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Scritto Da Felice Moro il giorno 08 gen 2009

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L’articolo è incentrato sulla storia, struttura e funzioni della Comunicazione. La comunicazione è una relazione che si stabilisce tra due o più … (Clicca sul titolo per continuare a leggere l’articolo)

 

Il rapporto tra lo Sviluppo Neurofisiologico e l’Apprendimento Scolastico

Posted By Felice Moro on maggio 15th, 2010

La relazione esistente tra lo sviluppo mentale conseguito per evoluzione naturale e l’istruzione scolastica è una tematica psicopedagogica interessante, molto dibattuta negli ultimi decenni tra gli specialisti della materia.

Una volta si pensava che tra lo sviluppo derivante dalla maturazione neurofisiologica degli organi e l’apprendimento scolastico non ci fosse alcun rapporto diretto. Tutto al più si ammetteva un semplice nesso temporale di causa ed effetto nel senso che prima doveva avvenire il processo di maturazione degli organi preposti all’apprendimento in rapporto all’età e allo sviluppo psicofisico. Il discorso era riferito al percorso di maturazione fisiologica dei grandi neuroni delle aree corticali del cervello e al connesso processo di mielinizzazione delle fibre nervose deputate alla conduzione degli impulsi in rete, dalla corteccia cerebrale ai nuclei sottocorticali e agli altri distretti del sistema nervoso centrale.

Compiuta questa prima tappa del processo evolutivo, si riteneva che il bambino fosse pronto per ricevere i doni dell’istruzione. Normalmente, da quando nel sistema scolastico italiano fu introdotto il principio dell’obbligatorietà della frequenza oltre centocinquanta anni fa, a sei anni scattava l’obbligo scolastico per cui, a partire da tale età, il bambino doveva essere a scuola per apprendere l’istruzione formale che gli  consentiva d’imparare a leggere, a scrivere e a  far di conto.

Ancora oggi i tempi fisiologici e legali sono quelli e l’età di sei anni segna l’inizio della prima tappa del lavoro dedicato all’alfabetizzazione strumentale; dopo di che si passa gradualmente e progressivamente alla seconda fase, quella dell’alfabetizzazione culturale. Naturalmente questa è la fase più lunga, più complessa e più delicata, che dura almeno un triennio nella scuola primaria e si prolunga durante la frequenza della scuola secondaria. E’ una fase molto importante perché imposta la conoscenza dei saperi e l’apprendimento ordinato e sistematico di tutti gli alfabeti verbali, figurativi, scientifici e tecnologici necessari affinché il bambino possa comprendere, leggere e orientarsi nella complessa realtà della vita moderna.

Il pregiudizio pedagogico e culturale del passato (che in parte resiste ancora)  è quello secondo cui i due processi, maturazione e apprendimento, sono due funzioni separate sia in senso strutturale che funzionale, ancorché a una certa età vengano a giustapporsi tra di loro, stabilendo così complessi circuiti di reciprocità funzionale. E se qualcuno si accontenta della prima condizione dello sviluppo, come d’altronde l’umanità aveva fatto per secoli e millenni; qualche altro non si accontenta più dello sviluppo bio-fisiologico regolato da una scansione naturale e, se ha i mezzi e la consapevolezza dei benefici che ne derivano, cerca di cogliere anche i frutti dell’istruzione con la speranza di procacciarsi un avvenire migliore per e per i propri figli.

Comunque la convinzione generale di una parte dell’opinione pubblica resta sempre quella secondo cui l’educazione è una cosa in più, un’aggiunta non necessaria alla vita, una sovrastruttura possibile da realizzare soltanto sopra la struttura dello sviluppo. La teoria poggia sul presupposto che ogni forma d’istruzione o di conoscenza richiede un certo grado di maturità neurofisiologica degli organi per poter compiere determinate funzioni sul piano astratto e simbolico. Non si può forzare la natura per tentare d’insegnare al bambino a leggere e a scrivere prima del tempo o della sua maturazione psicofisica. In questa prospettiva l’istruzione non può che essere una  variabile dipendente dallo sviluppo cui resta subordinata. Lo sviluppo deve completare i suoi standard evolutivi prima che l’istruzione possa incominciare il suo corso.

In un certo qual modo anche la tassonomia dello sviluppo di Piaget è ispirata alla filosofia della prevalenza dello sviluppo sull’apprendimento. Infatti egli ritiene che il pensiero del bambino, nel suo percorso evolutivo, passi attraverso fasi e stadi indipendentemente dall’istruzione che riceve o può non ricevere, ma che rimane sempre come un fattore a parte.

