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Scritto Da Felice Moro il giorno 08 Gen 2009

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L’articolo è incentrato sulla storia, struttura e funzioni della Comunicazione. La comunicazione è una relazione che si stabilisce tra due o più … (Clicca sul titolo per continuare a leggere l’articolo)

 

Commento riassuntivo agli Atti degli Apostoli – Parte prima

Posted By Felice Moro on 16 Giugno, 2020

Gli atti degli apostoli raccolgono un insieme di racconti e di memorie storiche sulla diffusione del cristianesimo delle origini, attraverso l’attività dei primi missionari, tra i quali spiccano le figure di Pietro e Paolo. All’aspetto storico uniscono la riflessione teologica sulla funzione della Chiesa nel mondo, nutrita dalla parola di Gesù e sostenuta dallo Spirito Santo.

Questo saggio, pur attenendosi al testo originale, presenta un’edizione semplificata nella forma concettuale e nel volume narrativo con lo snellimento di alcune parti del testo che riportano prolissi riferimenti delle sacre scritture. L’aspetto più importante del saggio è dato dalla semplicità e fluidità del linguaggio utilizzato per incoraggiare il comune lettore alla lettura e alla conoscenza dell’opera ormai considerata da tutti come il Quinto Vangelo.

Il prologo

 Gli “Atti degli Apostoli” costituiscono la seconda opera teologica dell’evangelista Luca. Prima di questa, egli aveva scritto il Terzo Vangelo. In questo suo primo lavoro, l’Autore aveva già narrato gli avvenimenti che riguardano la vita di Gesù, distinta in due blocchi, nel primo dei quali riepiloga, in maniera sintetica, gli eventi della nascita, l’infanzia e la vita di Gesù nella famiglia di Nazareth fino all’età di dodici anni. L’insieme di questi racconti costituiscono il cosiddetto Piccolo Vangelo o Vangelo dell’Infanzia. Il secondo blocco costituisce la parte più importante, perché illustra l’aspetto divino-messianico della vita del Signore. Infatti, è quella che narra gli eventi degli ultimi tre anni di vita pubblica di Gesù: la predicazione, gli insegnamenti, i miracoli, la passione, morte e risurrezione di Gesù.

Il libro degli Atti è dedicato a un certo Teofilo, lo stesso personaggio cui Luca aveva dedicato anche il Terzo Vangelo. Il testo degli Atti è stato scritto in lingua greca, molto accurata, frutto del lavoro di una persona di notevole cultura linguistica, storiografica e di spiccate capacità narrative. Con una sapiente architettura espositiva, l’opera riunisce un insieme di testimonianze, di racconti e di memorie storiche sulla diffusione del cristianesimo: l’organizzazione delle prime comunità cristiane, lo spirito di caritatevole solidarietà reciproca che le contradistingue, le attività di predicazione dei primi missionari, l’impostazione delle cerimonie liturgiche, la recita delle preghiere e la frazione del pane.

Il racconto parte dalla narrazione delle apparizioni di Gesù Risorto agli apostoli per dar loro le ultime istruzioni sui comportamenti che essi avrebbero dovuto osservare, prima d’iniziare la loro attività missionaria. In particolare, Gesù raccomandò loro di non allontanarsi da Gerusalemme prima che ricevessero lo Spirito Santo, che li avrebbe corroborati nelle loro risorse fisiche e spirituali, onde poter affrontare le difficoltà che avrebbero incontrato nel loro cammino futuro.

Capitolo primo

L’ascensione di Gesù al cielo

Nell’ultimo incontro con il Signore Risorto, gli apostoli, delusi e scoraggiati per come erano andate le cose negli ultimi tempi, gli domandarono: “Signore, è questo il tempo in cui tu ricostituirai il regno d’Israele?”. Gesù rispose: “Non spetta a voi conoscere i tempi e i momenti che il Padre ha riservato alla sua scelta, ma avrete forza dallo Spirito Santo che scenderà su di voi e mi sarete testimoni in Giudea, Samaria e fino agli estremi confini della terra”.

Detto questo, fu elevato in alto sotto i loro occhi e una nube lo sottrasse al loro sguardo. Poi apparvero due uomini in bianche vesti e dissero loro: “Uomini di Galilea, perché state a guardare il cielo? Questo Gesù che era con voi, è stato assunto in cielo, tornerà un giorno allo stesso modo in cui l’avete visto andare in cielo” (At 1, 6-11).

Allora gli apostoli lasciarono il Monte degli Ulivi, che era il luogo dov’erano accaduti gli ultimi miracolosi avvenimenti, tornarono a Gerusalemme e, per paura dei Giudei, si barricarono nel cenacolo. Erano presenti gli undici apostoli che avevano seguito Gesù fin dalla prima ora, eccetto Giuda, il traditore. Con loro era presente anche Maria, la madre di Gesù e i suoi fratelli.

In uno dei giorni successivi ebbe luogo un’assemblea pubblica, di circa centoventi persone, che erano i primi credenti nella nuova fede in Dio. Pietro si alzò in piedi e così parlò loro:

“Fratelli, era necessario che si compisse ciò che è detto nelle Scritture riguardo al tradimento di Giuda che guidò i carnefici alla cattura di Gesù. Con il prezzo del riscatto comprò un pezzo di terra, dove egli, cadde in un dirupo e, precipitando giù, si sfracellò spargendo i suoi visceri sul terreno. Tutti gli abitanti di Gerusalemme vennero a saperlo e chiamarono quel terreno Akeldamà o Campo del Sangue o anche Campo del Vasaio. Chiudiamo pure questa questione e ne apriamo un’altra: noi qui oggi dobbiamo scegliere uno che sostituisca l’assente e sceglierlo tra i testimoni della prima ora”. I candidati idonei alla sostituzione erano due: Giuseppe Bersabba e Mattia. Per fare la scelta giusta invocarono l’intervento divino con questa preghiera: “Tu, Signore, che conosci il cuore di tutti, mostraci quale di questi due hai designato a prendere il posto in questo ministero apostolico che Giuda ha abbandonato …”. Gettarono le sorti e la sorte cadde su Mattia che fu associato agli undici apostoli (At 1, 15-26).   

Capitolo 2

La Pentecoste e il discorso di Pietro

Nel testo degli Atti è scritto: “Il giorno della Pentecoste (il cinquantesimo dopo la Risurrezione del Signore) gli apostoli erano radunati nel cenacolo insieme a Maria Santissima. All’improvviso si udì un rombo dal cielo e un vento gagliardo investì la casa dove essi si trovavano. Apparvero delle lingue di fuoco, che si dividevano e si posarono su ciascuno di loro. Improvvisamente essi furono pieni di Spirito Santo e cominciarono a parlare in altre lingue, come lo Spirito dava loro il potere di esprimersi.

C’erano, allora, a Gerusalemme Giudei osservanti di ogni nazione. Udito il rumore di quell’evento, una folla si radunò sbigottita perché ciascuno dei presenti li sentiva parlare la propria lingua. Stupefatti dicevano: Costoro non sono forse tutti Galilei? Com’è che li sentiamo parlare la nostra lingua nativa? Siamo Parti, Medi, Elamiti e abitanti della Mesopotamia, della Giudea, della Cappadocia, del Ponto e dell’Asia, della Frigia e della Panfilia, dell’Egitto, della Libia, stranieri di Roma, Ebrei e proseliti, Cretesi e Arabi e li udiamo annunziare nelle nostre lingue le opere di Dio”. Tutti erano stupiti e perplessi e si chiedevano l’un l’altro: Che cosa significa questo? Altri li deridevano, dicendo: Si sono ubriacati di mosto.

Allora Pietro si alzò in piedi, insieme agli altri undici e parlò a voce alta, dicendo: “Uomini di Giudea e voi tutti che vi trovate a Gerusalemme: affinché vi sia ben noto quel che dico, ponete attenzione alle mie parole. Come voi sospettate, questi uomini non sono ubriachi, essendo appena le nove del mattino. Si avvera, invece, la profezia del profeta Gioele, dove egli afferma la dichiarazione del Signore: effonderò il mio Spirito sopra ogni persona; i vostri figli e tutte le progenie future profeteranno … Farò prodigi in cielo e segni sulla terra, sangue, fuoco e nuvole di fumo. Il sole si muterà in tenebra e la luna in sangue, prima che giunga il giorno del Signore … Allora chi invocherà il nome del Signor, e sarà salvato.

Uomini d’Israele, ascoltate ancora queste parole:Gesù di Nazaret – uomo accreditato da Dio presso di voi per mezzo di miracoli, prodigi e segni, che Dio stesso operò in mezzo a voi per opera sua e voi lo sapete bene – dopo che, secondo il prestabilito disegno e la prescienza di Dio, fu consegnato a voi, voi l’avete inchiodato sulla croce per mani di empi e l’avete ucciso. Ma Dio lo ha risuscitato, sciogliendolo dalle angosce della morte, perché non era possibile che questa lo tenesse in suo potere”. Riporta poi la profezia del Patriarca Davide, secondo la quale, in futuro un suo discendente avrebbe occupato il suo trono e, prevedendo la risurrezione di Cristo, dichiarò: questo non fu abbandonato negli inferi, né il suo corpo vide la corruzione. (At 2, 22-31).

