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Scritto Da Felice Moro il giorno 08 Gen 2009

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L’articolo è incentrato sulla storia, struttura e funzioni della Comunicazione. La comunicazione è una relazione che si stabilisce tra due o più … (Clicca sul titolo per continuare a leggere l’articolo)

 

LA DONNA E LA SUA EMANCIPAZIONE NEL TEMPO

Posted By Felice Moro on marzo 3rd, 2013


NELL’ANTICHITA’
Nel corso della storia la donna è stata sempre subordinata all’uomo. Ha avuto sempre un padrone di turno: prima il padre, poi il marito.
L’antica società, greca e latina, era dominata dal mondo maschile e il maschio era il capo famiglia. Il pater familias era colui che aveva il potere assoluto, di vita e di morte, su tutti i suoi membri: la moglie, i figli, i servi, la casa e i beni (le res familiares). Egli era sempre impegnato fuori casa: se apparteneva alla plebe, doveva lavorare in campagna dedicandosi all’agricoltura, alla pesca o all’allevamento del bestiame; se apparteneva alle classi sociali più agiate, era impegnato in altre attività più nobili: nei tornei di caccia, nell’arte militare che affrontava le guerre o nel cursus honorum della magistratura o della vita politica che si svolgeva nel foro o nell’agorà della città.

La donna doveva stare in casa a sfaccendare, governare la servitù, amministrare le risorse, preparare il cibo, procreare.
La donna era indispensabile nella famiglia, non tanto per la sua dignità di persona umana, quanto per adempiere ad altre funzioni di carattere strumentale: in primis, quella di procreare, allevare la prole ed educare i figli nel GINECEO o nella DOMUS di famiglia.
La famiglia, a sua volta, era necessaria, non soltanto per la trasmissione della vita e dei propri beni, ma anche e soprattutto per avere figli maschi da arruolare nell’esercito armato. Questo era il mezzo che serviva per la difesa della patria e per esplicare l’egemonia nel territorio di pertinenza. Inoltre la procreazione serviva anche per garantire la continuità demografica della popolazione nelle polis greche e nelle urbes et civitates romane.
Ancora oggi possiamo dire che nell’immaginario collettivo esistono molti pregiudizi che hanno radici lontane. Si dice spesso che essi siano frutto dell’ignoranza, ma non si tratta soltanto d’ignoranza. Spesso sono frutto di inveterate convinzioni che hanno avuto un grande peso anche in uomini di cultura: filosofi, politici e letterati.

NEL MEDIO EVO
Facendo un salto di qualche millennio, troviamo che nel Medio Evo la situazione della donna non era molto diversa da quella che era nei tempi antichi.
Eleonora d’Arborea era una grande donna e una grande statista del Medioevo giudicale sardo. Era una donna battagliera che aveva saputo condurre i reparti militari armati (cavalieri e fanti) con i quali, nei primi anni di regno (a partire dal 1383), aveva sconfitto gli Aragonesi a più riprese. Era riuscita a liberare quasi tutta la Sardegna dalla loro presenza, costringendoli ad asserragliarsi nelle due roccheforti di Cagliari e di Alghero ed era sul punto di ricacciarli fuori dall’Isola, quando fu costretta dalle circostanze a fermarsi: gli Aragonesi avevano arrestato e mantenuto prigioniero il marito Brancaleone Doria. Era stata abile diplomatica nel portare avanti e concludere le trattative con i nemici per la liberazione del marito. Per quei tempi era stata una donna di grande preparazione giuridica e culturale, il cui spessore si può misurare dal valore del suo codice, la Carta De Logu, il più antico e il più completo ordinamento giuridico isolano, scritto in sardo da giuristi sardi, sotto la sua supervisione e da lei promulgato il 16 Aprile del 1392.
Il valore di questo Ordinamento si può rilevare da due semplici dati: nel 1421, il sovrano aragonese e re di Sardegna,  Alfonso V il Magnanimo, lo estese a tutta l’Isola dove rimase in vigore per oltre quattrocento anni: formalmente fino al 1827, quando furono emanati i nuovi codici di diritto civile e penale del re Carlo Felice; di fatto continuò ad essere vigente fino al Novecento e oltre, come fonte di diritto consuetudinario. Infatti ancora adesso, per ricomporre alcune controversie che spesso insorgono nei rapporti di lavoro del mondo agropastorale sardo, si fa riferimento alle perizie arbitrali dei bonos homines, vetusta figura giuridica dell’antico Codice arborense.

