<?xml version="1.0" encoding="UTF-8"?>
<rss version="2.0"
	xmlns:content="http://purl.org/rss/1.0/modules/content/"
	xmlns:wfw="http://wellformedweb.org/CommentAPI/"
	xmlns:dc="http://purl.org/dc/elements/1.1/"
	xmlns:atom="http://www.w3.org/2005/Atom"
	xmlns:sy="http://purl.org/rss/1.0/modules/syndication/"
	xmlns:slash="http://purl.org/rss/1.0/modules/slash/"
	>

<channel>
	<title>Felicemoro.com</title>
	<atom:link href="http://www.felicemoro.com/feed/" rel="self" type="application/rss+xml" />
	<link>http://www.felicemoro.com</link>
	<description>Il blog di Felice Moro</description>
	<lastBuildDate>Thu, 09 May 2013 14:43:03 +0000</lastBuildDate>
	<language>it-IT</language>
	<sy:updatePeriod>hourly</sy:updatePeriod>
	<sy:updateFrequency>1</sy:updateFrequency>
	<generator>http://wordpress.org/?v=3.5.1</generator>
		<item>
		<title>Perché siamo ancora nella Chiesa?</title>
		<link>http://www.felicemoro.com/perche-siamo-ancora-nella-chiesa/</link>
		<comments>http://www.felicemoro.com/perche-siamo-ancora-nella-chiesa/#comments</comments>
		<pubDate>Thu, 02 May 2013 19:40:01 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Felice Moro</dc:creator>
				<category><![CDATA[teologia]]></category>
		<category><![CDATA[BenedettoXVI]]></category>
		<category><![CDATA[Chiesa]]></category>
		<category><![CDATA[conversione]]></category>
		<category><![CDATA[fede]]></category>
		<category><![CDATA[Gesù]]></category>
		<category><![CDATA[Pontefice]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.felicemoro.com/?p=419</guid>
		<description><![CDATA[L'Autore (il Pontefice Benedetto XVI) afferma che oggi ci sono molti motivi validi per stare dentro la Chiesa, anche se non mancano gli oppositori che, per  motivi vari, adducono ragioni opposte per starne fuori. Valutando i pro e i contro, egli sceglie di stare dentro la Chiesa. Anche tenendo conto di eventuali  errori che alcuni dei suoi uomini hanno potuto commettere nel corso della sua storia bimillenaria, egli sceglie di stare nella Chiesa. La nostra Chiesa è infatti la Sua (di Gesù) Chiesa, dove io posso stare vicino a Lui e con Lui. Non si può accettare Gesù rifiutando la Sua Chiesa. E' nella Chiesa che l'uomo ritrova e corrobora la sua fede, attraverso la quale egli percepisce la mistica presenza viva del Signore nella silenziosa voce della sua coscienza e nei momenti della prova e delle sue maggiori responsabilità della vita. ]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><b>Premessa</b></p>
<p>Il saggio che stiamo per analizzare, “Perché sono ancora nella Chiesa?”, è un segmento del libro dal titolo omonimo del Papa Benedetto XVI (Joseph Ratzinger) pubblicato dalla Casa Editrice Rizzoli nell’anno 2007. Il saggio riprende e sviluppa una relazione che l&#8217;allora professore di teologia dogmatica, Joseph Ratzinger, aveva tenuto a Monaco nel 1970 presso l’Accademia Cattolica di Baviera. <b></b></p>
<p>Pure a distanza di oltre quarant’anni, a parere dello scrivente il tema trattato riveste un carattere di attualità,  ora non meno di allora. Proprio per questo la “Rizzoli” l’ha pubblicato non più tardi di sei anni fa.</p>
<p>In questa sede affronteremo il lavoro di analisi e d’illustrazione del pensiero dell’Autore, in parte riassumendo i contenuti più o meno liberamente, in parte con citazioni dirette dei passaggi ritenuti più importanti e significativi.</p>
<p><b> </b><b>La situazione nella Chiesa attuale</b></p>
<p>Riprendendo il titolo della relazione, l&#8217;Autore esordisce affermando che oggi e anche domani ci sono e ci saranno molti motivi validi per stare dentro la Chiesa. E al riguardo non devono scoraggiare nessuno se, dalla prospettiva storica, emergono altrettanti motivi di dubbio, che potrebbero giustificare la scelta di starne fuori. Oggi a voltare le spalle alla Chiesa sono in molti, chi per un motivo, chi per un altro. Alcuni l’accusano di essere troppo arretrata, medioevale, ostile alle esigenze della vita moderna nella viziata società del benessere, dei consumi, emancipata, disinibita e laicizzata; altri l’accusano di tradire la sua immagine tradizionale, la sua figura storica, la sua liturgia, cedendo e concedendo troppo spazio alle insistenti pretese di un pervadente quanto vacuo modernismo.</p>
<p>Altri, per rimanere nella Chiesa, adducono motivazioni di segno opposto. Questi sono anzitutto quelli che hanno una fede profonda e stabile nel messaggio salvifico di Gesù e condividono le riforme che l’istituzione compie al suo interno per tenersi aggiornata in maniera corrispondente alle esigenze dei tempi che cambiano continuamente. Altri ancora, pur avendo una fede tiepida, fatta più di doveri, di obblighi e di adempimenti formali che non di convinzioni profonde, non vogliono staccarsi dalla vecchia e cara abitudine di stare dentro la Chiesa e di seguire i suoi cerimoniali liturgici. Con maggiore vigore rimangono attaccati ad essa  proprio quelli che rifiutano la sua essenza storica e contestano il significato che i suoi ministri cercano di darle e di conservarle. Si tratta di persone determinate a non lasciarsi mandar fuori, onde poter agire dall’interno in opere di rinnovamento necessarie, secondo il loro punto di vista.</p>
<p>Cosicché nella Chiesa, tra correnti contrapposte, a momenti si vivono condizioni contrastanti di malessere e di confusione di tipo babilonese. In questa situazione conflittuale nasce la sfiducia anche dentro l’istituzione stessa. Così, in un mondo che  appare tendenziale votato verso l&#8217;unità nella  globalizzazione dei rapporti internazionali, nella Chiesa subentra la disgregazione tra i suoi fedeli, divisi in più fazioni tra fautori della modernità e  difensori ad oltranza della tradizione, mentre l’opinione pubblica si divide ed assegna a ciascuno un suo posto. Così ci sono quelli che si schierano con i conservatori e quelli che parteggiano per i progressisti. Questa è la prima impressione di carattere generale, ma, grazie a Dio, al suo interno la realtà è molto diversa, più articolata di quello che può sembrare in apparenza. Tra queste due posizioni estreme, in silenzio e quasi senza voce, ci sono coloro che si impegnano realmente per realizzare la vera missione della Chiesa per la conversione del mondo; e lo fanno secondo il mandato che Gesù stesso, durante la sua predicazione, aveva lasciato agli apostoli e, dopo la sua morte e risurrezione, aveva esplicitamente affidato alla guida di Pietro: prima di tutto la trasmissione del dono della fede, poi il culto, la preghiera e l’accettazione della vita quotidiana concepita come rinuncia al proprio egoismo e vissuta secondo lo spirito del Vangelo, nel bene e nel male, nella gioia e nel dolore.</p>
<p>“La vera Chiesa, dice il Relatore, non è certamente invisibile, ma è profondamente nascosta sotto le malefatte degli uomini”.</p>
<p>Così è stato posto il problema, è stato tracciato lo sfondo del terreno socio-antropologico da cui emerge spontanea la domanda: Perché rimango ancora nella Chiesa?</p>
<p>Per penetrare più in profondità nell’analisi della problematica, l’Autore si pone una serie di domande coordinate tra di loro, quali:</p>
<p>“Come si è potuti arrivare a una situazione di grande confusione di tipo babilonese, mentre ci si aspettava una nova Pentecoste?</p>
<p>Come è possibile che, mentre il Concilio (Vaticano II) sembrava avesse raccolto il frutto maturo del risveglio degli ultimi decenni, invece della ricchezza del compimento, sia emerso un vuoto inquietante?</p>
<p>Come è potuto accadere che dalla grande spinta verso l’unità (<i>ut unum sint </i>era<i> </i>il motto latino utilizzato dal Pontefice Giovanni XXIII per invocare l’unità della Chiesa nella fase di inaugurazione del Concilio nel 1962) sia sorta la disgregazione?”</p>
<p>Ad un certo punto la situazione appare assai poco incoraggiante, sia per il teologo Ratzinger, sia per gli altri padri conciliari suoi colleghi. Eppure essi, che per la realizzazione del Concilio si erano spesi tanto con grandi sforzi di mediazione teologica, liturgica e culturale in senso pluralista e di apertura al futuro, si aspettavano ben altri risultati di risveglio della fede e della carità cristiana all&#8217;interno e all&#8217;esterno dell&#8217;istituzione. Invece il livello di incomprensione reciproca è diventato tale da far dire all’Autore:</p>
<p>“Sembra che non siamo più in grado di vedere la città oltre le case, la foresta oltre gli alberi. Noi vediamo la realtà con una precisione microscopica talmente esasperata, che ci diventa impossibile percepire il tutto al di là delle parti. E così facendo, il guadagno in esattezza significa perdita in verità”.</p>
<p>E continuando il suo discorso scrive: “La riforma, nel suo significato originario, è un processo molto vicino alla <i>conversione</i> e in questo senso fa parte del fenomeno cristiano; e questo vale, sia per la vita del singolo, sia per tutta la storia della Chiesa. Anch’essa continua a vivere convertendosi continuamente nel Signore, lontana da ogni forma di irrigidimento in se stessa e da ogni altra forma di abitudine che sia contraria alla verità … Se si comprende questa verità, allora si comprende meglio lo sforzo fatto per rendere meno pesanti le strutture ecclesiastiche, ormai irrigidite, per correggere forme del ministero apostolico che derivano dal Medio Evo o, forse, dai tempi dell’assolutismo. Lo scopo del lavoro è quello di liberare la Chiesa da tali sovrapposizioni verso un servizio più semplice, secondo lo spirito del Vangelo”.</p>
<p>Il relatore ammette che le istituzioni ci sono e sono necessarie finché servono al buon funzionamento del servizio ecclesiastico. Egli ammette anche che oggi esse sono esposte a forme di critica spietata mai conosciuta in epoca precedente e che inquadrate nell’ambito dell’ottica del servizio sono sempre necessarie al buon funzionamento del servizio stesso. L’importante è che esse non degenerino, non siano sopravvalutate rispetto all’obiettivo di fondo per cui esistono.  Perciò la battaglia intorno alla Chiesa non deve e non può risolversi come una battaglia delle o tra le sue istituzioni, in modo tale che possa intaccare il problema sostanziale. Il vero nocciolo della questione è ben altro: è la crisi della <i>fede</i>, cui bisogna porre urgente rimedio.</p>
<p>“La fede, scrive l’Autore, è entrata in una fase di fermento anche dentro la Chiesa stessa. Il problema della mediazione storica porta l’antico Credo in una penombra difficilmente spiegabile, dove scompaiono i contorni delle cose; l’obiezione posta dalle scienze naturali e dalla concezione cosmologica moderna, non fanno altro che aggravare questo processo. I confini tra interpretazione e negazione diventano sempre più indistinti, sempre più sfumati. Stante questa situazione, diventa logico porsi domande come queste:</p>
<p>Che cosa significa “risuscitato dai morti”?</p>
<p>Chi è che crede, chi è che interpreta, chi è che nega?</p>
<p>E mentre si discute sui limiti dell’interpretazione, si perde di vista il volto di Dio. La “ morte di Dio” è un processo del tutto reale che oggi penetra in profondità all’interno della Chiesa. Dio muore nella cristianità o almeno così sembra. C’è poi chi si pone la domanda: <i>ma Egli è veramente risorto</i>?”.</p>
<p>Così si verificano situazioni paradossali, come quelle rappresentate da persone che da tempo hanno abbandonato la fede della Chiesa e tuttavia si considerano, con buona pace della loro coscienza, dei veri cristiani progressisti. Questi giudicano la Chiesa, non in base ai risultati nella sua opera di evangelizzazione e di missione apostolica, ma in base ad altri parametri di valore: la sua efficienza funzionale come istituzione storica, l’aiuto che può dare allo sviluppo sociale o la sua vitalità nella celebrazione dei riti e delle feste. Ma la Chiesa non era stata fondata per fare tutte queste cose e, del resto, nella sua forma attuale, non è neppure adatta a svolgere queste funzioni. E quest&#8217;amplificazione di compiti e di deviazione di finalità, non fa altro che accrescere la differenza e aumentare il disagio tra i credenti e i non credenti.</p>
<p>Fortunatamente si può obiettare che questa situazione di malessere non riguarda l’intera comunità ecclesiastica, dei ministri e dei credenti. D’altronde ci sono molti elementi positivi che non possono passare sotto silenzio: la nuova liturgia celebrata nelle lingue locali è stata resa accessibile a tutti, l’attenzione ai problemi sociali, una maggiore e più diffusa comprensione tra i cristiani delle diverse confessioni.</p>
<p>Tutto questo è vero, ma i tratti di ripresa innovativa non contraddistinguono la situazione generale. Anzi talvolta anche questi aspetti vengono trascinati in un terreno di ambiguità che emerge dall’attenuazione dei confini tra gli atteggiamenti fondamentali di chi crede e di chi non crede, tra fede e miscredenza.</p>
<p>A questo punto l’Autore rincara la dose del suo giudizio, tutt’altro che positivo, nei confronti di una parte della chiesa militante che fa il contrario di quello che dovrebbe fare.</p>
<p>Egli scrive al riguardo: “Il Concilio Ecumenico Vaticano I aveva descritto la Chiesa come  ‘<i>signum levatum in nationes,</i>’ cioè come il grande vessillo escatologico issato nel mondo e visibile da lontano, che chiama e unisce tutti gli uomini attorno a sé. Essa indica il cammino in maniera inequivocabile: con la sua prodigiosa diffusione, la sua profonda santità, la sua fecondità nel bene e la sua incrollabile stabilità; essa rappresenta il miracolo vivente del cristianesimo, la sua costante autenticazione che sostituisce tutti gli altri segni e miracoli della storia. Oggi però sembra vero tutto il contrario: non un’istituzione prodigiosamente diffusa, ma un’associazione vuota e stagnante, che non è in grado di superare seriamente i confini, né dello spirito europeo, né di quello di origine medioevale; non una profonda santità, bensì un insieme di azioni vergognose degli uomini, insudiciata e mortificata da una storia che non si è fatta mancare alcuno scandalo, dalla persecuzione degli eretici e dai processi alle streghe, dalla persecuzione degli ebrei e dall’asservimento delle coscienze fino alla dogmatizzazione di sé e alla resistenza all’evidenza scientifica. Chi fa parte di questa storia dovrebbe coprirsi il capo vergognosamente per tanti mali di cui si è reso responsabile: l’accondiscendenza a tutte le correnti della storia, il colonialismo, il nazionalismo esasperato e perfino i tentativi di adattamento al marxismo”.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><b>Una metafora sulla natura della Chiesa </b></p>
<p>Se le cose stanno così, allora la Chiesa, anziché essere il segno di richiamo alla fede, diventa il suo principale impedimento. Se alla Chiesa si devono togliere i suoi predicati teologici, essa può continuare ad esistere, ma soltanto come organismo politico o associativo che raggruppa i credenti per raggiungere altri scopi, non quello della fede, non quello della promessa del regno predicato da Gesù. Ma una Chiesa che, contro la sua natura e contro la sua storia, avesse soltanto una valenza sociale, politica ed etno-antropologica non avrebbe alcun senso.</p>
<p>Di fronte ad una situazione così variegata, sorge spontanea la voglia di fare qualche domanda pertinente:</p>
<p>Ma allora il credente può credere ancora? Ha ancora senso il suo restare nella Chiesa?</p>
<p>La risposta a questa domanda implica tutto un ragionamento articolato e complesso, per il cui sviluppo il relatore si rifà ad una meditazione simbolica dei Padri della Chiesa sull’analogia di funzioni esistente tra il cosmo e la luna,  tra luna e la Chiesa. Nello spazio dell’universo la luna non brilla di luce propria, ma per illuminare le nostre tenebre notturne, riflette la luce del sole sul nostro pianeta. Altrettanto fa la Chiesa che, pur non brillando di luce spirituale propria,  svolge un’analoga funzione satellitare, ricevendo da Dio la luce della grazia che perennemente riflette sull’umanità in cammino. Così la luce del Creatore perverrebbe alle creature attraverso l’arco riflesso di mediazione della Santa Chiesa. Inoltre il relatore aggiunge:</p>
<p>“Il simbolismo lunare e quello terrestre spesso si fondono: la luna, nella sua fugacità e nella sua rinascita, rappresenta il mondo dell’uomo, il mondo terreno che è limitato dal bisogno di ricevere e che ottiene la propria fertilità, non da se stesso, ma da qualche altra parte, dal sole. In questo modo il simbolismo lunare diventa anche il simbolo dell’essere umano, così come esso si manifesta nella donna, che concepisce e diventa fertile in forza del seme che riceve dall’uomo.</p>
<p>I Padri applicarono il simbolismo lunare alla Chiesa per due motivi: per la relazione luna-donna (madre) e per il fatto che la luce della luna non è luce propria, ma luce del sole che il satellite riflette sulla terra. La luna in se stessa è oscurità perché fatta di sassi, sabbia e roccia (e gli astronauti che l’hanno visitata durante le esplorazioni spaziali degli ultimi decenni hanno confermato questa realtà fisica del suolo lunare); ma essa diventa luminosa perché riceve e riflette sul nostro pianeta la luce dell’astro solare. Proprio per questo essa rispecchia la Chiesa che illumina pur essendo essa stessa buio. Non è luminosa per virtù della propria luce, ma per la luce che riceve dal vero sole che la illumina, Gesù Cristo. Pertanto pur essendo essa oscura terra, sabbia e roccia, è tuttavia in grado di illuminare la notte della nostra lontananza da Dio.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><b>Perché rimango nella Chiesa?</b></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Nelle considerazioni fatte finora nell’ambito della discussione precedente è già contenuta la risposta, o meglio, l’insieme delle risposte del relatore a quest’impegnativa domanda.</p>
<p>“Sono nella Chiesa, egli dichiara, perché credo che, ora come prima e, a prescindere da noi, dietro la <i>nostra Chiesa,</i> viva la <i>Sua Chiesa </i>e io posso stare vicino a Lui soltanto rimanendo nella <i>Sua</i> Chiesa.</p>
<p>Sono nella Chiesa perché, nonostante tutto, credo che nel profondo essa non sia nostra, bensì proprio e soltanto <i>Sua</i>”.</p>
<p>Dopo queste prime affermazioni lapidarie di deciso assenso alla Chiesa, l’Autore sviluppa il suo pensiero ampio, profondo, grondante di fede e di carità missionaria. Egli scrive al riguardo:</p>
<p>“Malgrado tutte le sue debolezze umane, è la Chiesa che ci dà Gesù Cristo e solo grazie ad essa noi possiamo riceverlo come una realtà viva, che mi sfida e mi arricchisce qui e ora.</p>