Continuando il discorso, Pietro agginse: “Questo Gesù, Dio lo ha risuscitato e noi tutti ne siamo testimoni. Innalzato pertanto alla destra di Dio e dopo aver ricevuto dal Padre lo Spirito Santo, che egli aveva promesso, lo ha effuso, come voi potete vedere …

Sappia dunque con certezza tutta la casa d’Israele che Dio ha costituito Signore e Cristo quel Gesù che voi avete crocifisso!”.All’udire queste parole si sentirono trafiggere il cuore per il rimorso e dissero: “Che cosa dobbiamo fare, fratelli?”. Al che Pietro rispose: “Pentitevi e ciascuno di voi si faccia battezzare, in nome di Gesù Cristo, per ottenere il perdono dei peccati e ricevere lo Spirito Santo…”. Molti di loro accolsero la parola e quello stesso giorno si fecero battezzare circa tremila persone (At 2, 37-41). Questo è stato il primo grande avvenimento storico e profetico dell’istituzione e della diffusione della Chiesa nel mondo. Gli apostoli stessi furono trasformati, incoraggiati, istruiti e preparati allo svolgimento della loro nuova attività missionaria nel mondo, che dura da duemila anni e non è ancora conclusa.

La vita della prima comunità cristiana

I battezzati e i fedeli seguaci degli apostoli formarono la prima comunità cristiana di Gerusalemme. Il testo recita: “Erano assidui nell’ascoltare gli insegnamenti, nell’unione fraterna, nella frazione del pane e nelle preghiere. Tutti erano pervasi da un senso di timore, prodigi e segni avvenivano per opera degli apostoli. Tutti i fedeli stavano insieme e avevano ogni cosa in comune. Vendevano i loro beni e ne distribuivano il prezzo fra tutti, secondo il bisogno di ciascuno. Ogni giorno insieme frequentavano il tempio e, spezzando il pane nelle loro case prendevano il cibo con letizia e semplicità di cuore, lodando Dio e godendo il favore di tutto il popolo”. (At 2, 42-47).

Intanto, ogni giorno aumentava il numero dei convertiti.

Capitolo terzo

La guarigione dello storpio e la potenza del nome di Dio

Un pomeriggio Pietro e Giovanni si recavano al tempio per la preghiera. Sulla porta dell’edificio, detta porta Bella, sedeva un uomo storpio che chiedeva l’elemosina ai passanti. Chiese l’elemosina anche ai due apostoli che, per tutta risposta, lo invitarono a guardarli in faccia; e mentre egli si aspettava l’obolo, Pietro gli disse: “Non possiedo né argento, né oro, ma quello che ho, te lo do: nel nome di Gesù, il Nazareno, cammina!”. E, presolo per mano, lo sollevò. Quello balzò in pedi e improvvisamente si mise a camminare. I presenti, meravigliati, accorsero per vedere l’accaduto. Pietro ne approfittò per far loro un discorso, dicendo: “Uomini d’Israele, perché vi meravigliate di questo? Non è merito nostro quello di aver donato la capacità di camminare a quest’uomo. Il Dio di Abramo, d’Isacco e di Giacobbe, il Dio dei nostri padri ha glorificato il suo servo Gesù che voi avete consegnato e rinnegato di fronte a Pilato, mentre egli aveva deciso di liberarlo; voi avete rinnegato il Santo, il Giusto e avete chiesto che fosse graziato un assassino. Avete ucciso l’autore della vita, ma Dio lo ha risuscitato dai morti e di questo noi siamo stati testimoni. Proprio per la fede riposta in lui, il nome di Gesù ha dato vigore a quest’uomo che voi vedete e conoscete; la fede ha dato a quest’uomo la guarigione alla presenza di tutti voi (At 3, 1-16). Dio aveva così adempiuto a tutto ciò che aveva annunziato per mezzo dei profeti, cioè che il Cristo avrebbe dovuto soffrire molto. Lo so che voi avete agito per ignoranza, come pure i vostri capi. Ma ora pentitevi dei vostri peccati e cambiate vita, affinché vi siano cancellati i vostri peccati. Questo sarà possibile fare finché arrivino i tempi in cui il Signore mandi di nuovo Gesù, che adesso è accolto in cielo, come aveva detto Dio per mezzo dei profeti.

Voi siete i figli dei profeti e dell’alleanza che Dio stabilì con i vostri padri …. Dio, dopo aver risuscitato il suo servo, l’ha mandato prima di tutti a voi per portarvi la benedizione e perché ciascuno di voi si converta dalle proprie iniquità (At 3, 17-26)”.

Capitolo quarto

Pietro e Giovanni davanti al Sinedrio

Mentre i due apostoli stavano ancora parlando, sopraggiunsero i sacerdoti, il capitano del tempio   e i sadducei, irritati perché in Gesù insegnavano la risurrezione dei morti. Li arrestarono e li imprigionarono fino al giorno dopo, dato che si era fatta ormai sera. Molti, di quelli che avevano ascoltato le parole degli apostoli, si convertirono, raggiungendo il numero di cinquemila persone.

Il giorno dopo si radunarono i capi religiosi, gli scribi, il sommo sacerdote Anna, Caifa e altri e interrogarono i due apostoli: “Con quale potere e in nome di chi avete fatto questo vostro intervento?”. Pietro, pieno di coraggio, rispose: “Capi del popolo e anziani, visto che voi chiedete conto del beneficio fatto a un uomo infermo e volete sapere in che modo egli abbia riacquistato la salute, sia ben noto a voi e a tutto il popolo d’Israele: in nome di Gesù Cristo il Nazareno, che voi avete crocifisso e che Dio ha risuscitato dai morti, costui che sta davanti a voi è sano e salvo. Questo Gesù è la pietra che, scartata da voi, costruttori, è diventata testata d’angolo.

In nessun altro c’è salvezza, se non in lui” (At 4, 5-12).

Vedendo la sicurezza con cui i due apostoli parlavano e tenuto conto del fatto che erano persone del popolo poco istruite, li lasciarono andare, avvertendoli, nello stesso tempo, di non parlare a nessuno dell’accaduto. Ma i due apostoli replicarono: “Se sia cosa giusta quella di obbedire a voi o a Dio, giudicatelo voi stessi! Noi non possiamo tacere quello che abbiamo visto e ascoltato”.

Allora i giudici del tribunale fariseo, impauriti per un’eventuale reazione del popolo, li lasciarono andare (At 4, 13-21).

 Quando i due apostoli tornarono nella comunità, tutti si riunirono e rivolsero una preghiera a Dio:

“Signore volgi il tuo sguardo alle minacce dei nemici tuoi e nostri e concedi ai tuoi servi di annunziare la tua parola con tutta franchezza. Stendi la mano perché si compiano guarigioni, segni e prodigi nel nome del tuo santo servo Gesù”. Cessata la preghiera, il luogo dove si trovavano tremò, i presenti furono investiti dallo Spirito Santo e annunziavano la parola di Dio con coraggio e decisione.

Nella comunità regnava la pace, la concordia e l’armonia perché i credenti, nella collettività della vita comune, avevano un cuor solo e un’anima sola.

Capitolo quinto

La frode di Anania e Saffira

Anania e Saffira erano due coniugi appartenenti alla comunità dei credenti. Possedevano un campo e lo vendettero. La metà del prezzo ricavato la deposero ai piedi degli apostoli per essere spesa ad acquistare beni da consumare nella comunità; l’altra metà la trattennero per loro.

Pietro chiamò Anania e gli chiese conto della quota del ricavato della vendita non versata a favore della comunità, dicendogli: “Anania, perché hai fatto questo? Trattenendo una parte del prezzo della vendita per te, tu hai mentito, non agli uomini, ma a Dio!”. All’udire questo rimprovero di Pietro, Anania cadde a terra e morì all’istante.

Dopo l’Apostolo chiamò Saffira e le pose la stessa domanda, che in precedenza aveva rivolta al marito. Le disse: “Perché marito e moglie avete tentato lo Spirito Santo? Ecco che arrivano quelli che hanno portato via tuo marito e che porteranno via anche te”. In quell’istante la donna cadde a terra e spirò (At 5, 1-11).

La voce di questi fatti si diffuse in giro e tutti furono presi da grande timore.

Molti altri segni e prodigi avvenivano nel popolo per opera deli apostoli. Allora, tra la gente di Gerusalemme e dei paesi vicini, si diffuse l’abitudine di portare nelle piazze gli ammalati e quelli invasi da spiriti immondi, esponendoli sui loro lettucci e giacigli, affinché, quando Pietro passava in mezzo a loro, la sua ombra li toccasse almeno in parte; e tutti quelli che erano stati lambiti, anche dalla sua ombra, venivano guariti (At 5, 12-16).

L’arresto e la liberazione degli apostoli

Intanto gli apostoli continuavano a predicare la dottrina tra il popolo, ma il sommo sacerdote, i suoi colleghi del Sinedrio e i Sadducei persero la pazienza, li fecero arrestare e li misero in prigione vigilati dalle guardie. Durante la notte apparve un angelo del Signore e li liberò. Sul fare del giorno erano di nuovo nel tempio a predicare.