Ebbene, la Carta De Logu contiene precise norme per la tutela dei deboli, donne e bambini, ma non fa alcun cenno all’emancipazione della donna in se stessa. Come nessun cenno viene fatto in tal senso nella legislazione dei secoli successivi, aragonese, spagnola e sabauda.
Ma, col passare del tempo, la figura della donna, nonostante resti sempre subordinata a quella del maschio, comincia ad acquistare la sua emancipazione, la sua dignità, il suo valore.

NELL’OTTOCENTO
Già nell’ideologia tedesca degli anni ’40 dell’Ottocento fa capolino la domanda di emancipazione delle donne che lavorano nelle fabbriche industriali. Marx ed Engels prendono posizione a favore delle operaie che lottano per il riconoscimento dei loro diritti. Essi sostengono la tesi secondo cui la prima divisione del lavoro è quella che esiste tra l’uomo e la donna nella procreazione dei figli. “La via maestra per la liberalizzazione della donna sarebbe quella di appoggiare le lotte per il movimento operaio, finalizzato al superamento del concetto capitalistico di proprietà privata, compreso il concetto maschilista di proprietà della donna. Appare chiaro che l‘emancipazione della donna e la sua equiparazione all’uomo sono e restano impossibili finché la donna sarà esclusa dal lavoro sociale e produttivo e resterà confinata all’ambito del lavoro domestico privato. L’emancipazione sarà possibile solo quando la donna potrà partecipare al lavoro produttivo e quello domestico la impegni soltanto in parte”.
Durante la Rivoluzione Industriale e la formazione degli Stati Nazionali, le donne inglesi, costrette ad effettuare massacranti turni di lavoro negli stabilimenti industriali (cotonifici, filatoi, laboratori di tessitura e maglieria di città come Londra, Bristol, Cardiff, Liverpool), cominciano ad organizzarsi per reclamare i loro diritti.
Nella seconda metà dell’Ottocento John Stuard Mill (filosofo ed economista britannico, sostenitore delle teorie del liberalismo e dell’utilitarismo) fu sensibilizzato dalla moglie Harriet Taylor alla problematica della difesa dei diritti delle donne. Tra il 1865 e il 1868 era contemporaneamente docente universitario in Scozia e deputato nel Parlamento di Londra. Come deputato alla Camera dei Comuni pose il problema della necessità di regolamentare con leggi specifiche i diritti delle donne: diritto di voto, di un equo orario di lavoro, di protezione nel diritto di famiglia, di tutela delle lavoratrici madri. Nel 1869 pubblicò un libro: The subjection of Women = La servitù delle donne, in cui rivendica la parità dei sessi nel diritto di famiglia e il suffragio universale per tutti i cittadini, maschi e femmine.
Nel saggio egli sostiene che la soggezione della donna non nasce da un’inferiorità naturale  ma da un atto di forza del genere umano maschile che volta in servitù la sua debolezza fisica. La condizione che ne è derivata, avallata dal diritto, diffusa dalla tradizione e dal pregiudizio, è in contrasto con l’uguaglianza dei diritti che regge la civiltà liberale: non ci può essere libertà se metà del genere umano ne è esclusa. Ciò di cui generalmente le persone hanno esperienza, non è la vera natura della donna, ma la femminilità quale si è manifestata nella condizione di subordinazione sessuale. Il primo mezzo di asservimento è la famiglia. L’emancipazione arricchisce l’intera specie: la parità tra i sessi, la capacità di convivere tra esseri liberi e uguali, l’educazione paritaria e le pari opportunità accresceranno le qualità intellettuali e morali dell’intero genere umano. Per raggiungere la parità occorre dare alla donna, non solo il diritto di voto, ma anche un nuovo ordinamento del diritto di famiglia, incentrato sull’uguaglianza giuridica dei due coniugi, la separazione dei beni e l’istituto del divorzio. La liberazione della donna gioverà a migliorare anche gli uomini che, una volta per tutte, la smetteranno di sentirsi superiori solo per il fatto di essere maschi. Così si porrà fine all’ultimo residuo di schiavitù legale esistente dopo l’abolizionismo dello schiavismo dei negri negli Stati Uniti d’America.

