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Scritto Da Felice Moro il giorno 08 Gen 2009

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L’articolo è incentrato sulla storia, struttura e funzioni della Comunicazione. La comunicazione è una relazione che si stabilisce tra due o più … (Clicca sul titolo per continuare a leggere l’articolo)

 

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La prima lettera di San Paolo a Timoteo

Posted By Felice Moro on Ottobre 22nd, 2022

Introduzione

Il destinatario di questa lettera apostolica è Timoteo, l’allievo e il collaboratore prediletto dell’Apostolo Paolo. Egli compare come uno degli attori più importanti delle prime evangelizzazioni dei Pagani e, di conseguenza, è anche una delle figure di maggiore rilievo nell’epistolario paolino. Egli è già noto ai lettori fin dal testo gli Atti degli Apostoli. Infatti, Paolo l’aveva conosciuto a Listra, in Licaonia, durante il suo primo viaggio missionario, compiuto insieme a Barnaba in Asia Minore, quando Timoteo era ancora molto giovane, poco più che un adolescente.  Era figlio di padre greco e di madre giudea e, molto probabilmente, era stato convertito al cristianesimo da Paolo stesso durante le sue prime predicazioni in quella città. Ma egli era stato già iniziato alla conoscenza del Vangelo e dell’Antico Testamento da un’educazione familiare, di calibro muliebre dalla nonna Loide e dalla madre Eunice, entrambe già cristiane, mentre il padre, cui non si fa alcun riferimento se non alle sue origini greche, doveva essere già morto. Durante il secondo viaggio missionario di Paolo, Timoteo era ben conosciuto e molto apprezzato nella sua città e nelle città vicine dell’Asia Proconsolare. Passando di là, Paolo ebbe modo d’incontrarlo, lo riconobbe all’altezza del compito che intendeva affidargli, per cui decise di prenderlo con sé e di farlo suo collaboratore di fiducia. Per quanto egli fosse convinto che ai fini della salvezza l’antica circoncisione giudaica non avrebbe avuto alcun valore, tuttavia, per facilitargli i rapporti con il mondo ebraico, lo fece circoncidere. Da questo momento in poi lo ritroviamo sempre a fianco dell’Apostolo, di cui subì il fascino carismatico della sua potente personalità vulcanica, fino ad assimilarne l’anima e il pensiero. Timoteo appare un giovane timido, indeciso, molto sensibile e delicato, di carattere quasi femmineo. Nella tempra del suo carattere avrà pure influito la sua inesperienza, dovuta alla giovane età perché, quando incominciò la sua attività missionaria, era un giovane intorno ai vent’anni. Egli seguì l’Apostolo durante il secondo e il terzo viaggio missionario.

Dagli Atti degli Apostoli sappiamo che egli contribuì a fondare le prime comunità cristiane in Europa: in Macedonia a Filippi, Tessalonica, Berea, dove rimase insieme a Sila a consolidare le comunità appena costituite, anche dopo la precipitosa partenza di Paolo per Atene. Successivamente egli, insieme a Sila, raggiunse Paolo a Corinto, dove l’Apostolo aveva stabilito la sua sede principale per l’evangelizzazione dell’Acaia. Una volta ricostituitosi il gruppo apostolico nella città dell’istmo, Timoteo e Sila sollevarono il Maestro dall’attività manuale di fabbricanti di tende, il cui lavoro consentiva loro di vivere a proprie spese, indipendenti da tutti e senza essere di peso a nessuno. Allora, finalmente, Paolo potete dedicarsi interamente alla predicazione del Vangelo, mentre agli impegni di lavoro accudivano i suoi due collaboratori.

Da quel momento incominciano i numerosi incarichi fiduciari, che l’Apostolo affidava loro, da compiere al suo posto. Il primo è stato quello compiuto a Tessalonica. Mentre Paolo rimane nel sud dell’Attica, tra Atene e Corinto, Timoteo con Sila vengono inviati come messaggeri a Tessalonica, in Macedonia, a confermare i fedeli di quella comunità e a riferire all’Apostolo sulla situazione reale di quelle prime cellule di vita cristiana.

Durante il terzo viaggio missionario (54-58) lo ritroviamo a Efeso con Paolo, che gli affida altri incarichi fiduciari nelle comunità Macedoni (At 19,22) e a Corinto (1Co 4,17 e 16, 10). Dopo un anno, Paolo e Timoteo sono di nuovo insieme in Macedonia (2Co 1,1) e insieme vanno a Corinto (At 20,4). Nel viaggio di ritorno a Gerusalemme, Timoteo accompagna il Maestro insieme ad altri discepoli.

Da questo momento gli Atti degli Apostoli lo perdono di vista negli avvenimenti avvenuti successivamente. Lo ritroviamo a fianco dell’Apostolo nella prima prigionia romana (61-63), come risulta dall’intestazione di tre lettere dalla cattività (Fl 1,1; Col 1,1; Fm 1).

Da quel momento non si hanno altre notizie di questo personaggio, all’infuori delle due lettere a lui indirizzate. La prima di esse ce lo presenta come episcopo, responsabile della Chiesa di Efeso.

Sembra che, dopo la prima prigionia romana, Paolo abbia intrapreso un nuovo viaggio in Oriente. In   quell’occasione egli propose Timoteo come vescovo missionario della capitale dell’Asia Proconsolare, con un compito specifico molto impegnativo: richiamare all’ordine alcuni devianti, affinché non insegnino dottrine o cose diverse dall’unico Vangelo predicato da Paolo. La preoccupazione più grande dell’Apostolo appare quella di metter in guardia Timoteo dai “falsi dottori” (1, 3-20; 4,1-5; 6 ,3-10).

La presenza di questi falsi dottori, devianti dalla pratica autentica della dottrina evangelica, contro i quali i cristiani avrebbero dovuto combattere, era stata una raccomandazione costante dell’Apostolo anche nelle altre sue lettre: (Ga, 1, 6-10); (Rm1, 22-25); (1Co, 11-31); egli avverte i Filippesi: Guardatevi dai cattivi operai; guardatevi dai falsi circoncisi ( Fl, 3, 2),  compreso il famoso e accorato discorso “agli anziani” di Efeso, di cui riferiscono gli Atti degli Apostoli (20, 29-30). Questo perché la capitale dell’Asia romanizzata, dato il suo carattere di città cosmopolita, si prestava molto bene alla diffusione di nuove idee, anche le più strampalate, nonché alla predicazione di nuovi sincretismi religiosi.

Capitolo primo

Indirizzo

Testo: “Paolo, Apostolo di Cristo Gesù per comando di Dio, nostro Salvatore, e di Cristo Gesù, nostra speranza, a Timoteo, figliuolo verace nella fede: grazia, misericordia e pace da parte di Dio Padre e di Gesù Cristo, nostro Signore” (1Tm, 1-2).

Commento: L’opera della salvezza è attribuita, sia a Dio Padre, sia al figlio Gesù Cristo, perché hanno in comune la divinità. Cristo, in particolare, è l’oggetto della nostra speranza di salvezza perché egli è il protagonista della Redenzione, il capolavoro del progetto divino di Dio Padre per la salvezza dell’uomo fin dai tempi della sua creazione.

Difesa della dottrina dai falsi dottori

Testo: “Come ti raccomandai di rimanere in Efeso alla mia partenza per la Macedonia, perché tu richiamassi alcuni dall’insegnare cose diverse (dall’autentico Vangelo) e dal raccontare favole o elencare (inutili) genealogie interminabili, che servono più a distogliere che a favorire l’economia divina della salvezza basata sulla fede” (se è necessario, te lo ripeto). “Lo scopo del richiamo però è la carità, la quale procede da un cuore puro, da una buona coscienza e da una fede senza simulazioni. Proprio per aver deviato da queste cose, alcuni si sono perduti in fatue verbosità, volendo essere dottori della Legge, mentre non capiscono, né quello che dicono, né quello che portano a conferma” (del loro insegnamento) (1Tm,1, 3-7).

Commento: Il periodo iniziale rimane sospeso in aria, come spesso succede nelle narrazioni paoline, per cui, ai fini di rendere il senso logico della proposizione, il discorso necessita di essere completato, almeno in alcune parti strutturali mancanti. L’Apostolo però precisa che lo scopo del richiamo è quello di sottolineare l’importanza della carità, che Timoteo dovrà sentire e curare in modo particolare nella sua missione pastorale; questo sia nei confronti dei fedeli affidatigli in cura d’anime, sia nei confronti dei falsi dottori, che egli dovrà riprendere con atteggiamento rispettoso ma non privo di fermezza, sia nei confronti di se stesso. il vero maestro deve saper aiutare gli altri a scoprire la verità con modi garbati, senza eccedere in giudizi severi o atteggiamenti intolleranti. La carità, infatti, è una qualità spirituale, una virtù preziosa, che fiorisce dove c’è animo buono, cuore puro e amore per il prossimo. Per aver deviato la fede da queste virtù essenziali, alcuni si sono perduti in fatui ragionamenti, fatti di vuote verbosità per cui, alla fine, non capiscono più né quello che dicono, né quello che fanno.

La legge non è per i giusti, ma per gli iniqui

“Certo noi sappiamo che la Legge è buona; a condizione però che se ne faccia un uso legittimo, ben sapendo che essa non è stata istituita per chi è giusto, ma per gli iniqui e i ribelli, per gli empi e i peccatori, per i sacrileghi e i profanatori, per i parricidi e matricidi, per gli omicidi, i fornicatori, gli omosessuali, i mercanti di uomini, i mentitori, gli spergiuri e i portatori di altri vizi, che si oppongono alla sana dottrina, secondo il Vangelo della gloria del beato Iddio, che è stato a me affidato” (1Tm, 1, 8-11).

Commento: Il fatto che l’Apostolo denunci un uso sbagliato della Legge mosaica è un segno evidente che questi falsi maestri provenivano dall’ebraismo; anche perché poi si facevano chiamare orgogliosamente dottori della Legge, come i Farisei dei tempi di Gesù. La Legge aveva il suo valore giuridico e morale in passato, perché fungeva da pedagogo (maestro) nei confronti degli infanti per insegnare loro i principi dell’etica, della giustizia e della morale secondo le norme dell’Antico Testamento. Ma gli insegnamenti morali e pratici di Gesù avevano, se non smentito, capovolto molti principi dell’Antica Legge e degli insegnamenti biblici, ponendo al centro del comportamento dell’uomo la Legge dell’amore del prossimo al posto di quella del contraccambio dell’offesa. Di conseguenza, praticano la nuova Legge della morale evangelica, la Legge mosaica non ha più valore per i cristiani. Tutto al più può essa può servire per correggere gli ingiusti, gli iniqui e tutti quelli che praticano i vizi condannati dalla sana dottrina cristiana, che è l’applicazione pratica del Vangelo di Gesù, di cui Paolo è missionario e divulgatore.

La misericordia di Dio nella conversione di Paolo

“Pertanto, io rendo grazie a Cristo Gesù, Signore nostro, che mi ha fortificato, perché mi stimò degno di fiducia ponendomi nel ministero; proprio me, che prima ero stato bestemmiatore, persecutore e violento. Però ottenni misericordia, avendo fatto ciò nell’ignoranza, quando mi trovavo ancora nell’incredulità: che anzi, la grazia del Signore nostro sovrabbondò con la fede e la carità che è in Cristo Gesù. Questa è, infatti, una parola degna di fede e di ogni accoglienza: Cristo Gesù è venuto nel mondo per salvare i peccatori, dei quali io sono il primo. Ma, appunto per questo, ho ottenuto misericordia: perché Gesù mostrasse in me, per primo, tutta la sua longanimità, ad esempio di tutti quelli che avrebbero creduto in lui per la vita eterna. Al Re dei secoli, l’incorruttibile, invisibile ed unico Dio, gloria e onore per i secoli dei secoli! Amen” (1, 12-17).

Commento: Paolo ringrazia Iddio perché l’ha ritenuto degno di affidargli il ministero apostolico per la conversione dei Pagani. Proprio a lui che era stato un indegno bestemmiatore, un violento persecutore dei cristiani; ma proprio quand’era al culmine della sua follia persecutoria, Gesù gli cambiò la vita con la drammatica folgorazione sulla via di Damasco. Pertanto, da violento persecutore, in un istante, la grazia del Signore l’ha trasformato in zelante Apostolo delle Genti, per la cui causa ha speso, in maniera sublime, il resto della sua esistenza e delle sue energie fisiche e spirituali.

Paolo a Timoteo “Combatti la buona battaglia” della fede

“Questo incarico di richiamare (i deboli e i devianti) l’affido a te, Timoteo, figlio mio, in accordo alle profezie che già mi sono state manifestate riguardo a te, affinché, da quelle sostenuto, tu combatta la buona battaglia, conservando la fede e la buona coscienza. Per averla infatti ripudiata, alcuni hanno fatto naufragio nella fede: fra questi sono Imeneo e Alessandro, che ho consegnato a Satana perché imparino a non bestemmiare” (1Tm, 18-20).

Commento: Dopo la lunga parentesi riepilogativa della propria esperienza nella scoperta della fede e del ruolo svolto dalla Legge nel tempo storico, l’Apostolo riprende l’argomento della presente Lettera: un aspetto importante della missione di Timoteo vescovo è quella di vigilare sull’ortodossia della dottrina praticata nella comunità affidata alle sue cure. Ciò affinché non accada a nessun altro quello che è accaduto ad Imeneo e ad Alessandro: il naufragio nella fede. Poi spiega la ragione della sua scelta di affidare la responsabilità del governo di una diocesi impegnativa, come quella di Efeso, a Timoteo, giovane ancora inesperto delle gravose responsabilità che comportano l’investitura episcopale. Dio stesso l’ha segnalato con le voci delle profezie nel suo conto, che circolavano a Listra, città natale del nuovo episcopo. La consuetudine d’investire della responsabilità pastorale persone di fede, segnalate dalle profezie, non stupisce perché non è una novità. Infatti, già Paolo e Barnaba erano stati investiti della responsabilità apostoliche in base a delle profezie che, all’alba della Chiesa nascente, circolavano nella comunità di Antiochia di Siria. Naturalmente nella scelta, al di là di questa motivazione, avranno influito certamente anche altre considerazioni, come la conoscenza della dottrina, la pietà caritatevole, la coerenza nella fede, l’approccio relazionale all’interno della comunità, il carisma personale.

Capitolo secondo

La preghiera liturgica

“Raccomando, dunque, prima di tutto, che si facciano suppliche, preghiere, intercessioni e rendimenti di grazie in favore di tutti gli uomini, per i re e per tutti coloro che sono in autorità, affinché possiamo trascorrere una vita tranquilla e serena, con ogni pietà e decoro. Questa, infatti, è una cosa bella e gradita al cospetto del Salvatore nostro Iddio, il quale vuole che tutti gli uomini si salvino e arrivino alla conoscenza della verità. Infatti, unico mediatore è Iddio, unico mediatore fra Dio e gli uomini è l’uomo Cristo Gesù che ha dato se stesso in riscatto per tutti, quale testimonianza per i tempi stabiliti, in favore della quale io sono stato costituito araldo e apostolo – dico il vero, non mentisco – maestro delle genti nella fede e nella verità” (1Tm, 2, 1-4).

Commento: Dopo aver richiamato Timoteo al suo dovere di pastore della Chiesa, l’Apostolo gli ricorda che egli è anche responsabile della preghiera comunitaria. Da questi consigli, si deduce che nella Chiesa primitiva, cui fa riferimento l’Apostolo, siamo appena agli inizi dell’organizzazione dell’attività liturgica, della gerarchia pastorale e della preghiera comunitaria. Tuttavia, l’ordine non è lasciato all’arbitrio di qualcuno ambizioso di accaparrarsi spazi di potere o alla vanitosa ambizione di apparire o alla confusa improvvisazione del momento; ma la gerarchia degli operatori, la liturgia e tutta l’attività ecclesiale, vengono regolamentate da norme ben precise, che l’Apostolo raccomanda al discepolo nell’esercizio del sacro ministero episcopale.

La prima norma da osservare è che la preghiera sia universale, sia rivolta a Dio a favore di tutti gli uomini, a cominciare dai sovrani, da quelli che hanno l’autorità e la responsabilità di governo delle nazioni e/o di amministrazione della cosa pubblica. Questi hanno più bisogno degli altri di maggiori risorse fisiche e spirituali. Da loro, infatti, dipende l’ordine e la tranquillità sociale. Anche altrove, nei suoi scritti, l’Apostolo raccomanda l’obbedienza e il rispetto delle autorità civili, come premessa di una pacifica convivenza sociale dei popoli, che sicuramente è cosa gradita a Dio. In condizioni di vita sociale ordinata e tranquilla è più facile che gli uomini riescano a capire la verità, a vivere coerentemente con principi della fede, praticando la carità e seguendo le vie della giustizia per giungere alla salvezza.

Poi l’Apostolo continua: “Unico, infatti, è Iddio, unico anche il mediatore fra Dio e gli uomini, l’uomo Cristo Gesù, che ha dato se stesso in riscatto per tutti, quale testimonianza per i tempi stabiliti, in favore della quale io sono stato costituito araldo ed apostolo – dico il vero, non mentisco – maestro delle genti nella fede e nella verità” (1Tm, 2, 5-7).

L’atteggiamento degli uomini e delle donne nelle assemblee liturgiche

Testo: “Voglio, pertanto, che gli uomini preghino in ogni luogo, innalzando verso il cielo mani pure, senza collera o spirito di contesa.

Alla stessa maniera facciano le donne, vestendosi con abbigliamento decoroso: si adornino secondo verecondia e moderatezza, non con trecce ed ornamenti d’oro, oppure con perle o vesti sontuose, ma con opere buone come conviene a donne che fanno professione di pietà. La donna impari in silenzio, con perfetta sottomissione: non permetto alla donna d’insegnare, né di dominare sull’uomo, ma (voglio) che stia in silenzio. Per primo, infatti, è stato formato Adamo, e quindi Eva. Inoltre, non fu Adamo ad essere sedotto; la donna invece fu sedotta e cadde nel peccato. Tuttavia, essa si salverà mediane la generazione di figli, a condizione di perseverare nella fede, nella carità e nella santità con saggezza” (1Tm, 2, 8-15).

Commento: Dopo il richiamo alla necessità di recitare le preghiere liturgiche, l’Apostolo descrive le disposizioni fisiche e spirituali che devono assumere gli oranti, affinché le loro preghiere siano efficaci.

Agli uomini, impegnati nel lavoro e nelle lotte della vita quotidiana, ricorda che durante la preghiera devono mettere da parte i loro risentimenti e il loro spirito di contesa. Non si possono innalzare preghiere a Dio con l’animo appesantito dalle colpe commesse, con le mani lorde di sangue, sporche di rapine, macchiate di impudicizia o offuscate di qualsiasi altro peccato commesso contro la bontà e la purezza dello spirito. Alle donne ripete le raccomandazioni fatte anche altrove: siano silenziose, sottomesse ai loro mariti, non facciano sfoggio con abbigliamenti lussuosi o con ornamenti preziosi di oro, argento o pietre preziose, ma con verecondia e moderatezza, si rivestano di opere buone e di gesti di pietà cristiana. Le ragioni di sottomissione della donna all’uomo hanno, da un lato, motivazioni teologiche perché Adamo è stato creato prima di Eva, dall’altro anche motivazioni storiche perché Eva è venuta dopo, si è dimostrata più fragile del compagno sul piano psicologico lasciandosi sedurre da Satana e trascinando anche Adamo nel peccato.

Capitolo terzo

I ministri della Chiesa: l’episcopo

Illustrando le qualità etiche dei protagonisti del ministero apostolico, Paolo scrive:

Testo: “E’ cosa degna di fede quello che ora vi dichiaro: se qualcuno aspira all’episcopato, desidera un nobile lavoro. Bisogna, infatti, che l’episcopo sia irreprensibile, marito di una sola moglie, sobrio, prudente, dignitoso, ospitale, adatto all’insegnamento, non dedito al vino, non violento, ma indulgente, non litigioso, non attaccato al danaro; che sappia ben governare la propria famiglia e tenere con grande dignità i figli in sudditanza. Poiché, se uno non sa governare bene la propria famiglia, come potrà avere cura della Chiesa di Dio? Non sia però un neofita, per timore che, gonfiato dall’orgoglio, non incorra nella medesima condanna toccata al Diavolo.

Bisogna, inoltre, che abbia una buona testimonianza (credenziali) da quelli di fuori, perché non cada in discredito e nei lacci del Diavolo.

I diaconi ugualmente (bisogna che) siano dignitosi, non doppi nel parlare, non dediti al molto vino, né avidi di turpe guadagno; essi, inoltre, devono conservare il ministero della fede in una coscienza pura. Anche loro vengano prima sperimentati e quindi, se sono irreprensibili, esercitino pure il loro ministero.

Alla stessa maniera le donne siano dignitose, non calunniatrici, ma sobrie, fedeli in ogni cosa.

I diaconi siano mariti di una sola moglie, sappiano governare bene i loro figli e le loro case. Quelli che avranno ben servito si acquisteranno un titolo onorifico e molta sicurezza nella fede che è in Gesù Cristo” (3, 1-13).

Commento: In questo brano (dal verso 1 a quello 13) l’Apostolo parla di alcuni ministeri che si svolgono all’interno della Chiesa: gli episcopi e i diaconi. In particolare, indica le qualità che le persone preposte a questi uffici devono avere, come prerequisiti ai fini di essere assunte definitivamente in queste cariche. Lo scopo è duplice: trovare persone oneste e degne di essere preposte a questi uffici ed evitare di arruolare persone indegne o incapaci di espletare i doveri che il ruolo e la funzione impongono agli amministratori delle sacre istituzioni.

La Chiesa e il mistero della pietà

Testo: “Pur sperando di venire da te quanto prima, ti scrivo queste cose perché, se per caso io arrivassi in ritardo, tu sappia come ti devi comportare nella casa di Dio, che è la Chiesa del Dio vivente, colonna e sostegno della verità.

Senza alcun dubbio, è grande il mistero della pietà:

Colui che fu manifestato nella carne,

fu giustificato nello Spirito,

apparve agli Angeli,

fu predicato alle nazioni,  

fu creduto nel mondo,

fu assunto nella gloria” (1Tm, 3, 14-16).

Nota: Pur sperando di andare quanto prima egli stesso a Efeso, Paolo ha voluto scrivere la Lettera perché, nel caso in cui egli arrivi in ritardo, Timoteo sappia come deve regolarsi nell’amministrazione della “Chiesa del Dio vivente”.

Capitolo quarto

Contro i falsi dottori

Testo: “Lo Spirito però dice espressamente che negli ultimi tempi certuni apostateranno dalla fede, dando credito a spiriti fraudolenti e ad insegnamenti di demoni, sedotti dall’ipocrisia di gente che sparge menzogna, che ha la propria coscienza come bollata da un ferro rovente, proibisce di sposare e (ordina) di astenersi da certi cibi, che invece Iddio creò perché fossero presi con animo grato dai fedeli e da quelli che hanno conosciuto la verità. Infatti, ogni cosa creata da Dio è buona, e niente è da spregiare, qualora venga preso con animo grato, giacché viene santificato per mezzo della parola di Dio e della preghiera. Proponendo queste cose ai fratelli, sarai davvero un buon ministro di Cristo Gesù, nutrito come sei delle parole della fede e della buona dottrina, che hai diligentemente appreso. Rigetta, però, le favole profane, cose da vecchierelle. Allenati, piuttosto, alla pietà poiché la ginnastica del corpo è utile a poco, mentre la pietà è utile a tutto, avendo la promessa della vita presente e di quella futura. Quanto ho detto è degno di fede e di ogni accoglienza.

Per questo noi ci affatichiamo e combattiamo, perché abbiamo riposto la (nostra) speranza nel Dio vivente, che è il Salvatore di tutti gli uomini, soprattutto dei fedeli. Questo proclama e insegna” (1Tm, 4, 1-11).

Commento: Già in apertura del documento Paolo aveva dichiarato che il motivo principale, per cui aveva investito Timoteo della carica di episcopo di Efeso, era stato quello di responsabilizzarlo al richiamo di quei cristiani infedeli, chiamati falsi dottori, affinché si astenessero dall’insegnare cose diverse dall’autentica dottrina della fede. Infatti, negli ultimi tempi, sono venuti fuori molti spiriti eretici, che insegnano cose sbagliate, come quella di non sposarsi, di non consumare certi cibi che, invece, Dio ha creato perché i suoi figli ne mangiassero liberamente e dicono tante altre menzogne simili. Il tema che impegna maggiormente i cristiani è quello di combattere contro i falsi dottori che pullulano ovunque e che cercheranno sempre di alterare l’autentica dottrina evangelica. Questo è un motivo forte che ricorre continuamente in tutto l’epistolario paolino. A partire dal discorso che l’Apostolo aveva fatto agli anziani di Efeso, in cui prevedeva che, dopo di lui sarebbero venuti “lupi rapaci che non avrebbero risparmiato il gregge. Tra voi stessi sorgeranno individui che terranno discorsi perversi per trascinare discepoli dietro a loro, cui insegnare cose non vere” (At, 20, 29-31). Altri riferimenti: (Ga,1, 6-10); (Rm, 1, 22-25); (1Co, 11-31); avverte i Filippesi: Guardatevi dai cattivi operai; guardatevi dai falsi circoncisi (Fl, 3, 2).

L’esempio personale

Testo: “Nessuno disprezzi la tua giovinezza! Al contrario, mostrati modello ai fedeli nella parola, nella condotta, nella carità, nella fede, nella castità. Fino alla mia venuta applicati alla lettura, all’esortazione e all’insegnamento. Non trascurare il carisma che è in te e che ti fu dato per mezzo della profezia insieme all’imposizione delle mani ai presbiteri. Abbi premura di queste cose, dedicati ad esse, affinché a tutti sia noto il tuo progresso. Attendi a te stesso e all’insegnamento: persevera in queste cose poiché, così facendo, salverai te stesso e quelli che ti ascoltano” (1Tm, 4, 12-16).

Commento: Dal v.12 al v16 il discorso è imperniato sull’urgenza di offrire testimonianza di un buon modello etico-comportamentale della persona del vescovo che, con il buon esempio, offre a se stesso e a tutti quelli che ascoltano la sua parola. Chi si accinge ad essere maestro e guida spirituale agli altri, come Timoteo, deve incarnare in prima persona e vivere coerentemente, giorno per giorno, i doni, le virtù e i carismi che, nei suoi uffici, predica agli altri. Altrimenti non è credibile e, non solo non salverà gli altri, ma non salverà neppure se stesso.

Capitolo quinto

Il comportamento con le diverse categorie di persone

Testo: “Un uomo anziano non riprenderlo duramente, ma esortalo come fosse tuo padre; i giovani come se fossero tuoi fratelli, le donne anziane come madri, le giovani come sorelle, in tutta castità.

Le vedove

“Onora le vedove che sono veramente vedove. Se però qualche vedova ha dei figli o nipoti, costoro imparino prima a esercitare la pietà verso la propria famiglia e a rendere il contraccambio (dei sacrifici fatti) dai loro genitori, poiché questo è gradito davanti a Dio. Quella che è veramente vedova ed è rimasta sola, dimostra di aver riposto in Dio la sua speranza e attende con perseveranza alle suppliche e alle orazioni, notte e giorno. Al contrario, la vedova che si abbandona ai piaceri, anche se è viva, è (come se fosse) già morta. Questo pure tu richiamerai loro: che siano irreprensibili. Se poi qualcuno non ha cura dei suoi, soprattutto di quelli di casa, ha rinnegato la fede ed è peggiore di un infedele.

Una vedova sia scritta nel catalogo (delle vedove), a condizione che non sia inferiore ai sessant’anni, sia stata moglie di un solo marito, abbia in suo favore la testimonianza delle buone opere: se educò (bene) i figli, se praticò l’ospitalità, se lavò i piedi dei santi, se venne in soccorso ai tribolati, se si dedicò ad ogni opera buona.

Non accettare, invece, vedove più giovani, poiché, non appena vengono prese da brame indegne di Cristo, esse vogliono risposarsi, attirandosi addosso un giudizio di condanna per aver rinnegato il loro impegno iniziale. Oltre a ciò, essendo anche oziose imparano ad andare in giro per le case; e non soltanto sono oziose, ma anche ciarliere e curiose, parlando di ciò che non conviene. Perciò voglio che le più giovani si sposino, abbiano figli, governino la loro casa e non diano all’avversario nessuna occasione di biasimo. Alcune, infatti, si sono fuorviate dietro a Satana.

Se qualche donna fedele ha con sé (per servizio) delle vedove, provveda al loro sostentamento e non si aggravi la Chiesa, affinché essa possa provvedere a quelle che sono veramente vedove (senza alcuna assistenza o protezione per vivere)” (1Tm, 5, 1-16).

Commento: In questa sezione l’Apostolo dà al suo allievo una serie di consigli pratici su come comportarsi con le varie categorie di persone: gli anziani devono essere trattati come i propri genitori: gli uomini come padri, le donne come madri; i giovani come fratelli, le giovani come sorelle, stando attenti al rispetto della castità.

Un’altra categoria di persone da proteggere sono le vedove, stando attenti alle varie categorie di vedove, in modo particolare a quelle che hanno superato i sessant’anni.

Le vedove che hanno parenti presenti, figli o nipoti, siano assistite da questi”, i quali imparino ad esercitare la pietà verso i propri familiari e a contraccambiare il bene ricevuto, in quanto questo è cosa gradita davanti a Dio”. Se poi qualcuno non ha cura dei propri cari, soprattutto di quelli di casa, ha rinnegato la fede ed è peggiore di un infedele; se poi “una vedova si abbandona ai piaceri, anche se è viva è come che sia morta”;   se la vedova è rimasta veramente sola, ha riposto in Dio tutta la sua speranza e offre preghiere e suppliche giorno e notte, questa fa parte delle vedove veramente vedove, soprattutto se ha più di sessant’anni, è stata moglie di un solo marito e praticò le buone opere: “educò i figli, praticò l’ospitalità, lavò i piedi ai santi, venne in soccorso ai tribolati, si dedicò ad ogni opera buona. Queste sono quelle assistibili, perciò siano iscritte nel relativo catalogo delle assistibili dalla Chiesa, a condizione che non siano di età inferiore a sessant’anni.

Quelle di età inferiore ai sessant’anni, lasciamole libere perché spesso fanno altre scelte.

I presbiteri

I presbiteri che presiedono bene siano stimati degni di doppio onore, soprattutto quelli che si affaticano nella parola e nell’insegnamento. Dice, infatti, la Scrittura: “non metterai la museruola al bue che trebbia”. E ancora “E’ degno operaio della sua mercede”.

Non ricevere accuse contro un presbitero, eccetto che su deposizione di due o tre testimoni. Quelli poi che avessero peccato, riprendili davanti a tutti, affinché anche i rimanenti ne abbiano timore.

Ti scongiuro davanti a Dio e a Cristo Gesù e davanti agli Angeli eletti di osservare queste cose senza prevenzione, nulla facendo per favoritismo.

Non imporre a nessuno le mani troppo affrettatamente per non correre il rischio di pentirti. maari renderti partecipe degli altrui peccati. Conservati puro.

Non continuare a bere acqua soltanto, ma fai moderato uso di vino a causa dello stomaco e delle tue frequenti malattie.

I peccati di alcuni uomini sono manifesti e li precedono in giudizio; ad altri, invece, vengono dietro. Alla stessa maniera, anche le opere buone sono manifeste, e quelle stesse che non lo sono, non possono rimanere nascoste” (1Tm, 17-25).

Commento: Dal v. 17 al v.25 l’Apostolo suggerisce a Timoteo il modo di comportarsi con i presbiteri. Questi operatori della Chiesa devono essere trattati con grandi riguardi e tenuti in grande onore, purché presiedano bene alle loro funzioni e s’impegnino nella predicazione. Un presbitero che svolge bene il suo compito pastorale verso tutte le persone è abbastanza impegnato; perciò, non ha bisogno di fare altre cose o di compiere gesti straordinari, al di fuori del suo impegno missionario.

Paolo invita Timoteo ad essere molto cauto, prima di accettare accuse contro qualcuno di loro; a meno che le mancanze commesse non siano comprovate almeno da due o tre testimoni. Se poi le accuse risultassero veritiere, i protagonisti siano rimproverati severamente davanti ai colleghi, di modo che gli stessi ne traggano insegnamento a non cadere nello stesso errore. Il comportamento sia imparziale nei confronti di tutti, senza indulgere a favoritismi verso alcuno. Timoteo sia molto prudente prima d’imporre le mani affrettatamente verso qualcuno che non lo merita, perché c’è sempre il rischio di fare la scelta sbagliata. L’episcopo si conservi sempre puro.

Poi una divagazione molto umana: Timoteo pensi bene alla sua salute, per cui non beva troppa acqua, ma, ogni tanto, beva anche il vino, moderatamente s’intende. Quanto ai criteri di scelta degli uomini di Chiesa, Timoteo stia bene attento perché, i peccati degli uomini o li precedono nella scelta o li seguono in breve tempo; sono come le opere buone che già si conoscono dall’inizio, o se non si conoscono nell’immediatezza, verranno scoperte in tempi brevi, perché non possono restare a lungo nascoste.

Capitolo sesto

Gli schiavi

Testo: “Quanti stanno sotto il giogo come schiavi, stimino degni di ogni onore i loro padroni, affinché non siano bestemmiati il nome di Dio e la dottrina (evangelica). Quelli, poi, che hanno dei padroni credenti, non manchino loro di riguardo per il fatto che sono fratelli, ma li servano meglio, proprio perché coloro che ricevono il beneficio dei loro servizi sono credenti e amati (da Dio)” (1Tm, 6, 1-2).

Commento: Questi ultimi versetti, che contengono alcune esortazioni circa le modalità di trattamento degli schiavi, portano a conclusione le istruzioni pastorali che Paolo dà a Timoteo. Gli schiavi si comportino bene, osservando il massimo rispetto per i loro padroni, onde evitare di offendere Dio con le bestemmie. Non solo, ma lo schiavo credente, con il suo umile e sottomesso servizio, può sempre dare una lezione di etica cristiana al suo padrone. Se poi il padrone fosse cristiano anche lui, lo schiavo non gli manchi di rispetto, ma lo serva umilmente bene perché, chi fa il servizio e chi lo riceve, sono fratelli nella fede, entrambi credenti, entrambi amati e stimati da Dio.

Di nuovo contro i falsi dottori

Paolo riprende il suo discorso sui falsi maestri.

Testo: “Queste cose insegnale e inculcale. Se poi qualcuno insegna cose diverse e non aderisce alle sane parole, che sono quelle del Signore nostro Gesù Cristo, e alla dottrina (che è) secondo pietà, è accecato dall’orgoglio e non sa nulla, pur essendo preso dalla febbre dei cavalli e dei litigi di parole: da tali cose hanno origine le invidie, le contese, le maldicenze, i sospetti maligni, le lotte di uomini guasti nelle loro menti che si sono privati della verità appunto perché stimano che la pietà sia una fonte di guadagno.

Certo, la pietà è un grande guadagno: congiunta però al sapersi contentare! Niente, infatti, abbiamo portato in questo mondo e, appunto per questo, niente potremo portar via. Avendo, però, di che nutrirci e il necessario per coprirci, accontentiamoci di queste cose. Coloro, infatti, che vogliono diventare ricchi, incappano nella tentazione, nel laccio (di Satana) e in molteplici desideri insensati e nocivi, i quali sommergono gli uomini nella rovina e nella perdizione. Poiché radice di tutti i mali è l’amore al danaro, per il cui sfrenato desiderio alcuni si sono sviati dalla fede e da se stessi, si sono martoriati con molti dolori” (1Tm, 6, 3-10).

Commento: In questo brano Paolo riprende il discorso sui falsi dottori che, con superbia e cupidigia, s’improvvisano falsi maestri di morale. Delle verità cristiane non sanno nulla, eppure tirano fuori cavilli e ragionamenti capziosi, con i quali sviano e confondono i credenti. Questi, non solo non possiedono la verità, ma sono anche refrattari e incapaci di afferrarla perché hanno la mente offuscata dalla loro cattiva coscienza. Barattano la pietà religiosa per fare meschini guadagni, in barba agli ingenui creduloni e a quelli che sono bramosi di novità.

“Certo la pietà è un grande guadagno spirituale, soggiunge ironico l’Apostolo, purché non diventi oggetto di speculazione e ci si accontenti del necessario per vivere. Infatti, niente abbiamo portato venendo al mondo, niente porteremo con noi andando via”. Il concetto dell’indipendenza morale della coscienza dal danaro e dalla ricchezza, San Paolo, buon conoscitore della Scrittura, l’avrà pure derivato dall’Antico Testamento; ma ai suoi tempi, era anche una delle massime comuni della morale degli stoici, riaffermata anche da Cicerone, il quale al riguardo dichiarò: “l’accontentarsi di quel che si possiede, è una ricchezza grandissima e sicurissima”.

Infatti, la conclusione etica e logica dell’Apostolo è la seguente: “Quando abbiamo di che nutrirci e il necessario per coprirci, accontentiamoci di queste cose perché, coloro che vogliono diventare ricchi, incappano sempre nei lacci di Satana e in altri desideri insensati e nocivi, che sommergono gli uomini nella rovina e nella perdizione”. Per amore del danaro molti uomini hanno perso la fede e hanno causato la loro stessa rovina.

Combatti il buon combattimento

Ma, tornando alle esortazioni e ai consigli che dà all’allievo, l’Apostolo scrive:

Testo: “Ma tu, o uomo di Dio, fuggi queste cose; ricerca invece la giustizia, la pietà, la fede, la carità, la pazienza, la mansuetudine. Combatti il buon combattimento della fede, cerca di conquistare la vita eterna, alla quale sei stato chiamato e per la quale hai confessato la bella confessione (nei sacramenti che hai ricevuti: battesimo, cresima e ordinazione sacerdotale) davanti a molti testimoni.

Ti scongiuro, davanti a Dio che vivifica tutte le cose, e davanti a Cristo Gesù, che testimoniò la bella confessione sotto Ponzio Pilato, di conservare immacolato e irreprensibile il comandamento fino alla manifestazione del Signore nostro Gesù Cristo: manifestazione che, nei tempi stabiliti opererà

Il beato e unico sovrano,

il Re dei regnanti e Signore dei signori,

il solo che possiede l’immortalità

ed abita una luce inaccessibile,

che nessun uomo mai vide, né potrà vedere.

A lui onore e potenza eterna. Amen!” (1Tm, 6, 11-16).

Commento: Chiamando Timoteo “uomo di Dio”, l’Apostolo pone il suo allievo e collaboratore sul versante opposto ai “falsi dottori” che diffondono la “dottrina dei demoni”. Timoteo, dopo la sua consacrazione episcopale, è ormai uomo di Dio come i profeti dell’A. T. Pertanto, si liberi da ogni interesse terreno e, come pastore d’anime, combatta la buona battaglia per la salvezza del popolo che gli è stato affidato, per la cui causa ha fatto i voti di professione di fede.

Lo prega e lo scongiura davanti a Dio e a Cristo Gesù di “conservare immacolato e irreprensibile il comandamento (della regalità messianica) che Cristo testimoniò coraggiosamente anche davanti alla morte, quando Ponzio Pilato lo interrogò nel Pretorio: “Sei tu il re dei Giudei?” e Gesù gli rispose: “Lo dici da te stesso o te l’hanno suggerito?” e soggiunse “Il mio regno non è di questo mondo!” (Gv, 18, 33-36).

Timoteo conservi “immacolato e irreprensibile questo comandamento” fino alla manifestazione del Signore cioè fino alla sua seconda venuta (la parusia). Questa non si sa quando avverrà, quando lo stabilirà “il Re dei regnanti e Signore dei signori, cioè Dio che possiede l’immortalità e che nessuno potrà mai vedere. Conclude con una dossologia sovrabbondante per indicare l’onnipotenza e trascendenza di Dio.

L’uso delle ricchezze

In questo passaggio, l’Apostolo dà al nuovo episcopo i buoni consigli sull’uso della ricchezza, dichiarando: Testo: “Ai ricchi di questo mondo raccomanda di non essere orgogliosi, né di riporre le loro speranze nella instabilità della ricchezza, ma in Dio che ci provvede abbondantemente di tutto perché ne possiamo godere. (Raccomanda) loro anche di fare del bene, di arricchirsi di opere buone, di essere generosi nel dare, disposti a far partecipi gli altri (dei loro beni), mettendosi da parte un bel capitale per il futuro, onde acquistare la vera vita” (1Tm, 6, 17-19).

Commento: Rivolgendosi a Timoteo, l’Apostolo riprende il discorso sull’uso della ricchezza; e, riallacciandosi a quanto aveva detto nei precedenti versi 9 e 10, dove aveva dichiarato che la ricchezza era fonte “di rovina e di perdizione perché tende le insidie di Satana”, l’Apostolo spiega meglio il significato del suo pensiero. Qui spiega che, se della ricchezza se ne fa buon uso, può essere una cosa buona. L’importante è che essa non sia spesa soltanto in modo egoistico a uso e consumo di chi la detiene, ma che serva a soccorrere anche gli altri, i bisognosi nelle loro necessità. Il migliore investimento che si possa fare della ricchezza è proprio quello di usarla per gli altri, di spenderla in opere buone perché il ricco possa guadagnarsi così la vita eterna.

Epilogo

L’Apostolo licenzia la sua lettera, riassumendone il contenuto in poche parole:

Testo: “O Timoteo, custodisci il deposito, schivando le profane vacuità di parole e le opposizioni di una scienza di falso nome, professando la quale, taluni si sviarono dalla fede.

La grazia sia con voi!” (1Tm, 6, 20-21).

Commento: L’Apostolo spende anche gli ultimi versi dell’epistola per gridare l’allarme, non solo al destinatario, ma a tutti i credenti contro “i falsi profeti” che insegnano cose diverse dalla verità. Certamente l’appello più accorato lo fa a Timoteo perché, nella sua qualità di pastore, custodisca “intatto il deposito” della fede autentica, come egli gliel’ha trasmessa. Essa costituisce il “deposito” della vera dottrina cristiana, insegnata dalla Chiesa e tramandata, anche oralmente da individuo a individuo, da una generazione all’altra, per tutti i secoli dei secoli e sempre. Tutti quelli che insegnano cose diverse dalle verità dell’autentica fede, sono “i falsi profeti” che, sviano gli altri e anche se stessi dalle verità. Questi sviatori, poi, dovevano essere molto numerosi, non soltanto a Efeso e in Asia, ma sparsi anche altrove, dato che, negli scritti paolini, pullulano un po’ dappertutto: in Asia, in Grecia, in Macedonia, a Roma.

Infine, l’Apostolo licenzia la Lettera con il lapidario auspicio: “La grazia (del Signore) sia con voi!”.

Questa formula, poi, è stata ripresa nella conclusione della liturgia della messa della Chiesa cattolica.