Quando i membri del Sinedrio si riunirono per prendere una decisione nei loro confronti, mandarono le guardie per prelevare gli apostoli e farli comparire davanti a loro. Ma le guardie tornarono indietro a mani vuote, dicendo di aver trovato l’edificio sbarrato, le guardie ai loro posti, ma il carcere era vuoto. Poco dopo, un tale riferì che gli apostoli si trovavano liberi ad insegnare nel tempio. Il capitano con le sue guardie si recarono nel tempio, catturarono gli apostoli e li portarono in tribunale, davanti ai giudici che li interrogarono, dicendo: “Vi avevamo ordinato di non fare nessun insegnamento in nome di costui e voi avete riempito Gerusalemme della vostra dottrina, facendo ricadere su di noi la colpa del sangue di quell’uomo!”.

Al che, Pietro d’accordo con gli altri apostoli, rispose: “Bisogna obbedire a Dio, non agli uomini. Il Dio dei nostri padri ha risuscitato Gesù che voi avete ucciso appendendolo a una croce. Dio lo ha innalzato nella sua destra, facendolo capo e salvatore per dare a Israele la grazia della conversione e il perdono dei peccati. Di questi fatti siamo testimoni noi e lo Spirito Santo, che Dio ha dato a coloro che si sottomettono a lui (At 5, 17-32).

Queste dure risposte degli apostoli irritarono i giudici che volevano condannarli a morte, se a bloccarli non fosse intervenuto il saggio Gamaliele. Costui era un uomo giusto e un autorevole membro del Sinedrio, ben visto anche dal popolo. Egli intervenne dicendo: “Non occupatevi di questi uomini e lasciateli andare. Se la loro dottrina è di origine umana, si estinguerà da sola; ma se essa viene da Dio, voi non riuscirete a distruggerla; in tal caso non vi accada proprio di combattere contro Dio”. Ascoltarono il suo consiglio, richiamarono gli apostoli sul banco degli imputati, li diffidarono dal continuare ad insegnare la loro dottrina, li fustigarono e li lasciarono andare. Ma essi se ne andarono lieti di essere stati oltraggiati per amore di Cristo e continuarono a portare il lieto annuncio a tutte le genti che Gesù è il Cristo Risorto (At 5, 33-42).

Capitolo sesto

Il servizio della parola e quello delle mense

Mentre il numero dei discepoli aumentava in maniera consistente, sorse il malcontento tra gli Ebrei di lingua greca e quelli di lingua ebraica perché le loro vedove nell’assistenza venivano trascurate. Siccome l’attività degli apostoli non poteva accudire a tutto, alla predicazione e all’assistenza, essi convocarono una riunione dei discepoli e dissero: “Non è giusto che noi trascuriamo la parola di Dio per l’assistenza alle mense. Cercate, tra di voi, sette uomini onesti, pieni di Spirito Santo e di sapienza, ai quali affidare il servizio dell’assistenza, mentre noi ci dedicheremo alla preghiera e alla predicazione della parola di Dio (At 6, 1-4)”.

La proposta piacque a tutti ed elessero una commissione di sette uomini che si doveva occupare soprattutto dell’assistenza alle mense. Gli eletti erano Stefano, uomo pieno di fede e di Spirito Santo, Filippo, Procoro, Nicanore, Timone, Parmenas e Nicola. Li presentarono agli apostoli, i quali, dopo aver pregato, imposero loro le mani (At 6, 5-6)”. 

Intanto il numero dei fedeli cresceva e si moltiplicava a Gerusalemme e nei dintorni. Tra i nuovi adepti si annoverava anche un gran numero di sacerdoti.

L’arresto di Stefano

Stefano era diventato un apostolo brillante, pieno di Spirito Santo, dottrina ed eloquenza. La sua parola suadente riusciva a convertire molte persone alla fede in Dio. Nei suoi confronti sorse allora la protesta artificiosa di quelli che erano gelosi perché, in fede e in dottrina, non potevano competere con lui. Tra questi vi erano alcuni membri della sinagoga, i Cirenei, gli Alessandrini e altri della Cilicia e dell’Asia, che lo accusarono di blasfemia contro Mosè e contro Dio. Lo trascinarono in giudizio davanti al Sinedrio e presentarono falsi testimoni che lo accusavano dicendo: Costui non cessa di proferire parola contro questo luogo sacro e la sua legge. Lo abbiamo udito dichiarare che Gesù Nazareno distruggerà questo luogo e cambierà le usanze che Mosè ci ha tramandate.

I giudici del tribunale, fissando lo sguardo in lui, videro il suo viso come quello di un angelo.

Capitolo settimo

Il discorso di Stefano davanti al Sinedrio

Allora il sommo sacerdote chiese a Stefano: Ma le cose stanno veramente così? Al che egli rispose:

“Fratelli e padri, ascoltate: il Dio della gloria apparve a nostro padre Abramo quand’era ancora in Mesopotamia e gli disse: Esci dalla tua terra e dalla tua gente e vai nella terra che io t’indicherò. Uscito dalla terra dei Caldei, egli si stabilì in Carran; di là, dopo la morte del padre, Dio lo fece emigrare in questo paese, dove voi ora abitate; non gli diede alcuna proprietà, ma gli promise di darla in possesso a lui e alla sua discendenza, nonostante non avesse ancora figli. Poi, Dio così parlò: La discendenza di Abramo sarà pellegrina in terra straniera, tenuta in schiavitù ed oppressione per quattrocento anni. Ma del popolo, di cui saranno schiavi, io farò giustizia; dopo potranno uscire e mi adoreranno in questo luogo (At 7, 6-7)”.

Come sigillo dell’alleanza gli diede il segno della circoncisione. Così Abramo generò Isacco e lo circoncise l’ottavo giorno; Isacco generò Giacobbe e Giacobbe generò i dodici patriarchi; questi, gelosi del loro fratello minore, Giuseppe, lo vendettero schiavo in Egitto. Ma Dio gli diede grazia e saggezza davanti al Faraone, re d’Egitto, il quale lo nominò amministratore dell’Egitto e di tutta la sua casa. Venne una grande carestia in Egitto e in terra di Canaan e i loro popoli furono ridotti a patire la miseria e la fame. Pose il problema al Faraone e questi si dimostrò magnanimo con lui, acconsentendo che venissero in Egitto anche i fratelli, la parentela e il vecchio padre Giacobbe. Questi, infatti, morì in terra straniera, come i nostri padri, ma poi le loro salme furono trasportate a Sichem e poste nel sepolcro di Abramo.

Poi in Egitto cambiò la situazione politica. Salì al trono un nuovo re che non conosceva Giuseppe. Il nuovo sovrano cominciò a perseguitare gli Ebrei, fino al punto di decidere di uccidere la loro progenie per eliminare la razza. In quel tempo nacque Mosè. Essendo stato esposto alla morte, come gli altri bambini ebrei, lo salvò la figlia del Faraone, che lo allevò nella casa del sovrano, come suo figlio. Così egli fu educato e istruito nella sapienza egiziana e divenne potente nelle parole e nelle opere.

Vedendo che il suo popolo soffriva sotto la schiavitù egiziana, egli si schierò in sua difesa.

Poi, il povero Stefano continuò la sua autodifesa, riassumendo la storia di Mosè e la sua funzione di capo popolo liberatore, che guidò gli Ebrei a fuggire dall’Egitto. Narrò l’avventura dell’attraversamento del Mar Rosso e le peregrinazioni nel deserto durate quarant’anni. Parlò delle punizioni divine che il popolo si era attirato perché si era rivoltato contro Dio, costruendosi un vitello d’oro; della punizione che esso subì con deportazione in Babilonia; parlò del re Davide che chiedeva una dimora per il Dio di Giacobbe; parlò di Salomone che gli edificò una casa.

“Ma l’Altissimo non abita in costruzioni fatte dall’uomo perché il profeta dice: 

Il cielo è il mio trono e la terra lo sgabello dei miei piedi. Quale casa potrete edificarmi, dice il Signore, o quale sarà il luogo del mio riposo? Non è forse la mia mano che ha creato tutte queste cose?  O gente testarda e pagana nel cuore e negli orecchi, voi sempre opponete resistenza allo Spirito Santo; voi come i vostri padri. Quale dei profeti, i vostri padri non hanno perseguitato?

Essi hanno ucciso quelli che preannunciavano la venuta del Giusto, del quale voi siete diventati traditori e uccisori; voi che avete ricevuto la legge per mano degli angeli e non l’avete osservata!” (At 7, 48-53).

All’udire queste accuse, i giudici del tribunale montarono su tutte le furie, digrignavano i denti per la rabbia. Ma Stefano rimase imperturbabile. Sostenuto dallo Spirito Santo, guardava il cielo, dove vide la gloria di Dio e Gesù che stava alla sua destra. Allora disse:

“Ecco, io contemplo i cieli aperti e il Figlio dell’uomo che sta alla destra di Dio!”.

All’udir queste parole, i giudici del tribunale, turandosi le orecchie per non udire la bestemmia, si scagliarono contro di lui, lo trascinarono fuori della città e si misero a lapidarlo. I testimoni deposero il loro mantello ai piedi di un giovane, chiamato Saulo. Stefano, mentre riceveva le sassate, pregava dicendo: Signore Gesù accogli il mio spirito. Piegò le ginocchia e gridò forte: Signore non imputare loro questo peccato. Detto questo morì (At 7, 54-60).