NEL NOVECENTO
La condizione della donna comincia a cambiare radicalmente, sia in Italia che nel Mondo Occidentale, solamente a partire dal Novecento. Soltanto negli ultimi 100 anni si può parlare di donne in movimento verso l’emancipazione femminile. All’inizio del secolo incominciano a formarsi le corporazioni di donne che si uniscono per combattere contro tutte le discriminazioni di una società maschilista.
Nel primo decennio del secolo diventa attivo il movimento femminista: Lotta delle donne socialiste. Durante la Prima Guerra Mondiale le donne sospendono le loro rivendicazioni per compiere il loro dovere di mogli e di madri di mariti e di figli in guerra. Ma con la fine della guerra esse partono di nuovo alla ribalta creando i movimenti che porteranno all’emancipazione femminile del XX secolo.
Nel 1921, per iniziativa della Confederazione Internazionale delle Donne Comuniste, viene stabilita la data dell’8 Marzo come Giornata Internazionale dell’Operaia. Successivamente l’8 Marzo è diventata la giornata, non soltanto dell’operaia, ma della donna, di tutte le donne. E’ diventata la giornata simbolo dell’emancipazione femminile, delle pari opportunità in cui si regala la mimosa e si va fuori a cena.
In Italia il suffragio universale femminile fu introdotto con Decreto Luogotenenziale del 1 Febbraio 1945 firmato dal re Umberto II di Savoia, approvato dal Consiglio dei Ministri presieduto da Ivanoe Bonomi, su proposta di P. Togliatti e di A. De Gasperi. Le prime occasioni di voto, attivo e passivo, per le donne italiane sono state le elezioni del 1946. Ad aprile, le elezioni amministrative; il 2 Giugno le elezioni politiche per due scelte importanti: il Referendum per la scelta istituzionale tra Monarchia o Repubblica e l’elezione dei Deputati e Senatori, che avrebbero formato il nuovo Parlamento, cui sarebbe spettato il compito di elaborare la nuova Costituzione Repubblicana.
Art. 29- La Repubblica riconosce i diritti della famiglia, come società fondata sul matrimonio. Il matrimonio è ordinato sull’uguaglianza morale e giuridica dei coniugi, con i limiti stabiliti dalla legge a garanzia dell’unità familiare.
Art. 30- E’ dovere e diritto dei genitori mantenere, istruire ed educare i figli, anche se nati fuori dal matrimonio … La legge assicura ai figli nati fuori del matrimonio ogni tutela giuridica e sociale, compatibili con i diritti dei membri della famiglia legittima. La legge detta le norme e i limiti per la ricerca della paternità.
Art. 31- la repubblica agevola con misure economiche e altre provvidenze la formazione della famiglia e l’adempimento dei compiti relativi, con particolare riguardo alle famiglie numerose. Protegge la maternità, l’infanzia e la gioventù favorendo gli istituti necessari a tale scopo.
Art. 33- L’arte e la scienza sono libere e libero ne il loro insegnamento …
Art. 34- La scuola è aperta a tutti. L’istruzione inferiore, impartita per almeno otto anni, è obbligatoria e gratuita. I capaci e meritevoli, anche se privi di mezzi, hanno diritto di raggiungere i gradi più alti degli studi. L Repubblica rende effettivo questo diritto con borse di studio, assegni alle famiglie ed altre provvidenze che devono essere attribuite per concorso.
SCUOLA ED EDUCAZIONE
La legislazione scolastica della seconda metà del secolo XX ha favorito l’emancipazione dei soggetti più deboli della società italiana: le donne e i bambini. Tutte le riforme sono servite per potenziare il servizio e per rendere più democratica l’offerta educativa, rendendola accessibile a tutte le categorie sociali, compresi i figli degli operai, le donne e i soggetti diversamente abili. Tra queste, a titolo indicativo ed esemplificativo del discorso che si sta facendo, se ne indicano alcune, le più importanti:
Legge 31. 12.1962 n° 1859 che ha istituito la Scuola Media Unica.
Legge 18. 03. 1968 n° 444 che ha istituito la Scuola Materna Statale.
Legge 24.09.1971 n° 820 che ha istituito, il T.Pieno, le Attività Integr.ve e gli Insegn.Speciali.li.
Legge 30.12.1971 n° 1204 sulla tutela delle lavoratrici madri.
Legge Delega 31.07. 1973 e Decreti Delegati del 1974: Riforma stato giuridico del personale e introduzione degli organi di partecipazione sociale (OO.CC).
Legge 104/92 sull’Integrazione Scolastica degli Alunni portatori di Handicap.
Riforme dei Programmi Scolastici della Scuola Elementare del 1945; 1955; 1985; e dei programmi della Scuola Media del 1979.