La lettera di San Paolo a Filemone

Posted By Felice Moro on Ottobre 22nd, 2022

Premessa

Convertito da Paolo stesso o da Epafra al cristianesimo, Filemone è un fedele della comunità di Colosse, in Asia Minore, nella valle del fiume Lico, vicino a Laodicea e a Gerapoli. Nella sua città era un personaggio influente che, agli inizi delle campagne di evangelizzazione promosse da Paolo e portate avanti anche dai suoi collaboratori più stretti come Epafra, riceveva i fedeli in casa sua per fare le preghiere e per celebrare le cerimonie del culto. La lettera è indirizzata a lui, che è il destinatario principale della missiva in questione, ma accanto al suo nome, compaiono anche quelli di Appia, sua moglie, e Archippo, suo figlio, e in forma più generica, tutta la comunità che si raduna nella sua casa.

Il protagonista della vicenda è Onesimo, lo schiavo di Filemone, fuggito dal padrone trafugando una consistente somma di denaro. Non si sa attraverso quali vicende sia giunto a Roma, dove, svaniti i soldi e lo spirito d’avventura e trovandosi nelle ristrettezze economiche, va a trovare Paolo prigioniero in carcere. Dopo averlo convertito al cristianesimo, l’Apostolo lo rimanda al suo padrone, ma lo fa precedere da questa Lettera-biglietto, dove annuncia a Filemone il ritorno a casa dello schiavo pentito.

Paolo confida nella grandezza d’animo e nella longanimità di Filemone che, da buon cristiano, perdonerà l’avventura irresponsabile al servo infedele e lo accoglierà nuovamente nella sua casa. Infatti, per Filemone è un’occasione preziosa per sdebitarsi dei numerosi benefici ricevuti dall’Apostolo, al quale non vorrà negare la disponibilità al perdono per i segni della sua gratitudine. Questo anche perché Onesimo è ormai diventato per Paolo “figlio e fratello carissimo” alla pari con Filemone. Per questo confida nel perdono e nella disponibilità di Filemone a riaccogliere nuovamente in casa sua il fratello che ha sbagliato.

Indirizzo

Intanto, Paolo, rivolgendo il suo discorso allocutivo a Filemone scrive:

Testo: “Paolo, prigioniero di Cristo Gesù e il fratello Timoteo, al diletto Filemone e nostro collaboratore, alla sorella Appia, ad Archippo, nostro compagno d’armi e alla chiesa che (si incontra) a casa tua. Grazia a voi e pace da Dio, Padre nostro e da Gesù Cristo Signore” (Fm 1-3).

Nota: il biglietto è indirizzato a Filemone, come destinatario principale, perché è stato collaboratore importante nella diffusione del Vangelo a Colosse e nell’Asia; ma sono associati a lui anche la moglie, Appia, e il figlio Archippo, “compagno d’armi”. Si tratta di un intero gruppo familiare, che, nella fondazione della comunità di Colosse, ha offerto appoggio logistico e collaborazione attiva nella predicazione e nei cerimoniali liturgici.

Ringraziamento a Dio per l’amore e la fede di Filemone

Testo: “Ogni volta che mi ricordo di te, nelle mie preghiere, ringrazio il mio Dio, sentendo parlare del tuo amore e della fede che hai verso il Signore Gesù e verso tutti i santi, affinché la solidarietà della tua fede sia operante in forza di una più piena coscienza di tutto il bene che si compie tra noi per il Cristo. Ho provato, infatti, una gioia profonda e consolazione per il tuo amore, poiché il cuore dei santi è stato ricreato per merito tuo, fratello” (Fm 4-7).

Commento: Paolo si complimenta con Filemone per le opere buone da lui compiute, per le pratiche della fede e per l’amore riversato verso il Signore e verso il prossimo. Il credente, animato dallo spirito cristiano, può compiere gesti generosi e sublimi di carità e di amore verso gli altri. Col meritorio riconoscimento delle opere buone compiute da Filemone, Paolo sa insinuarsi in modo perfetto nell’animo del fratello per disporlo al perdono e alla nuova accoglienza dell’infedele servo, pentito del suo gesto.

Un favore per Onesimo

Testo: “Pertanto, benché possa liberamente comandarti in Cristo ciò che devi fare, ti supplico piuttosto in nome dell’amore – così sono io, Paolo, vecchio e per di più, ora, prigioniero di Cristo Gesù – ti supplico per mio   figlio, che ho generato nelle catene, Onesimo, quegli che una volta non ti fu utile, ora invece è utile a te e a me. Te lo rimando, proprio lui, cioè il mio cuore. Desideravo tenerlo con me, perché in tua vece servisse a me incatenato per il Vangelo, ma non ho voluto decidere a tua insaputa, affinché la tua opera buona non sia imposta, ma spontanea. Probabilmente ti è stato sottratto per un breve periodo di tempo, perché poi tu lo potessi riavere per sempre, non già come schiavo, ma più che schiavo, fratello a me carissimo e, a maggior ragione a te, secondo il mondo e secondo il Signore. Se, dunque, mi ritieni tuo amico, accoglilo come fossi io stesso! Se poi ti avesse danneggiato o ti deve qualcosa, mettilo sul mio conto. Io, Paolo, scrivo ciò di mio proprio pugno: pagherò io personalmente. Ma non ti dico che devi a me e anche te stesso! Sì, fratello! Che io possa servirmi di te nel Signore. Ricrea il mio cuore in Cristo! Ti scrivo, perché ho fiducia nella tua docilità, sapendo che farai più di quanto chiedo. Preparami, inoltre, un alloggio, perché spero, grazie alle vostre preghiere, di esservi restituito” (Fm 8-22).

Commento: Benché possa autorevolmente imporre a Filemone la nuova accoglienza dello schiavo fuggiasco Onesimo,Paolo, come metodo di approccio all’amico, rinuncia all’imposizione autoritativa e preferisce adottare la supplica caritativa. Egli ritiene di avere titoli morali sufficienti: la vecchiaia, la prigionia e la fratellanza, non soltanto con l’interlocutore, ma anche con colui che abbisogna del perdono, la cui paternità morale si è realizzata nella condizione attuale dell’Apostolo prigioniero in carcere. Può forse Filemone opporsi all’amico Paolo, che poi è anche suo padre spirituale? Onesimo, col suo gesto sconsiderato, non ha fatto onore al suo stesso nome (in greco Onesimo=Utile); ora però egli è duplicemente utile: a Paolo e a Filemone, diventato ormai fratello e collaboratore di entrambi.

Onesimo che si converte alla fede è diventato oggetto dell’affetto più profondo e più sincero di Paolo perché “vi sarà più gioia in cielo/per un peccatore che si converte/ che per novantanove giusti che non/ hanno bisogno di conversione” (Lc 15, 7).

 Secondo la legge romana, lo schiavo che fuggiva dal padrone restava sempre schiavo, ma senza padrone, per cui, chiunque lo ritrovasse, poteva impossessarsi di lui e utilizzarlo a suo piacimento. Paolo avrebbe potuto scegliere di tenere Onesimo con sé, ma preferisce concordare la vertenza amichevolmente con il precedente padrone, al quale propone il suo affrancamento, onde poterlo riavere anche lui, non più come schiavo, ma come fratello nello spirito del Vangelo. Se poi nelle sue risorse Filemone si sente danneggiato dall’infedele servo fuggiasco, Paolo gli pagherà il danno che prega di segnare a su carico. D’altronde anche Filemone, nei confronti di Paolo, ha un grande debito (morale) che egli non potrà mai pagare. Qui non si tratta più di crediti o di debiti materiali, ma di cambiamento radicale di rapporti umani e spirituali. Infatti, al rapporto materiale tra padroni e servi, si è sostituito il rapporto spirituale di fratellanza universale per amore di Cristo Gesù.

Saluti finali

Testo: “Ti salutano Epafra, mio compagno di prigionia in Cristo Gesù, Marco, Aristarco, Dema, Luca, miei collaboratori. La grazia del Signore Gesù Cristo sia col vostro spirito” (Fm 1, 23-25).

Commento: L’Apostolo fa l’elenco dei collaboratori più fedeli rimasti con lui fino alla fine. Essi sono Epafra, (l’apostolo protagonista della conversione dei Colossesi), Marco, il cugino di Barnaba (l’evangelista?) Giusto, Luca, il medico autore del terzo Vangelo e di Gli Atti degli Apostoli, Aristarco (compare anche in Col 4,10) e Dema che, alla fine, ha abbandonato l’Apostolo “per andare a Tessalonica a godersi i favori del secolo presente” (2Tm 4, 10).

Infine, la dossologia:

Testo: “La grazia del Signore Gesù Cristo sia col vostro spirito” è una formula identica o simile a quelle delle Lettere dalla Prigionia (Fl 4,23; Cl 4, 18); e anche alle Lettere pastorali: (1Tm 6,21; 2Tm 4, 22; Tt 3, 15).

Commento: Con questo commovente e delizioso biglietto, simbolo di amicizia e di libertà, Paolo esce di scena dalla storia delle prime comunità cristiane. Lascia un barlume di ottimismo e di speranza la richiesta dell’Apostolo di preparargli un alloggio del versetto 22, se e per quando egli potrà essere restituito alla comunità. Ma appare molto improbabile che il suo desiderio si sia realizzato, dopo la ferocia delle persecuzioni dell’imperatore Nerone, vittima delle quali si ritiene sia caduto anche l’Apostolo delle Genti.

La lettera di San Paolo agli Efesini

Posted By Felice Moro on Giugno 6th, 2021

La lettera di San Paolo agli Efesini

Introduzione

Negli ultimi tempi la Lettera di San Paolo agli Efesini è al centro di dibattiti e discussioni contrastanti tra i teologi e gli esegeti dell’epistolario paolino, circa l’autenticità dei destinatari (gli Efesini) per questioni non di poco conto. Ciò che è messa in discussione è la locuzione “ai santi che sono in Efeso” che non compariva nel testo originale, mentre è comparsa in alcuni codici meno antichi, forse datale da alcuni amanuensi nel tentativo di dare un destinatario preciso alla lettera. Infatti, nell’indirizzo del testo originale è scritto semplicemente “Paolo Apostolo in Cristo Gesù per volontà di Dio, ai santi fedeli in Gesù Cristo” (Ef1-2).

Non sono nominati, né gli Efesini, né altri destinatari specifici, identificabili attraverso le normali coordinate di nome, di luogo e di tempo. Generalmente, nella parte finale delle sue lettere, Paolo manda i saluti agli amici più stretti, che hanno collaborato con lui nell’impegno missionario, mentre la finale di Efesini non riporta saluti per alcuno. Vi è poi un contrasto netto di contenuto, di metodo e di approccio relazionale dell’Apostolo ai suoi fedeli. In Efesini i concetti fondamentali sono molto elaborati e di alta levatura teologica e dottrinale: il progetto di Dio sulla creazione, Dio che ha stabilito l’elezione dell’uomo già prima della creazione del mondo, il disegno salvifico incentrato sulla rivelazione, il sacrificio di Gesù Cristo per la redenzione dell’uomo dal peccato originale, la figura del  corpo mistico di Cristo nella Chiesa, formato da Giudei e Pagani, finalmente riuniti insieme, rappacificati ed eletti entrambi i popoli nell’unità della fede, sono tutti concetti più elaborati e meglio definiti, nella forma, nella portata concettuale e nel lessico, di quanto non lo siano le strutture concettuali parallele delle altre lettere apostoliche. Sul metodo poi, questo documento, messo in parallelo con gli altri scritti, presenta differenze di linguaggio e di rapporto relazionale tra l’Apostolo e i suoi fedeli. Anche a una semplice lettura, chiunque coglie i diversi atteggiamenti tra i dialoghi serrati, caldi ed emotivamente coinvolgenti, che Paolo stabilisce con gli interlocutori delle altre lettere (Filippesi, Tessalonicesi, Corinzi, ecc.) e l’asetticità emotiva, la mancanza (o l’omissione) di ricordi o di esperienze comuni fatte con gli Efesini, l’assenza d’indicazioni sull’identità dei destinatari, Efesini o altri. Questo contrasto diventa ancora più significativo, se si tiene conto del fatto che Paolo, precedentemente, per quello che sappiamo dagli Atti degli Apostoli, aveva soggiornato a Efeso per un periodo di tempo di almeno tre anni, tempo più che sufficiente per crearsi solide amicizie, di cui non rimane alcuna traccia nella lettera di cui trattasi. La tradizione, a cominciare dall’interpretazione che ne diedero i Padri della Chiesa e fino agli studi di teologia dei secoli recenti, tutti gli studiosi hanno sempre attribuito alla lettera la destinazione Efeso. La macroscopica discrasia, dell’assenza di riferimenti specifici di quest’epistola e l’abbondanza di riferimenti autentici contenuti nelle altre lettere, hanno fatto scattare i dubbi nei commentatori dell’Ottocento. Da allora in poi, la maggior parte degli studiosi sostiene la tesi, secondo cui, lo scritto sarebbe stato il testo di una lettera circolare, mandata in copia a tutte le chiese dell’Asia Proconsolare, tra le quali anche a quella di Efeso. Lo spazio per l’indirizzo sarebbe stato lasciato in bianco, dove, di volta in volta, il latore della missiva, il messaggero Tichico o qualche altro, avrebbe aggiunto il recapito specifico di destinazione.

Il carattere generico, distaccato e impersonale, il contenuto teologico elevato, la forma linguistico-lessicale elaborata, l’insicura tradizione scritta ed altri elementi vari, fanno propendere per la tesi, secondo cui, la lettera sarebbe nata come circolare. Il fatto che la tradizione le abbia attribuito come destinatari gli Efesini, dipenderebbe o dall’indicazione imprecisa dei testi meno recenti e/o anche dall’indicazione del luogo in cui è finito il documento in origine. Infatti, esso è stato conservato a Efeso e lì è stato ritrovato quando, intorno al 125 d.C., iniziò la raccolta organica degli scritti paolini.

La lettera agli Efesini e la lettera ai Colossesi presentano molte affinità di linguaggio e di forma; i contenuti teologici di entrambe molto elevati denunciano il fatto che le due lettere sono frutto dell’età matura dell’Apostolo; probabilmente sono state scritte nello stesso periodo storico, magari durante la prigionia dell’Apostolo a Roma, negli anni 62/63 d. C.-

Tuttavia, occorre pur precisare che, nonostante le molte similitudini concettuali e formali che le collegano, le due lettere hanno fisionomie autonome e abbastanza diverse tra di loro; in modo particolare l’epistola agli Efesini ha un’architettura concettuale, formale e linguistica distinta, del tutto indipendente e a sé stante, rispetto a tutte le altre lettere della produzione paolina. Questa lettera trasporta il lettore nella mistica atmosfera spirituale che nutriva l’Apostolo verso la fine della sua esistenza terrena.

Indirizzo

“Paolo, apostolo di Cristo Gesù per volontà di Dio, ai santi fedeli in Cristo Gesù. Grazia e pace a voi da Dio, nostro Padre, e dal Signore Gesù Cristo” (1-2)

Capitolo Primo

L’ammirabile piano salvifico di Dio

Nel primo capitolo l’Apostolo fa un lungo discorso su un complesso brano di eucologia (aspetto dogmatico, mistico e liturgico insieme della preghiera).

Testo: “Benedetto Dio e Padre del Signore nostro Gesù Cristo, il quale nei cieli ci ha colmati di ogni sorta di benedizione spirituale in Cristo. Egli ci elesse in lui prima della creazione del mondo, perché fossimo santi e irreprensibili davanti a lui, predestinandoci, con amore, ad essere suoi figli adottivi tramite Gesù Cristo, secondo il benevolo disegno della sua volontà, a lode e splendore della sua grazia, il quale ci ha gratificati nel Diletto. In lui, mediante il suo sangue, otteniamo la redenzione, il perdono dei peccati, secondo la ricchezza della sua grazia, che si è generosamente riversata in noi con ogni sorta di sapienza e intelligenza. Egli ci ha manifestato il mistero della sua volontà, secondo il benevolo disegno che aveva in lui formato, per realizzarlo nella pienezza dei tempi: accentrare nel Cristo tutti gli esseri, quelli celesti e quelli terrestri. In lui siamo stati scelti, essendo stati predestinati secondo il disegno di colui che tutto compie in conformità del suo volere, ad essere, a lode della sua gloria, noi (Giudei) i primi, che hanno sperato in Cristo. In lui anche voi (Pagani), dopo aver udito la parola della verità, il Vangelo della vostra salvezza, avendo anche creduto in lui, siete stati contrassegnati con lo Spirito Santo che fu promesso; questo è l’anticipo della nostra eredità, per il riscatto della sua proprietà, a lode della sua gloria” (3-14).

Commento: In questo magnifico discorso, teologico e spirituale insieme, l’Apostolo fa un lungo elenco dei doni umani e spirituali, che l’uomo ha ricevuti da Dio: il progetto di salvezza, la predestinazione dell’elezione a figli adottivi fin dalla creazione del mondo, il dono della grazia, il perdono dei peccati, l’iniziazione al mistero salvifico con l’opera di redenzione operata da Gesù Cristo, l’ordine di elezione a figli: i Giudei prima, i Gentili poi; entrambi i popoli sono stati confermati dallo Spirito Santo, come legittimi eredi dell’escatologia nella vita futura. L’Autore trasporta il credente sul piano celeste e ivi lo trattine per tutta la durata della sua narrazione epistolare. L’aria che si respira nella lettura di questo brano è densa di espressioni e di concetti che trasportano il lettore in una sublime e tersa atmosfera celestiale, dove l’anima respira il palpito spirituale della presenza di Dio.

Per una più vasta conoscenza del mistero

L’ Apostolo, avendo sentito parlare della grande fede che i destinatari hanno in Cristo e del loro amore per i santi, eleva, per loro, continui ringraziamenti nelle sue preghiere.

Testo: “Affinché il Dio del Signore nostro Gesù Cristo, il Padre della gloria, vi doni uno spirito di sapienza e di rivelazione per meglio conoscerlo. Egli vi illumini gli occhi della mente, perché possiate comprendere quale è la speranza della sua chiamata, quale la ricchezza della sua gloriosa eredità tra i santi e quale straordinaria grandezza della sua potenza verso di noi che crediamo, come attesta l’efficacia della sua forza irresistibile, che dispiegò nel Cristo, risuscitandolo dai morti e insediandolo alla sua destra nella sommità dei cieli, al di sopra di ogni Principio, Autorità, Potenze, Signoria e di ogni altro nome che viene nominato, non solo in questo secolo, ma anche in quello avvenire.   Ha disposto tutto ai suoi piedi e lo ha costituito, soprattutto capo della Chiesa, che è il suo corpo, la pienezza di lui che tutto, sotto ogni aspetto, riempie” (15-23).

Commento: La prolissità del periodare e alcune asincronie formali non devono stupire, pensando al fatto che la lettera è stata dettata da un uomo di cultura ebraica, che si esprime in lingua greco-ellenistica ed è stata scritta da un ignoto amanuense. Se la destinazione specifica della lettera fosse stata Efeso, sarebbe sorprendente il modo di esprimersi dell’Autore in questo passaggio, dove i destinatari sembrano degli esimi sconosciuti, mentre sappiamo bene dagli Atti degli Apostoli (At19-20), che precedentemente Paolo soggiornò a lungo a Efeso, per cui gli efesini non sarebbero stati persone a lui sconosciute.

Capitolo Secondo

La salvezza per grazia

L’Apostolo riprende l’intenso discorso diretto con i pagani convertiti, destinatari della lettera:

Testo: E voi (ex-Gentili) ch’eravate morti in seguito ai vostri traviamenti e ai vostri peccati, nei quali una volta vivevate secondo lo spirito di questo mondo, secondo il principe del regno dell’aria (Satana), quello spirito che tuttora è all’opera tra gli uomini ribelli … Tra loro (Pagani) un tempo vivemmo noi tutti (ex-Giudei) presi dai desideri carnali, assecondando gli stimoli della carne e i suoi istinti ed eravamo, per naturale disposizione, come tutti gli altri, oggetto d’ira. Ma Dio, che è ricco di misericordia, per l’immenso amore con il quale ci ha amati, per quanto fossimo morti (nello spirito) in seguito ai traviamenti, ci ha fatto rivivere col Cristo — foste salvati gratuitamente! – e ci ha risuscitati e insediati nella sommità dei cieli in Cristo Gesù per dimostrare nei secoli futuri, con la sua bontà in Cristo Gesù verso di noi, la traboccante ricchezza della sua grazia. Infatti, per la grazia tramite la fede, siete salvi: – ciò non proviene da voi: è dono di Dio; – non dalle opere, perché nessuno se ne vanti. In realtà noi siamo sua opera, creati in Cristo Gesù per le opere buone, che Dio ha predisposto, perché le compiamo” (1-10).

Commento: Qui Paolo riflette sulle condizioni nelle quali versava l’intera umanità prima della redenzione. I Pagani, che non avevano leggi morali e anche i Giudei, che pure avevano la legge ma la trasgredivano regolarmente, cercavano di soddisfare gli impulsi sfrenati della carne; e lo facevano, non per perversione istintuale naturale, ma per l’incapacità di evitare la colpa. Pertanto, per colpa del peccato originale, dal punto di vista religioso, l’intera umanità era un’immensa massa di dannati, senza possibilità di scampo. Per sottrarre i figli di Adamo a questa condanna di morte spirituale senz’appello, Dio, nella sua infinita sapienza e misericordia, ha concepito il piano di salvezza, che poi ha attuato il suo figlio prediletto, Gesù Cristo, con il suo sacrificio sulla croce. Tutto il discorso dell’Apostolo esalta i fastigi della gloria celeste per le anime che Dio ha salvate, non per i loro meriti, ma per un suo dono gratuito.

Unità nel Cristo

Nella premessa fatta nell’eucologia iniziale, l’Apostolo aveva parlato della grandiosità e magnificenza del progetto salvifico di Dio per salvare l’uomo peccatore dalla sua condanna a morte eterna. Ora si rivolge nuovamente ai destinatari dell’epistola, efesini o chiunque altri siano stati, ricordando loro quello che erano prima (dell’avvento di Cristo), quello che è accaduto (la redenzione portata da Gesù), quello che sono adesso (salvati).

Testo: “Pertanto ricordate che un tempo voi, Gentili nella carne, chiamati incirconcisi da coloro che si dicono circoncisi per un’operazione subita nella carne, eravate in quel tempo senza Cristo, esclusi dal diritto di cittadinanza di Israele, stranieri all’alleanza promessa, senza speranza e senza Dio in questo mondo. Ora però voi, che un tempo eravate i lontani, in Cristo Gesù siete divenuti vicini, grazie al suo sangue sparso sulla croce. Egli, infatti, è la nostra pace (tra Pagani e Giudei), che ha fatto di due popoli uno solo, abbattendo il muro divisorio, annullando nella sua carne l’inimicizia, questa legge dei comandamenti con le sue prescrizioni, per formare, pacificandoli, dei due popoli un solo uomo nuovo (unico corpo umano dei credenti) e per riconciliare entrambi con Dio in un solo corpo mediante la croce (che produce l’effetto di fondere i due popoli in uno solo), dopo aver ucciso (eliminato) in se stesso l’inimicizia. E venne per annunciare pace a voi, i lontani, e pace ai vicini, perché per suo mezzo, entrambi in un solo spirito (poco prima ha parlato di uniti in un solo corpo, adesso parla di uniti in un solo spirito) entrambi abbiamo libero accesso al Padre” (2, 11-18).

Commento: Cristo qui si è fatto annunciatore di pace, sia ai Pagani, i lontani, sia ai i vicini, i Giudei, il popolo eletto; anche questi avevano bisogno di pacificazione, non solo con gli altri uomini, ma prima di tutto con Dio stesso, essendo essi peccatori come gli altri uomini. La nuova pace proclamata da Cristo è confermata dalla possibilità che hanno i due popoli, Giudei e Gentili, di accedere al Padre mediante lo spirito di Cristo glorioso. Poi l’autore continua il suo discorso:

Testo: “Così, dunque, non siete più stranieri, né pellegrini, ma concittadini dei santi e familiari di Dio. Il vostro edificio ha per fondamento gli apostoli e i profeti, mentre Cristo stesso è la pietra angolare, sulla quale poggia tutta la costruzione in armoniosa disposizione e cresce come un tempio santo nel Signore, nella cui edificazione voi siete incorporati come dimora di Dio nello Spirito” (2, 19-22).

Così gli interlocutori destinatari della missiva, che prima erano Pagani e, come tali, estranei alla fede, ora, per opera dello Spirito Santo che agisce per mezzo del battesimo, sono diventati concittadini dei santi. Pertanto, uniti ai Giudei a formare un unico popolo misto dei credenti, sono diventati, anch’essi, la santa dimora di Dio, il nuovo corpo vivente della Chiesa nascente, paragonato a un solido edificio materiale, le cui fondamenta sono stati gli apostoli e i profeti (gli evangelisti) e la cui pietra angolare, la chiave di volta dell’intero edificio, è Cristo stesso.

Su quest’imponente e armonioso edificio, che forma la chiesa militante sulla terra, sono incorporati gli Ebrei (Paolo, malgrado la loro ostilità nei suoi confronti, ha sempre un occhio di riguardo per i suoi connazionali) e i Gentili convertiti; e quest’edificio è destinato alla crescita armoniosa e alla santificazione dei suoi membri.

Capitolo Terzo

Paolo, missionario del mistero di Dio

In questo brano, come in altri passaggi delle sue lettere, Paolo dichiara l’origine e la natura divina del suo ministero. Testo “Per questo motivo (la frase si connette bene con il discorso precedente), io Paolo, prigioniero di Cristo Gesù a :vostro favore, o Gentili … Avete certamente sentito parlare del ministero di grazia, che Dio mi ha affidato per il vostro bene, cioè, per rivelazione, mi è stato fatto conoscere il mistero – come ho brevemente esposto e quindi, leggendo, potete capire quale conoscenza io abbia del mistero di Cristo – che nelle generazioni passate non fu svelato agli uomini, come ora è stato rivelato per mezzo dello Spirito ai suoi santi apostoli e ai profeti: che i Gentili sono stati ammessi alla stessa eredità del regno, sono membri dello stesso corpo e partecipi della stessa promessa in Cristo Gesù, mediante il Vangelo, del quale sono divenuto ministro, secondo il dono della grazia, che Dio mi ha dato in virtù della sua forza operante. A me, il più piccolo di tutti i santi, è stata concessa questa grazia di evangelizzare i Gentili l’inscrutabile ricchezza del Cristo e di illustrare il suo piano salvifico, il mistero, che Dio, creatore dell’universo, ha tenuto in sé nascosto nei secoli passati per svelarlo ora ai Principi e alle Autorità celesti, mediante la Chiesa, secondo la multiforme sapienza divina, secondo il disegno formulato nel Cristo Gesù, nostro Signore, nel quale, mediante la fede in lui, abbiamo la libertà di parola e fiducioso accesso. Vi prego di non scoraggiarvi per le mie afflizioni (la prigionia) a vostro favore, perché sono la vostra gloria” (3, 1-13).

Commento: L’Apostolo qui dimostra di non conoscere i destinatari della sua missiva. (In tal caso la cosa sarebbe sorprendente e avvalorerebbe la tesi, secondo cui, i destinatari specifici, non sarebbero esclusivamente gli efesini, ma altri o, almeno, compresi altri soggetti). Questo perché appare inverosimile, che egli si rivolga in forma anonima agli efesini, con i quali aveva convissuto per anni, durante le sue prime missioni nell’Asia romanizzata. Non dice a quale ministero egli si riferisce, si presume che alluda al suo ministero di Apostolo delle Genti (Gentili); ma se fosse così, gli Etno-cristiani ben conoscevano il suo impegno missionario a favore dei popoli non circoncisi. L’argomentazione di questo brano tende a convincere il lettore sull’autenticità del messaggio, di cui si sente investito come araldo: il mistero della salvezza dell’uomo per mezzo della redenzione apportata da Gesù Cristo con il suo sacrificio sulla croce. Si tratta del progetto salvifico di Dio sull’uomo, che fu tenuto segreto per secoli alle passate generazioni, ma ora svelato alle generazioni presenti, per mezzo dei santi apostoli e dei profeti della Nuova Legge (il Vangelo di Gesù). Il mistero di cui egli è portatore è l’annuncio del Vangelo ai Gentili, per mezzo del quale, sono decadute tutte le discriminazioni razziali e religiose tra Ebrei e Pagani. Gli uni e gli altri sono ammessi al banchetto della nuova fede, a formare il nuovo popolo di Dio, il corpo vivente della chiesa militante. Il mistero di cui parla non è tanto quello a lui rivelato, quanto quello da lui annunciato. Così il Vangelo e il ministero apostolico sono indissolubilmente legati a lui, in virtù della forza operante, che è in Dio, il quale gli ha conferito quest’investitura. L’Apostolo continua il suo lungo discorso dicendo: “Per questa ragione, piego le mie ginocchia davanti al Padre (dal quale ogni famiglia ha in cielo e in terra la sua concreta esistenza) perché vi conceda, secondo i tesori della sua gloria, di irrobustirvi nella forza, grazie al suo spirito, in vista dell’uomo interiore, di ospitare, per mezzo della fede, nei vostri cuori il Cristo, affinché, radicati e fondati nell’amore, riusciate ad afferrare insieme a tutti i santi, il senso della larghezza, lunghezza, altezza e profondità, cioè a conoscere l’amore di Cristo, che trascende ogni conoscenza e vi riempiate in vista della totale pienezza di Dio. (La preghiera tende a conseguire tre finalità: il rafforzamento dell’uomo interiore, la presenza di Cristo nei cuori e l’unione nell’amore. Si tratta dell’impressione permanente dell’immagine di Dio nella propria coscienza, che conferisce all’anima la vitalità interiore. In altre parole, è l’azione dello Spirito santo, che invade e rafforza la voce di Dio nella coscienza di ogni uomo). E conclude il discorso

Testo: “A colui che ha la capacità di agire su tutti gli esseri, che è infinitamente più grande di quanto noi possiamo immaginare, sia gloria nella Chiesa e in Cristo Gesù per tutte le generazioni e per sempre. Amen” (3, 20-21).

Nota: (La dossologia finale è un’acclamazione liturgica particolare che, per energia spirituale ed intensità emotiva, supera tutte le altre dossologie, che l’Apostolo esprime nelle altre sue lettere apostoliche).

Capitolo Quarto (Parte Parenetica)

L’unità nella fede

Nel capitolo quarto Paolo esordisce con una accalorata esortazione ai suoi fedeli per la loro unità spirituale che promuova la pace. Se essi vivranno uniti e in pace tra di loro, vivranno in pace con Dio, con Cristo, con il prossimo e con il mondo. Al riguardo egli dispiega il suo discorso, facendo una serie di acclamazioni:

Testo: “Perciò (sottintende le cose dette in precedenza), io, prigioniero per il Signore, vi invito a condurre una vita degna della vocazione, alla quale siete stati chiamati, con tutta umiltà e dolcezza, con longanimità, sopportandovi a vicenda con amore, preoccupati di conservare l’unità dello spirito col vincolo della pace. Un solo corpo e un solo spirito, così come siete stati chiamati a una sola speranza, che è la vostra vocazione; un solo Signore, una sola fede, un solo battesimo; un solo Dio e padre di tutti gli esseri, il quale è al di sopra di tutti, agisce attraverso tutti e in tutti” (4, 1-6).

I molteplici doni di Cristo

La varietà dei carismi, di cui ciascuno membro della comunità è portatore, trova il suo punto d’incontro e di unità in Cristo, che li distribuisce secondo i compiti, che ciascuno è destinato ad assolvere all’interno della comunità ecclesiale. Egli dichiara:

Testo: “A ciascuno di noi, poi, la grazia è stata concessa secondo la misura del dono di Cristo. Per questo dice: Salendo verso l’alto, condusse con sé torme di prigionieri, distribuì doni agli uomini (Sl. 68, 19). E’ salito, che altro significa se non che era disceso nelle regioni più basse, cioè la terra? Colui che discese è il medesimo che è anche salito al di sopra di tutti i cieli per riempire l’universo. E’ lui che ha investito alcuni come apostoli, altri come profeti (oratori ispirati), altri come evangelisti, altri come pastori e dottori per preparare i santi al ministero, per la costruzione del corpo di Cristo (la Chiesa), fino a che arriviamo tutti all’unità della fede e della piena conoscenza del figlio di Dio, all’uomo completo, a quel livello di sviluppo che realizza la pienezza del Cristo. Ciò affinché non siamo più come i bambini sballottati e portati qua e là da ogni soffiar di dottrine diverse, ingannati da uomini esperti nell’architettare inganni; ma vivendo la verità nell’amore, facciamo crescere l’universo verso colui che è il capo, Cristo, dal quale tutto il corpo, armoniosamente disposto e tenuto insieme per mezzo di tutte le articolazioni, che alimentano ciascun membro secondo la sua funzione, attua lo sviluppo edificandosi nell’amore” (4, 7-16).

Commento: In pratica i difetti che i cristiani dovrebbero evitare sono l’ingenuità, tipica dell’età infantile e l’incostanza che ingenera il dubbio, che insieme rendono debole la fede; la virtù che li rende forti e coerenti nella fede è vivere la verità nell’amore di Dio e del prossimo e in Dio si ricompone l’unità dell’essere.

La vita nuova in Cristo

In questo passaggio l’Apostolo fa un polemico confronto tra la vita che i Gentili conducevano prima della loro conversione e che i non convertiti conducono ancora, e la vita che conducono quelli che sono già  convertiti alla fede in Cristo Gesù. Al riguardo, il missionario, nella sua allocuzione, senza peli sulla lingua esprime il giudizio severo sul sistema di vita dei Pagani:

Testo: “Non comportatevi più come si comportano i Gentili, con i loro folli pensieri, ottenebrati come sono nell’intelletto, estranei alla vita di Dio a causa della loro ignoranza e dell’indurimento del loro cuore. Divenuti insensibili, si sono abbandonati agli stravizi fino a commettere, con insaziabile frenesia, ogni genere d’immondezza” (4, 17-19).

Commento: In questo trinciante giudizio sulla vita morale dei Pagani riecheggiano le valutazioni negative che l’Apostolo aveva già espresso altre volte nelle sue lettere (Rom, 1,18-32), dove le valutazioni negative, però, fanno parte della sua polemica antigiudaica. Per loro fortuna, i destinatari di questa missiva hanno imparato da Cristo cose nuove, nella vita hanno appreso un’altra strada, un altro modo di comportarsi. Pertanto, se da Cristo hanno appreso un’altra dimensione della vita, più bella, più vera e più gratificante, essi si spoglino dell’uomo vecchio, della precedente vita sbagliata, che si dissolve inseguendo seducenti vane passioni. Perciò, egli sollecita “rinnovatevi nello spirito della vostra mente e rivestitevi dell’uomo nuovo, creato secondo Dio per vivere nella giustizia e nella santità della verità” (4, 21-24).

Regole per la nuova vita

In questo brano l’Apostolo ribadisce i concetti già espressi nel brano precedente, cioè esorta i fedeli ad abbandonare i comportamenti dell’uomo vecchio e ad assumere comportamenti e atteggiamenti dell’uomo nuovo. Riportando alcune citazioni del Vecchio Testamento, dichiara:

Testo e commento: “Per questa ragione, rinunciando alla menzogna, ciascuno dica la verità al suo prossimo perché siamo membra gli uni degli altri. Se vi adirate, non peccate; ma il sole non tramonti sulla vostra collera” (detto popolare, come invito a spegnere la collera prima che tramonti il giorno, onde evitare di dare al Maligno l’occasione opportuna per fomentare la vendetta. Poi fa l’elencazione delle colpe che impediscono l’esercizio della carità, il cui catalogo richiama alla memoria, sia l’elenco dei vizi, sia la descrizione delle virtù, per cui attesta:

Testo: “Chi era solito rubare, non rubi più; piuttosto si preoccupi di produrre, con le sue mani, ciò che è buono e così soccorrere chi si trova in necessità. Dalla vostra bocca non escano parole scorrette ma, se mai, parole buone di edificazione, secondo le necessità, per fare del bene a chi ascolta. Non contristate lo Spirito santo di Dio, che vi ha segnato per il giorno della redenzione. Estirpate in mezzo a voi ogni asprezza, animosità, collera, clamore, maldicenza, ogni cattiveria. Siate, invece, benevoli gli uni verso gli altri, misericordiosi, perdonatevi reciprocamente, come anche Dio vi ha perdonato in Cristo.

Capitolo Quinto

“Imitate Iddio, come figli diletti! Comportatevi con amore sull’esempio di Cristo che vi ha amati e offerto se stesso per noi, oblazione e sacrificio di soave odore a Dio” (Sl, 40,7; Ez 29,18).

La vita cristiana

L’Apostolo continua il suo discorso, peraltro non nuovo nelle sue lettere apostoliche, dove invita i fedeli ad evitare i vizi e i peccati, che insozzano la coscienza e a rivolgere costanti ringraziamenti a Dio per tutti i doni e le virtù che egli ci ha elargiti nella vita.

Testo: “Come si conviene tra i santi, tra voi non si sentano nominare fornicazione e qualsiasi altra impurità o cupidigia, né oscenità, discorsi frivoli o facezie grasse, tutte cose indecenti ma, piuttosto, (si sentano) parole di ringraziamento” (5,3-4). Osservazione: Abbandonando il piano lessicale astratto, l’Autore scende sul piano concreto, per cui prende di mira, non più i vizi in generale, ma i viziosi, coloro che praticano i vizi. Infatti, sviluppando meglio   il suo discorso, scrive:

Testo: “Infatti, voi sapete che nessun fornicatore o depravato o avaro, cioè idolatra (perché considera il denaro come un dio) ha parte nel regno di Cristo e di Dio”. Nota: Abbandonarsi ai vizi significa ricadere in uno stato di vita peccaminosa come quella dei pagani o comunque precristiana, che impedisce all’uomo di elevarsi nella dimensione spirituale che lo avvicina a Dio. Egli continua affermando:

Testo: “Nessuno vi inganni con discorsi insipienti: proprio su quelli che sono ribelli e si lasciano sopraffare dai vizi piomba l’ira di Dio. Quindi non associatevi a loro. Eravate nelle tenebre, ma ora siete luce nel Signore; comportatevi da figli della luce. I frutti della luce sono: bontà, giustizia e sincerità e scegliendo questi beni, scegliete le cose che Dio gradisce. Non prendete parte alle attività infruttuose delle tenebre; ma piuttosto riprovatele, perché quanto esse fanno in segreto, è vergognoso anche a parlarne (perché delle cose combinate con la complicità delle tenebre diventa un fatto imbarazzante anche parlarne). Ma tutto ciò che è riprovato, viene manifestato dalla luce; infatti, quanto è manifestato è luce. Per questo si dice: Svegliati, tu che dormi, risorgi dai morti e Cristo su te risplenderà!

Nota: Anche a un comune lettore delle Sacre Scritture non sfugge il fatto che, sulla contrapposizione della simbolica tra le categorie luce/tenebre, i frutti delle opere della luce e quelli delle tenebre, che Paolo fa in questo brano, risuona da vicino l’eco del Vangelo di Giovanni (Gv, 2, 19-21).

Testo: “Considerate, dunque, scrupolosamente il vostro modo di comportarvi, non da stolti, ma da uomini saggi che colgono le occasioni opportune perché i giorni che attraversiamo sono malvagi (i cristiani, che sono diventati intelligenti perché lo spirito li ha illuminati, non possono vivere distratti, ma devono stare attenti e utilizzare tutte le occasioni opportune per fare il bene. I giorni malvagi sono una metafora che sta per gli uomini malvagi).

Non siate, quindi, sconsiderati, ma cercate di capire quale sia la volontà del Signore; non ubriacatevi di vino, che è occasione di sregolatezze, lasciatevi invece riempire di Spirito, intrattenendovi tra di voi con salmi, inni e canti ispirati, cantando e salmeggiando col vostro cuore al Signore, ringraziando sempre per tutti Dio Padre, nel nome del Signore nostro Gesù Cristo” (Ef, 5, 15-20).

Commento: In questo passaggio Paolo invita i fedeli a non lasciarsi distrarre dall’ebbrezza del vino o di altri piaceri sensuali, ma cerchino di capire quale sia la volontà del Signore e, con salmi, inni e canti, suscitino in tutti l’ebrezza che scaturisce dai carismi spirituali, ringraziando sempre Dio per tutti nel nome del nostro Signore Gesù Cristo.

Mogli e mariti

In questo brano l’Apostolo esorta gli sposati ad attenersi a comportamenti degni del cristiano, da mantenere all’interno della vita matrimoniale. Esordisce dichiarando:

Testo: “Siate soggetti gli uni agli altri nel timore di Cristo. Le donne siano soggette ai loro mariti come al Signore, poiché l’uomo è capo della donna come anche Cristo è capo della Chiesa, lui il salvatore del corpo. Ora come la Chiesa è soggetta al Cristo, così anche le donne (sono soggette) ai loro mariti in tutto.

 Mariti amate le (vostre) donne come il Cristo ha amato la Chiesa e si è offerto per lei per santificarla, purificarla con il lavacro dell’acqua unito alla parola, e avere accanto a sé questa Chiesa, gloriosa, senza macchia o ruga o alcunché di simile, ma santa e irreprensibile. Allo stesso modo i mariti devono amare le loro donne, come i loro propri corpi. Chi ama la propria donna, ama se stesso: infatti, mai nessuno ha odiato la propria carne; al contrario la nutre e la tratta con cura, come anche Cristo la sua Chiesa poiché siamo membra del suo corpo. (L’equiparazione dell’amore che l’uomo ha per la propria moglie a quello che ha per il proprio corpo, trova un riscontro rafforzativo nella frase successiva in termini ribaltati “chi ama la propria moglie, ama se stesso”). Per questo l’uomo lascerà il padre e la madre e si unirà alla sua donna e i due formeranno una sola carne (Gn, 2,24). Questo mistero è grande: io lo dico riferendomi al Cristo e alla Chiesa. In ogni caso, anche ciascuno di voi ami la propria donna come se stesso e la donna rispetti il marito” (Ef, 5, 21-33).

Commento: Questo brano non ha bisogno di alcun commento o di particolari spiegazioni, perché tratta uno degli argomenti più noti e più familiari al grande pubblico. Infatti, spesso viene letto durante la celebrazione della liturgia matrimoniale, proprio perché stabilisce i diritti e i doveri reciproci dei coniugi, i loro rapporti affettivi, il rispetto che ciascun coniuge deve avere per l’altro e le buone norme che regolano la pacifica convivenza familiare. La famiglia cristiana, sorretta dalla fede è come una piccola chiesa domestica, deve sempre ispirarsi al modello divino dell’unione che lega Cristo alla sua Chiesa, in cui i credenti sono incorporati.

Capitolo Sesto

Padri e figli

In questo brano l’Autore esorta i componenti importanti della famiglia, genitori e figli, all’adozione di un rapporto relazionale positivo per entrambe le parti, ispirato alla fede, che trae fondamento dal quarto comandamento del Decalogo.

Testo: L’Apostolo raccomanda: “Figli, obbedite ai vostri genitori nel Signore, perché ciò è giusto. Onora il padre e la madre è il primo comandamento con la promessa affinché te ne venga del bene e viva a lungo sulla terra (Es 20,12; Dt 5,16). E voi, padri, non esasperate i vostri figli, ma educateli correggendoli ed esortandoli nel Signore” (Ef, 6, 1-4).