<p>E, per dare maggior peso alla  sua scelta, riporta un’affermazione del suo maestro e collega universitario Henri de Lubac : “Coloro che accettano ancora Gesù pur rifiutando la Chiesa, non sanno che in ultima analisi è da questa che essi ricevono Cristo? Gesù è per noi una persona viva; eppure senza la continuità visibile della sua Chiesa, sotto quale cumulo di sabbia non sarebbero stati sepolti, non soltanto il suo nome e il suo ricordo, ma anche la sua influenza vitale, l’influenza del Vangelo e della fede nella sua divina persona? …</p>
<p>E che cosa sarebbe l’umanità senza Cristo?”.</p>
<p>E Ratzinger aggiunge: “Per quanto ci sia stata infedeltà nella Chiesa, per quanto sia vero che essa ha costantemente bisogno di misurarsi su Gesù Cristo, non vi è alcuna contrapposizione definitiva tra Cristo e la Chiesa. E’ attraverso la Chiesa che egli rimane vivo, superando la distanza della storia, ci parla oggi, ci è oggi vicino come nostro maestro e Signore, come nostro fratello che ci rende fratelli. Soltanto la Chiesa, dandoci Gesù Cristo, rendendolo vivo e presente nel mondo, facendolo rinascere continuamente nella fede e nelle preghiere degli uomini, dà all’umanità una luce, un sostegno e un criterio, senza i quali, il mondo non sarebbe più concepibile. Chi vuole la presenza di Gesù nell’umanità, non la può trovare contro la Chiesa, ma solo in essa ….”.</p>
<p>Dopo alcune riflessioni, Ratzinger aggiunge: “Io sono e rimango nella Chiesa per gli stessi motivi per cui sono cristiano perché non si può credere da soli. Si può credere e avere fede in comunione con gli altri. La fede è la forza mistica che unisce le creature. Il suo modello archetipo è l’evento della Pentecoste, la discesa dello Spirito Santo che, sotto forma di fiammelle, andò a posarsi sulle teste sugli Apostoli”.</p>
<p>Tutti leggiamo nel testo lucano “Atti degli Apostoli” la storia di quest’evento straordinario. E stato questo portentoso miracolo che ha trasformato quello sparuto gruppetto di poveri pescatori di Galilea nei primi missionari e martiri della storia della Chiesa, che hanno inseminato la fede cristiana nel mondo. Essi, partendo dalla Palestina, irradiarono il messaggio evangelico in tutto il mondo antico: in  Grecia, in Asia Minore, in Oriente, in Occidente, a Roma. Essi furono i pionieri della prima faticosa opera di evangelizzazione delle genti, creando le prime comunità cristiane e fondando le prime chiese, delle quali apprendiamo la storia e la fede dalle lettere di San Paolo. Dopo la Pentecoste, i discorsi di Pietro e degli altri Apostoli fatti in lingua aramaica (che era la lingua parlata da Gesù nella sua missione pubblica) venivano intesi  e capiti nelle loro lingue di origine dai neocatecumeni radunati a Gerusalemme o nelle comunità dei nuovi adepti. E tutti i presenti, stupiti, dicevano:</p>
<p>“Tutti costoro che parlano, non sono forse Galilei? E come mai ciascuno di noi li sente parlare nella propria lingua nativa? Siamo Parti, Medi, Elamiti; abitanti di Mesopotamia, di Giudea e di Cappadocia, del Ponto e dell’Asia, della Frigia e della Panfilia, dell’Egitto e della Libia, Romani residenti in Palestina, Giudei e proseliti, Cretesi e Arabi, e li udiamo parlare nella nostra lingua delle grandi opere di Dio?” (At 2, 1-11).</p>
<p>Il relatore ribadisce: “Non è possibile credere da soli. La fede, o è un fenomeno ecclesiale vissuto in condivisione con gli altri, o non ha senso”.</p>
<p>Al riguardo noi ci permettiamo di aggiungere alcune considerazioni da profani nel campo della teologia. A nostro avviso il discorso del Papa teologo trova un rinforzo in un passaggio del Vangelo di Matteo, quando Gesù afferma: “Dove si ritrovano due o tre riuniti nel mio nome, io sono là in mezzo a loro” (Mt 18,20).</p>
<p>Ma in un altro punto dello stesso testo evangelico troviamo quest’altra esortazione di Gesù sulle modalità della preghiera, quando Egli dice: “Tu quando vuoi pregare, entra nella tua stanza, chiudi la porta e prega il Padre tuo che è là nel segreto. E il Padre tuo, che vede anche ciò che è nascosto, te ne darà la ricompensa” (Mt 6, 5).</p>
<p>A primo acchito le due esortazioni appaiono in contrasto tra di loro, per cui, il senso dell’una escluderebbe il significato dell’altra. Comunque pensiamo che si tratti di un’aporia facilmente superabile distinguendo i due piani del culto: il primo riguarda  il concetto generale della fede, di portata universale ed ecumenica, che dev’essere portato avanti in un cammino di fede condivisa con gli altri, come possono essere i momenti della liturgia e delle altre cerimonie del culto pubblico; il secondo riguarda la dimensione della riflessione, del raccoglimento e della preghiera personale. A nostro avviso, l’uno non esclude l’altro, anzi lo integra e lo completa come momento di comunione, di trasparenza e di riflesso della creatura nel suo Creatore.</p>
<p>Il nostro relatore continua il suo discorso serrato: “Ma si può essere cristiani solo nella Chiesa, non accanto ad essa. E poniamoci in piena obiettività una domanda che può apparire patetica: che cosa sarebbe il mondo senza Cristo? Senza un Dio che parli, che conosca gli uomini ed Egli stesso possa essere conosciuto da loro?  ….</p>
<p>Per quanto anche il cristianesimo<i> </i>abbia sbagliato più volte i suoi interventi nel corso della sua storia, i criteri di giustizia e di amore<i> </i>sono tuttavia arrivati fino a noi, persino contro la loro volontà, spesso contro la Chiesa stessa , dal messaggio depositato e nascostamente custodito in essa.</p>
<p>Rimango nella Chiesa perché considero la fede realizzabile solo in essa e mai contro di essa: E’ una necessità per l’uomo, anzi per il mondo, che vive di essa anche se non la condivide. Infatti dove non c’è più Dio, non c’è nemmeno la verità che precede il mondo e l’uomo. E in un mondo senza verità non si può vivere a lungo ….</p>
<p>E ancora, esprimendo lo stesso concetto da un altro punto di vista, dice: “Rimango nella Chiesa perché soltanto la fede nella Chiesa redime l’uomo. Può sembrare un’affermazione tradizionale e dogmatica, ma nel nostro mondo di costrizioni e di frustrazioni, il desiderio di redenzione è riemerso con una forza primordiale”.</p>
<p>Anche gli sforzi degli psicoanalisti, come Freud e Jung, non sono altro che tentativi di redimere gli irredenti. Non solo, ma anche filosofi e sociologi, come Marcuse, Adorno, Habermas e Marx, a modo loro, sono alla ricerca di redenzione per l’umanità frustrata e sofferente. Essi aspirano alla ricerca di una felice condizione umana, senza sofferenze, senza malattie o povertà. Coltivano l’ideale a vivere in un mondo libero dalla tirannia, dalle sofferenze, dall’ingiustizia combattendo con strumenti delle idee: filosofici, sociologici, giuridici e sindacali. L’idea che si possa realizzare tutto e subito, che si possa creare un mondo senza dolore e senza patimenti attraverso le riforme sociali o l’abolizione delle istituzioni esistenti, è soltanto un’eresia, una chimera di alcune frange sociali più radicali schierate su posizioni unilaterali. Soltanto coloro che non conoscono a fondo la natura umana possono nutrire quest’illusione. Ma la lotta radicale contro tutti questi mali dell’uomo e della società parte da un impulso assolutamente cristiano.</p>
<p>Secondo il relatore l’uomo può meglio ritrovare se stesso, la propria verità, la propria gioia e felicità, soltanto sopportando se stesso e liberandosi dalla tirannide dell’egoismo.</p>
<p>Egli sostiene che una delle cause della crisi della nostra epoca dipende dalla pretesa di diventare persona senza avere conseguito il dominio di se stessi, la pazienza della rinuncia e lo sforzo del superamento di ogni forma di egocentrismo, incominciando col sacrificio necessario per adempiere puntualmente agli impegni presi, con la commisurazione continua della tensione tra ciò che si dovrebbe essere e quello che si è realmente.</p>
<p>Un uomo che venga privato della fatica di crescere, degli sforzi necessari per il suo adattamento alle esigenze della vita nella società, per la propria realizzazione come persona umana e che venga condotto nel paese della cuccagna dei suoi sogni, perde il senso della vita e se stesso, smarrisce la sua vera natura. In realtà l’uomo non viene redento se non attraverso la croce, con l’accettazione della sofferenza di se stesso e del mondo, che, insieme alla sofferenza di Dio è diventata il luogo del significato che libera. La speranza che dà la fede cristiana, in ultima istanza, dipende dal fatto essa dice la verità. La <i>chance</i> della fede è la <i>chance</i> della verità, che può essere offuscata e calpestata, ma non può soccombere.</p>
<p><b> </b></p>
<p><b>L’amore è la vera forza che redime </b></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Scrive Ratzinger: “Un uomo vede sempre soltanto nella stessa misura in cui ama. Senza una certa quantità di amore non si trova nulla. Chi non s’inoltra almeno per un po’ nell’esperimento della fede, chi non accetta di fare esperienza della Chiesa, chi non affronta il rischio di guardarla con gli occhi dell’amore, finisce soltanto per arrabbiarsi. Il rischio dell’amore è il presupposto per giungere alla fede. Chi lo ha osato, non ha bisogno di nascondersi nei lati oscuri della Chiesa, ma presto scopre che essa non è soltanto questi. Ciò perché accanto alla storia degli scandali, c’è anche quella forza liberatrice della fede, che si è mantenuta feconda nei secoli in personaggi meravigliosi come Agostino, Francesco d’Assisi, il domenicano Las Casas con la sua appassionata battaglia per la difesa degli Indios, Vincenzo de’ Paoli, Giovanni XXIII.</p>
<p>Anche l’arte, che nata sotto l’impulso del suo messaggio, diventa testimonianza di verità. La bellezza delle grandi cattedrali, la bellezza della musica che si è sviluppata nell’ambito della fede, la dignità della liturgia della Chiesa, la stessa realtà della festa che non si può fare da soli ma si può solo accogliere, il ciclo dell’anno liturgico, nel quale convivono l’ieri e l’oggi, il tempo e l’eternità, tutto questo non è un’insignificante casualità …”.</p>
<p>E ancora continua: “Se si tengono gli occhi aperti, anche oggi è possibile incontrare persone che sono testimonianza vivente della forza liberatrice della fede cristiana. E non è una vergogna essere e rimanere cristiani anche grazie a questi uomini che, dandoci l’esempio di un cristianesimo autentico, con le loro vite lo hanno reso ai nostri occhi degno di amore e di fede.</p>
<p>Una domanda che sorge spontanea in chi crede: scusate, ma il cristianesimo non rende gli uomini più umani legandoli a Dio? L’elemento più soggettivo non è qui anche un dato del tutto oggettivo, di cui non dobbiamo mai vergognarci di fronte a nessuno?</p>
<p>Se poi guardiamo alla storia della Chiesa più recente, vediamo che nel corso del secolo appena passato ci sono stati dei cambiamenti importanti: un forte movimento di riforma che ha portato al rinnovamento della teologia e della liturgia, che, complessivamente sta dando risultati generali positivi. E se questi cambiamenti ci sono stati, è stato grazie al fatto che ci furono alla sua guida uomini capaci che amarono la Chiesa in modo vigile, con spirito critico e pronti a soffrire per essa.</p>
<p>Il relatore conclude la sua analisi sostenendo che: “Rimanere in una Chiesa fatta dall’uomo a sua misura non ha senso, sarebbe una contraddizione in termini. Rimanere nella Chiesa perché essa è in sé degna di rimanere nel mondo; perché essa è in sé degna di essere amata e di un amore che la porti sempre a trasformarsi di nuovo in ciò che dev’essere veramente: questo è il cammino che oggi viene indicato dalla responsabilità della fede!  <b></b></p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.felicemoro.com/perche-siamo-ancora-nella-chiesa/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>La discesa agli inferi  e l&#8217;ascesa al cielo di Gesù</title>
		<link>http://www.felicemoro.com/la-discesa-agli-inferi-e-lascesa-al-cielo-di-gesu/</link>
		<comments>http://www.felicemoro.com/la-discesa-agli-inferi-e-lascesa-al-cielo-di-gesu/#comments</comments>
		<pubDate>Mon, 22 Apr 2013 12:16:36 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Felice Moro</dc:creator>
				<category><![CDATA[Teologia]]></category>
		<category><![CDATA[ascensione]]></category>
		<category><![CDATA[ascensione al cielo]]></category>
		<category><![CDATA[cielo]]></category>
		<category><![CDATA[discesa]]></category>
		<category><![CDATA[Discesa agli inferi]]></category>
		<category><![CDATA[inferi]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.felicemoro.com/?p=409</guid>
		<description><![CDATA[Questo saggio comprende due testi di teologia del Pontefice Benedetto XVI (Joseph Ratzinger) sui due articoli della professione di fede: "La discesa agli inferi" e "L'ascensione al cielo" di Gesù, contenuti nel "Credo simbolo apostolico".]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>Saggi<strong><em></em></strong><strong> di Benedetto XVI (J. Ratzinger) sui temi: la discesa agli inferi e l&#8217;ascesa al cielo di Gesù </strong></p>
<p>Il lavoro qui presentato è tratto dal libro<b> &#8221;</b><i>Perché siamo ancora nella Chiesa&#8221;,</i> pubblicato nell’anno  2007 dalla Casa Editrice Rizzoli. Il saggio è molto interessante perché indaga su una questione teologica di primaria importanza analizzata da uno specialista della disciplina con un metodo scientifico adeguato alla materia stessa. In questa sede il lavoro viene riportato in parte integralmente, in parte per riassunto semplificato e sintetizzato, onde renderlo più comprensibile e più accessibile  al comune lettore.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Come approccio alla problematica in apertura della discussione l’Autore avverte il lettore che nessun articolo della fede cristiana è così oscuro e lontano dalla nostra attuale sensibilità e coscienza, come questo che stiamo prendendo in esame.</p>
<p>Eppure nel <i>Credo simbolo apostolico,</i> ogni credente fa la sua professione di fede in Dio Padre Onnipotente e  in Gesù Cristo, nato da Maria Vergine, che patì sotto Ponzio Pilato, morì e fu sepolto, <i>discese agli inferi</i>, il terzo giorno risuscitò dalla morte, <em>salì al cielo</em>, dove siede alla destra di Dio Padre.</p>
<p>Di tutti gli articoli contenuti nella professione di fede, quello <i>della discesa agli inferi</i> è il più difficile da capire da parte dell’uomo comune che vive nella società moderna massificata e secolarizzata. Per questo motivo spesso gli stessi credenti lo accantonano come un problema troppo arduo, difficile da capire e ancor più da spiegare. Ma accantonare una questione difficile non significa certo risolvere il problema che essa implica. Al contrario, sarebbe una scelta più saggia quella di cercare di approfondire la questione per tentare di darsi una spiegazione.</p>
<p>L’Autore premette che nel corso dell’anno liturgico, temporalmente questo momento è collocato nel giorno del Sabato Santo. Il Venerdì Santo è il giorno della passione e della crocifissione di Gesù e lo sguardo dei credenti è rivolto alla croce, mentre il Sabato è il giorno della morte del Signore. Il Relatore sottolinea il fatto che il messaggio contenuto nel testo in questione sembra preannunciare e precorrere l’inaudita esperienza del nostro tempo, in cui sembra che Dio non ci sia più, che non esista o che comunque sia assente dalla presenza e dalle premure quotidiane dell’uomo moderno.</p>
<p>“Dio è morto e noi l’abbiamo ucciso!” aveva affermato Nietzsche. Proprio questa frase, che viene dalla tradizione cristiana della passione, esprime molto bene il valore intrinseco della <i>discesa agli inferi</i>  di Gesù nel Sabato della sua morte.</p>
<p>Ma accanto all’apparente assenza o alla non noncuranza di Dio per le sorti dell’uomo, nel Nuovo Testamento abbiamo anche altri esempi del suo  risveglio e delle sue improvvise sorprese, come quello della tempesta sedata riportato nei Vangeli sinottici (Mc 4,35-41; Mt 8,23-27; Lc 8,22-25) e la storia di <i>Emmaus</i> riportata da Luca (Lc 24, 13-25). In quest’ultimo caso viene presentato l’episodio di due discepoli in cammino verso il villaggio di Emmaus, non molto distante da Gerusalemme. Mentre i due viandanti parlano tra di loro sconvolti per fatti accaduti, si unisce ad essi un terzo viaggiatore, uno sconosciuto. I tre parlano degli ultimi avvenimenti verificatisi a Gerusalemme, che hanno portato all’uccisione in croce di Gesù di Nazareth. I due viandanti appaiono afflitti e delusi per la tragica fine del Messia e quindi  per la mancata realizzazione delle loro speranze riposte in Lui. E proprio mentre vanno avanti parlando di queste cose, non si accorgono che la loro speranza non è finita perché Dio non è morto, ma è accanto a loro, è con loro. Quello che è morto non è Dio, ma il loro mito di Dio, l’immagine che di Lui si erano costruiti essi stessi e le loro fallaci aspettative  riposte in un messianismo  di diversa natura.</p>
<p>L’articolo della discesa agli inferi del Signore ci ricorda anche che della rivelazione cristiana fa parte, non soltanto il parlare di Dio, ma anche il suo tacere. Dio non è soltanto la parola comprensibile che si avvicina a noi, ma è anche la causa taciuta e inaccessibile, incompresa e incomprensibile, che ci sfugge mentre tentiamo di afferrarla. Certamente sappiamo che nel cristianesimo, in modo particolare nel prologo del Vangelo di Giovanni, c’è il primato del <i>Logos, </i>della parola rispetto al silenzio:</p>
<p><i>In principio era il Verbo e il verbo era Dio … e il Verbo si fece carne e pose la sua dimora in mezzo a noi </i>… Dio ha parlato, Dio è la parola.</p>
<p>Ma oltre tutto, scrive l’Autore, “non dovremmo mai dimenticare la verità del duraturo nascondimento di Dio. Solo quando Lo abbiamo conosciuto come silenzio, noi possiamo sperare di sentire anche la sua parola, la sua voce,  il suo parlare, che emana dal silenzio. La cristologia oltrepassa la croce, il momento della tangibilità dell’amore divino, anche nella morte, nel silenzio e nell’oscuramento.</p>
<p>A partire da questa considerazione, appare logico che la Chiesa e la vita di ogni singolo uomo venga ricondotta sempre in quest’ora di silenzio dell’articolo dimenticato e messo da parte: <i>la discesa agli inferi</i> del Signore.</p>
<p>Se si tiene conto di questo, si comprende sicuramente meglio  il grido di morte di Gesù “Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?” (Mc 15,34) e il segreto della sua discesa agli inferi, che diventa visibile come l&#8217;irrompere di un lampo di luce accecante in una notte buia”.</p>