LA VISIONE DELLA DONNA NEL CRISTIANESIMO

La figura della donna secondo l’ideale cristiano è stata ben delineata dal Papa, Giovanni Paolo II, nei suoi molteplici interventi pubblici e privati, orali e scritti, durante gli anni del suo pontificato. Sia durante l’esercizio del suo magistero ecclesiale che nelle varie occasioni della vita pubblica, egli non ha mai perso occasione per ribadire la posizione e il ruolo della donna nei suoi vari contesti di vita, in famiglia, nella Chiesa e nella società. Prendendo lo spunto dalla figura di Maria quale appare nel Vangelo, ad ogni occasione opportuna proclama, con forza e vigore, la libertà e la dignità della donna stessa. Ribadisce in maniera forte il concetto secondo cui Maria non è solo veicolo, ma è elemento chiave del progetto divino di redenzione dell’uomo. Ogni donna, ogni madre dovrebbe somigliarLe in parte almeno per qualche tratto.
Nel libro della Genesi c’è scritto: “Dio creò l’uomo a sua immagine e somiglianza; a immagine di Dio lo creò; maschio e femmina li creò”. Dallo stesso libro apprendiamo che la donna Eva si era lasciata tentare dal serpente commettendo il peccato originale che trasmise all’intera progenie umana; di contro, nel Vangelo Maria appare l’unica ancora di salvezza per salvare l’umanità decaduta. E’ Lei che asseconda il progetto divino annunciatoLe dall’Angelo; è Lei che partorisce, alleva ed educa il Figliolo; è Lei la donna alla quale una spada trapasserà l’anima con la crocefissione del Figlio.
Storicamente la visione della donna nel Cristianesimo è ben riepilogata nell’Enciclica Mulieris Dignitatem, dove lo stesso Pontefice scrive: “La dignità della donna e la sua vocazione, oggetto costante di riflessione umana e cristiana, hanno assunto un rilievo tutto particolare negli anni più recenti. Ciò è dimostrato dagli interventi del magistero della Chiesa, rispecchiati in vari documenti del Concilio Vaticano II che afferma poi nel messaggio finale: Viene l’ora in cui la vocazione della donna si svolge con pienezza, l’ora in cui la donna acquista nella società un’influenza, un irradiamento un potere finora mai raggiunto. E’ per questo che, in un momento in cui l’umanità conosce una così profonda trasformazione, le donne illuminate dallo spirito evangelico possono tanto operare per aiutare l’umanità a non decadere. Le parole di questo messaggio riassumono ciò che aveva trovato espressione nel magistero conciliare, specie nella costituzione pastorale Gaudium et Spes 
Simili prese di posizione si erano manifestate nel periodo preconciliare in non pochi discorsi di Pio XII e nell’enciclica Pacem in Terris di papa Giovanni XXIII. Dopo il Concilio Vaticano II, il mio predecessore Paolo VI ha esplicitato il significato di questo segno dei tempi, attribuendo il titolo di dottore della Chiesa a S. Teresa di Gesù e a S. Caterina da Siena ed istituendo, altresì, un’apposita commissione per studiare la tematica sulla Promozione effettiva della dignità e della responsabilità delle donne. In uno dei suoi discorsi Paolo VI disse tra l’altro:
Nel Cristianesimo, più che in ogni altra religione, la donna ha fin dalle origini uno speciale statuto di dignità, di cui l’Antico Testamento ci attesta non pochi e non piccoli aspetti … i padri della recente assemblea del sinodo dei vescovi si sono di nuovo occupati della dignità e della vocazione della donna. Essi hanno auspicato, tra l’altro, l’approfondimento dei fondamenti antropologici e teologici necessari a risolvere i problemi relativi al significato e alla dignità dell’ essere donna e dell’essere uomo. Si tratta di comprendere la ragione e le conseguenze della decisione del Creatore che l’essere umano esista sempre e solo come femmina e come maschio …”. (Mulieris Dignitatem, C. E. Dehoniano, Bologna, 1988).
Tra le donne importanti, che pur senza essere direttamente impegnate hanno condiviso e sostenuto il movimento femminista laico di emancipazione della donna, si ricordano le seguenti figure:
Maria Montessori: medico, educatrice, fondatrice della pedagogia scientifica e scrittrice;
Grazia Deledda, scrittrice di fama mondiale, Premio Nobel per la Narrativa;
Joice Lussu, letterata, poetessa e scrittrice, compagna di Emilio Lussu e bersagliera del femminismo italiano;
Rita Levi Montalcini, Premio Nobel per la Medicina, specialista nella ricerca sulle malattie neurologiche.
Il concorso convergente di più forze, anche di diversa cultura, ideologia ed ispirazione, ha contribuito al riconoscimento dei diritti e della dignità della donna nel tempo attuale. Oggi, infatti, si può dire che nel Mondo Occidentale, grazie a una determinata posizione socio-economica raggiunta negli ultimi settant’anni, la donna è riuscita ad ottenere la parità dei diritti e la sua ascesa ad un ruolo di grande rilevanza sociale nella società moderna.

LA DONNA NEL MONDO MUSULMANO
In contrapposizione alla condizione di vita delle donne occidentali, notiamo che in alcune società musulmane le donne sono ancora vittime di un sistema tribale ormai superato nel resto del mondo.
Nel mondo musulmano l’insistenza dell’uomo sul controllo della donna e della sua vita è un tentativo di dare un senso al suo fallimento, al suo distorto senso dell’onore.
Questa insistenza ha origine in una condotta di supponenza misogina maschilista.
Il problema non è l’ISLAM in se stesso, bensì l’uomo musulmano, anch’egli vittima di una mentalità tribale per cui cerca di fare il forte con il partner più debole: la donna.
La sopraffazione del genere maschile su quello femminile non giova certo al benessere collettivo della società islamica.
La cultura islamica ha eliminato la donna dalla storia e con essa il riconoscimento dei suoi diritti umani.
La cecità e l’arretratezza dell’uomo musulmano non consente alla donna l’occupazione di un ruolo paritario nella società, senza curarsi che dall’emancipazione femminile ne deriverebbe un giovamento all’intera società perché la donna è quella che procrea e trasmette norme e valori ai figli attraverso l’educazione, il costume e il suo comportamento nella società.
Ogni individuo, uomo o donna che sia, ha una propria dignità che proviene dal suo ESSERE umano, unico e irripetibile.
Con lo sviluppo della società globale che caratterizza questo primo scorcio del terzo millennio, l’uomo musulmano dovrebbe liberarsi del suo complesso di superiorità restituendo alla donna la sua uguaglianza e la sua libertà all’interno della specie umana.