Capitolo ottavo

Persecuzione, missione e conversioni

Saulo fu presente e approvò l’uccisione di Stefano. In quei giorni a Gerusalemme scoppiò una violenta persecuzione contro i fedeli della nuova religione e, ad eccezione degli apostoli, furono dispersi tutti gli altri credenti nelle regioni della Giudea e della Samaria. Persone pie seppellirono Stefano e fecero un grande lutto per lui. Saulo si distinse per la sua feroce attività persecutoria contro la Chiesa e i suoi fedeli. Entrava nelle case, prendeva le persone, uomini e donne e li faceva mettere in prigione. I dispersi, tuttavia, andavano in giro annunziando la parola del vangelo; e i fedeli dispersi, paradossalmente, diventavano feconde sementi di altra fede.

Filippo andò a predicare il vangelo in Samaria. Le folle lo seguivano, incantate dalla sua parola e dai segni che compiva. Dagli indemoniati uscivano spiriti immondi, emettendo alte grida e molti paralitici e storpi furono risanati. Una grande gioia si era diffusa tra la gente delle città samaritane.

Allora vi era nella regione un certo Simone che faceva magie e attirava molte persone alle sue scene. “Ma quando sentirono Filippo annunziare il vangelo del regno di Dio nel nome di Gesù Cristo, molti uomini e donne si facevano battezzare da lui. Tra questi si fece battezzare anche Simone che appariva entusiasta della nuova fede e seguiva sempre Filippo, senza staccarsi da lui, visti i segni e i prodigi che faceva l’apostolo. A Gerusalemme gli apostoli seppero che molta gente della Samaria si era convertita, per cui anche Pietro e Giovanni furono invitati ad andare in quella regione. Essi vi andarono e pregarono perché i nuovi adepti, che erano soltanto battezzati, ricevessero lo Spirito Santo. Imponevano le mani su di loro e quelli ricevevano lo Spirito Santo.

Simone, vedendo che lo Spirito veniva conferito degli apostoli con l’imposizione delle mani, offrì loro del denaro dicendo: Date anche a me questo potere perché a chiunque imponga le mani, egli riceva lo Spirito Santo. Ma Pietro gli rispose: “Il tuo danaro vada con te in perdizione, perché hai osato pensare di acquistare con il danaro il dono di Dio. Tu in questa casa non hai né parte, né sorte perché il tuo cuore non è retto davanti a Dio. Pèntiti, dunque, di questa tua iniquità e prega il Signore che ti sia perdonato questo pensiero. Ti vedo, infatti, inquieto e chiuso in lacci di fiele amaro”. Al che Simone rispose: Pregate voi per me il Signore, affinché non mi accada nulla di quello che avete detto (At 8, 12-24).

La storia dell’eunuco etiope

Mentre Pietro e Giovanni ritornarono a Gerusalemme, a Filippo apparve un angelo del Signore che gli disse: Alzati, vai verso mezzogiorno, sulla strada che porta a Gaza; essa è deserta. Egli si alzò e si mise in cammino per quella strada, quand’ecco un eunuco etiope, funzionario della regina d’Etiopia, Candace e amministratore di tutti i suoi tesori. Egli era venuto a Gerusalemme per il culto e, mentre ritornava a casa nel suo carro, leggeva un libro. Filippo si avvicinò al carro e, avendo compreso che l’uomo leggeva un testo del profeta Isaia, gli chiese se capisse il significato di quello che stava leggendo. Il passeggero rispose che non capiva il significato del testo nel punto in cui diceva: Come una pecora fu condotto al macello/e come un agnello senza voce innanzi a chi lo tosa/ così egli non apre bocca/ Nella sua umiliazione il giudizio gli è stato negato … Egli allora chiese al discepolo a chi si riferisse il profeta scrivendo queste parole. Filippo, partendo dai testi delle Sacre Scritture, gli spiegò il vangelo, dicendogli che il profeta, con quelle parole, si riferiva a Gesù. Proseguendo la strada, giunsero a una sorgente d’acqua. Fermarono il carro, entrambi scesero nell’acqua e l’eunuco chiese a Filippo di essere battezzato. Filippo lo battezzò. Quando risalirono dall’acqua, lo Spirito del Signore rapì Filippo e l’eunuco non lo vide più. Ma egli proseguì il suo cammino, pieno di gioia e di felicità per il sacramento ricevuto.

Capitolo nono

La vocazione di Saulo

Saulo continuava, imperterrito, a perseguitare i cristiani a Gerusalemme e in tutta la Giudea. Si presentò al sommo sacerdote e gli chiese le credenziali per le sinagoghe di Damasco, in modo da essere autorizzato a condurre in catene i cristiani di quella città fino a Gerusalemme, per essere arrestati e gettati in prigione. Durante il viaggio, quand’era vicino a Damasco, gli apparve dal cielo una luce accecante ed egli, cadendo a terra, udì una voce che gli diceva: “Saulo, Saulo, perché mi perseguiti?”. Stordito, egli rispose. “Chi sei, o Signore?”. La voce gli rispose:

“Io sono Gesù che tu perseguiti! Alzati, entra in città e ti sarà detto cosa fare”. I suoi compagni di viaggio erano sorpresi e ammutoliti perché sentivano la voce, ma non vedevano nessuno. Saulo si alzò da terra, aprì gli occhi, ma non vedeva più nulla perché aveva perso la vista. I compagni lo presero per mano e l’accompagnarono a Damasco, dove egli rimase tre giorni senza vedere e senza prendere cibo, né bevanda. A Damasco viveva e operava il discepolo Anania, al quale apparve in visione il Signore che gli disse: “Anania, vai nella strada Dritta e cerca nella casa di Giuda, dove trovi un certo Saulo di Tarso. Ecco, egli sta pregando e ha visto in visione un uomo, chiamato Anania, che gli impone le mani, affinché egli ricuperi la vista”. Al comando divino, Anania rispose:

“Signore, riguardo a quest’uomo ho sentito tutto il male che egli ha fatto ai fedeli di Gerusalemme. Inoltre, ha avuto l’autorizzazione dai sommi sacerdoti di arrestare tutti quelli che invocano il tuo nome”. Ma il Signore gli disse: ”Vai perché egli è per me uno strumento eletto per portare il mio nome dinanzi ai popoli, ai re e ai figli d’Israele; e io gli mostrerò quanto dovrà soffrire per il mio nome”. Anania andò, entrò nella casa e gli impose le mani, dicendo:

“Saulo, fratello mio, è il Signore che mi ha mandato a te, Gesù ti è apparso sulla strada per la quale venivi perché tu riacquisti la vista e sia colmo di Spirito Santo”. Improvvisamente gli caddero come delle scaglie dagli occhi e ricuperò la vista. Fu battezzato, prese cibo e le forze gli ritornarono. Rimase alcuni giorni con i discepoli di Damasco, durante i quali si mise a predicare nelle sinagoghe, proclamando: “Gesù è il figlio di Dio!”. Tutti quelli che ascoltavano, si meravigliarono e dicevano: “Ma costui non è colui che a Gerusalemme infieriva contro i cristiani ed era venuto qui per arrestarli e condurli in catene dai sommi sacerdoti?”. Ma Saulo, incurante delle accuse che gli venivano mosse, s’infervorava sempre di più nel predicare che Gesù è il figlio di Dio, confondendo i Giudei di Damasco. E questi, non convinti della sincerità della sua conversione, ordirono un complotto per ucciderlo. Saulo venne a saperlo e corse ai ripari. Mentre i suoi nemici presidiavano, giorno e notte, le porte della città per catturarlo e farlo fuori, per salvarlo, i suoi discepoli lo fecero discendere dalle mura, calandolo in una cesta.

Tornato a Gerusalemme egli cercava di unirsi ai discepoli della città, ma tutti, conoscendo il suo passato, avevano paura di lui perché non credevano che egli si fosse veramente convertito. Toccò a Barnaba prenderlo in carica, presentarlo agli apostoli, ai quali raccontò la sua esperienza miracolosa, avvenuta sulla via di Damasco. Così egli poté stare con loro e andare e venire a Gerusalemme liberamente, parlando con franchezza nel nome del Signore. Parlava e discuteva con gli Ebrei di lingua greca, ma questi lo guardavano con sospetto e cercavano l’occasione favorevole per ucciderlo. Allora i fratelli, che erano venuti a conoscenza del complotto, per salvarlo, lo condussero a Cesarea, da dove lo fecero partire per Tarso, sua patria (At 9, 1-30).

Pietro opera miracoli a Lidda e a Giaffa

Intanto la Chiesa, sostenuta e confortata dallo Spirito Santo, cresceva e viveva in pace nelle tre regioni già evangelizzate: la Giudea, la Galilea e la Samaria.

Pietro si recò a visitare i fedeli che si trovavano a Lidda. Qui s’imbatté in un uomo di nome Enea, che si trovava disteso in un lettuccio, paralitico da otto anni. Pietro gli disse: “Enea, Gesù Cristo ti guarisce; alzati e rifatti il letto”. Quello si alzò e fece come gli era stato comandato. Videro il miracolo tutti gli abitanti di Lidda e di Saron e si convertirono al Signore.