<p>Inoltre occorre ricordare che questa frase di dolore del Crocefisso è il versetto iniziale di una preghiera di Israele [Sal. 22 (21), 2] nella quale si esprimono in modo sconvolgente il bisogno e la speranza di questo popolo eletto da Dio e, almeno in apparenza, da Lui abbandonato. Questa preghiera, che sale come richiesta nel momento dell’oscurità di Dio, finisce con l’esaltazione accorata della sua grandezza. Ernest Käsemann ha definito questo Salmo come <i>una preghiera dagli inferi</i>, come l’istituzione della prima preghiera nel deserto dell’apparente assenza di Dio. “Il Figlio mantiene ancora la fede anche quando questa sembra che sia diventata senza senso e la realtà terrena rivela il Dio assente … Il suo grido è indirizzato, non al vivere o al sopravvivere, non a se stesso, bensì al Padre. questo grido è contro la realtà del mondo intero”.</p>
<p>“Noi, continua Ratzinger, abbiamo bisogno di chiederci qui: Che  cosa deve significare la preghiera nella nostra ora buia? Può essere qualcosa di diverso dal grido dal profondo insieme al Signore, il quale discese agli inferi e ha dato vita alla vicinanza di Dio paradossalmente proprio nel momento dell’abbandono di Dio?</p>
<p>Ma tentiamo ancora un’ulteriore riflessione per cercare di penetrare in questo complesso mistero con un’osservazione esegetica. Ci viene detto che nel nostro articolo di fede il termine “inferno” sarebbe una traduzione errata di <i>schë ol</i> (in greco <i>hades</i>), con il quale l’ebreo definiva la condizione al di là della morte, che si immaginava in modo molto vago come una specie di esistenza nell’ombra, più un non esserci che un esserci. Perciò originariamente la frase avrebbe significato solo che Gesù è entrato nello <i>schë’ol, </i>ovvero che è morto …”.</p>
<p>Allora si pongono altri quesiti importanti, del tipo:</p>
<p>Che cos’è veramente la morte? Che cosa accade all’uomo dopo la morte?</p>
<p>A queste domande l’Autore risponde nel modo seguente: “Possiamo tentare un avvicinamento al problema partendo ancora una volta dal grido di Gesù sulla croce, ivi trovando espresso il nucleo di ciò che significa discesa di Gesù, partecipazione al destino di morte dell’uomo. Il senso più profondo di quest’ultima preghiera di Gesù sembra che sia, non un qualsivoglia dolore fisico, bensì la radicale solitudine, il totale abbandono. In questo punto appare veramente l’abisso della solitudine dell’uomo come tale, dell’uomo che nel suo intimo è sempre solo. Questa solitudine, che generalmente è coperta in vario modo con diversi palliativi illusori, è la vera condizione esistenziale dell’uomo; e questa condizione è in la profonda contraddizione alla  su essenza che è fatta, non per stare da solo, ma per essere in comunione con gli altri. Perciò la solitudine è la sfera della paura, che si basa sul venir meno dell’essenza; ma in questo momento l’essenza è stata esiliata in uno spazio che le è impossibile recuperare.<i> </i></p>
<p>Un esempio: se un bambino deve camminare da solo attraverso la foresta ombrosa nella notte buia, ha paura. Ha paura anche se gli si è dimostrato in maniera evidente che non c’è nulla da temere. Nel momento in cui egli è solo nell’oscurità e sente la solitudine in maniera radicale, sorge la paura, la vera paura dell’uomo, che non è paura di qualcosa, bensì la paura di sé. In fin dei conti la paura di qualcosa di determinato è innocua, può sempre essere esorcizzata allontanando l’oggetto o la causa che produce la paura.</p>
<p>Qui invece ci imbattiamo in qualcosa di molto più profondo: nel fatto che l’uomo, quando finisce nella solitudine definitiva, non ha paura di qualcosa, ma ha paura della solitudine, dell’inquietudine e della sospensione della sua essenza, che non può essere superata razionalmente.</p>
<p>Un altro esempio: quando qualcuno deve stare sveglio di notte da solo con un morto in una camera, troverà sempre la sua situazione imbarazzante e inquietante. Egli sa bene che il morto non gli può fare nulla di male e che, in un certo qual modo, la sua situazione potrebbe diventare molto più pericolosa se la persona morta fosse ancora in vita. Quello che nasce qui è una paura di tutt’altro tipo, non paura di qualcosa, bensì dell’essere soli con la morte, la sinistra sensazione della solitudine in sé, la sospensione dell’esistenza.</p>
<p>Ma la domanda resta sempre in piedi: dato il fatto che la prova dell’infondatezza cade nel vuoto, come può essere superata questa paura? Ora, tornando all’esempio del bambino, egli perderà la paura nel momento in cui sentirà vicino a sé una mano che lo prende, una voce che gli parla, un afflato umano che lo rassicura, cioè sente la presenza di una persona amica che gli vuole bene. E anche chi è solo con il morto, sentirà la sua paura svanire se qualcuno è con lui, se egli sente la vicinanza di un “tu”. Questa è un’ulteriore prova del fatto che la paura, è paura della solitudine, paura di un essere che è nato per vivere in comunione con gli altri. Pertanto la vera paura dell’uomo non può essere superata o vinta  con la ragione, bensì solo con la presenza di qualcuno che egli conosce, che gli rivolge una parola amica rassicurante.</p>
<p>Se esistesse una solitudine assoluta in cui nessuna parola di un altro potesse arrivare per suscitare l’effetto rassicurante; se sopraggiungesse una sospensione dell’esistenza tanto grave che in quel luogo non potesse giungere alcun “tu”, allora sarebbe data quella vera e totale solitudine e la terribilità che il teologo chiama ”inferno”. Soltanto allora possiamo capire cosa significhi questa parola: essa indica la solitudine nella quale non penetra più la parola dell’amore e perciò stesso costituisce la vera sospensione dell’esistenza.</p>
<p>Giova qui ricordare una verità: la convinzione dei poeti, dei filosofi e dei sapienti di tutti i tempi, secondo i quali, i rapporti tra gli uomini rimangono generalmente nella superficie; nessun uomo avrebbe mai l’accesso alla vera profondità dell’essere dell’altro; ogni incontro, per quanto possa apparire bello, salutare e proficuo, non fa altro che narcotizzare l’insanabile ferita della solitudine individuale. Ne deriva una conseguenza logica tremenda: nel profondo più intimo dell’esistenza di ciascuno di noi abiterebbe l’inferno, la disperazione, la solitudine radicale tanto indefinibile quanto terribile.</p>
<p><i>Jean Paul Sartre</i> è uno dei tanti intellettuali che ha costruito la sua antropologia su quest’idea di solitudine, sull’isolazionismo sostanziale dell’individuo.</p>
<p>Non solo, ma anche un poeta equilibrato come Hermann Hesse, che sembra così conciliante e sereno, di fatto dà forma allo stesso pensiero quando afferma:</p>
<p><i>Strano vagare nella nebbia!</i></p>
<p><i>Vivere è essere soli.</i></p>
<p><i>Nessun uomo conosce l’altro,</i></p>
<p><i>ognuno è solo</i>.</p>
<p>Qui sia consentito a chi scrive di compiere un’incursione nella letteratura italiana per fare una citazione che cade a proposito di questo discorso sulla solitudine esistenziale dell’individuo. Ciò perché il testo della poesia di Hesse richiama direttamente alla memoria la lirica di Salvatore Quasimodo “<i>Ed è subito sera</i>”:</p>
<p><i>Ognuno sta solo nel cuore della terra</i></p>
<p><i>trafitto da un raggio di sole:</i></p>
<p><i>ed è subito sera</i>.</p>
<p>Le categorie della solitudine e dell’incomunicabilità tra gli uomini sono modelli poetici archetipi. Pertanto  sono temi ricorrenti, non soltanto tra i poeti ermetici, ma in tutti i poeti di ogni tempo e di diverso indirizzo letterario.</p>
<p>Chiusa la parentesi. Tornando al nostro testo, il teologo afferma: “Una cosa è certa: c’è una notte nel cui abbandono non arriva alcuna voce; vi è una porta attraverso la quale noi possiamo passare soltanto in solitudine: la porta della morte. Tutta la paura del mondo è in ultima analisi paura di questa solitudine. Da questo si può capire perché l’Antico Testamento abbia una sola parola per indicare sia l’inferno che la morte, il termine <i>schë,ol</i>: in fin dei conti le due cose sono identiche. La morte è la solitudine per antonomasia. La solitudine nella quale l’amore non può più penetrare: questo è l’inferno …!</p>
<p>Questo significa che Cristo ha attraversato la porta della nostra ultima solitudine, che egli nella sua passione è entrato in quest’abisso del nostro essere abbandonati. Dove nessuna voce può raggiungerci, egli è lì. In questo modo l’inferno è superato; ossia: la morte che prima era l’inferno, non lo è più …. L’inferno è ora soltanto una chiusura volontaria di sé o, come afferma la Bibbia, la seconda morte.</p>
<p>Conseguentemente a queste premesse, l’Autore scrive: “Diventa chiaro anche il testo, apparentemente così mitico, del Vangelo di San Matteo, che racconta come alla morte di Gesù le tombe si aprirono e i corpi dei santi risuscitarono (Mt 27,52-53): la porta della morte è aperta da quando nella morte abita la vita, l’amore …</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><b>L</b>’<b>ASCENSIONE AL CIELO</b> <b></b></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Il discorso sull’ascensione di Gesù al cielo, come quello della sua discesa agli inferi, negli ultimi tempi ha subito l’attacco critico da parte di molti studiosi, compreso il Bultmann, che hanno dichiarato inaccettabile la concezione del mondo rappresentato a tre livelli con i concetti di “sotto” e di “sopra”. Secondo questi studiosi il mondo è solamente mondo, governato ovunque dalle inderogabili leggi della fisica. Non ha piani e i concetti di “sopra” e “sotto” sono relativi, dipendono dal punto di vista dell’osservatore. Poi, con la conoscenza che oggi abbiamo dell’universo, non abbiamo più punti di riferimento, dato che la terra non lo più. Il cosmo non ha più un orientamento fisso. Ma la concezione di tripartizione dello spazio è implicita nelle affermazioni di fede di “discesa agli inferi” e di “ascensione del Signore al cielo”.</p>
<p>A questo riguardo l’Autore afferma: “Entrambe le frasi esprimono piuttosto, insieme alla professione del Gesù storico, la dimensione generale dell’esistenza dell’uomo, che non abbraccia tre piani cosmici, ma sicuramente tre dimensioni metafisiche. Purtroppo la posizione teoretica di certi critici moderni mette da parte, non soltanto i concetti di “discesa agli inferi” e di “ascesa al cielo”, ma, insieme ad esse, anche quello dell’esistenza del Gesù storico, cioè le tre dimensioni dell’esistenza umana. Allora ciò che rimane può solo essere un fantasma che può essere drappeggiato in vari modi, come ognuno lo vuole o se lo aspetta.</p>
<p>Pertanto che cosa significano veramente queste tre dimensioni? Abbiamo già chiarito che la discesa agli inferi non rimanda ad una profondità esteriore del cosmo, che, nell&#8217;economia del nostro discorso, non è affatto indispensabile.</p>
<p>Nella preghiera del Crocifisso a Dio che lo ha abbandonato, manca qualsiasi allusione cosmologica di spazio (non c’è alcun riferimento ai concetti topografici di “sotto”, “sopra”, “a destra”, “a sinistra”). Il significato della frase conduce il nostro sguardo sulla profondità dell’esistenza umana, la quale arriva giù giù nel fondo della morte, nella zona della solitudine intangibile e con ciò racchiude la dimensione dell’inferno. L’inferno non è una certezza cosmografica, bensì una dimensione della natura umana che decade, arriva in basso.</p>
<p>Oggi poi sappiamo di più di quello che si sapeva un tempo e cioè che questa profondità tocca l’esistenza di ognuno; e poiché in fin dei conti l’umanità è “<i>un essere umano</i>”,  questa profondità tocca, non soltanto il singolo, bensì il corpo unico del genere umano in generale.</p>
<p>Da qui si comprende che Cristo, il “nuovo Adamo” ha voluto condividere questa profondità fino a lasciarsi toccare da essa; al contrario, soltanto ora il totale rifiuto è diventato possibile nella sua totale insondabilità”.</p>
<p>L’Autore continua: “L’ascensione di Cristo, per contro, ci rimanda all’altra fine dell’esistenza umana, che si estende oltre se stessa all’infinito verso l’alto e verso il basso. Come polo opposto all’isolamento radicale, all’integrità dell’amore negato, questa esistenza è portatrice della possibilità del contatto con tutti gli altri uomini nel contatto dell’amore divino in sé, cosicché l’umanità possa trovare il suo luogo geometrico all’interno dell’essere stesso di Dio.</p>
<p>La profondità, che noi chiamiamo inferno, può darla solo l’uomo a se stesso. E’ la condizione in cui egli non vuole ricevere nulla e vuole essere totalmente indipendente. L’inferno è l’espressione della chiusura in  sé. L’uomo non vuole ricevere e non vuole prendere nulla, bensì vuole stare su se stesso e bastare a se stesso. Se questo atteggiamento ottiene la radicalità definitiva, allora l’uomo diventa l’intoccabile, il solitario, il rifiutato.</p>
<p>Inferno è il voler essere completamente soli, il che avviene quando l’uomo si barrica in sé.</p>
<p>Contraria è l’essenza di <i>quel sopra </i>( la grazia), che noi abbiamo chiamato cielo, che può solo essere ricevuto, come l’inferno può solo essere dato da se stessi. Nella teologia scolastica si diceva che il cielo è come una grazia “donum indebitum et superadditum naturae = un dono della natura non dovuto e aggiunto. Il cielo, come amore ricolmo, può sempre essere donato all’uomo; il suo inferno è invece la solitudine di colui che non vuole accettare, che rifiuta lo <i>status</i> di bisognoso di grazia e si ritira in se stesso.</p>
<p>Il cielo non dev’essere inteso come un luogo eterno, ultraterreno, ma neppure come una regione metafisica eterna. Dobbiamo piuttosto dire che la realtà ”cielo” e “ascensione di Cristo” sono unite in maniera indissolubile. Solo partendo da questa premessa diventa chiaro il senso cristologico, personale, ricevuto storicamente nel messaggio cristiano del cielo.</p>
<p>Il cielo non è un luogo che sarebbe stato chiuso prima dell’ascensione di Cristo, in base a un positivo decreto punitivo di Dio, per essere poi aperto un giorno in maniera altrettanto positivistica. La realtà del cielo nasce piuttosto in primo luogo attraverso il compenetrarsi di Dio e dell’uomo. Il cielo dev’essere definito come il contatto dell’essenza dell’uomo con l’essenza di Dio: questo compenetrarsi di Dio e dell’uomo è accaduto definitivamente in Cristo con il suo oltrepassare il <i>bios</i> con la morte verso la nuova vita. Il cielo è perciò quel futuro dell’uomo e dell’umanità che essa non può darsi da sola e che quindi le è precluso finché essa lo aspetta da se stessa, che è stato soltanto aperto in quell’Uomo, il cui luogo di esistenza era Dio e attraverso il quale Dio è entrato nell’essenza dell’uomo. Perciò il cielo è sempre qualcosa di più che un destino singolo privato: esso è necessariamente una conseguenza dell’”ultimo Adamo”, dell’uomo definitivo e dunque del futuro totale dell’uomo stesso”.</p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.felicemoro.com/la-discesa-agli-inferi-e-lascesa-al-cielo-di-gesu/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>LA DONNA E LA SUA EMANCIPAZIONE NEL TEMPO</title>
		<link>http://www.felicemoro.com/la-donna-e-la-sua-emancipazione-nel-tempo/</link>
		<comments>http://www.felicemoro.com/la-donna-e-la-sua-emancipazione-nel-tempo/#comments</comments>
		<pubDate>Sun, 03 Mar 2013 21:48:50 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Felice Moro</dc:creator>
				<category><![CDATA[Condizione Femminile]]></category>
		<category><![CDATA[Donna]]></category>
		<category><![CDATA[Emancipazione]]></category>
		<category><![CDATA[Femminile]]></category>
		<category><![CDATA[Maschile]]></category>
		<category><![CDATA[Parità dei Diritti]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.felicemoro.com/?p=396</guid>
		<description><![CDATA[Il saggio riepiloga il lungo percorso di emancipazione della donna nel tempo. Nell'antichità  era sempre soggetta ad un maschio di turno, padre o  marito che fosse. Essa  curava la casa, procreava e allevava i figli. Ha incominciato a reclamare i suoi diritti  alla fine dell'Ottocento. Le prime rivendicazioni importanti risalgono al periodo della Rivoluzione Industriale, quando le donne incominciarono a chiedere i  loro diritti alle istituzioni e ai datori di lavoro . Nel 1921 viene stabilita la data dell'8 Marzo come la Giornata Internazionale della Donna. In Italia  l'emancipazione della donna incomincia nel 1946 con la concessione del suffragio universale femminile. Oggi i diritti fondamentali della donna sono garantiti dalla Costituzione Repubblicana. Attualmente  le donne, non solo italiane, ma di tutte le società occidentali, godono della parità dei diritti con i maschi e hanno libero accesso agli uffici e alle carriere nella Pubblica Amministrazione e nei servizi.  ]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><strong></strong><br />
<strong> </strong></p>
<p><strong>NELL’ANTICHITA’</strong><br />
Nel corso della storia la donna è stata sempre subordinata all’uomo. Ha avuto sempre un padrone di turno: prima il padre, poi il marito.<br />
L’<strong>antica</strong> <strong>società, greca e latina</strong>, era dominata dal mondo maschile e il maschio era il capo famiglia. Il <strong><em>pater familias</em></strong> era colui che aveva il potere assoluto, di vita e di morte, su tutti i suoi membri: la moglie, i figli, i servi, la casa e i beni (<em>le res familiares</em>). Egli era sempre impegnato fuori casa: se apparteneva alla plebe, doveva lavorare in campagna dedicandosi all’agricoltura, alla pesca o all’allevamento del bestiame; se apparteneva alle classi sociali più agiate, era impegnato in altre attività più nobili: nei tornei di caccia, nell’arte militare che affrontava le guerre o nel <em>cursus honorum</em> della magistratura o della vita politica che si svolgeva nel foro o nell’<em>agorà</em> della città.</p>
<p>La donna doveva stare in casa a sfaccendare, governare la servitù, amministrare le risorse, preparare il cibo, procreare.<br />
La donna era indispensabile nella famiglia, non tanto per la sua dignità di persona umana, quanto per adempiere ad altre funzioni di carattere strumentale: <em>in primis,</em> quella di procreare, allevare la prole ed educare i figli nel <strong>GINECEO</strong> o nella <strong>DOMUS</strong> di famiglia.<br />
La famiglia, a sua volta, era necessaria, non soltanto per la trasmissione della vita e dei propri beni, ma anche e soprattutto per avere figli maschi da arruolare nell’esercito armato. Questo era il mezzo che serviva per la difesa della patria e per esplicare l’egemonia nel territorio di pertinenza. Inoltre la procreazione serviva anche per garantire la continuità demografica della popolazione nelle <em>poli</em>s greche e nelle <em>urbes et civitates</em> romane.<br />
Ancora oggi possiamo dire che nell’immaginario collettivo esistono molti pregiudizi che hanno radici lontane. Si dice spesso che essi siano frutto dell’ignoranza, ma non si tratta soltanto d’ignoranza. Spesso sono frutto di inveterate convinzioni che hanno avuto un grande peso anche in uomini di cultura: filosofi, politici e letterati.</p>