Commento: I figli siano obbedienti ai genitori che vogliono il loro bene, hanno la responsabilità di allevarli, di educarli e per loro rappresentano la voce del Signore, che governa la famiglia verso il bene. Essi vogliono condurli a vivere una vita sana, piena di valori positivi nella fede in Dio, nel lavoro e nella loro piena realizzazione umana e spirituale. I padri non abusino della loro responsabilità educativa, portando i figli all’esasperazione con gli eccessivi interventi autoritativi, che potrebbero sortire effetti contrari a quelli voluti.

Schiavi e padroni

L’Apostolo esorta gli uni e gli altri a intrattenere rapporti reciproci positivi, sinceri e cordiali. Al riguardo egli dichiara: Testo: “Schiavi, obbedite ai vostri padroni terreni con timore e rispetto, con cuore sincero come al Signore; (praticamente gli schiavi obbediscano al padrone come che stiano obbedendo al Signore) non siate solleciti soltanto sotto gli occhi del padrone (quando vi controlla a vista) come chi intende piacere agli uomini, ma come gli schiavi di Cristo, che fanno con cura  la volontà di Dio; serviteli con premura, come fossero il Signore e non uomini, convinti che ciascuno, schiavo o libero, riavrà dal Signore il bene che avrà fatto. E voi, padroni, comportatevi allo stesso modo verso di loro, smettendo di minacciare, consapevoli che nei cieli c’è il loro e il vostro Signore, che non ha preferenze personali” (Ef, 6, 5-9).

L’imparzialità di Dio, altrove rivolta soltanto agli schiavi, qui è estesa anche ai padroni.

La lotta al male

L’Apostolo continua il discorso, esortando i fedeli a rinforzare il loro animo contro le subdole tentazioni del Maligno. “In definitiva rafforzatevi nel Signore e con la sua possente forza. Vestite l’intera armatura di Dio per contrastare le ingegnose macchinazioni del diavolo: infatti, non lottiamo contro una natura umana mortale, ma contro i principi, contro le potenze, contro i dominatori di questo mondo oscuro, contro gli spiriti maligni delle regioni celesti. Per questo motivo indossate l’intera armatura di Dio per resistere nel giorno del malvagio e, dopo aver tutto predisposto, tenete saldamente il campo”.

Nell’Antico Testamento   era frequente presentare Dio con l’immagine del guerriero che indossa le armi per combattere i nemici. Qui l’Apostolo trasferisce quest’immagine, del Dio combattente, nel contesto di vita del cristiano. Poi egli continua il suo discorso descrivendo, con un’ampia e articolata metafora, l’armatura di difesa e di offesa del soldato romano: la cintura, la corazza, i sandali, lo scudo, l’elmo e la spada, che erano tutte armi ben note nel contesto storico del suo tempo. E continua:

“Mossi dallo Spirito, dice, pregate incessantemente con ogni sorta di preghiera e di supplica; vegliate e siate assidui nell’orazione per tutti i santi e anche per me, affinché mi sia concessa la libertà di parola per annunciare coraggiosamente il mistero, il Vangelo, per il quale sono ambasciatore in catene, e per osare di parlarne con franchezza, come è mio dovere” (Ef, 6, 18-20).

(Il missionario “in catene” esorta i fedeli alla preghiera, sincera e assidua, contro tutte le forze del male; per sé invoca la libertà, anche se non piena, come si aspetterebbe ogni comune mortale, ma almeno quella parziale della parola per continuare ad annunciare il Vangelo, compito per il quale egli è stato chiamato. Questo è il principale assillo dell’Apostolo).

Epilogo

“Affinché anche voi siate messi al corrente della mia situazione, di ciò che intendo fare (e forse sul significato della missiva) Tichico, fratello diletto e fedele servo nel Signore, (nonché latore della lettera), vi informerà su tutto. Ve lo mando proprio perché vi informi sulla nostra situazione e consoli i vostri cuori. Dio Padre e il Signore Gesù Cristo accordino ai fratelli pace, amore e fede. La grazia sia con tutti coloro che amano il Signore Gesù Cristo con sincero amore” (Ef, 6, 23-24).

Questa conclusione è diversa da quelle delle altre lettere dell’Apostolo. Infatti, nelle altre sue missive, Paolo mandava i saluti personali agli amici e collaboratori più stretti, mentre in questa non manda saluti a nessuno e non nomina alcuno. Questa finale è più vicina alla formula conclusiva di una cerimonia liturgica, piuttosto che al saluto di congedo di una normale comunicazione scritta, come l’Apostolo era solito fare. Infatti, egli augura ai suoi fedeli “grazia e pace, amore e fede”, come comunemente fa il sacerdote alla fine della messa domenicale. Le parole “con sincero amore” suonano come un richiamo all’insaziabile sete che ha l’uomo della vita eterna in paradiso con Cristo Gesù e i suoi santi.

Sommario

Capitolo Primo

Nel brano di esordio, l’Apostolo fa un importante discorso eucologico (mistico, dogmatico e liturgico insieme) benedicendo Dio padre del Signore nostro Gesù Cristo, che ha colmato gli uomini di ogni benedizione spirituale, eleggendoli, già da prima della creazione del mondo, a suoi figli adottivi in Gesù Cristo, in cui Dio ha accentrato tutti gli esseri terrestri e celesti.

Gesù, con il sangue versato sulla croce, ha ottenuto per noi, come figli predestinati alla santità, la redenzione, il perdono dei peccati, la ricchezza della grazia spirituale. Prima i Giudei, poi i Pagani. Questi, avendo appreso dai missionari la Parola del Vangelo, sono stati salvati anch’essi dalla condizione di misera idolatria, in cui erano immersi e sono stati ammessi ad avere parte nell’eredità del regno.

L’Apostolo, avendo sentito parlare della grande fede dei destinatari, pur non conoscendoli di persona, li ringrazia per la loro buona volontà e prega affinché il Dio del nostro Signore Gesù Cristo doni loro lo spirito di sapienza e di rivelazione per conoscerlo meglio. Dio illumini gli occhi della loro mente per comprendere la grandezza della chiamata e la portata della loro speranza nella vita futura, che prima non avevano e che, vivendo nell’idolatria, non potevano avere. Quel Dio onnipotente che ha dispiegato la sua forza irresistibile per far risorgere suo figlio Gesù dai morti e l’ha ha assunto nella sommità dei cieli, collocandolo alla sua destra (locuzione, questa, che costituisce il testo di un preciso articolo del Credo simbolo apostolico), al di sopra delle gerarchie celesti, ha anche stabilito la funzione della Chiesa nel mondo, di cui Gesù è fondatore e capo universale,

Capitolo Secondo

L’Apostolo riprende il discorso diretto con i fedeli, ex pagani convertiti, dichiarando loro: “Voi, ex Gentili, che un tempo eravate morti a causa dei vostri traviamenti e dei vostri peccati, nei quali vivevate secondo lo spirito di questo mondo, che è sotto il dominio di Satana e che tuttora annovera, purtroppo, nel suo universo molti uomini ribelli …. Un tempo, Pagani come voi, eravamo anche noi, ex Giudei, sballottati dagli impulsi istintivi e intenti a soddisfare i desideri carnali, per cui anche noi, come gli altri, eravamo oggetto dell’ira divina. Per invertire questa triste e commiserevole condizione di peccato, che portava alla dannazione eterna dell’umanità intera, meno male è intervenuto Dio creatore che, nella sua infinita misericordia, per un suo gratuito atto di amore verso di noi, ci ha salvati, mandandoci il suo amato figlio, Gesù redentore. Eravamo figli del peccato, per cui eravamo tutti morti, ma Dio ci ha fatti rivivere con Cristo e in Cristo, destinandoci un posto nei cieli accanto a lui. Tuttavia, siamo chiari e riconoscenti a Dio per il fatto che la salvezza ci è stata data, non per i nostri meriti (di questo nessuno osi menare vanto!),  ma è stato un dono gratuito che il Signore ci ha accordato per dimostrare nei secoli futuri la traboccante ricchezza della sua grazia, dandoci Gesù redentore; e l’ha fatto, affinché noi uomini nella vita operiamo il bene, facciamo opere buone.

Comunque, i destinatari del suo messaggio ricordino la loro origine pagana, quando non conoscevano ancora la Parola di salvezza di Cristo redentore, erano esclusi dall’eredità del regno d’Israele, stranieri alla promessa, senza speranza e senza Dio in questo mondo. Ora però, se Cristo è anche con loro, è grazie al sangue sparso sulla croce. Grazie al gesto di salvezza di Cristo, i due popoli, Giudei e Gentili, sono stati salvati e riconciliati per formare un solo popolo e un solo spirito, onde avere entrami libero accesso al Padre. Così i due popoli uniti formano la nuova costruzione della dimora di Dio nello Spirito.

Capitolo Terzo

Per adempiere al suo dovere missionario di portare l’annuncio della nuova fede ai Gentili, Paolo è prigioniero di Cristo e degli uomini. Questa missione gli è stata affidata da Dio stesso per far conoscere agli uomini il mistero di Cristo, tenuto nascosto agli uomini delle generazioni passate e adesso rivelato, per mezzo dello Spirito, ai suoi santi apostoli e profeti. Il lieto messaggio portato da Gesù Cristo agli uomini è che i Gentili sono stati ammessi, anch’essi, all’eredità del regno di Dio, fanno parte del corpo dei redenti e sono partecipi della stessa promessa fatta da Cristo nel Vangelo, di cui Paolo è ministro per grazia di Dio, il più piccolo dei santi. A lui è stata concessa la grazia di far conoscere ai Gentili l’imperscrutabile ricchezza di Cristo e il piano salvifico che Dio, creatore dell’universo, ha tenuto nascosto nei secoli passati per svelarlo adesso alle autorità celesti, mediante la Chiesa. “Vi prego di non scoraggiarvi per le mie afflizioni, patite per il vostro bene. – dice l’Apostolo – In fondo sono anche la vostra gloria”.

Auspica che Dio conceda loro di irrobustirsi nella fede, in vista della formazione dell’uomo interiore, che possa ospitare nella propria coscienza il Cristo, con tutta la lunghezza, l’altezza, la larghezza e la profondità del suo amore che trascende ogni conoscenza umana, di modo che tutti colmino la pienezza totale di Dio.

Capitolo Quarto

Paolo, “prigioniero nel Signore”, invita i destinatari a condurre una vita esemplare, degna della vocazione cui sono stati chiamati. La loro condotta sia improntata ad atteggiamenti di dolcezza, di umiltà, di longanimità, sopportandosi a vicenda con amore e conservando integro il vincolo della pace. Essi cerchino di vivere in accordo tra di loro, come che siano un solo corpo e un solo spirito, corrispondente alla loro vocazione in un solo Signore, una sola fede, un solo battesimo, un solo Dio e padre di tutti gli enti, che è al di sopra di tutti e agisce attraverso tutti.

Paolo dice: “(Cristo) salendo verso l’alto, condusse con sé torme di prigionieri, distribuì doni agli uomini (SL68). La frase È salito che altro significa se non che era anche disceso nelle regioni più basse, cioè sulla terra? Colui che è disceso, è il medesimo che è anche salito al di sopra dei cieli per riempire l’universo.

È lui che ha dato agli uomini in dono la varietà dei carismi, in rapporto alla funzione che ciascuno svolge in seno alla comunità. Pertanto, alcuni sono stati investiti della carica di apostoli, altri di profeti, altri come evangelisti, altri ancora come pastori e dottori, per arrivare all’unità della fede, alla piena conoscenza di Dio, all’uomo completo.

Poi l’Apostolo richiama i fedeli, affinché i loro comportamenti siano confacenti con i principi dell’etica cristiana. Pertanto, evitino di comportarsi come i “Gentili che, con i loro folli pensieri, ottenebrati nell’intelletto, estranei alla vita del cristiano a causa della loro ignoranza e dell’indurimento del loro cuore. Si sono abbandonati agli stravizi fino a commettere ogni genere di immondezza. Voi, egli dice, da Cristo non avete appreso queste bassezze. Spogliatevi dell’uomo vecchio, carnale e rivestitevi dell’uomo nuovo spirituale, creato da Dio nella giustizia e nella santità della verità.

L’Apostolo continua la sua esortazione in negativo, dicendo: “Ciascuno dica la verità al suo prossimo perché siamo membra gli uni degli altri; se vi adirate, non peccate, purché la vostra collera svanisca prima che tramonti il sole; ciò affinché non diate adito al Maligno d’insinuarsi nei vostri cuori e nei vostri pensieri.

Chi era solito rubare, non rubi più, piuttosto s’impegni a lavorare per produrre con le proprie mani beni sufficienti a soddisfare, non solo i suoi bisogni, ma anche quelli degli altri. Dalla vostra bocca non escano parole scorrette, ma solo parole di edificazione degli altri che ascoltano i vostri discorsi. Non contristate in voi le azioni dello Spirito Santo. Estirpate dal vostro animo ogni asprezza, animosità, collera, clamore, maldicenza, ogni cattiveria”; poi inverte il senso del discorso che, da negativo, prende il significato positivo: “Siate benevoli gli uni verso gli altri, misericordiosi, perdonandovi reciprocamente come Dio vi ha perdonati in Cristo (Ef, 4, 25-32).

L’esortazione dell’Apostolo continua anche nel capitolo quinto, affermando: “Imitate Iddio, come figli diletti e comportatevi con amore, sull’esempio di Cristo che vi ha amato e offerto se stesso, per noi oblazione e sacrificio di soave odore a Dio (SL 40, 7; Ez 29, 18).

Come fanno i santi, non si sentano nominare tra voi fornicazione, cupidigia, oscenità o altra impurità; sono discorsi frivoli o facezie grasse – tutte cose indecenti – piuttosto si sentano parole di ringraziamento. Infatti, voi lo sapete, nessun fornicatore, avaro o idolatra ha avuto parte nel regno di Cristo e di Dio.

Nessuno vi inganni con discorsi insipienti: proprio su questi disordini piomba l’ira di Dio sugli uomini ribelli. Se un tempo eravate tenebre, ora siete luce, perciò comportatevi da figli della luce …

Considerate scrupolosamente il vostro modo di comportarvi, non da stolti, ma da uomini saggi …

Non ubriacatevi di vino che dà occasione a sregolatezze, ma lasciatevi riempire dallo Spirito Santo, intrattenendovi tra di voi con salmi, inni e canti, ringraziando sempre Dio Padre e il Signore nostro Gesù Cristo (Ef, 5, 3-20). 

Poi il discorso è rivolto alle norme di buona convivenza sociale, in particolare alla pacifica convivenza familiare. In gran parte ripete lo schema dell’analogo discorso già fatto in Col 3,18-25 e 4,1; l’unica differenza è che in Ef sono maggiormente sviluppate le parti dei rapporti tra mogli e mariti, tra genitori e figli, tra padroni e servi. Le mogli sono esortate ad accettare il rapporto di dipendenza dai loro mariti, non in una visione schiavistica, ma analogamente al rapporto di dipendenza che esiste tra la chiesa e Cristo, che è il suo capo, che l’ama e la dirige verso il bene. La famiglia, secondo l’ideale della chiesa paleocristiana di derivazione giudeo-ellenistica, rappresenta l’immagine della piccola chiesa domestica, dove l’amore, l’armonia e la pace devono regnare, non soltanto tra i coniugi, ma anche tra i genitori e i figli, tra i padroni e gli schiavi.

Inoltre, l’Apostolo esorta i fedeli a “indossare l’intera armatura di Dio, con a fianco la cintura della verità, la corazza della giustizia, lo scudo della fede, l’elmo della salvezza e la spada dello Spirito, per lottare    resistere e vincere i continui assalti del Maligno. Pregate incessantemente con ogni sorta di preghiera e supplica anche per me, affinché mi sia concessa la libertà di parola per annunciare il vangelo, per il quale sono ambasciatore in catene”.

Poi l’epilogo con l’annuncio dell’invio del suo fedele collaboratore e messaggero Tichico, che informerà gli interlocutori sulla sua condizione di apostolo prigioniero in carcere.

Infine, la benedizione finale, augurando ai fratelli pace, amore e fede. Contrariamente a quel che fa in chiusura delle altre lettere, qui non fa raccomandazioni particolari, né manda saluti ad alcuno.

La Lettera di San Paolo ai Colossesi

Posted By Felice Moro on Giugno 6th, 2021

Introduzione

La comunità cristiana di Colosse fu fondata insieme a quella di Laodicea e di Gerapoli, durante la missione apostolica di Paolo a Efeso, tra gli anni 54-57 d.C. Egli tace, come altrove, sui dati anagrafici del documento. Non dà alcuna indicazione né di luogo, né di tempo della sua redazione. I commentatori li deducono questi elementi indirettamente, sia dalle notizie riportate negli Atti degli Apostoli (At 18, 18-21; 19, 1-20), sia dalle citazioni che l’Apostolo fa nella lettera del suo collaboratore Epafra (Cl 1,7-8; 4, 12-13), calossese anche lui e   protagonista diretto dell’evangelizzazione, non solo di Colosse, ma probabilmente anche di Laodicea e di Gerapoli. Le notizie sulla fondazione, l’attività e la salute di questa comunità sono contenute solo all’interno della lettera stessa, non altrove. Dal testo si evince che questa comunità, nell’insieme, si mantiene coesa, attiva e fedele osservante della dottrina e degli insegnamenti autentici che Epafra, sull’ombra di Paolo, aveva loro trasmesso fin dalla prima ora.

Occasione e scopo della Lettera

Con Paolo ci sono anche Onesimo, Tichico ed Epafra. Sembra che Onesimo sia il primo che torni a Colosse con un biglietto di raccomandazione per Filemone. Tichico, più tardi, porta la lettera di Paolo diretta alla comunità. Epafra era con Paolo per fargli compagnia durante la prigionia e, nello stesso tempo, informava l’Apostolo sulla tenuta della fede nella stessa comunità e, forse, anche nelle altre comunità vicine della Frigia. Pare che la lettera sia stata scritta proprio sulla base delle informazioni che gli davano questi suoi due collaboratori, Epafra e Onesimo.  Nell’insieme sembra che la comunità viva in pace e in armonia al suo interno. Tuttavia, arrivano alle orecchie dell’Apostolo alcune notizie allarmanti che suscitano in lui alcuni sospetti. Egli teme che alcuni nemici cerchino d’insidiare l’autenticità della fede e la purezza della dottrina, perché un ristretto numero di persone non si attiene ai canoni ortodossi ricevuti e cercano vie alternative alla salvezza. Sono tutti germi di veleno sociale, seminato dalla filosofia della gnosi. D’altronde, essendo la lettera unica fonte a se stessa, i significati devono essere ricavati dal suo interno, dai suoi contenuti, come, per esempio, i significati degli elementi del mondo (Col 2, 8-20) e le potenze cosmiche (2, 8, 10-15). Le preoccupazioni più grandi, che suscitano i sospetti dell’Apostolo, sembra che siano diverse, tra cui: le ossessive osservanze alimentari, che certi Colossesi utilizzavano per le celebrazioni delle feste annuali, mensili e settimanali e la pratica della circoncisione.

Il sistema che <<la gnosi>> propone è una dottrina eclettica, dove confluiscono elementi di paganesimo ed elementi di giudaismo. Probabilmente le forme del culto provenivano dalle religioni misteriche, svolte in forma privata e rese attraenti dalla pratica della circoncisione e dal distacco dalle preoccupazioni del mondo. Non mancano elementi e coloriture del rigorismo giudaico e di influenze esoteriche (pratiche occulte, riservate agli iniziati, che non devono essere note agli estranei all’associazione o seta che le pratica.

Ma, qualunque siano le dottrine e culti che professano queste persone, Paolo li condanna tutti in blocco, perché contengono sempre elementi fuorvianti e inconciliabili con l’autentica professione della fede cristiana.

Chi crede in queste idee e si affida a questi culti misterici, perde Cristo e i benefici spirituali che egli ci ha dispensati con il suo sacrificio sulla croce. Chi è stato battezzato, è morto alle forze del mondo e alle seduzioni della carne, ma è risuscitato alla vita dello spirito. Il credente, per ottenere la salvezza che Cristo ci ha donato, non può cercare vie alternative alla genuina professione della fede cristiana.

Luogo e data della redazione della lettera

Paolo è prigioniero, ma non dice dove, né quando è stata redatta la sua missiva, perché queste cose non interessano ai destinatari. Essi sappiano soltanto che il suo amore per il Vangelo gli è costato la prigionia. Ma non si preoccupa tanto della sua sorte, perché è ormai votato a tutto, compreso il martirio, quanto della salute della fede dei suoi fedeli. Le indicazioni di luogo e di tempo possono essere ricavate indirettamente dai contenuti di alto significato teologico e dottrinale del documento. Qualcuno ha dato la sua spiegazione in merito: “La lettera agli Efesini, la più prossima a quella dei Colossesi per stile, linguaggio e teologia, in molte parti sembra esserne il primo commento; ne chiarisce il pensiero e ne sviluppa le idee” (E. Peretto, Roma, 1984).

La ricchezza di contenuto e le ampie visioni teologiche che si trovano in Efesini suppongono in Paolo una lunga riflessione sulla rivelazione. Questo periodo di tempo non può essere quello della detenzione efesina, databile negli anni 53-54. Stile, idee e riscontri vari presuppongono l’esistenza degli altri importanti documenti paolini: la Lettera ai Galati, le due Lettere ai Corinzi e la Lettera ai Romani … Le forti affinità della Lettera agli Efesini e i riscontri con il biglietto a Filemone rendono improbabile la redazione durante la detenzione a Cesarea di Palestina.

In Fm 23-24 e in Col 4, 10-14 sono elencate le medesime persone. Onesimo porta il biglietto a Filemone. Ricordiamo che egli era schiavo disperato, fuggito dal padrone, non poteva incontrare Paolo nella prigione di Cesarea in attesa di partire per Roma … Scartata la tesi della redazione durante la carcerazione a Efeso e a Cesarea di Palestina, appare più accettabile l’ipotesi della redazione verso la fine della prima prigionia romana, negli anni 62-63” (Peretto, Roma, 1984).

Capitolo Primo

Indirizzo

“Paolo, apostolo di Cristo Gesù per volere di Dio e il fratello Timoteo, ai santi di Colosse, fedeli fratelli in Cristo. Grazia e pace a voi da Dio, padre nostro”.

Commento: L’indirizzo, eccetto alcuni particolari, è simile a quello di tante altre lettere paoline, dove il nome di “Paolo Apostolo è associato quello del fratello Timoteo”. Questo non significa che Timoteo fosse necessariamente presente insieme a lui nel momento della redazione del documento. A differenza della Lettera agli Efesini, che non contiene destinatari specifici, questa indica, come destinatari, i Colossesi. Ma quest’indicazione non significa che il messaggio, oltre i cristiani di Colosse, non intendesse raggiungere anche i fedeli di altre comunità vicine, come quelle di Gerapoili, Laodicea e altre comunità della valle del Lico. In tal caso, la missiva sarebbe stata scritta come lettera-circolare, diretta ai cristiani di una determinata zona o regione della Frigia, più vasta di quella della sola città di Colosse. Tuttavia, per restare fedeli al testo, assumiamo come destinatari i Colossesi.

Ringraziamento a Dio

“Noi ringraziamo costantemente Dio, padre del Signore nostro Gesù Cristo, pregando per voi, perché siamo stati informati della vostra fede in Gesù Cristo e dell’amore che praticate verso tutti i santi a motivo della speranza che vi è riservata in cielo. Di questa avete udito l’annuncio mediante la parola di verità, il Vangelo, a voi giunto, e come in tutto il mondo stia dando frutto e sviluppandosi, così anche tra di voi fin da quel giorno, nel quale udiste e conosceste nella verità la grazia di Dio. Questo apprendeste da Epafra, nostro diletto compagno di servizio e fedele ministro di Cristo in vece nostra; egli ci ha informati del vostro amore nello Spirito” (Col, 3-8).

Commento: Paolo qui intende sottolineare il fatto che la predicazione del cittadino di Colosse, Epafra, si è svolta secondo i canoni da lui indicati. Questa preghiera è una formula di ringraziamento originale, ricca di alto contenuto teologico e di raffinata sensibilità spirituale.

Il discorso, dedicato al ringraziamento, è un periodo lungo, complicato e non facilmente dominabile dal punto di vista grammaticale e sintattico, perché prescinde dalle regole morfologiche dell’attuale sistema linguistico italiano. D’altronde, oltre che in questo brano, in molti altri passaggi di questa e delle altre lettere dell’Apostolo, si trovano periodi complicati, prolissi o contratti, espliciti e impliciti, completi e incompleti. Ma questi inconvenienti formali sono comprensibili, se si tiene conto del fatto che l’autore è un missionario ebreo di duemila anni fa, che detta i testi delle sue lettere in lingua greco-ellenistica ad amanuensi, e che questi testi hanno subito, nel tempo, più traduzioni in diverse altre lingue prima di essere riportati in lingua italiana attuale. La cosa importante è non fermarsi ai difetti formali, lessicali o linguistici perché ciò che conta è il valore semantico della prosa, i suoi contenuti sostanziali.

Preghiera

Il discorso dell’Apostolo continua con la sua preghiera rivolta a Dio per i suoi fedeli: “Perciò anche noi, dal giorno in cui ne fummo informati, non tralasciamo di pregare per voi e di domandare che vi sia concesso di conoscere perfettamente la sua volontà con ogni sapienza e intelligenza spirituale, per comportarvi in maniera degna del Signore e piacergli in tutto; così dando frutti in ogni genere di opera buona e crescendo nella piena conoscenza di Dio, irrobustiti con forza, secondo la potenza della sua gloria, per tutto sopportare con perseveranza e magnanimità, ringraziando con gioia il Padre, che ci ha fatti capaci di partecipare alla sorte dei santi nella luce. Egli ci ha strappati dal dominio delle tenebre e ci ha trasferiti nel dominio del suo amato figlio, nel quale abbiamo la redenzione, il perdono dei peccati” (Col 1, 9-14).

Commento: Anche questo brano, dal punto di vista formale, è lungo e complicato non meno di quello precedente. In questo passaggio si capisce che l’animo di Paolo è soddisfatto per le buone notizie riportate da Epafra, che in lui suscitano energia ed entusiasmo per ribadire con forza la cosa che gli sta più a cuore: chiedere ai fedeli che facciano uno sforzo in più per poter conseguire una migliore conoscenza, una maggiore sapienza spirituale, una più perfetta intelligenza di Dio. Questo per conoscere quali cose piacciano a Dio e adeguare, di conseguenza, la nostra condotta alla sua volontà. Per fare questo occorre irrobustire maggiormente il dono della fede per sopportare le difficoltà con spirito di servizio e generosità d’animo, ringraziando sempre il Padre per averci salvati dal dominio del Maligno. Egli, infatti, ci ha sottratti al triste destino di condanna eterna nel regno delle tenebre, per trasferirci nel regno della luce dei redenti dal prezioso sangue  del suo diletto figlio, Gesù Cristo. Questo è l’unico modo per ottenere la redenzione dal male e il perdono dei nostri peccati.

La persona e l’opera di Cristo

La narrazione continua in modo serrato: “Egli (Cristo redentore)è l’immagine di Dio invisibile, Primogenito di tutta la creazione poiché in lui sono stati creati tutti gli esseri nei cieli e sulla terra, i visibili e gli invisibili: Troni, Signorie, Principi, Potenze. Tutte le cose sono state create per mezzo di lui e in vista di lui; ed egli esiste prima di tutti loro e tutti in lui hanno consistenza. (A nessun lettore può sfuggire la forte affinità, di concetti e di linguaggio, che esiste tra questo passaggio di Paolo e il Prologo del Vangelo di Giovanni). Cristo è anche il capo del corpo, cioè della Chiesa. Egli è principio, primogenito dei risuscitati, così da primeggiare in tutto, poiché piacque a tutta la pienezza di risiedere in lui e di riconciliarsi, per suo mezzo, tutti gli esseri della terra e del cielo, facendo la pace mediante il sangue della sua croce”.

Nota: Tutto questo passaggio non è meno complesso dei brani precedenti. I periodi non sono chiaramente definiti, ma restano troncati, indeterminati o sospesi. Ciò nulla toglie alla comprensione dei significati logici e teologici del pensiero dell’Autore). Egli continua: “E voi (Colossesi), che un tempo con le opere malvagie eravate stranieri e ostili per il modo di pensare, ora, mediante la sua morte siete stati riconciliati nel suo corpo mortale (corpo fisico) per presentarvi santi, integri e irreprensibili davanti a lui, — purché perseveriate saldamente fondati sulla fede e irremovibili nella speranza del Vangelo che avete udito, il quale è predicato a ogni creatura che è sotto il cielo e del quale io, Paolo, sono divenuto ministro —“(Col, 1, 21-23).

Commento: Cristo redentore visibile è l’immagine di Dio invisibile. (Chi ha veduto me, ha veduto il Padre, rispose Gesù a Filippo che gli chiese: Mostraci il Padre e ci basta (Gv, 14, 9). Prima della conversione i Colossesi erano stranieri (pagani) che adoravano gli idoli e, non conoscendo Dio, avevano modi di pensare e di agire diversi da quelli che piacciono a Lui. Ma ora che sono stati riconciliati con Dio per mezzo del sacrificio di Cristo, devono mantenersi integri nella fede e irreprensibili nella speranza che offre il Vangelo, predicato a tutte le creature del mondo, e di cui Paolo è divenuto ministro per volontà di Dio.

Ministero di Paolo

L’Apostolo continua il suo discorso carismatico in modo accalorato:

“Ora io gioisco nelle sofferenze che sopporto per voi e completo nel mio corpo ciò che manca dei patimenti di Cristo per il suo corpo che è la Chiesa, della quale sono divenuto ministro in conformità al compito che Dio mi ha affidato a vostro riguardo per realizzare la Parola di Dio; il mistero che, nascosto ai secoli eterni e alle generazioni passate, ora è stato svelato ai suoi santi. A questi Dio volle far conoscere quale fosse la splendida ricchezza di questo ministero tra i gentili: Cristo in voi, la speranza della gloria. Lui, noi (missionari) annunciamo, ammonendo ogni uomo e istruendo ogni uomo in ogni saggezza, per rendere ciascun uomo perfetto in Cristo. A questo scopo mi affanno, battendomi con quell’energia, che egli sviluppa con prepotenza in me” (Col 1, 24-29).

Commento: Questo brano è lungo e complesso come tanti altri dell’epistolario paolino. Paolo espone le sue idee e i suoi sentimenti forti e coerenti con la prepotente voglia di persuadere i suoi fedeli. La carcerazione che deve sopportare non toglie smalto alla sua grinta e al suo zelo apostolico, anzi li esalta perché, pur nelle sofferenze della prigionia, egli prova sentimenti di gioia per essere accomunato alle sofferenze che Cristo ha patito sulla croce e patisce ancora per la sua Chiesa, perseguitata nelle figure dei suoi martiri. Di questa Chiesa perseguitata Paolo è diventato ministro per volontà di Dio, che gliel’ha affidata per portare la parola di salvezza anche a Colossesi, che erano pagani e idolatri. Questo mistero di salvezza, che fu tenuto nascosto per secoli e millenni, ora è stato svelato da Dio ai suoi santi missionari. Ad essi Dio volle far conoscere quanto grande fosse la ricchezza e lo splendore di questo ministero tra i Gentili: la parola della salvezza fatta giungere anche a loro. Infatti, i missionari hanno compiuto il dovere, che è stato loro affidato, annunciando il Vangelo a tutti gli uomini e istruendo ciascuno nella dottrina della fede, di modo che egli diventasse un perfetto cristiano. A questo compito l’Apostolo è votato e a questo si dedica ancora con tutte le energie, che la fede riesce a sommuovere in lui.

Capitolo Secondo

Paolo continua il discorso del capitolo precedente, dichiarando:

“Voglio, infatti, informarvi quale dura lotta affronto per voi, per quelli di Laodicea e per quanti non mi hanno visto di persona, affinché il loro cuori siano confortati, uniti strettamente nell’amore e protesi verso una ricca e perfetta intelligenza, verso una profonda conoscenza del mistero di Dio, Cristo, nel quale sono nascosti tutti i tesori della sapienza e della conoscenza. Dico questo affinché nessuno vi seduca con argomenti speciosi. Se, infatti, con il corpo sono lontano, con lo spirito sono con voi e vedo con gioia la vostra disciplina e la vostra saldezza nella fede per Cristo” (Col, 2, 1-5).

Commento: L’Apostolo non ha mai incontrato i fedeli di Colosse e Laodicea, tuttavia questo non impedisce che egli si rivolga a loro in tono confidenziale per esprimere i suoi complimenti e i suoi ringraziamenti per la loro puntuale rispondenza alla fede, che hanno appresa dalla predicazione del suo collaboratore Epafra. L’invito che rivolge loro è quello di restare sempre uniti nell’amore per Cristo, protesi a raggiungere una perfetta comprensione del mistero di Dio, racchiuso in Cristo, in cui sussistono tutti i tesori della sapienza e della conoscenza. Con questo monito i Colossesi sono avvertiti a diffidare dei ragionamenti sottili, apparentemente innocui, di certe persone, ma in realtà ingannevoli perché tendono ad inquinare la purezza del messaggio della fede. Egli, purtroppo per lui, è fisicamente assente, ma spiritualmente presente in mezzo a loro, segue le loro vicende religiose e si complimenta con loro per la disciplina e la saldezza nella fede in Cristo.

Pienezza di vita in Cristo

Poi continua il discorso: “Come dunque, avete ricevuto il Cristo, Gesù il Signore, in lui continuate a vivere, radicati e sopraelevati su di lui e consolidati nella fede come siete stati istruiti, abbondando in ringraziamenti. Badate che nessuno vi faccia sua preda con la <<filosofia>>, questo fatuo inganno, che si ispira alle tradizioni umane, agli elementi del mondo e non a Cristo, poiché è in lui che dimora corporalmente tutta la pienezza della divinità, e voi siete stati riempiti in lui, che è il capo di ogni principio e potenza; in lui, inoltre, siete stati circoncisi di una circoncisione non operata dall’uomo, denudando il corpo carnale, ma della circoncisione del Cristo. Sepolti con lui nel battesimo, in lui siete stati anche risuscitati in virtù della fede nella potenza di Dio, che lo ha ridestato da morte. Proprio voi che eravate morti per le trasgressioni e la non circoncisione della vostra carne, ha richiamato in vita con lui, condonandoci tutti i falli; annullando le nostre obbligazioni dalle clausole a noi svantaggiose, le ha soppresse inchiodandole alla croce. Egli, spogliati i Principi e le Potenze, ne fece pubblico spettacolo, dopo aver trionfato su loro per suo tramite” (Col, 2, 6-15).

Commento: Se siete stati battezzati in Cristo, siete morti con lui agli elementi del mondo, agli appetiti della carne, ma con lui siete stati anche risuscitati, in virtù della fede nella potenza di Dio, che ha risuscitato suo figlio dalla morte. Se siete entrati in comunione con Cristo, essendo stati battezzati e quindi risuscitati in virtù della forza del suo spirito e non appartenete più agli interessi del mondo, restate saldi in lui perché in lui è la pienezza di tutta la divinità. Pertanto, non lasciatevi traviare “dalla filosofia (la gnosi), questo fatuo inganno”. Questo dice, in sostanza, Paolo ai Colossesi! dai quali, se, suo malgrado, è assente nella presenza fisica, è presente e molto attento ai loro comportamenti riguardanti la fede in Cristo redentore e la loro vita spirituale.

Falsa ascesi

Continuando il suo discorso, l’Apostolo sviluppa meglio il suo pensiero:

“Allora nessuno vi recrimini per cibi, bevande o in materia di festa annuale, novilunio o di settimane, che sono ombra delle cose avvenire, mentre la realtà è il corpo di Cristo. Nessuno, prendendo a pretesto le mortificazioni, che sono il culto degli angeli, indagando su ciò che ha visto, arbitrariamente vi giudichi, scioccamente inorgoglito della sua mentalità carnale e staccato dal capo, dal quale tutto il corpo, ricevendo, attraverso le giunture e i legamenti, nutrimento e coesione, realizza la crescita di Dio.

Se siete morti con Cristo agli elementi del mondo, perché, come se viveste nel mondo, vi sottomettete a prescrizioni, quali: <<Non prendere! Non gustare! Non toccare! (cose tutte desinate a logorarsi con l’uso) secondo i precetti e gli insegnamenti umani? Hanno riputazione di saggezza a motivo di un culto volontario, di mortificazione e di austerità verso il corpo, ma sono prive di ogni valore, perché saziano la carne” (Col, 2, 16-23).

Commento: In maniera molto diretta, qui l’Apostolo intende significare un concetto più semplice di quanto non appaia nel testo. In concreto vuole dire questo: chi segue Dio nel trionfo di Cristo sulla morte, è libero dalle costrizioni degli elementi del mondo e dalle obbligazioni verso le potenze cosmiche; non deve lasciarsi condizionare da millantatori incalliti o plagiatori d’occasione, che vantano esperienze personali in tal senso, perché chi è morto in Cristo, è morto agli elementi del mondo. Pertanto, le vecchie prescrizioni non lo riguardano più; non solo, ma egli considera i beni del mondo un dono di Dio, che chiunque può usare liberamente per rendere più piacevole e meno gravoso il peso dell’esistenza terrena.

Capitolo Terzo 

La nuova vita in Cristo

In questo brano Paolo riprende e sviluppa meglio il discorso che faceva in precedenza, scrivendo:

“Se dunque siete risorti in Cristo, cercate le cose di lassù, dove il Cristo è assiso alla destra di Dio Padre; pensate alle cose di lassù, non a quelle della terra: voi, infatti, siete morti e la vostra vita è nascosta con Cristo in Dio. quando il Cristo, nostra vita, apparirà, allora anche voi apparirete con lui rivestiti di gloria.

Fate dunque morire le membra terrene: fornicazione, impurità, libidine, desideri sfrenati e avidità di guadagno che è poi idolatria; per questi vizi piomba l’ira di Dio. Anche voi un tempo li praticaste, quando di loro vivevate. Ora però banditeli tutti anche voi: collera, escandescenze, cattiveria, maldicenza, ingiurie che escono dalla vostra bocca. Non mentitevi a vicenda, poiché vi siete spogliati dell’uomo vecchio e del suo modo di agire e vi siete rivestiti del nuovo, che si rinnova, per una più piena conoscenza, a immagine di colui che lo ha creato: in questa condizione non è più questione di Greco o di Giudeo, di circoncisi o incirconcisi, di barbaro, Scita, schiavo, libero, ma di Cristo, tutto e in tutti.    

Voi, dunque, come eletti di Dio, santi e amati, vestitevi di tenera compassione, di bontà, di umiltà, di mitezza, di longanimità – sopportandovi a vicenda e perdonandovi, se avviene che uno si lamenti di un altro: come il Signore vi ha perdonato, così fate anche voi – sopra tutto ciò, dell’amore che è il vincolo della perfezione. E la pace di Cristo, alla quale siete stati chiamati in un solo corpo, regni sovrana nei vostri cuori 

e siate riconoscenti. La Parola del Cristo abiti in voi con tutta la sua ricchezza; istruitevi e consigliatevi reciprocamente con ogni sapienza; con salmi, inni e cantici ispirati, cantate a Dio nei vostri cuori con gratitudine; e qualunque cosa possiate dire o fare, agite sempre nel nome del Signore Gesù, ringraziando Dio Padre per mezzo di lui” (Col, 3, 1-17).

Commento: L’Apostolo parte dal presupposto che i cristiani, essendo morti al peccato e risorti con il battesimo, hanno interrotto i rapporti con gli interessi di questo mondo. La superstiziosa religione mondana, che giustificava anche i vizi e i peccati, è ormai superata per entrare nella vita divina della fede escatologica, che dona la salvezza. Essa era stata programmata fin dalle origini del mondo da Dio Creatore per la salvezza delle sue creature e realizzata da Cristo con il suo sacrificio sulla croce. Dal momento in cui i cristiani hanno ottenuto la salvezza, essi lascino perdere le cose di qua giù, vizi e difetti di ogni tipo e, piuttosto, cerchino le cose di lassù, le cose che piacciono a Dio, le cose che sono in cielo. Lì, nel cielo (secondo la ben nota locuzione di un articolo del Credo Apostolico, ispirata al Salmo 110), c’è il Signore Gesù, l’Unto del Signore, assiso alla destra di Dio Padre onnipotente. In lui, soltanto in lui, c’è la piena verità dell’autentica vita del credente. La vita del cristiano è nascosta con Cristo in Dio. Ma quando Cristo apparirà trionfante (quando sarà la parusia), anche la nostra vita sarà svelata, nel senso che sarà tolto il velo (metonimia, l’astratto per il concreto) che ora la nasconde allo sguardo degli altri.  In vista di questo trionfo dello spirito, i cristiani spengano i loro vizi e le loro passioni terrene: fornicazione, impurità, libidine, desideri sfrenati e avidità di guadagno, tutte espressioni di idolatria. Su questi vizi si abbatte l’ira di Dio.

Un tempo, dice l’Apostolo, prima della vostra conversione a Cristo, anche voi eravate immersi in questi vizi, eravate pagani idolatri. Ma ora che avete appreso la retta via, fate pulizia di tutte le incrostazioni peccaminose, che possono deturpare la bellezza dell’anima vostra. Dismettete le vecchie abitudini dell’uomo cornale e rivestiti degli abiti nuovi dell’uomo spirituale. Amatevi gli uni gli altri, come Cristo ha amato voi, rispettatevi, siate sinceri e leali tra di voi. In una tale dimensione della vita dello spirito, non c’è differenza tra Greco o Giudeo, tra circoncisi e incirconcisi, barbaro, Scita, schiavo o libero, ma tutti siete di Cristo, senza differenza di nazione o condizione sociale. Amatevi come Cristo vi ha amati; perdonatevi come Cristo vi ha perdonati; siate riconoscenti! Ringraziate il Signore Gesù continuamente con salmi, inni e cantici e, attraverso di lui, ringraziate Dio Padre per tutti i doni ricevuti nella vita!

Doveri sociali della nuova vita

Dopo le regole date per la vita nella Chiesa, in questa sezione l’Apostolo continua il suo discorso, dettando le regole per le buone condizioni di vita nell’ambito della famiglia, esortando i credenti a rispettare l’ordine della tradizione consuetudinaria:

“Donne! Siate sottomesse ai vostri mariti, come conviene nel Signore. Mariti! amate le vostre donne e non siate indipendenti verso di loro. Figli! Obbedite ai vostri genitori in tutto, perché è gradito al Signore. Padri! Non provocate i vostri figli, perché non si perdano di coraggio e si ribellino.

Schiavi! obbedite ai vostri padroni terreni in tutto, non solo sotto i loro vigili sguardi perché volete piacere agli  uomini, ma con cuore semplice e sincero (anche in loro assenza) perché temete il Signore. Qualunque cosa facciate, agite con cuore (sincero) come per il Signore e non per gli uomini, sapendo che riceverete dal Signore, come ricompensa, l’eredità. Servite il Signore Cristo! Certo, chi commetterà ingiustizie, riceverà la ricompensa della sua ingiustizia e non c’è riguardo a persona (Col, 3, 18-25).