Poco dopo, l’apostolo operò un altro miracolo nella vicina Giaffa. Qui viveva una discepola che si chiamava Tabithà, donna devota e pia, che faceva abbondanti elemosine ai bisognosi. Proprio in quei giorni la donna si ammalò e morì. Visto che Pietro era lì vicino, i discepoli mandarono due uomini a chiamarlo. Pietro si alzò e andò con loro. Arrivato sul posto, lo condussero nella camera ardente, dove le vedove, con pianto e lamenti, facevano la veglia funebre e mostravano i mantelli e le tuniche che la defunta confezionava con le sue mani quand’ era in vita.

Pietro fece uscire tutti dalla stanza, s’inginocchiò e si raccolse in preghiera; poi, rivolto alla salma, disse: “Tabithà, alzati!”. Ella aprì gli occhi, vide Pietro e si mise a sedere. Egli le porse la mano e la fece alzare, poi chiamò i credenti che attendevano fuori e presentò la donna viva.

La cosa si seppe a Giaffa e nei dintorni e molti credettero nel Signore (At 9, 32-42).

Pietro si trattenne alcuni giorni a Giaffa, ospite di un cero Simone, conciatore di pelli.

Capitolo decimo

La visione di Pietro e la conversione del centurione Cornelio

A Cesarea c’era un centurione della coorte Italica, uomo devoto e pio, che faceva l’elemosina ai poveri e pregava sempre Dio insieme alla sua famiglia. Un giorno, di pomeriggio, ebbe una visione. Gli apparve un angelo del Signore, che gli disse: “Le tue preghiere e le tue elemosine hanno trovato accoglienza presso Dio. Ora manda degli uomini a Giaffa e fai venire un certo Simone, detto Pietro. Egli è ospite a casa di un certo Simone, conciatore di pelli, in una casetta vicino al mare. Quando l’angelo scomparve, Cornelio chiamò due servitori e uno dei soldati più fedeli e li mandò a Giaffa a compiere la missione: chiamare Pietro a casa sua.

Mentre i messi di Cornelio si avvicinavano alla città, Pietro salì nella terrazza a pregare. Gli venne fame e aveva voglia di mangiare. Mentre gli preparavano il cibo, egli fu rapito in estasi. Vide che dal cielo, apertosi all’improvviso, scendeva come una grande tovaglia calata a terra per i quattro capi. “In essa c’era ogni sorta di quadrupedi, rettili della terra e uccelli del cielo e risuonò una voce dicendo: Alzati, Pietro, uccidi e mangia! Ma l’apostolo rispose: Non sia mai, Signore, io non ho mai mangiato nulla di profano o d’immondo! Al che la voce spiegò: Ciò che Dio ha purificato, tu non chiamarlo più profano (At 10, 12-15).

Questo accadde per tre volte; poi quell’oggetto fu ritirato in cielo. Pietro era ancora intento a pensare al significato di quella visione, quando giunsero i messaggeri mandati da Cornelio. Chiesero di Simone, detto Pietro e fu loro risposto che l’uomo era lì, nella casa. Pietro era ancora intento a pensare alla sua visione, quando lo Spirito gli disse: “Ecco, tre uomini ti cercano! Alzati e vai con loro perché io li ho mandati!”.

Pietro andò incontro ai messaggeri e chiese per quale motivo lo cercassero. Quelli gli dissero:

“Il centurione Cornelio, uomo devoto e timorato di Dio, è stato avvertito da un angelo d’invitarti a casa sua perché ha qualche cosa d’importante da comunicarti”. Per quel giorno i messaggeri   furono trattenuti ospiti di Pietro in quella casa. Il giorno seguente, l’intera comitiva si mise in cammino e, dopo due giorni, arrivò a Cesarea. Per il giorno dell’arrivo, Cornelio aveva invitato parenti e amici a casa su, onde accogliere l’apostolo e il suo seguito in maniera festosa.

Mentre Pietro si accingeva ad entrare in quella dimora, Cornelio andandogli incontro, gli si gettò ai piedi, ma Pietro lo rialzò, dicendogli: “Alzati: anch’io sono un uomo!”.

Poi entrarono nella casa, dove c’erano molte persone riunite e disse loro: “Voi sapete che non è lecito per un Giudeo unirsi o avere contatti con persone di altre razze, ma Dio mi ha mostrato che non si deve ritenere profano o immondo nessun uomo. Per questo sono subito venuto quando mi avete mandato a chiamare. Fattemi sapere per quale ragione mi avete fatto venire”.

Cornelio gli rispose: “Nel pomeriggio di quattro giorni fa, mentre recitavo le preghiere nella mia casa, mi si presentò un uomo in splendide vesti e mi disse: “Cornelio, sono state esaudite le tue preghiere e ricordate le tue elemosine davanti a Dio. Manda qualcuno a Giaffa e fai venire Simone, detto Pietro, che si trova nella casa di un altro Simone, conciatore di pelli. Io ho fatto quanto mi è stato detto. Ora, al cospetto di Dio, tutti noi siamo qui riuniti per ascoltare ciò che dal Signore ti è stato ordinato (At 10, 30-33). Al che, Pietro rispose: “Mi rendo conto che Dio non fa preferenze di persone, ma chi lo teme e pratica la giustizia, a qualunque popolo appartenga, è a lui ben accetto. Questa è la parola che egli ha inviato ai figli d’Israele, recando la novella di pace, per mezzo di Gesù Cristo, che è il Signore di tutti …

Voi sapete che Gesù di Nazaret passò beneficando e risanando tutti quelli che stavano sotto il potere del diavolo perché Dio era con lui. Noi siamo testimoni di tutte le cose che egli ha compiute in Gerusalemme e nella regione dei Giudei. Essi lo uccisero, appendendolo ad una croce, ma Dio l’ha resuscitato il terzo giorno e volle che apparisse, non a tutto il popolo, ma a testimoni prescelti da Dio, a noi che abbiamo mangiato e bevuto con lui, dopo la sua resurrezione dai morti. Egli ci ha ordinato di annunziare al popolo e di testimoniare a tutti che egli è il giudice dei vivi e dei morti, costituito da Dio. Tutti i profeti gli rendono testimonianza e chiunque crede in lui, ottiene la remissione dei peccati per mezzo del suo nome (At 10, 34-43)”.  

Pietro stava ancora parlando, quando lo Spirito Santo scese sopra quelli che ascoltavano la sua parola. I fedeli circoncisi, che erano venuti con Pietro, si meravigliarono che anche sopra i pagani si effondesse il dono dello Spirito Santo. Infatti, li sentivano parlare altre lingue e glorificare Dio.

Davanti a questa nuova situazione, Pietro disse: “Chi può impedire di battezzare questi che, come noi, hanno già ricevuto lo Spirito Santo?”. Pertanto, ordinò che fossero battezzati nel nome di Gesù Cristo. Si misero a pregare e rimasero insieme alcuni giorni.

Capitolo undicesimo

I Giudei contestano a Pietro la conversione della famiglia del centurione Cornelio

Gli apostoli e i fedeli, che erano rimasti in Giudea, vennero a sapere che anche i pagani avevano accolto la parola di Dio. Quando Pietro tornò a Gerusalemme, i circoncisi lo rimproverarono, dicendo: “Sei entrato in casa di uomini non circoncisi e hai mangiato con loro!”. Allora Pietro, per ovvi motivi di trasparenza del suo comportamento di apostolo, riepilogò i fatti, dicendo com’erano andate le cose. Raccontò della visione che aveva avuto quand’era a Giaffa: l’episodio della tovaglia calata miracolosamente dal cielo, in cui apparivano tutti gli  animali della terra e del cielo; la voce che lo incitava a uccidere e mangiare di quelle bestie per placare la sua fame; il suo ritegno a mangiare cose che egli riteneva immonde; il ribattere di quella voce che diceva di non considerare profano ciò che Dio ha purificato; il ripetersi per tre volte di quest’avvenimento; la coincidenza di tutti questi eventi con l’arrivo, nella casa che l’ospitava, dei tre ambasciatori mandati d Cesarea; la spinta dello Spirito che lo incitava ad andare con loro; la visione dell’angelo apparso al centurione Cornelio, che gli diceva di d’invitare Pietro a casa sua perché gli avrebbe detto delle parole, per mezzo delle quali, si sarebbe salvato lui e la sua famiglia; raccontò anche che appena aveva iniziato a parlare, lo Spirito Santo era sceso su tutti i presenti, così come prima era sceso sugli stessi apostoli; disse anche che in quel momento gli sovvenne il detto del Signore: Giovanni battezzò con acqua, ma voi sarete battezzati in Spirito Santo.

Concluse il suo discorso dicendo: “Se Dio ha dato loro lo stesso dono che ha dato a noi per aver creduto nel Signore Gesù Cristo, chi ero io per porre impedimento a Dio?” (At 11, 17). All’udir questo discorso, si calmarono e riconobbero che Dio ha concesso, anche ai pagani che si convertano, di aver parte nella vita eterna.