<p><strong>NEL MEDIO EVO</strong><br />
Facendo un salto di qualche millennio, troviamo che nel Medio Evo la situazione della donna non era molto diversa da quella che era nei tempi antichi.<br />
<strong>Eleonora d’Arbore</strong>a era una grande donna e una grande statista del <strong>Medioevo giudicale sardo</strong>. Era una donna battagliera che aveva saputo condurre i reparti militari armati (cavalieri e fanti) con i quali, nei primi anni di regno (a partire dal 1383), aveva sconfitto gli <strong>Aragonesi</strong> a più riprese. Era riuscita a liberare quasi tutta la Sardegna dalla loro presenza, costringendoli ad asserragliarsi nelle due roccheforti di Cagliari e di Alghero ed era sul punto di ricacciarli fuori dall’Isola, quando fu costretta dalle circostanze a fermarsi: gli Aragonesi avevano arrestato e mantenuto prigioniero il marito <strong>Brancaleone Doria</strong>. Era stata abile diplomatica nel portare avanti e concludere le trattative con i nemici per la liberazione del marito. Per quei tempi era stata una donna di grande preparazione giuridica e culturale, il cui spessore si può misurare dal valore del suo codice, la <strong>Carta De Logu</strong>, il più antico e il più completo ordinamento giuridico isolano, scritto in sardo da giuristi sardi, sotto la sua supervisione e da lei promulgato il <strong>16 Aprile del 1392</strong>.<br />
Il valore di questo Ordinamento si può rilevare da due semplici dati: nel 1421, il sovrano aragonese e re di Sardegna,  <strong>Alfonso V il Magnanimo</strong>, lo estese a tutta l’Isola dove rimase in vigore per oltre quattrocento anni: formalmente fino al <strong>1827</strong>, quando furono emanati i nuovi codici di diritto civile e penale del <strong>re Carlo Felice</strong>; di fatto continuò ad essere vigente fino al <strong>Novecento</strong> e oltre, come fonte di diritto consuetudinario. Infatti ancora adesso, per ricomporre alcune controversie che spesso insorgono nei rapporti di lavoro del mondo agropastorale sardo, si fa riferimento alle perizie arbitrali dei <em>bonos homines</em>, vetusta figura giuridica dell’antico Codice arborense.</p>
<p>Ebbene, la Carta De Logu contiene precise norme per la tutela dei deboli, donne e bambini, ma <strong>non fa</strong> alcun cenno <strong>all’emancipazione della donna </strong>in se stessa. Come nessun cenno viene fatto in tal senso nella legislazione dei secoli successivi, aragonese, spagnola e sabauda.<br />
Ma, col passare del tempo, la figura della donna, nonostante resti sempre subordinata a quella del maschio, comincia ad acquistare la sua emancipazione, la sua dignità, il suo valore.</p>
<p><strong>NELL’OTTOCENTO</strong><br />
Già nell’ideologia tedesca degli anni ’40 dell’Ottocento fa capolino la domanda di emancipazione delle donne che lavorano nelle fabbriche industriali. <strong>Marx ed Engels</strong> prendono posizione a favore delle <strong>operaie</strong> che lottano per il riconoscimento dei loro <strong>diritti</strong>. Essi sostengono la tesi secondo cui la prima divisione del lavoro è quella che esiste tra l’uomo e la donna nella procreazione dei figli. “La via maestra per la liberalizzazione della donna sarebbe quella di appoggiare le <em>lotte per il movimento operaio</em>, finalizzato al superamento del concetto capitalistico di proprietà privata, compreso il concetto maschilista di proprietà della donna. Appare chiaro che l‘emancipazione della donna e la sua equiparazione all’uomo sono e restano impossibili finché la donna sarà esclusa dal lavoro sociale e produttivo e resterà confinata all’ambito del lavoro domestico privato. L’emancipazione sarà possibile solo quando la donna potrà partecipare al lavoro produttivo e quello domestico la impegni soltanto in parte”.<br />
Durante la Rivoluzione Industriale e la formazione degli Stati Nazionali, le donne inglesi, costrette ad effettuare massacranti turni di lavoro negli stabilimenti industriali (cotonifici, filatoi, laboratori di tessitura e maglieria di città come Londra, Bristol, Cardiff, Liverpool), cominciano ad organizzarsi per reclamare i loro diritti.<br />
Nella seconda metà dell’<strong>Ottocento John Stuard Mill</strong> (filosofo ed economista britannico, sostenitore delle teorie del liberalismo e dell’utilitarismo) fu sensibilizzato dalla moglie <strong>Harriet Taylor</strong> alla problematica della <strong>difesa </strong>dei<strong> diritti </strong>delle<strong> donne</strong>. Tra il <strong>1865 e il 1868</strong> era contemporaneamente <strong>docente universitario</strong> in Scozia e <strong>deputato</strong> nel Parlamento di Londra. Come deputato alla Camera dei Comuni pose il problema della necessità di regolamentare con leggi specifi<em>che i diritti delle donne: diritto di voto, di un equo orario di lavoro, di protezione nel diritto di famiglia, di tutela </em>delle<em> lavoratrici madri.</em> Nel 1869 pubblicò un libro: T<strong>he subjection of Women = La servitù delle donne</strong>, in cui rivendica la parità dei sessi nel diritto di famiglia e il suffragio universale per tutti i cittadini, maschi e femmine.<br />
Nel saggio egli sostiene che la soggezione della donna non nasce da un’inferiorità naturale  ma da un atto di forza del genere umano maschile che volta in servitù la sua debolezza fisica. La condizione che ne è derivata, avallata dal diritto, diffusa dalla tradizione e dal pregiudizio, è in contrasto con l’uguaglianza dei diritti che regge la civiltà liberale: non ci può essere libertà se metà del genere umano ne è esclusa. Ciò di cui generalmente le persone hanno esperienza, non è la vera natura della donna, ma la femminilità quale si è manifestata nella condizione di subordinazione sessuale. Il primo mezzo di asservimento è la famiglia. L’emancipazione arricchisce l’intera specie: la parità tra i sessi, la capacità di convivere tra esseri liberi e uguali, l’educazione paritaria e le pari opportunità accresceranno le qualità intellettuali e morali dell’intero genere umano. Per raggiungere la parità occorre <em>dare alla donna, non solo il diritto di voto, ma anche un nuovo ordinamento del diritto di famiglia, </em>incentrato<em> sull’uguaglianza giuridica </em>dei due<em> coniugi, la separazione dei beni e l’istituto </em>del<em> divorzio</em>. La liberazione della donna gioverà a migliorare anche gli uomini che, una volta per tutte, la smetteranno di sentirsi superiori solo per il fatto di essere maschi. Così si porrà fine all’ultimo residuo di<strong> schiavitù legale</strong> esistente dopo l<strong>’abolizionismo</strong> dello <strong>schiavismo dei negri</strong> <em>negli Stati Uniti d’America.</em></p>
<p><strong>NEL NOVECENTO</strong><br />
La condizione della donna comincia a cambiare radicalmente, sia in Italia che nel Mondo Occidentale, solamente a partire dal <strong>Novecento</strong>. Soltanto negli ultimi 100 anni si può parlare di donne in movimento verso l’emancipazione femminile. All’inizio del secolo incominciano a formarsi le corporazioni di donne che si uniscono per combattere contro tutte le discriminazioni di una società maschilista.<br />
Nel primo decennio del secolo diventa attivo il movimento femminista: <em>Lotta delle donne socialiste</em>. Durante la Prima Guerra Mondiale le donne sospendono le loro rivendicazioni per compiere il loro dovere di mogli e di madri di mariti e di figli in guerra. Ma con la fine della guerra esse partono di nuovo alla ribalta creando i movimenti che porteranno all’emancipazione femminile del <strong>XX secol</strong>o.<br />
Nel 1921, per iniziativa della <em>Confederazione Internazionale delle Donne Comuniste</em>, viene stabilita la data del<strong>l’8 Marzo come Giornata Internazionale dell’Operaia.</strong> Successivamente l’<strong>8 Marzo</strong> è diventata la giornata, non soltanto dell’operaia, ma della donna, <strong>di tutte le donne</strong>. E’ diventata la giornata simbolo dell’emancipazione femminile, delle pari opportunità in cui si regala la mimosa e si va fuori a cena.<br />
In Italia il suffragio universale femminile fu introdotto con <em>Decreto Luogotenenziale del 1 Febbraio 1945 firmato dal re Umberto II di Savoia</em>, approvato dal Consiglio dei Ministri presieduto da <strong>Ivanoe Bonomi, </strong>su proposta di<strong> P. Togliatti e di A. De Gasperi.</strong> Le prime occasioni di voto, attivo e passivo, per le donne italiane sono state le <strong>elezioni del 1946</strong>. Ad<strong> aprile, </strong>le<strong> elezioni amministrative</strong>; il<strong> 2 Giugno le elezioni politiche</strong> per due scelte importanti: il <strong>Referendum</strong> per la scelta istituzionale tra <strong>Monarchia o Repubblica</strong> e l’elezione dei Deputati e Senatori, che avrebbero formato il nuovo Parlamento, cui sarebbe spettato il compito di elaborare la nuova <strong>Costituzione Repubblicana.</strong><br />
Art. 29- La Repubblica riconosce i diritti della famiglia, come società fondata sul matrimonio. Il matrimonio è ordinato sull’uguaglianza morale e giuridica dei coniugi, con i limiti stabiliti dalla legge a garanzia dell’unità familiare.<br />
Art. 30- E’ dovere e diritto dei genitori mantenere, istruire ed educare i figli, anche se nati fuori dal matrimonio … La legge assicura ai figli nati fuori del matrimonio ogni tutela giuridica e sociale, compatibili con i diritti dei membri della famiglia legittima. La legge detta le norme e i limiti per la ricerca della paternità.<br />
Art. 31- la repubblica agevola con misure economiche e altre provvidenze la formazione della famiglia e l’adempimento dei compiti relativi, con particolare riguardo alle famiglie numerose. Protegge la maternità, l’infanzia e la gioventù favorendo gli istituti necessari a tale scopo.<br />
Art. 33- L’arte e la scienza sono libere e libero ne il loro insegnamento …<br />
Art. 34- La scuola è aperta a tutti. L’istruzione inferiore, impartita per almeno otto anni, è obbligatoria e gratuita. I capaci e meritevoli, anche se privi di mezzi, hanno diritto di raggiungere i gradi più alti degli studi. L Repubblica rende effettivo questo diritto con borse di studio, assegni alle famiglie ed altre provvidenze che devono essere attribuite per concorso.<br />
<strong>SCUOLA ED EDUCAZIONE</strong><br />
La legislazione scolastica della seconda metà del secolo XX ha favorito l’emancipazione dei soggetti più deboli della società italiana: le donne e i bambini. Tutte le riforme sono servite per potenziare il servizio e per rendere più democratica l’offerta educativa, rendendola accessibile a tutte le categorie sociali, compresi i figli degli operai, le donne e i soggetti diversamente abili. Tra queste, a titolo indicativo ed esemplificativo del discorso che si sta facendo, se ne indicano alcune, le più importanti:<br />
Legge 31. 12.1962 n° 1859 che ha istituito la Scuola Media Unica.<br />
Legge 18. 03. 1968 n° 444 che ha istituito la Scuola Materna Statale.<br />
Legge 24.09.1971 n° 820 che ha istituito, il T.Pieno, le Attività Integr.ve e gli Insegn.Speciali.li.<br />
Legge 30.12.1971 n° 1204 sulla tutela delle lavoratrici madri.<br />
Legge Delega 31.07. 1973 e Decreti Delegati del 1974: Riforma stato giuridico del personale e introduzione degli organi di partecipazione sociale (OO.CC).<br />
Legge 104/92 sull’Integrazione Scolastica degli Alunni portatori di Handicap.<br />
Riforme dei Programmi Scolastici della Scuola Elementare del 1945; 1955; 1985; e dei programmi della Scuola Media del 1979.</p>
<p><strong>LA VISIONE DELLA DONNA NEL CRISTIANESIMO</strong></p>
<p>La figura della <strong>donna</strong> secondo l’<strong>ideale cristian</strong>o è stata ben delineata dal <strong>Papa, Giovanni Paolo II,</strong> nei suoi molteplici interventi pubblici e privati, orali e scritti, durante gli anni del suo pontificato. Sia durante l’esercizio del suo magistero ecclesiale che nelle varie occasioni della vita pubblica, egli non ha mai perso occasione per ribadire la posizione e il ruolo della donna nei suoi vari contesti di vita, in famiglia, nella Chiesa e nella società. Prendendo lo spunto dalla figura di <strong>Maria </strong>quale appare nel<strong> Vangelo</strong>, ad ogni occasione opportuna proclama, con forza e vigore, la<strong> libertà e la dignità della donna stessa</strong>. Ribadisce in maniera forte il concetto secondo cui Maria non è solo veicolo, ma è elemento chiave del progetto divino di redenzione dell’uomo. Ogni donna, ogni madre dovrebbe somigliarLe in parte almeno per qualche tratto.<br />
Nel libro della <strong>Genesi</strong> c’è scritto: “Dio creò l’uomo a sua immagine e somiglianza; a immagine di Dio lo creò; maschio e femmina li creò”. Dallo stesso libro apprendiamo che la donna <strong>Eva</strong> si era lasciata tentare dal serpente commettendo il peccato originale che trasmise all’intera progenie umana; di contro, nel <strong>Vangelo Maria</strong> appare l’<strong>unica ancora di salvezza</strong> per salvare l’umanità decaduta. E’ Lei che asseconda il progetto divino annunciatoLe dall’Angelo; è Lei che partorisce, alleva ed educa il Figliolo; è Lei la donna alla quale una spada trapasserà l’anima con la crocefissione del <strong>Figlio</strong>.<br />
Storicamente la visione della donna nel Cristianesimo è ben riepilogata nell’<strong>Enciclica Mulieris Dignitatem</strong>, dove lo stesso <strong>Pontefice</strong> scrive: “La dignità della donna e la sua vocazione, oggetto costante di riflessione umana e cristiana, hanno assunto un rilievo tutto particolare negli anni più recenti. Ciò è dimostrato dagli interventi del <strong>magistero della Chiesa</strong>, rispecchiati in vari documenti del<strong> Concilio Vaticano II</strong> che afferma poi nel messaggio finale: Viene l’ora in cui la vocazione della donna si svolge con pienezza, l’ora in cui la donna acquista nella società un’influenza, un irradiamento un potere finora mai raggiunto. E’ per questo che, in un momento in cui l’umanità conosce una così profonda trasformazione, le donne illuminate dallo spirito evangelico possono tanto operare per aiutare l’umanità a non decadere. Le parole di questo messaggio riassumono ciò che aveva trovato espressione nel magistero conciliare, specie nella costituzione pastorale <strong>Gaudium et Spes </strong>…<br />
Simili prese di posizione si erano manifestate nel periodo preconciliare in non pochi discorsi di <strong>Pio XII e nell’enciclica Pacem in Terris di papa Giovanni XXIII</strong>. Dopo il Concilio Vaticano II, il mio predecessore <strong>Paolo VI</strong> ha esplicitato il significato di questo segno dei tempi, attribuendo il titolo di dottore della <strong>Chiesa a S. Teresa di Gesù e a S. Caterina da Siena</strong> ed istituendo, altresì, un’apposita commissione per studiare la tematica sulla <em>Promozione effettiva della dignità e della responsabilità delle donne</em>. In uno dei suoi discorsi Paolo VI disse tra l’altro:<br />
Nel <strong>Cristianesimo</strong>, più che in ogni altra religione, la donna ha fin dalle origini uno <strong>speciale statuto di dignità</strong>, di cui l<strong>’Antico Testamento</strong> ci attesta non pochi e non piccoli aspetti … i padri della recente assemblea del sinodo dei vescovi si sono di nuovo occupati della dignità e della vocazione della donna. Essi hanno auspicato, tra l’altro, l’<strong>approfondimento dei fondamenti antropologici e teologici necessari</strong> a risolvere i problemi relativi al <strong>significato e alla dignità dell’ essere donna e dell’essere uomo</strong>. Si tratta di comprendere la ragione e le conseguenze della decisione del Creatore che l’essere umano esista sempre e solo come femmina e come maschio …”. (<em>Mulieris Dignitatem, C. E. Dehoniano, Bologna, 1988)</em>.<br />
Tra le donne importanti, che pur senza essere direttamente impegnate hanno condiviso e sostenuto il movimento femminista laico di emancipazione della donna, si ricordano le seguenti figure:<br />
-<strong> Maria Montessori</strong>: medico, educatrice, fondatrice della pedagogia scientifica e scrittrice;<br />
- <strong>Grazia Deledda</strong>, scrittrice di fama mondiale, Premio Nobel per la Narrativa;<br />
- <strong>Joice Lussu</strong>, letterata, poetessa e scrittrice, compagna di Emilio Lussu e bersagliera del femminismo italiano;<br />
- <strong>Rita Levi Montalcini</strong>, Premio Nobel per la Medicina, specialista nella ricerca sulle malattie neurologiche.<br />
Il concorso convergente di più forze, anche di diversa cultura, ideologia ed ispirazione, ha contribuito al riconoscimento dei diritti e della dignità della donna nel tempo attuale. Oggi, infatti, si può dire che nel <strong>Mondo Occidentale</strong>, grazie a una determinata posizione socio-economica raggiunta negli <strong>ultimi settant’anni, </strong>la<strong> donna</strong> è riuscita ad ottenere la parità dei diritti e la sua ascesa ad un ruolo di grande rilevanza sociale nella società moderna.</p>
<p><strong>LA DONNA NEL MONDO MUSULMANO</strong><br />
In <strong>contrapposizione</strong> alla condizione di vita delle donne occidentali, notiamo che in <strong>alcune società musulmane</strong> le <strong>donne</strong> sono ancora vittime di un sistema tribale ormai superato nel resto del mondo.<br />
Nel mondo musulmano l<strong>’insistenza dell’uomo</strong> sul <strong>controllo della donna</strong> e della sua vita è un tentativo di dare un senso al suo fallimento, al suo distorto senso dell’onore.<br />
Questa insistenza ha origine in una condotta di supponenza misogina maschilista.<br />
Il problema non è l<strong>’ISLAM</strong> in se stesso, bensì l’<strong>uomo musulmano</strong>, anch’egli <strong>vittima di una mentalità tribale</strong> per cui cerca di fare il forte con il partner più <strong>debole: la donna</strong>.<br />
La <strong>sopraffazione </strong>del<strong> genere maschile </strong>su quello<strong> femminile</strong> non giova certo al <strong>benessere collettivo della società islamica.</strong><br />
La <strong>cultura islamica ha eliminato la donna dalla storia</strong> e con essa il riconoscimento dei suoi <strong>diritti umani.</strong><br />
La cecità e l’arretratezza dell’uomo musulmano non consente alla donna l’occupazione di un ruolo paritario nella società, senza curarsi che dall’emancipazione femminile ne deriverebbe un giovamento all’intera società perché la donna è quella che procrea e trasmette norme e valori ai figli attraverso l’educazione, il costume e il suo comportamento nella società.<br />
Ogni individuo, uomo o donna che sia, ha una propria dignità che proviene dal suo ESSERE umano, unico e irripetibile.<br />