Il comportamentismo costruisce le sue teorie della conoscenza sulla base del principio strutturale dello stimolo/risposta. Autori come James e Thorndike spiegano lo sviluppo intellettuale del bambino come una variabile dipendente dal graduale accumularsi dei riflessi condizionati. Cioè vedono lo sviluppo allo stesso modo in cui vedono l’apprendimento. Ma se il processo di sviluppo dovesse coincidere con quello dell’istruzione i loro prodotti diventerebbero identici e perciò l’istruzione diventerebbe sinonimo di sviluppo e viceversa. Il che appare la logica conseguenza di un ragionamento assai poco condivisibile.

La Psicologia della Gestalt con Koffka afferma che qualsiasi sviluppo presenta due aspetti: la maturazione e l’apprendimento; e rifacendosi all’aforisma dell’evoluzionista Lamark secondo cui “la funzione crea l’organo” dimostra che la maturazione di un organo dipende dal suo funzionamento e migliora durante l’apprendimento, l’esercizio e la pratica. Così che questa scuola assegna all’istruzione una funzione strutturale di primaria importanza. E la struttura, una volta formatasi in un campo, ha una sua funzione autonoma per cui può essere trasferita ad altri campi e utilizzata in altri contesti operativi. In questi casi viene a costituirsi l’abilità del transfert, cioè la capacità di trasferire le abilità conseguite in un campo ad altro campo dell’umano esperire.

J. S. Bruner ha fatto della struttura e del transfert le chiavi di volta delle sue teorie psicopedagogiche sull’apprendimento, che hanno dominato le scelte educative dei sistemi scolastici americani ed europei nella seconda metà del Novecento. Ma, già prima di lui, gli psicologi della Gestalt theory avevano dimostrato che l’istruzione data al bambino in un settore può trasformare e potenziare altri settori delle sue mappe cognitive, della sua esperienza, del suo pensiero. Se le cose stanno così, si può logicamente dedurre il fatto che l’istruzione non deve sempre e necessariamente aspettare la maturazione, ma in certi casi, deve precederla o guidarla. Sotto certi aspetti questa teoria ci riporta all’antico concetto dell’istruzione formale di Herbart e al ruolo assegnato alla cultura umanistica, correnti di pensiero che in Italia hanno avuto un importante riscontro applicativo nella Riforma scolastica fatta da Giovanni Gentile  nel 1923. Infatti in quella Riforma le materie classiche come il greco, il latino e la filosofia offrivano le opportunità di addestramento e di formazione delle giovani menti e pertanto costituivano la spina dorsale dei curricoli scolastici. Gli oppositori furono molti, in modo particolare i Comportamentisti, che fecero di tutto per scardinare gli effetti formativi dell’istruzione formale, soprattutto nei settori della lingua e della matematica che hanno il potere di creare un’incidenza profonda a livello di concetti complessi, quali l’astrazione, la memoria, il ragionamento, l’autocontrollo.

Nella polemica su questo dibattito si inserisce la ricerca di Vygotsky, dei suoi collaboratori, Luria e Leontiev, e degli altri componenti dell’equipe della Scuola Storico-culturale di Mosca, che riafferma a chiare lettere i vantaggi formativi dell’istruzione formale, specialmente della lingua e della matematica. Nell’ambito della lingua, in modo particolare, essa riafferma la valenza fortemente formativa della grammatica.

A questo riguardo Vigotsky scrive: La grammatica sembra avere poca importanza nell’uso pratico. Al contrario di altre materie scolastiche, non sembra dare al bambino nuove capacità. Egli coniuga e declina prima di entrare a scuola. E’ stato pure suggerito di sopprimere nella scuola l’insegnamento della grammatica. Possiamo solo rispondere che le nostre analisi hanno dimostrato che lo studio della grammatica è di fondamentale importanza per lo sviluppo mentale del bambino.

Quest’affermazione dovrebbe far riflettere molti tra gli addetti ai lavori: teorici dell’educazione, insegnanti, Capi d’Istituto e genitori.

Da parecchi decenni nella scuola italiana (e non solo), è invalsa “l’ira funesta” dei detrattori della grammatica. Sono state fatte affermazioni gratuite non rispondenti ai veri bisogni del bambino in situazione di apprendimento, quali:

-          Una materia arida, formata da regole e schemi astratti, il cui studio costa sforzo e fatica inutili perché non servono per un migliore apprendimento della lingua!;

-          la grammatica comporta l’apprendimento di regole formali astratte, ma la lingua è una cosa viva che si apprende in modo naturale dalla comunicazione orale e dall’uso pratico del linguaggio verbale nella conversazione, la lettura, la narrazione, il dialogo e nei contesti di vita pratica frequentati dal bambino.