La diffusione della fede tra i popoli vicini d’Israele

I credenti, che erano stati dispersi dalle persecuzioni scatenate contro il povero Stefano, si erano sparsi in altri territori della zona: in Fenicia, Cipro e Antiochia. Essi non predicavano ad altri popoli, ma soltanto ai Giudei. Ma poi erano venuti alcuni cittadini di Cipro e Cirene e ad Antiochia incominciarono ad annunciare la parola di Dio anche ai Greci. Godevano del favore divino e così un gran numero di persone si convertì al Signore. Quando la notizia giunse ai comandi dei vertici di Gerusalemme, essi mandarono Barnaba ad Antiochia per verificare quel che stava accadendo. Quando l’apostolo giunse nella città e vide l’abbondanza delle conversioni, si rallegrò in cuor suo e incoraggiò le persone impegnate nella fede a continuare nella loro attività di proselitismo. Infatti, una folla considerevolefe di persone fu condotta nelle vie del Signore. Poi Barnaba partì per Tarso alla ricerca di Saulo. Trovatolo, lo condusse ad Antiochia, dove per un anno intero, vissero entrambi impegnati nell’attività missionaria. Proprio in quella stagione della storia, per la prima volta, i discepoli furono chiamati cristiani.

In quei giorni, alcuni profeti scesero da Gerusalemme ad Antiochia, tra i quali un certo Agabo, il quale preannunziava che ci sarebbe stata un grave carestia su tutta la terra. L’evento calamitoso avvenne durante il regno dell’imperatore Claudio. Allora i discepoli di Antiochia si accordarono e fecero una contribuzione volontaria, a secondo delle loro possibilità, per aiutare gli anziani bisognosi, abitanti nella Giudea. Il contributo assistenziale fu mandato ai destinatari della Giudea per mezzo di Barnaba e Saulo.

Capitolo dodicesimo

L’arresto di Pietro e la sua liberazione miracolosa

In quel tempo il re Erode cominciò a perseguitare i membri della Chiesa e fece uccidere di spada Giacomo, fratello di Giovanni. Vedendo che la sua violenta politica persecutoria era gradita ai Giudei, per godere il favore del popolo, nei giorni degli Azzimi, fece arrestare anche Pietro. Lo fece catturare e rinchiudere nella prigione, affidandolo in custodia a quattro picchetti, di quattro soldati ciascuno, allo scopo di tenerlo al sicuro per poi farlo comparire in giudizio davanti al popolo dopo la Pasqua. Mentre Pietro era in carcere, dalla bocca dei fedeli si levava un coro di preghiere al cielo per la sua liberazione.

Nella notte della vigilia del giorno in cui il carcerato doveva comparire davanti al popolo, mentre era in carcere legato e piantonato da due soldati e ancora dormiva, a Pietro apparve un angelo raggiante di luce che sfolgorò nella cella. L’angelo lo svegliò, dicendogli: “Alzati in fretta!”. Le catene gli caddero dalle mani e l’angelo lo sollecitò: “Mettiti la cintura e legati i sandali. Avvolgiti il mantello e seguimi!”.

Egli seguì l’angelo, credendo di avere una visione, senza rendersi conto di quel che stava accadendo realmente. Essi oltrepassarono il primo e il secondo posto di guardia; giunsero davanti alla porta di ferro che porta in città e la porta si aprì da sola. Uscirono fuori e percorsero un tratto di strada insieme, poi l’angelo si dileguò. Allora Pietro, prendendo   coscienza di quel che era realmente accaduto, disse tra sé: “Ora sono veramente certo che il Signore ha mandato il suo angelo a strapparmi dalle mani di Erode e dalle trame che, insieme a lui, aveva ordito il popolo dei Giudei contro di me” (At 12, 11).

Dopo aver riflettuto a lungo su quel che era accaduto, si recò alla casa di Maria, madre di Giovanni, detto Marco, dove trovò un gran numero di persone in preghiera. Bussò alla porta e una fanciulla, di nome Rode, si avvicinò all’uscio per sapere chi era che aveva bussato. Riconobbe la voce di Pietro ma, senza aprire, tornò ad annunziare agli altri la notizia che Pietro era lì, in attesa di aprirgli la porta.  Quelli che l’ascoltarono, pensarono che la fanciulla vaneggiasse. Siccome Pietro insisteva continuando a bussare, quando gli aprirono e lo riconobbero, rimasero stupefatti della sua presenza davanti a loro.

L’postolo entrò nella casa, fece segno ai presenti di tacere e narrò la storia miracolosa di come il Signore lo aveva tirato fuori da carcere; e aggiunse: “Riferite questo a Giacomo e ai fratelli”. Poi uscì e s’incamminò altrove.

Fattosi giorno, nacque un grande scompiglio tra i soldati di guardia; Pietro dov’era? Dov’era andato? Chi l’aveva liberato? E Come? Cos’era accaduto?

Erode mandò a cercarlo ovunque e, non avendolo trovato, fece processare e condannare a morte i soldati che se l’erano lasciato sfuggire di mano. Infine, il re lasciò la Giudea e si trasferì a Cesarea. Era infuriato contro gli abitanti di Tiro e di Sidone, che erano in conflitto con il suo popolo. Ma essi presero preventivi accordi segreti con il suo collaboratore, Blasto, per cui si presentarono disponibili a trattare la pace, nel loro stesso interesse perché, per l’acquisto dei viveri, dipendevano dai territori del re. Fissarono il giorno per la festa della pace raggiunta. Erode, seduto sul podio e paludato nel suo manto regale, tenne il discorso d’onore, mentre il popolo applaudiva dicendo: ”Questa è voce di un dio, non di un uomo!”. Improvvisamente un angelo del Signore lo colpì, perché non aveva dato gloria a Dio. Sull’istante egli morì divorato dai vermi. La notizia si diffuse nei territori della zona e il numero dei credenti cresceva continuamente.

Intanto, Barnaba e Saulo, compiuta la loro missione ad Antiochia, tornarono a Gerusalemme, prendendo con loro, Giovanni, detto Marco (At 12, 12-25).

Capitolo tredicesimo

La missione di Barnaba e di Saulo, detto Paolo.

Tra i tanti profeti che allora c’erano ad Antiochia, c’era una cerchia di distinti dottori: Barnaba, Simeone detto Niger, Lucio di Cirene, Saulo e Manaen, compagno d’infanzia del tetrarca Erode Agrippa, nipote di Erode il Grande. Mentre essi, digiunando, celebravano il culto del Signore, lo Spirito Santo disse: “Riservate per me Barnaba e Saulo per l’opera, alla quale li ho chiamati”. Gli altri, dopo aver digiunato e pregato, imposero loro le mani e li lasciarono partire.

Essi scesero a Seleucia e di lì salparono per Cipro. A Salamina incominciarono ad annunziare la parola di Dio nelle sinagoghe dei Giudei. C’era con loro anche Giovanni, come aiutante. Attraversarono Cipro, da Salamina a Pafo. Qui trovarono un falso profeta, chiamato Bariesus o anche Elimas (interprete di sogni) perché faceva il mago al seguito del proconsole Sergio Paolo; questi era un uomo saggio che aveva fatto chiamare Barnaba e Saulo per ascoltare, da loro, la parola di Dio. Ma il mago cercava di distogliere il proconsole dalla fede.

 Allora Saulo, che tutti cominciavano a chiamare Paolo, perse la pazienza, fissò gli occhi severi su di lui e disse: “Uomo pieno di ogni frode e di ogni malizia, figlio del diavolo, nemico di ogni giustizia, quando cesserai di sconvolgere le vie dritte del Signore? Ecco, ora la mano del Signore è sopra di te: sarai cieco e per un certo tempo non vedrai il sole”.

Di colpo calarono su di lui l’oscurità e le tenebre; brancolando, egli si trascinava alla ricerca di qualcuno che lo guidasse, prendendolo per mano. Vedendo l’accaduto, il proconsole credette nella dottrina del Signore.

Dopo quest’avvenimento, Giovanni abbandonò la compagnia per tornare a Gerusalemme, mentre Paolo e i suoi compagni decisero di lasciare Cipro. S’imbarcarono a Pafo e giunsero a Perge, in Panfilia. Stettero qualche giorno, poi si trasferirono verso l’interno dell’Asia, ad Antiochia di Psidia. Siccome era giorno di sabato, entrarono nella sinagoga e si sedettero. Dopo la lettura della legge e delle profezie dei profeti, i capi della sinagoga invitarono Paolo e i compagni affinché, se avevano qualche cosa da dire o esortazione da fare, intervenissero nella discussione.

Paolo, deciso, intervenne facendo un lungo discorso. Riepilogò la storia d’Israele, esaltando le virtù del popolo guidato da Dio: dalla schiavitù nell’Egitto, alle peregrinazioni nel deserto durate oltre quarant’anni; parlò delle distruzioni dei sette popoli nemici che si erano insediati a Canaan, per ridare quelle terre ai loro padri. Dopo queste vicende, Dio diede loro i Giudici fino a Samuele; quando i padri chiesero un re, Dio diede loro il re Saul, anche se poi lo rimosse per passare il trono a Davide. Dalla sua discendenza Dio trasse Gesù, il salvatore del mondo. Fece riferimento alla missione di Giovanni Battista, quale precursore del Signore, verso cui egli non si riteneva degno neppure di allacciare i suoi calzari. Quindi egli propugnò la sua esortazione diretta:

“Fratelli, figli della stirpe di Abramo e voi tutti timorati di Dio, a noi è stata mandata la parola di salvezza. Gli abitanti di Gerusalemme e i loro capi non hanno riconosciuto il Messia e, condannandolo, hanno portato a compimento le parole dei profeti, che vengono lette ogni sabato; e, pur non trovando in lui alcun motivo di condanna, essi lo condannarono, consegnandolo a Pilato perché fosse ucciso. Dopo aver compiuto tutto quanto era stato scritto su di lui, lo deposero dalla croce e lo misero in un sepolcro. Ma Dio lo ha risuscitato dai morti ed è apparso per molti giorni a quelli che erano con lui in Galilea e a Gerusalemme e questi ora sono i testimoni davanti al popolo.