Con lo sviluppo della società globale che caratterizza questo primo scorcio del terzo millennio, l’uomo musulmano dovrebbe liberarsi del suo complesso di superiorità restituendo alla donna la sua uguaglianza e la sua libertà all’interno della specie umana.</p>
<p><strong>LA SITUAZIONE ATTUALE</strong></p>
<p>Attualmente allora nel Mondo Occidentale e, in Italia in particolare, per le donne le cose vanno sempre bene?<br />
Questo non si direbbe! Spesso alla parità dei diritti tanto conclamata in teoria, corrisponde ancora una volta la disparità nelle cose concrete: nella vita politica, amministrativa e lavorativa.<br />
In mezzo al nuovo, c’è ancora molto del vecchio.<br />
Eppure ci sono settori della vita pubblica in cui la presenza femminile è preponderante, come nelle seguenti istituzioni:<br />
<strong>LA SCUOLA</strong>. Il pianeta scuola è ormai monopolizzato quasi interamente da personale femminile: docenti, non docenti, dirigenti e assistenti sono quasi interamente donne.<br />
<strong>LA MAGISTRATURA.</strong> Le donne della carriera giudiziaria sono in numero non inferiore ai loro colleghi maschi.<br />
<strong>LE FORZE ARMATE</strong>. Negli ultimi decenni le donne hanno occupato progressivamente una fetta crescente del personale addetto alla Sorveglianza e all’<strong>Ordine pubblico</strong> (Carabinieri e Polizia) e alla costituzione dei ranghi delle <strong>Forze Armate: Esercito, Marina e Aeronautica</strong>.<br />
Ma nonostante le donne abbiano conquistato una grande affermazione nella gestione dei pubblici servizi, come <strong>la Scuola, la Sanità e la Pubblica Amministrazione</strong>, tuttavia nei loro confronti permangono ancora molte situazioni d’incertezza o di <strong>resistenza al riconoscimento delle pari opportunità.</strong></p>
<p><strong>DIVORZI E SEPARAZIONI</strong></p>
<p>Per venire incontro alle esigenze delle persone sposate che, per un motivo o per l’altro, non vanno più d’accordo tra di loro, negli <strong>anni ’70</strong> del secolo scorso, nella legislazione dell’ordinamento di famiglia sono stati introdotti gli istituti del <strong>divorzio e della separazione</strong>. Sono due figure giuridiche che consentono ai coniugi di separarsi e di riacquistare ciascuno la propria libertà. Ma non sempre la questione finisce in maniera tranquilla. La separazione è sempre un trauma psicologico (oltre che una seccatura giuridica e uno sconvolgimento pratico dell’esistenza) spesso per gli stessi protagonisti; sempre per i figli, specialmente se sono minori, che ne patiscono le conseguenze.<br />
La <strong>rottura dei matrimoni</strong> molto spesso crea <strong>conflitti e rancori</strong> che sfociano nella <strong>violenza</strong> e nelle a<strong>ggressioni</strong> nei confronti della parte più debole: la donna.<br />
Basti pensare che, secondo le notizie riportate dalla stampa e dalla televisione, nell’anno appena trascorso (<strong>2012)</strong>, in <strong>Italia sono state uccise oltre 100 donne </strong>dai<strong> mariti o </strong>dagli ex<strong> mariti</strong>, dai<strong> fidanzati o dagli ex fidanzati</strong> (Telegiornale RAI 3 delle ore 14,20 del 18.02.2013).<br />
Dal punto di vista economico, gli <strong>uomini divorziati</strong> o <strong>separati</strong> diventano l’<strong>anello più debole della catena</strong> perché la moglie gli porta via, oltre che una parte del reddito mensile, anche i figli e la casa. Ciò perché, in regime di separazione, se essi lavorano, dalla loro busta paga mensile devono detrarre gli importi per gli alimenti da passare alla moglie e ai figli..<br />
Se poi non lavorano o sono disoccupati, restano senza casa, senza soldi, senza moglie e senza figli; e spesso si ammalano di depressione.</p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.felicemoro.com/la-donna-e-la-sua-emancipazione-nel-tempo/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>Al Vescovo di Nuoro Pietro Meloni un saluto amichevole</title>
		<link>http://www.felicemoro.com/al-vescovo-di-nuoro-pietro-meloni-un-saluto-amichevole/</link>
		<comments>http://www.felicemoro.com/al-vescovo-di-nuoro-pietro-meloni-un-saluto-amichevole/#comments</comments>
		<pubDate>Tue, 15 Nov 2011 11:34:58 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Felice Moro</dc:creator>
				<category><![CDATA[Poesie]]></category>
		<category><![CDATA[Da Felice Moro a Vescovo Pietro Meloni auguri di pensionamento]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.felicemoro.com/?p=391</guid>
		<description><![CDATA[Questa poesia condensa il messaggio augurale che Felice Moro rivolge al Vescovo di Nuoro Pietro Meloni. L'occasione è quella in cui l'amico e fedale, dopo vent'anni di missione vescovile nel Capoluogo barbaricino, lascia l'incarico per raggiunti limiti di età e fa ritorno tra la sua gente nell'amata città di Sassari. ]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><strong><br />
</strong></p>
<p>Predu Meloni piscamu in Nugòro</p>
<p>vint’annos est istadu in missione,</p>
<p>predicande de Cristos su sermone</p>
<p>iscrittu in su Vanzelu a zifras d’oro.</p>
<p>Semper presente in ogni occasione</p>
<p>cun forzas de sa mente e de su coro,</p>
<p>a sos chi perdidu hant sa zente issoro</p>
<p>cunfortu hat dadu e consolazione.</p>
<p>Como si ch’est andande in pensione</p>
<p>rimpiantu nos lassat, non l’ignoro,</p>
<p>si che torrat a domo in Logudoro</p>
<p>a s’istudiu, fidele sua passione.</p>
<p>Bona in Barbagia lassat sa memoria</p>
<p>de impinnu e caridade pastorale</p>
<p>figura digna ‘e passare a s’istoria.</p>
<p>Sende emeritu lu fethant cardinale</p>
<p>pro dare a Deus prus onore e gloria</p>
<p>in su mundu hapat fama universale.</p>
<p>M’est fedale e hat meritos chi onoro</p>
<p>sinzeru un auguriu gli dat Moro!</p>
<p>Nuoro Giugno 2011</p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.felicemoro.com/al-vescovo-di-nuoro-pietro-meloni-un-saluto-amichevole/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>Fatti e notizie:&#8221;La Sardegna nel Tempo&#8221; di Felice Moro, Recensione di Dr. P. Picciau</title>
		<link>http://www.felicemoro.com/380/</link>
		<comments>http://www.felicemoro.com/380/#comments</comments>
		<pubDate>Mon, 10 Oct 2011 18:11:41 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Felice Moro</dc:creator>
				<category><![CDATA[Libri]]></category>
		<category><![CDATA[Teologia]]></category>
		<category><![CDATA[29.09.11]]></category>
		<category><![CDATA[Libro]]></category>
		<category><![CDATA[Pietro Picciau]]></category>
		<category><![CDATA[Recensione]]></category>
		<category><![CDATA[Sardegna nel Tempo]]></category>
		<category><![CDATA[Unione Sarda]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.felicemoro.com/?p=380</guid>
		<description><![CDATA[Il testo riporta la recensione fatta dal giornalista  Dr. Pietro Picciau nel giornale "L'Unione Sarda" (pagina di Cultura) del 29 Settembre 2011. ]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>Si riporta qui di seguito il testo della recensione sul libro &#8220;La Sardegna nel Tempo&#8221; di Felice Moro , fatta da Dr. P. Picciau sul quotidiano &#8220;L&#8217;Unione Sarda&#8221; del 29.09.11.</p>
<p>Dopo  anni di insegnamento si occupa ancora di studi e ricerche educative. Il suo  ultimo libro &#8211; “La Sardegna nel tempo. La storia essenziale dell&#8217;Isola e la  Carta de Logu” (Grafica del Parteolla, 398 pagine, 20 euro) &#8211; ha uno scopo che  spiega e giustifica la sua fatica di autore: la divulgazione. Felice Moro,  operatore scolastico in pensione, alla didattica non poteva non pensare quando  ha ideato e scritto il libro (14 capitoli con un&#8217;appendice sulla Carta de Logu)  per i protagonisti della scuola ma anche per lettori comuni «che hanno il  piacere della lettura e conservano il gusto per la conoscenza».</p>
<p>Moro  lo anticipa nell&#8217;introduzione: “Il lavoro è nato fuori dagli ambienti accademici  ed è tratto dalle esperienze dirette e indirette compiute dall&#8217;autore nel campo  dell&#8217;insegnamento scolastico nelle scuole di ogni ordine e grado, dalle  elementari alle secondarie superiori”. La preparazione è stata lunga e ha  comportato un notevole sforzo organizzativo per “ricomporre il vasto mosaico  della materia in tessere ordinate al suo interno”. La necessità di sintesi ha  imposto in diversi casi il ricorso a brevi profili schematici “sia dei grandi  eventi collettivi, sia delle figure o delle opere dei personaggi più  rappresentativi del panorama culturale isolano”.</p>
<p>La  chiarezza e la semplicità del linguaggio sono alcune delle caratteristiche del  volume che propone un viaggio di cinquemila anni: dalla preistoria ai problemi  più importanti della seconda metà del Novecento. La mappa proposta da Moro è  un&#8217;architettura storiografica “impostata sull&#8217;asse cronologico del tempo”,  mentre quella concettuale “è stata sviluppata in senso orizzontale seguendo il  metodo che mette in evidenza i concetti più importanti, partendo dai quali si  possono recuperare facilmente i concetti secondari e le nozioni particolari”. Il  cammino dello storico non dimentica fatti e personaggi piccoli e grandi: dagli  influssi nell&#8217;isola delle civiltà semitiche all&#8217;esperienza della dominazione  romana, dagli aspetti più importanti dell&#8217;Alto Medioevo (nell&#8217;età bizantina tra  il VI e IX secolo) al sorgere e all&#8217;affermarsi del quattro giudicati come entità  statuali autonome. Due i capitoli riservati alla dominazione aragonese, iniziata  nel 1323, e agli eventi storici avvenuti durante la dominazione spagnola, dal  1489 al 1714. Con il lungo periodo della presenza sabauda in Sardegna (dal 1720  fino alla fusione con gli stati di terraferma, avvenuta alla fine del 1847),  Moro rievoca anche la figura carismatica di Giovanni Maria Angioy, tra i  protagonisti della “rivoluzione sarda” nel triennio 1793-1796.</p>
<p>Il  libro affronta poi il problema della “formazione della proprietà perfetta (o  privata), promosso dal governo sabaudo nel Settecento”, l&#8217;abolizione del  feudalesimo e le conseguenze “politiche, economiche e sociali della fusione del  1847 e dei tentativi fatti per riottenere quell&#8217;autonomia a suo tempo rinnegata  a cuor leggero”. Il dopoguerra e la storia del fascismo accompagnano i lettori  fino ai temi attuali dello sviluppo. <em>(p.  p.)</em></p>
<p><em>Da L&#8217;Unione Sarda del  29/09/2011</em></p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.felicemoro.com/380/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>Un saggio di Felice Moro dedicato alla scuola &#8230;e oltre: &#8220;La Sardegna nel Tempo&#8221;</title>
		<link>http://www.felicemoro.com/un-saggio-di-felice-moro-dedicato-alla-scuola-e-oltre-la-sardegna-nel-tempo/</link>
		<comments>http://www.felicemoro.com/un-saggio-di-felice-moro-dedicato-alla-scuola-e-oltre-la-sardegna-nel-tempo/#comments</comments>
		<pubDate>Tue, 09 Aug 2011 17:57:05 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Felice Moro</dc:creator>
				<category><![CDATA[Libri]]></category>
		<category><![CDATA[Alberto Caocci]]></category>
		<category><![CDATA[commento]]></category>
		<category><![CDATA[la sardegna nel tempo]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.felicemoro.com/?p=376</guid>
		<description><![CDATA[Il presente articolo é attinto dalla recensione al libro "La Sardegna nel Tempo" di Felice Moro fatta dal Prof. Alberto Caocci e pubblicata dal settimanale diocesano "L'Ortobene" di Nuoro in data 10 Aprile 2011.]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>Con questo titolo, il Prof. Alberto Caocci, storico, giornalista e saggista, esordiva nella recensione fatta al libro &#8220;La Sardegna nel Tempo&#8221; di Felice Moro pubblicata nel settimanale &#8220;L&#8217;Ortobene&#8221; di Nuoro in data 10 aprile 2011.</p>
<p>&#8220;A prima vista la recente fatica del direttore didattico Felice Moro, <em>La Sardegna nel Tempo</em> (Grafica Parteolla, Dolianova, 2010, pp. 44, Euro 20) potrebbe apparire l&#8217;ennesimo libro di storia sarda e, per i lettori più superficiali e sprovveduti, addirittura un velleitario tentativo di recare altri vasi a Samo. Indubbiamente le vicende storiche della nostra regione si dipanano per tutte le pagine di questo corposo e documentato lavoro (sono oltre 120 le fonti elencate nella bibliografia), che tuttavia si distingue dagli altri per l&#8217;esposizione piana e accessibile a fronte di tante ( troppe) opere consimili che, seppure firmate da indiscutibili specialisti della materia, paiono talora scritte in forma autoreferenziali, quasi fossero destinate solo agli addetti ai lavori e non, come sarebbe invece doveroso, al grosso pubblico.</p>
<p>Altro elemento distintivo è la finalità didattica dell&#8217;opera, che si prefigura di <em>delineare un panorama generale della storia isolana per essere utilizzato come strumento di primo approccio alla materia, <strong>fruibile sia nelle scuole</strong> sia in prospettiva più ampia nella società degli adulti.</em> Avendo speso un&#8217;intera vita nella scuola e per la scuola e scritto (per l&#8217;Editore Angeli di Milano) diverse pregnanti opere sulla scuola, Felice Moro non poteva che rivolgersi innanzitutto ai giovani, senza peraltro escludere dalla lettura del suo pregevole saggio <em>i comuni lettori che hanno il piacere della lettura e conservano il gusto per la conoscenza,</em> oltre a provare un&#8217;affettuosa curiosità verso le vicende antiche e moderne della propria terra.</p>
<p>Le preoccupazioni pedagogiche sottendono anche l&#8217;articolazione di quella che il sottotitolo del volume definisce <em>storia essenziale dell&#8217;Isola</em>; in effetti, tenendo conto delle variegate particolarità e delle specifiche esigenze che sono proprie al mondo della scuola (linguaggio, metodi di apprendimento e di ricerca, obiettivi didattici e cognitivi, stili espositivi, analisi, rielaorazione domestica, sintesi &#8230; <em>i contenuti si ampliano e si sviluppano progressivamente</em>; prendono infatti le mosse <em>da un approccio iniziale alla materia molto sobrio e lineare</em> (chiaramente riscontrabile nei primi capitoli del volume) fino a toccare<em> livelli più intensi e coinvolgenti nella seconda parte</em>. Particolarmente apprezzabile, a questo proposito, l&#8217;inserimento in <em>Appendice</em> di un&#8217;esuriente sintesi della <em>Carta de Logu</em>, promulgata da Eleonora d&#8217;Arborea  nel giorno di Pasqua del 1392 e rimsta in vigore nell&#8217;Isola per oltre 430 anni finché non venne sostituita dal Codice Feliciano nel 1827.</p>
<p>E&#8217; lo stesso Autore a precisare che questo <em>lavoro di sintesi dei contenuti e di commento viene fatto in italiano, per dare più chiarezza ai contenuti e maggiore fluidità al discorso generale</em>, mentre per <em>dare al documento il dovuto risalto storico, linguistico e filologico, alcune norme sono riportate nel testo originale, in lingua sarda arborense</em>; un metodo che ci pare ineccepibile e più coinvolgente. Gli insegnanti conoscono bene un annoso problema della scuola sarda: mentre abbondano i testi di storia della Sardegna, si possono contare solo sulle dita di &#8230; mezza mano quelli che sono stati scritti e, soprattutto, concepiti per la galassia che ruota intorno alla scuola: i giovani, innanzitutto, ma anche i loro educatori , le famiglie e chiunque si occupi di educazione. Il libro di Felice Moro si colloca decisamente fra queste felici eccezioni: non solo per la citata semplicità del linguaggio espositivo ( che non scivola per altro nel banale) ma anche per gli stimoli alla riflessione e alla rielaborazione personale dei contenuti, non trascurando la rigorosa ( e necessaria) linea del tempo&#8221;.</p>
<p>Alberto Caocci</p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.felicemoro.com/un-saggio-di-felice-moro-dedicato-alla-scuola-e-oltre-la-sardegna-nel-tempo/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>La recensione sul libro &#8220;La Sardegna nel Tempo&#8221; di Felice Moro fatta dal Dott. Giorgio Piras in occasione della presentazione dell&#8217;opera a Tiana il 09.07.11</title>
		<link>http://www.felicemoro.com/la-recensione-sul-libro-la-sardegna-nel-tempo-di-felice-moro-fatta-dal-dott-giorgio-piras-in-occasione-della-presentazione-dellopera-fatta-a-tiana-il-09-07-11/</link>
		<comments>http://www.felicemoro.com/la-recensione-sul-libro-la-sardegna-nel-tempo-di-felice-moro-fatta-dal-dott-giorgio-piras-in-occasione-della-presentazione-dellopera-fatta-a-tiana-il-09-07-11/#comments</comments>
		<pubDate>Tue, 09 Aug 2011 13:30:21 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Felice Moro</dc:creator>
				<category><![CDATA[Libri]]></category>
		<category><![CDATA[Teologia]]></category>
		<category><![CDATA[Libro a Tiana il 09'07'11]]></category>
		<category><![CDATA[Presentazione]]></category>
		<category><![CDATA[Recensione]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.felicemoro.com/?p=369</guid>
		<description><![CDATA[L'articolo qui riportato è tratto dalla recensione al libro "La Sardegna nel Tempo" di Felice Moro fatta dal Dottor Giorgio Piras sul settimanale diocesano L'Arborense di Oristano nel suo ultimo numero del mese di luglio 2011 e riguarda la presentazione dell'opera a Tiana avvenuta il 09.07.11.]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>Viene riportata qui di seguito la recensione sul libro &#8220;La Sardegna nel Tempo&#8221; di Felice Moro fatta dal Dott. Giorgio Piras sul settimanale <i>L&#8217;Arborense</i> di Oristano nell&#8217;ultimo numero del mese di luglio 2011.</p>
<p>&#8220;Si è svolto il 9 luglio scorso, nella sala polivalente del Comune di Tiana, la presentazione dell’Ultimo libro di Felice Moro «La Sardegna nel tempo. La storia essenziale dell&#8217;isola e la Carta de Logu» (Edizioni Grafica del Parteolla).</p>
<p>Ha coordinato i lavori l’Assessore alla cultura del Comune, Katia Zedda, sono intervenuti, oltre all’autore, il Sindaco di Tiana, Bruno Curreli, l’editore del volume Paolo Cossu e Giovanni Murgia, storico dell’Università di Cagliari, in qualità di relatore. All’incontro ha preso parte anche il Presidente dell’Amministrazione provinciale di Nuoro, Roberto Deriu.</p>
<p>Si dice che un libro non lo si può presentare senza dire alcune cose essenziali sull’autore, ciò è stato in questa occasione, più che mai vero. Tiana è il paese natale di Felice Moro, è stato, quindi, inevitabile che l’avvenimento assumesse un carattere a metà strada tra l’ufficiale e l’amarcord.</p>
<p>L’intervento del sindaco è stato piuttosto informale. Essendo stato egli stesso alunno dell’allora Maestro Moro, ha preferito rievocare ricordi di carattere personale piuttosto che intrattenersi su aspetti istituzionali.</p>
