene tutta la teologia dell’Apostolo, questa Lettera rappresenta una sintesi importante della dottrina paolina, perché scritta in tempi abbastanza vicini al succedersi degli avvenimenti narrati: la morte e resurrezione di Gesù e la conversione dello stesso Paolo, da violento persecutore dei primi cristiani ad apostolo delle genti. Per questo motivo, l’epistola ha un grande valore, oltre che storico-documentale, ancor di più per il fermento ideologico e filosofico, che ha suscitato nei secoli successivi e per gli influssi che ha avuto negli studi di teologia di tutti i tempi, dall’Alto Medioevo ai giorni nostri.

Sant’Agostino, nella lettura della Lettera ai Romani, trovò la piena illuminazione per la sua conversione al cristianesimo.

Martin Lutero, nel suo Commento alla Lettera ai Romani scritto nel 1515, trovò elementi sufficienti sui temi della fede e della giustificazione, su cui fondare la Riforma Protestante, che ha diviso la società cristiana, dall’Età Moderna al tempo attuale.

Calvino, nel suo libro Christianae religionis istitutio del 1539, basa la sua teoria sulla predestinazione proprio sulle idee che trae dalla Lettera ai Romani.

Il Concilio di Trento (1545-1563) si servì della Lettera ai Romani per esporre gli aspetti fondamentali dell’ortodossia cattolica sui temi della giustificazione e sulla trasmissione del peccato di Adamo alla progenie.

Il Concilio Ecumenico Vaticano II (1962-1965) ha fatto largo uso dei concetti contenuti nella Lettera ai Romani; per la verità, l’assise conciliare ha fatto largo uso, non solo di questo documento, ma dell’intero epistolario paolino. Infatti, i documenti conciliari fondamentali, la Lumen Gentium e la Gaudium et Spes, fanno spesso riferimento alle idee, i concetti, la dottrina e la pastorale di San Paolo.

Altri movimenti religiosi moderni, come quello del Nuovo Protestantesimo di Karl Barth, hanno avuto il loro punto di partenza da un Commento alla Lettera ai Romani.

A giudizio di alcuni commentatori “Nella storia della Chiesa, nessun altro documento ha avuto tanta importanza teologico-filosofica, quanta ne ha avuta la Lettera ai Romani” (U. Vanni, Edizioni Paoline, 1983).

Parte dogmatica

Capitolo Primo

Il saluto e la presentazione del Vangelo

La Lettera si apre con l’autopresentazione e il saluto dell’Apostolo ai destinatari della missiva: i cristiani di Roma. Paolo si qualifica come missionario del Vangelo di Gesù Cristo, di cui traccia un brevissimo profilo, mettendo in primo piano la sua missione salvifica per l’uomo. Egli, Paolo, è stato designato dal collegio degli apostoli per portare la buona novella ai Gentili (i pagani), “tra i quali vi trovate anche voi, chiamati da Gesù Cristo e a tutti coloro che si trovano in Roma, amati da Dio, chiamati santi” (Rom 1, 5-7).

Ringrazia Dio per averlo destinato a portare la sua preghiera e il suo annuncio alla comunità di Roma, la cui fede è notoria a tutti, perché la loro fama di buoni cristiani si espande in tutto il mondo. Egli esprime il desiderio ardente di vedere e di conoscere i membri di codesta comunità, per poter comunicare loro qualche dono spirituale o meglio, per provare insieme il sentimento di gioia della comunanza nella fede “vostra e mia”. Dichiara che più volte egli si era proposto di venire a visitare la comunità, ma gli era stato impossibile perché aveva dovuto attendere ad altri impegni più urgenti. Lo scopo è sempre stato quello di raccogliere qualche frutto anche tra di loro, come ben lo raccolse tra i Gentili dell’Oriente. Dichiara, altresì, che la sua missione evangelica è doverosa verso i cittadini di Roma, come lo era stata quella profusa tra i Greci, i barbari e tutti i popoli della terra, i sapienti e gli ignoranti.

La cattiveria umana

Il Vangelo è “un’energia di Dio operante tra gli uomini per apportare salvezza a ognuno che crede, Giudeo anzitutto e Greco (sinonimo di pagano). Infatti, la giustizia di Dio si rivela da fede a fede, secondo la norma scritta: Il giusto però in forza della fede, vivrà (Rom 1,16-17). La cattiveria e la malvagità morale di tutti quegli uomini, che soffocano la verità, ha scatenato in cielo l’ira di Dio. Ciò che è noto a Dio, è noto anche agli uomini, perché, anche se Egli è di per sé invisibile, si rende visibile come energia operante attraverso le sue creature e l’ordine costante del creato. Certi uomini commettono un peccato imperdonabile perché, pur conoscendo la verità, anziché ringraziare Dio ed essergli devoti e reverenti per il bene che ha profuso all’umanità, “scambiarono la gloria di Dio con le sembianze di un uomo corruttibile, di volatili, di quadrupedi, di serpenti” (Rom 1, 21-23).

“Per questo motivo Dio li ha abbandonati alle loro sbrigliatezze e allo sfogo delle passioni ignominiose: le donne scambiarono il rapporto sessuale naturale con quello contro natura; gli uomini, lasciato il rapporto naturale con la donna, bruciarono di desiderio gli uni verso gli altri, compiendo gravi turpitudini per cui, per la loro aberrazione, hanno ricevuto la meritata ricompensa. Tutto questo perché non ritennero saggio possedere Dio, approfondendone la conoscenza; ma data la loro ingratitudine, Dio li abbandonò in balia della loro insipienza e così compirono ogni malvagità, cattiveria, cupidigia, malizia; tutti invidia, omicidio, lite, malignità, maldicenti in segreto, calunniatori, odiatori di Dio, insolenti, superbi, orgogliosi, ideatori di male, ribelli ai genitori, senza intelligenza, senza lealtà, senza amore, senza misericordia. Essi, per il semplice fatto che conoscono la legge di Dio e tuttavia compiono queste azioni malvage, sono degni di morte; e non soltanto perché le azioni cattive le compiono loro direttamente, ma anche perché approvano anche le cattiverie che compiono gli altri (Rom 1, 26-32).

Capitolo Secondo

Paolo stigmatizza l’etica giudaica del suo popolo

Nel capitolo secondo, l’Apostolo esordisce rivolgendo una severa apostrofe alla gente della sua stessa stirpe: “E tu Giudeo, che giudichi severamente gli altri per le azioni che compiono, per lo stesso motivo, condanni te stesso, perché sei reo delle stesse colpe di cui accusi quelli che tu condanni. O forse credi che con la tua ipocrisia possa sfuggire all’azione della giustizia divina?”; E qui l’apostrofe diventa invettiva: “Quando questo avverrà, compenserà ciascuno secondo le sue opere: la vita eterna a quelli che, nella perseveranza di un agire onesto cercano gloria, onore e immortalità; ma per quelli che sono ribelli, disobbediscono alla norma della verità e obbediscono alla malvagità, ci sarà ira e sdegno. Tribolazioni e angustie opprimenti cadranno su ciascun essere umano che attua il male, Giudeo in primo luogo e Greco; gloria, onore e pace a chiunque opera il bene, Giudeo in primo luogo e Greco (Rom 2, 6-10).

Dio non fa favoritismi nei confronti delle persone. Tutti quelli che peccarono senza la legge, saranno giudicati senza la legge; mentre tutti quelli che peccarono con la legge, saranno condannati secondo la legge. Non basta conoscere la legge, l’importante è metterla in pratica per essere dichiarati giusti.

Infatti, i pagani che non hanno la legge mosaica ma osservano e rispettano la legge della natura, dettano legge a se stessi. Essi dimostrano che le finalità volute dalla legge possono essere raggiunte osservando le leggi della natura e i dettami della ragione umana, che sono doni del Creatore, ugualmente inscritti nella coscienza di ogni creatura, Giudeo o pagano che sia, perché Dio non fa preferenze di presone.