CAPITOLO QUARTO 

(Continua il discorso diretto del capitolo precedente e continuerà per tutto il capitolo quarto fino alla fine. Paolo ammonisce): Padroni! date ai servi il giusto e l’onesto, sapendo che anche voi avete un padrone in cielo.

Ultime raccomandazioni

Perseverate nella preghiera e vegliate in essa con riconoscenza; pregate anche per noi, affinché Dio ci apra una porta alla parola, per predicare il mistero di Cristo – a causa del quale sono prigioniero – in modo che lo manifesti predicando (apertamente) come si conviene. Comportatevi saggiamente con gli estranei, cogliendo le occasioni opportune. Il vostro discorso sia sempre pieno di grazia, “condito con sale”, in modo da saper come rispondere a ciascuno” (Col, 4, 1-6).

Notizie e saluti

“Su quanto mi riguarda, vi informerà Tichico, diletto fratello, fedele ministro e mio compagno nel Signore. Ve lo mando perché vi metta al corrente della nostra situazione e consoli i vostri cuori, insieme con Onesimo, fedele e diletto fratello, che è dei vostri: vi informeranno di tutte le cose di qua.

Vi salutano Aristarco, mio compagno di prigionia e Marco, cugino di Barnaba – nei cui riguardi avete avuto istruzioni; se venisse da voi, accoglietelo bene – e Gesù, detto Giusto. Di quelli che vengono dalla circoncisione, questi sono gli unici che collaborano con me al regno di Dio: furono loro il mio unico conforto. Vi saluta Epafra, vostro concittadino, servo di Cristo Gesù; egli lotta continuamente per voi nelle sue preghiere, affinché siate saldi, perfetti e sinceramente dediti a compiere la volontà di Dio. Infatti, attesto che si preoccupa molto di voi, di quelli di Laodicea e di quelli di Gerapoli. Vi salutano Luca, il caro medico, e Dema. Salutate i fratelli di Laodicea, Ninfa con la chiesa che si raduna in casa sua. Quando avrete letto questa lettera, fatela leggere anche alla chiesa di Laodicea; anche voi leggete quella che riceverete da Laodicea. Dite ad Archippo: bada di compiere bene il ministero che hai ricevuto nel Signore.

Il saluto è di mia mano, di me Paolo. Ricordatevi delle mie catene. La grazia sia con voi” (Col, 4, 7-18).

Commento: In generale si può dire che il quadro delle esortazioni parenetiche di questa lettera è molto simile a tanti altri contenuti in altre lettere apostoliche. In particolare, le raccomandazioni prescritte per la tenuta dell’ordine familiare, trovano riscontri e importanti parallelismi nella lettera agli Efesini (Ef, 5, 21-33 e 6, 1-9).

Per il resto, questi ultimi brani della parte parenetica sono abbastanza lineari nella forma e sufficientemente chiari nei contenuti; pertanto, a parere di chi scrive, non necessitano di alcun commento didascalico; anzi, ogni tentativo esplicativo in tal senso, potrebbe soltanto offuscare, anziché chiarire, il godimento spirituale ed estetico della cristallina prosa dell’Autore di duemila anni fa; e va ascritto a maggiore suo merito, il fatto che l’Apostolo abbia scritto tutta la sua produzione teologica, letteraria e religiosa, non nella sua lingua madre (l’ebraico), ma in ellenistico, che era la lingua internazionale del suo tempo nei paesi circumediterranei e nelle nazioni mediorientali.

La seconda lettera di San Paolo ai tessalonicesi

Posted By Felice Moro on Aprile 18th, 2021

Premessa

Vista nell’insieme, la seconda Lettera appare, se non un’appendice, una prosecuzione della prima Lettera dell’Apostolo ai suoi fedeli di Tessalonica. La situazione della comunità dei credenti appare delicata e complessa, perché i perturbatori, nemici dell’Apostolo e del suo vangelo, incalzano i credenti sull’imminenza della parusia, mentre le combriccole degli oziosi e sfaccendati seminano ovunque la sfiducia, il discredito e il disfattismo nella popolazione. Come l’Apostolo aveva già scritto nella sua missiva precedente, le persecuzioni sembrano un male inevitabilmente connesso alla vita dei cristiani. Ora questa condizione viene rapportata al giudizio di Dio. Quando verrà l’ora del giudizio, il Signore dividerà gli uomini in buoni e cattivi, perseguitati e persecutori, e riserverà un diverso destino per le due schiere di anime: il premio della vita eterna per le vittime dei soprusi umani, l’eterno castigo per i dannati. In qualche modo, Paolo ricalca le orme della letteratura apocalittica giudaica, già rappresentata nel Vangelo di Matteo.

Qualche commentatore ha scritto: “Le lettere ai Tessalonicesi non hanno un’esposizione metodica o un’impostazione magistrale … Constano piuttosto di ricordi, esortazioni alla buona condotta, alcune minacce ed alcune preoccupazioni teologiche. La polemica antigiudaica ha una forma ancora primitiva. Non è la risposta ai giudaizzanti impegnati alla salvaguardia delle norme veterotestamentarie del mosaismo, ma ai Giudei in quanto tali, avversari del messianismo cristiano. Gli “uomini perversi e malvagi” di (2Ts 3,2) non sono i giudeo-cristiani, ma i connazionali dell’Apostolo, che ora ostacolavano l’evangelizzazione in Grecia, allo stesso modo come prima avevano già ostacolato, a più riprese, l’evangelizzazione dell’Asia. La tematica delle due lettere rimane ferma ai dati essenziali del credo. Rimangono assenti i contenuti delle grandi sintesi teologiche paoline, come la giustizia di Dio, la riconciliazione, la giustificazione, lo spirito di adozione, la contrapposizione tra spirito e carne, la crocifissione, l’amor di Dio, la morte al peccato, la carità…

L’escatologia occupa un posto importante, insieme ai temi del giudizio e della parusia, che sono argomenti dominanti della predicazione apostolica. Ma anche questi semplici abbozzi dottrinali contengono in sé i germi iniziali delle future grandi sintesi teologiche di Paolo, l’Apostolo delle genti, il missionario più grande che la Chiesa abbia mai avuto-.” (O. De Spinetoli, Roma, 1981). 

Mittenti, indirizzo e saluti (1,1-2)

“Paolo, Silvano e Timoteo alla Chiesa dei Tessalonicesi in Dio nostro Padre e nel Signore Gesù Cristo sia a voi grazia e pace da parte di Dio, nostro Padre e del Signore Gesù Cristo”. L’indirizzo è identico a quello della lettera precedente, a parte la variante di quell’aggettivo possessivo nostro attribuito a Dio Padre.

Capitolo Primo

Il giudizio di Dio come conforto nelle persecuzioni

Paolo, reverente, ringrazia Dio e si congratula con i Tessalonicesi per la crescita e il progresso che hanno fatto nella vita cristiana. Il loro comportamento è stato esemplare, in modo particolare, nella costante tenuta della fede, nella sovrabbondanza della pratica della carità, nonché nella perseverante cura di tutti questi valori; ciò malgrado le persecuzioni subite, le tribolazioni patite e che ancora dovranno sopportare. Tutto questo è un segno del giusto giudizio di Dio, che ritiene i fedeli di Paolo meritevoli del suo regno. L’intervento divino sarà provvidenziale per ristabilire il giusto equilibrio dell’ordine sociale turbato in vita dall’ingiustizia dei persecutori. Quando verrà il giorno del Signore, i persecutori verranno puniti nell’inferno, mentre i perseguitati verranno premiati con la vita eterna in paradiso. A questo riguardo egli scrive: “Quando verrà la manifestazione del Signore Gesù con gli angeli della sua potenza, egli ristabilirà l’ordine violato, dando consolazione a noi, tribolati, mentre quelli che non vogliono riconoscere Iddio, né obbedire al Vangelo del Signore nostro Gesù, subiranno la vendetta divina nel fuoco ardente. Costoro saranno punirti con la rovina eterna, lontani dalla faccia del Signore e dallo splendore della sua potenza. Quel giorno egli verrà per essere glorificato nei suoi santi e per essere ammirato da tutti quelli che hanno creduto, come voi avete creduto alla nostra testimonianza” (2Ts, 1 6-10). L’Apostolo prega Dio per i suoi fedeli, affinché li renda degni della loro vocazione alla volontà di bene, alla professione della fede e alla pratica della carità. “Ciò affinché sia glorificato in voi il nome del Signore nostro Gesù, e voi in lui per la gloria di Dio e del Signore Gesù Cristo” (2Ts, 1, 17).

Per l’Apostolo la vita cristiana è un continuo rapporto dell’uomo con Dio Padre e con il figlio Gesù. E’ l’idea   che ritorna continuamente in entrambe le due lettere ai Tessalonicesi. La fede e la carità sono due forze che trasformano l’uomo in Cristo.

CAPITOLO SECONDO

La parusia del Signore e dell’iniquo (2,1-12)

Questa pericope ha un contenuto oscuro, di difficile interpretazione. L’Apostolo parla dei segni premonitori della parusia del Signore, ma anche dell’affermazioni dell’Avversario, dell’Anticristo. “Quanto alla parusia del Signore, scrive l’Apostolo, e alla nostra riunione con Cristo, vi preghiamo, fratelli, di non agitarvi per le notizie, a noi attribuite ma non veritiere, che circolano nell’opinione pubblica. Non lasciatevi ingannare fino a lasciarvi prendere dal panico, come che il giorno del Signor sia imminente. Infatti, se prima non viene l’apostasia (abiura alla propria fede) e non si rivela l’uomo dell’iniquità (il maligno) che si oppone a Dio e s’innalza fino a sedersi nel tempio di Dio, dichiarando se stesso Dio …” (2Ts, 2, 1-4).

A questo punto il periodo è interrotto e il discorso resta sospeso. Dal significato della della premessa, si arguisce che la conclusione logica che da essa si può trarre, dovrebbe essere la seguente: finché non avvengono tutte queste cose, non avviene la parusia. A maggior chiarimento del significato del suo scritto, l’Apostolo precisa: “Non vi ricordate che quando ero in mezzo a voi vi dissi tutte queste cose?”; il che costituisce una dichiarazione esplicita del fatto che nella sua corrispondenza epistolare, Paolo ripete o riassume, il significato dei discorsi già fatti oralmente, quando egli era presente nella comunità. Ora i Tessalonicesi sanno qual è la causa del ritardo nell’arrivo della parusia.

Riprendendo il discorso sul suo oscuro concetto, Paolo più avanti scrive: “Il mistero dell’iniquità è già in atto. Solo è da attendere fino a quando colui che lo trattiene sia tolto di mezzo. Proprio allora si manifesterà l’iniquo, che il Signore Gesù distruggerà con un soffio della sua bocca e annienterà con la manifestazione della sua parusia. La parusia dell’iniquo avviene per opera di Satana, con ogni genere di potenza, con miracoli e prodigi di menzogna, con tutte le seduzioni dell’iniquità per quelli che si perdono perché non hanno accolto  l’amore della verità per essere salvi. Ecco perché Iddio manda ad essi un influsso di errore, perché credano alla menzogna, affinché siano condannati tutti quelli che non hanno creduto alla verità, ma si sono compiaciuti dell’ingiustizia” (2Ts, 2, 7-12). Così la caduta sotto il dominio di Satana è una conseguenza del rifiuto opposto all’invito divino per la conversione delle coscienze.

La perseveranza nella fede (2,13-16)

Paolo riprende il discorso di ringraziamento a Dio perché, fin dall’inizio, ha scelto i Tessalonicesi “per la salvezza nella santificazione dello Spirito e nella fede della verità. Ha chiamato voi, per mezzo del nostro vangelo, per la gloria del Signore nostro Gesù Cristo. Pertanto, fratelli, siate forti, conservate le tradizioni della fede nella quale siete stati istruiti, sia con le prediche orali, sia per mezzo della nostra lettera (e qui abbiamo la conferma esplicita del fatto che le istruzioni evangeliche date nella lettera erano già state portate a conoscenza dei Tessalonicesi nella precedente attività di predicazione orale). Lo stesso Gesù Cristo, Signore nostro e Dio nostro Padre, che ci hanno amati, che ci hanno dato consolazione e speranza, consolino e confermino anche i vostri cuori in ogni vostra buona parola e in ogni vostra opera di bene” (2Ts, 2, 13-17).

Capitolo Terzo

Esortazione finale (3,1-5)

Nello spazio di questa pericope, l’Apostolo esordisce invitando i fratelli a pregare affinché la parola di Dio continui a diffondersi e a far presa ovunque, come si è affermata presso i Tessalonicesi. Con quest’invito egli intende sollecitare l’impegno missionario che diventa un dovere collettivo, che coinvolge l’intera comunità. Infatti, l’evangelizzazione è un dovere, non di pochi addetti ai lavori, ma di tutta la collettività cristiana, affinché la chiesa continui la sua corsa e “ci liberi dagli uomini perversi e malvagi. Purtroppo, la fede non è di tutti (constatazione amara, ma pur vera dell’Apostolo). Ma fedele è il Signore che vi confermerà nella perseveranza e vi custodirà dal contagio del maligno. Abbiamo fiducia nel Signore, sicuri che quanto vi comandiamo, lo facciate e lo farete. Il Signore ispiri e orienti i vostri cuori verso l’amore di Dio e la pazienza di Cristo (2Ts, 3, 2-5). Dio guida la vita dell’uomo, dona le forze naturali e suscita le sue inclinazioni soprannaturali, tra le quali lo spirito di carità e l’amore verso tutte le sue creature.

Ammonimento agli oziosi (3,6-15)

In questa pericope, che costituisce un’appendice o una specie di aggiunta alla lettera che sembrava già conclusa con la precedente invocazione, l’Apostolo assume improvvisamente un severo tono di comando:

“A voi, fratelli, ordiniamo nel nome del Signore nostro Gesù Cristo, di stare lontani da tutti quei fratelli che vivono indisciplinatamente e non secondo l’insegnamento che ricevettero da noi. Infatti, voi sapete che dovete imitarci nel comportamento, sapendo che, quando eravamo tra di voi, non siamo rimasti né oziosi, né abbiamo mangiato gratuitamente il pane di altri, ma siamo campati con fatica e con stenti, lavorando giorno e notte, per non essere di peso a nessuno. E non è che non avessimo diritto ad essere mantenuti dai beneficiari della nostra azione missionaria, ma abbiamo preferito lavorare, sia pure con sacrifici e fatica, pur di campare dal nostro lavoro; questo per offrirvi un modello onesto di comportamento sociale da imitare. Infatti, quando eravamo ancora insieme, vi davamo un’importante raccomandazione: se uno non vuole lavorare, non mangi. Ma ora siamo venuti a sapere che in mezzo a voi ci sono persone che vivono in modo disordinato: non lavorano affatto, s’impicciano di tutto e parlano di ogni cosa. A queste persone comandiamo e le ammoniamo, in nome del Signore Gesù, che mangino il proprio pane, lavorando in silenzio e senza fare molto chiasso” (2Ts, 6-12). L’Apostolo qui intende sottolineare il fatto che l’ozio comporta molti altri vizi, tra i quali, quello di fare molte chiacchiere inutili, che infastidiscono gli altri inutilmente. Per ovviare a questo male, il comando che egli dà è di duplice valenza: silenzio e impegno di lavoro. Nello stesso tempo avverte i fratelli su come trattare l’ozioso. Lo richiamino all’ordine con consigli orali e facendogli leggere il messaggio della lettera. Se poi persiste con la condotta sbagliata, lo trascurino, isolandolo in modo che si vergogni di stare con gli altri, ma comportandosi diversamente dagli altri suoi vicini. Ma continuino a considerarlo come fratello, non come nemico.

Il saluto finale (3,16-18)

Il messaggio conclusivo richiama i contenuti e le modalità di quello già dato precedentemente: “Lo stesso Signore della pace- egli dice- vi dia la pace sempre e in ogni maniera. Il Signore sia con tutti voi. Il saluto che vi mando è di mia mano, di Paolo. Questo è il sigillo di tutte le mie lettere. La grazia del Signore nostro Gesù Cristo sia con tutti voi!”.

Sommario riassuntivo:

Facendo una sintesi sommaria del documento, i principali concetti espressi dall’Apostolo appaiono i seguenti.

  1. La perseveranza nelle virtù cristiane: fede, speranza e carità, conserverà i fedeli puri e graditi a Dio. Ciò malgrado, non mancheranno di affrontare le persecuzioni che incontrano nel loro cammino, le quali pare che abbiano una connessione ontologica alla condizione dell’essere cristiani;
  2. I Giudei sono i nemici del cristianesimo. “Gli uomini perversi e malvagi” di cui parla l’Apostolo, non sono i pagani o i giudaizzanti, ma i Giudei in quanto tali, i suoi connazionali. Essi prima hanno ucciso Gesù e i profeti, poi hanno ucciso gli apostoli e adesso perseguitano i loro fedeli; prima hanno ostacolato l’evangelizzazione dell’Asia e adesso ostacolano l’evangelizzazione della Macedonia e della Grecia;
  3. Il giorno del giudizio non si sa quando avverrà. Quando arriverà la sua ora, il Signore dividerà gli uomini in due schiere: i perseguitati e i persecutori, i buoni e i cattivi, e assegnerà loro un diverso destino: ai primi, il premio della vita eterna in paradiso, ai malvagi il castigo eterno nell’inferno;
  4. L’avvento della parusia. Il giorno del giudizio universale non è imminente. Il Tessalonicesi lo sapevano già da prima perché Paolo l’aveva detto quand’era ancora in città e spiegava loro la dottrina della fede; perciò, cerchino di ricordare, senza lasciarsi confondere dai perturbatori e dai falsi profeti;
  5. L’attività missionaria è un dovere collettivo. L’evangelizzazione è un compito, non solo di pochi addetti ai lavori, ma di tutta la collettività cristiana e, in questo senso, ogni comunità ha la sua responsabilità. Tutti i credenti possono insegnare agli altri, con l’esempio, lo stile di vita e la preghiera, i principi fondamentali della vita cristiana;
  6. La disapprovazione dei fannulloni. Tutti devono lavorare per vivere. I missionari, pur avendo diritto a vivere a spese della comunità ospitante, hanno preferito dare il buon esempio, per cui hanno sempre lavorato e sono vissuti del proprio lavoro, senza essere mai di peso a nessuno. I fannulloni non vanno disprezzati o emarginati in quanto tali, ma vanno sollecitati a lavorare, a guadagnarsi il pane che mangiano con le proprie fatiche, come fanno tutti gli uomini del mondo. Bisogna far capire loro una verità fondamentale, secondo cui, chi non lavora, non mangi!

La prima lettera di San Paolo ai tessalonicesi

Posted By Felice Moro on Aprile 18th, 2021

Premessa

La storia dell’evangelizzazione di Tessalonica è narrata, per la prima volta, negli Atti degli Apostoli (At 16,9 e 17, 1-9). Circostanze misteriose e particolari difficoltà che i missionari incontrarono nell’evangelizzazione dell’Asia Minore cospirarono insieme a spingere Paolo e il suo seguito a lasciare il suolo dell’Asia e ad imbarcarsi a Troade per arrivare in Europa. Siamo negli anni tra il 49 e il 52 d.C.- Sbarcato nel porto di Neapoli, il gruppo dei missionari raggiunse Filippi, in Macedonia, prima tappa della sua attività dell’evangelizzazione dell’Europa. L’accoglienza della nuova fede, fin dall’inizio, appariva molto promettente. Ma i Giudei, ostili al messaggio di salvezza di Gesù e gelosi del successo personale riscosso da Paolo tra il popolo, aizzarono contro di lui gli sfaccendati di piazza, che scatenarono una rivolta popolare contro Paolo e il suo seguito. Gli Apostoli furono costretti a fuggire da Filippi e ripararono a Tessalonica. Giunta in città per la via Egnazia, la delegazione apostolica, composta da Paolo, Sila e Timoteo, si recava, per tre sabati di seguito, a predicare il Vangelo nella sinagoga dei Giudei.  L’iniziativa appariva interessante e prometteva buoni frutti, perché un certo numero di Giudei, molti pagani e un gran numero di donne delle classi benestanti, si erano convertiti al cristianesimo e si erano fatti battezzare. Purtroppo, l’ostilità scatenata dai Giudei a Filippi, li raggiunse anche qui per cui furono cacciati via dalla sinagoga; ma essi non si diedero per vinti e trovarono nuova accoglienza nella casa di Giasone, un credente benestante, che li accolse in casa sua. I discorsi dei missionari erano graditi al popolo anche perché erano accompagnati, qui come altrove, da prodigi e segni miracolosi operati dallo Spirito Santo. Questi segni contribuirono a rinforzare l’efficacia della predicazione dei missionari che, dopo aver constatato la mala fede dei Giudei, abbandonarono la sinagoga e si rivolsero ai pagani. Questi si dimostrarono, fin da subito, meno prevenuti e più disponibili dei Giudei ad abbandonare i loro idoli e ad accettare la nuova fede in Cristo Gesù.

Dal punto di vista della composizione sociale, l’uditorio degli Apostoli era formato, in prevalenza, da genti provenienti dal mondo operaio, ma non mancavano le persone che provenivano dagli strati più umili della società: i liberti e gli schiavi. Inoltre, la presenza di Giasone, che accoglie gli Apostoli in casa, e l’accusa rivolta ai cristiani di essere nemici dell’Imperatore, erano tutti indizi che facevano pensare che nel seguito dei missionari ci fossero anche personaggi influenti nella politica e nelle amministrazioni locali. Quando la comunità cristiana si era già formata, era attiva e integrata in seno alla società locale, contro di essa insorsero ancora i Giudei, creando una rivolta, nella quale coinvolsero i violenti e gli sfaccendati di piazza, come precedentemente avevano fatto i rivoltosi di Filippi. Vista la mala parata, i missionari lasciarono anche questa città e si rifugiarono a Berea.  

Ma gli oppositori di Tessalonica giunsero fin qui a mettere in subbuglio la popolazione. A questo punto il gruppo missionario si divide in due parti, per cui, mentre Sila (o Silvano) e Timoteo rimasero a Berea, Paolo continuò il viaggio da solo verso Atene. Qui egli fece un importante discorso in un’assemblea pubblica con i sapienti della Grecia, che ebbe luogo nell’Areopago della città. Inizialmente i presenti ascoltarono il missionario con attenzione, anche perché erano curiosi di sapere cosa avesse mai di nuovo da dire questo straniero, che loro, tronfi del loro sapere, non conoscessero ancora. Tutto andò bene finché l’Apostolo parlò della fede in Gesù Cristo in termini generali; ma quando, nel suo discorso, egli toccò il tema della risurrezione dai morti, la maggior parte dei presenti si alzò in piedi, si mise a contestare le sue affermazioni a voce alta e abbandonò la seduta. Soltanto un certo numero di donne e pochi uomini, tra i quali un certo Dionigi, accolsero l’appello dell’Apostolo e si convertirono alla fede cristiana. Dopo questa deludente esperienza con gli intellettuali greci, Paolo lasciò Atene e si rifugiò a Corinto, dove soggiornò a lungo e fu la tappa più importante del secondo e terzo viaggio missionario per l’evangelizzazione dell’Acaia (Grecia) e dell’Europa. Durante questo lungo soggiorno a Corinto, l’Apostolo aveva maturato l’idea di compiere il quarto viaggio di missione a Roma. Intanto, per fasi conoscere in anteprima, lo fece precedere dalla Lettera ai Romani, in cui anticipa la notizia del suo prossimo arrivo nella capitale dell’Impero, che poi diventerà il centro universale di propulsione del cristianesimo nel mondo.

Capitolo Primo

Mittente e indirizzo

La Lettera si apre con la consueta formula di esordio dell’Apostolo: “Paolo, Silvano e Timoteo, alla Chiesa dei Tessalonicesi, in Dio Padre e nel Signore nostro Gesù Cristo, grazie a voi e pace (1Ts, 1).

L’elezione e la vocazione dei Tessalonicesi

Paolo gioisce e rende grazie a Dio nel ricevere le buone notizie, riportategli dal suo compagno di viaggio Timoteo, che egli aveva inviato in precedenza come suo rappresentante nella comunità di Tessalonica. In particolare, ringrazia Dio nel sapere che i Tessalonicesi si sono distinti nel praticare le buone opere: lo sforzo nella carità, la fermezza nella speranza, la fede nel Signore nostro Gesù Cristo.

“Conosciamo, egli dice, fratelli amati da Dio, la vostra elezione nel Signore a ricevere il Vangelo prima di altri. Esso non vi è stato annunziato in modo superficiale con discorsi fatti di semplici parole, bensì con profonda convinzione dell’animo e con la potente effusione dello Spirito Santo. Voi sapete come ci siamo comportati con voi in modo sincero e trasparente; voi siete diventati bravi imitatori nostri e del Signore, accogliendo la fede con gioia, anche quando essa costava il prezzo di sacrifici e tribolazioni; tuttavia, siete diventati i cristiani modello di tutta la Macedonia e dell’Acaia. Per vostro merito la parola di Dio risuona, non solo in Macedonia (a Filippi e Berea) e nell’Acaia (a Corinto e in Atene), ma ovunque e in ogni luogo si è diffusa la fama della vostra fede in Dio, in modo tale che non avete più bisogno delle nostre parole e delle nostre preghiere, dei nostri insegnamenti. Gli stessi abitanti (vostri concittadini) raccontano ancora le vicende dell’accoglienza che noi abbiamo ricevuta da voi e di come voi vi siete convertiti, passando dal culto degli idoli pagani, al servizio di Dio vivo e vero; ciò al fine di aspettare dai cieli il figlio, Gesù, che risuscitò dai morti e che ci libera dall’ira che viene” (1Ts, 4-10).

Capitolo Secondo

Il comportamento dei missionari a Tessalonica (2,1-12)

I Tessalonicesi sanno bene che la loro evangelizzazione non è stata né casuale, né vana. Infatti, essi sanno come avvennero i fatti: i missionari, dopo essere stati insultati e cacciati via da Filippi, si trasferirono a Tessalonica e, pur davanti a ostacoli, persecuzioni e difficoltà di ogni genere, cominciarono a predicare il Vangelo agli abitanti. “La nostra esortazione alla fede era sincera, non dettata da malafede o dalla voglia d’ingannare gli altri, come spesso facevano altri (certi retori ambulanti), ma essa scaturiva dalla vocazione missionaria conferitaci da Dio ad annunziare il Vangelo; così parlammo francamente con la vostra gente, non per il desiderio di piacere agli uomini, ma per dovere di sincerità e di lealtà verso Dio, che scruta i segreti dei nostri cuori” (1Ts, 2, 3-4). L’Apostolo rimarca il fatto che, nella loro attività di predicazione, i missionari non hanno mai fatto ricorso, né a metodi adulatori, né a persuasioni strumentali, dettate da interesse personale, né sono andati alla ricerca dell’onore o della gloria, che provengono dagli uomini; e, pur avendo diritto a essere mantenuti a carico dei beneficiari della loro opera, essi sono sempre vissuti dal loro lavoro, indipendenti dagli altri e senza essere di peso a nessuno. Sono stati affabili e disponibili nei confronti degli abitanti del posto, come una madre è premurosa nei confronti dei propri figli. Al riguardo, egli scrive: “Noi eravamo disposti a comunicarvi, non solo il Vangelo di Dio, ma la nostra stessa vita, tanto ci eravate diventati cari. Voi, fratelli, ricordate certamente le nostre fatiche e i nostri stenti: lavoravamo giorno e notte per non essere di peso a nessuno, tuttavia adempiendo alla nostra missione di comunicarvi il tesoro della fede. Siete voi testimoni diretti e Dio stesso del trasporto affettuoso e sincero con cui abbiamo comunicato il Vangelo a voi, che eravate disponibili ad accoglierlo. Abbiamo usato un comportamento sincero e premuroso nei vostri confronti, come fa un padre con i propri figli. Vi abbiamo esortati, incoraggiati e scongiurati a camminare nella strada giusta, che porta a Dio e vi chiama al suo regno e alla sua gloria” (1Ts, 2, 8-12).

L’accoglienza del messaggio cristiano (2, 13-16)

Paolo si congratula con i Tessalonicesi perché, avendo ricevuto la parola di Dio dalla voce umana dei missionari, hanno creduto e la nuova fede dà loro una grande forza spirituale. Infatti, con la fede, essi sono diventati imitatori delle chiese cristiane che sono in Giudea, in Palestina e nel mondo. Pertanto, le stesse sofferenze e le stesse persecuzioni, che hanno subito i fratelli della Giudea da parte dei loro compatrioti non credenti, le dovranno patire anche loro, i neoconvertiti della Macedonia. La persecuzione è, quindi, un destino fatale della Chiesa di Dio, a prescindere dai luoghi, dai tempi e dalle persone che la rappresentano.

“I Giudei, nemici della fede, continua l’Apostolo, prima hanno ucciso il Signore Gesù e i profeti, poi perseguitarono noi. Essi non piacciono a Dio, sono nemici degli uomini e impediscono a noi di predicare la fede alle genti, affinché esse si salvino; così riempiono sempre di più la misura dei loro peccati. Ma l’ira di Dio si è già abbattuta su di loro e durerà fino alla fine” (1Ts,2, 15-20).

L’Apostolo continua il suo discorso, dichiarando: “Noi, o fratelli, orfani di voi per breve tempo con la presenza, ma non con il cuore, ci siamo preoccupati, con estrema premura, di rivedere il vostro volto. Proprio per questo avevamo deciso di venire da voi, io Paolo, una prima e una seconda volta, ma Satana ce l’ha impedito.

Chi, infatti, è la nostra speranza, la nostra gioia e la nostra corona di gloria davanti al Signore nostro, Gesù Cristo, al momento della sua parusia, se non proprio voi? Voi, certo, siete la gioia e la gloria nostra” (2, 17-20). Egli, quindi, più volte ha cercato di far ritorno da loro, ma i suoi tentativi sono stati sempre frustrati dall’opposizione satanica dei suoi nemici. La comunità dei credenti di Tessalonica rappresenta la misura e il successo della sua opera missionaria tra i pagani. Essa sarà la gloria e la gioia dell’Apostolo nel giorno della parusia, ossia nel giorno del ritorno del Signore per giudicare i vivi e i morti.

Capitolo Terzo

La missione di Timoteo

Paolo, non potendo andare lui di persona, ha fatto una scelta: egli resterà solo ad attendere alla sua opera a Corinto e manda il suo collaboratore Timoteo a confermare nella fede i Tessalonicesi, convertiti di recente. La preoccupazione dell’Apostolo è che, i disordini e le agitazioni sociali, come quelle scatenate strumentalmente dai suoi oppositori e perturbatori dell’ordine pubblico, qualcuno, che magari ha una fede ancora debole, possa essere distolto o perderla del tutto. I destinatari della missiva sanno già che, per poter difendere e mantenere integra la loro fede, i cristiani sono destinati a subire lotte e tribolazioni di ogni genere. Nell’ansiosa attesa di avere notizie sull’evoluzione della situazione in quel momento assai poco tranquillo, egli ha mandato il suo collaboratore a raccogliere notizie sullo stato di salute della fede dei neoconvertiti. La sua paura è sempre quella che l’antico seduttore (il maligno) possa dissuadere i fedeli dalla fede, rendendo vani il suo lavoro e le sue fatiche.

Quando Paolo scrive la lettera, Timoteo è appena tornato dalla sua missione, riportando buone notizie, che hanno rinfrancato l’animo dell’Apostolo. Soddisfatto di questa notizia, egli attesta: “Proprio ora Timoteo è tornato da noi. Ha riportato buone notizie sullo stato di salute della vostra fede e della vostra carità; non solo, ma mi ha anche riferito che conservate un buon ricordo di noi e che desiderate rivederci, come noi desideriamo di rivedere voi. Il sapere queste cose, fratelli, ci rinfranca l’animo perché, dopo le avversità e le tribolazioni patite, abbiamo trovato conforto in voi, a motivo della costanza nella vostra fede” (1Ts,3, 6-7).

Le informazioni riportate da Timoteo riempiono l’animo di Paolo di soddisfazione e di gratitudine verso Dio che gli ha concesso questa gioia. Nello stesso tempo, la consapevolezza della stima che i suoi fedeli nutrono ancora per lui, per naturale “corrispondenza di amorosi sensi” umani, acuisce la nostalgia dell’Apostolo di rivedere i suoi cari parrocchiani di Tessalonica. Poi il saluto e l’auspicio: “Che lo stesso Dio e Padre nostro e il Signore nostro Gesù, ci spianino la via verso di voi. Il Signore vi faccia crescere e sovrabbondare nell’amore scambievole verso tutti, come noi sentiamo verso di voi. Ciò affinché i vostri cuori siano irreprensibili nella santità davanti al nostro Dio e Padre, nella venuta del Signore nostro Gesù con tutti i suoi santi” (1Ts, 3, 11-13).

Capitolo Quarto

Introduzione (4, 1-2)

Nell’introduzione alla nuova pericope, Paolo esorta, conforta e cerca di sostenere gli animi dei Tessalonicesi, affinché essi, come hanno appreso dai missionari la retta via che porta a Dio, continuino a camminare nella strada giusta e a progredire nella fede e nella grazia del Signore Gesù. Ormai essi conoscono la strada che devono percorrere. Essi hanno ricevuto l’orientamento, le norme e le indicazioni necessarie per seguire da soli il loro cammino futuro.

Santità e purezza della cristiana (4,3-8)

La volontà di Dio è la santificazione dei suoi fedeli. Perciò, ai suoi interlocutori l’Apostolo dice: “Astenetevi dall’impudicizia. Ciascuno sappia tenere il proprio corpo in santità e onore, non abbandonandosi agli impulsi delle passioni sregolate, come fanno i pagani che non conoscono Dio. Infatti, il cristiano e il pagano normalmente scelgono di percorrere strade diverse nella vita: il primo percorre la strada che conduce alla condizione spirituale dell’uomo rigenerato e ritemprato dalla grazia del Signore; il secondo si abbandona al godimento dei piaceri materiali del ventre e delle passioni. A questo riguardo, nessuno si permetta di fuorviare o defraudare il suo prossimo perché il Signore è vindice delle nostre azioni, nonché delle nostre intenzioni verso gli altri. Dio, infatti, non ci ha chiamati all’impurità, ma alla santità. Chi non rispetta questi principi, disprezza, non l’uomo nella sua ontologia mortale, ma Dio stesso che dona a voi il suo Santo Spirito” (1Ts, 4, 3-8).

Carità fraterna e laboriosità (4,9-12)

“Quanto alla necessità di tenere vivo il sentimento di amore fraterno, egli dice, non c’è bisogno che io ve lo ricordi per iscritto, perché ne abbiamo parlato e discusso abbondantemente a voce nei nostri incontri e voi avete già imparato da Dio ad amarvi scambievolmente. Infatti, lo spirito di carità e di solidarietà reciproca che vi lega al vostro interno come comunità locale, fortunatamente, si è diffuso e si è esteso all’intero popolo della Macedonia” (1Ts, 4, 9-10). Poi l’Apostolo esorta i destinatari a progredire maggiormente nello sforzo di ripulire la propria condotta da tutte quelle di abitudini negative, dalle scorie e dalle incrostazioni dei vizi, come l’agitazione, l’intraprendenza negli affari pubblici, la negligenza nel proprio lavoro, che possono essere di ostacolo o d’intralcio alla pratica della carità. La carità non ama farsi servire, ma cerca di servire il prossimo essa stessa, di vivere attivamente del proprio lavoro per essere liberi e indipendenti dagli altri, senza costituire mai un peso per nessuno. “Comportatevi con onore, come vi abbiamo raccomandato nei confronti degli estranei e non abbiate bisogno della guida di nessuno” (1Ts, 4,12) consiglia Paolo ai suoi amici di Tessalonica.

La Sorte dei defunti (4, 13-18)

In questa sezione Paolo dà le sue spiegazioni circa la sorte che attende i defunti.

“Non vogliamo lasciarvi nell’ignoranza, o fratelli, riguardo a quelli che dormono, affinché voi non siate afflitti come quelli che non hanno speranza (i pagani). Infatti, se crediamo che Gesù è morto ed è risuscitato, così dobbiamo credere che Dio riunirà con lui quanti si sono addormentati in Gesù. Alla venuta del Signore, noi, viventi, superstiti, non precederemo quelli che si sono addormentati prima di noi. Poiché il Signore stesso, al comando divino, alla voce dell’arcangelo, al suono della tromba di Dio, discenderà dal cielo e i morti che sono in Cristo risorgeranno per primi. E noi viventi, superstiti, insieme con essi, saremo rapiti sulle nubi del cielo per incontrare il Signore nell’aria e saremo sempre con lui” (1Ts, 4, 13-17).

Pertanto, anche in queste circostanze dolorose, i fedeli di Tessalonica si consolino gli uni gli altri con la speranza che danno queste parole dell’Apostolo. La risposta di Paolo, d’altronde, scaturisce da un preciso articolo del Credo Simbolo Apostolico. Se Gesù è morto ed è risuscitato dai morti, anche i fedeli che muoiono con lui, con lui risorgeranno a nuova vita.

Capitolo Quinto

Il tempo della parusia

Circa il tempo e l’ora della parusia, ossia della futura venuta del Signore, nessuno sa quando e anche i Tessalonicesi sanno che nessuno conosce questo mistero. Però essi sanno che il giorno del Signore arriverà all’improvviso, come un ladro di notte. Il senso della frase lascia presumere che i destinatari conoscessero già questi temi, perché, probabilmente, erano stati già affrontati negli interventi della catechesi orale, quando l’Apostolo era presente in mezzo a loro. Il giorno della sua venuta, il Signore si mostrerà salvatore e giudice universale dell’umanità, dei vivi e dei morti. Per questo è necessario tenersi desti e sempre pronti ad affrontare la situazione. L’immagine del ladro suggerisce certamente un senso non positivo, ma calamitoso dell’evento. Tra i vangeli sinottici, Marco e Matteo sono quelli più espliciti nel descrivere, come apocalittico, il giudizio universale; tra gli artisti, Michelangelo è quello che, meglio di altri, ha saputo rappresentare plasticamente la scena nell’affresco della volta della Cappella Sistina, nella Chiesa di S. Pietro a Roma.

Di fatto accadrà che, “quando gli uomini diranno pace e sicurezza allora improvvisamente precipiterà su di loro la rovina, come i dolori del parto su una donna incinta, e gli uomini non sfuggiranno al loro destino.

Ma voi, fratelli, non siete nelle tenebre (come sono i non credenti) ignorando queste cose, in modo tale che quel giorno vi possa sorprendere come un ladro di notte. Infatti, voi siete figli della luce e, come tali, conoscete le cose e, quello che più conta, è il fatto che siete nello stato di santità e della grazia del Signore. Per questo non dormiamo, ma siamo sempre svegli, attenti e vigili ad affrontare il destino che ci attende. Quelli che dormono, o sono neghittosi perché figli della notte che porta vizi, crapule e orge; o sono come noi, uomini del giorno, figli della luce. Perciò, dobbiamo essere sobri, rivestiti con la corazza della fede e della carità, con in testa l’elmo della speranza della salvezza” (1Ts, 5, 3-8). Dio, infatti, non ha destinato i suoi figli a vittime della sua ira, ma all’acquisto della salute eterna con il prezzo pagato dal sangue del Signore nostro Gesù Cristo, che è morto per noi. Pertanto, sia che viviamo, sia che ci addormentiamo, viviamo con lui. Riflettendo su questa realtà dell’umano destino, i Tessalonicesi si confortino gli uni con gli altri, come, d’altronde, hanno già imparato a fare da soli.

Doveri comunitari

Dopo le istruzioni sulla sorte dei defunti e sul tempo della parusia, viene l’esortazione ai doveri comunitari, come espressione della vita nell’armonia cristiana e soprannaturale. Prima di tutto l’Apostolo raccomanda il rispetto dei superiori che insegnano, ammoniscono e governano le comunità. Queste persone, come Paolo e gli altri apostoli, lavorano e faticano, non per un loro interesse o tornaconto personale, ma operano in nome e per conto del Signore. Dopo i doveri verso i superiori, vengono i doveri reciproci tra i membri delle stesse comunità.

Essi vivano in pace tra di loro. “Vi esortiamo, fratelli, correggete gli indisciplinati, incoraggiate i pusillanimi, sostenete i deboli, siate pazienti con tutti. Guardatevi bene dal rendere il male con il male, piuttosto studiate sempre di fare il bene gli uni agli altri e a tutti. Siate sempre lieti perché le persecuzioni e i torti subiti non tolgono mai la gioia dell’anima, che vive in armonia con la volontà del Signore. Pregate sempre, possibilmente senza interruzione. Rendete grazie al Signore per ogni dono che egli vi ha concesso. Tenete conto della volontà di Dio comunicatavi da Gesù Cristo. Non spegnete le risorse dello Spirito. Non disprezzate le profezie perché la Chiesa è fondata, oltre che sulla parola di Dio, anche sulle testimonianze dei profeti e sull’opera degli apostoli. Esaminate ogni cosa, ritenete le cose buone. Tenetevi lontani da ogni sorta di male (1Ts, 5, 14-22).

Conclusione (5,23-28)

A conclusione della sua missiva, l’Apostolo augura ai Tessalonicesi “che il Dio della pace fortifichi tutto il loro essere: spirito, anima e corpo, che essi custodiranno con cura integri per la santità da offrire in dono al Signore il giorno della parusia. Fedele è colui che vi chiama. Egli porterà ogni cosa a compimento. Fratelli, pregate anche per noi. Salutate tutti i fratelli con il bacio santo. Vi scongiuro nel Signore che questa lettera sia letta a tutti i fratelli. La grazia del Signore nostro, Gesù Cristo, sia con voi” (1Ts,5, 23-28).

Dio che chiama l’uomo, il Creatore che attende le sue creature alla fine dei loro giorni, siccome è fedele alle sue promesse, non mancherà di farle partecipi della sua stessa divinità.

Sommario

I temi trattati nella Lettera sono molteplici, tra i quali, quelli in cui l’Apostolo ha maggiormente insistito, detti con estrema sintesi, appaiono i seguenti:

  1. La gioia. I cristiani vivono nella gioia perché hanno una speranza in più dei pagani e di tutti gli altri abitanti del pianeta: quella di essere stati redenti dal peccato di Adamo dal sacrificio di Cristo sulla croce. Perciò vivano nella gioia e nella pace della fratellanza universale;
  2. Le virtù cristiane: fede, speranza e carità, sono le corazze più importanti che sorreggono l’etica dei cristiani per vivere nella gioia che dona la pace dell’anima;
  3. Paolo e i suoi collaboratori, pur avendo diritto a campare a spese della società ospitante, hanno sempre preferito lavorare e campare a proprie spese, senza essere mai di peso a nessuno;
  4. La polemica contro i Giudei, bollati come nemici della fede, è una costante che ricorre non solo in questo documento, ma un può in tutti gli scritti dell’Apostolo;
  5. La santificazione, cioè l’esigenza di ripulire la coscienza dalle condotte negative (impudicizia, negligenza nel proprio dovere, vizi di ogni sorta) è un’altra sollecitazione costante dell’Apostolo;
  6. Lo spirito di servizio: il cristiano non deve aspettare di essere servito, ma dev’essere lui stesso sempre disponibile a servire gli altri;
  7. La sorte dei defunti. Se Gesù è morto ed è risorto dai morti, anche il credente deve sperare che, dopo la morte, risorga con lui a nuova vita;
  8. La parusia. E’ il ritorno del Signore nel giorno del giudizio universale per giudicare i vivi e i morti.  E’ un evento apocalittico, narrato soprattutto nel vangelo di Matteo e rappresentato plasticamente da Michelangelo nella volta della Cappella Sistina, evento che avverrà non subito. Prima devono accadere molte altre cose. Intanto bisogna essere attenti e vigilare sulle nostre condotte perché il Signore, per ognuno di noi, può venire all’improvviso in qualsiasi momento e può sorprenderci come un ladro di notte;
  9. Sobrietà. Il cristiano, armato delle corazze della fede e della carità, deve sempre avere una condotta sobria, scevra da vizi e da qualsiasi eccesso comportamentale;
  10. Il rispetto di tutti. Il credente non deve mai mancare di rispetto a nessuno, ma dev’essere sempre solidale con gli altri, all’interno della comunità e all’esterno, con le autorità di governo e con gli altri membri della società civile.