<p>Il sindaco Curreli ha brevemente ricordato il percorso biografico e professionale dell’autore, da quando, ancora ragazzo collaborava in famiglia allo svolgimento delle attività tradizionali, allora prevalenti, fino alla scelta coraggiosa e, per quei tempi, rivoluzionaria, di spezzare le regole imposte ed intraprendere gli studi.</p>
<p>Questo è, probabilmente, uno dei maggiori meriti riconosciuti a Felice Moro: quello di aver creato una discontinuità nelle regole ferree della cultura agropastorale. Quella tradizione che, se per certi versi ha rappresentato per i sardi, un recinto che garantiva una protezione contro il nuovo e lo sconosciuto (nella Sardegna centrale è ancora frequente il riferimento a “su connottu” con una accezione di quasi sacralità) per altri ha costituito una barriera pressoché insormontabile verso il cambiamento. Negli anni 50 e 60 del secolo scorso, chi aveva l’avventura di nascere in un piccolo paese della Sardegna, aveva un percorso di vita che, direbbero gli statistici, era altamente prevedibile: o si rimaneva in paese ad attendere alle attività tradizionali, oppure si emigrava verso il nord Italia o all’estero in cerca di “fortuna”.<br />
Felice Moro ha dimostrato che esisteva una terza via: quella dell’impegno nello studio; che questo poteva essere un modo per riscattarsi da un destino già segnato. In questo senso egli ha tracciato un strada che molti, dopo di lui, hanno seguito, anche grazie al suo esempio.</p>
<p>I punti principali del volume sono stati commentati nel corso della relazione del Prof. Giovanni Murgia. Si tratta di un lavoro a carattere storico con un taglio prettamente didattico. L’opera offre un quadro essenziale, organico ed unitario della storia della Sardegna, abbraccia un lungo arco di tempo e, al suo interno, comprende una serie di epoche politiche e storiche differenti, dall&#8217;era prenuragica alle rinascite fallite passando per le dominazioni succedutesi nell&#8217;isola: fenici, cartaginesi, romani, vandali, bizantini, aragonesi, spagnoli, austriaci e infine la &#8220;fusione perfetta&#8221; con il regno piemontese e con la storia dell&#8217;Italia.</p>
<p>Il libro di Felice Moro non è però solo un libro sulla Sardegna; è un libro anche – anche non nel senso di secondariamente &#8211; sui Sardi. La chiave di lettura dell’intera opera è, probabilmente, contenuta<br />
nell’introduzione al volume che citiamo testualmente: “Il tempo attuale è caratterizzato dalla spinta di due forze dinamiche contrapposte, l’innovazione e la conservazione, che, per natura configgono ma, per esigenze contingenti, sono obbligate a convivere e a integrarsi a vicenda.</p>
<p>L’innovazione tende a realizzare il cambiamento e il progresso, mentre la conservazione tende al mantenimento del proprio sistema di vita, della propria lingua, della propria storia e della propria cultura come risorse autentiche e segni inconfondibili della propria identità. In fondo esse sono due categorie fondamentali, due facce della stessa medaglia, del complesso e contradditorio sviluppo di questo primo scorcio del terzo millennio, in Sardegna come altrove”.</p>
<p>Si tratta, in conclusione, di un lavoro che ha, tra gli altri, un grande pregio: scegliendo espressamente di trattare l’argomento su due livelli – uno scolastico, e l’altro storico-teorico, il testo, concilia due esigenze che l’editoria scolastica riesce a conciliare sempre meno, lo spessore scientifico e la resa didattica. I due livelli consentono al lettore di spianare con relativa facilità questioni molto ardue che, nel caso specifico, si distendono sui fatti e gli avvenimenti che hanno caratterizzato la vita dei sardi degli ultimi cinquemila anni&#8221;.</p>
<p>Giorgio Piras</p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.felicemoro.com/la-recensione-sul-libro-la-sardegna-nel-tempo-di-felice-moro-fatta-dal-dott-giorgio-piras-in-occasione-della-presentazione-dellopera-fatta-a-tiana-il-09-07-11/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>Presentazione del libro &#8220;La Sardegna nel Tempo&#8221; Nuoro 14.04.2011</title>
		<link>http://www.felicemoro.com/presentazione-del-libro-la-sardegna-nel-tempo-nuoro-14-04-2011/</link>
		<comments>http://www.felicemoro.com/presentazione-del-libro-la-sardegna-nel-tempo-nuoro-14-04-2011/#comments</comments>
		<pubDate>Tue, 09 Aug 2011 11:12:27 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Felice Moro</dc:creator>
				<category><![CDATA[Libri]]></category>
		<category><![CDATA[Teologia]]></category>
		<category><![CDATA[Nuoro 14.04.11]]></category>
		<category><![CDATA[Presentazione opera]]></category>
		<category><![CDATA[Recensione]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.felicemoro.com/?p=363</guid>
		<description><![CDATA[Recensione sul libro "La Sardegna nel Tempo" fatta dal Dott. Natalino Piras e pubblicata da "La Nuova Sardegna" il 13.04.11 in funzione della presentazione dell'opera che verrà fatta il giorno 14.04.11 presso la Biblioteca "Sebastiano Satta" di Nuoro.]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><em>Si presenta qui di seguito la recensione sul libro &#8220;La Sardegna nel Tempo&#8221; di Felice Moro fatta dal Dott. Natalino Piras e pubblicata dal quotidiano &#8220;La Nuova Sardegna&#8221; in data 13.04.2011, in occasione della presentazione dell&#8217;opera al pubblico presso la Biblioteca &#8220;Sebastiano Satta&#8221; di Nuoro, avvenuta il giorno 14.o4.2011.</em><strong><br />
</strong></p>
<h1>Felice Moro ripercorre «La Sardegna nel tempo»</h1>
<p>La lunga storia dell&#8217;isola in un nuovo saggio didattico dell&#8217;ex  dirigente scolastico</p>
<p><strong>NUORO.</strong> «La  Sardegna nel tempo. La storia essenziale dell&#8217;isola e la Carta de Logu» di  Felice Moro (Edizioni Grafica del Parteolla). È il libro che verrà presentato  giovedì pomeriggio alle 18,30 nell&#8217;auditorium della biblioteca Satta. Presente  l&#8217;autore, coordinamento di Tonino Cugusi, la relazione verrà fatta da Natalino  Piras. L&#8217;iniziativa è del Consorzio per la pubblica lettura Satta in  collaborazione con l&#8217;Associazione nazionale educatori benemeriti. Un percorso  storico, dalla preistoria ai giorni nostri, raccontato attraverso 398 pagine,  appendice fotografica compresa, con taglio chiaramente didattico.  Felice Moro è  stato per lungo tempo insegnate e dirigente scolastico e ha al suo attivo  diverse pubblicazioni specie sul recupero e sull&#8217;integrazione di ragazzi  portatori di handicap. In questo lavoro a carattere storico riversa tutta la sua  passione per la ricerca, per l&#8217;esposizione, per il dettaglio.  Non manca quasi  niente della plurimillenaria storia dei sardi, dall&#8217;era prenuragica alle  rinascite fallite passando per le dominazioni succedutesi nell&#8217;isola: fenici,  cartaginesi, romani, vandali, bizantini, aragonesi, spagnoli, austriaci e infine  la &#8220;perfetta fusione&#8221; con il regno piemontese e con la storia dell&#8217;Italia unita  e disunita.  Punti nodali della ricostruzione operata da Felice Moro sono l&#8217;età  giudicale, specie il rennu di Arborea, il pensiero amministrativo giuridico  insito nella «Carta de Logu», al tempo di Mariano IV e di sua figlia Eleonora,  tra il XIV e XV secolo. Il corpus di quelle leggi redatte in lingua sarda e che  saranno in vigore sino allo Statuto albertino, nell&#8217;Ottocento,  contengono in nuce i fondamenti di un pensare autonomistico poi ammodernato da  Giovanni Battista Tuveri e Giorgio Asproni.  È per questo che Felice Moro dedica  la parte conclusiva del libro ai titoli più significativi della &#8220;Carta&#8221;:  ordinamentos de silvas, de laoris, de salarios, de vingias. Il metodo utilizzato  è quello del ricucire sapientemente le parti e commentarle alla luce della  storia contemporanea. Si avverte la valenza didattica. Felice Moro scrive con  buona capacità di sintesi basata sulla conoscenza dei classici, storici,  storiografi, geografi, viaggiatori, ricercatori, poeti e romanzieri che nel  corso del tempo hanno attraversato le contrade dell&#8217;isola. È come accordare al  nostro tempo le loro voci.       13 aprile 2011</p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.felicemoro.com/presentazione-del-libro-la-sardegna-nel-tempo-nuoro-14-04-2011/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>Note critiche su Gustave Flauber</title>
		<link>http://www.felicemoro.com/note-critiche-su-gustave-flauber/</link>
		<comments>http://www.felicemoro.com/note-critiche-su-gustave-flauber/#comments</comments>
		<pubDate>Fri, 24 Jun 2011 22:34:57 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Felice Moro</dc:creator>
				<category><![CDATA[Libri]]></category>
		<category><![CDATA[Gustave Flaubert]]></category>
		<category><![CDATA[inferno perfetto]]></category>
		<category><![CDATA[Madame Bovary]]></category>
		<category><![CDATA[ottimo romanzo]]></category>
		<category><![CDATA[variamente definita]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.felicemoro.com/?p=356</guid>
		<description><![CDATA[Gustave Flaubert era un giornalista appassionato agli studi letterari. Aveva mosso i primi passi nell'ambito del Romanticismo cui resterà in parte legato anche dopo il suo distacco per approdare ad un'altra visione dell'arte. Infatti si allontana dalla cultura romantica per elaborare nuovi modelli narrativi ispirati ai principi del naturalismo. Fu conquistato dallo spirito d'intraprendenza del nuovo sviluppo scientifico della società determinato dalla Rivoluzione industriale. Perciò egli va alla ricerca di nuove forme artistiche compatibili con le nuove idee affermatesi nei nuovi tempi della seconda metà del secolo XIX. Flaubert, insieme all'amico Bodelaire, diventano i principali esponenti della nuova corrente letteraria naturalista. Il suo capolavoro é il romanzo Madame Bovary, opera per naltro controversa: da molti apprezzata per il talento artistico dell'autore; da altri disprezzata per i suoi contenuti pessimistici sulla natura umana. Flaubert demolisce con toni nichilistici l'uomo moderno e la società borghese in declino di ruolo, d'importanza strategica e d'immagine. Per questo motivo alcuni critici concordano nell'affermare che Flaubert, nella sua opera-capolavoro, ha dipinto un inferno perfetto. ]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>Gustave Flaubert è nato a Rouen nel 1821 ed ivi è morto nel 1880, all’età ancor giovane di 59 anni. Poche e semplici sono le vicende esteriori che contribuiscono a comporre la sua scheda biografica. Egli compie gli studi inferiori nella sua città natale, poi si trasferisce a Parigi, dove s’iscrive all’Università e, per alcuni anni, frequenta il Corso di Diritto per il conseguimento della laurea in Giurisprudenza. Ad un certo punto abbandona gli studi, rientra a Rouen e si ritira a Croisset dove trascorre la maggior parte della sua esistenza. Da giovane fa esperienze giornalistiche e compie diversi viaggi all’estero: in Italia, in Oriente, nel Nord Africa. Di tanto in tanto spezza la monotonia della vita provinciale del borgo con lunghi e piacevoli soggiorni trascorsi a Parigi.</p>
<p>Flubert è un giornalista e un letterato che dedica la maggior parte della sua esistenza allo studio e alla riflessione critica sulla letteratura, trascorrendo il tempo  tra i libri,  gli amici e gli impegni scritturali. I suoi amici più cari erano George Sand e Guy de Maupassant, suo zio e maestro.</p>
<p>Ha una lunga storia sentimentale con Louise Colet, alla quale sono indirizzate alcune delle lettere più belle della sua raccolta epistolare <em>Correspondence,</em> che costituisce il documento autentico più importante per conoscere la sua biografia spirituale e il suo graduale processo di maturazione  artistica.</p>
<p>Oltre il romanzo principale, cui è legata la fama dell’autore, egli ha scritto altre opere, delle quali, a titolo esemplificativo, si ricordano: <em>Salammbò</em>, in cui egli parla della caotica vita della città di Cartagine ai tempi delle guerre puniche; l<em>’Education Sentimentale,</em> in cui l’autore ritrae la vita di un giovane di provincia, un certo Frédéric Moreau che, verso la metà del secolo XVIII, va a vivere a Parigi per motivi di studio nutrendo in se stesso grandi ambizioni di successo. Ma è un personaggio superficiale e inconcludente che si lascia condurre dagli eventi occasionali, per cui, sognando la felicità, si abbandona ai piaceri e alle mollezze delle avventure amorose.</p>
<p>I critici hanno messo in evidenza il fatto che, nell’intreccio della trama dell’opera, si intravvedono avvenimenti e situazioni che hanno chiari riferimenti autobiografici alle relazioni sentimentali dell’autore. Infatti in quel contesto letterario ricompare, sotto mutata specie, la vicenda amorosa che il giovanissimo Flaubert aveva intrecciato con una donna di Trouville. A suo tempo questa relazione era stata vissuta in modo sincero e intenso, ma, purtroppo, non si sa per quale motivo, fu interrotta anzitempo e questo spiacevole fatto creò in lui un trauma psicologico profondo che gli lasciò  un segno indelebile per tutta la vita. Egli riferisce di aver incontrato più tardi a Parigi la donna che era stata la protagonista del suo grande sogno d’amore e di aver provato una grande emozione nostalgica per quell’amore che, in fondo, aveva rappresentato per lui  il segno della felicità negatagli dagli eventi della vita. Altre opere di rilievo sono la <em>Tentation de Sant’Antoine e le Trois Contes</em>. Le prime due sono state scritte e pubblicate prima di Madame Bovary, mentre le ultime due sono successive.</p>
<p>Inoltre, già dall’inizio della sua carriera e anche in seguito, Flaubert aveva scritto diverse altre opere minori; ma esse rappresentano esperienze immature o lavori poco significativi di un tirocinante nelle arti letterarie, per cui non raggiungono mai i livelli di compiutezza di frutti artistici maturi o di esperienze ben riuscite. Per questo motivo egli  si guarda bene dal pubblicarle. Infatti esse sono state pubblicate da altri dopo la sua morte e perciò sono apparse postume. Tuttavia anche questi saggi di esperienze scritturali fatte all’insegna di prova ed errore hanno la loro importanza perché rivelano il diuturno lavorio intellettuale sostenuto dallo scrittore per raggiungere l’alto livello di competenza artistica.</p>
<p>Comunque Il capolavoro, cui è legata la sua fama di scrittore, è il romanzo <em>Madame Bovary</em>, alla cui composizione ha lavorato intensamente per oltre quattro anni tra il 1849 e il 1853. Inizialmente il romanzo era stato pubblicato a puntate nella rivista letteraria <em>Revue de Paris</em>.</p>
<p>Secondo C. Pellegrino, Flaubert nutre un alto ideale  dell’arte dello scrivere e osserva una severa disciplina nella prosa. Egli proviene dalle file del Romanticismo, nella cui scuola aveva compiuto il suo primo tirocinio letterario e ad essa rimane in qualche modo legato anche dopo il suo distacco. A un certo punto però si allontana dai modelli estetici della prosa romantica per elaborare una nuova concezione dell’arte ispirata ai fenomeni naturali e alle caratteristiche esistenziali diffuse tra la borghesia francese degli ultimi decenni del secolo XIX.</p>
<p>L’arte per Flaubert non dev’essere mai un oggetto di effusione sentimentale, ma la creazione di un mondo di ordine superiore plasmato di forme, immagini, linguaggi, colori e profumi, in cui egli stesso tende a rifugiarsi per condurre una forma di esistenza ideale in qualche modo distaccata dal resto del mondo. E non tanto per sottrarsi alle comuni norme della convivenza civile della società organizzata o per confortarsi dalle delusioni della vita, ma per dedicarsi a plasmare nuove forme artistiche ed esprimere, con le nuove figure narrative, adeguate rappresentazioni simboliche che rispecchino il mondo della natura e le condizioni esistenziali della società contemporanea.</p>
<p>E’ consapevole del fatto che egli non é portato a svolgere attività di tipo pratico-concreto, per cui rifugge dalla dimensione pragmatica ed esperienziale dell’esistenza  e si rifugia in questo suo mondo di verità e di bellezza ideali in cui non arrivano, o giungono attutiti, i riflessi delle passioni e delle storture umane. In passato queste le aveva sentite forti anche lui, vissute intensamente, sperimentate in vari modi e comunque superate sottoponendole al dominio della sua forte volontà. Semmai queste esperienze di attenta osservazione delle cose e di contenimento delle emozioni gli erano servite per indagare a fondo sulle pieghe più recondite dell’animo, dove sovente si annidano sentimenti ambivalenti di gioia e di dolore e paradossali contraddizioni dell’uomo. Ma i moti emozionali del subconscio  non devono mai arrivare a turbare l’equilibrio emotivo dello scrittore, ad influire sulle sue idee, ad alterare l’armonia delle forme o ad offuscare la bellezza dell’opera d’arte, esigenze alle quali egli consacra tutta la sua vita. Infatti egli, come fa la talpa quando costruisce la sua tana, scava sempre di più nella profondità del suo essere per tirar fuori il magma incandescente delle sue elaborazioni creative; poi compie un intenso lavorio di meditazione, di selezione delle idee e di rielaborazione delle forme artistiche originali. Così che, dopo aver sottoposto all’impietoso vaglio della ragione il ricco patrimonio delle sue idee, egli plasmava le sue nuove creature. Nei primi decenni della seconda metà dell’Ottocento egli, insieme all’amico Bodelaire, hanno dato i frutti migliori alla letteratura francese.</p>
<p>Flaubert vede chiaro il rapporto esistente tra la materia e la forma. Per lui lo scopo supremo dell’arte dovrebbe essere, non è tanto quello della sua utilità, della sua verità o della sua capacità di orientare la morale, ma quello di esprimere la bellezza delle forme che devono essere tirate fuori dalla materia informe. Si tratta di un ideale estetico sublime che viene conseguito osservando attentamente ed interpretando fedelmente la natura. Occorre un impegno costante, un lavorio lento, attento e paziente per conseguire uno stile artistico elaborato. Solo questo stile consente di esprimere concetti di verità universali, superando gli egoismi, i sentimenti mediocri e le emozioni personali.</p>
<p>Quando qualcuno gli chiede quale sia il significato del suo romanzo, egli ripete in maniera sicura e disinvolta: “Madame Bovary c’est moi! Elle suffre et pleure dans vingt villages de France, à cette heure même”.</p>
<p>Quest‘opera ha consentito all’autore d’impossessarsi dell’arte dello scrivere e di diventare romanziere provetto, collocato all’apice della classifica degli scrittori francesi del XIX secolo.</p>