Noi vi annunziamo la buona novella: la promessa fatta ai padri si è realizzata perché Dio l’ha portata a compimento per noi, loro figli, risuscitando Gesù dai morti.

Infatti, Dio provvide affinché non accadesse, come è stato scritto in diversi punti delle Scritture: Non permetterai che il tuo santo subisca la corruzione….

Ora anche Davide morì unito ai suoi padri nella corruzione. Ma colui che Dio ha risuscitato, non ha subito la corruzione. Per opera sua, fratelli, vi viene annunziata la remissione dei peccati e che per mezzo di lui, chiunque crede, riceve la giustificazione di tutto quello di cui era impossibile essere giustificati mediante la legge di Mosè.

State attenti che non avvenga ciò che è detto nei profeti: Guardate, beffardi, stupite e nascondetevi, poiché un’opera io compio ai vostri giorni, un’opera che non credereste, se vi fosse raccontata” (At 13, 26-41).

Mentre i presenti uscivano dal tempio, pregavano i missionari di ritornare alla riunione  anche il sabato successivo ad esporre le dottrine. Sciolta l’assemblea, molti giudei e proseliti credenti in Dio, seguirono Paolo e Barnaba e, intrattenendosi con loro, li esortavano a perseverare nella grazia di Dio.

La violenta reazione dei Giudei

Il sabato seguente tutti gli abitanti della città si riunirono per ascoltare la parola di Dio. Quando videro quella moltitudine di persone, i Giudei furono gelosi e, bestemmiando, contraddicevano le dichiarazioni fatte da Paolo. Al che Paolo e Barnaba reagirono dichiarando: “Era necessario che fosse annunziata a voi per primi la parola di Dio, ma poiché la respingete e non vi giudicate degni della vita eterna, noi ci rivolgiamo ai pagani. Infatti, a questo riguardo, il Signore ha ordinato: Io ti ho posto come luce per le genti, perché tu porti la salvezza fino agli estremi confini della terra.

Nell’udire ciò i pagani si rallegrarono e glorificavano Dio, e tutti quelli che erano destinati alla vita eterna, abbracciarono la fede. La parola di Dio si diffondeva in tutta la regione. Ma i Giudei sobillarono le donne di alto rango e i notabili della città, scatenarono una persecuzione contro Paolo e Barnaba e li scacciarono dai loro territori. Allora i missionari, scossa contro di loro la polvere dei piedi, andarono a Iconio, mentre i discepoli erano pieni di gioia e di Spirito Santo (At 13, 44-52).

Capitolo quattordicesimo

L’evangelizzazione delle città di Iconio, Listra e Derbe

Giunti nella città d’Iconio, Paolo e Barnaba entrarono nella sinagoga dei Giudei e incominciarono a predicare il vangelo.  I loro discorsi convinsero molti Giudei e Greci ad abbracciare la fede. Ma, i Giudei rimasti increduli, agitarono gli animi dei pagani contro i fratelli missionari. Essi, tuttavia, fiduciosi nel Signore, resistettero per qualche tempo, anche perché, parlando con sincera franchezza, operavano segni e prodigi. La popolazione allora si divise, schierandosi, alcuni dalla parte dei Giudei, altri dalla parte degli apostoli.

Ma quando si accorsero che i Giudei ribelli insieme ai pagani avevano ordito una congiura contro di loro per combatterli e lapidarli, Paolo e compagni fuggirono da Iconio e si recarono in Licaonia, nelle città di Listra e Derbe, dove continuavano a predicare il Vangelo.

A Listra c’era un uomo storpio, paralizzato alle gambe fin dalla nascita. Egli ascoltava, incantato, il discorso di Paolo e questi, notando che dava l’impressione di avere fede, gli disse: “Alzati dritto sui tuoi piedi!”. Egli si alzò e cominciò a camminare. La gente del posto, che aveva assistito al portentoso intervento che Paolo aveva operato, in linguaggio licaonico diceva: “Gli dei sono scesi in terra in forma umana!”; e chiamavano Barnaba Zeus e Paolo Hermes. Per festeggiare l’evento, il sacerdote di Zeus e la folla dei pagani portarono al tempio del dio tori e corone, perché intendevano offrire in sacrificio in onore delle divinità dell’Olimpo. Apprendendo questa notizia, Paolo e Barnaba si stracciarono le vesti e, a stento riuscirono a trattenere la folla dall’offrire lo scandaloso sacrificio pagano, spiegando ai presenti: “Uomini, perché fatte questo? Anche noi siamo esseri umani, mortali come voi; vi preghiamo di convertirvi dalla vanità di questo culto idolatra alla fede nel vero Dio vivente, che ha fatto il cielo e la terra, il mare e tutte le cose che in essi si trovano. Egli ha sempre sostenuto e beneficato gli uomini, provvedendoli di ogni cosa necessaria, mandando dal cielo il sole e la pioggia, le stagioni e i frutti della terra, fornendovi il cibo e le gioie necessarie all’esistenza. Così dicendo, a fatica riuscirono a far desistere la folla dal consueto sacrificio previsto in queste occasioni.

Intanto giunsero da Antiochia e da Iconio alcuni Giudei nemici, che istigarono la folla a scagliarsi contro gli apostoli. Una parte degli abitanti si rivoltò contro di loro, prendendoli a sassate. In modo particolare si accanirono contro Paolo, scaraventandolo a terra mezzo morto. Ma egli si rialzò e si riprese, per cui, il giorno dopo, partì per Derbe.

Dopo aver predicato il vangelo in questa città e aver fatto un numero considerevole di discepoli, gli apostoli tornarono a Listra, Iconio e Antiochia. Confortarono e fortificarono gli animi dei discepoli fedeli, esortandoli a restare saldi nella fede, anche di fronte alle avversità che avrebbero incontrato nel faticoso cammino dell’evangelizzazione. Fondarono, qua e là, dei nuclei di comunità di anziani, i quali sarebbero diventati importanti soggetti di riferimento dei fedeli per l’organizzazione e il mantenimento delle attività religiose nel territorio. Dopo aver pregato e digiunato insieme, li benedirono e li affidarono al Signore nel quale credevano ed essi ripartirono.

 Attraversarono la Psidia e la Panfilia, soggiornarono di nuovo a Perge. Poi raggiunsero Attalia e da qui s’imbarcarono per far ritorno ad Antiochia di Siria, da dov’erano partiti per compiere la missione. Qui riunirono la comunità, alla quale riferirono i risultati ottenuti, soprattutto nell’apertura alla fede dei pagani.

Capitolo quindicesimo

La controversia sulla circoncisione

Tra i credenti della città di Antiochia, si era acceso il dibattito sulla necessità o meno che i pagani convertiti compissero un preventivo tirocinio d’iniziazione sulla legge di Mosè, facendosi circoncidere, prima di essere ammessi alla nuova fede.

Paolo e Barnaba, invece, anche alla luce dell’esperienza fatta tra pagani nelle loro recenti missioni in Asia, si opponevano fermamente all’imposizione di questa prassi . Ciò perché temevano che questa pretesa, probabilmente, avrebbe scoraggiato molti dall’abbracciare la fede, specialmente nella fase iniziale.

Poiché il dibattito aveva raggiunto livelli polemici rilevanti, fu stabilito che Paolo, Barnaba e alcuni altri membri delle comunità, si recassero a Gerusalemme per investire della questione gli apostoli e gli anziani, onde chiarire le idee sulle scelte da fare in futuro. Scortati dalla comunità, essi attraversarono la Fenicia e la Samaria raccontando, alle genti che incontravano, le esperienze fatte nell’evangelizzazione dei pagani e ovunque riscuotevano consensi. Giunti a Gerusalemme, furono ricevuti dagli apostoli e dagli anziani, ai quali riferirono tutto quello che Dio aveva compiuto per mezzo loro. Si alzarono alcuni della setta dei farisei convertiti, affermando: E’ necessario circonciderli e ordinare loro di osservare la legge di Mosè

Il Concilio di Gerusalemme e la decisione degli apostoli

Gli apostoli e gli anziani si riunirono per esaminare il problema. Si era costituita così un’Assemblea generale delle figure apostoliche più importanti, che ha preso il nome di Primo Concilio della Chiesa. In quella sede emersero due posizioni contrastanti. Dopo una lunga discussione, Pietro si alzò in piedi e disse: “Fratelli, voi sapete che da tempo Dio ha fatto una scelta fra di voi perché i pagani ascoltassero per bocca mia la parola del vangelo e venissero alla fede. E Dio, che conosce i cuori, ha reso testimonianza in loro favore, concedendo anche a loro lo Spirito Santo, come a noi. Non ha fatto nessuna discriminazione tra noi e loro, purificando con la fede i loro cuori. Ora, dunque, perché continuate a tentare Dio, imponendo sul collo dei discepoli un giogo che, né i nostri padri, né noi stessi, siamo stati in grado di portare? Noi crediamo che, per grazia del Signore Gesù, siamo stati salvati e, nello stesso modo, sono stati salvati anche loro”.