Tutto questo accadrà “nel giorno in cui Dio giudicherà i segreti degli uomini, secondo il mio Vangelo per mezzo di Gesù Cristo” (Rom 2, 16). E qui l’Apostolo, giudeo anche lui, rincara la dose contro gli stessi Giudei non credenti: “Tu giudeo, che ti appoggi alla legge, te ne vanti perché la conosci e sai distinguere il bene dal male, hai la presunzione di essere guidatore di ciechi, luce di quelli che sono nelle tenebre, dottore d’ignoranti, maestro di fanciulli, possedendo nella legge il paradigma della scienza e della verità ….tu, che istruisci gli altri, non istruisci te stesso? Tu, che proclami che non si deve rubare, rubi? Tu, che dici che non si deve compiere adulterio, lo compi? Tu, che hai in orrore gli idoli, ma spogli i templi dei loro averi?

Tu, che ti vanti di conoscere la legge, poi la trasgredisci? Ma non ti rendi conto che, così facendo, ti comporti da ipocrita disonorando Dio?” (Rom 2, 17-24).

In questo brano Paolo mette in evidenza lo stridente contrasto tra il dire e il fare dei Giudei, il fariseismo più volte rinfacciato al suo popolo da Gesù stesso, come si legge in diverse parti delle parabole dei Vangeli. Soprattutto mette in evidenza le difficoltà che ne derivano nell’impresa che l’Apostolo porta avanti: l’evangelizzazione dei pagani. Questi, infatti, vedendo l’ipocrisia dei Giudei, saranno spinti a rifiutare in blocco tutto il giudaismo. Quindi viene rifiutato Dio stesso, il Dio d’Israele, il Dio unico di tutte le genti. Quel Dio che, nella sua onnipotenza e infinito amore per le sue creature, ha concepito il piano salvifico per l’uomo, realizzato con il sacrificio gratuito del suo Figlio Unigenito, Gesù Cristo.

La circoncisione, come marchio di appartenenza alla razza eletta, ha senso se si osserva la legge mettendola in pratica, altrimenti non ha nessun valore salvifico. Invece, se uno è incirconciso, ma osserva la legge e la mette in pratica, la sua coerente condotta tra la norma e la pratica di vita, lo salva. “La vera circoncisione non è quella che porti nella carne, ma è quella che porti nel cuore, secondo lo Spirito. Colui che porta questo marchio ha la lode, non dagli uomini, ma da Dio” (Rom, 2, 25-29).

Capitolo Terzo

Le prerogative dei Giudei

In questa sezione Paolo continua a sviluppare l’argomento iniziato nel capitolo precedente chiedendosi: “Quale è la superiorità dei Giudei? Quale utilità può portare la circoncisione?

Quali vantaggi implica l’essere Giudeo? Se queste condizioni sono correttamente intese, possono portare molti vantaggi. Anzitutto perché a loro sono state affidate le parole di Dio; e se alcuni non hanno creduto, non per questo viene meno la fedeltà di Dio verso gli uomini, che sono le sue creature. Dio è sempre veritiero, solo l’uomo è menzognero (Rom, 3, 1-4).

Il vero Giudeo cristiano praticherà le buone opere in modo coerente con le prescrizioni della legge voluta da Dio. Se alcuni sono stati infedeli, la loro infedeltà non annullerà la fedeltà di Dio verso di noi. Se la malvagità umana mette in risalto la giustizia divina, che diremo? Che Dio è ingiusto perché scatena su di noi la sua collera? Non sia mai detto! Se così fosse, come farebbe Dio a giudicare l’umanità? Se la veracità fedele di Dio ha mostrato la sua di misericordia in connessione con la nostra infedeltà menzognera, non è che noi, coscienti del peccato, dobbiamo abusare della pazienza di Dio! Secondo quanto dicono i testi delle Sacre Scritture, tutti gli uomini, Giudei e Greci, sono sotto il dominio del peccato. Secondo la legge, infatti, nessun uomo, nel suo stato di debolezza ontologica, verrà giustificato dinanzi a Dio.

Credere per fede 

“Ma ora, a prescindere dalla legge, la giustizia di Dio, testimoniata dalla legge e dai Profeti, si è rivelata per mezzo della fede in Gesù Cristo, si è riversata in tutti coloro che credono in Lui. Non c’è distinzione: infatti, tutti peccarono, ma tutti vengono giustificati gratuitamente per un favore benevolo di Dio, in forza della redenzione che ha portato Gesù Cristo” (Rom, 3,21-24). Dio ha esposto il suo figlio unico, come vittima sacrificale, al versamento del suo sangue in croce e quel sangue costituisce il prezzo della nuova alleanza tra Dio e l’uomo, tra Dio e il popolo. I peccati degli uomini, che hanno fede in Cristo, sono emendati e cancellati per mezzo di quel sangue da Lui versato sulla croce. Dio giudicherà gli uomini, circoncisi o incirconcisi che siano, in base a un solo criterio: la fede in Lui per mezzo del sacrificio del figlio, Gesù Cristo. Allora l’antica legge mosaica sarà abolita? Manco per sogno! Essa sarà modificata e integrata con la nuova legge che promana dallo Spirito.

Capitolo Quarto

Abramo è giustificato per fede

Il capitolo IV è dedicato a riepilogare la storia di Abramo, considerato il padre di tutti quelli che credono in Dio per fede. Egli ha creduto nella parola di Dio e la sua fede gli è bastata per ottenere da Dio la giustificazione dei suoi peccati; e l’ha ottenuta quando non era stato ancora circonciso. Quindi Abramo può essere considerato il padre di tutti quelli che credono, anche se sono nello stato di non circoncisione. Pertanto, la paternità di Abramo si estende ai Giudei solo se, oltre ad essere circoncisi, seguono le norme che ha seguito Abramo credente. “Infatti, non in forza della legge fu fatta ad Abramo e alla sua discendenza la promessa che egli sarebbe stato l’erede del mondo, ma in forza della giustizia che viene dalla fede” (Rom, 4, 13).

Quando Dio gli disse “Ti ho costituito padre di molte nazioni; faccia a faccia con Diocredette a Lui, come a colui che dona la vita ai morti e chiama ad essere le cose che non sono (Rom, 4, 17).

Egli credette, sperando contro ogni speranza, in modo da divenire il padre di molte nazioni, secondo quanto gli era stato detto: così sarà la tua discendenza. Egli non era indebolito nella fede, nonostante una sua considerazione oggettiva: il suo corpo era ormai già privo di vitalità, avendo egli circa cento anni e riteneva devitalizzato anche il seno materno della moglie Sara. Tuttavia, confidando nella promessa, non esitò nell’incredulità, ma si rafforzò nella fede, dando gloria a Dio, fermamente persuaso che Dio è anche potente per realizzare ciò che promette. Per questo gli fu computata la fede come giustificazione” (Rom, 4, 12-22). E questa giustificazione fu accreditata, non solo a lui, ma anche a noi che crediamo in Colui che ha risuscitato Gesù dai morti per compiere la nostra giustificazione.

Capitolo Quinto

Il peccato di Adamo e la salvezza di Cristo

Nel capitolo quinto, l’Apostolo fa tutto un discorso incentrato sui concetti della giustificazione e della vita vissuta. Avendo ottenuto la giustificazione per mezzo di Gesù Cristo, abbiamo la pace, la grazia e la speranza della gloria in Dio; e la speranza dell’amore di Dio non delude perché, anche quand’eravamo senza questa forza, Dio ha sacrificato il suo Figlio sulla croce per salvarci.

“Come a causa di un solo uomo il peccato entrò nel mondo e, attraverso il peccato, la morte che dilagò su tutti gli uomini perché tutti peccarono, così per la benevolenza di Dio e il dono gratuito di un solo uomo, Gesù Cristo, sovrabbondò la grazia della giustificazione (…). Come a causa della caduta colpevole di uno solo si ebbe in tutti gli uomini una conseguenza di condanna, così, attraverso l’atto di giustizia di uno solo, si avrà in tutti gli uomini la giustificazione per la vita. Come a causa della disobbedienza di un solo uomo molti furono costituiti peccatori, così attraverso l’obbedienza di uno solo, molti saranno costituiti giusti (…) Dove si moltiplicò il peccato, là sovrabbondò la grazia affinché, come regnò il peccato nella morte, così regni la grazia della giustificazione per la vita eterna in forza di nostro Signore Gesù Cristo (Rom, 5, 12-21).