LA SITUAZIONE ATTUALE

Attualmente allora nel Mondo Occidentale e, in Italia in particolare, per le donne le cose vanno sempre bene?
Questo non si direbbe! Spesso alla parità dei diritti tanto conclamata in teoria, corrisponde ancora una volta la disparità nelle cose concrete: nella vita politica, amministrativa e lavorativa.
In mezzo al nuovo, c’è ancora molto del vecchio.
Eppure ci sono settori della vita pubblica in cui la presenza femminile è preponderante, come nelle seguenti istituzioni:
LA SCUOLA. Il pianeta scuola è ormai monopolizzato quasi interamente da personale femminile: docenti, non docenti, dirigenti e assistenti sono quasi interamente donne.
LA MAGISTRATURA. Le donne della carriera giudiziaria sono in numero non inferiore ai loro colleghi maschi.
LE FORZE ARMATE. Negli ultimi decenni le donne hanno occupato progressivamente una fetta crescente del personale addetto alla Sorveglianza e all’Ordine pubblico (Carabinieri e Polizia) e alla costituzione dei ranghi delle Forze Armate: Esercito, Marina e Aeronautica.
Ma nonostante le donne abbiano conquistato una grande affermazione nella gestione dei pubblici servizi, come la Scuola, la Sanità e la Pubblica Amministrazione, tuttavia nei loro confronti permangono ancora molte situazioni d’incertezza o di resistenza al riconoscimento delle pari opportunità.

DIVORZI E SEPARAZIONI

Per venire incontro alle esigenze delle persone sposate che, per un motivo o per l’altro, non vanno più d’accordo tra di loro, negli anni ’70 del secolo scorso, nella legislazione dell’ordinamento di famiglia sono stati introdotti gli istituti del divorzio e della separazione. Sono due figure giuridiche che consentono ai coniugi di separarsi e di riacquistare ciascuno la propria libertà. Ma non sempre la questione finisce in maniera tranquilla. La separazione è sempre un trauma psicologico (oltre che una seccatura giuridica e uno sconvolgimento pratico dell’esistenza) spesso per gli stessi protagonisti; sempre per i figli, specialmente se sono minori, che ne patiscono le conseguenze.
La rottura dei matrimoni molto spesso crea conflitti e rancori che sfociano nella violenza e nelle aggressioni nei confronti della parte più debole: la donna.
Basti pensare che, secondo le notizie riportate dalla stampa e dalla televisione, nell’anno appena trascorso (2012), in Italia sono state uccise oltre 100 donne dai mariti o dagli ex mariti, dai fidanzati o dagli ex fidanzati (Telegiornale RAI 3 delle ore 14,20 del 18.02.2013).
Dal punto di vista economico, gli uomini divorziati o separati diventano l’anello più debole della catena perché la moglie gli porta via, oltre che una parte del reddito mensile, anche i figli e la casa. Ciò perché, in regime di separazione, se essi lavorano, dalla loro busta paga mensile devono detrarre gli importi per gli alimenti da passare alla moglie e ai figli..
Se poi non lavorano o sono disoccupati, restano senza casa, senza soldi, senza moglie e senza figli; e spesso si ammalano di depressione.

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