I Tessalonicesi sanno già tutte queste cose, perché Paolo le aveva trattate a voce quand’era presente in  mezzo a loro; ma ora le ribadisce anche per iscritto nella lettera, a perenne memoria della fede nella vita dei cristiani.

La Lettera di San Paolo ai Filippesi

Posted By Felice Moro on Febbraio 9th, 2021

Introduzione

Filippi è una città della Macedonia che, con la vittoria di Pidna del 148 a.C. riportata dal pretore Quinto Cecilio Metello, divenne una provincia di Roma. A Filippi, nell’anno 42 a. C., si combatté la battaglia dei triumviri Cesare Ottaviano e Marco Antonio contro i repubblicani, omicidi di Cesare, Bruto e Cassio, per la cui sconfitta Bruto si suicidò. Un memorabile ricordo di questa sconfitta è condensato nel proverbio popolare “Ci rivedremo a Filippi”. Con questa frase, l’ombra di Cesare (apparsagli in sogno la notte della vigilia della battaglia) avrebbe preannunziato a Bruto la sua sconfitta, che poi sarebbe stata anche la causa della sua tragica fine.

Secondo le notizie storiche riportate negli Atti degli Apostoli (At 16, 12-40), Paolo visitò Filippi, una prima volta durante il suo secondo viaggio missionario nell’anno 50-51. Era anche la prima volta che l’Apostolo metteva piede nel continente europeo. Poi era stato altre due volte di passaggio durante il terzo viaggio missionario: in andata, da Efeso a Corinto nell’autunno del 57; di ritorno da Corinto a Efeso, per la Pasqua del 58.

Filippi è stata la città della Macedonia in cui Paolo fondò la prima comunità cristiana d’Europa.

La Lettera è un documento apostolico che contiene un forte e reiterato richiamo dell’Apostolo ai fedeli della comunità a vivere il Vangelo nella gioia che ci ha lasciato il Signore risorto. E’ un invito a perseverare fedelmente nella pratica dell’autentica dottrina cristiana che egli ha loro insegnato, senza lasciarsi sviare dagli oppositori del Vangelo: giudei integralisti ancora legati alla pratica della circoncisione, falsi profeti, nemici dell’Apostolo e del suo Vangelo. Egli fa queste osservazioni perché, attraverso notizie riferitegli da altri, è venuto a sapere che all’interno della comunità molte cose stanno cambiando. L’Apostolo avverte il pericolo che i fedeli possano essere disorientati, egli allora avrebbe faticato invano e non può accettare l’idea che il suo impegno missionario sia compromesso dalla subdola propaganda demolitoria dei suoi nemici; e, non potendo andare di persona a parlare con loro, affida i suoi richiami e i suoi consigli alla lettera. Ricorda l’accoglienza positiva ricevuta, il piacere reciproco dello stare insieme nella preghiera, nel culto e nelle altre attività della fede; ricorda i suoi sacrifici e le sue rinunce, anche ai diritti missionari, lavorando per vivere e non essere di peso a nessuno; egli, gratuitamente, ha dedicato il suo tempo e le sue energie a evangelizzare i Filippesi; ed essi erano diventati bravi fedeli, ferventi nella preghiera, assidui nel culto, generosi nella carità e nei modelli di vita cristiana, tanto da essere imitati dagli altri abitanti della Macedonia e della Grecia. Egli scrive queste cose, fiducioso nel fatto che la sua missiva produca l’effetto voluto di rassicurare i fedeli, perché i filippesi capiranno come stanno le cose e sapranno liberarsi dalla subdola propaganda dei falsi profeti e degli spacciatori di menzogne.

Quest’articolo analizza e commenta il documento apostolico nella sua interezza. Le parti più significative sono state riportate integralmente dal testo originale ed evidenziate con la virgolatura; le parti del testo ripetitive, prolisse o complesse sono stati snellite, sintetizzate e semplificate, sia nella loro veste grammaticale e lessicale, sia in quella concettuale. Con questi adattamenti, il documento può essere letto e capito da chiunque, anche dalle persone che hanno poca cultura. L’importante è che abbiano la voglia di leggere, di conoscere i testi sacri e la storia evolutiva del cristianesimo delle origini.

Capitolo Primo

Mittente e indirizzo

Testo: “Paolo e Timoteo, servi di Cristo Gesù, a tutti i santi in Cristo Gesù, che sono a Filippi, con gli episcopi e i diaconi. Grazie a voi e pace da parte di Dio, nostro Padre e dal Signore Gesù Cristo”.

Commento: Come nelle altre sue lettere, l’Apostolo nell’indirizzo comprende sempre tre soggetti fissi: il mittente, il destinatario e i saluti. Qui comprende se stesso, Paolo e Timoteo (Sila è nominato più avanti) si presentano con la qualifica di “servi di Cristo”. Già prima di loro, i profeti dell’Antico Testamento si presentavano come “servi di Jahvé”. Questa locuzione è una dichiarazione esplicita del fatto che, con il mistero dell’Incarnazione, Gesù Cristo ha preso il posto del Jahvé, il cristianesimo subentra all’ebraismo del Vecchio Testamento.

Ringraziamento a Dio e preghiere

Nel suo discorso di ringraziamento, l’Apostolo esordisce dichiarando:

Testo: “Ringrazio il mio Dio ogni volta che vi ricordo. In ogni mia supplica prego sempre con gioia per tutti voi, che avete collaborato alla diffusione del  Vangelo dal primo giorno fino al tempo presente; ho la ferma convinzione che, Colui che ha iniziato tra di voi quest’opera eccellente, la porterà a termine fino al giorno di Cristo Gesù” (Fp 1,3-6), ossia fino al giorno della parusia.  

Poi, spinto da un sentimento di riconoscenza e di affetto che nutre per loro, si rivolge direttamente ai membri della comunità, che sono stati solidali con lui, sia per l’assistenza datagli quand’era in carcere, sia per l’assidua partecipazione all’attività di evangelizzazione dei macedoni. Chiama in causa Dio a testimone della sincerità dei suoi sentimenti nei loro confronti. E aggiunge: “Questo io chiedo: che il vostro amore cresca sempre più in conoscenza e in ogni delicato sentimento, affinché apprezziate le cose migliori e così siate puri e senza macchia per il giorno di Cristo, ricolmi dei frutti di giustizia, che si ottengono per mezzo di Gesù Cristo, a gloria e lode di Dio” (1, 9-11).

In sostanza, tutto questo discorso esprime il sincero e affettuoso auspicio dell’Apostolo, affinché i suoi fedeli filippesi, nel giorno del ritorno del Signore, si facciano trovare preparati “puri e senza macchia”, degni del premio della vita eterna.

Notizie e sentimenti personali dell’Apostolo

Paolo si rivolge ai fratelli filippesi per informarli di una sua impressione sulla diffusione del Vangelo e per sentire il loro parere al riguardo. Secondo lui, il suo arresto e la sua detenzione in carcere sono stati fattori che hanno favorito e rinforzato la diffusione del Vangelo nell’opinione pubblica. Infatti, egli dichiara: “Le mie catene per Cristo sono famose in tutto il Pretorio e altrove, e molti fratelli, fiduciosi nel Signore a motivo della mia prigionia, con più fierezza e senza timore, annunciano la Parola” (1, 13-14).

Commento: Con questo ragionamento l’Apostolo vuole dimostrare che, con la sua carcerazione, i suoi oppositori hanno ottenuto l’effetto opposto a quello voluto. Questo perché la sua detenzione in carcere, anziché bloccarne la diffusione, ha giovato all’espansione e al rafforzamento del Vangelo tra le genti. Questo risultato corrisponde all’effetto emulazione che, alcuni secoli più tardi, lo scrittore cristiano Tertulliano definì con la famosa frase: “Il sangue dei martiri è seme dei Cristiani”.

La metafora Pretorio sta per indicare i soldati pretoriani, difensori del governatore. Essi, alternandosi alla custodia del prigioniero, hanno avuto modo di sentir parlare e di conoscere Cristo e la sua opera dalla viva voce dell’Apostolo e, a loro volta, l’hanno diffusa nel loro ambiente di provenienza. In una città di provincia come Efeso (dove l’Apostolo ha scritto la lettera) le persone di fuori, specialmente i soldati della truppa, erano molto attenti a cogliere le ultime notizie arrivate dall’esterno.

Molti fratelli nella fede, traendo motivo dallo stato di prigionia dell’Apostolo, annunciano il Vangelo senza timore, con più coraggio e maggiore determinazione. Alcuni di questi sono sinceri e, bene interpretando il ruolo e la funzione del missionario prigioniero per causa della fede, annunciano il Vangelo di Cristo per amore e sincera convinzione sulla bontà della dottrina; altri lo fanno per opportunismo, perché sospinti da intenzioni malevole di invidia o di rivalità personale nei confronti di Paolo. Comunque egli reagisce con una battuta sorprendente:

Commento: “A me che me ne importa? Dopo tutto, sia che operino con intenzioni sincere e solidali, sia che lo facciano come pretesto per conseguire altri fini, l’importante è che il Vangelo sia annunciato. Di questo risultato godo e continuerò a godere. So, infatti, che grazie alla vostra preghiera e all’aiuto che mi darà lo spirito di Gesù Cristo, questo gioverà alla mia salvezza (Giobbe). Tutto questo ardentemente attendo e spero e nulla mi farà arrossire; l’importante è che Cristo sia glorificato nel mio corpo; questo, sia che, con l’assoluzione, io debba continuare a vivere e a predicare il Vangelo, sia che con una condanna, io debba morire. Se continuerò a vivere, vivrò per Cristo, se dovrò morire, morrò per Cristo. Fra le due possibilità, sinceramente, non so quale alternativa scegliere. Ma, forse, continuare a vivere nella carne è più necessario per il vostro bene. Persuaso di ciò, sento che sopravvivrò e sarò accanto a voi per aiutarvi a progredire nella fede gioiosa, affinché, quando io ritornerò da voi, la vostra stima nei miei confronti sia più grande e progredisca in Gesù Cristo. Voi, intanto, comportatevi in maniera degna del Vangelo che professate. Perciò, sia che io venga da voi, sia che resti lontano, l’importante è che sappia che voi formate una comunità unita, solidale e compatta, lottando per la difesa della fede nel Vangelo di Cristo. Questo sarebbe un indizio sicuro della vostra salvezza, nonché della perdizione degli avversari. Infatti, a voi è stata concessa la grazia, non solo di credere in Cristo, ma anche quella di soffrire per lui. Praticamente avete combattuto la stessa mia lotta e avete subito la stessa mia sorte;  e la battaglia non è ancora finita” (1,18-30). Questo sembra essere il significato logico del ragionamento dell’Apostolo, parafrasando il testo delle ultime strofe in termini molto semplici.

Capitolo Secondo

Umiltà del Cristiano e umiltà di Cristo

All’inizio della pericope, l’Apostolo esordisce con un accorato appello ai Filippesi, sostenuto dal profondo affetto che nutre per loro, affinché vadano di comune accordo, praticando la carità con unanimità d’intenti e nutrendo gli stessi sentimenti. Egli precisa nei particolari:

Testo: “Non fate niente per ambizione o vanagloria, ma con umiltà, ritenete gli altri migliori di voi; ciascuno non pensi ai propri interessi, ma anche a quelli degli altri. Coltivate in voi questi sentimenti che furono anche in Cristo Gesù:

il quale, essendo per natura Dio,

non stimò un bene irrinunciabile

il (suo) essere uguale a Dio,

ma annichilò se stesso

prendendo natura di servo,

diventando simile agli uomini;

ed essendo quale uomo,

si umiliò facendosi obbediente

fino a morire,

e a morire su una croce.

Per questo Iddio lo ha esaltato

e insignito di quel Nome,

che è superiore a ogni nome,

affinché, nel nome di Gesù,

si pieghi ogni ginocchio,

degli esseri celesti

dei terrestri e dei sotterranei

e ogni lingua proclami,

che Gesù Cristo è Signore,

a gloria di Dio Padre” (2, 3-11).

Commento: Questo lungo elenco delle azioni salvifiche di Dio è un sublime inno teologico e spirituale. È un passo che s’impone per l’ampiezza delle vedute, per l’elevata maestà dei contenuti, per la pregnanza dei concetti teologici che racchiude, tuttavia appare non in consonanza col contesto storico-narrativo della lettera in esame.

Splendere come le luci del mondo

Nel passaggio successivo l’Apostolo si complimenta con i Filippesi per la loro condotta da buoni cristiani, che essi hanno saputo tenere, sia quando egli era presente in mezzo a loro, sia adesso che è lontano e, con timore e tremore, operano per la loro salvezza. Ma non basta, essi devono continuare a operare con cura quotidiana per raggiungere un giorno il fine voluto. Devono essere consapevoli del fatto che è Dio che suscita la spinta motivazionale interiore del loro volere e del loro agire, onde conseguire l’obiettivo finale che Dio stesso ha stabilito nel suo sublime progetto di salvezza dell’uomo. Al riguardo l’Apostolo sollecita i fedeli:

Testo: “Fate tutto senza mormorazioni e contestazioni, affinché siate irreprensibili e illibati, figli di Dio immacolati in mezzo a una generazione tortuosa e sviata, in seno alla quale voi brillate come astri nell’universo, tenendo alta la Parola di vita. Così, nel giorno di Cristo, potrò vantarmi anch’io perché non ho fatto la mia corsa e faticato invano” (2, 14-16).

Commento: Nella parte seguente l’Apostolo riconsidera il lavoro e la fatica spesi nella sua attività missionaria, dove si può sempre correre il rischio di fallire l’obiettivo e di aver l’impressione di aver seminato inutilmente. Non è questo il caso; la partita giocata con i Filippesi è andata bene, sta dando buoni risultati e di questo egli è pago, come uomo e come missionario di Cristo. Anche se l’impresa gli fosse costata il suo supremo sacrificio (la morte) e il prezzo dell’offerta la fede dei Filippesi, l’Apostolo sarebbe stato ugualmente contento. Intanto adesso, nonostante la sua situazione di carcerato, gioisce e gode con loro e li invita a godere con lui, in un abbraccio ideale di felicità spirituale reciproca, nonostante la distanza.

La missione di Timoteo e di Epafrodito

Osservazioni: In questa sezione l’Apostolo esprime il suo proponimento di mandare Timoteo, come suo rappresentante, a rassicurare i Filippesi nel processo di assimilazione e assestamento della novella fede. Egli gli riferirà le notizie al riguardo, di modo che lui stesso sia informato sulla situazione attuale e possa rimanere tranquillo, sapendo che a Filippi si vive una situazione di normalità. Dichiara che il suo messaggero Timoteo è l’unica persona proba, di sua fiducia e di buone capacità relazionali, adatto a svolgere questa delicata missione di rapporto costruttivo con i Filippesi.

Testo: “Tutti, infatti, badano ai loro interessi, e non a quelli di Cristo Gesù. Voi conoscete la sua sperimentata virtù: come un figlio verso il padre si è dedicato insieme a me al servizio del Vangelo. Lui spero d’inviare appena avrò visto la piega che prenderà la mia causa. Ho fiducia nel Signore di venire presto io stesso. Ho ritenuto necessario per ora di mandare da voi Epafrodito, mio fratello, collaboratore e compagno d’armi, vostro inviato e assistente nelle mie necessità, perché aveva un grande desiderio di tutti voi ed era afflitto perché avevate saputo della sua infermità. Si ammalò, infatti, e poco mancò che non morisse; ma Iddio ebbe pietà di lui, non solo di lui, ma anche di me … Perciò ne ho sollecitato la partenza affinché, vedendolo, vi rallegriate di nuovo e io sia meno triste. Accoglietelo dunque nel Signore con grande festa; onorate le persone come lui, perché per l’opera di Cristo rischiò la morte, mettendo a repentaglio la sua vita per supplire al servizio che non potevate prestare voi” (2, 21-30) .

L’Apostolo pensa di mandarlo non subito, ma non appena vedrà la piega che prenderanno gli avvenimenti che gli riguardano (sottinteso: l’andamento del processo). Questo è il suo proposito; inoltre dichiara che, per quanto riguarda l’esito finale di tale causa, ripone la sua fiducia nel Signore e spera che, quanto prima, possa tornare libero tra i Filippesi.

Capitolo Terzo

La vera via della giustizia

All’inizio di questa pericope Paolo invita i suoi interlocutori filippesi a vivere nella gioia del Signore, il che fa presumere che il discorso continui a sviluppare il tema della felicità, che il cristiano ripone nella fede; ma subito, il discorso dell’Apostolo fa una virata improvvisa, cambia registro e, da familiare e confidenziale che era, assume il tono tagliente del battagliero, insistendo sul tema di proporre se stesso, come modello comportamentale da imitare da parte dei cristiani. Poi dà l’affondo alla sua accesa polemica contro i giudaizzanti, dichiarando: “Guardatevi dai cani; guardatevi dai cattivi operai; guardatevi dai falsi circoncisi. I veri circoncisi siamo noi, che al Signore offriamo il culto secondo lo spirito, gloriandoci in Cristo Gesù, non riponendo la nostra fiducia nella carne; e questo quantunque, io personalmente, abbia titoli sufficienti per confidare nella salvezza anche secondo i diritti della la carne” (3, 2-4).

Se la salvezza dovesse dipendere dai diritti posseduti in base alla legge, l’Apostolo fa un lungo elenco di quelli che egli possiede e che, di per sé, giustificherebbero anche un’eventuale aspettativa di salvezza secondo la carne. Infatti, egli sostiene che è “Israelita, della tribù di Beniamino, di pura razza ebraica, fariseo, persecutore della Chiesa, irreprensibile”. Ma (dopo la folgorazione sulla via di Damasco) per abbracciare la fede in Cristo Gesù, l’Apostolo ha lasciato perdere tutti questi titoli e questi vantaggi, dichiarando:

“Ma questi titoli, egli dice, li considero tuttora una perdita (poco importante) a paragone della sublime conoscenza di Cristo Gesù, mio Signore, per il cui amore ho accettato volentieri di perderli tutti, valutandoli rifiuti (spazzatura) per guadagnare Cristo ed essere in lui, non con una mia giustizia che viene dalla legge, ma con quella che si ha dalla fede in Cristo, quella giustizia cioè che viene da Dio e si fonda sulla fede” (3,2-9).

Commento: L’Apostolo auspica per sé questo percorso spirituale, affinché profondendosi nella sua partecipazione al mistero delle sofferenze e della morte in croce di Gesù, possa anch’egli partecipare alle stesse sofferenze, al sacrificio della morte e alla vittoria della risurrezione dai morti, come Cristo Gesù. Il concetto implicito è quello della trasfigurazione del suo corpo nell’immagine del corpo glorioso di Cristo.

Esortazione alla perfezione

Paolo non ha la presunzione da far credere agli altri che nel cammino della perfezione egli sia già arrivato alla meta, ma dichiara di compiere uno sforzo continuo per attingerla, afferrarla come egli è stato afferrato da Cristo. Tuttavia, “dimenticando il passato (da persecutore) e protendendomi verso l’avvenire, mi lancio verso la meta, appetendo il premio della celeste chiamata di Dio in Cristo Gesù” (3,13-14).

L’Apostolo è consapevole del fatto che, all’interno della comunità, non tutti la pensano allo stesso modo, ma sa che, tra i vari membri, ci sono divergenze di vedute personali sui modi di tradurre il Vangelo in norme di vita pratica. Comunque, egli dichiara che, al di là delle diverse interpretazioni sui modi d’intendere la dottrina, il valore della medesima è dato dalla sua conformità agli insegnamenti apostolici.

Paolo insiste nel concetto di proporre se stesso come modello di vita ai cristiani

Senza tanti preamboli, all’inizio di questa sezione, l’Apostolo dichiara:

Testo: “Imitate me, fratelli, e fissate la vostra attenzione su coloro che si comportano secondo il modello che avete in noi e in coloro che si sono già  modellati secondo il nostro esempio. Questo vi dico perché, molti di coloro, dei quali vi avevo già parlato e dei quali parlo ancora con animo piangente, si comportano da nemici della croce di Cristo. Il loro Dio è il ventre, il loro vanto è il disonore (di Dio), la loro fine è, non la presunta loro perfezione, ma la loro perdizione. Ma noi, Filippesi, fedeli al Vangelo, siamo cittadini del cielo, da dove attendiamo, come nostro salvatore, il Signore Gesù Cristo, che trasformerà il nostro misero corpo mortale per uniformarlo al suo corpo glorioso, in virtù del potere che ha di sottomettere a sé tutto l’universo” (3, 17-21).

Con questo discorso l’Apostolo invita i Filippesi a prendere lui, la sua figura, come modello di comportamento cristiano. Questo affinché possano essere anche loro cittadini del cielo, dove si trova Gesù glorificato che, nel giorno della parusia, riapparirà glorioso per consacrare la salvezza eterna dei suoi fedeli.

Capitolo Quarto

Traendo le conclusioni del discorso fatto nel capitolo precedente, l’Apostolo scrive: “Pertanto, miei fratelli diletti e desiderati, (voi che siete) mio gaudio e mia corona, perseverate così nel Signore, o diletti” (4, 1). L’imperativo “perseverate nel Signore”, insieme con il reiterato epiteto “diletti”, esprimono l’intensa carica affettiva che l’Apostolo nutre verso i suoi fedeli Filippesi, che sono il più bel vanto della sua opera apostolica.

Gli ultimi consigli

Commento: In apertura del discorso di commiato, le prime raccomandazioni dell’Apostolo sono rivolte a due donne, alle sue due collaboratrici, Evodia e Santiche, per il valido sostegno che, ciascuna di loro ha dato per la diffusione del Vangelo. Esse, pur col contributo prezioso dato alla causa del Vangelo, con la loro rivalità reciproca, mettono a nudo qualche aspetto negativo della comunità. Il motivo del loro contendere è taciuto, ma probabilmente si può arguire dal contesto che la causa della rivalità sia da individuare nell’ambizione di ciascuna di loro di primeggiare nell’attività di sostegno all’opera missionaria dell’Apostolo. Il riferimento è importante perché porta una testimonianza autentica del ruolo che hanno avuto le donne nella vita delle prime comunità cristiane. Poi Paolo si rivolge all’amico Sizigo, affinché svolga il ruolo paciere tra le due donne rivali, perché entrambe hanno il merito di aver lottato per la causa del Vangelo, insieme a lui, a Clemente e a tutti gli altri suoi collaboratori, “i cui nomi sono scritti nel libro della vita” (4, 2-3). Egli continua la sua argomentazione, riprendendo il discorso sulla gioia, già affrontato più volte, compreso il punto 3,1 della presente missiva. Per l’ennesima volta, qui proclama:

Testo: “Siate sempre allegri nel Signore. Ve lo ripeto: siate allegri. La vostra amabilità sia (famosa) perché conosciuta da tutti gli uomini. Il Signore è vicino. Non angustiatevi in nulla, ma in ogni necessità, con la supplica e con la preghiera di ringraziamento, manifestate le vostre richieste a Dio. Allora la sua pace, che sorpassa (i limiti) di quello che la ragione umana può concepire, veglierà, in Cristo Gesù, sui vostri cuori e sui vostri pensieri. Infine, fratelli, quanto c’è di vero, di nobile, di giusto, di puro, di amabile, di lodevole; quanto c’è di virtuoso, quanto è degno di plauso, questo attiri la vostra attenzione. Mettete in pratica quello che avete imparato, ricevuto, udito e visto in me (modello d’identificazione continuamente riproposto in tutto l’epistolario). E il Dio della pace sarà con voi” (4, 4-9).

Secondo alcuni critici, le virtù elencate nelle ultime due strofe provengono dalla filosofia morale stoica. Paolo le santifica facendole sue, le interpreta e le ripropone in senso cristiano.

I ringraziamenti per gli aiuti ricevuti

Tutto questo brano è un tessuto continuo di ringraziamenti e di riconoscimenti di merito ai Filippesi, per il loro contributi materiali e morali dati all’Apostolo nella sua attività missionaria, spesa a loro favore. Paolo si rallegra nel Signore nel ricevere l’ennesimo gesto di generosità dei suoi fedeli e lo interpreta come un rinnovato segnale di affetto e di liberalità, che essi nutrono nei suoi confronti; e dichiara:

Testo: “Io non parlo spinto dal bisogno: ho imparato, infatti, a bastare a me stesso in qualunque condizione mi trovi. So privarmi anche quando sono nell’abbondanza. In ogni modo e in ogni tempo sono abituato ad essere sazio e a soffrire la fame, a vivere nell’agiatezza e nelle privazioni. Tutto posso in Colui che mi dà la forza. Ciononostante, avete fatto bene a condividere le difficoltà incontrate nelle mie tribolazioni. Proprio voi, soltanto voi, Filippesi, all’inizio dell’evangelizzazione, quando lasciai la Macedonia, avete aperto un conto di credito con me, nel senso di dare (la fede) e ricevere (gli aiuti). Quand’ero a Tessalonica, per ben due volte avete provveduto alle mie necessità” (4, 11-16). Per evitare malintesi, l’Apostolo dichiara di non cercare i beni di fortuna (gli interessi sul capitale), ma “il frutto” dello spirito, cioè fede trasmessa ai suoi fedeli. Egli ha ricevuto dai Filippesi tutto quello che era necessario per coprire le spese atte a soddisfare le sue esigenze. Epafrodito ricompare di nuovo come inviato dalla comunità per portargli i doni della loro generosità, dai quali promana un soave profumo che sale fino a Dio. Iddio soddisferà ogni bisogno dei generosi Filippesi, tramite la mediazione di Gesù Cristo. Poi la dossologia finale: “A Dio e Padre nostro, gloria nei secoli dei secoli. Amen!”, che chiude la lettera.

Saluti finali ed epilogo

Nella parte finale della sua missiva, come di consueto, l’Apostolo invia ai destinatari i saluti suoi, dei suoi collaboratori e di tutti quegli che gli stanno intorno. “Salutate ciascun santo in Cristo Gesù. (A loro volta) vi salutano i fratelli che sono con me. Vi salutano tutti i santi, in modo particolare quelli della casa di Cesare”. Probabilmente, conservando l’anonimato del luogo di origine della lettera, con la locuzione “casa di Cesare” intendeva includere i carcerati come lui, gli schiavi, i liberti e gli emarginati. Non bisogna dimenticare che, nelle città di allora, i poveri erano già presenti e forse anche più numerosi di quelli che popolano le città di adesso e che, da queste schiere, spesso provenivano molte valide primizie dei convertiti al cristianesimo.

SOMMARIO

I punti più importanti del documento appaiono i seguenti concetti strutturali:

  1. I Filippesi vivano allegri con la gioia nell’animo, lasciataci dal Cristo risorto;
  2. L’invito alla perseveranza nella pratica dell’autentica fede cristiana che l’Apostolo ha loro trasmessa, senza lasciarsi traviare dai nemici del Vangelo: giudei integralisti, falsi profeti, nemici personali dell’Apostolo;
  3. L’Apostolo scrive la lettera con la fiducia di recuperare i destinatari alla fede e alla sua amicizia personale;
  4. Il suo arresto e la sua detenzione in carcere, anziché ostacolare, hanno favorito la diffusione della fede cristiana;
  5. L’Apostolo chiede ai Filippesi che, nello spirito di carità reciproca, vadano di comune accordo e siano solidali tra di loro all’interno della comunità. Non facciano niente “per ambizione o vanagloria, ma con umiltà ritenete gli altri migliori di voi stessi”. Si complimenta con i Filippesi per la loro buona condotta morale e li sprona a continuare così. “Fate tutto senza mormorazioni e contestazioni per giungere illibati e immacolati al cospetto di Dio, davanti a una generazione tortuosa e sviata, dove voi brillate come astri nel firmamento”;
  6. L’annuncio dell’invio di Timoteo, il suo più fedele collaboratore, a rassicurare i Filippesi nella fede e di rimandare in patria il loro concittadino Epafrodito, che i Filippesi gli avevano mandato con donativi per sovvenire ai suoi bisogni materiali in carcere;
  7. Nel cap. III ribadisce l’invito ai Filippesi, già fatto all’inizio della Lettera, a vivere allegri nella gioia, pregustando la gioia e la felicità eterna che attende i cristiani in paradiso, il che fa presumere che continui a sviluppare della tema della felicità che il cristiano ripone nella fede. Invece il suo discorso fa una virata improvvisa, cambia registro e tono e, da amichevole e confidenziale che era, diventa energico e tagliente come una spada, riproponendo se stesso come modello comportamentale da imitare “perché noi siamo cittadini del cielo”;
  8. ripropone, come nella maggior parte delle sue lettere, la polemica antigiudaica: “Guardatevi dai cani, dai cattivi operai, dai falsi circoncisi. I veri circoncisi siamo noi, che al Signore offriamo il culto secondo lo spirito, non secondo la carne”. Se la salvezza dovesse dipendere dai meriti secondo la carne, Paolo ha più titoli di salvezza dei suoi nemici. Ma egli, dopo aver fatto la scoperta di Cristo, considera questi titoli nient’altro che spazzatura;
  9. L’aspirazione alla perfezione. Paolo non ha la presunzione di essere arrivato ad attingerla, ma si sforza per afferrarla, come egli è stato afferrato da Cristo. Si protende verso la meta ” appetendo al premio della celeste chiamata di Dio in Gesù Cristo”;
  10. Per ultimo seguono i saluti e i convenevoli conclusivi, più o meno, identici alle code finali delle altre sue lettere.

Testo e commento semplificato della lettera di San Paolo ai Galati

Posted By Felice Moro on Gennaio 4th, 2021

Premessa

Ai tempi di Paolo la Galazia era una regione interna dell’Asia Minore, corrispondente all’altopiano anatolico, nel cui centro sorgeva la città di Ancira, l’odierna Ankara. Allora questa regione faceva parte della provincia dell’Asia Proconsolare romana. I Galati, cui è rivolta la Lettera, sono gli abitanti delle comunità cristiane fondate dall’Apostolo nei suoi primi viaggi di evangelizzazione dei pagani. Non si hanno dati certi sulla data della sua redazione, ma da una serie di notizie indirette, i commentatori hanno desunto che la Lettera è stata scritta dall’Apostolo a Efeso, intorno all’anno 54 d. C. durante il suo terzo viaggio missionario.

La motivazione che ha spinto Paolo a scrivere questa lettera è derivata da un incidente di percorso nella sua attività missionaria. Era accaduto che, non molto tempo dopo la loro conversione al cristianesimo, queste comunità furono sconvolte da parte di alcuni nemici di Paolo, che intendevano gettare il discredito sulla sua opera. Informato per tempo di quest’evenienza, egli affrontò la situazione di petto in maniera energica e decisa.

Ma chi erano questi nemici dell’Apostolo? Erano certamente uomini di matrice ebrea, suoi connazionali ma anche suoi fieri oppositori. In particolare pare che fossero gruppi di giudaizzanti, cioè di Giudei convertiti al cristianesimo, che tentavano di attuare una specie di sincretismo tra giudaismo tradizionale e nuova fede cristiana. Ma essi erano ancora fortemente legati alle norme di vita giudaiche del Vecchio Testamento e alla Legge di Mosè, compresa la tradizione della pratica della circoncisione.  Infatti, secondo le loro inveterate convinzioni, sostenevano che i nuovi adepti al cristianesimo, prima di essere ammessi alla fede cristiana, dovessero compiere una fase di tirocinio nella conoscenza e nella pratica dell’antica religione giudaica. Paolo, invece, era di diverso avviso. Egli, infatti, dopo essere stato strenuo difensore del giudaismo e fanatico persecutore dei cristiani (in questa veste fu complice della lapidazione di Stefano), subì la folgorazione sulla via di Damasco. Quest’evento gli cambiò la vita perché, non solo determinò la sua conversione al cristianesimo, ma  devenne l’Apostolo più attivo e più ardente nella nuova fede e dedicò il resto della sua vita alla missione di evangelizzare i Gentili ( i pagani). La sua prima esperienza di predicazione della nuova fede in Gesù Cristo ebbe luogo nella città di Antiochia, in Siria. Successivamente, insieme a Barnaba, intraprese il suo primo viaggio missionario in terra straniera, compiuto attraverso le popolazioni dell’isola di Cipro (Salamina e Pafo), la Panfilia (Perge) e la Psidia (Antiochia di Psidia, Iconio, Listra e Derbe) . Nella sua titanica impresa di ambasciatore della nuova fede, egli riscosse molto successo e guadagnò grande popolarità. In quelle occasioni ebbe modo di sperimentare, toccando le cose con mano, quanto proficua fosse l’ammissione dei pagani alla fede in Gesù Cristo; inoltre era convinto che , per facilitare la loro conversione, il metodo migliore sarebbe stato quello di ammettere il loro passaggio diretto dall’idolatria pagana al battesimo cristiano, senza costringere i neocatecumeni a sottoporsi a un pesante e assurdo tirocinio nell’antica fede giudaica.

Quest’obbligo avrebbe potuto alienare molti dall’aderire al cristianesimo. Ma intanto la sua scelta fu contestata da molti a Gerusalemme, in Giudea e ad Antiochia di Siria, sede della centrale operativa del primo apostolato cristiano. Per stroncare le forti polemiche insorte al riguardo con gli altri fratelli cristiani, insieme a Barnaba, si recò a Gerusalemme e pose il problema al Collegio degli Apostoli. Pietro, che presiedeva la seduta e poco tempo prima aveva già sperimentato di persona, nella casa del centurione Cornelio, come lo Spirito Santo fosse sceso, in sua presenza, sui non circoncisi che poi egli battezzò, non solo approvò la proposta, ma sollecitò la prima assemblea ecumenica della storia del cristianesimo, all’approvazione dell’iniziativa di Paolo e di Barnaba (At,15, 6-35).

Tuttavia gli avversari dell’Apostolo non desistevano dal combattere la sua figura, il suo ruolo missionario e la sua versione della fede. Lo accusavano di predicare un cristianesimo addolcito, di non essere un vero apostolo perché non faceva parte dei dodici che avevano seguito Gesù fin dalla prima ora della sua vita pubblica. Consideravano la sua missione un’attività di seconda mano, ritenevano lui stesso un incompetente o, tutto al più, un semplice mandatario degli Apostoli.

Informato della situazione e comprendendo la gravità delle accuse che avrebbero potuto scardinare la sua dottrina e portare alla disgregazione delle comunità già formate, l’Apostolo corre ai ripari in maniera energica e decisa per scuotere le tiepide coscienze dei Galati, dal torpore che li aveva annebbiati.

Egli si presenta come un autentico annunciatore del Vangelo, dichiarando: “Il Vangelo che annunzio non è a misura d’uomo. Infatti, né io l’ho ricevuto da un uomo, né da un uomo sono stato ammaestrato, ma da parte di Gesù Cristo attraverso una rivelazione” (Ga, 1, 11-12).

Capitolo Primo

Paolo conferma ai Galati la sua identità di Apostolo

Già dalle prime parole del suo discorso, l’Apostolo dichiara: Testo: “Paolo, apostolo non da uomini, né in virtù di un uomo, ma in virtù di Gesù Cristo e di Dio Padre che lo risuscitò da morte e i fratelli tutti che sono con me alle chiese di Galazia: grazia a voi e pace da Dio Padre Padre nostro e dal Signore Gesù Cristo, che diede se stesso per i nostri peccati, allo scopo di sottrarci al mondo presente malvagio, secondo il disegno voluto dal nostro Dio e Padre, al quale sia gloria per i secoli dei secoli: amen” (Ga, 1, 1-5).

Commento: Fin dall’inizio Paolo vuole essere chiaro e sgomberare il terreno da ogni possibilità di equivoco circa la sua autenticità di apostolo, insinuata da alcune voci malvagie e ostili al suo messaggio evangelico: egli è Apostolo a tutti gli effetti e il suo ruolo è quello di annunziare l’unico Vangelo di Gesù Cristo. Egli è stato investito di questa missione, non da alcuna autorità umana o terrena, ma da Gesù Cristo stesso e da Dio Padre che ha risuscitato suo figlio dai morti. Egli, Paolo, i suoi fratelli, i suoi collaboratori e tutti e i membri della comunità dei fedeli in cui si trova al momento, rivolgono un caro saluto ai militanti delle Chiese della Galazia. Agli stessi augura la grazia e la pace di Dio Padre e del Signore nostro, Gesù Cristo, che diede la sua vita per la remissione dei nostri peccati. Egli obbedì docilmente alla volontà di Dio Padre, portando a compimento il progetto divino del piano di salvezza dell’uomo. Infatti, nella sua vita pubblica, Gesù insegnò agli uomini i nuovi valori della vita, nuovi modelli di comportamento e consacrò la sua missione profetica con il sacrificio della sua passione, morte in croce e risurrezione, onde salvare l’uomo dalle sue colpe e aprirgli la via all’eterna salvezza.

Esiste un solo Vangelo: quello annunciato da Paolo

Testo: “Mi sorprende che così presto vi siate distaccati da Cristo, che vi aveva chiamati per la sua grazia, aderendo a un altro vangelo: non ne esiste un altro! Ma ci sono alcuni che mettono lo scompiglio tra di voi e vogliono stravolgere il Vangelo di Cristo. Ma se noi o un angelo disceso dal cielo annunziasse a voi un vangelo diverso da quello che vi abbiamo annunciato, sia votato alla maledizione divina! Come ho detto prima, anche in questo momento ripeto: se qualcuno vi annuncia un vangelo diverso da quello che voi riceveste, sia votato alla maledizione divina! Adesso infatti cerco d’ingannare gli uomini o Dio? Oppure cerco di piacere agli uomini? Se ancora cercassi di piacere agli uomini, non sarei servo di Cristo” (Ga, 1, 6-10).

Commento: Entrando nel vivo della questione, Paolo rivolge un marcato rimprovero ai destinatari della sua missiva (i Galati) perché, con suo grande stupore, ha appreso che essi hanno abbandonato la fede che egli aveva loro trasmessa per abbracciare un altro vangelo. Ma non c’è, non esiste un altro vangelo! Al contrario. “Ci sono alcuni che seminano lo scompiglio tra di voi e vogliono stravolgere il Vangelo di Cristo. Ma se noi o chiunque altro, anche se fosse un angelo disceso dal cielo, che vi annunziasse un vangelo diverso da quello che vi abbiamo annunziato noi, sia votato alla maledizione divina! E continua il discorso con tutto l’empito emotivo del suo onesto sdegno:

Paolo ha appreso il suo Vangelo direttamente da Cristo.

Testo “Vi rendo noto infatti, fratelli che il Vangelo annunziato da me non è a misura d’uomo: infatti né io l’ho ricevuto da uomo, né da uomo sono stato ammaestrato, ma da parte di Gesù Cristo attraverso una rivelazione; udiste infatti il mio modo di comportarmi un tempo nel giudaismo; perseguitavo oltre ogni limite la Chiesa di Dio, e cercavo di rovesciarla, e mi ero spinto nel giudaismo, oltre il limite di tutti i miei coetanei appartenenti al mio popolo, difensore fanatico com’ero, in misura maggiore di loro, delle tradizioni dei padri. Quando poi piacque a Colui che mi aveva separato fin dal seno di mia madre e mi aveva chiamato in forza della sua grazia di rivelare il Figlio suo in me, affinché io lo annunziassi ai pagani, subito fin d’allora non consultai degli uomini, né partii per Gerusalemme da coloro che erano stati costituiti apostoli prima di me, ma mi allontanai verso l’Arabia, e di nuovo tornai a Damasco” (Ga, 1, 11-!7

Commento: In questo passaggio Paolo rievoca ai Galati il suo passato giovanile, come strenuo difensore del giudaismo tradizionale e accanito persecutore dei cristiani e della loro Chiesa che, nel suo fanatismo giudaico tradizionale, cercava di rovesciare. Ma “quando piacque a Colui (Dio) che mi aveva separato fin dal seno di mia madre (citando le parole di Geremia) e mi aveva chiamato in forza della sua grazia di rivelare il Figlio suo in me, affinché lo annunziassi ai pagani, non andai a Gerusalemme a consultare gli Apostoli, ma mi allontanai verso l’Arabia, poi tornai a Damasco”.

Paolo cerca di stabilire contatti con Pietro e con i dirigenti di Gerusalemme

Paolo continua il suo discorso dichiarando: Testo: “In seguito, dopo tre anni, salii a Gerusalemme per prendere contatti con Cefa (Pietro) e mi trattieni presso di lui quindici giorni. Altro degli Apostoli non vidi (in quell’occasione) ma vidi Giacomo, il fratello del Signore (forse detto in senso generico). Queste cose scrivo a voi; ecco davanti a Dio attesto che non mentisco. In seguito mi recai nelle regioni della Siria e della Cilicia. Ero sconosciuto per quanto riguarda la mia persona alle chiese della Giudea, che sono in Cristo. Avevano solo sentito dire che colui che un tempo ci perseguitava, adesso annuncia quella fede che un tempo cercava di sovvertire, e glorificavano Dio in rapporto a me” (Ga, 1, 18-24). Osservazione: Questa formula, “Gloria a Dio”, che è un’espressione ricorrente nel Vecchio Testamento, in questo contesto si riferiva all’evento portentoso della conversione di Paolo. Successivamente la frase è rimasta in vigore nella Chiesa, fino a diventare un’espressione comune, consacrata anche nella liturgia della Chiesa cattolica attuale.   

Capitolo Secondo

La salita di Paolo a Gerusalemme

Testo: Paolo scrive testualmente: “Quindi, dopo quattordici anni salii di nuovo a Gerusalemme con Barnaba, dopo aver preso con me anche Tito. Vi salii in seguito a una rivelazione ed esposi loro (ai capi della Chiesa) il Vangelo che proclamo ai pagani, – in privato ai notabili- per evitare il rischio di correre o di aver corso invano. Ma neppure Tito, che era con me, pur essendo greco, fu obbligato a farsi circoncidere. Ma a causa dei falsi fratelli intrusi, i quali si intromisero ad osservare come spie la nostra libertà che abbiamo in Gesù Cristo allo scopo di renderci schiavi … Ad essi non cedemmo neppure momentaneamente sottomettendoci, affinché la verità del Vangelo rimanga salda in mezzo a voi. Da parte di coloro che sembravano essere qualcosa – quali fossero un tempo non ha per me nessun interesse: Dio infatti non guarda alla persona dell’uomo – … a me infatti i notabili niente aggiunsero, ma anzi, al contrario, vedendo che a me è stato affidato il Vangelo dei non giudei come a Pietro quello dei Giudei – colui infatti che assisté con la forza Pietro nell’apostolato tra i circoncisi, assisté anche me tra i pagani – e conosciuta la grazia data a me, Giacomo, Cefa (Pietro) e Giovanni, che erano stimati le colonne, diedero la loro destra a Barnaba e a me in segno di unione: noi dovevamo annunciare il Vangelo presso i pagani, essi invece presso i circoncisi. Solo avremmo dovuto ricordarci dei poveri ed ciò che mi diedi premura di fare” (Ga, 2, 1-10).