Da notare che quando l’Apostolo parla di “morte” o di “vita” vuole intendere, non la morte o la vita in senso fisico, ma la morte o la vita in senso spirituale, la morte che toglie e la vita che ridona la grazia di Dio, garanzia per la vita eterna.

Capitolo Sesto

La giustificazione, attuata dal battesimo, esclude il peccato

Nel capitolo sesto l’Apostolo dibatte il tema del peccato, eliminato dal battesimo. Al riguardo egli dichiara: “Chi muore è giustificato e liberato dal peccato. Se poi morimmo con Cristo, crediamo che vivremo con lui, ben sapendo che Cristo, risorto dai morti, non muore più … perché egli vive in Dio. Così anche voi, se siete morti al peccato, siete viventi in Dio, in unione con Gesù Cristo. Non regni dunque il peccato nel vostro corpo mortale, obbedendo ai suoi impulsi sfrenati; non presentate le vostre membra come armi di iniquità per il peccato, ma offrite voi stessi e le vostre membra come armi di giustizia a Dio … (Rom, 6, 7-13); e conclude dicendo: “Ora che siete stati liberati dal peccato e resi schiavi a Dio, raccogliete i frutti per la vostra giustificazione, il cui termine è la vita eterna. La ricompensa del peccato è la morte, il dono della grazia di Dio è la vita eterna, in unione con Gesù Cristo nostro Signore (ibidem, 22-23).

Capitolo Settimo

Leggi, norme e peccati

Aprendo il discorso sul capitolo settimo, l’Apostolo si rivolge ai Romani, come persone esperte di diritto e di leggi, per introdurre un discorso teorico sui diritti e i doveri dei coniugi in regime di matrimonio.

“Secondo la legge, finché i due coniugi sono in vita entrambi, l’uno ha tutti i diritti coniugali sull’altro; ma se uno dei due dovesse venire a mancare, il coniuge sopravvissuto ha il diritto di sposarsi di nuovo con un altro partner, uomo, se è donna; donna, se è uomo. Ma se uno dei due, essendo ancora in vita l’altro coniuge e per un motivo o per l’altro dovesse unirsi, se donna a un altro uomo o se è uomo, a un’altra donna, commetterebbe adulterio. “Così fratelli miei, anche voi siete stati fatti morire con Cristo in croce alla vecchia legge, per rinascere a nuova vita con la resurrezione di Cristo risorto, affinché portiate frutti secondo Dio. Quand’eravamo sotto il controllo della legge, eravamo in balia delle passioni più sfrenate connesse ai peccati perché, i divieti imposti, paradossalmente, acuivano le passioni stesse, spingendoci a un agire sbagliato, che portava frutti di morte. Allora, implicitamente, si può dedurre che la legge stessa fosse causa di peccato? Ma adesso che siamo stati liberati dalla legge, siamo stati liberati anche dalle tentazioni peccaminose, cui ci inducevano i divieti imposti dalla legge al fine di non peccare. Perciò, adesso siamo liberi di servire Dio, secondo la nuova legge dello Spirito” (Rom, 7, 1-6).

Il problema non era tanto quello d’identificare il peccato con la legge, quanto quello di avere o non avere coscienza del peccato stesso. Se non esistesse la norma di legge che stabilisce: non desiderare, io non avrei conosciuto il desiderio passionale. La norma che vieta di fare un’azione, paradossalmente, scatena il desiderio di compiere proprio quell’azione che la legge vieta. Ma, prima che ci fosse la legge, io avrei potuto compiere la stessa azione, senza che mi fosse imputata a colpa perché avrei ignorato il fatto di compiere un’azione proibita.

“Il peccato, una volta trovato un punto d’appoggio nella mia debolezza, mi ha sedotto, scatenandomi il   desiderio passionale. Quindi la legge è salva, il comandamento è santo, giusto e buono!” (Rom, 7, 11-12). L’Apostolo continua il suo discorso facendo un’analisi psicologica sulle contraddizioni dell’animo umano: la legge è buona perché è spirituale, ma io sono di carne. “Non capisco quello che faccio: non faccio quel che voglio, mentre faccio quel che non voglio; e proprio perché faccio ciò che non voglio, riconosco la bontà e la giustezza della norma”. Ma nel ragionamento di Paolo il paradosso continua: “Infatti, se non faccio il bene che voglio e compio il male che non voglio, non sono più io a farlo, ma il peccato che inabita in me. Approvo la legge di Dio, la legge interiore dello Spirito, ma poi c’è un’altra legge diversa del corpo e delle membra che osteggia la legge della mente e mi rende schiavo del peccato. Uomo infelice che sono! Chi mi libererà dal corpo che porta questa morte? (Rom, 7, 15-24). Allora Paolo, un’identica persona, da una parte con la mente serve la legge di Dio, dall’altra, con il corpo serve la legge del peccato. Tuttavia, per coloro che sono uniti a Cristo, non vi è nessun elemento di condanna.

Capitolo Ottavo

Le pulsioni della carne e le leggi dello Spirito

Nel capitolo ottavo continua l’analisi della dicotomia tra le tendenze istintive dell’uomo. Per fortuna nostra, la precaria condizione dell’uomo, diviso tra le appetizioni della carne e le aspirazioni dello Spirito, è stata risolta da Dio, inviando tra gli uomini, il suo Figlio, Gesù Cristo. Egli, vivendo nello stato carnale di affinità ontologica con i figli di Adamo, condannò il peccato nella carne, facendo trionfare la componente dello Spirito. “I pensieri e le aspirazioni della carne sono la morte, mentre i pensieri e le aspirazioni dello Spirito sono vita e pace. Quelli che vivono secondo la carne non piacciono a Dio perché non si sottomettono a Lui. Voi (Romani), invece, non siete in relazione con la carne, ma con lo Spirito, dal momento che lo Spirito di Dio abita in voi. Chi non ha lo Spirito di Cristo, non appartiene a Lui. Se Cristo è in relazione con voi, il corpo è morto a causa del peccato, ma lo Spirito è vita in vista della giustificazione. Se lo Spirito di Colui che resuscitò Gesù dai morti abita in voi, come resuscitò Gesù, egli darà vita anche ai vostri corpi mortali per vivere secondo lo Spirito. Se vivrete secondo la carne, morrete. Se, invece, secondo lo Spirito, uccidendo le azioni del corpo, vivrete. Infatti, riceveste lo spirito di adozione a figli, in unione col quale gridiamo: Abbà, Padre! Lo Spirito stesso attesta al nostro spirito che siamo figli di Dio.

 Se figli, anche eredi, eredi di Dio, coeredi di Cristo; dal momento che soffriamo insieme a lui, è perché possiamo essere glorificati insieme a lui” (Rom, 8, 6-17).

Lo stato di sofferenza del tempo presente non ha, non può avere, nessun rapporto con lo stato che comporterà la gloria futura. “Le cose create subiscono l’insulsaggine peccatrice, non di loro volontà, ma in forza di colui che ve le ha sottoposte, in attesa della loro liberazione dalla schiavitù della corruzione …  

Sappiamo, infatti, che tutte le cose create gemono insieme e soffrono insieme le doglie del parto fino al momento presente. Non solo queste, ma anche noi, che abbiamo il dono dello Spirito, gemiamo in noi stessi in attesa dell’adozione a figli, del riscatto del nostro corpo. Lo Spirito ci soccorre, viene in nostro aiuto con preghiere e gemiti inespressi. Dio, che scruta i cuori, conosce i pensieri segreti di ognuno di noi e le aspirazioni dello Spirito che intercede per i santi secondo Dio. Sappiamo, poi, che per coloro che amano Dio tutto confluisce al bene perché, secondo il piano di Dio, si trovano ad essere chiamati. E noi stessi, che ascoltiamo la voce dello Spirito, sappiamo che quelli che amano Dio saranno anche i chiamati da Lui.

I chiamati saranno i predeterminati ad essere conformi all’immagine di suo Figlio e gli stessi saranno giustificati e glorificati. Se siamo stati salvati, allora Dio è con noi e nessuno potrà essere contro di noi.

Se per la nostra salvezza Dio ha sacrificato il suo Figlio Unigenito, che cosa potrà negarci? Chi sarà l’accusatore contro gli eletti di Dio? Se Cristo è morto, resuscitato e siede alla destra del Padre e intercede in nostro favore, chi ci separerà dall’amore che Cristo ha per noi?” (Rom, 8, 20-35).