Questo modo qualunquistico e distorto di pensare e di ragionare sta dando, purtroppo, i cattivi frutti dell’ignoranza e della diseducazione di intere generazioni, specialmente di quelle che appartengono alle frange più deboli della società, che non hanno avuto un valido supporto nella famiglia di appartenenza. Il linguaggio parlato da molti giovani in casa, tra gli amici e nella società se non anche dentro le istituzioni scolastiche, è spesso di basso profilo, scorretto nella forma grammaticale e sintattica, incompleto nelle parti strutturali (soggetto e predicato) povero nelle espansioni (complementi ed attributi), scialbo o anche troppo prosaico se non scurrile, nei contenuti.

Quando poi si passa dal linguaggio orale al linguaggio scritto la situazione peggiora notevolmente, sia nella forma (ortografia, grammatica, sintassi, periodo) sia nei contenuti che comportano astrazione, riflessione, pregnanza di idee e coerenza concettuale nelle argomentazioni.

Se poi è vero il teorema secondo cui il linguaggio è strumento del pensiero, figuriamoci quale strutturazione di idee, di pensieri e di concetti ne derivi a livello profondo dall’interiorizzazione di un linguaggio scorretto nella forma, deficitario nel lessico, approssimativo nei contenuti!

La scuola è l’istituzione appositamente deputata per compiere il processo d’insegnamento/apprendimento della lingua in maniera scientificamente corretta. Ma spesso si trova impotente ad intervenire in maniera efficace o resta complice involontaria delle mode linguistiche spontaneistiche o licenziose della sua utenza debole; e gli alunni appartenenti a questa fascia di utenza, spesso sono portatori di deficit cumulativi di apprendimento, che prima o poi portano all’insuccesso scolastico. Spesso gli stessi addetti ai lavori (insegnanti e altri operatori scolastici) restano allibiti e smarriti davanti all’impotenza dell’istituzione per invertire il cattivo andazzo degli alunni nello studio e nell’uso della lingua. Talvolta cercano di correre ai ripari con progetti e  interventi straordinari che potenziano l’offerta formativa per tentare di arginare i fenomeni negativi che causano dispersione scolastica. A fine anno scolastico si grida allo scandalo per la falcidia dei bocciati determinata, si dice, dall’applicazione dei Decreti del ministro Gelmini. L’Università sta progressivamente reintroducendo il “numero chiuso” e procedendo a sottoporre gli studenti a test e a forme selettive di accesso agli studi superiori per scegliersi i giovani migliori, eliminare la zavorra dei pluri-ripetenti e per diminuire l’esercito dei fuori corso che appesantiscono le sue strutture, dequalificano la didattica e abbassano gli standard di qualità degli studi.

Le cause dello scarso impegno o dell’indolente rifiuto dei giovani allo studio sono molteplici, alcune delle quali riferibili alle scelte di politica scolastica sbagliata fatte da parte dei vari governi di turno; altre sono riferibili alla mancata collaborazione o alla distorta interferenza delle famiglie nel percorso educativo dei figli; altre ancora sono riferibili all’inefficienza dell’offerta formativa. Questa spesso non riesce a motivare adeguatamente gli alunni onde incidere in maniera determinante nel loro apprendimento e nel loro comportamento, che vengono spesso influenzati o fuorviati dalle superficiali mode esteriori (pigrizia, esibizionismo, miti sbagliati, influenze negative del gruppo dei pari).

Per invertire la situazione di degrado dell’istruzione che in certe scuole sta diventando un fenomeno allarmante, occorrerebbe rivedere molte cose di cui non si può fare l’inventario in questa sede. Tanto per incominciare si potrebbe intervenire in maniera decisa e robusta rivalutando i curricoli e i programmi della Lingua Italiana.

Bisognerebbe ridare più spazio temporale e maggiore incisività all’attività didattica  dell’insegnamento/apprendimento della Lingua, al cui centro si dovrebbe riproporre l’educazione linguistica. La grammatica dovrebbe riprendere il suo ruolo di guida normativa della lingua, il più importante patrimonio pubblico della società organizzata che ha un’influenza determinante nello sviluppo della privatissima sfera del pensiero e delle idee di ciascuno di noi. Se correttezza linguistica implica correttezza e ricchezza di pensiero e viceversa, vedete un po’ voi genitori e insegnanti che cosa volete fare dei vostri figli/alunni, oggi nella scuola, domani nella società globalizzata del terzo millennio.

La posta in gioco è importante per cui non rimane altro da fare che collaborare attivamente. E anche la più fattiva collaborazione tra scuola e famiglia corre il rischio di essere una forza troppo debole e  insufficiente per preparare i giovani ad affrontare adeguatamente le sfide epocali che li attendono nella società del futuro. Altro che ignorarsi reciprocamente …!

Altro che perdere tempo in chiacchiere inutili o, peggio ancora, alimentare sterili contrapposizioni polemiche che corrono il rischio di depotenziare il già difficile percorso educativo dei giovani!

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Nella categoria: La Comunicazione, Teologia

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