Commento: Nell’incontro di Paolo e Barnaba con i notabili di Gerusalemme: Pietro, Giacomo e Giovanni, furono stabiliti patti chiari, fin dall’inizio, sull’attribuzione delle aree geografiche e socio-antropologiche di competenza per le campagne di evangelizzazione: al gruppo degli apostoli di Gerusalemme, con Pietro al vertice decisionale e i suoi collaboratori, furono assegnati i territori della Giudea, Samaria, Galilea e le aree di pertinenza palestinese, abitate dai Giudei; mentre a Paolo, Barnaba e i loro collaboratori fu attribuita la competenza di evangelizzare i Pagani; e l’area su cui si estendevano questi territori era indefinita e vasta perché andava dall’Asia, la Macedonia, la Grecia e Roma, “fino agli estremi confini della terra”. L’opera è continuata naturalmente nei secoli con i successori di Paolo e, continua ancora adesso con i missionari del nostro tempo.

Paolo difende il suo Vangelo

Paolo continua il suo discorso: “Quando poi venne Cefa ad Antiochia, mi opposi a lui affrontandolo direttamente a viso aperto, perché si era messo dalla parte del torto. Infatti prima che sopraggiungessero quelli della parte di Giacomo, prendeva i pasti insieme ai convertiti dal paganesimo. Ma quando vennero quelli, (Pietro) cercava di tirarsi indietro e di appartarsi, timoroso dei dei giudei convertiti. Presero il suo atteggiamento falso anche gli altri giudei, così ché perfino Barnaba si lasciò indurre ad assumere il loro atteggiamento di duplicità; ma quando m’accorsi che non camminavano rettamente secondo quella coerenza che esigeva il Vangelo, dissi a Cefa davanti a tutti: Se tu, essendo giudeo, vivi da pagano e non da giudeo, come puoi costringere i gentili secondo la legge mosaica? Noi, Giudei di nascita e non peccatori di origine pagana, sapendo che non è giustificato alcun uomo per le opere della legge, ma solo in forza della fede in Gesù Cristo, credemmo anche noi in Gesù Cristo, appunto per essere giustificati per la fede di Cristo e non per le opere della legge, perché per le opere della legge non sarà giustificato nessun mortale. Se poi cercando di essere giustificati in Cristo ci troviamo ad essere peccatori anche noi, Cristo è allora il fautore del peccato? Non sia mai detto! Se infatti ciò che distruggo lo costruisco di nuovo, mi dimostro colpevole di trasgressione. Io infatti, attraverso la legge morii alla legge perché vivessi a Dio. Sono stato crocifisso insieme a Cristo; vivo, però non più io, ma vive in me Cristo .La vita che ora vivo nella carne, la vivo nella fede, quella nel Figlio di Dio che mi amò e diede se stesso per me. Non rendo vana la grazia di Dio; se infatti la giustizia proviene per mezzo della legge, allora Cristo è morto per nulla” (Ga, 2, 11-21).

Commento: In questo brano Paolo rimprovera Pietro apertamente perché lo accusa di incoerenza comportamentale. Il fatto accadde “quando Cefa (Pietro) andò ad Antiochia (centro operativo dell’attività missionaria di Paolo e di Barnaba) e Paolo gli fa opposizione, per il suo atteggiamento incoerente. Infatti, prima che giungessero colà i seguaci di Giacomo, egli consumava i pasti regolarmente insieme ai convertiti dal paganesimo. Ma dopo che sopraggiunsero quegli altri, Pietro incominciò a tirarsi indietro e ad appartarsi, pauroso delle accuse che avrebbero potuto muovergli i giudei convertiti che, probabilmente, gli avevano già fatto qualche rimprovero in tal senso. Il suo cattivo esempio era stato contagioso perché aveva contagiato anche Barnaba e altri giudei, i quali incominciarono a tirarsi indietro. Il loro comportamento ambiguo cominciava ad essere pericoloso per la fede. Quando Paolo si rese conto della pericolosità di questo comportamento dei fratelli per la loro incoerenza tra il Vangelo che professavano e la loro condotta pratica, affrontò Cefa (Pietro) a viso aperto davanti a tutti e gli disse: Se tu, essendo giudeo, vivi da pagano e non da giudeo, come puoi costringere i gentili a vivere secondo la legge mosaica? Noi giudei di nascita e i non peccatori di origine pagana sappiamo che nessuno è giustificato in forza della legge, ma che i credenti lo sono in virtù della fede in Gesù Cristo; se crediamo in Gesù Cristo siamo salvi per effetto della fede, non per effetto della legge. Infatti secondo la legge, nessun uomo sarebbe stato mai giustificato, cioè nessun mortale si sarebbe salvato.

Capitolo Terzo

La giustificazione viene dalla fede, non dalle opere della legge

In questa sezione l’Apostolo esordisce rivolgendo un severo ammonimento ai Galati, che si sono lasciati distogliere dalla giusta via che egli aveva loro indicata insegnando il Vangelo di Cristo.

Testo: “O Galati sciocchi –esordisce- chi mai vi ha incantato, voi dinanzi ai cui occhi Gesù Cristo fu presentato crocifisso? ma quale propaganda vi ha incantati, dopo che avete conosciuto Gesù Cristo crocifisso? Questo solo desidero ho, sapere da voi: dalle opere della legge avete ricevuto lo Spirito o prestando ascolto al messaggio della fede? Così sciocchi, poco intelligenti siete? Avendo prima iniziato con lo Spirito, ora finite con la carne? Tante e così grandi cose avete sperimentato invano? Colui dunque che vi dona con abbondanza lo Spirito e opera miracoli in mezzo a voi, fa tutto questo in base alle opere della legge o in base all’ascolto dato al messaggio della fede? Così come Abramo credette in Dio e questo fu per lui un titolo di giustificazione. Sappiate allora che quelli che sono dalla fede, costoro sono figli di Abramo. E la Scrittura, prevedendo che Dio avrebbe giustificato i gentili per mezzo della fede annunciò in anticipo ad Abramo: Saranno benedette in te tutte le nazioni. Cosicché quelli che si basano sulla fede sono benedetti con Abramo credente. Infatti, quanti si basano sulle opere della legge sono soggetti alla maledizione: perché sta scritto: maledetto chiunque non persevera nel fare tutte le cose scritte nel libro della legge. Che poi nessuno, rimanendo nell’ambito della legge, è giustificato, è manifesto, poiché il giusto avrà la sua vita dalla fede.

La legge però non proviene dalla fede, ma chi farà queste cose vivrà in base ad esse. Cristo ci ha riscattati liberandoci dalla maledizione della legge, divenuto in nostro favore maledizione, poiché sta scritto: maledetto chiunque è appeso su un legno (Deut.); e ciò fu in modo che la benedizione di Abramo arrivasse ai Gentili in Cristo, di modo che ricevessimo, per mezzo della fede, lo Spirito, oggetto di promessa” (Ga, 3, 1-14).

Osservazione: La solenne rampogna che l’Apostolo fa ai Galati, per la superficialità della loro fede, è già abbastanza eloquente di per se stessa, per cui non ha bisogno di alcun commento.

La benedizione data ad Abramo 

Paolo apre la pericope dichiarando che, anche dal punto di vista umano, nessuno può invalidare o modificare un testamento già ratificato. “Ora furono fatte delle promesse ad Abramo e alla sua discendenza. Quindi non a molte, ma a una sola sua discendenza, che è quella di Cristo. Di conseguenza la legge, pur essendo venuta 430 dopo, non annulla il testamento ratificato in precedenza da Dio, rendendo così inoperante la promessa. Poiché se l’eredità è legata alla legge, non è più legata a una promessa; ora Dio fece il suo dono di grazia ad Abramo mediante una promessa” (Ga, 3, 16-18).

La funzione provvisoria della legge

La legge, secondo Paolo, è venuta dopo la promessa. Perciò essa ha carattere di secondarietà rispetto alla  promessa. Essa ha questo valore secondario anche perché non deriva direttamente da Dio. Essa ha avuto carattere provvisorio, limitato nel tempo. Fu aggiunta dopo per limitare le trasgressioni, ma la coesistenza della legge con il peccato ha reso ancora più urgente la realizzazione della promessa divina della venuta di Cristo Redentore. Egli ci ha portato la fede, l’unico mezzo di salvezza offerto, come dono, ai credenti.

Prima che arrivasse la fede, noi eravamo custoditi, chiusi nella legge, come prigionieri in attesa della loro liberazione; “Cosicché, la legge è divenuta per noi un pedagogo (educatore) che ci ha condotti fino a Cristo, perché fossimo giustificati in base alla fede. Sopraggiunta poi la fede, non siamo più sotto il dominio del pedagogo. Tutti, infatti, siete diventati figli di Dio in Gesù Cristo, mediante la fede; infatti, quanti siete stati battezzati in rapporto a Cristo, vi siete rivestiti di Cristo. Perciò, nella Chiesa non c’è più alcuna distinzione tra Giudeo e Greco, tra schiavo o libero, tra uomo o donna. (La differenza, anche abbastanza marcata, tra l’uomo e la donna nelle assemblee liturgiche, l’Apostolo la fa altrove: in 1 Co, 15, 33-36). Tutti voi formate una sola persona in unione con Cristo Gesù. Se siete di Cristo, allora siete discendenza di Abramo, eredi secondo la promessa” (Ga, 3, 24-29).

Capitolo Quarto

La filiazione divina realizzata da Dio mediante lo Spirito

Nel capitolo precedente Paolo aveva assimilato la funzione della legge a quella del pedagogo (educatore), che ha il compito di educare e guidare l’infante nel suo processo di sviluppo e di formazione. Qui la legge è presentata come il tutore di un minorenne, per cui, finché perdura l’età minorile dell’educando, egli è sottomesso al tutore come uno schiavo al padrone; e questo stato perdura fino a quando il padre o tutore decide di emanciparlo, il che avverrà quando egli raggiungerà la maggiore età. “Così anche noi, quand’eravamo bambini stavamo sottoposti a limiti imposti dagli elementi del mondo (la legge/le autorità educative o di comando, responsabili della tutela del minore). Ma quando giunse la pienezza dei tempi, Dio inviò suo Figlio, nato da donna, crebbe in una famiglia, rispettoso alla legge e del costume vigente, con un’importante missione da compiere: riscattare coloro che erano sottoposti alla legge, affinché noi ricevessimo l’adozione a figli. Poiché siete figli, Dio inviò inviò lo Spirito del Figlio Suo nei nostri cuori, lo Spirito che grida: ‘abbà, Padre! ( cfr Rom, 8, 17) Questo comporta che non sei più schiavo, ma, figlio; se sei figlio, sei anche erede in forza di Dio” (Ga, 4, 3-7).

La situazione attuale dei Galati e il loro comportamento in passato  

A un certo punto l’Apostolo abbandona il tono polemico e affronta la disputa con i suoi interlocutori in tono ammonitorio paterno. Testo: “Voi, Galati, quando ancora non avevate conosciuto Dio, serviste come schiavi a dei che in realtà non lo sono. Ora invece, avendo conosciuto Dio, o piuttosto essendo stati conosciuti da Dio, come potete rivolgervi di nuovo verso gli elementi senza forza e meschini (gli idoli) ai quali volete di nuovo tornare a sottomettervi come schiavi, cominciando da capo? osservate le prescrizioni riguardanti i mesi, le stagioni e gli anni. Mi fate paura: temo di aver forse lavorato con fatica invano in mezzo a voi. Diventate come me , poiché anche io sono come voi, fratelli, ve ne supplico. Non mi faceste alcun torto. Sapete voi che a causa di un’infermità fisica annunciammo il Vangelo a voi per la prima volta; e per quello che costituiva per voi una prova del mio fisico non dimostraste disprezzo, né nausea, ma accoglieste me come un inviato di Dio, come Gesù Cristo stesso. Dove dunque è andata a finire la lode che vi diedi chiamandovi beati? Vi do atto che se fosse stato possibile, vi sareste strappati gli occhi e me li avreste dati. E’ successo che vi sono diventato nemico trattandovi secondo la verità? Mostrano un interesse acceso (i falsi profeti) per voi, però non rettamente, ma vi vogliono isolare da noi, affinché abbiate interesse per loro. E’ bello avere un interesse acceso per ciò che è buono, sempre, e non solo quando io sono presente tra voi, figli miei, per i quali soffro di nuovo le doglie del parto fino a che Cristo non assuma in voi una forma consistente. Vorrei proprio essere presso di voi ora, e parlarvi a tu per tu, poiché sono ansioso nei vostri riguardi” (Ga, 4, 8-20).

Commento: l’Apostolo rimprovera i Galati in tono paterno e affettuoso per essersi lasciati sviare dai “falsi profeti” dalla pratica della fede in Cristo, che egli aveva faticosamente loro insegnato. Chiede loro in tono perentorio: “Una volta che avete conosciuto Dio, o meglio, che siete stati conosciuti da Dio stesso, come potete di nuovo rivolgervi ai meschini elementi della natura? Volete tornare a vivere nella schiavitù dell’idolatria, magari ricominciando tutto da capo? Siete stati bravi d osservare il calendario rituale scandito secondo il ritmo del fluire del tempo: i mesi, le stagioni e il cicli annuali. Ma ora mi fate paura perché temo di aver lavorato invano per tanti anni in mezzo a voi. Fratelli, vi supplico, tornate ad essere quello che eravate prima, diventate come me, perché anch’io sono come voi. Sapete che proprio a causa di un’infermità fisica (ma non dice di quale infermità si tratta) annunciammo il Vangelo a voi per la prima volta. E per quello che era il mio male fisico, non dimostraste disprezzo, né nausea, ma mi accoglieste come un inviato di Dio. E ora vi sono diventato nemico solo perché vi ho trattato secondo la verità? Gli attuali vostri amici mostrano grande interesse per voi, ma non sono sinceri e lo fanno solo perché vi vogliono allontanare da noi per unirvi a loro. Figli miei, per i quali soffro di nuovo le doglie del parto fino a quando la fede in Cristo non si consolidi in voi! Poiché sono onestamente ansioso del vostro destino, vorrei proprio essere ora in mezzo a voi e parlare, a tu per tu, con ciascuno di voi” per fare emergere la verità e il bene che vi dona la fede in Cristo Gesù”.

La vita dei figli di Dio

Polemizzando con i suoi avversari, Paolo ricorre all’interpretazione allegorica del Vecchio Testamento. Egli narra la storia di Agar, la schiava egiziana di Abramo, madre d’Ismaele, cacciata via da Abramo stesso. Egli riepiloga la storia dei due figli di Abramo, uno avuto dalla schiava, l’altro dalla padrona libera. Il figlio della schiava è nato secondo la carne, mentre il figlio della promessa divina è nato dalla padrona libera. In termini allegorici le due donne rappresentano le due alleanze, i due testamenti, uno dei quali proviene dal Monte Sinai, identificato con Agar che genera figli per la schiavitù; il Monte Sinai è il luogo dove è stata dettata la legge scritta sulle pietre. Esso sta in Arabia, in continuità territoriale con la Gerusalemme di adesso, la città terrena, che si trova in stato di schiavitù con i suoi figli. L’altra città, la Gerusalemme celeste, è libera, rappresenta la Chiesa che è la madre feconda di tutti noi. Essa è come una donna sola, che ha figli soltanto per iniziativa divina. Riprendendo un passaggio della Sacra Scrittura, Paolo scrive: Rallegrati, sterile, che non partorisci/prorompi in grida di gioia tu che non soffri i dolori dl parto/poiché molti sono i figli della donna che è sola, più di colei che ha marito. Poi, rivolgendosi ai Galati, l’Apostolo dichiara:

“Ma voi, fratelli, siete figli della promessa, secondo Isacco; e come allora, quando il figlio nato secondo la carne perseguitava quello nato secondo lo Spirito, così accade anche adesso. Ma che cosa dice la Scrittura?

Caccia via la schiava e il figlio di lei; infatti, il figlio della schiava non avrà parte all’eredità col figlio della padrona libera. E noi, fratelli, non siamo figli della schiava, ma figli della padrona libera.

Capitolo Quinto

La libertà deve plasmare la vita dei figli di Dio

A proposito della libertà Paolo scrive Testo: “Per la libertà Cristo ci liberò; state dunque saldi e non lasciatevi sottomettere di nuovo al giogo della schiavitù. Ecco sono io, Paolo, che ve lo dico: se vi lasciate circoncidere, Cristo non vi sarà di utilità alcuna. Attesto di nuovo ad ogni uomo che viene circonciso: egli è obbligato a mettere in pratica tutta la legge. Non avete più niente a che fare con Cristo, voi che cercate di essere giustificati con la legge; siete decaduti dal favore divino. Noi, infatti, sotto l’influsso dello Spirito aspettiamo costantemente che in forza della fede si realizzi la speranza della giustificazione. In Cristo Gesù, infatti, né la circoncisione, né l’incirconcisione hanno nessun effetto, ma la fede che si attua mediante la carità. Correvate bene: che cosa vi ha ostacolato impedendovi di obbedire alla verità? Questa persuasione non proviene da colui che vi chiamò. Una piccola quantità di lievito fermenta tutta la massa della pasta. Io ho la persuasione nel Signore, riguardo a voi, che voi non la penserete affatto diversamente da me; chi poi mette lo scompiglio tra di voi, subirà la condanna, chiunque esso sia. E quanto a me, se predicassi ancora la circoncisione, perché sono perseguitato? Allora la pietra d’inciampo della croce sarebbe eliminata. Che arrivino fino a mutilarsi del tutto coloro che mettono lo scompiglio tra di voi” (Ga, 5, 1-12).

Commento: In questo passaggio Paolo afferma che ogni uomo che sarà circonciso, sarà obbligato a mettere in pratica tutta la legge giudaica. Perciò, egli mette i Galati davanti all’alternativa: o si è cristiani con tutti i doveri che impone l’essere cristiani o si è giudei con tutte le implicazioni che impone la legge giudaica. Chi cerca la giustificazione nella legge è un giudeo. Chi è già cristiano e assume un tale atteggiamento, perciò stesso, cessa di essere cristiano e torna ad essere giudeo. “Se voi cercate la giustificazione nella legge, decadete dai privilegi del favore divino. Per seguire la via indicata da Cristo, non servono, né la circoncisione, né l’incirconcisione, ma la fede che si attua nello spirito di carità verso gli altri. Voi, Galati, correvate spediti in questa via, che cosa vi ha ostacolato di continuare a percorrere quella via, che poi era la strada giusta da seguire nella vita? Una piccola quantità di pasta inacidita può fare inacidire l’intera massa della pasta; così, nella società, certe volte volte bastano pochi agitatoti per gettare lo scompiglio in un gran numero di persone. Comunque dice l’Apostolo “Io ho la forte persuasione che voi la pensiate come la penso io. Chi semina lo scompiglio tra di voi, chiunque esso sia, subirà la condanna eterna. Quanto a me, se io predicassi ancora la circoncisione, allora cesserei di essere perseguitato. La presenza di Cristo crocifisso per i Giudei non costituirebbe più una pietra d’inciampo”. A conclusione del suo discorso, l’Apostolo lancia l’invettiva finale: “che i perturbatori, con la circoncisione, possano arrivare a mutilarsi del tutto” (Ga, 5, 10-12).

La libertà del cristiano spinge alla carità

Testo: “Voi, infatti, fratelli, siete stati chiamati alla libertà- continua l’Apostolo; soltanto non dovete poi servirvi della libertà come pretesto per la carne, ma per mezzo della carità, siate in permanenza gli uni schiavi degli altri. poiché la legge trova la sua pienezza in una sola parola e cioè: amerai il tuo prossimo come te stesso. Se poi vi mordete e divorate a vicenda, vedete di non distruggervi gli uni gli altri!” (Ga, 5, 13-15).

Commento: I Galati, come tutti gli altri cristiani, sono stati chiamati alla libertà dalla legge dello Spirito; e questa libertà non dev’essere usata in modo distorto, magari finalizzata a soddisfare gli appetiti della carne, ma dev’essere impiegata per una causa ben più nobile: attuare lo spirito di carità vicendevole, che impone di essere disponibili a servire gli altri nelle loro necessità. La legge dello Spirito trova la sua pienezza nell’osservanza di una norma etica fondamentale, che suona nel modo seguente: amerai il tuo prossimo come te stesso. Se poi i Galati si comportano come cani ringhiosi, digrignando i denti e mordendosi a vicenda, stiano bene attenti a non distruggersi reciprocamente in una lotta dissennata degli uni contro gli altri.

Lo Spirito e la carne

In sintesi: In questa sezione l’Apostolo mette una radicale alternativa di vita ai Galati: o camminate sotto l’influsso dello Spirito, o seguite le bramosie della carne. La carne, infatti, ha desideri che sono contro lo Spirito, lo Spirito, a sua volta, ha norme che si oppongono alla carne. Questi due elementi, infatti, si contrappongono a vicenda, cosicché voi non fate quello che vorreste fare. Ma se voi fate prevalere la voce dello Spirito, non siete più sotto il dominio della legge. Ora, seguendo l’istinto della carne, sappiamo benissimo quali frutti esso comporta, azioni che si potrebbero raggruppare in quattro categorie di peccati: 1) peccati di natura sessuale: lussuria, fornicazioni, relazioni sessuali irregolari, impurità, disordine e dissolutezza, mancato controllo dell’impulso sessuale; 2) peccati contro la religione: idolatria, magia, stregoneria, doping; 3) peccati contro la carità: gelosie, liti, divisioni, contrasti, odio, egoismo, invidie; 4) peccati contro la temperanza: ubriachezza, orge, euforia indotta da mezzi illeciti. Tutti questi generi di peccati escludono il credente dall’eredità escatologica del regno di Dio. Invece, i frutti dello Spirito sono di ben altra natura: amore, gioia, pace, longanimità, bontà, benevolenza, fiducia, mitezza. La legge giudaica non ha niente a che fare con queste cose perché non ha alcun rapporto con le virtù dello Spirito. I cristiani, in virtù del sacrificio di Cristo che li ha riscattati dal peccato, hanno crocifisso le opere della carne. Se viviamo nello Spirito, camminiamo anche sotto la guida dello Spirito. Allora non diventiamo avidi di gloria vuota, divenendo gli uni oggetto d’invidia degli altri (Ga, 5, 16-25).

Capitolo Sesto

Il comportamento pratico secondo lo Spirito

In questo passo l’Apostolo sollecita i Galati a comportarsi secondo lo spirito di carità e di solidarietà reciproca. “Pertanto, se un fratello che sbaglia viene sorpreso nell’atto di commettere una colpa, voi che siete guidati dallo Spirito, correggete costui con spirito di mitezza; e tu abbi cura di te stesso perché non abbia a soccombere, tu pure, nella tentazione. Portate vicendevolmente i vostri pesi, e portate così a compimento la legge di Cristo. Infatti, se qualcuno pensa di essere qualcosa mentre non è nulla, inganna se stesso illudendosi. Ciascuno poi esamini il suo operato personalmente, e allora troverà in se stesso soltanto motivo di vanto e non nell’altro. Ciascuno infatti dovrà portare il proprio fardello. Colui che viene istruito nella parola deve rendere partecipe di tutti i suoi beni quello che lo istruisce. Non vi ingannate: Dio non permette che ci si prenda gioco di lui; l’uomo mieterà ciò che avrà seminato. Cioè chi semina seguendo la carne, dalla carne mieterà rovina: chi invece semina seguendo lo Spirito, dallo Spirito mieterà la vita eterna. Facendo il bene, non lasciamoci prendere da noia e stanchezza: a tempo debito mieteremo, se non allenteremo il nostro impegno. Perciò finché ne abbiamo l’occasione propizia, pratichiamo il bene verso tutti, ma soprattutto verso coloro che appartengono alla stessa nostra famiglia della fede”. (Ga, 6, 1-10)

Commento: In questo passaggio l’Apostolo sollecita i Galati a comportarsi secondo lo spirito di carità e solidarietà reciproca, dato il fatto che ciascuno è portatore di pregi e difetti. Dalla convivenza nello spirito di carità e di sopportazione reciproca, ne può derivare il bene comune e la pace sociale a favore dell’intera collettività. L’alternativa che l’Apostolo prospetta è quella di una difficile convivenza, fatta di cani ringhiosi che, digrignando i denti, si combattono a vicenda in una lotta dissennata verso l’autodistruzione sociale. Meglio praticare il bene verso tutti e, in modo particolare, verso i fratelli nella fede comune finché abbiamo il tempo e la possibilità di farlo.

Epilogo

A conclusione della sua missiva, Paolo aggiunge poche righe di sua mano per dare le sue ultime raccomandazioni. Egli cerca di smascherare i suoi oppositori agli occhi dei suoi fedeli, perché essi sono quelli che cercano di convincere i Galati a farsi circoncidere. Stigmatizza gli avversari, mettendo a nudo le loro intenzioni recondite. Essi si presentano come difensori della legge, non per convinzione, ma per fare bella figura davanti agli uomini, seguendo i bassi impulsi dell’umana ambizione e al fine di non essere perseguitati essi stessi. Per non apparire da meno dei giudei ortodossi, fanno propaganda per la circoncisione. Paolo avverte i suoi destinatari del fatto che neppure quelli che si fanno circoncidere sono scrupolosi osservanti della legge, tuttavia questi vogliono che i Galati si facciano circoncidere allo scopo di darsi vanto sulla debolezza degli altri. Al riguardo, afferma: “A me non avvenga mai di menar vanto se non nella croce del nostro Signore Gesù Cristo, per mezzo del quale il mondo è stato crocifisso per me e io per il mondo. Infatti, né la circoncisione né la mancanza di essa sono alcunché, ma la nuova creazione. E quanti seguiranno questa regola pace e misericordia su di loro e sull’Israele di Dio. Del resto nessuno mi infastidisca: io infatti porto nel mio corpo i contrassegni di Cristo. La grazia del nostro Signore sia col vostro spirito, fratelli! Amen”.

Conclusione: Infine il suo caloroso commiato, enfatizzato da quel vocativo, fratelli! La sua benedizione finale e il suo Amen, che trasforma l’auspicio in preghiera che chiude il documento apostolico.

La Seconda Lettera Di San Paolo ai Corinzi

Posted By Felice Moro on Ottobre 14th, 2020

Introduzione

In ogni tempo la situazione economica di Corinto ha tratto la sua fonte di reddito dalla sua felice posizione geografica, situata nell’istmo, a cavallo tra i due mari. Per questo gode i vantaggi di avere due porti, di cui, uno a Occidente, nel golfo di Patrasso, che si affaccia sul mare Adriatico; l’altro a Oriente, nel Golfo di Saronico, che si apre sul mare Egeo, nell’ampia baia di Atene.

Tuttavia, ai tempi di Paolo vi era un grande squilibrio nella distribuzione dei beni materiali, causato dalla presenza di pochi ricchi che possedevano molto di più del necessario per vivere e molti poveri diseredati, che non possedevano niente. Tra questi ultimi, numerosi erano stati quelli che avevano aderito spontaneamente, fin dalla prima ora, alla predicazione dell’Apostolo, convertendosi al cristianesimo. Essi divennero presto i primi adepti alla nuova fede, contribuendo perciò alla fondazione della più numerosa e della più attiva comunità cristiana in terra d’Acaia, quindi in Europa.

Dal punto di vista morale, la città non godeva di buona fama. Specialmente i vicini ateniesi la dileggiavano, perché l’accusavano di avere costumi troppo libertini, per cui, “vivere alla maniera corinzia” era diventato un epiteto negativo per la città e per i suoi abitanti.

A quei tempi, Corinto, come tante altre città greche, erano luoghi d’incontro di diverse genti: marittimi e commercianti che provenivano da tutte le parti del mondo mediterraneo per trattare i loro affari. Inoltre, era diventata fulcro di retori, filosofi, sofisti ambulanti, che diffondevano le loro dottrine, sollecitando le naturali curiosità intellettuali dei greci, l’inclinazione alla disputa, la tendenza ad eccellere in eloquenza e in sapienza.

Numerosi erano gli Ebrei che risiedevano nella città, dove sorgeva anche una sinagoga. Dopo la deludente esperienza del discorso fatto nell’Areopago di Atene ai sapienti della Grecia, Paolo, che era un uomo di città anche lui, non si isola in preghiera in un eremo nel deserto, ma si rifugia a Corinto. Vive del suo lavoro manuale di fabbricante di tende, appoggiandosi nel lavoro e nell’abitazione presso i suoi connazionali, i coniugi Aquila e Priscilla, da poco rientrati dalla diaspora in Italia.

Quando Paolo si stabilisce in città e dalla Macedonia lo raggiungono anche i suoi collaboratori, Sila e Timoteo, egli affida loro l’attività lavorativa da cui i missionari ricavano i loro mezzi di sostentamento materiale ed egli si dedica quasi interamente alla predicazione.

Il messaggio importante che l’Apostolo trasmetteva al popolo era l’annuncio del Vangelo di Cristo, il Messia atteso dal popolo d’Israele, che però non è stato accolto dalla sua gente. Sulla predicazione della nuova fede si scontrò malamente con i suoi connazionali, gli Ebrei residenti in città; e siccome questi protestavano e contrattaccavano con bestemmie, Paolo, scuotendosi le vesti, li apostrofò: “Il vostro sangue ricade sulla vostra testa; io sono innocente e da questo momento me ne vado dai pagani”.

Ma le lotte contro i Giudei non finirono lì. Esse continuarono e trascinarono l’Apostolo più volte in giudizio nei tribunali ebrei e romani, a Corinto e in Palestina. Alla fine egli si appellò a Cesare, motivo per cui era venuto a Roma, attraverso un avventuroso viaggio in mare, con l’esperienza di un pericoloso naufragio nelle acque di Malta.

La vita dell’Apostolo a Corinto non fu sempre tranquilla. Già dal testo dell’epistola si desume il fatto che i rapporti tra Paolo e i Corinzi, pur sperimentando momenti di forte intesa e d’intensa collaborazione, non furono sempre pacifici, anzi conobbero anche momenti di tensione e di forte turbolenza. Dal contesto appare chiaro il fatto che i suoi avversari, che egli bollò ironicamente con l’appellativo di “superapostoli”, sono altri cristiani che vantano notevole autorevolezza all’interno della comunità. Certamente essi rappresentano movimenti che si oppongono all’Apostolo, disprezzano la sua persona, definita “debole” e mettono in discussione l’autenticità della sua dottrina, accuse che minano alla base l’unità della Chiesa.

Dal contenuto dell’insieme, e specialmente dalla narrazione dei primi sette capitoli, emerge il profilo del vero apostolo, dove traspare una forte tensione della missione apostolica e l’impegno disinteressato della predicazione, caratteristiche intrinseche che corrispondono alla stessa personalità di Paolo nel suo campo d’azione. Seguono i capitoli otto e nove, incentrati sull’attività di promozione della colletta, i cui fondi raccolti venivano versati per i bisognosi della Chiesa Madre di Gerusalemme. Nei capitoli 10-13 la lettera riprende il tema dell’apostolato, con costanti riferimenti autobiografici alla figura e al ruolo svolti da Paolo nella comunità corinzia.

Capitolo Primo – Lo scopo e i motivi della lettera

L’intestazione della lettera contiene due mittenti: Paolo e il suo più fedele collaboratore, Timoteo, nonché i destinatari della missiva, che sono i fedeli della comunità cristiana di Corinto e tutti i credenti dell’Acaia (Grecia). Li ringrazia invocando su di loro la pace di Dio Padre e del nostro Signore Gesù Cristo.

Segue una preghiera di ringraziamento a Dio, che, nell’espressione di Paolo, assume la forma di una benedizione consolatoria per le tribolazioni affrontate, senza specificare quali siano state queste tribolazioni. L’apostolo esprime attestati di fiducia e di speranza nei confronti dei suoi fedeli, che invita a rimanere saldi nella fede, malgrado le sofferenze che dovranno patire, che poi saranno fonte della consolazione che ne consegue. Al riguardo precisa: “Non vogliamo che ignoriate, fratelli, come la tribolazione che ci è capitata in Asia, ci abbia colpiti oltre misura, perché ci ha messi in pericolo di vita, avendo ricevuto anche la sentenza di morte. Questo ci ha insegnato a riporre più fiducia in Dio che in noi stessi. Dio ci ha liberati da questo pericolo, grazie alla fiducia riposta in lui e ai meriti delle vostre preghiere” (2Co, 1, 8-11).

Paolo, però, non dà nessuna spiegazione sulla causa che a ha determinato il suo pericolo di morte durante la sua permanenza in Asia. Forse si riferisce all’incidente causato dagli argentieri di Efeso, capeggiati da un certo Demetrio, cui si fa riferimento negli Atti degli Apostoli (At, 19, 23-40).

L’apostolo esprime il suo motivo di vanto per aver sempre impostato i suoi comportamenti nei confronti di tutti, dei Corinzi in particolare, ai principi di santità e di sincerità, non alla sapienza della carne, ma alla benevolenza di Dio. E aggiunge: “Con questa convinzione, in un primo tempo, avevo deciso di venire da voi per concedervi una seconda grazia, quindi passare in Macedonia e poi di tornare da voi per il commiato definitivo, prima della mia partenza per la Giudea. Forse in questo progetto mi sono comportato con leggerezza? E la decisione che prendo è forse un “si”, “si” o un “no” “no” della debolezza della carne?

Il figlio di Dio, Gesù Cristo, che io, Silvano e Timoteo, abbiamo annunziato in mezzo a voi, non fu un “si” e un “no”, ma fu tutto un “si” al progetto di Dio in lui … Io chiamo Dio a testimone della mia vita perché, se non sono venuto a Corinto, è stato soltanto per risparmiarvi rimproveri. Non vogliamo tiranneggiare nessuno, ma, al contrario, vogliamo essere vostri collaboratori nella gioia della fede, in cui siete ben saldi” (2 Co,1, 15-24).

Capitolo Secondo – “Vi ho scritto col cuore angosciato tra molte lacrime”

Paolo continua a spiegare i motivi della sua mancata visita a Corinto. Egli è dispiaciuto di aver dovuto rinunziare alla visita, ma ha fatto questa scelta per un motivo ben preciso: non voleva inasprire i rapporti, già tesi, tra lui e alcuni membri la comunità. “Vi ho scritto in un momento di grande afflizione e con il cuore angosciato, tra molte lacrime, non per rattristarvi maggiormente, ma perché conosceste l’immenso affetto che ho per voi. Se qualcuno mi ha offeso, non ha offeso soltanto me, ma anche tutti voi”. Per l’offensore è già sufficiente il castigo che ha ricevuto dagli altri; pertanto, non è opportuno infierire contro di lui, anzi bisogna usargli benevolenza e misericordia, affinché non soccomba sotto il peso del pentimento. Uno dei motivi della lettera è anche quello di mettere tutti alla prova sulla disponibilità al perdono di chi sbaglia. Poi dichiara: “A chi voi perdonate, perdono anch’io davanti a Cristo per non cadere in balia di Satana”.

Da Efeso, l’apostolo si sposta a Troade per predicare il vangelo, ma qui subisce un’amara delusione: il mancato incontro con il suo fedele collaboratore, Tito. Costui è arrivato in ritardo all’appuntamento, quando Paolo era già transitato in Macedonia.

Quindi l’Apostolo, sotto forma di ringraziamento a Dio, esprime una riflessione sul ministero apostolico, comparando l’azione della Chiesa militante nel mondo all’effondersi del profumo nei cortei. E afferma: “Noi siamo, infatti, dinanzi a Dio il profumo di Cristo, sia per quelli che si salvano, sia per quelli che si perdono; per gli uni odore di morte per la morte, per gli altri odore di vita per la vita…Noi non siamo, infatti, come quelli che mercanteggiano la parola di Dio, ma con sincerità, come mossi da Dio e sotto il suo sguardo, parliamo in Cristo” (2Co, 2, 15-17).

Capitolo Terzo – Il Ministero della Nuova Alleanza

In questo capitolo Paolo esordisce dichiarando che, per presentarsi ai Corinzi, non ha bisogno di lettere commendatizie, come, probabilmente, avevano fatto i suoi avversari cristiani giudaizzanti di Gerusalemme. Per lui, la migliore lettera credenziale sono gli stessi Corinzi, lettera di Cristo, scritta dallo Spirito Santo e stampata, non su tavole di pietra, com’era stata la legge dell’Antica Alleanza, ma nella sanguigna carne dei cuori dei credenti, letta e conosciuta da tutti. Questo egli afferma, non per baldanza personale, ma davanti a Dio per la fiducia riposta in Cristo. Quindi, per un potere che non proviene dalla carne umana, ma da Dio che ha investito gli apostoli della carica di ministri della Nuova Alleanza, non della lettera, ma dello Spirito, perché “la lettera uccide, lo Spirito, invece, dà vita”. I concetti sono derivati dalle profezie di Geremia e di Ezechiele dell’Antico Testamento, ma acquistano nuovo vigore spirituale nei fremiti dirompenti della coscienza di Paolo, che era stato il vero fondatore della comunità di Corinto e delle altre comunità cristiane dell’Acaia. Sviluppando il concetto della contrapposizione tra la vecchia e nuova Alleanza, Paolo dichiara:

“Se il ministero della morte, inciso in lettere su pietre era così glorioso che i figli d’Israele non potevano fissare il volto di Mosè a causa dell’effimero splendore del suo volto, quanto più non sarà glorioso il ministero dello Spirito? Se fu già glorioso il ministero della condanna, tanto più lo sarà il ministero della giustizia. Anzi, sotto quest’aspetto, ciò che era glorioso non lo è più a confronto della sovreminenza di questa gloria. Se dunque ciò che era effimero fu glorioso, molto di più è circonfuso di gloria ciò che è duraturo”. Forti della ricchezza spirituale della nuova Alleanza, gli Apostoli si confrontano con franchezza a viso aperto, non con il volto velato, come si presentavano le figure nell’Antica Alleanza.

Fino ad oggi, quando si legge Mosè, un velo è steso nel cuore degli Israeliti, ma quando ci sarà la conversione al Signore, quel velo sarà tolto. Il Signore è lo Spirito e dove c’è lo Spirito del Signore, c’è libertà. Noi tutti, a viso scoperto, riflettendo come in uno specchio la gloria del Signore, veniamo trasformati in quella stessa immagine, di gloria in gloria, secondo l’azione dello Spirito del Signore (2Co, 3, 7-17).

Capitolo Quarto – Un tesoro in vasi di creta

Paolo continua a sviluppare il discorso sulle caratteristiche del ministero apostolico, al quale egli si sente chiamato per un privilegio dalla misericordia divina. Questa consapevolezza gli dà la forza e il coraggio di lottare per una causa giusta, onde superare le difficoltà che incontra nel suo cammino. Al di fuori di ogni dissimulazione e di ogni condotta insincera, l’oggetto della missione dell’apostolo è quello di annunciare il vangelo di Cristo Gesù.

Riprendendo l’immagine del velo che copriva il volto di Mosè, di cui aveva parlato nel capitolo precedente, egli afferma che, anche il Vangelo appare velato agli occhi di molti (Giudei e/o Greci?) non credenti, perché Satana ha accecato la loro mente, affinché non vedano in volto il fulgore della gloria di Dio. Gli apostoli non predicano se stessi, ma essi sono dei semplici servitori al servizio degli altri, per annunziare la gloria del Signore Risorto, che brilla nel suo volto e che per prima ha acceso i cuori degli apostoli.

Le tribolazioni e le speranze degli Apostoli

La luce della fede, contenuta nei cuori degli Apostoli, è come un tesoro nascosto racchiuso in vasi di creta. La grandezza e l’infinità del ministero divino trascendente, amministrato dalla debolezza della carne umana: questo è il ministero di Dio, affidato agli uomini! Questo è il tema sviluppato in questa parte della lettera.

Infatti, l’apostolo dichiara: “Siamo tribolati da ogni parte, ma non schiacciati; siamo sconvolti, ma non disperati; perseguitati, ma non abbandonati; colpiti, ma non uccisi, portando sempre e dovunque nel nostro corpo la morte di Gesù, perché anche la vita di Gesù si manifesti nel nostro corpo. Sempre, infatti, noi che siamo vivi, veniamo esposti alla morte a causa di Gesù, affinché anche la vita di Gesù si manifesti nella nostra carne mortale. Di modo che, mentre in noi pende frequente la minaccia di morte, in voi sorride la prospettiva di vita” (2Co, 4, 8-12).

In questo passaggio della lettera l’Apostolo esprime l’assimilazione degli Apostoli alla morte di Cristo. Le sofferenze e le tribolazioni che sopportano gli Apostoli per amore di Cristo, divengono principio di vita e di salvezza per i fedeli. Poi egli, partendo da un testo della Sacra Scrittura (SL 115, 10) Ho creduto, perciò ho parlato, fa una serie di altre considerazioni sulla psicologia apostolica e la fede in Dio, partendo dall’assunto che se egli ha risuscitato Cristo, risusciterà anche i suoi fedeli. Per questo, egli dice, non perdiamoci d’animo, anche se l’uomo esteriore va disfacendosi, quello interiore si rinnova di giorno in giorno. Infatti, il peso da portare per le tribolazioni di questo mondo ci procura una quantità smisurata di gloria nella vita eterna; ciò affinché noi non fissiamo lo sguardo sulle cose visibili, ma su quelle invisibili perché le prime sono di un momento, le seconde sono eterne.

Capitolo Quinto – Il Ministero apostolico come opera di Riconciliazione

In questo punto dello scritto Paolo esordisce con una similitudine consueta del suo linguaggio:

“Quando sarà distrutta la nostra dimora terrena, precaria come una tenda di pellegrini, Dio ci assegnerà una dimora nei cieli, non costruita dalle mani dell’uomo. Perciò noi viviamo nell’ansia di abitare in questa nuova dimora, a condizione, però, che ci presentiamo rivestiti di meriti, non spogli di titoli da far valere davanti a Dio per averne diritto. Dio, che ci ha creati per questa destinazione celeste, ci ha dato anche i doni dello Spirito, come mezzi per raggiungere la meta. Ben sappiamo che, finché abitiamo in questo corpo mortale, viviamo come in esilio, ma camminando nella fede, abbiamo la fiducia e l’aspirazione ad abitare un giorno nella dimora celeste. Perciò, sia che abitiamo nell’una o nell’altra dimora, ci sforziamo di essere graditi a Dio. Tutti, infatti, dobbiamo comparire davanti al tribunale di Cristo, per ricevere la ricompensa delle opere compiute in vita, sia nel bene che nel male” (2Co, 5, 1-10). 