 A questo riguardo Paolo pone tutta una serie di interrogazioni retoriche, le cui risposte sono già date per scontate in partenza. Alla fine, afferma che nessuna forza mai potrà separarci dall’amore che Dio ha per noi in Gesù Cristo.

Capitolo Nono

L’incredulità dei Giudei

Nel capitolo nono Paolo pone al centro del discorso la situazione degli Ebrei, suoi fratelli di sangue e di dottrina, divisi tra credenti e non credenti. “Essi sono Israeliti, di loro è l’adozione a figli, la gloria, le alleanze, a loro è stata data la legge, il culto, le promesse, i Patriarchi; da loro proviene Cristo nella sua natura umana; ma non tutti gli Israeliti sono Israele (nel senso che, tra di loro, non tutti sono credenti).

Qui interviene il disegno imperscrutabile del Creatore, che decide le sorti delle creature. Infatti, tra i due figli di Abramo, solo Isacco fu l’erede; e anche tra i due figli di Isacco, Giacobbe fu il prediletto, non Esaù, per quanto questi fosse il maggiore di età. E’ Dio, è soltanto lui, che decide sulla sorte dei suoi figli, senza lasciarsi influenzare da alcun elemento di giudizio umano. L’azione trascendente di Dio è incomprensibile alla creatura. L’uomo non ha il potere di mettersi in contradditorio con Lui.

A questo riguardo porta alcuni esempi tratti dalle normali esperienze dell’attività umana. In particolare, cita il caso del vasaio che, da una stessa massa argillosa, plasma due vasi uguali, di cui, uno destinato ad uso onorifico, l’altro destinato ad un uso banale. Anche Dio, nella sua grande longanimità, può trasformare vasi d’ira preparati per la perdizione, in vasi di misericordia per far conoscere la ricchezza della sua gloria; e qui il discorso è rivolto a tutti, non solo al popolo giudaico, ma viene esteso anche ai pagani. Per sottolineare la coerenza di Dio con le norme del Vecchio Testamento, l’Apostolo cita una serie di esempi tratti dalle Sacre Scritture, soprattutto dai testi dei profeti Osea e Isaia. Se, per le promesse fatte ai padri, il popolo d’Israele dovesse accampare diritti di primazia sugli altri popoli, quali ragioni di merito vanterebbe davanti a Dio?

Di che cosa potrebbe lamentarsi? Che i pagani, che non perseguivano la giustificazione, si sono impadroniti della giustificazione che deriva dalla fede?

Che Israele, pur conoscendo la legge che non sempre osservava, è stata retrocessa rispetto ai pagani? Purtroppo, questa legge conosciuta nella forma ma disattesa nella sostanza, non poteva mai dare, da sola, la giustificazione. Se si vuole trarre un concetto chiaro da un periodo involuto e poco chiaro, il ragionamento dell’Apostolo è il seguente: i pagani, che non cercavano la giustificazione, l’hanno ottenuta per un dono gratuito di Dio, il quale richiede soltanto una risposta affermativa alla domanda di fede.

Israele, invece, ha cercato la giustificazione attraverso la legge e ha sbagliato, perché la giustificazione non proviene dalla legge o dalle opere della legge, ma dalla fede in Dio, annunciata e testimoniata dal suo Figlio, Gesù Cristo. Perciò non poteva realizzare, né l’osservanza della legge, né la giustificazione. Quando venne Cristo e mostrò loro che la via che seguivano era sbagliata, non lo ascoltarono e non lo seguirono.

Ed ecco allora avverarsi la profezia del profeta Isaia quando dichiarò: Ecco, pongo in Sion una pietra di inciampo e di scandalo, chi crederà in essa non sarà svergognato.

Capitolo Decimo

Israele non ha raggiunto la giustificazione di Cristo

Nell’esordio del capitolo decimo, Paolo cambia di tono e assume un atteggiamento più conciliante di quello del capitolo precedente. Dichiara di pregare Dio, affinché i suoi fratelli, Ebrei, si convertano per il loro bene e per la loro salvezza. A loro merito bisogna ricordare che essi hanno sempre avuto zelo per Dio e che, nella storia umana, Israele era sempre stato il popolo prediletto da Dio, ma non ha realizzato una conoscenza approfondita e adeguata alla fede. Gli Israeliti si sono intestarditi nella giustizia fatta da se stessi, per cui non hanno riconosciuto la giustizia di Dio. Invece l’obiettivo più alto della legge è Cristo, cui bisogna attingere la linfa vitale della grazia per ottenere la giustificazione. L’Apostolo, nel tentativo di spiegare il rapporto tra giustificazione e salvezza, fa tutto un discorso prolisso, contorto e intricato, con diverse citazioni prese dalle Scritture, il cui senso appare, più o meno, il seguente: Cristo è il punto di arrivo del progetto salvifico di Dio. Per ottenere la salvezza, l’uomo deve dare il suo assenso, profondo, sincero e convinto alla promessa di Cristo risorto e deve testimoniarlo esteriormente nel vissuto quotidiano nell’ambito della comunità cristiana in cui vive, professando la fede e invocando Cristo nella preghiera. Gli Ebrei non hanno scusanti. Non possono dire di non aver udito l’annuncio o di non aver capito il messaggio, quando tutti avevano udito e capito l’annuncio, ma loro non erano disponibili ad accogliere il messaggio.

Capitolo Undicesimo

Dio non ha respinto il suo popolo

Nell’esordio di questa sezione, Paolo si pone una domanda cruciale: Dio ha forse ripudiato il suo popolo?

 Risposta: non si può dire che Dio abbia ripudiato il suo popolo. Al riguardo egli cita il suo caso personale: “Io stesso sono un Israelita, discendente di Abramo, appartenente alla tribù di Beniamino e cristiano” (Rom, 11,1). Poi, com’è sua frequente abitudine, introduce una serie di sentenze, collezionate dalle Sacre Scritture, in particolare riporta l’osservazione del profeta Elia che denunciava le malefatte degli Israeliti: Signore, demolirono gli altari, uccisero i profeti, dei quali sono rimasto solo io e cercano di uccidermi. Ma Dio gli rispose: Riservai per me settemila uomini che non piegarono i ginocchi davanti a Baal.

Intanto è rimasta “una quota residuale di benevolenza gratuita. Israele non ha ottenuto quello che cercava, l’hanno ottenuto invece gli eletti. Gli altri sono stati induriti e, come dice la Scrittura, Dio ha dato loro uno spirito di torpore: occhi per non vedere, orecchi per non sentire; e Davide aggiunge: Diventi la loro mensa un laccio, un tranello; siano oscurati gli occhi così da non vedere, e fa loro curvare la schiena per sempre.

Ma se gli Ebrei sono caduti per la loro incredulità e la salvezza è pervenuta ai Gentili, il segreto è nel disegno imperscrutabile di Dio che allontana gli uni e chiama gli altri. D’altronde, questo fatto può essere un motivo di bene per entrambi, per la salvezza degli uni, affinché siano di esempio emulativo agli altri nella fede.  Poi, rivolgendosi ai suoi fedeli, scrive: “A voi dico che io, in qualità di Apostolo dei Gentili, onoro il mio ministero, nella speranza di poter provocare l’emulazione dei miei fratelli nel sangue per salvare almeno alcuni di loro.Se la loro ripulsa, per mancanza di fede, fosse motivo di riconciliazione per il mondo, che cosa potrà mai essere la loro riammissione, se non una risurrezione? Se la radice è sana, lo sono anche i rami.

Se sei un olivo inselvatichito e alcuni rami sono stati tagliati per essere innestati a olivo produttivo, i nuovi virgulti prosperano attingendo la linfa dalla radice dell’olivo; ma di questo non vantarti pagano) a scapito dei rami poiché, non sei tu a sostenere la radice, ma è la radice a sostenere te. Questo per ricordare che il popolo di Dio, depositario delle promesse, sono gli Ebrei; essi costituiscono l’ambiente naturale, in cui le stesse promesse divine si verificano; mentre i pagani sono da considerarsi un corpo estraneo. Soltanto per cause contingenti, l’infedeltà d’Israele e il disegno imperscrutabile di Dio, hanno consentito che i pagani sostituissero gli Ebrei, come nuovo popolo di Dio.