Tutti tacquero e ascoltarono il discorso che facevano Paolo e Barnaba su quest’argomento. Essi raccontarono i grandi prodigi e i segni che Dio aveva compiuto tra i pagani per mezzo loro. Quando ebbero finito, si alzò Giacomo per dire che condivideva in pieno il discorso di Pietro, interpretato anche alla luce di alcuni passaggi delle Sacre Scritture, che avvaloravano la tesi di apertura del vangelo a tutte le genti, compresi i pagani. Concludeva il suo discorso facendo la seguente proposta: “Io ritengo che non si debbano importunare quelli che si convertono a Dio tra i pagani. Se mai, si possono chiedere loro alcuni sacrifici, come astenersi dalle carni offerte agli idoli, dall’impudicizia, dal cibarsi di animali soffocati e dal sangue. Mosè, intanto, lo conoscono tutti perché viene letto ogni sabato nelle sinagoghe” (At !5, 19-21).

Allora gli apostoli, gli anziani e i vertici della Chiesa decisero di eleggere alcuni uomini di loro fiducia e di mandarli, insieme a Paolo e Barnaba, ad Antiochia con il compito specifico di portare il messaggio della loro decisione. Furono eletti due uomini di grande prestigio, Giuda Bersabba e Sila, ai quali fu affidata una lettera da consegnare ai responsabili della Chiesa di Antiochia, che conteneva il seguente messaggio:

“Gli apostoli e gli anziani ai fratelli di Antiochia, di Siria e di Cilicia, che provengono dai pagani, salute! Abbiamo saputo che alcuni, ai quali noi non avevamo dato alcun incarico, sono venuti a turbarvi con i loro discorsi, sconvolgendo i vostri animi. Abbiamo deciso perciò di mandarvi, insieme a Barnaba e Paolo, che hanno già esposto la loro vita a rischi in nome di Gesù Cristo, due uomini di nostra fiducia, Giuda e Sila, che vi riferiranno, anche a voce, sulle decisioni prese. Abbiamo deciso, lo Spirito Santo e noi, di non imporvi nessun altro obbligo, all’infuori di alcune cose strettamente necessarie: astenervi dalle carni offerte agli idoli, dal sangue, dagli animali soffocati e dall’impudicizia. Perciò farete cosa buona a guardarvi da queste cose. State bene!” (At 15, 23-29).

Gli incaricati andarono ad Antiochia e consegnarono la lettera ai loro destinatari, adempiendo, con grande zelo, alla loro missione. Infatti, essendo Giuda e Sila anche dei profeti, essi si trattennero per un po’ a incoraggiare e a fortificare i neofiti nella fede in Dio. Poi ritornarono a Gerusalemme dagli apostoli che li avevano mandati, mentre Paolo e Barnaba si trattennero nella città per qualche tempo.

Il secondo viaggio missionario di Paolo e Barnaba

Dopo alcuni giorni, Paolo propose a Barnaba di ritornare a far visita ai fratelli delle comunità, alle quali avevano annunziato la parola del Signore, onde accertare come andavano le cose. Barnaba acconsentì e voleva prendere con sé anche Giovanni, detto Marco, mentre Paolo era di parere contrario. Egli, infatti, non riteneva opportuno prendere uno che, nel precedente viaggio, li aveva abbandonati quand’erano in Panfilia, era tornato indietro e non aveva voluto continuare l’opera missionaria intrapresa. Il dissenso aveva aperto un solco profondo nell’amicizia, per cui i due amici si separarono. Infatti, Barnaba prese con sé Marco e s’imbarcò per Cipro; Paolo, invece, prese Sila e partì, raccomandato dai fratelli alla grazia del Signore.

Essi avevano attraversato la Siria e la Cilicia, dando forza e nuovo vigore alle Chiese che andavano visitando.

Capitolo sedicesimo – L’evangelizzazione della Macedonia

L’incontro di Paolo con Timoteo

Paolo si recò in Psidia in visita alle Chiese di Derbe e di Listra, che aveva fondate qualche tempo prima. Lì ebbe un incontro importante per la sua missione futura: conobbe il discepolo Timoteo, figlio di una donna giudea e di un padre greco; era un discepolo molto stimato tra i fratelli di Listra e di Iconio. Paolo lo volle da subito al suo fianco, lo prese con sé, lo fece circoncidere per fugare ogni dubbio dei Giudei che vivevano nella zona e che sapevano che era figlio di un greco. I tre missionari, predicando il vangelo, riferivano ai fedeli le decisioni prese dal collegio degli apostoli, insieme al consiglio degli anziani, nel Concilio di Gerusalemme.

Le chiese intanto crescevano di numero e si fortificavano nella fede.

Il gruppo attraversò la Frigia, la Galazia, la Misia e giunse a Troade. Durante la notte Paolo ebbe una visione: gli apparve in sogno un macedone che lo supplicava: “Passa in Macedonia e aiutaci!”. Interpretando quest’apparizione come un segno della volontà divina, la compagnia apostolica decise di andare in Macedonia. Salpati da Troade, Paolo e i compagni fecero vela verso l’isola di Samotracia, sbarcarono a Neapolis e da qui raggiunsero Filippi, prima città romana del distretto di Macedonia.

Le avventure di Paolo e i suoi compagni a Filippi

(A questo punto cambia il soggetto della narrazione: dalla 3^ persona singolare egli, passa alla 1^ persona plurale noi. Si pensa a un’influenza di Luca, compagno di viaggio di Paolo e ritenuto narratore dell’opera).

Nei giorni successivi all’arrivo, quand’era l’ora delle riunioni per la preghiera, Paolo e i compagni uscirono a passeggio per esplorare la città e incontrare le persone, con alcune delle quali s’intrattennero a parlare. Tra le tante persone che conobbero, incontrarono una certa Lidia, commerciante di porpora, originaria di Tiatira, nella Lidia asiatica. Ascoltando le parole di Paolo, divenne subito fervida credente in Dio. Dopo essersi fatta battezzare insieme alla sua famiglia, accolse i discepoli nella sua abitazione.

Un giorno, in giro per la città, i discepoli incontrarono una giovane schiava che aveva ricevuto il dono della divinazione e procurava molti guadagni ai suoi padroni, facendo l’indovina. Essa seguiva la compagnia di Paolo, gridando:

“Questi uomini sono servi di Dio altissimo e annunziano la via della salvezza”. Quando Paolo si stancò di sentirla ripetere queste parole per le strade, si rivolse allo spirito e gli intimò: “In nome di Gesù Cristo, ti ordino di uscire da lei!”. Lo spirito uscì all’istante, ma lei perse il dono della divinazione. I padroni, indignati per i mancati guadagni, trascinarono gli apostoli in piazza, davanti ai magistrati, accusandoli: “Questi uomini gettano disordine nella città; sono Giudei e predicano usanze che a noi Romani non è lecito accogliere, né praticare”. Contro di loro aizzarono la folla che, prima li spogliò e li prese a bastonate, poi li fece arrestare e rinchiudere nel carcere, assicurandoli con i ceppi ai i piedi.

 Verso mezzanotte, Paolo e Sila pregavano e cantavano inni, mentre i loro carcerieri li ascoltavano incuriositi.

A un cero punto venne un terremoto che squarciò le strutture del carcere: le porte si aprirono, le catene dei ceppi si sciolsero. Il carceriere si svegliò e, vedendo spalancate le porte della prigione, disperato, prese la spada in mano per suicidarsi. Ma Paolo gli gridò: “Non farti alcun male, siamo tutti qui!”. Quegli allora si procurò un lume, si precipitò dentro il locale e si getto ai piedi di Paolo e Sila, chiedendo:

“Signori, che cosa devo fare per essere salvato?”. Gli risposero: “Credi nel Signore Gesù e sarai salvato tu e la tua famiglia”.

Egli allora li accolse in casa, lavò loro le piaghe, si fece battezzare insieme ai suoi; poi organizzò un banchetto in famiglia in onore degli ospiti. Era felice di aver creduto in Dio.

L’epilogo della situazione

Il giorno successivo i magistrati diedero l’ordine alle guardie di liberare i carcerati. Il carceriere riferì il messaggio a Paolo: “I magistrati hanno ordinato di lasciarvi andare. Dunque, uscite e andate in pace!”. Ma Paolo gli rispose: “Ci hanno percosso in pubblico e senza processo, sebbene siamo cittadini romani e ci hanno gettati in prigione; ora vogliono farci uscire di nascosto? Quest’affronto proprio no! Vengano loro di persona a condurci fuori”. Le guardie riferirono la risposta di Paolo ai magistrati. Nell’udire che erano cittadini romani, si spaventarono; vennero, si scusarono, li fecero uscire e li pregarono di andar via dalla città. Usciti dalla prigione, i discepoli si recarono a casa di Lidia, dove incontrarono i fratelli, li esortarono a perseverare saldi nella fede e poi partirono (At. 16, 35-40).

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