<p>Con la sua immedesimazione nella protagonista, egli ha voluto rappresentare gli aspetti patologici più diffusi della società del suo tempo, che, d’altronde egli stesso aveva largamente sperimentato: il conformismo, la menzogna, l’ipocrisia, la falsa coscienza borghese, l’insoddisfazione dell’esistenza e infine il desiderio di realizzare nuovi canoni artistici.</p>
<p>In modo particolare Flaubert ha preso in esame la mediocre condizione della classe borghese di provincia, che, paga e tronfia della sua autosufficienza materiale, non si preoccupa dell’altro, di chi gli sta accanto e soffre perché sta male. Ha rivissuto, sotto la forma della simbologia narrativa, la stessa esperienza di vita della sua Emma, ha seguito la sua figura (realmente esistita ed individuata in una certa Delphine Couturier) con meticolosa cura, ha osservato attentamente i luoghi dove si è svolta la triste esperienza mortale della sfortunata protagonista. In fondo, per fare questo, egli non ha fatto uno sforzo narrativo impossibile perché si trattava di riprendere fedelmente il piccolo mondo borghese in cui egli stesso viveva e di cui ogni giorno sperimentava i limiti fino ad esserne nauseato e di cui intendeva frantumare l’involucro protettivo dell’ipocrisia.</p>
<p><strong>Note ispirate al commento critico di M. Maurice Nadeau</strong></p>
<p><strong> </strong></p>
<p>Concorda con la tesi suesposta anche il giudizio del critico francese, M. Nadeau, per il quale il romanzo <em>Madame Bovary</em> “aurait permis à Flaubert d’entrer en possession de son métier d’écrivain”. Infatti durante tutto il tempo di elaborazione del romanzo, durato oltre quattro anni, l’autore ha forgiato la sua nuova estetica, creando un taglio netto con una parte delle sue opere precedenti che, proprio per questo motivo, si guarderà bene dal pubblicare. Sarebbe stata un’operazione sconveniente che avrebbe potuto nuocere, più che giovare, alla sua immagine di scrittore maturo.</p>
<p>Discepolo di Balzac, con il suo capolavoro <em>Madame Bovary,</em> Flaubert si piazza al primo posto tra i romanzieri moderni. La critica si accorge molto più tardi del suo valore, dopo che M. Proust ha reso gli onori a un autore che in precedenza aveva conosciuto un lungo periodo di purgatorio.</p>
<p>I canoni della nuova estetica di Flaubert sono formulati nelle lettere che egli, durante la lunga gestazione del romanzo, aveva inviato alla sua amante Louise Colet. Sono lettere piene di sincera confessione sulle sue intenzioni di portare avanti, parallelamente alla redazione dell’opera, l’elaborazione del metodo e la verifica dell’ipotesi. Egli non scopre e non dà una ricetta già pronta per l’uso, valida per costruire un romanzo di alto livello, ma, come fa una talpa per costruire la tana, scava sempre di più nella profondità della sua coscienza fino a scoprire una realtà che fino ad allora restava nascosta. Si tratta di una realtà fatta di parole, immagini, sentimenti, idee, con cui sono state composte tonnellate di opere d’arte.</p>
<p>Per cimentarsi in un lungo e difficile impegno di lavoro non è necessario essere dei geni. E’ sufficiente una motivazione forte che escluda menù complementari e soddisfazioni facili, che possono essere ottenuti a basso costo, ma producono risultati di altrettanto basso profilo. La motivazione autentica suscita nel lavoro “une longue énergie qui court d’un bout à l’autre et ne faiblit pas, de même toute la voloné tendue dell’artiste doit-elle être employée à creuser (scavare) et découvrir. Cette application heroïque fait les grandes oeuvres”.</p>
<p>Egli interrompe la tradizione dell’artista ispirato, porta-parola di forze misteriose. “Méfions-nous de cette espece d’échauffement (diffidiamo di questo tipo di eccitamento) qu’on appelle inspiration et ou il entre plus souvant d’emotion nerveuse que de force musculaire … Non l’imagination d’ou l’on revient la mort du coeur, épuisé, n’ayant vu que du faux et débité de sottise. (Non l’immaginazione che porta la morte nel cuore spaesato, non avendo ritrovato altro che cose non vere e depositi di sciocchezze).</p>
<p>A Louise Colet, fonte di ribollimento dei suoi sentimenti, egli scrive: “Il faut écrire froidement”; et encore: “Ce n’est pas avec le coeur qu’on écrit, c’est avec la tête!”.</p>
<p>Scrivere freddamente significa scegliere i mezzi da utilizzare per avvicinarsi allo scopo. Allora si esplica una forte concentrazione sull’obiettivo su cui deve convergere. L’arte non è un monologo dell’artista; neanche un dialogo con la realtà. Essa è questa stessa realtà suscitata che prende la parola a sua volta.</p>
<p>Allora l’artista si libera da tutto ciò che lo faceva dipendere dalla condizione comune e conquista l’impersonalità e l’impassibilità di un dio.</p>
<p>L’arte possiede già di per se stessa la sua performance, la sua evidenza, la sua necessità. Contro di essa non prevalgono mai le metamorfosi che le impongono i tempi, i climi, le mode, i paesi. Essa è un’altra natura captata nelle parole, nell’armonia dei suoni. Omero, Rabelais, Michelangelo, Shakespeare, Goethe sono eterni , impeccabili e imperturbabili.</p>
<p>Le opere bellissime sono serene d’aspetto e incomprensibili; esse sono immobili come le falesie, oleose come l’oceano, hanno le chiome frondose esuberanti di verzura, di suoni e di canti come i boschi, sono tristi come il deserto, azzurre come il cielo. Molti autori hanno voluto influire sui contemporanei per commuoverli, per farli ridere o farli piangere. In letteratura esistono anche questi aspetti, ma essi sono dei fini secondari e del tutto conseguenti …</p>
<p>“Ce qui me semble, à moi, le plus haut dans l’Art ( et même le plus difficile) ce n’est de faire rire, ni de faire pleurer, ni de vous mettre en rut (fregola) ou en fourer, mais d’agir à la façon de la nature, c’est-à-dire de faire rêver”.</p>
<p>Per fare questo occorre aprirsi al mondo, farlo penetrare in noi o, se vogliamo, attraverso la dinamica di un movimento opposto, fratturare le apparenze al fine di lasciarsi calare dentro le cose come sono e identificarsi con esse. Qua e là emerge il concetto secondo cui si tratta di non essere più se stessi (come esseri ontologici), ma di diventare come un fluido universale che circola in tutte le cose di cui si parla.</p>
<p>Flaubert possiede una doppia personalità: l’una, che rivela la sua condizione di appartenenza che è quella del piccolo borghese. Ciò malgrado egli cerchi di esimersi da quello status e, per sottrarvisi, esibisca giustificazioni di ordine superiore affermando “vivre ne nous regarde pas”; l’altra, che lo mette in comunicazione con i grandi spiriti creatori, i colossi del passato, che incutono reverenza e in qualche modo spaventano.</p>
<p>Però, in fondo, Flaubert artista trionfa su Flaubert borghese, sopprimendo tutte le condizioni di cui si era nutrito prima. Per lui l’artista “ne doit avoir ni religion, ni patrie, ni même aucune convention sociale. Il se consacre  à mieux: “Jujer la vie, c’est-à-dire la paindre (dipingerla)”.</p>
<p>Quando nel 1853 fece l’ultimo soggiorno a Trouville dov’egli era andato per ritrovare i suoi fantasmi, disse “addio!” per sempre alle persone, alle cose intime e a tutto quello che c’era di relativo nel suo mondo esistenziale.</p>
<p>Era ormai spuntata l’alba dell’Era industriale, della verità pratica. Per mantenere il suo ruolo, la letteratura dovrà più che mai contribuire alla conoscenza dell’uomo; e dovrà farlo allo stesso modo con cui lo fanno le scienze fisiche, naturali, economiche, storiche e sociali. Nella vita di questo autore ci sono molte coincidenze di date importanti. Per esempio, quella derivante dal fatto che, quando Flaubert si accinge a scrivere il suo romanzo, Marx aveva appena pubblicato il <em>Manifesto del Partito Comunista</em>. Qualche anno dopo la pubblicazione del romanzo, <em>Madame Bovary</em>, Darwin pubblicava <em>L’Origine della Specie</em>. “Noi viviamo nel secolo del relativo, aveva scritto, cioè viviamo in seno al relativo in cui sono tramontati gli ideali. L’uomo è caduto dal piedistallo dov’era stato collocato dalla religione e dalla filosofia, per cui non ha più ragione di considerarsi una creatura prediletta.</p>
<p>La semidivinità che l’autore attribuisce all’artista non si rapporta più a quella dell’etichetta di cui in passato si fregiava il poeta romantico. Essa si accorda meglio alle nuove ambizioni del naturalista, dello storico, del biologo. Se la sua funzione è quella di creare del bello, l’artista non può più, senza far ridere di sé o suscitare i sospetti negli altri, far piovere dall’alto del <em>suo Sinai</em> delle verità assolute, presentarsi come un vaticinatore, un profeta, che pretende di condurre i popoli e l’umanità nei nuovi deserti dell’esistenza tra le ciminiere degli stabilimenti industriali e i grigi edifici delle nove periferie urbane.</p>
<p>Egli deve preoccuparsi piuttosto di delimitare il suo ambito d’azione, prendere coscienza del suo nuovo ruolo, lavorare con i mezzi che gli sono propri e contribuire all’elaborazione di un nuovo sapere, di un nuovo modo di pensare e di fare.</p>
<p>Quanto a Emma, la volubile, ingenua e ambiziosa protagonista del romanzo, che dire? Come giudicare la sua condotta in caduta libera su tutti i valori della fede, dell’etica, della ragione e anche del più comune buonsenso? I  contemporanei si meravigliavano del fatto che l’autore non abbia preso parte agli eventi, ma che se ne sia astenuto, secondo lui, per non far pendere il piatto della bilancia dall’una o dall’altra parte. Ha trattato i suoi personaggi, a cominciare dalla protagonista, come se fossero fenomeni naturali da osservare e da descrivere. Perciò l’opera è suscettibile di diverse chiavi di lettura e conseguentemente di diverse interpretazioni e ciò le conferisce il potere di far sognare (<em>faire rèver</em>).</p>
<p>Egli ha costruito l’opera con i mezzi della scienza: l’osservazione dei fatti, il loro assemblaggio, la concatenazione degli eventi, la descrizione scrupolosa dei vari passaggi e fasi dell’esperienza. Cosicché l’autore è giunto a quella meta che, inizialmente, gli sembrava impossibile da raggiungere: <em>traiter l’âme humane avec l’imparcialité que l’on met dans les sciences physiques.</em></p>
<p>Per fare questo egli ha osservato alcuni principi di metodo, quali: l’imparzialità, il non intervento, l’astensione dal giudicare e trarre conclusioni. A questo riguardo egli scrive: “<em>L’artista doit se borner</em> (limitarsi) <em>à répresenter la vie e la letterature se faire exposante: Ne blâmons rien, chantons tout, soyons exposants et non discutants</em>.</p>
<p>E ancora Flaubert continua affermando: “Madame Bovary”<em> est surtout une oevre de critique, ou plutôt d’anatomie par le faire et par le résultat.</em></p>
<p>Egli capisce quali critiche gli vengano rivolte dai suoi contemporanei abituati, da oltre trent’anni, ai gorgheggi dei romantici e non ancora sazi di lirismo. Infatti i giudizi che gli vengono rivolti sono impietosi: “Egli ha scritto un’opera immorale ed ha dato prova di crudeltà, ha debordato nel <em>realismo</em> e nel <em>materialismo</em>!”. Che Emma si procuri la morte da se stessa per un moralista dell’epoca del Secondo Impero è una punizione non sufficiente. Non si accetta il suicidio determinato dal complicarsi delle circostanze o, come disse Charles Bovary, per pura fatalità. Ciò perché in tali casi viene a mancare la sanzione della società.</p>
<p>Quale specchio inoltre, <em>Madame Bovary</em>, non offre all’umanità per contemplare il riflesso della propria immagine! <em>la mediocrité en personne du mari, l’imbécillitè solennel du pharmacien Homais, l’opacité au spiritel avec l’abbé Bournisien. Les amants d’Emma ne valent pas mieux, de Rodolphe, séduter à la petite semaine, à Léon que définissent faiblesse et lâcheté. Quant  Lheureux, c’est un coquin (furfante). Voila donc, mesquin dans ses sentiments et ses pensées, borné (limitato) dans ses horizonts et rutilant de sottise satisfaite, ce qu forment la société de province!</em></p>
<p>Emma si terrebbe al di sopra delle parti per diversi motivi:  il desiderio di evasione coltivato nelle sue ingenue fantasticherie, le velleità romanzesche di una ex collegiale nutrita di cattiva letteratura, l’ambizione a condurre una vita lussuosa al di sopra delle sue possibilità, tutte cose che vanno di pari passo con i suoi sentimenti delicati. Certamente ella va ai convegni amorosi col solo scopo di commettere l’adulterio, chiaro segno di un idealismo emotivo molto povero, privo delle più elementari remore morali, etiche e valoriali. Un solo essere sfugge al giudizio di condanna generale di tutti i personaggi: un fanciullo (Justin)! Ma, per effetto di una perversa macchinazione degli dei, involontariamente e paradossalmente, è proprio lui che fornisce ad Emma il mezzo del suicidio: il veleno!</p>
<p><em> </em></p>
<p><em> </em></p>
<p>Così, in maniera sublime, Flaubert ha dipinto un inferno perfetto.</p>
<p><strong><br />
</strong></p>
<p><em> </em></p>
<p><em> </em></p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.felicemoro.com/note-critiche-su-gustave-flauber/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>Gustave Flaubert, Madame Bovary, Quarta Parte</title>
		<link>http://www.felicemoro.com/343/</link>
		<comments>http://www.felicemoro.com/343/#comments</comments>
		<pubDate>Mon, 11 Apr 2011 21:51:15 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Felice Moro</dc:creator>
				<category><![CDATA[Libri]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.felicemoro.com/?p=343</guid>
		<description><![CDATA[ Emma si diede da fare per chiedere di essere aiutata a tutte le persone che potevano farlo, tra i quali l'esattore Binet, gli ex amanti Rodolphe e Léon, ma nessuno era disposto a sborsare soldi per liberare la poveretta dalla tanaglia dei creditori. La preoccupazione diventa disperazione e questa fa precipitare la donna nella follia. E la follia porta la donna a compiere il gesto estremo: il suicidio per avvelenamento con l'arsenico carpito furtivamente dal laboratorio del farmacista. Il marito muore dal dispiacere e in breve tempo muoino anche gli altri familiari. Si salva soltanto la figlia, la piccola Berthe, che viene affidata ad una zia indigente che, per sbarcare il lunario, é costretta a mandare la ragazzina a lavorare in una filanda di lino. Così, nella maniera più drammatica possibile, finisce la storia della famiglia Bovary. ]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Gustave Flaubert, Madame Bovary</strong></p>
<p><strong> Quarta Parte</strong></p>
<p>Quando Emma si riprese, con l’aiuto di Félicité, compilò una lista di tutte le persone che, in quella difficile circostanza, avrebbero potuto aiutarla. Ma poi, prendendo in considerazione la questione ed esaminando quelle persone una per una, si rese conto che nessuna di loro sarebbe stata disposta a sborsare soldi per aiutarla.</p>
<p>Dalla finestra di casa vide la moglie del sindaco, Mme Tuvache e Mme Caron, che si dirigevano verso l’abitazione dell’esattore Binet. Pensò di unirsi a loro e di andare anche lei. Le raggiunse e insieme entrarono nella casa, salirono fino alla mansarda, dove il funzionario delle imposte aveva il suo laboratorio artigianale nel quale passava il tempo a fare lavoretti artistici al tornio  con legno o con gesso.</p>
<p>Emma cercò di avvicinare il funzionario per rappresentargli la sua drammatica situazione, ma egli si tirò indietro, ritraendosi come ci si ritrae davanti ad una persona affetta di peste e si ha paura del contagio.</p>
<p>Emma ebbe un fremito che la scosse in tutto il suo essere e fuggì in preda ad una crisi di disperazione. Si rifugiò in casa di Mme Rolet, la sua antica maîtresse gridando: “Io sto soffocando! Fatemi riposare! E si buttò nel letto singhiozzante. Rolet la coprì e la vigilò finché non si addormentò. Poi prese il suo arcolaio (son rouet) e si mit a filer du lin.</p>
<p>La poveretta si era rifugiata in questa casa, spinta da una sorta d’istintivo spavento che tendeva ad allontanarla da casa sua. Restò sdraiata con gli occhi aperti, fissi verso la soffitta della stanza, smarrita nel suo vuoto di coscienza. Infine cercò di riprendersi e di ricordare le sue peripezie. Raccogliendo le sue idee, più o meno confuse, riaffiorarono piano piano i suoi ricordi vaganti, slegati tra di loro, ma sempre con effetti laceranti sulla coscienza. Le pareva di essere di nuovo con Léon in uno dei suoi tanti appuntamenti amorosi. Chiese alla padrona di casa che ora era e Rolet le rispose: “Trois heures, bientôt!”.</p>
<p>Poi chiese di essere accompagnata per tornare a casa. Rolet la fece attendere un po’ di tempo e, quando rientrò, le disse che in casa sua non c’era nessuno, soltanto Carlo che piangeva, l’aspettava, la cercava e la chiamava.</p>
<p>Ma Emma rimase incantata, muta, inebetita senza rispondere. Era entrata in una specie di trance. La nutrice ebbe paura e si tirò indietro credendo che fosse diventata folle. Emma prese un fazzoletto e si asciugò il sudore freddo della fronte. All’improvviso  cacciò un urlo perché assalita dall’imperioso ricordo di Rodolphe, che, come un’improvvisa luce che brilla nelle tenebre, la colpì negli altalenanti stati di coscienza, la rasserenò, le rischiarò l’anima.</p>
<p>Egli le appariva si bon, si delicat, si genereux! Et s’il hésitait à lui rendre ce service, elle saurait bien l’y contraindre ( ella sarebbe capace di costringerlo) en rappelant d’un seul clin d’oeil leur amour perdu. Elle partit donc vers la Houchette, sans s’apercevoir qu’elle curai s’offrir a ce qu’il l’avait tantôt si fort exasperée, ni douter le moin du monde de cette prostitution.</p>
<p>Emma scappa, corre da Rodolphe. Arriva, bussa alla porta, entra in casa, lo incontra nel corridoio, si salutano e si scambiano le notizie rimpiangendo l’interruzione del loro grande e fantastico sogno d’amore. “Comment volais-tu que je vécusse sans toi? On ne peut pas se déshabituer du boneur! J’étais désespérée! J’ai cru mourir! Je te conterai tout cela. Tu verras. Et tu m’has fuie!</p>
<p>Tu forse ami altre donne, ammettilo! Io le comprendo e le scuso! Tu le avrai sedotte come hai sotto me. Ma noi riprenderemo, non è vero?”. <em></em></p>
<p>Entrambi si prodigarono nel fare dichiarazioni di rimpianto del loro perduto amore. Si scambiarono qualche carezza, si abbracciarono e si diedero un ultimo bacio. Poi Emma all’improvviso sbottò: “Rodolphe, moi je suis ruinée! Peus-tu me prêter trois mille francs? …. Pour beaucoup de mauvaises causes qui se sont passées aujourd’hui nous bésoin de trois mille francs perce que on va nous saisir”. Mais il repondut: <em>Je ne les ai pas, Madame!</em></p>