 Ad ogni modo, il popolo d’Israele rimane sempre l’ambiente storico naturale, in cui Dio ha fatto le promesse ai Patriarchi e ai Profeti ed è il luogo in cui le promesse divine si sono verificate. D’altra parte, essi non resteranno sempre nell’incredulità, ma prima o poi, si convertiranno. Anche voi Gentili, da pagani che eravate come olivastri selvatici, siete stati innestati in rami d’olivo e portate buoni frutti; a maggior ragione porteranno buoni frutti i rami di olivo, innestati nuovamente in un tronco della stessa natura di olivo. D’altronde gli Israeliti non resteranno sempre nell’incredulità, ma prima o poi si convertiranno; prima o poi, saranno innestati nuovamente a olivo da produzione (Rom 11, 17- 24).

Il compimento del piano salvifico di Dio

A conclusione del capitolo, Paolo rivolge ancora una raccomandazione ai destinatari della Lettera: “Voi, fratelli, non voglio che ignoriate il pano salvifico di Dio e diventiate superbi di voi stessi. L’incredulità di una parte d’Israele è avvenuta e perdura finché tutti i Gentili non siano entrati nel regno della salvezza. Quando questo avverrà, allora Israele sarà salvato, come sta scritto nelle profezie: Da Sion uscirà il liberatore/ egli toglierà le empietà da Giacobbe. Sarà questa la mia alleanza con loro/ quando distruggerò i loro peccati.

Quanto al vangelo, essi sono nemici per il vostro vantaggio; ma quanto ad elezione, essi sono amati a causa dei padri perché i doni e la chiamata di Dio sono irrevocabili. Come voi un tempo siete stati disobbedienti a Dio e ora avete avuto misericordia per la loro disobbedienza, così anch’essi ora sono diventati disobbedienti in vista della misericordia usata verso di voi, perché anch’essi ottengano misericordia” (Rom, 11, 25-32).

La sintesi di un discorso prolisso appare la seguente: quando ci sarà la resurrezione finale e sarà completato il disegno salvifico di Dio, la riammissione degli Ebrei sarà un evento importante nel quadro generale della salvezza escatologica dell’intera umanità.

Poi l’esclamazione estatica dell’Apostolo:” O profondità della ricchezza, della sapienza e della conoscenza di Dio! Quanto sono impenetrabili i suoi giudizi e inaccessibili le sue vie! …

Poiché da lui, grazie a lui e per lui, sono tutte le cose. A lui gloria nei secoli. Amen.

Parte parenetica

Capitolo Dodicesimo

I fondamenti della moralità cristiana

Gli ultimi cinque capitoli dell’epistola costituiscono la parte parenetica, cioè esortativa. L’Apostolo invita i cristiani a condurre un modello di vita coerente con i precetti del Vangelo in cui credono. Infatti, nel capitolo dodicesimo, egli esordisce dichiarando: “In nome della misericordia di Dio, vi esorto fratelli a offrire i vostri corpi come un dono sacrificale vivente, santo e gradito a Dio. Non uniformatevi ai canoni di vita di questo mondo, ma promuovete una continua trasformazione spirituale della vostra coscienza, affinché possiate comprendere che cosa Dio vuole da voi, che cos’è buono, che cos’è particolarmente gradito a Lui perché perfetto. Per la grazia che mi concede la mia missione, io dico a ciascuno di voi che non dovete avere pretese e aspirazioni superiori a voi stessi e alle vostre possibilità. Bisogna avere aspirazioni e pensieri saggi, a seconda delle capacità che Dio ha assegnato a ciascuno. Come nel corpo umano abbiamo diverse membra e ciascuna di esse svolge funzioni specifiche diverse, ma in collaborazione reciproca con le altre parti del corpo per la salute e il buon funzionamento dell’intero organismo, così siamo noi cristiani: una pluralità d’individui riuniti in un corpo solo, il Corpo Mistico di Cristo, differenziato in diverse membra, con funzioni reciproche solidali. Ciascuno è portatore di doni diversi, datigli dalla benevolenza del Creatore, che deve utilizzare a beneficio degli altri, dell’intera collettività. Ciascuno offra il dono del suo carisma con semplicità, sollecitudine e con la gioia nel cuore di poter servire gli altri. Aborrite il male, aderite con tutte le forze al bene. Amatevi vicendevolmente nella stima e nell’onore; siate solleciti, non pigri; ferventi nelle azioni dello Spirito, servite il Signore con la gioia della speranza, siate assidui nella preghiera, individuale e liturgica. Soccorrete alle necessità dei santi, praticate l’ospitalità. Contro chi vi perseguita, invocate, non maledizioni, ma benedizioni; gioite con chi gioisce, piangete con chi piange; tra di voi abbiate abitudini e sollecitudini vicendevoli; non abbiate aspirazioni di grandezza, ma lasciatevi attrarre dalle cose umili; non ricambiate il male col male, ma studiatevi di compiere sempre  il bene davanti a tutti; non vendicatevi per i torti subiti, ma cedete il posto all’ira divina. La vendetta spetta a Dio, non agli uomini. Anzi, se il tuo nemico ha fame, tu dà-gli cibo; se ha sete, dà-gli da bere” (Rom, 12, 1-21). In poche parole, il cristiano non deve combattere il male sullo stesso piano del male, ma, al contrario, deve combatterlo con il bene e vincerlo mediante le buone azioni.

Capitolo Tredicesimo

I rapporti dei cristiani con le autorità civili

Quanto ai rapporti con le autorità civili, Paola raccomanda i cristiani di avere il massimo rispetto delle autorità costituite, preposte a garantire l’ordine e la sicurezza dei cittadini nella pacifica convivenza dei popoli. Le autorità legittime sono state preposte agli ordini di comando per garantire questa finalità; perciò, il loro potere promana da Dio stesso, che vuole l’ordine e la pace dei cittadini. Non solo, ma i cittadini devono anche pagare i tributi e le imposte dovuti per il buon funzionamento della società civile organizzata.

Ai destinatari della sua missiva, Paolo raccomanda: “Amatevi gli uni gli altri. Chi ama l’altro, ha portato a compimento l’intera legge. Infatti, tutta la legge, antica e nuova, non commettere adulterio, non uccidere, non rubare, non abbandonarti all’impulso passionale e qualunque altro comandamento, è sintetizzato nell’espressione: amerai il tuo prossimo come te stesso. E’ questa la risposta che Gesù diede ai farisei che lo interrogavano su quale fosse il comandamento più grande, poi riportata nel Vangelo di Matteo: Amerai il prossimo tuo come te stesso (Mt, 22,40). L’amore non procura del male al prossimo; quindi, l’amore rappresenta la pienezza della legge” (Rom, 13, 8-10).

Siccome si avvicina il tempo della salvezza finale (la parusia), l’Apostolo sollecita i cristiani a deporre le opere delle tenebre (le azioni cattive) e a rivestirsi delle opere della luce (le opere buone). “Comportiamoci con dignità, come fa chi agisce alla luce del giorno, consiglia l’Apostolo: non gozzoviglie o orge, non lussurie o impudicizie, non litigi o gelosie, ma rivestitevi del Signore Gesù Cristo, non obbedite agli impulsi sfrenati della carne, seguendo i suoi appetiti istintuali” (Rom, 13, 13-14).

Capitolo Quattordicesimo

Il caso di coscienza dei deboli e dei forti

Tutto il capitolo quattordicesimo tratta il problema di coscienza dei rapporti tra deboli e forti. Paolo allude alle differenze di comportamento, che esistono tra i membri delle stesse comunità cristiane, compresa quella di Roma. Alcuni individui sono forti nella fede e, di conseguenza, anche nelle altre prove della vita; altri appaiono deboli e abbisognano di essere sostenuti; perciò, raccomanda la solidarietà dei primi nei confronti dei secondi, quando questi vacillano per la debolezza del loro carattere. Al riguardo scrive: “Nessuno di noi vive per se stesso, né muore per se stesso. Se viviamo, viviamo per il Signore, se moriamo, moriamo per il Signore: quindi sia che viviamo, sia che moriamo, siamo sempre del Signore; per questo scopo, infatti, visse e morì Gesù Cristo per esercitare il dominio sui morti e sui vivi; ma tu perché condanni il fratello? O perché lo disprezzi? Tutti, infatti, un giorno ci presenteremo davanti al tribunale di Dio. (Rom, 14, 7-10).