I principi ispiratori del ministero apostolico

L’Apostolo continua il suo discorso ribadendo i principi del ministero apostolico. Consapevoli del fatto che tutti hanno timore del Signore, gli apostoli, che a Dio sono ben noti, cercano d’istruire gli uomini sul cammino da percorrere nella fede, come Paolo sta facendo con i Corinzi, destinatari della sua missiva. Se c’è una motivazione profonda che spinge l’Apostolo ad insistere sui Corinzi per tenerli uniti a sé, nella fiducia e nell’adesione a Dio, questa scaturisce da un’esigenza interiore dell’anima (o del cuore), non da un vanto esteriore, come fanno i suoi avversari, ai quali ii Corinzi siano pronti a rispondere in maniera adeguata.

“Se talvolta siamo stati dissennati, è stato per amore di Dio; se siamo stati assennati, è stato per amore vostro. (Follia con Dio, saggezza con gli uomini, è stata definita quest’affermazione da parte di qualche commentatore).

“Poiché l’amore di Cristo ci spinge al pensiero che uno è morto per tutti, quindi tutti sono morti. E se egli è morto per tutti, è perché quelli che vivono, non vivano più per se stessi, ma per colui che è morto e risorto per loro… Di conseguenza, se uno è in Cristo, è una creatura nuova, le cose vecchie sono passate: ecco che adesso ci sono le cose nuove” (2Co, 5, 14-17). Parafrasando il discorso mistico, dove l’Apostolo trascende (e non solo qui) le categorie della grammatica, egli vuole riaffermare il principio basilare della fede: l’amore di Cristo per gli uomini genera nel fedele l’amore per i suoi simili.

L’Apostolo continua il suo discorso con altre immagini della nuova Alleanza. Parte dal principio basilare, secondo cui, Dio ha riconciliato gli uomini con se stesso per mezzo del sacrificio di Cristo; e il compito della riconciliazione tra l’uomo e Dio, tra la creatura e il Creatore, è stato affidato da Cristo risorto agli Apostoli.  Essi sono i testimoni del suo sacrificio e suoi ambasciatori nel mondo per portare il suo messaggio e la sua parola a tutti gli uomini, “fino egli estremi confini della terra” (At,1, 8).

Capitolo Sesto – Paolo difende il suo ministero

In questa sezione Paolo riprende il discorso dell’importanza del ministero apostolico. Gli apostoli, come ministri del vangelo, sono collaboratori di Dio per la salvezza degli uomini. Essi spendono coraggiosamente la loro vita per adempiere puntuali ai doveri della loro missione: portare la parola di Gesù e la fede cristiana a tutti gli uomini del mondo; e i suoi interlocutori corinzi sono stati fortunati perché, dall’opera dell’Apostolo, hanno ricevuto il messaggio prima di altri. Essendo giunto il momento della salvezza, non c’è tempo da perdere per indugiare nel dubbio; egli è sempre pronto a collaborare con loro, affinché non accolgano invano la grazia di Dio. “Noi non diamo motivo di scandalo a nessuno, perché non venga screditato il nostro ministero; ma in ogni cosa ci presentiamo come ministri di Dio, con molta fortezza nelle tribolazioni, nelle angustie e nelle ansie”. Continua con il catalogo di persecuzioni e sofferenze patite, analogo a tanti altri già fatti agli stessi destinatari, sia in questa che nella lettera precedente. Poi l’elenco delle sofferenze si trasforma in una lista delle virtù apostoliche: purezza, sapienza, benevolenza, amore sincero e quant’altro di virtuoso gli apostoli posseggono e spendono per la salvezza dei fedeli. Quindi, indica i mezzi con i quali gli apostoli combattono, che sono le armi della giustizia, amministrata con entrambe le mani, nella gloria e nel disprezzo, nella buona o nella cattiva fama; una serie di attributi oppositivi, riferiti agli stessi apostoli, per cui essi sono ritenuti: mendaci, invece sono veritieri; ignoti, se pure ben conosciuti; afflitti, ma sempre lieti; poveri, che arricchiscono molti; nullatenenti, eppure possessori di tutto! (2Co, 6, 3-10).

Quando tratta argomenti che lo toccano da vicino, Paolo s’infervora di collera benigna ed esplode il suo pensiero in forme originali di fluida ed eloquente lirica.

Dopo questo sfogo emotivo, l’apostolo ritorna al suo tranquillo dialogo con i Corinzi. Essi sono stati trattati  bene come figli dall’Apostolo, perciò non siano ingrati, con il cuore stretto e la mente chiusa; soprattutto non si lascino convincere dai suoi avversari e dagli infedeli perché potrebbero precipitare di nuovo nell’oscurità del paganesimo. E si domanda: “Quale rapporto ci può essere, tra la giustizia e l’empietà? O quale comunione, tra la luce e le tenebre? Quale armonia tra Cristo e Satana? Quale società tra un fedele e un infedele? Quale accordo tra il tempio di Dio e quello degli idoli? Perché noi siamo il tempio del Dio vivente che ha detto:

Abiterò e camminerò in mezzo a loro,

e sarò il loro Dio ed essi il mio popolo …

E continua con una serie di sentenze divine, tratte dai testi delle Sacre Scritture.

Capitolo Settimo – Tristezza e gioia di Paolo

Forte nella virtù, secondo il profilo delineato nel capitolo precedente, l’Apostolo invita i suoi interlocutori alla purificazione da ogni contaminazione che possano aver contratto, sia attraverso il corpo, sia attraverso lo spirito, onde conseguire una condotta morale confacente al fedele che si dichiara figlio di Dio.

L’apostolo fa riferimento implicito a un misterioso incidente occorsogli, ma traspare la volontà di sorvolare sulla questione, mentre dichiara, ancora una volta, la sua onestà e la sua lealtà nei confronti dei Corinzi. Aggiunge che, da quando era tornato in Macedonia, non aveva avuto più pace, andando incontro a tribolazioni esterne e a preoccupazioni interiori. Non spiega quali siano i motivi delle difficoltà incontrate in terra macedone, ma per quello che si può arguire dagli indizi di carattere generale, si può pensare alle resistenze dei macedoni romanizzati e ormai assertori del culto imperiale e alle opposizioni degli stessi Giudei. Per fortuna, il rientro di Tito gli ha dato una grande consolazione; e non soltanto per la compagnia della sua presenza fisica, ma anche per le buone notizie che gli ha riportato dalla stessa comunità corinzia. Evidentemente Tito aveva svolto bene il suo compito di mediatore tra i Corinzi e Paolo. In quel momento l’apostolo si trovava a Efeso, luogo da cui aveva indirizzato loro questa lettera e la precedente. La consapevolezza che la “lettera delle lacrime” aveva prodotto l’effetto voluto: il rammarico, il pentimento e le loro manifestazioni di affetto nei suoi confronti, era stato un motivo di grande soddisfazione e di  gioia per l’Apostolo.

Al riguardo egli dichiara: “La tristezza secondo Dio produce un pentimento irrevocabile, che porta alla salvezza, mentre la tristezza del mondo porta alla morte. Per questo io ho cercato di rattristarvi secondo Dio…. In questa faccenda vi siete dimostrati innocenti sotto ogni riguardo. Se vi ho scritto con quel tono, non fu per il male causato dall’offensore o ricevuto dall’offeso, ma a fin di bene perché apparisse chiara la vostra sollecitudine per noi davanti a Dio. Ecco quello che ci ha consolati” (2Co, 7, 10-13).

Alla soddisfazione dell’Apostolo si aggiunge la contentezza di Tito per la buona accoglienza ricevuta a Corinto. Questo è per Paolo motivo di maggiore soddisfazione, perché i Corinzi non hanno smentito se stessi e la stima che egli aveva riposto loro; anche in Tito è cresciuta la stima nei loro confronti, ricordando come è stato accolto con timore reverenziale e come essi abbiano sempre obbedito alle sue parole e alla sua guida. Finalmente l’Apostolo può esprimere tutta la sua fiducia, tutta la sua compiacenza nei confronti dei fedeli Corinzi e vivere nell’armonia della pace ritrovata! Finalmente “dopo la tempesta, è tornata la quiete!”.

Capitolo Ottavo – La colletta per la Chiesa di Gerusalemme

Questa sezione della lettera è dedicata a sollecitare i Corinzi a effettuare la colletta, che i primi cristiani facevano in favore della Chiesa Madre di Gerusalemme. Paolo è molto sensibile a quest’iniziativa, tanto che, come possiamo leggere anche nelle altre sue lettere, rivolge la stessa sollecitudine alla donazione anche ai fedeli delle altre comunità da lui fondate, come in 1Co, 16, 1-3 e in Rm, 15, 26-28 comprese. Qui, per sollecitare l’adesione dei Corinzi, si profonde in riconoscimenti verso i Macedoni che, pur essendo poveri, si distinguono per la loro generosità nel dare il loro contributo per gli altri.

“Posso testimoniare, dice l’apostolo, che hanno dato spontaneamente anche di più di quello che consentivano le loro forze, domandandoci con insistenza, di prendere parte a questo servizio a favore dei santi, più di quanto non avremmo osato sperare …Per questo abbiamo pregato Tito di portare a compimento fra voi quest’opera di benevolenza … Su dunque: come vi segnalte nelle altre iniziative: la parola, la dottrina, la carità, distinguetevi anche in quest’opera di benevolenza. Non ve ne faccio obbligo, ma mi aspetto lo zelo della vostra carità …”.  D’altronde i Corinzi conoscono bene l’esempio dato da Gesù: egli che, da ricco che era, si fece povero per arricchire gli altri della sua povertà; inoltre, i Corinzi hanno già sperimentato l’iniziativa l’anno precedente, quando sono stati i primi a chiederla e a sperimentarla. Ognuno dia quello che può, in base alle proprie possibilità. Non si tratta di togliere agli uni per dare agli altri, ma si tratta di seguire un principio di equità. L’abbondanza degli uni, sopperisca all’indigenza degli altri, in modo che ci sia uguaglianza nelle condizioni sociali e si realizzi il principio indicato nelle Sacre Scritture (Esodo): chi aveva molto, non ne soverchiò; chi aveva poco, non sentì la mancanza.

La presentazione dei delegati ad effettuare la colletta

Il capo della delegazione che si recherà a Corinto per effettuare la colletta sarà Tito, uomo probo e di garantita correttezza. Egli sarà accompagnato da un altro fratello, che gode di altrettanta di fiducia e onestà presso tutte le comunità, ma non dice il nome di quest’ultimo. I commentatori hanno pensato che si tratti di uno degli uomini di maggiore fiducia dell’Apostolo, come Luca, Barnaba, Marco o Sila.

Paolo vuole evitare che il maneggio di denaro nelle sue mani getti qualche ombra di sospetto sulla purezza del suo ministero. Infatti, a scanso di equivoci, egli dichiara: “Ci preoccupiamo, infatti, di comportarci bene, non soltanto davanti a Dio, ma anche davanti agli uomini. Tito e quest’altro nostro compagno sono, quindi, gli uomini di fiducia delegati dalle Chiese per questa delicata funzione per la gloria di Dio. Date, dunque prova della vostra stima nei nostri confronti e della legittimità della nostra fiducia in voi riposta davanti a tutte le Chiese” (2Co, 8,21-24).

Capitolo Nono – La sollecitazione dell’apostolo per la colletta

Il contenuto di questo capitolo è ripetitivo di quanto l’apostolo aveva già detto nel capitolo precedente. Dal taglio nuovo del discorso e dalla ripresa “da capo” del periodo, tutto fa pensare che il brano sia parte di un biglietto indipendente, mandato alle varie Chiese per sostenere la colletta e qui inserito successivamente dai primi redattori delle lettere paoline. Nell’insieme vi è una sollecitazione importante dell’Apostolo affinché i Corinzi, nel dare non siano da meno dei Macedoni, i quali sono poveri, ma generosi nella colletta dei santi. Egli ha invitato i fratelli, incaricati di questo compito, perché espletino le operazioni di raccolta, prima del suo arrivo; questo affinché il raccolto appaia frutto di un’offerta spontanea, non la risposta a una sollecitazione esterna.

Nella preoccupazione per riuscita della sua iniziativa, Paolo incoraggia i destinatari della missiva a dare l’offerta, citando sentenze della sapienza religiosa e della saggezza laica comune: “Chi semina scarsamente, scarsamente raccoglie; invece chi semina con larghezza, con larghezza raccoglierà; ciascuno dia quello che ha deciso di dare e lo dia di buon cuore, non per forza o con la tristezza nell’animo; Dio ama il donatore generoso. Dio ripaga abbondantemente con l’autosufficienza colui che dona generosamente …”. Segue una serie di richiami delle Sacre Scritture sulla saggezza del donare. Il servizio della donazione è una prestazione sacra che, non solo sovviene alle necessità dei santi, ma fa bene al donatore, perché riceverà in cambio la riconoscenza di Dio. I beneficati ringrazieranno Dio per la vostra accettazione del Vangelo e per la vostra generosità, nonché per la vostra comunione con loro e con tutti. Pregheranno e proveranno sentimenti di amicizia e di affetto per voi, per la straordinaria grazia che verrà effusa nei vostri confronti” (2Co, 9, 6-15).

Capitolo Decimo – L’autodifesa di Paolo dall’accusa di debolezza e ambizione

Dopo aver terminato il discorso sulla colletta, negli ultimi quattro capitoli della sua missiva, Paolo lancia la sfida ai suoi avversari. Il brusco cambiamento di tono e di argomento ha fatto pensare a molti critici che, il contenuto di questi quattro capitoli, in origine fosse il testo di un biglietto indipendente o costituisse una lettera a parte, forse la cosiddetta “lettera delle lacrime”, di cui aveva fatto menzione in precedenza. Noi non sappiamo, ma certamente è intervenuta qualche cosa, magari qualche notizia improvvisa o qualche giudizio sbagliato nei suoi confronti, fatto dai suoi avversari o da parte di alcuni membri della comunità. Comunque, qualcosa di nuovo ha fatto scattare nell’Apostolo l’impeto della sua accalorata autodifesa.

Egli esordisce invitando i Corinzi a non fargli perdere la pazienza con giudizi sbagliati, altrimenti indosserà le armi, non materiali (carnali), ma quelle spirituali per sbugiardare le accuse dei suoi avversari. “Perciò, egli dice, siamo pronti a punire qualsiasi disobbedienza dalla retta via, non appena la vostra obbedienza sarà perfetta…. In realtà, anche se mi vantassi di più di quello che oso fare per la nostra autorità che il Signore ci ha conferita per la vostra edificazione, non per la vostra rovina, non avrò certamente a vergognarmene. Non vorrei che qualcuno s’illuda, pensando al fatto che le lettere sono dure a parole, ma che la mia presenza fisica sia debole. Costui rifletta prima di emettere giudizi così azzardati perché, come siamo duri da assenti con le parole, ancor più lo saremo con i fatti in presenza (2Co, 10, 6-11”.

Certo, Paolo non ha l’audacia (o la sfacciataggine) di quelli che si confrontano con se stessi e mancano d’intelligenza. “Noi, dice l’Apostolo, non ci vanteremo oltre misura, se non secondo la capacità che Dio ci ha date per arrivare fino a voi; e fino a voi siamo arrivati in virtù della forza del Vangelo di Cristo. Non ci vantiamo indebitamente delle fatiche altrui (stoccata pungente contro l’opportunismo dei suoi avversari); ma abbiamo la speranza che, con la crescita della vostra fede, cresca anche la vostra stima nei nostri confronti. Questo per darci la forza e il coraggio necessari, onde poter evangelizzare anche altre regioni più lontane dalla vostra, senza trarre vanto dalle cose fatte dagli altri, come altri fanno. (Il significato di quest’ultima frase fa pensare che la mente e il cuore dell’Apostolo sono già proiettati verso la sua prossima meta lontana: forse Roma).

Pertanto, come aveva già sentenziato il profeta Geremia, chi si vanta, si vanti soltanto nel Signor perché si salverà, non è colui che si raccomanda da sé, ma colui che è raccomandato dal Signore (2Co, 10, 12-18).

Capitolo Undicesimo – Paolo e i falsi apostoli

In questa pericope Paolo esordisce chiedendo ai Corinzi di consentirgli una follia di amore (uno sfogo emotivo) per quanto loro vuole bene. Egli li sente come sue fragili creature spirituali, da difendere contro le insidie dei suoi avversari, i quali possono corromperli, indirizzandoli verso altre mete diverse dal vangelo che egli ha loro annunziato. Egli nutre per loro una sincera gelosia, onde conservarli puri e fedeli a Cristo, come una vergine casta viene preservata intatta per il suo sposo. Ma, intanto, in questo momento, avverte un pericolo: teme che, come il serpente maligno insidiò il calcagno di Eva, alcuni falsi profeti possano insidiare la genuina fede dei Corinzi. “Se, infatti, l’ultimo arrivato vi annunzia un Cristo diverso, uno spirito diverso o un vangelo diverso da quello che vi abbiamo annunziato noi, temo che siate disposti ad accettarlo” (2Co, 11, 4).

Paolo, non senza una punta di orgoglio, dichiara che egli non ha nulla da meno di quelli che si proclamano “arciapostoli”, i quali potrebbero sviare le loro scelte, confondere le loro idee. Egli ammette anche di avere una minore retorica nel discorso, ma non nella conoscenza delle cose; e questo ha sempre dimostrato in mille modi diversi. Egli ha speso tempo e fatica per annunziare loro il vangelo gratuitamente. Infatti, mentre spendeva il tempo per la loro evangelizzazione, per il suo mantenimento materiale provvedeva da se stesso, facendo i lavori manuali; e quando ha avuto qualche necessità particolare, l’hanno sovvenuto i fratelli macedoni; ma, in genere, si manteneva da sé con il suo lavoro, senza essere mai di peso a nessuno, né ai Corinzi, né ad altri. Al riguardo dichiara: “Ho spogliato altre Chiese, accettando da loro il necessario per vivere, allo scopo di servire voi. E trovandomi presso di voi, pur essendo nel bisogno, non sono stato a carico di nessuno, perché alle mie necessità hanno provveduto i fratelli venuti dalla Macedonia. Ho sempre cercato di non pesare su di voi e così intendo fare per l’avvenire. Com’è vero che in me c’è la verità di Cristo, nessuno mi toglierà questo vanto in terra d’Acaia.

Perché faccio questo? Per mancanza di affetto nei vostri confronti? Solo Dio sa quanto vi voglio bene! Mi comporto in maniera così trasparente, in modo da togliere ogni alibi di sospetto agli avversari maligni. Questi tali sono falsi apostoli, operatori fraudolenti che si mascherano da apostoli di Cristo. Questo non fa meraviglia perché anche Satana si maschera da angelo di luce. Pertanto, non scandalizziamoci, se i suoi seguaci si spacciano da servitori della giustizia. Ma la loro fine sarà conforme alle loro opere” (2Co, 11, 8-15).

Le sofferenze di Paolo per il vangelo

L’apostolo sa che la sua autopresentazione è in contrasto con la consapevolezza che egli ha di se stesso di essere una creatura fragile, perciò sa che quello dice qui non è in sintonia con il vangelo che annunzia.

“Nessuno mi consideri insensato o pazzo, ma permettete che anch’io faccia valere i miei meriti umani, ancorché questo non sia in sintonia con lo spirito del vangelo che annunzio. Voi siete saggi, sopportate tutti, anche le persone insulse che vi vogliono schiavizzare; quindi, accetterete anche la debolezza umana del mio vanto personale. Se altri si vantano della loro stoltezza, umanamente ardisco vantarmi anch’io”.

Segue una serie di interrogazioni retoriche, alle quali egli stesso si dà le risposte che ritiene opportune.

Si chiede: “Sono Ebrei (i suoi accusatori)? Israeliti? Della stirpe di Abramo? Anch’io sono Ebreo, Israelita, discendente di Abramo. Sono ministri di Cristo? Io, come apostolo non dovrei dirlo, ma come uomo lo dico e affermo, sono ministro molto più di loro, almeno per le fatiche, le prigionie e le percosse subite. (Sono memorabili le punizioni corporali subite a Filippi, di cui si parla nel capitolo 16° degli Atti degli Apostoli). Ho rischiato più volte la morte, ho subito per cinque volte 39 colpi di verga da parte dei Giudei (forse nelle sinagoghe dei Giudei della diaspora); ho subito tre volte la pena delle verghe, una lapidazione e tre naufragi (uno dei quali era stato il naufragio a Malta, durante il suo Quarto viaggio missionario verso Roma, di cui si parla nel 27° capitolo degli Atti degli Apostoli). Ho affrontato innumerevoli pericoli di fiumi, di ladri, di connazionali e di pagani; pericoli di città, del deserto, pericoli del mare e dei falsi fratelli. Ho patito fatiche e travagli, innumerevoli notti insonni, fame, sete, digiuni, freddo e nudità. E oltre i pericoli concreti e le fatiche fisiche, le preoccupazioni quotidiane per la riuscita dell’attività pastorale, sempre insidiata e combattuta dagli avversari, per sviare e confondere i deboli neofiti dalla fede. Questa era la mia ansia, la mia preoccupazione continua (2 Co, 11, 22-29).

Come epilogo dell’abbondante narrazione delle sue battaglie combattute, dei rischi affrontati e dei pericoli occorsi per portare avanti la sua missione, racconta la sua prima avventura rocambolesca compiuta per sfuggire ai gendarmi delle autorità di Damasco, all’ordine del re Areta IV. In quell’occasione, per favorire la sua fuga, i suoi collaboratori, con uno stratagemma geniale, lo calarono da una finestra dentro una cesta con una fune lungo il muro di cinta della città (l’episodio è narrato anche in At, 9, 23-25).  

Capitolo Dodicesimo – Le esperienze mistiche di Paolo

Dopo l’elenco delle fatiche, le tribolazioni e le sofferenze patite per il vangelo, adesso vengono i titoli di gloria, con le visioni e le rivelazioni. A parte la sua folgorazione iniziale sulla via di Damasco, in questa sezione della lettera, Paolo parla in terza persona per raccontare un’esperienza mistica sensazionale, vissuta quattordici anni prima di questo scritto (il che riporta agli anni 43-44 d.C., pochi anni dopo la conversione e prima dei grandi viaggi missionari). Egli dichiara di essere stato rapito spiritualmente fino al terzo cielo, dove, secondo un’antica concezione giudaica, veniva collocato il paradiso dei giusti. (In altre tradizioni, come in quella aristotelico-medioevale, le sfere celesti che sovrastano il globo terrestre erano sette, come i pianeti del sistema solare o dieci, nell’ultimo dei quali era collocato il paradiso, come l’Empireo dantesco, residenza di Dio e degli angeli). ”Quest’uomo, egli dice, non so se col corpo o senza corpo, questo lo sa Dio, fu rapito in Paradiso e udì parole ineffabili che non è possibile ad un uomo proferire. Di lui mi vanterò, di me, invece, non mi darò vanto, se non delle mie debolezze (2 Co, 12, 3-5).

Poi avverte che, se volesse vantarsi, avrebbe tutti i titoli e tutte le buone ragioni per menare vanto, perché si tratterebbe di dire la verità; ma non vuole farlo, per evitare che qualcuno sopravvaluti la sua persona e aggiunge: “Affinché non insuperbissi per le rivelazioni fattemi, mi è stato conficcato un pungiglione nella carne, un emissario di Satana perché mi schiaffeggi. Tre volte ho pregato il Signore che lo allontanasse da me. Egli mi rispose: Ti basta la mia grazia; la mia potenza si esprime nella debolezza”.

Data questa rivelazione, a Paolo non rimane altra scelta da fare, che vantarsi delle sue debolezze che, per fortuna, la grazia divina trasforma in punti di forza, che il Signore gli conferisce. Molti padri della Chiesa hanno cercato d’interpretare cosa fosse questo pungiglione conficcato nella carne di Paolo. Alcuni, come S. Gregorio Magno, hanno pensato che si   trattasse di tentazioni contro la castità; altri, come S. Crisostomo, hanno pensato alle persecuzioni mossegli contro, soprattutto, dai suoi stessi connazionali; altri ancora, come, S. Basilio, hanno pensato a qualche malattia. Molti hanno ipotizzato altri mali. Secondo la mentalità ebraica, è sempre il diavolo la causa dei mali e delle sofferenze fisiche. Stando all’interpretazione che ne dà il diretto interessato, quel pungiglione è un castigo divino, datogli affinché egli non insuperbisca, ma viva sempre nell’umiltà.

“Mi compiaccio delle mie infermità, degli oltraggi, delle necessità, delle angustie e persecuzioni per causa di Cristo; questo perché, quando sono debole, sembra assurdo, ma proprio allora sono forte” (2Co, 12, 10).

L’ossimoro creato dall’opposizione dei termini linguistici sottintende la legge della croce, il sacrificio di Cristo. Poi l’Apostolo si scusa del suo vanto che, secondo lo spirito della fede, è stato un atto d’insensatezza, cui, suo malgrado, è stato costretto dal comportamento dei Corinzi. Infatti, benché egli sia consapevole della sua piccolezza, tuttavia si sarebbe aspettato una migliore riconoscenza per l’opera compiuta in mezzo a loro, non sentendosi per nulla inferiore a quei presunti “arciapostoli” che l’osteggiano. Comunque, i Corinzi hanno visto e sperimentato direttamente i segni distintivi della sua opera, la pazienza, i miracoli, i prodigi e i portenti. Essi non hanno avuto nulla da meno di quello che hanno avuto i fedeli delle altre Chiese, se non il fatto che Paolo non ha mai pesato su di loro. E’ un rilievo importante, dettato dal bisogno di uno sfogo emotivo, che postula chiarezza, mentre invoca giustizia.

E’ la terza volta che egli si accinge a visitare la comunità e avverte i fedeli in anticipo che, neanche questa volta farà pesare la sua presenza su di loro. Tornando in città, Paolo non cerca cose materiali, ma le persone, i loro cuori, i Corinzi stessi. Egli è pronto a sacrificare se stesso, per la salvezza delle loro anime. Ammette di aver inviato in città la delegazione di Tito con l’altro suo collaboratore, non per sfruttare i Corinzi, ma per guidarli e rinsaldarli nella fede. “Voi direte, dice l’Apostolo, che stiamo facendo la nostra apologia, ma noi parliamo francamente davanti a Dio, consapevoli del fatto che quello che facciamo, lo facciamo per la vostra edificazione. Temo che venendo da voi, non vi trovi come desidero, come, probabilmente, neanche voi mi troverete come mi desiderate. Infatti, temo che vi siano contese, invidie, animosità, maldicenze, insinuazioni, superbie e insubordinazioni. Temo che mi facciate fare brutta figura con il Signore e che Dio mi umili davanti a voi, perché molti peccatori del passato non si sono mai convertiti dai loro peccati. Anzi, hanno persistito nelle loro colpe: impudicizia, fornicazioni, dissolutezze” (2 Co, 12, 19-21).

Capitolo Tredicesimo – Gli ultimi ammonimenti e i saluti

In apertura di questa sezione dell’ultimo capitolo, Paolo dice che la sua prossima visita, sarà la terza volta che viene a Corinto. Egli prevede che l’incontro con i destinatari non sarà pacifico, ma sarà un momento pieno di tensioni. Spera, comunque, che il confronto sia sereno, che ogni equivoco sia chiarito e che ogni controversia sia ricomposta sulla base dell’arbitrato di due o tre testimoni, come consiglia il testo del Deuteronomio 19,5, consiglio riportato anche nel Vangelo di Matteo al versetto (Mt,18,15-17).

Il principio della perizia arbitrale collegiale per risolvere le controversie tra due parti in conflitto era diventato un principio giurisprudenziale generale, condiviso nelle legislazioni positive successive, compresa la Carta de Logu di E. d’Arbore, come già detto nel nostro Commento alla 1Co, 6, 3-5).

Comunque, al di là delle questioni di metodo, se c’è una cosa su cui l’Apostolo sarà intransigente e non tollererà più ambiguità è la messa in dubbio della presenza di Cristo in lui. “Infatti, se Cristo è stato crocifisso per la sua debolezza, vive per la sua potenza in Dio. Anche noi, che siamo deboli in lui, saremo vivi con lui per la potenza di Dio nei vostri riguardi. Esaminate voi stessi per vedere come siete messi nei rapporti della vostra coscienza con la fede. Preghiamo Dio che non facciate alcun male, ma facciate il bene, in modo che dalla prova ne usciate, voi vincitori perché fate la verità, e noi perdenti per i nostri dubbi.

Vi scrivo queste cose stando ancora lontano affinché, quando sarò presente, non debba prendere provvedimenti severi che il dovere apostolico m’impone per il vostro bene, per edificare, non per distruggere” (2 Co, 13, 4-10).

Seguono le formalità di congedo, l’esortazione a farsi coraggio reciprocamente con caritatevole amore fraterno, gli auguri di pace e bene. I saluti recano il sigillo del “bacio santo” e quindi la benedizione finale: “La grazia del Signore nostro Gesù Cristo, l’amore di Dio e la comunione dello Spirito Santo siano con tutti voi”. Questa formula è stata recuperata e persiste anche nell’attuale liturgia della Chiesa cattolica.

La prima lettera di San Paolo ai Corinzi

Posted By Felice Moro on Settembre 14th, 2020

Introduzione

La Prima Lettera di San Paolo ai Corinzi è un documento di carattere pastorale, che l’Apostolo indirizza ai membri della comunità cristiana di Corinto da lui stesso fondata in precedenza e attualmente divisa da polemiche interne. Quando ha scritto la Lettera egli si trovava a Efeso ed è stato informato che alcuni membri della comunità avevano deviato dalla giusta strada della fede in Cristo, che egli aveva loro indicata fin dal principio della fondazione e durante il tempo di consolidamento delle pratiche evangeliche. Rispondendo a certe questioni poste da alcuni membri della comunità, l’apostolo ribadisce i punti essenziali della fede cristiana che sono i misteri dell’incarnazione, gli insegnamenti di Gesù durante la sua vita pubblica, la sua morte, la sua risurrezione e le apparizioni del Risorto agli apostoli e anche ad altri cinquecentomila fedeli. Poi, riepiloga i capisaldi della morale cristiana, cui devono attenersi tutti i credenti nei loro comportamenti e nelle loro scelte di vita. Chi devia dall’etica ufficiale commette peccato. Egli fa una disamina dei peccati e dei vizi più comuni degli uomini, che sono: liti, invidia, superbia, impudicizia, idolatria e avarizia, da evitare; poi elenca le virtù da praticare: giustizia, solidarietà, carità e amore che raggiunge l’apice di un inno, nell’esaltazione che ne fa nel capitolo tredicesimo. L’Apostolo approfitta dell’occasione della redazione di questa missiva per trattare una grande varietà di temi e impartire un’altrettanta grande varietà d’insegnamenti teologici, dottrinali e pastorali.

Tutto il documento è stato riscritto in queste pagine, prevalentemente in forma integrale, ma anche con opportune sintesi riassuntive delle parti ridondanti, con un metodo narrativo più chiaro e con un linguaggio più semplice di quanto non sia il testo originale. Alcuni periodi oscuri o complessi sono stati espressi in termini semplificati, sia dal punto di vista concettuale, sia dal punto di vista lessicale e linguistico. Qua e là sono state inserite immancabili note di commento extratestuale, ma congruenti con osservazioni storiche ed esegetiche del testo preso in esame.

Capitolo Primo

Alla comunità di Corinto, lacerata da divisioni interne

La Lettera si apre con il solito schema formale, comune anche alle altre Lettere dell’apostolo: l’indirizzo, il saluto e la preghiera di ringraziamento, in nome di Dio e di Gesù Cristo, nostro Signore, ai membri della comunità di Corinto e a tutti i fedeli che invocano il nome di Gesù. Ai destinatari ricorda:

Testo: “Siete stati arricchiti di ogni cosa, di ogni parola e scienza. La testimonianza di Cristo si è stabilita fra voi con tale solidità che nessun dono più vi manca, mentre aspettate la manifestazione del Signore nostro Gesù Cristo. Egli vi renderà saldi fino alla fine, irreprensibili nel giorno del Signore nostro Gesù (Cristo): è fedele Dio, dal quale siete stati chiamati alla comunione con il Figlio suo, Gesù Cristo, Signore nostro! Vi esorto, fratelli, per il nome del Signore nostro Gesù Cristo, ad essere tutti unanimi nel parlare, che non vi siano divisioni tra voi, ma siate in perfetto accordo nella mente e nel pensiero (1Co, 1, 5-10).

Ammonimento

Mi è stato segnalato infatti sul conto vostro, o fratelli, dalla gente di Chloe, che vi sono contese tra voi. Mi riferisco al fatto che ciascuno di voi dice: Io sono di Paolo; altri: Io invece sono di Apollo; altri ancora Io sono di Cefa; e altri Io sono di Cristo. Ma Cristo è diviso? Paolo è stato forse crocifisso per voi o è nel nome di Paolo che siete stati battezzati? Ringrazio Dio di non aver battezzato nessuno di voi, se non Crispo e Gaio, affinché nessuno possa dire che siete stati battezzati nel mio nome. Vero è che ho battezzato anche la famiglia di Stefana, ma degli altri non so se abbia battezzato alcuno. Cristo non mi ha mandato a battezzare, ma a predicare il Vangelo, e senza sapienza di parola, perché non venga resa vana la croce di Cristo” (1Co, 11-17).

Osservazioni: In poche parole Paolo dichiara apertamente quale è il suo compito: non è quello di battezzare, ma quello di predicare, di annunciare il Vangelo a tutte le genti; e deve farlo, non con discorsi colti e sapienti che provengano dalla conoscenza e dalla scienza umana, ma con la serafica semplicità evangelica affinché non sia messo in ombra il sacrificio della croce di Cristo.

La sapienza di questo mondo e il Vangelo di Cristo

Approfondendo la questione, l’Apostolo sostiene che la parola della croce è stoltezza per quelli che si perdono, ma per quelli che si salvano è la potenza di Dio. Infatti, sta scritto nelle Scritture:

Distruggerò la sapienza dei sapienti /e annullerò l’intelligenza degli intelligenti.

Poi si pone una serie d’interrogazioni retoriche: “Dov’è il sapiente? Dov’è lo scriba? Dov’è il sottile ragionatore di questo mondo? Dio non ha forse dimostrato stolta la sapienza di questo mondo? Poiché nel sapiente disegno di Dio il mondo, con tutta la sua sapienza, non ha conosciuto Dio, è piaciuto a Dio salvare i credenti con la stoltezza della predicazione. E mentre i Giudei chiedono segni e i Greci cercano la sapienza (nell’apostolo era ancora vivo il ricordo della deludente esperienza dell’incontro con i sapienti dell’Areopago di Atene), noi predichiamo Cristo crocifisso, scandalo per i Giudei, stoltezza per i pagani (Greci); ma per coloro che sono chiamati, sia Giudei che Greci, predichiamo Cristo crocifisso, potenza e sapienza di Dio. Perché ciò che è stoltezza di Dio, è più sapiente degli uomini e ciò che è debolezza di Dio, è più forte degli uomini. Voi, fratelli, considerate la vostra chiamata: non ci sono fra di voi molti sapienti secondo la carne, né molti potenti, né molti nobili. Ma Dio ha scelto ciò che nel mondo è stolto per confondere i sapienti, ciò che nel mondo è debole per confondere i forti, ciò che nel mondo è ignobile, disprezzato e ciò che è nulla, per ridurre a nulla le cose che sono, affinché nessun uomo possa vantarsi davanti a Dio. Ed è grazie a lui che voi siete in Cristo Gesù, il quale, per opera di Dio, è diventato per noi sapienza, giustizia, santificazione e redenzione, perché, come dice la Sacra Scrittura: Chi si vanta, si vanti soltanto nel Signore (1Co,1,18-31).

Capitolo Secondo

La sapienza umana e la sapienza dello spirito

Commento: In questo capitolo l’apostolo continua a sviluppare l’argomento già trattato nel capitolo precedente: il tema della contrapposizione tra la sapienza umana e la sapienza spirituale, che introduce alla sapienza divina. Egli ricorda l’atteggiamento che assunse quando si era presentato per la prima volta tra i fedeli della comunità. L’uomo non ha cercato di fare sfoggio della sua sapienza e della sua cultura umana per persuadere qualcuno al mistero della croce di Cristo, ma ha cercato e si è sforzato di trasmettere la fede con le risorse dello Spirito che, lo Spirito stesso gli suggeriva, di volta in volta, nell’immediatezza delle circostanze.

Testo: “Anch’io, o fratelli, quando sono venuto tra di voi, non mi sono presentato ad annunziarvi la testimonianza di Dio con la sublimità di parola o di sapienza. Mi sono proposto di non sapere altro in mezzo a voi che Gesù Cristo, e Lui crocifisso. E fui in mezzo a voi nella debolezza e con molto timore e tremore; e la mia parola e il mio messaggio non ebbero discorsi persuasivi di sapienza, ma conferma di Spirito e di potenza, affinché la vostra fede non si basi su una sapienza umana, ma sulla potenza di Dio” (1Co, 2,1-5).

Il Vangelo e la sapienza divina

Testo: “Annunziamo, sì, una sapienza a quelli che sono perfetti, ma una sapienza non di questo mondo, né dei principi di questo mondo che vengono annientati; annunziamo una sapienza divina, avvolta nel mistero, che fu a lungo nascosta e che Dio ha preordinato prima dei tempi per la nostra gloria. Nessuno dei principi di questo mondo ha potuto conoscerla; se l’avessero conosciuta, non avrebbero crocifisso il Signore della gloria. Sta scritto, infatti:

Cosa che occhio non vede, né orecchio udì/ né mai entrò in cuore di uomo.

ciò che Dio ha preparato per quelli che lo amano.

Ma a noi Dio l’ha rivelato mediante lo Spirito; lo Spirito, infatti, scruta ogni cosa, anche le profondità di Dio stesso. Chi mai conobbe i segreti dell’uomo che è in lui? Così anche i segreti di Dio nessuno li ha mai potuti conoscere, se non lo Spirito di Dio. E noi abbiamo ricevuto, non lo spirito del mondo, ma lo Spirito di Dio per conoscere i doni che egli ci ha elargito. E questi noi li annunziamo, non con gli insegnamenti della sapienza umana, ma con gli insegnamenti dello Spirito, esponendo cose spirituali a persone spirituali. L’uomo naturale non comprende le cose dello Spirito di Dio; sono una follia per lui e non è capace d’intenderle, perché se ne giudica solo per mezzo dello Spirito. L’uomo spirituale, invece, giudica ogni cosa, senza poter essere giudicato da nessuno. Chi, infatti, conobbe la mente del Signore da poterla dirigere? Ora noi abbiamo la mente di Cristo” (1Co, 2, 6-15).

Capitolo Terzo

Il ruolo di Paolo e degli annunziatori del vangelo

Paolo dichiara che fino adesso egli ha trattato i membri della comunità cristiana di Corinto, non come persone spirituali mature, ma come persone carnali, come neonati in Cristo. E come neonati li ha allevati e nutriti con latte, alimento facilmente digeribile, non con i cibi solidi della fede adulta, ch’essi non sono ancora in grado di digerire. Non lo erano agli inizi e non lo sono neanche adesso perché sono ancora esseri carnali, dal momento che tra di loro dominano ancora i sentimenti perversi dell’invidia e della discordia, che sono la negazione delle virtù cristiane. Essi si comportano in maniera ancora umana, troppo umana. Infatti, quando uno dice: “Io sono Paolo” e un altro: “Io sono Apollo”, essi dimostrano di essere ancora totalmente immersi nelle passioni materiali della carne. A questo punto l’apostolo esplode nella sua collera spirituale, dichiarando: “Ma chi sono Apollo e Paolo? Nient’altro che servitori di Cristo, attraverso i quali siete giunti alla fede, ciascuno nel modo in cui il Signore gli ha concesso di arrivare. Io ho piantato, Apollo ha irrigato, Dio ha fatto crescere i virgulti della fede. Chi pianta e chi irriga sono poca cosa, collaboratori di Dio, ma voi siete il campo della crescita, l’edificio di Dio. Con la grazia che Dio mi ha concessa, io ho svolto la funzione di un sapiente architetto che ha posto il fondamento; un altro vi costruisce sopra. Ma stia attento a come costruisce; nessuno può cambiare il fondamento esistente per metterne un altro. Quello esistente alla base è Gesù Cristo. Se sopra un tale fondamento si costruisce con oro, argento o pietre preziose, legno, fieno o paglia, l’opera sarà ben visibile a tutti. Essa sarà collaudata col fuoco e il fuoco svelerà la qualità dell’opera di ciascuno. Se l’opera costruita su quel fondamento resisterà al fuoco, l’autore riceverà la sua ricompensa di merito; ma, se l’opera ne uscirà bruciata, l’autore sarà punito” 1Co,3, 4-15).

Quindi l’apostolo esplode con una delle sue solite apostrofi: “Non sapete che siete tempio di Dio e che lo spirito di Dio abita in voi? Se uno distrugge il tempio di Dio, distrugge lui stesso. Perché santo è il tempio di Dio, che siete voi”. E continua con la sua solita loquela serrata e incalzante:

“Nessuno si illuda. Se qualcuno di voi si crede un sapiente in questo mondo, si faccia stolto per diventare sapiente; perché la sapienza di questo mondo è stoltezza davanti a Dio. Infatti, sta scritto:

Egli coglie i sapienti per mezzo della loro astuzia. E ancora:

Il Signore sa che i disegni dei sapienti sono vani.

Quindi nessuno ponga la sua gloria negli uomini, perché tutto è vostro: Paolo, Apollo, Cefa, il mondo, la vita, la morte, il presente, il futuro: tutto è vostro!

Ma voi siete di Cristo e Cristo è di Dio (1Co, 3, 16-23).

Capitolo Quarto

I rapporti di Paolo con la comunità di Corinto

Nel quarto capitolo l’apostolo esordisce delineando il ruolo del servitore e dell’amministratore, i cui doveri sono lo spirito di servizio e la fedeltà al padrone. Applica queste categorie etiche al suo stesso ruolo di servitore del Signore e alla sua funzione di annunciatore del vangelo e organizzatore delle comunità cristiane, come quella di Corinto, destinataria della sua missiva.

Del ruolo che svolge e della funzione cui adempie sarà giudice il Signore, quando saranno maturi i tempi per il giudizio. “Egli metterà in luce i segreti delle tenebre e manifesterà le intenzioni dei cuori. Allora ciascuno, in base ai suoi meriti, avrà la lode da Dio. Questo stile di comportamento l’ho applicato al metodo di lavoro, mio e di Apollo, affinché voi ne traiate esempio per le vostre condotte. Non gonfiatevi di orgoglio l’uno contro l’altro. A che pro? Ciascuno di voi, quali doni possiede da sé che non li abbia ricevuti? E se sono doni ricevuti, perché vantarsene come che non li abbia ricevuti ma li possieda per virtù propria? (1Co, 4, 5-7).

E continua la staffilata ironica dell’Apostolo contro quei membri gonfi di orgoglio, che seminano zizania all’interno della comunità. “Già siete sazi, già siete diventati ricchi, senza di noi già siete diventati re! Magari lo foste e noi potremmo regnare con voi …!