<p>I ricordi e I rimpianti continuarono a lungo, ma Rodolphe soldi non ne sganciò<em>. </em>Emma se ne ritornò delusa a mani vuote, pentita di essersi umiliata inutilmente. Ella ripercorse il viale fino al fossato, si spezzò le unghie forzando la griglia della chiusura dell’acqua, tanto si dava da fare per aprirla. Pochi passi più avanti, affannata quasi per cadere, si fermò. Alzò lo sguardo e vide ancora una volta il castello dei sogni impossibili. Fu presa da una crisi di sconforto che la paralizzava nell’anima e nel corpo, durante la quale passò in rassegna molti dei suoi ricordi mischiati ai sogni e alle speranze del tempo che fu. Ad un certo punto si dimenticò della sua crisi finanziaria e rimpiangeva soltanto il suo amore perduto. Sentiva che l’anima le veniva meno, schiacciata dal peso dei suoi souvenir come i feriti agonizzanti  sentono che l’esistenza li abbandona a causa della loro piaga sanguinolenta.<em></em></p>
<p>Sopraggiunse la notte ed ella era ancora in viaggio inebetita, sotto l’effetto di una psicosi allucinatoria. Poi ebbe la forza di alzarsi e di continuare il viaggio per tornare verso casa.</p>
<p>399 Si fermò davanti alla farmacia, non c’era nessuno. Entrò di soppiatto, s’inoltrò all’interno trattenendo il respiro. Comparve Justin in maniche di camicia ed Emma gli chiese di portarle la chiave del piano di sopra, del laboratorio dove sono tenute les ….! Comment?</p>
<p>Egli la guardava meravigliato per il pallore del suo viso. E, pure in questo stato di terribile agitazione, gli parve bella, affascinante e maestosa come un fantasma. Pur senza comprendere ciò che voleva, egli capì che nascondeva qualcosa di terribile. Emma pretese di avere la chiave del laboratorio perché doveva prendere qualcosa: le serviva una medicina per ammazzare i topi che non la lasciavano dormire. Justin disse che sarebbe andato ad avvertire il farmacista. Lei lo trattenne e lo tranquillizzò dicendo che sarebbe stata lei stessa ad avvertirlo successivamente. Chiese al ragazzo di illuminare l’ambiente. In fondo al corridoio c’era una chiave appesa con la scritta <em>capharnaûm.</em></p>
<p>Aprì la porta, afferrò un boccale, lo stappò, infilò la mano e la ritolse con una manciata di polvere bianca e si mise a mangiarla. Il ragazzo la scongiurò, le si buttò addosso per distoglierla. Emma lo fece tacere dicendogli: <em>Taci! Potrebbe arrivare qualcuno!</em></p>
<p>Justin era disperato, voleva chiamare, ma ella lo dissuase dicendogli: <em>tanto tutta la colpa ricadrebbe sul tuo padrone! </em>Poi divenne di nuovo calma con la tranquillità di chi ha adempiuto ad un dovere importante.<em></em></p>
<p>Carlo, sconvolto per la notizia del pignoramento, era rientrato a casa quando Emma era appena uscita. Mandò a cercarla ovunque.</p>
<p>Quando Emma rientrò si sedette sulla scrivania e scrisse una lettera che sigillò, aggiungendo la data e dicendo tra sé.  <em>La leggerai domani! Fino a quel momento non pormi domande per favore!</em></p>
<p>Si coricò e si addormentò, ma l’acre sapore che sentiva in bocca la risvegliò. Sentiva i battiti del pendolo, il crepitio del fuoco e il respiro del marito che le stava vicino.</p>
<p><em>E’ ben poca cosa la morte!</em> pensava in se stessa, <em>Io mi addormenterò e sarà tutto finito</em>!</p>
<p>Ebbe una crisi di soffocamento, sentì il suo corpo gelare dal capo ai piedi. <em>Voila que ça commence</em>! Mormorò. Le vennero i vomiti e Carlo vide che nel vomito c’era una strana renella bianca attaccata a un involucro di porcellana. Le passò la mano nello stomaco dolorante e lei lanciò un acuto grido di dolore. Poi iniziò a gemere. Un grande fremito le scosse le spalle ed ella diventava sempre più pallida. I gemiti andavano aumentando, i dolori erano sempre più forti. Cacciò un urlo liberatorio ed ebbe il senso di star meglio e di volersi alzare. Ma le convulsioni ripresero. Carlo la pregò di parlare, di dire che cosa aveva mangiato. Ella indicò la sua scrivania. Carlo si avvicinò e trovò la lettera, l’aprì,  lesse ed esclamò: <em>Empoisonnée! Empoisonnée! (Avvelenata! Avvelenata!)</em>.</p>
<p>La voce di ciò che era accaduto si diffuse nel vicinato, la gente accorse per sapere della disgrazia, il farmacista scrisse due lettere, una per  lo specialista M. Canivet, l’altra per dottor Larivière. Mandò Hippolite a Neufchâtel e Justin frustò il cavallo di Bovary per andare a chiamare l’altro medico. L’apothecaire si dava da fare per capire il tipo di veleno ingoiato per somministrarle un antidoto adeguato. Carlo esibì la lettera: si trattava di arsenico. Poi inginocchiato davanti a lei piangeva e la supplicava: “Perché l’hai fatto? Non eri felice? E’ stata colpa mia? Chi ti ha costretta a farlo?”</p>
<p>Al che ella rispose: “Il le fallait, mon ami = occorreva farlo, amico mio!”.</p>
<p>Successivamente Emma entrò in stato confusionale.</p>
<p>Chiese “Amenez moi la petite!”. La piccola Berthe, ancora in camicia da notte e a piedi nudi, le fu portata al capezzale dalla domestica. La bambina rimase disorientata, quasi spaventata dal disordine e dalla confusione presente nella camera. La madre l’abbracciò, la piccola esclamò: <em>Où est donc maman? </em>La frase pronunziata dall’infante fece scendere il gelo sui presenti. Poi, onde evitare un crescendo imbarazzo per tutti, Carlo ordinò di portarla via.</p>
<p>Al capezzale della paziente giunse il dottor Canivet che Carlo accolse nella maniera più ossequiosa possibile ostentando un pizzico di ottimismo e di speranza. Ma il collega non fu dello stesso avviso. Capì subito che la situazione era grave e le prescrisse un emetico per liberare lo stomaco facendole vomitare il veleno. Il farmaco ebbe l’effetto previsto, ma, ciò nonostante, la situazione della paziente non migliorò; anzi il quadro clinico andò peggiorando. Ella si contorceva, si dimenava e lanciava urla terribili, maledicendo il veleno, lanciando invettive e respingendo tutto ciò che cercavano di darle per attenuare i suoi atroci dolori.</p>
<p>Arrivò anche il dottor Larivière, in cui erano state deposte tutte le speranze di salvezza. Ma, anch’egli, non appena vide la paziente e fece una visita sommaria, chiamò Carlo in disparte in un’altra stanza e gli comunicò che ormai non c’era più niente da fare e ripartì.</p>
<p>Il medico fu trattenuto a pranzo dal farmacista che, ossequioso e reverente, cercò di trascinarlo suo ospite a casa. Egli, nella sua presuntuosa saccenteria, ci teneva ad avere conoscenze e buoni rapporti con le persone importanti. Queste, prima o poi, potevano tornargli utili nella sua attività farmaceutica e nella sua ambizione ad essere ascritto nella categoria delle persone importanti di scienza e di cultura laica ed illuministica.</p>
<p>All’ospite che gli chiedeva come la donna poteva essersi avvelenata, egli rispose di non sapere dov’ella avesse potuto procurarsi quell’acido di arsenico. A sentire questa frase, il povero Justin tremò, lasciando cadere per terra il vassoio con quello che c’era sopra, creando così un grande fracasso nell’ambiente. Il padrone di casa lo rimproverò aspramente. Rivolgendosi al medico, Homais disse che egli aveva tentato di fare un’analisi del veleno introducendo un tubo nello stomaco. Il medico gli rispose freddamente: “Sarebbe stato meglio che voi le aveste introdotto le vostre dita nella gola!”.</p>
<p>Durante il pasto continuarono i discorsi edotti di Homais. Ma Larivière aveva fretta, tagliò la corda e andò via. Al rientro nel suo negozio, Homais trovò la farmacia affollata di gente che egli cercava di servire, mentre nella piazza comparve il prete Bournisien che andava a portare l’Estrema Unzione alla moribonda.</p>
<p>La cerimonia si svolse alla presenza di Carlo e di Homais che aveva portato con sé anche i suoi due figli per abituarli ad affrontare le situazioni forti e imbrazzanti.  Il prete avvicinò il crocifisso alla moribonda. Ella fece un supremo sforzo, piegò il collo e impresse al crocifisso il bacio più sincero e più profondo che abbia mai potuto dare in vita sua.</p>
<p>Poi le avvicinò anche un cero benedetto, ma la sua debole mano non poté reggerlo e se non fosse stata per l’attenzione del sacerdote, sarebbe caduto per terra. Dopo un po’ apparve un tantino più sollevata: elle n’était plus aussi pâle e son visage avait une expression de sérénité, comme que le sacrement l’eût guérie. Il prete cercò di consolare Carlo dicendogli che molti malati, anche dopo aver ricevuto l’Estrema Unzione, si sono ripresi e hanno continuato a vivere. Pertanto non bisogna mai disperare neanche nei casi più estremi. Improvvisamente si sentì fuori un canto: <em>Souvant la cheleur d’un beau jour/ fait rever fillette (ragazze) et l’amour</em> … Emma si raddrizzò e restò per un istante come un cadavere galvanizzato, i capelli spettinati, lo sguardo fisso beante e continuò: <em>Pour amasser diligement le épis que la faux moissonne</em> …</p>
<p>Emma ebbe un’ultima crisi di convulsione e spirò.</p>
<p>“L’Aveugle!” s’écriat-elle.</p>
<p>Carlo scoppiò in una crisi di pianto disperato gridando: “Adieu! Adieu! “</p>
<p>Homais et Canivet cercarono di distrarlo portandolo fuori dalla stanza e invitandolo a calmarsi: “Moderez-vous!”. Ma egli, dimenandosi, rispondeva: <em>Mais laissez-moi! Je veux la voir! C’est ma femme!</em></p>
<p>HomaisI gli dava ragione dicendo <em>laissez-le pleurer! Plerez</em>, disait il<em>, donnez cours à la nature, cela vous soulagera! </em>Andò in farmacia e preparò due cose: un calmante per il povero Bovary e un articolo da pubblicare nel giornale <em>le Fanal, </em>che potesse nascondere la verità dell’avvelenamento volontario. Infatti nella notizia da lui diffusa si parlava di avvelenamento accidentale dovuto al fatto che ella, mentre preparava una crema alla vaniglia, aveva scambiato l’arsenico per zucchero.</p>
<p>Poi tornò nella casa del lutto per distrarre Bovary. Gli parlò della necessità di predisporre le cose per la cerimonia funebre, ma egli, inebetito e stralunato, rispose: <em>Pourquoi? Quelle cerimonie?</em></p>
<p>Homais non insistette, prese un innaffiatoio, lo riempì d’acqua e si mise a bagnare i vasi dei gerani. Poi, per distrarre l’afflitto, si mise a parlare di giardinaggio e di agricoltura. Carlo ripeteva le cose che egli diceva automaticamente come un automa.</p>
<p>A predisporre le cose per la cerimonia ci pensò Bournisien. Carlo si chiuse nel suo stanzino e scrisse una lettera in cui espresse la sua volontà: <em>Je veux qu’on l’enterre dans sa robe de noces, avec des souliers blancs, une couronne (una ghirlanda). On lui étalera ses cheveux sur les époles ( i capelli devono scendere sciolti sulle spalle); trois cercueils, une de chêne, un d’acajou, un de plomb (tre bare, una di rovere, una di mogano e una di piombo). </em><em>Qu’on ne dise rien, j’aurai de la force. On lui mettra par-dessus tout une grande piece del velours vert. </em><em>Je le veux. Faites-le.</em></p>
<p>Tutti rimasero stupiti di queste idee romantiche di Bovary. Homais gli fece notare che questo drappo di velluto verde appariva fuori posto e che poi c’era da pensare anche alla spesa. Bovary lo fece zittire dicendogli che ciò non gli riguardava, di fare gli affari suoi o di andarsene. “Laissez-moi! Vous ne l’aimiez pas! Allez-vous-en!”.</p>
<p>Sempre per distrarlo, il prete lo condusse a fare una passeggiata in giardino, dove discorrevano di tante cose. Il sacerdote insisteva sulla caducità delle cose terrene, sull’infinita misericordia di Dio, sul dovere dell’uomo di obbedire umilmente alle sue leggi. Per tutta risposta Carlo sbottò in una battuta blasfema: <em>J’exèsecre, votre Dieu</em>! Al che il prete aggiunse: <em>L’esprit de révolte est encore en vous!</em></p>
<p>Poi il prete e il farmacista si ritrovarono insieme nella casa del lutto per fare la veglia funebre alla defunta.</p>
<p>I due discutevano di tante cose e il farmacista osò formulare qualche ipotesi sull’incidente occorso alla giovane donna. Il prete gli disse che, comunque fossero andate le cose, al momento non restava altro da fare che pregare per lei. Homais, stizzito, sentenziò che due potevano essere le possibilità: o che ella fosse morta in stato di grazia (come sostiene la Chiesa) e allora non dovrebbe avere bisogno delle nostre preghiere; o che fosse morta da impenitente (questa credo che sia l’espressione ecclesiastica) e allora …</p>
<p>“Anche in quel caso bisogna pregare ugualmente”<em>,</em> rispose deciso il prete. Ma Il farmacista obiettò: “Dato che Dio conosce tutti i nostri bisogni, a che serve pregare?”.  “Come<em>?</em>, gli rispose l’altro, la preghiera é la preghiera! Non siete voi cristiano?”.</p>
<p>A questa domanda Homais dichiarò: “J’admire le christianismo. Il a d’abord affranchi les enclaves, introduit dans le monde une morale <em>…</em>.”</p>
<p>“Ma non solo di questo si tratta!” aggiunse il prete. “Aprite i testi!”.</p>
<p>“Oh! Oh! Quant’aux testes ouvrez l’Histoire; on sait qu’ils ont été falsifies par le jesuites!”.</p>
<p>Carlo fece un’altra comparsa, ma dai due fu invitato ad andare nella sua stanza a riposare. Dopo di che i due amici antagonisti, il religioso e il laico, ripresero le loro diatribe:</p>
<p>“Lisez Voltaire! Disait l’un; lisez d’Holbach, lisez l’Enciclopédie!” diceva Homais.</p>
<p><em>Lisez les Lettres de qualques juifs portugais</em>! disait l’autre; <em>lisez La Raison du christianismo, par Nicolas, ancien magistrat!</em></p>
<p>Essi si scaldavano, diventavano rossi in viso, parlavano entrambi contemporaneamente accalorati senza ascoltarsi; Bournisien era scandalizzato di tanta audacia dell’interlocutore; Homais si stupiva delle affermazioni dell’avversario che l’illuminismo aveva licenziato come tante sciocchezze (betises). Erano giunti al punto d’ingiuriarsi, quando Carlo comparve nuovamente nella stanza. Una particolare forza istintiva lo spingeva a ricomparire ogni tanto. Si avvicinò alla salma, si chinava e chiamava: <em>Emma! Emma!</em></p>
<p>All’alba giunse Mme Bovary mère. Un commovente amplesso bagnato di lacrime unì madre e figlio. Quando si riebbe dalla commozione, la donna chiese al figlio di pensare alle spese necessarie per le esequie. Carlo chiuse questo discorso e la incaricò di recarsi in paese per fare le spese necessarie. Quel giorno era tutto un via vai di gente per visitare la salma e per fare le condoglianze a Carlo. La piccola Berthe era stata portata a casa degli Homais. Félicité e Mme Lefrançois si diedero da fare per aggiustare il capo della defunta, che appariva reclinato verso destra; ma, quando scorsero fiotti di liquido nero che usciva dalla bocca, indietreggiarono inorridite</p>
<p>Più tardi il farmacista e il prete ripresero la loro discussione polemica. Il primo cercava di consolare Carlo, ma comprendeva che il colpo era stato grave e che sarebbe occorso del tempo per potersi rassegnare. Rivolgendosi al prete, Homais sarcasticamente gli fece i complimenti per non essersi sposato, così non avrebbe corso il rischio di subire incidenti come quello.</p>
<p>Mai avesse toccato quel tasto! Il discorso andò a finire su tutta una serie di problemi delicati, come quello sul celibato ecclesiastico, quello sul significato della confessione e di altri ministeri apostolici, che mandarono il sacerdote su tutte le furie. Dopo le accanite discussioni, entrambi furono presi da un colpo di sonno. Ils étaient en face l’un de l’autre, le ventre en avant, la figure bouffie (gonfia), l’air renfrogné, après tant de désaccord se rencontrant enfin dans la même faiblesse humane, et ils ne bougeaient pas plus que le cadavre à côté d’eux qui avait l’air de dormir.</p>
<p>Le phamarcien et le curé se replongèrent dans leurs occupations, non sans dormir de temps à autre, ce don’t ils s’accusaient reciproquement à cheque réveil nouveau. Alors M. Bournisien aspergeait la chambre d’eau bénite et Homais jetait un peu de chlore par terre.</p>
<p>Félicité avait eu soin de mettre pour eux, sur la commode, une boutelle d’eau de vie,un fromage et une grosse brioche. Aussi l’apothecaire, qui n’en pouvait plus soupira vers quatre heures du matin: “ Ma foi, je me sustenterais avec plaisir!”.</p>
<p>L’ecclésiastique ne se fait point prier; il sortit pour aller dir sa messe, revint; puis ils mangèrent e trinquèrent, tout en ricanant (sogghignando) un peu, sans savoir pourquoi, excites pae cette gaieté vagues qui vous prend après de séances de tristesse; et, au dernier petit verre,le prêtre dit au phamrmacien, tout en lui frappant sur l’épaule: <em>“</em>Nous finirons par nous entendre!”<em>. </em></p>
<p>Arrivarono gli operai che sistemarono la salma nella triplice bare di rovere, di mogano e di zinco.</p>
<p>Il giorno successivo ebbe luogo la cerimonia delle esequie.</p>
<p>Successivamente Carlo trovò nella soffitta una lettera di Rodolphe, dalla quale ebbe la conferma sui suoi dubbi: la relazione clandestina della defunta moglie con l’aitante giovane borghese. Più tardi, dal tiretto di un mobile della soffitta, saltarono fuori le lettere della corrispondenza segreta che Emma aveva intrattenuto con Léon.</p>
<p>Subito dopo si fecero avanti i creditori, i vari Leureux (l’usuraio commerciante di stoffe), Vinçart (lo speculatore di banca), Mlle Lempereur (l’insegnante di musica che chiedeva la paga per sei mesi di lezioni, benché Emma ne avesse frequentato soltanto una), la mère Rolet reclamava la paga per una ventina di lettere a lei indirizzate e da lei recapitate alla moglie. Alle domande che Carlo faceva per avere spiegazioni in merito, lei rispondeva dicendo di non sapere niente circa il mittente di quelle lettere perché questi erano affari della signora.</p>
<p>Sono tutte quelle persone con i quali Emma aveva contratto i debiti firmando cambiali con le date di scadenza continuamente rinnovate. Così aveva accumulato una montagna di debiti che, quando giunsero a solvenza e non poteva pagare, la schiacciarono. E nessuno dei creditori ebbe pietà di lei!</p>
<p>Carlo pagava una cambiale e subito dopo ne arrivava un’altra da pagare. Il tutto contribuì ad esasperare la già desolante angoscia dell’uomo che non ebbe più le forze di resistere e di reagire. Si chiuse in se stesso isolandosi dal resto del mondo, si lasciò andare e ben presto morì anche lui.</p>
<p>La piccola Berthe fu affidata alla nonna paterna, Mme Bovary mère che, purtroppo, in un breve lasso di tempo, morì anche lei. Il nonno materno M. Rouault non poteva farsi carico della piccola perché era paralizzato. Allora la bambina fu affidata ad una zia che, essendo molto povera e non potendola mantenere con le sue risorse, fu costretta a mandarla in una filanda di cotone a lavorarsi il pane quotidiano.</p>
<p>Così, purtroppo, andò a finire la triste e drammatica storia della famiglia Bovary.</p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.felicemoro.com/343/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
	</channel>
</rss>