Siccome ciascuno di noi dovrà rendere conto di se stesso a Dio, sarebbe meglio se la smettessimo di giudicarci a vicenda. Perciò, è cosa disdicevole che il fratello disprezzi il fratello, che all’interno della comunità alligni la critica, la maldicenza e il disprezzo degli altri. Non è cosa degna dei cristiani. Sarebbe meglio costruire opere di pace e di edificazione reciproca. Non è cosa importante il cibo che mangi o non mangi o l’astinenza dalle carni e dal vino, che tu osservi; l’importante è che tutte le cose che fai, siano approvate dalla tua coscienza come cose non contrarie alla fede che professi e che le stesse cose, che mangi e che bevi, non siano motivo di scandalo per i tuoi fratelli più deboli. Se così fosse, astieniti da quel cibo e da quella bevanda per un dovere di carità verso il tuo prossimo. “Il regno di Dio, infatti, non è questione di cibo o di bevanda, ma di giustizia, di pace e di gioia nello Spirito Santo; dedichiamoci quindi alle opere di pace e di edificazione vicendevole (Rom, 14, 17-19).

Capitolo Quindicesimo

Il comportamento pratico dei cristiani deve essere modellato sull’esempio di Cristo

Nel capitolo quindicesimo l’Apostolo, come fa in altre parti del suo epistolario, riprende il tema già trattato nel capitolo precedente: le relazioni umane all’interno della comunità tra deboli e forti. Tra questi ultimi, Paolo, consapevole della sua missione apostolica, ci si mette lui stesso, sostenendo: “Noi, che siamo forti, dobbiamo portare la fragilità dei deboli; e non per piacere a noi stessi, ma per piacere al prossimo che potrà ricevere il bene che gli portiamo in vista della sua edificazione. Anche Cristo non piacque a se stesso, ma accettò le offese ricevute, come sta scritto nella Scrittura: ricadono su di me gli oltraggi di chi t’insulta (Sl 69,10). Tutto quello che è stato scritto prima di noi, è stato scritto per la nostra istruzione perché, in virtù della perseveranza e della consolazione che ci vengono dalle Scritture, teniamo viva la speranza. Per mezzo della costanza e della consolazione che ci vengono dalla Scrittura, noi abbiamo la speranza… Voi, fratelli, regolate le vostre relazioni reciproche, secondo il modello di comportamento offerto da Gesù Cristo. Accoglietevi, accettandovi a vicenda e imparate a diventare l’uno servitore dell’altro…”. Dopo aver citato alcuni passi delle Sacre Scritture, egli conclude il discorso, sul comportamento dei cristiani, con una preghiera e un augurio:

“Il Dio della speranza vi ricolmi di ogni gioia e pace nel credere in Lui, in modo che sovrabbondi in voi la forza della speranza, che vi darà lo Spirito Santo” (Rom 15, 1-13).

Paolo espone ai Romani i suoi progetti futuri

In questo paragrafo, Paolo esprime la fiducia che la comunità cristiana di Roma sia abbastanza matura nella fede e autosufficiente nell’organizzazione interna, in modo tale che sappia gestirsi da sola nelle pratiche del culto e nei rapporti sociali. Tuttavia, dichiara di aver scritto la Lettera con una certa audacia per due motivi: primo, per ricordare loro i doveri dei cristiani, che essi già conoscono; secondo, per la responsabilità che gli stata affidata di evangelizzare i pagani. Questo è il suo merito e il suo vanto. “Non avrei osato parlare di questo, dice l’Apostolo, se Cristo non avesse operato in me con parole e opere, con segni e prodigi e con la potenza dello Spirito per condurre i pagani alla fede”. E continua la sua arringa: “In forza di questa missione, partendo da Gerusalemme e muovendomi a largo raggio fino all’Illiria, ho portato a termine l’annuncio del Vangelo di Cristo. Posso attribuirmi, come punto di merito, di aver annunciato il Vangelo là dove ancora non era giunto il nome di Cristo e di aver provveduto a fondare quelle comunità che non erano state  fondate da altri. Questi impegni mi hanno impedito di venire tra voi prima di adesso” (Rom 15, 17-22).

Ora però, compiuta la sua missione in Oriente (in Grecia, Macedonia e Asia Minore), l’Apostolo pensa di recarsi in Occidente, precisamente, in Spagna. Durante il viaggio conta di poter fare una sosta tra i fedeli della comunità di Roma, onde godere della loro amicizia e, forse, anche nella speranza di avere qualche aiuto materiale, come allora si usava fare verso i missionari.

Ma prima deve tornare a Gerusalemme per portare ai poveri santi di quella città le offerte materiali che i volontari cristiani della Macedonia e dell’Acaia (Grecia) hanno fatto attraverso una coletta spontanea. D’altronde, se i Gentili hanno ricevuto dai missionari i doni spirituali della fede, in qualche modo, essi dovrebbero ricambiare il beneficio ricevuto con beni e altre cose, necessari a soddisfare i bisogni materiali degli stessi missionari e dei poveri di altre parti.

Dopo aver compiuto gli adempimenti del suo programma, l’Apostolo ha deciso di andare in Spagna e, durante il viaggio, pensa di fermarsi a Roma per visitare la comunità cristiana, destinataria della sua presente missiva. A conclusione del capitolo egli rivolge ai Romani la seguente allocuzione:

“Vi esorto, fratelli, in grazia di Gesù Cristo, nostro Signore e in grazia dello Spirito Santo, che ha effuso il suo amore fra di noi, di pregare e lottare insieme a me contro le accuse che mi rivolgono i Giudei miscredenti e affinché le offerte che porto in dono, siano gradite ai poveri santi di Gerusalemme. La soddisfazione derivante dalla consapevolezza della missione compiuta, venendo da voi, mi consentirà di riposarmi e di rinfrancare con voi il mio spirito, affaticato ma contento. Che la pace di Dio sia con tutti voi. Amen”. Con questo saluto e con questo auspicio l’Apostolo delle Genti conclude la sua Lettera ai cristiani della comunità di Roma.

Capitolo Sedicesimo

I saluti e le raccomandazioni finali.

Il capitolo sedicesimo, che costituisce una specie di appendice del documento, contiene i saluti e le raccomandazioni finali che l’Apostolo rivolge ai destinatari della sua missiva. Paolo manda i saluti e le sue premurose raccomandazioni per tutti quelli che erano stati suoi collaboratori e amici nelle sue   precedenti missioni. La prima, della lunga lista dei raccomandati, è la diaconessa Febe, per la quale chiede adeguata accoglienza e assistenza in quanto, in precedenza, la stessa aveva aiutato e assistito, anche materialmente, molti cristiani, compreso lo stesso Paolo. Saluti ai due coniugi, Prisca e Aquila che, per salvare lui e gli altri cristiani dal tumulto di Efeso, avevano rischiato la loro vita. (Probabilmente il tumulto, cui allude l’Apostolo, era quello scatenato dall’argentiere Demetrio proprio contro Paolo, che aveva osato screditare la figura della dea Artemide e degli altri dei pagani; l’evento, per altro, narrato, con dovizia di particolari negli Atti degli Apostoli). Per questo loro gesto di generosità, non è soltanto lui a ringraziarli, ma tutte le chiese cristiane dei Gentili convertiti. I saluti per Epeneto, primizia dei frutti cristiani in Asia. Seguono i nomi di Maria, Andronico e Giunia, che l’Apostolo definisce “della mia stessa stirpe”, evidentemente Giudei come lui. Segue una lista di oltre una dozzina di nomi di collaboratori, amici e santi nella fede, attivi seguaci delle comunità cristiane giàcostituite in Oriente. Poi l’esortazione dell’Apostolo ai destinatari della missiva:

“Vi esorto, fratelli, a guardarvi da coloro che suscitano faziose divisioni e intralci contro la dottrina che voi avete imparato: evitate costoro! Gente come questa non serve a Cristo, nostro Signore, ma alla loro stessa cupidigia personale, perché, con false promesse e discorsi adulatori, inganno l’animo dei semplici. La vostra obbedienza è notoria a tutti. Gioisco per voi, ma voglio che siate saggi per il bene e immuni dal male. La benevolenza del Signore nostro Gesù sia con tutti voi” (Rom, 16, 17-20).