Ritengo che Dio abbia messo noi apostoli all’ultimo posto, come condannati a morte, perché siamo diventati spettacolo al mondo, agli angeli, agli uomini. Noi stolti per causa di Cristo, voi sapienti in Cristo; noi deboli, voi forti; noi disprezzati, voi onorati. Fino a questo momento soffriamo la fame, la sete, la nudità, veniamo schiaffeggiati, andiamo vagando da un luogo all’altro, ci affatichiamo lavorando con le nostre mani. Insultati, benediciamo; perseguitati, sopportiamo; calunniati, confortiamo; siamo diventati come la spazzatura del mondo, il rifiuto di tutti … (1Co, 4, 8-13).

Ma dopo le bastonate, arriva anche la carota. “Vi scrivo queste cose, dice l’Apostolo, non per farvi vergognare, ma per ammonirvi come figli carissimi”. E aggiunge: “Potreste avere anche diecimila pedagoghi in Cristo, ma certo non molti padri come sono stato io, generandovi in Cristo Gesù, mediante il vangelo. Per questo vi esorto a diventare miei imitatori! Per questo vi ho mandato Timoteo, mio figlio diletto e fedele collaboratore nel Signore. Egli vi ricorderà le cose che vi avevo già insegnate e le vie da perseguire in Cristo Gesù, che poi è la stessa dottrina che insegno in ogni Chiesa, ovunque sono stato.

 Alcuni hanno preso a gonfiarsi di orgoglio, come che io non dovessi ritornare fra di voi. Ma io tornerò presto tra di voi e allora mi renderò conto, non tanto dell’insignificante orgoglio verboso di alcuni, ma delle cose reali che gli stessi sapranno veramente fare, perché il regno di Dio non è un castello di parole, ma una potenza. Come volete che mi presenti a voi, con il bastone o con lo spirito di amorosa dolcezza paterna? Scegliete voi!

Capitolo Quinto

Un grave caso di immoralità all’interno della comunità

L’apostolo è venuto a sapere di un grave caso di immoralità, che si è verificato all’interno della comunità: si tratta di uno che convive con la moglie del padre, cosa che non è accettata neanche tra i pagani. Inoltre, succede che alcuni membri della comunità si gonfiano d’orgoglio per futili motivi e gli altri non si rivoltano davanti a questo scandalo, provvedendo a togliere la mela marcia di mezzo a loro. “Io, dice Paolo, assente nel corpo, ma presente nello spirito, ho già giudicato, come se fossi presente, colui che ha compiuto questa azione. Nel nome del Signore Gesù e con il potere che promana da lui in noi, quest’individuo sia scomunicato, abbandonato a Satana per la rovina della sua carne; ciò affinché il suo spirito possa ottenere la salvezza nel giorno del Signore” (1Co, 5, 2-5). E continua: “Non è bene tollerare casi del genere nella comunità perché possono agire come il lievito che fa lievitare tutta la pasta e mandare in malora l’intero impasto. Pertanto, per non contagiare l’impasto, è bene togliere il lievito vecchio e i membri della comunità siano puri come i nuovi azzimi. Infatti, Cristo, nostra Pasqua, si è immolato e noi celebriamo la sua festa, non con lievito vecchio, né con lievito di malizia e di perversità, ma con gli azzimi di sincerità e di verità (1Co, 5, 6-8). E chiarisce: “Nella lettera precedente vi ho scritto di non mescolarvi agli impudichi, ma non intendevo a tutti gli impudichi di questo mondo o agli avari o ai ladri o agli idolatri, altrimenti dovreste uscire fuori dal mondo. Il mio consiglio era di guardarvi bene all’interno della comunità da chi si dichiara fratello ed è impudico o avaro o idolatra o maldicente o ubriacone o ladro; con questi tali non dovete neanche mangiare insieme. Questi comportamenti li dovete osservare con i membri della comunità, che poi sono quelli che voi giudicate. Quelli di fuori, li giudicherà Dio.

Intanto togliete il malvagio di mezzo a voi!

Capitolo Sesto

Il ricorso ai tribunali pagani

Nel sesto capitolo l’apostolo affronta la spinosa questione dei conflitti interpersonali per motivi d’interesse. In questi casi i cristiani sono soliti fare ricorso ali tribunali pagani. Per Paolo questo fatto è già in sé motivo di scandalo, di disapprovazione e di sdegno, perché significa reclamare giustizia dagli ingiusti. I giudici pagani non hanno il senso della giustizia che possiede il cristiano. Se per la loro fede i cristiani sono ritenuti i giudici più imparziali del mondo e possono giudicare anche gli angeli, perché non vengono coinvolti a giudicare conflitti di poco conto che possono sorgere tra i cristiani stessi? Nei casi di contenzioso è meglio che i due contendenti si rimettano all’arbitrato di uno o due uomini saggi della stessa comunità, piuttosto che invocare il verdetto di estranei giudici pagani che, della giustizia non hanno lo stesso concetto degli uomini di fede.

Detto per inciso: questo concetto paolino della giustizia è stato applicato alla lettera nella Carta De Logu di Eleonora d’Arborea, nel lontano 1392, per l’ordinamento giuridico del suo Giudicato. Successivamente i re di Spagna lo estesero all’intero Regno di Sardegna e restò in vigore fino al 1827, quando fu abolito dalla nuova legislazione del re Carlo Felice di Savoia. Il riferimento viene fatto anche in 2Co,13, 1-3.

Paolo continua il suo discorso sostenendo che una persona saggia della comunità può risolvere, meglio di qualsiasi altro giudice, le liti tra fratello e fratello. Per i cristiani suona già sempre come una sconfitta avere liti vicendevoli. Meglio subire l’ingiustizia, che accendere le liti. “Non sapete che gli ingiusti non erediteranno il regno di Dio? Non illudetevi: né impudichi, né idolatri, né adulteri, né effeminati, né sodomiti, né ladri, né avari, né ubriaconi, né maldicenti, né rapaci erediteranno il regno di Dio. Se prima alcuni di voi eravate tali, adesso siete stati lavati, siete stati santificati, siete stati giustificati nel nome del nostro Signore Gesù Cristo. Tutto mi è lecito, ma non tutto giova e io non mi lascerò dominare da nulla. I cibi sono per il ventre e il ventre per i cibi!

Dio distruggerà questo e quelli. Il corpo non è per l’impudicizia, ma per il Signore e il Signore è per il corpo.

Dio, che ha risuscitato il Signore Gesù, risusciterà anche noi con la sua potenza. Non sapete che i vostri corpi sono membra di Cristo? Prenderò forse le membra di Cristo e ne farò le membra di una prostituta? Questo non sia mai! Ma voi non sapete che, chi si unisce a una prostituta, forma con lei un corpo solo? Infatti, è detto: I due diventeranno un corpo solo. Ma chi si unisce al Signore forma con lui un solo spirito. Fuggite l’impudicizia! Qualsiasi peccato l’uomo commetta, è sempre fuori del suo corpo, ma chi si dà all’impudicizia, pecca contro il proprio corpo. Ora non sapete che il vostro corpo è tempio dello Spirito Santo che è in voi, che avete avuto da Dio e che perciò non appartenete a voi stessi? Infatti, siete stati comprati caro prezzo. Dunque, glorificate Dio nel vostro corpo!” (1Co, 6, 9-20).

Capitolo Settimo

Il matrimonio e la verginità

I fedeli della città di Corinto avevano proposto all’Apostolo alcune questioni sulla condizione di vita del cristiano: sarebbe preferibile sposarsi o non sposarsi? I credenti erano divisi: c’erano i rigoristi che proponevano l’abolizione del matrimonio per condurre una vita santa nella purezza della verginità e c’erano i lassisti che tendevano a eliminare alle radici la morale sessuale per condurre una vita licenziosa nel libertinaggio morale. Paolo deve muoversi con ragionamento che corre sul filo del rasoio.

Per lui lo stato di verginità sarebbe sempre preferibile allo stato coniugale, ma, per evitare il pericolo della tentazione dell’incontinenza, riconosce che il matrimonio è una buona scelta, purché i due coniugi si vogliano bene e ciascuno riconosca e rispetti i diritti e la dignità dell’altro coniuge. Nello sviluppo del suo ragionamento egli dichiara: “Vorrei che tutti fossero come me, ma ciascuno ha il suo dono, lasciatogli da Dio. Ai non sposati e alle vedove dico: è cosa buona rimanere come sono io, ma se non sanno vivere nella continenza, si sposino; è meglio sposarsi che ardere nella passione. Agli sposati ordino, non io, ma il Signore, che la moglie non si separi dal marito; qualora questo avvenga, rimanga senza sposarsi o si riconcili con il marito e il marito non ripudi la moglie. Agli altri che hanno contratto matrimoni misti tra credenti e non credenti io dico: se l’uomo ha sposato una moglie non credente e vanno d’accordo, il marito non la ripudi; la stessa cosa dico nell’ipotesi in cui sia la donna credente che abbia sposato un marito non credente e vadano d’accordo tra di loro. I figli di queste copie sono santi. Ma se è il coniuge non credente si vuole separare, l’altro coniuge lo lasci andare per la sua strada. In questi casi il fratello o la sorella non sono soggetti a servitù nei suoi confronti.

Al di fuori di questi casi particolari, ciascuno accetti la sua sorte e continui a vivere nella condizione che Dio gli ha assegnato. Se qualcuno è stato chiamato a vivere la sua sorte quando era già stato circonciso, non lo nasconda; quando la chiamata arriva prima della circoncisione, non si faccia circoncidere. La circoncisione o la non circoncisione non conta nulla; quel che conta è, invece, l’osservanza dei comandamenti di Dio. Ciascuno rimanga ella condizione in cui era quando ha ricevuto la chiamata. Se uno è stato chiamato nella condizione di schiavo, non si preoccupi, perché egli è diventato liberto, affrancato dal Signore. Quanto alle persone vergini, non ho un comando, ma un consiglio da dare: penso che sia bene rimanere così come sono. Se uno è legato a una donna, non cerchi di sciogliersi; se invece si è sciolto, non vada a cercarla. Se un fratello/sorella si sposa, non fa peccato; se non si sposa è meglio per lui perché, chi si sposa, avrai tante tribolazioni nella carne, che io vorrei risparmiarvi. Ormai il tempo si fa breve: d’ora innanzi, quelli che hanno moglie, vivano come se non l’avessero; quelli che piangono, come se non piangessero; quelli che godono, come se non godessero; quelli che comprano, come se non possedessero; quelli che usano le cose di questo mondo, come se non ne facessero uso pienamente perché passa la figura di questo mondo! Io vorrei che voi viveste senza preoccupazioni: chi non è sposato è libero per pensare alle cose del Signore; chi è sposato, invece, pensa alle cose che possono piacere al proprio coniuge, moglie o marito che sia. Questo vi dico, non per gettarvi un laccio, ma per indirizzarvi verso ciò che è degno e che possa tenervi uniti al Signore senza distrazioni (1Co, 7, 7-35).

In conclusione, chi vuole sposarsi, si sposi e fa bene a sposarsi; chi non si sposa fa meglio. La donna sposata è vincolata a restare unita e fedele al proprio marito finché egli è in vita; se egli dovesse morire, è libera di risposarsi purché ciò avvenga nel rispetto della volontà del Signore. Ma se rimane nello stato di vedovile, forse è ancora meglio.

Capitolo Ottavo

Le carni degli animali offerti in sacrificio agli idoli

Quanto a mangiare le carni degli animali immolati agli idoli, una norma del Concilio di Gerusalemme lo vietava espressamente. Ma nella gente dell’antico mondo greco-mediterraneo era invalsa l’usanza di cibarsi di queste carni, immolate agli idoli, spesso in prossimità dei templi pagani. Alcune volte queste carni venivano consumate in occasione di banchetti familiari o comunitari, altre volte venivano vendute nei pubblici mercati. Quanto al loro significato simbolico c’è da fare un importante chiarimento preliminare: per noi cristiani c’è un unico e solo Dio, Padre onnipotente, che ha creato il mondo e tutte le cose che esso contiene, comprese le creature; e un solo Signore, Gesù cristo, in virtù del quale esistono tutte le cose e noi esistiamo per mezzo di lui. Non esistono gli idoli o se esistono non hanno significato di potenza divina che interferisca nelle vicende umane. Questa conquista è frutto della nostra conoscenza e della nostra scienza. Ma in materia di rapporti interpersonali e sociali, i cristiani devono essere prudenti e attivare il principio della carità. Questo significa che, anche se noi scientemente non crediamo negli idoli, accanto a noi possono esserci altre persone, più deboli di noi, che credono ancora negli idoli. In questi casi, i nostri comportamenti possono influenzare, nel bene e nel male, i comportamenti dei nostri fratelli che non hanno la scienza e la conoscenza che abbiamo noi del problema. Pertanto, i cristiani che, in questi casi, non possono intervenire con gli strumenti della scienza, lo facciano almeno con i gesti della carità. Tuttavia, cibarsi di queste carni non costituisce motivo di peccato per i cristiani. Questo sembra essere il significato del ragionamento dell’apostolo, da lui espresso attraverso un discorso tutt’altro che chiaro e conciso.

Capitolo Nono

L’esempio di Paolo

Nel capitolo nono l’Apostolo costruisce una serie di proposizioni interrogative retoriche negative per significare il contrario di quello che dicono, al centro delle quali pone se stesso come modello di comportamento da imitare. Esordisce dichiarando: “Io non sono libero? Non sono apostolo? Non ho veduto Gesù, nostro Signore? Voi non siete la mia opera nel Signore? Se per altri non sono apostolo, lo sono almeno per voi; voi siete il sigillo del mio apostolato nel Signore. Noi non abbiamo il diritto di mangiare e di bere? Non abbiamo il diritto di portare una donna con noi, come fanno gli altri apostoli e fratelli, compreso Cefa (Pietro)? Oppure solo io e Barnaba non abbiamo il diritto di non lavorare?” (1Co, 9, 1-6).

L’apostolo mette in evidenza che, in virtù del suo incarico pastorale, avrebbe diritto ad essere mantenuto a spese della comunità, ma egli rinuncia volentieri a questo diritto e preferisce vivere del suo lavoro manuale di fabbricatore di tende. Appare interessante il ragionamento che Paolo fa ricorrendo a modelli di diverse professioni per affermare il diritto che ciascuno ha di godere dei frutti del proprio lavoro. Così il militare non combatte a proprie spese, chi pianta una vigna ha diritto di goderne il frutto, chi pascola un gregge ha diritto di cibarsi del latte; “Così se uno ha seminato tra gli uomini cose spirituali, come ho fatto io con voi, è forse grande cosa se raccoglie beni materiali? Noi però, abbiamo rinunciato a servirci di questo diritto e tutto sopportiamo per non essere d’intralcio al vangelo di Cristo. Ma gli altri che celebrano il culto, traggono il vitto dal culto; quelli che prestano servizio nell’altare, hanno parte di ciò che si offre sull’altare; allo stesso modo il Signore ha disposto che quelli che annunziano il vangelo, vivano dal vangelo…

Io ho rinunziato, di mia spontanea volontà, a servirmi di questo diritto e continuo ad annunziare il vangelo e guai a me se non lo facessi! Quale è dunque la mia ricompensa? Quella di annunziare gratuitamente vangelo, senza usare del diritto (alla ricompensa materiale) conferitomi dal vangelo stesso” (1Co, 9, 11-18). In poche parole, l’apostolo mette in evidenza le scelte più importanti della sua vita, comprese quella del celibato e quella della gratuità del servizio di annunziare il vangelo, pur mantenendosi a sue spese con il proprio lavoro, ma nella gioia del Signore.

Nella seconda parte continua a proporre ai cristiani di Corinto il modello del suo comportamento. Egli, pur essendo libero da tutti, si è fatto servo degli altri per guadagnare il maggior numero di loro; si è fatto Giudeo con i Giudei, pagano con i pagani, senza badare alle loro fedi o culture, alla loro forza o miseria, per guadagnare il maggior numero degli uni e degli altri alla fede in Cristo Gesù. L’apostolo cita l’esempio dei corridori che corrono nello stadio per conquistare un premio e incita i fedeli a correre anche loro per ottenere in premio, non una corona d’alloro, che in poco tempo appassisce, ma la vita eterna. Egli paragona se stesso a un pugile, però non al pugile che mena pugni per aria, ma ad un pugile che tratta duramente il suo corpo e lo riduce in schiavitù affinché non accada che, “dopo aver predicato agli altri, venga squalificato lui stesso”.

Capitolo Decimo

Paolo ricorda ai cristiani di Corinto l’esperienza degli israeliti nel deserto

Gli antenati Israeliti, sotto la guida di Mosè, furono battezzati sotto la nube e nell’attraversamento del Mar Rosso, tutti mangiarono la manna scesa dal cielo e bevvero l’acqua sgorgata dalla roccia, figura simbolica della roccia spirituale che è il Cristo.

Ma, di molti di loro, Dio non si compiacque, per cui furono abbattuti nel deserto. Essi costituiscono un esempio per tutti noi, uomini di adesso, affinché non desideriamo cose cattive, come fecero loro. Al riguardo l’apostolo avverte i destinatari della sua lettera: “Non diventate idolatri come alcuni di loro, secondo quanto dice la Scrittura: Il popolo sedette a mangiare e a bere e poi si alzò per divertirsi. Non abbandoniamoci all’impudicizia, come fecero alcuni di essi e in un solo giorno ne caddero ventitremila.Non mettiamo alla prova il Signore, come fecero alcuni di essi e caddero vittime dei serpenti. Non mormorate, come fecero alcuni di essi, e caddero vittime dello sterminatore. Tutte queste cose accaddero a loro e sono state scritte affinché servano di ammonimento anche a noi. Chi si crede al sicuro in piedi, stia attento a non cadere. Fino ad ora nessuna tentazione vi ha sorpresi, che fosse più forte delle normali forze dell’uomo. Dio non permetterà di essere tentati oltre il limite delle vostre forze; vero è che la tentazione può essere anche una prova per imparare a sopportarla e a vincerla. Miei cari, fuggite l’idolatria. Nell’eucaristia noi entriamo in comunione con Cristo; invece, i sacrifici pagani sono offerti ai demoni, non a Dio. Mangiare la carne offerta agli idoli, significa entrare in comunione con i demoni. Non si può bere il calice del Signore e il calice dei demoni; non si può partecipare alla mensa del Signore e alla mensa dei demoni. Stiamo attenti, fratelli, a non provocare la gelosia del Signore! Tutto è lecito, ma non tutto giova; tutto è lecito, ma non tutto edifica! Nessuno cerchi il proprio utile, ma quello degli altri. Tutto quello che è in vendita sul mercato, provenendo da Dio, può essere mangiato. Se un non credente vi invita a mangiare e non vi dice niente sul cibo che vi offre, mangiate pure tutto quello che vi viene offerto; ma se egli vi avverte che si tratta di carne immolata in sacrificio agli idoli, astenetevi dal mangiarla per dare il buon esempio a chi vi ha avvertito sulla provenienza del cibo.

Quindi, sia che mangiate, sia che beviate, sia che facciate qualsiasi altra cosa, fate tutto per la gloria di Dio. Non date motivo di scandalo, né ai Giudei, né ai Greci, né alla Chiesa di Dio. Sforzatevi, come mi sforzo io, per essere graditi in tutto a tutti, per la salvezza di molti” (Co, 10, 7-33).

Capitolo Undicesimo

Alcune norme di comportamento

In apertura del capitolo undicesimo Paolo fa una premessa importante: Diventate miei imitatori come io sono imitatore di Cristo!

Uomo e donna nelle assemblee liturgiche.

Secondo la visione della società del suo tempo, Paolo riporta qui il concetto di una gerarchia sociale antica, di origine giudaica, invalsa nella Chiesa fino a non molti decenni or sono, molto diversa dall’usanza attuale di natura democratica moderna. Diversi sono i tempi e diverse sono le coordinate storico-sociali della convivenza civile in cui visse e operò l’apostolo. Secondo questa visione egli sostiene che Dio è capo di Cristo, Cristo è capo dell’uomo e l’uomo è capo della donna. Ogni uomo che prega o profetizza con il capo coperto, manca di riguardo al proprio capo; ogni donna che prega o profetizza senza il velo sul capo, manca di riguardo al proprio capo, perché è come se fosse rasata. Se una donna non vuole mettersi il velo, si tagli anche i capelli! Se è una vergogna per una donna tagliarsi i capelli o radersi, allora si metta il velo.

L’uomo non deve coprirsi il capo perché è immagine e gloria di Dio; la donna invece è gloria dell’uomo; infatti, non è l’uomo che deriva dalla donna, ma, al contrario, è la donna che deriva dall’uomo; né l’uomo fu creato per la donna, ma la donna fu creata per l’uomo. Per questo motivo la donna deve portare sul capo il segno della sua dipendenza. Tuttavia, né la donna è senza l’uomo, né l’uomo è senza la donna. Come, infatti, la donna deriva dall’uomo, così l’uomo deriva dalla donna e tutto proviene da Dio. Non è forse sconveniente per una donna pregare a capo scoperto? È la natura stessa ad insegnarci che l’uomo deve tagliarsi i capelli, mentre la donna deve lasciarseli crescere. La chioma le è stata data dalla natura come un velo. “Se qualcuno, per spirito di contestazione, vuole affermare il contrario, lo faccia pure, noi e la Chiesa di Dio non abbiamo questa consuetudine”.

Come celebrare la cena del Signore

Qui l’apostolo lancia un monito molto severo ai destinatari della sua epistola. Anzitutto li rimprovera perché è venuto a sapere che vi sono divisioni all’interno della comunità, riunita per l’assemblea eucaristica; ma non è questo lo spirito della solidarietà fraterna nella fede; e ancor di più li rimprovera per la loro discriminazione sociale. Accade, infatti, che prima di celebrare la frazione del pane, i corinzi consumano un banchetto tutti insieme, ma con una scandalosa discriminazione sociale perché i benestanti mangiano, bevono e gozzovigliano, mentre quelli indigenti hanno poco o niente da mangiare, cosicché, quando si celebra il mistero sacrale, qualcuno ha fame, mentre l’altro è ubriaco. Egli tuona al riguardo: “Ma non avete le vostre case per mangiare e bere? O volete gettare il disprezzo nella Chiesa di Dio e far vergognare chi non ha niente e vive nell’indigenza? Su quest’aspetto, c’è poco da lodarvi” (1,Co, 11, 22).

L’apostolo riepiloga lo schema della sacra celebrazione eucaristica, secondo le modalità procedurali definite nel Vangelo di Luca. E aggiunge: “Chiunque mangia il pane o beve il calice del Signore in modo indegno, sarà reo del corpo e del sangue del Signore. Perciò ciascuno prima esamini se stesso, poi mangi il pane e beva il calice; perché chi mangia e beve senza riconoscere il corpo del Signore, mangia e beve la propria condanna. E’ per questo che tra di voi ci sono molti malati e infermi e un buon numero sono già morti. Se ci esaminassimo attentamente da noi stessi, non saremmo giudicati; quando poi siamo giudicati dal Signore, veniamo ammoniti per non essere condannati insieme al mondo. Fratelli miei, quando vi radunate per la cena, aspettatevi gli uni, gli altri. Se qualcuno poi ha fame, mangi a casa sua, affinché non accada che vi raduniate per causare la vostra condanna. Le altre cose da chiarire, le sistemerò io stesso non appena tornerò da voi” (1,Co, 11, 27-34).

Capitolo Dodicesimo

L’origine e il fine dei carismi

Secondo Paolo, i carismi sono quei doni particolari, conferiti alle persone dall’azione attiva dello Spirito Santo, che opera in ogni individuo in maniera diversa, misteriosa e imperscrutabile.

Vi sono diversi carismi, ma uno solo è lo Spirito che li conferisce; vi sono diversi ministeri, ma uno solo è il Signore; vi sono diverse attività, ma uno solo è Dio che opera tutto in tutti. A ciascuno è data una manifestazione particolare dello Spirito per il bene comune, per cui a uno viene concesso il linguaggio della sapienza; a un altro il linguaggio della conoscenza; a uno lo Spirito conferisce il dono della fede; a un altro il potere di fare le guarigioni; a uno il potere di compiere i miracoli; a un altro il dono della profezia; a uno il dono del discernimento degli spiriti, mentre a un altro viene data la conoscenza della varietà delle lingue e a un altro ancora la capacità d’interpretazione delle lingue stesse. Ma è sempre lo stesso Spirito che distribuisce tutti questi doni a chi vuole e come vuole.

Come il corpo umano è uno solo, ma articolato in molte membra che collaborano tra loro per l’armonico funzionamento dell’organismo, così la comunità dei credenti forma un solo organismo funzionale in Cristo per la santificazione di tutti i suoi membri, sotto l’azione dello Spirito.

Infatti, noi tutti siamo stati battezzati in un solo Spirito per formare un solo corpo: Giudei e Greci, schiavi e liberi, tutti ci siamo abbeverati a un solo Spirito. Ora il corpo anatomicamente è uno solo, ma è costituito da tante membra diverse: gambe, braccia, mani, piedi, occhi, orecchi, stomaco, cuore, che collaborano tutti armonicamente per la sua fisiologia funzionale: l’attività neurovegetativa, la motricità, la prensione, l’azione, le percezioni sensoriali, l’intellettualità, la volontà.

 Pertanto, un solo corpo è costituito da molte membra; e ciascuna di queste non può mancare di dare il suo contributo, pena il mal funzionamento, la malattia o la disgregazione dell’organismo stesso di cui fanno parte. Qui ci sia consentito di fare un’opportuna digressione storica: la similitudine che fa San Paolo tra le membra del corpo umano e le membra del corpo sociale di una società organizzata come la Chiesa cristiana delle origini, richiama spontaneamente alla memoria l’Apologo di Menenio Agrippa ai plebei di Roma.

Correva l’anno 494 a. C. e i plebei, stanchi dello sfruttamento e dei soprusi patiti da parte dei ricchi patrizi, organizzarono uno sciopero generale per ottenere la parificazione dei diritti sociali. Si ritirarono in massa dalla città e si accamparono sul Monte Sacro. Questo fatto determinò la paralisi di tutti i servizi che loro umilmente svolgevano ogni giorno per garantire l’efficienza della città stessa. Ci volle tutta l’eloquenza, la capacità persuasiva e le garanzie giuridiche del console Agrippa per convincerli a recedere dallo sciopero e a tornare in città ai loro posti di lavoro.

Così, continua l’apostolo, tutte le membra del corpo umano sono necessarie al suo normale funzionamento. “Anzi, dice Paolo, quelle membra del corpo che sembrano più deboli sono le più necessarie; e le parti che riteniamo meno onorevoli, le circondiamo di maggiore rispetto, quelle più indecorose sono trattate con maggiore decenza, mentre quelle decenti non ne hanno bisogno. Dio ha composto il corpo in modo da dare maggiore onore a chi, di per sé, non ne ha; ciò affinché non vi sia disunione tra le parti, ma le varie membra abbiano cura le une delle altre. Quindi, se un membro soffre, tutte le altre membra ne soffrono; se un membro è onorato, tutte le altre membra gioiscono con lui. Ora voi siete il corpo di Cristo e le sue membra.

Dio nella Chiesa ha messo in primo luogo alcuni come apostoli, in secondo luogo, altri come profeti, in terzo luogo altri come maestri; poi vengono i miracoli, quindi i doni delle guarigioni, i doni dell’assistenza, la capacità di governare, la varietà delle lingue. Come potete vedere, non sono tutti apostoli o profeti o maestri, cioè non tutti possiedono gli stessi doni. Aspirate a quelli più grandi e io vi mostrerò una via ancora più eccellente” (1Co, 12, 22-31).

Capitolo Tredicesimo

L’inno all’amore

Nel capitolo precedente, Paolo ha parlato dei vari carismi ,distribuiti in dono agli uomini dalla forza dello Spirito. In questo capitolo egli fa l’esaltazione del carisma più grande, quello che sta al di sopra di tutti gli altri: l’amore o caritas o agape. Questo segmento della lettera è una delle pagine più belle e più famose dell’epistolario paolino. Per questo ne vale la pena di seguire fedelmente il discorso dell’Apostolo che esordisce dichiarando:

“Se parlassi tutte le lingue degli uomini e degli angeli, ma non avessi l’amore, sarei come un bronzo risuonante o un cembalo squillante.

Se avessi il dono della profezia, conoscessi tutti i misteri, avessi ogni conoscenza e possedessi la fede in modo così potente da trasportare le montagne, ma se non avessi l’amore, non sarei nulla.

Se distribuissi tutti i miei averi in elemosina e dessi il mio corpo per essere bruciato, ma non avessi l’amore, a nulla mi gioverebbe.

L’amore ha un cuore grande, agisce con benevolenza; non è invidioso, non si vanta, non si gonfia, non manca di rispetto, non cerca il proprio interesse, non si adira, non tiene conto del male ricevuto, non gode dell’ingiustizia, ma si compiace della verità.

L’amore tutto scusa, tutto crede, tutto spera, tutto sopporta.

L’amore non avrà mai fine. Le profezie scompariranno, il dono delle lingue cesserà e la conoscenza svanirà. Infatti, noi conosciamo imperfettamente e imperfettamente profetizziamo. Ma quando verrà ciò che è perfetto, quello che è imperfetto scomparirà. Quand’ero bambino, parlavo, pensavo e ragionavo da bambino. Ma, divenuto uomo, ciò che era da bambino, l’ho abbandonato. Ora noi vediamo le cose come in uno specchio, in maniera confusa; ma, allora le vedremo faccia a faccia. Ora conosco in modo imperfetto, ma allora conoscerò perfettamente, come anch’io sarò conosciuto.

Quindi le cose più importanti che dobbiamo curare sono tre: la fede, la speranza e l’amore. Ma la più grande di esse è l’amore, la caritas e l’agape, con il corteo delle loro virtù annesse o connesse: pazienza, magnanimità, umiltà, bontà, generosità, rispetto, perdono, giustizia, verità, speranza.

Capitolo Quattordicesimo

I carismi della profezia e delle lingue

I carismi sono i molteplici doni che dispensa lo Spirito Santo agli esseri umani in diversa misura. In questo capitolo l’Apostolo insiste soprattutto su due di essi: la profezia e il dono delle lingue. Chi possiede quest’ultima virtù, consegue un linguaggio mistico che, mentre può essere inteso da Dio, non è altrettanto inteso dagli uomini. La profezia, invece, è una comunicazione pubblica, diretta e adatta a parlare da uomo a uomo e, perciò stesso, consente l’edificazione di molti e la crescita della comunità nei valori della fede e della convivenza civile. Infatti, l’Apostolo dichiara: “Colui che parla con il dono delle lingue, edifica se stesso; chi profetizza, edifica l’intera assemblea. Vorrei che tutti avessero il dono delle lingue, ma io preferisco che abbiate il dono della profezia” (1Co,14, 4-5). Paolo sviluppa questo discorso facendo una serie di esempi e di paragoni. Evidentemente vuole evitare che i doni mistici diventino una specie di appannaggio personale per l’edificazione delle singole persone, senza che vi sia una ricaduta utile per far crescere la comunità. Le virtù personali potrebbero essere anche una cosa buona, a patto che ci sia un mediatore che ne dia una spiegazione e faccia comprendere il significato di questi linguaggi da iniziati anche agli altri, ai non iniziati alla fede cristiana. Infatti, l’esperienza mistica in se stessa, come la lode, il ringraziamento, la preghiera, l’esaltazione interiore, devono essere rese comprensibili per essere comunicate agli altri; altrimenti, chi ascolta senza comprendere, alla fine, come potrebbe dare il suo assenso con un Amen? E ammette: “Io parlo con il dono delle lingue molto di più di tutti voi, ma in assemblea preferisco dire cinque parole con la mia intelligenza per istruire anche gli altri, piuttosto che diecimila parole con il dono delle lingue.

Fratelli, va bene che siate come bambini per quanto attiene alla malizia; ma per quanto attiene ai giudizi, non dovete comportarvi da bambini, bensì da uomini maturi… Allora che fare? Quando vi radunate, ciascuno può avere un oggetto o un’idea da trattare: un salmo, un insegnamento, una rivelazione, un discorso, ma deve avere anche il dono di saperli interpretare e comunicare agli altri per l’edificazione di tutti. Quando si fa il discorso delle lingue, ci siano due o, al massimo, tre individui e uno di essi faccia da interprete per spiegare le cose agli altri che ascoltano.

Si parli in maniera ordinata, uno alla volta. Se tra i presenti qualcuno ha una rivelazione o un’intuizione o qualcosa d’importante da dire, chieda la parola e spieghi la sua idea pubblicamente a vantaggio di tutti i presenti. Tutti potete profetare, ma in maniera ordinata, uno alla volta.

Come in tutte le assemblee dei santi, le donne tacciano perché non è loro permesso parlare. Esse restino sottomesse, come dice la legge. Se vogliono imparare qualcosa, la chiedano ai mariti nelle loro case, perché è cosa sconveniente che una donna parli in assemblea. Infatti, il messaggio di salvezza non è partito da voi, donne;(evidentemente il principio delle pari opportunità doveva ancora attendere alcuni millenni, prima di essere messo in pratica nelle società più avanzate).

Chi ritiene di essere profeta o dotato dei doni dello Spirito, deve riconoscere che quanto scrivo è stato comandato dal Signore” (1Co,14, 18-40).

Capitolo Quindicesimo

La risurrezione di Cristo e la risurrezione dei morti

Nei capitoli precedenti Paolo, prima affronta un lungo e articolato discorso sui carismi, distribuiti agli uomini in misura diversa e in modo imperscrutabile dallo Spirito Santo, poi dà disposizioni per uno svolgimento ordinato delle assemblee eucaristiche. In questo capitolo affronta l’argomento teologico centrale: la risurrezione di Cristo e la risurrezione dei cristiani. Al riguardo egli dichiara:

“Vi ho trasmesso quello che anch’io ho ricevuto: Cristo morì per i nostri peccati, secondo le Scritture e secondo le Scritture, è risorto il terzo giorno e apparve a Cefa e ai Dodici. In seguito, apparve a più di cinquecentomila fratelli in una sola volta: la maggior parte di essi vive ancora, mentre alcuni sono morti (questa notizia che appare qui, non si trova in nessun altro punto del Nuovo Testamento). Inoltre, apparve a Giacomo e, quindi, a tutti gli apostoli. Ultimo fra tutti apparve anche a me, come a un aborto. Io, infatti, sono l’infimo degli apostoli e non sono degno neppure di essere chiamato apostolo, perché ho perseguitato la Chiesa di Dio. Per grazia di Dio, sono quello che sono, e la sua grazia in me non è stata vana. Anzi ho faticato più degli altri. Pertanto, sia io che loro, vi annunziamo la fede che avete ricevuta e cui voi avete aderito.

Ora, se Cristo è risorto dai morti, come possono dire alcuni che non esiste la risurrezione dei morti? Se non esiste la risurrezione dei morti, neanche Cristo è risorto. Ma se Cristo non è risorto, allora è vuoto il nostro annuncio ed è vana anche la vostra fede. In tal caso noi, apostoli, risultiamo falsi testimoni di Dio perché abbiamo testimoniato che egli ha risuscitato Cristo, mentre non l’ha risuscitato, se è vero che i morti non risorgono. Se, infatti, i morti non risorgono, neanche Cristo è risorto; ma, se Cristo non è risorto, è vana la vostra fede e voi siete ancora immersi nei vostri peccati. Allora anche quelli che sono morti in Cristo sono perduti. Se poi noi abbiamo avuto speranza in Cristo soltanto per questa vita, siamo veramente da compiangere più di tutti gli altri uomini” (1Co, 15, 3-19).

Il discorso, chiaro e conciso, che l’apostolo fa in questo passaggio, afferma ancora una volta che gli eventi della vita di Cristo: morte, risurrezione e apparizioni, sono i segni inequivocabili della sua umanità e della sua divinità, fonte di salvezza per l’uomo e radice della nostra fede. Ai Corinzi che, secondo la mentalità greca, sono propensi a credere nell’immortalità dell’anima, Paolo dichiara, oltre questo, anche la resurrezione dei cristiani, che scaturisce strettamente da quella di Cristo.

“Ora Cristo è risorto dai morti, come primizia della nostra risurrezione. Se a causa di un uomo è venuta la morte, a causa di un uomo verrà anche la risurrezione; e come tutti muoiono in Adamo, così tutti riceveranno la vita in Cristo, ma secondo un certo ordine: prima Cristo, che è la primizia; poi tutti quelli che sono in Cristo; poi sarà la fine, quando egli consegnerà il regno a Dio Padre, dopo aver annientato le potenze del male. L’ultimo nemico ad essere annientato è la morte, perché, come dice la Scrittura ogni cosa ha posto sotto i suoi piedi. E quando tutto gli sarà stato sottomesso, anche il Figlio gli sarà sottomesso perché Dio sia tutto in tutti.

Altrimenti perché procedere a un battesimo di sostituzione, come fate voi Corinzi, quando muore un catecumeno, cioè uno non ancora battezzato? Perché esporsi continuamente ai pericoli? Ogni giorno io affronto la morte, come è vero che voi siete il mio vanto, fratelli in Cristo! Se a Efeso avessi combattuto contro le belve dei miei nemici soltanto per ragioni umane, a che cosa mi gioverebbe, se non avessi un altro fine, oltre la morte? Se i morti non risorgono, possiamo concludere con la morale di Menandro: mangiamo e beviamo perché domani moriremo.

Ma siamo seri. Non lasciatevi ingannare: i discorsi cattivi corrompono i buoni costumi. Ritornate in voi stessi e non peccate! Alcuni dimostrano di non conoscere Dio e ve lo dico per la vostra vergogna.

Alla normale domanda che può fare il comune cittadino: “Come risorgono i morti?”, Paolo risponde ricorrendo ad alcune immagini simboliche, legate al processo di evoluzione della natura. Come il seme sotterrato, morendo, germina una nuova vita che sarà identica alla precedente nell’aspetto fisico, ma anche diversa perché il nuovo corpo che sorge è di natura spirituale. Il disegno di Dio è quello di trasformare le creature umane, librandole dal loro stato di corruttibilità e di asservimento alla morte.

Paolo continua il suo discorso dichiarando: “Se vi è un corpo animale, vi è anche un corpo spirituale; il primo Adamo diede vita a una stirpe di carattere materiale, il secondo Adamo, Cristo, inaugurò la nuova stagione di vita spirituale; il primo uomo proviene dalla terra ed è fatto di terra, il secondo uomo viene dal cielo ed è fatto dallo spirito…

Questo vi dico fratelli: la carne e il sangue non possono ereditare il regno di Dio, né ciò che è corruttibile può ereditare l’incorruttibilità.

Ecco io vi annunzio un mistero: non tutti moriremo, ma tutti saremo trasformati, in un istante, in un batter d’occhio, al suono dell’ultima tromba. Quando essa suonerà, i morti risorgeranno incorruttibili e noi saremo trasformati …

Quando, poi, questo corpo corruttibile si sarà rivestito di incorruttibilità e questo corpo mortale di immortalità, si compirà la parola della scrittura:

La morte è stata ingoiata nella vittoria.

Dov’è, o morte, la tua vittoria?

Dov’è, o morte, il tuo pungiglione?

Il pungiglione della morte è il peccato e la forza del peccato è la legge. Ringraziamo Dio che ci dà la vittoria per mezzo del Signore nostro Gesù Cristo. Perciò, fratelli carissimi, rimanete saldi e irremovibili nella fede, sapendo che la vostra fatica non è vana nel Signore (1Co, 15, 44-58).

Capitolo Sedicesimo

Le ultime raccomandazioni e i saluti

Il contenuto di quest’ultimo capitolo è concentrato in due argomenti, che sono le due preoccupazioni principali dell’apostolo: la colletta e i saluti agli amici e ai suoi collaboratori.

La colletta consiste nelle offerte che i fratelli fanno volontariamente in favore della Chiesa madre di Gerusalemme. In questo senso gli argomenti qui trattati trovano un riscontro in altri punti delle lettere dell’Apostolo e, in modo particolare, nell’omologo capitolo sedicesimo della Lettera ai Romani. Quanto alle offerte l’apostolo dà un consiglio: ogni giorno della settimana ciascuno cerchi di mettere da parte qualche piccolo risparmio, che offrirà al momento della colletta in favore della Chiesa. La raccolta venga fatta nel giorno del Signore (cioè la domenica), quando l’assemblea si riunisce per la frazione del pane. Questo per evitare di raccogliere le offerte all’ultima ora, quando egli sarà materialmente presente nella comunità; il che, probabilmente, lo metterebbe in imbarazzo. La somma raccolta sarà accompagnata da una sua lettera autografa e il tutto sarà portato ai destinatari da una delegazione di rappresentanti della comunità, eletti nell’assemblea. Poi, se sarà necessario, egli stesso accompagnerà la delegazione a Gerusalemme. E aggiunge:

“Prossimamente verrò io da voi passando per la Macedonia, dove però non intendo fermarmi. Mi fermerò invece tra di voi, dove mi tratterrò anche per passare l’inverno, sempre che voi mi troviate una sistemazione logistica adeguata. Non voglio vedervi solo di sfuggita, ma spero di trascorrere un po’ di tempo con voi, se il Signore me lo permetterà. Adesso mi fermerò ancora a Efeso fino alla Pentecoste, perché si è presentata una grande occasione favorevole, anche se gli avversari con cui combattere sono molti.

Quando arriverà Timoteo tra di voi, vi raccomando di accoglietelo bene perché anch’egli lavora alla stessa opera del Signore. Quindi fatelo ripartire in pace, affinché ritorni da me che lo aspetto, insieme ai fratelli che l’accompagnano. Quanto al fratello Apollo, l’ho pregato di venire da voi, ma non ne ha voluto sentire. Tuttavia, verrà quando gli si presenterà un’altra occasione favorevole.

Voi vigilate, siate saldi nella fede, comportatevi da uomini, siate forti. Ogni cosa si faccia nell’amore del Signore” (1,Co, 16, 5-14).

Poi, l’apostolo fa l’elenco dei suoi collaboratori e dei suoi amici, ai quali rivolge parole di ringraziamento per la loro opera volontaria in favore della Chiesa, i saluti, le raccomandazioni. La prima raccomandazione è per la famiglia di Stefana “primizia della Chiesa di Acaia (Grecia). I suoi familiari hanno dedicato se stessi al servizio dei santi. Perciò siate riconoscenti nei loro confronti e nei confronti di tutti quelli che con loro collaborano e si affaticano. Mi rallegro per la visita di Stefana, di Fortunato e di Acaico, perché la loro presenza, in qualche modo, ha supplito la vostra assenza. Essi hanno allietato il mio spirito e allieteranno anche il vostro. Sappiate apprezzare il valore di queste persone. Vi salutano le Chiese dell’Asia e molto vi salutano nel Signore Aquila e Prisca con la comunità che, regolarmente, si raduna nella loro casa. Vi salutano i fratelli tutti. Salutatevi anche voi con il bacio santo. Il saluto è di mia mano, di Paolo. Se qualcuno non ama il Signore, sia maledetto. Maranà thà! La grazia del Signore Gesù sia con voi. Il mio amore è con tutti voi in Cristo Gesù” (1,Co, 16, 14-23).