Seguono i saluti di Timoteo e di altri stretti collaboratori dell’Apostolo, tra i quali uno che scrive: “Vi saluto in unione col Signore io, Terzo, che ho scritto la Lettera”. Evidentemente si tratta dell’amanuense che ha scritto la Lettera sotto dettatura dell’Apostolo. Egli ha ritenuto opportuno mandare, di proprio pugno, a sua imperitura memoria, il suo saluto ai posteri.

Nota, fuori testo, del commentatore

Secondo la concezione del Vecchio Testamento, l’uomo giusto è colui che è timorato di Dio, è intimamente religioso e scrupoloso osservante della legge divina.

Applicando questo concetto al Nuovo Testamento, Paolo parte da una premessa: non tutti gli uomini sono a conoscenza della legge; e tra quelli che la conoscono (i Giudei), non tutti la osservano scrupolosamente. Quelli che conoscono la legge e non la rispettano, peccano più gravemente di quelli che non la conoscono. Pertanto, abbandonato a se stesso, l’uomo non riesce a conformare la sua condotta di vita alla norma voluta da Dio, a causa della debolezza della natura umana. Questa debolezza congenita dell’umana natura deriva dal peccato originale, che ha trasmesso, all’intera specie umana, la colpevole l’affinità ontologica dell’eredità di Adamo. Al peccato originale, inoltre, si aggiungono i peccati personali, che inevitabilmente seguiranno. Pertanto, lasciato a se stesso, l’uomo si trova in una condizione di peccato e di desolazione spirituale tale che, lo porta inevitabilmente a uno stato di morte eterna.

Davanti a questa sua triste situazione, di sofferenza e di condanna spirituale senz’appello, per fortuna, abbiamo l’intervento salvifico di Dio. E’ un intervento gratuito, determinato dalla benevolenza divina, che si realizza soltanto attraverso Gesù Cristo. Confidando in Lui e aderendo con fede sincera al suo messaggio di salvezza, l’uomo ottiene da Dio la giustificazione che lo salva dai suoi peccati. Praticamente, la giustificazione lo sottrae all’affinità ontologica di Adamo e lo promuove all’affinità ontologica di Cristo. Con la giustificazione, che gli conferisce la fede, ottiene una nuova vita nello Spirito, che gli offrirà le risorse morali e spirituali necessarie per seguire un altro cammino e osservare una nuova norma, indicati, appunto, dalla legge dello Spirito. Questa riverserà in lui l’abbondanza dei doni messianici e la giustificazione che riceverà, innesterà in lui un percorso pedagogico virtuoso nella strada della salvezza, portandolo alla progressiva perfezione spirituale che, a sua volta, lo condurrà all’escatologia finale nel regno dei giusti.

SOMMARIO

Cap.I°: Come nelle altre sue lettere, l’Apostolo esordisce con i saluti e l’auto presentazione ai suoi destinatari: i credenti della comunità cristiana di Roma. Egli ancora non li conosce perché questa comunità non è stata fondata da lui, come quelle dell’Oriente e della Grecia. Perciò ci tiene a presentarsi in anteprima con il merito delle sue migliori credenziali: quelle di aver evangelizzato il mondo pagano dell’Asia, della Macedonia e della Grecia. Adesso sente il desiderio di conoscere questi nuovi fedeli per comunicare loro “qualche dono spirituale e gioire insieme per la comunanza della fede”.

Afferma che il Vangelo è un’energia spirituale che promana da Dio e opera universalmente tra gli uomini per salvare tutti e ciascuno, Giudeo o Greco (pagano) che sia. Gli uomini, beneficiari della salvezza e degli altri doni che il Signore aveva loro liberalmente profusi, anziché essere grati e devoti a Dio per i beni ricevuti, “scambiarono la gloria di Dio con le sembianze dell’uomo corruttibile, di volatili, di quadrupedi, di serpenti” (1, 21-23). Per questo Dio li ha abbandonati alle loro sbrigliatezze e alle loro passioni ignominiose; ed essi compirono ogni malvagità, cupidigia, malizia, invidia, omicidio, lite, maldicenza, calunnia; superbi, orgogliosi, ribelli ai loro genitori, senza intelligenza, senza amore, senza misericordia. Conoscono la legge di Dio, ma non la rispettano e, quel che è peggio, inducono anche gli altri a non rispettarla. Per questo essi sono degni di morte” (1, 26-32).

Cap. II: In questo capitolo, Paolo lancia una delle sue tante invettive contro i Giudei (suoi connazionali ma nemici nella fede in Cristo). Al riguardo egli dichiara: “E tu Giudeo che giudichi severamente gli altri per le loro azioni no rette, per lo stesso motivo condanni te stesso perché sei reo delle stesse colpe, di cui accusi gli altri. O credi di poter sfuggire alla giustizia divina? Quando essa si abbatterà sulle nostre teste, i giusti riceveranno il premio con la vita eterna, ma per i malvagi ci sarà ira e sdegno con il castigo eterno, chiunque esso sia, Giudeo o Greco” (2, 1-10). Non basta conoscere la legge, l’importante è metterla in pratica per essere chiamati giusti. I pagani, che non conoscono la legge mosaica ma rispettano la legge della natura, dettano legge a se stessi , perché le finalità della legge positiva possono essere raggiunte osservando le leggi della natura. Infatti, i dettami della ragione umana sono altrettanti doni dati all’uomo dal Creatore. Tutto questo accadrà il giorno in cui Dio giudicherà i segreti degli uomini, secondo il Vangelo che predica Paolo. ” Se poi tu Giudeo, che ti vanti di essere la legge e ti credi guidatore di ciechi e dottore d’ignoranti; tu che dici di non rubare ma rubi; tu che disapprovi l’adulterio, ma lo compi; tu che dici di avere in orrore gli idoli, ma spogli i templi; tu, con le tue trasgressioni, disonori Dio. La circoncisione ha valore se tu rispetti e applichi la legge, altrimenti essa non ha alcun valore. Il vero Giudeo non è quello che appare all’esterno, ma quello che è veramente nella sua coerenza interiore. la vera circoncisione che conta non è quella che appare sulla carne, ma quella che porti nel cuore” (2, 1-29).

Cap. III° Le prerogative dei Giudei

In questo capitolo l’Apostolo continua a sviluppare l’argomento iniziato nel capitolo precedente sulla polemica antigiudaica. Si chiede: “Quali vantaggi porta l’essere Giudeo? Indubbiamente molti, se rettamente intesi, egli risponde. Anzitutto a loro è stata affidata la parola di Dio; e, nonostante l’infedeltà di molti, Dio è sempre fedele con il suo popolo. Secondo la legge, tutti gli uomini, Giudei e Greci, sono sotto il dominio del peccato; secondo la legge, infatti, nessun uomo, nel proprio stato di debolezza ontologica, verrà giustificato davanti a Dio.

Credere per fede

Ma a prescindere dalla legge, la giustizia di Dio, testimoniata dai Profeti dell’Antico Testamento, si è rivelata per mezzo della fede in Gesù Cristo e si è riversata in tutti quelli che credono in lui. Tutti gli uomini, senza alcuna distinzione, hanno peccato, ma vengono giustificati per un benevolo favore di Dio, in forza della redenzione che ha portato Gesù Cristo. L’antica legge non verrà abolita, ma modificata e integrata con la nuova legge dello Spirito (cfr. Mt 5, 17-20 e Lc 16, 17).

Cap. IV La fede di Abramo

La Sacra Scrittura dice: “Credette Abramo a Dio e la sua fede gli fu computata a giustificazione. Questo avvenne quando egli non era stato ancora circonciso. Fu allora che ricevette il segno della circoncisione come sigillo della giustificazione, ottenuta attraverso la fede, affinché fosse padre di tutti gli uomini che credono, anche senza essere stati circoncisi. (Questa è stata la tesi forte che Paolo sostenne come Apostolo delle Genti (gentili). Egli operò seguendo sempre questa linea che, d’altronde, era stata già autorizzata dal primo Concilio Apostolico di Gerusalemme, durante il quale le voci più autorevoli, Pietro e Giacomo, avevano sostenuto la tesi di Paolo e Barnaba, di ammettere direttamente i pagani alla nuova fede, anche senza passare attraverso un tirocinio d’iniziazione nelle fede giudaica e senza essere sottoposti all’obbligo della circoncisione; e questo è il motivo dell’eterno contrasto dell’Apostolo con i Giudei e Giudaizzanti, che gli costò lotte continue, nonché le dolorose esperienze di sottoporsi a giudizi nei tribunali e alla detenzione in carcere).

Abramo credette contro ogni speranza, in modo da diventare padre di tutte le nazioni, secondo quanto gli era stato detto. La sua fede non vacillò neppure quando si trovò davanti alla alla scelta che sembrava cosa impossibile realizzare; cioè quando il suo corpo era privo di vitalità e devitalizzato era anche il seno della moglie Sara a causa dell’anziana età, tuttavia egli credette alla promessa di Dio. Egli era profondamente convinto del fatto che la potenza di Dio tutto può fare, anche quello che appare impossibile all’impotente sguardo umano; e la sua profonda fede gli fu computata a giustificazione, non solo a lui, ma anche a noi, suoi eredi. Tutto questo se noi crediamo in Colui che ha risuscitato il nostro Signore Gesù Cristo dalla morte, sacrificato per la nostra redenzione dal peccato.

Ca. V La Giustificazione vissuta

Nel capitolo quinto, l’Apostolo incentra il discorso sul tema della giustificazione nelle esperienze della vita pratica. Avendo ottenuto la giustificazione per il gratuito sacrificio di Cristo, abbiamo anche la pace in vita e la speranza della gloria futura. “Come a causa di un solo uomo (Adamo) il peccato entrò nel mondo e la morte dilagò tra tutti gli uomini, così la benevolenza di Dio e il dono gratuito del sacrificio di un solo uomo, Gesù Cristo, sovrabbondò la grazia della giustificazione … Come a causa della disobbedienza di un solo uomo molti furono costituiti peccatori, così attraverso la sovrabbondanza di un solo uomo, molti furono costituiti giusti … Dove si moltiplicò il peccato, sovrabbondò la grazia affinché, come regnò il peccato nella morte, così regni la grazia della giustificazione per la vita eterna (5, 12-21). Bene inteso che l’Apostolo, quando parla di vita o di morte, non intende la vita o la morte in senso fisico, ma la vita e la morte dello Spirito. La morte che toglie la vita spirituale, la grazia di Dio che ridona la vita dello Spirto, a garanzia della vita eterna.

Cap. VI La giustificazione compiuta con il battesimo esclude il peccato

In questo capitolo l’Apostolo sostiene la tesi, secondo cui, il battesimo toglie il peccato. Infatti, al riguardo dichiara: “Chi muore è stato giustificato e liberato dal peccato. Se noi morimmo con Cristo, crediamo che vivremo con lui, ben sapendo che Cristo, risorto dai morti, non muore più perché egli vive in Dio. Così è anche per voi, se reputate di essere morti al peccato e viventi in Dio, in unione con Cristo. Non regni dunque il peccato nel vostro corpo mortale, obbedendo ai suoi impulsi sfrenati, le vostre membra non siano come armi di iniquità per il peccato, ma offrite voi stessi e le vostre membra come armi di giustizia a Dio… Ora che siete stati liberati dal peccato e resi schiavi di Dio, raccogliete i frutti della giustificazione, il cui termine è la vita eterna. La ricompensa del peccato è la morte, il dono della grazia di Dio è la vita eterna.

Cap. VII L’uomo è liberato dalla schiavitù della legge.

In questa sezione Paolo parla dei diritti e dei doveri dei coniugi. In sostanza, il suo ragionamento sostiene che un individuo, maschio o femmina che sia, quand’è sposato, deve restare fedele al suo partner; ma se l’uno dei due dovesse morire, il coniuge superstite può sposarsi nuovamente con un nuovo compagno o compagna. Ma, se essendo ancora in vita il proprio coniuge, un uomo o una donna sposati si concede a un partner estraneo, colui che tradisce il coniuge vivente è un adultero o un’adultera. Quand’eravamo sotto il dominio della legge, eravamo esposti all’assalto delle passioni più sfrenate, che erano causa di peccato perché i divieti imposti, paradossalmente, inducevano, non tanto al freno imposto dalla legge, quanto alla sua violazione per soddisfare i propri desideri inconfessati. Ma adesso che siamo stati liberati dalla legge, siamo stati liberati anche dall’assalto delle passioni peccaminose e viviamo liberi sotto la nuova legge dello spirito. Paolo continua, poi, il suo discorso facendo un’anali psicologica sulle contraddizioni dell’animo umano. “Non capisco quello che faccio. Non faccio quello che voglio, mentre faccio quello che non voglio. Proprio perché faccio quello che non voglio, riconosco la bontà e la giustezza della norma. Ma se accade questo, non sono più io a fare il male che non voglio, ma è il peccato che inabita in me. Approvo la legge interiore dello spirito, ma c’è un’altra legge del corpo e della membra, che osteggia la legge della mente e mi rende schiavo del peccato. Allora, io, lo stesso Paolo, da una parte s’identifica con la legge di Dio, dall’altra, con il corpo serve la legge del peccato. Tuttavia, per coloro che sono uniti a Cristo, non vi è nessun motivo di condanna” (7, 15-25).

Cap. VIII Le appetizioni della carne e le aspirazioni dello spirito

In questo passaggio della sua missiva, l’Apostolo sostiene un serrato dibattito tra le due forze istintive dell’uomo, antagoniste tra di loro: le appetizioni della carne e le aspirazioni dello spirito. Per nostra fortuna, questa dicotomia istintuale è stata risolta dalla venuta di Gesù Cristo. Egli, vivendo nella stato carnale di affinità ontologica con i figli di Adamo, condannò il peccato nella carne, facendo trionfare la componente dello Spirito. “Infatti, i pensieri e i desideri della carne portano alla morte, mentre i pensieri e le aspirazioni della Spirito danno la vita e la pace. Quelli che vivono secondo la carne non piacciono a Dio perché non si sottomettono a lui. Voi (Romani) non siete in relazione con la carne, ma con lo Spirito, dal momento che lo Spirito di Dio abita in voi. Chi non ha lo Spirito di Cristo non appartiene a lui … Se lo Spirito di Colui che risuscitò Gesù dai morti abita in voi, come Egli risuscitò Gesù, così darà la vita anche ai vostri corpi mortali e lo farà in forza dello Spirito e inabita in voi per vivere secondo lo Spirito. Infatti riceveste lo spirito di adozione a figli, in unione col quale gridiamo Abbà … Padre! Lo Spirito attesta al nostro spirito che siamo figli di Dio. Se siamo figli, siamo anche eredi di Dio, coeredi di Cristo, dal momento che soffriamo con lui, possiamo essere anche glorificati con lui …..

Sappiamo che tutte le cose create gemono insieme e soffrono insieme le doglie del parto fino al momento presente; e non solo queste, ma anche noi che abbiamo il dono dello Spirito, gemiamo in noi stessi in attesa dell’adozione a figli, del riscatto del nostro corpo. Lo Spirito ci soccorre nella nostra debolezza e viene in nostro aiuto con preghiere e gemiti inespressi. Dio che scruta i cuori, conosce i pensieri segreti di ognuno di noi e intercede per i Santi. Noi stessi, che ascoltiamo la voce dello Spirito, sappiamo che quelli che amano Dio saranno anche chiamati da lui … Se siamo stati salvati, allora Dio è con noi e nessuno potrà essere contro di noi. Se per la nostra salvezza Dio ha sacrificato il suo figlio unigenito, che cosa potrà negarci? Chi sarà l’accusatore contro gli eletti di Dio? Se Cristo è morto, risuscitato, siede alla destra del Padre e intercede per noi, chi ci separerà dall’amore che Egli ha per noi? (8, 6-35).