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Scritto Da Felice Moro il giorno 08 Gen 2009

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L’articolo è incentrato sulla storia, struttura e funzioni della Comunicazione. La comunicazione è una relazione che si stabilisce tra due o più … (Clicca sul titolo per continuare a leggere l’articolo)

 

La prima lettera di San Paolo a Timoteo

Posted By Felice Moro on Ottobre 22nd, 2022

Introduzione

Il destinatario di questa lettera apostolica è Timoteo, l’allievo e il collaboratore prediletto dell’Apostolo Paolo. Egli compare come uno degli attori più importanti delle prime evangelizzazioni dei Pagani e, di conseguenza, è anche una delle figure di maggiore rilievo nell’epistolario paolino. Egli è già noto ai lettori fin dal testo gli Atti degli Apostoli. Infatti, Paolo l’aveva conosciuto a Listra, in Licaonia, durante il suo primo viaggio missionario, compiuto insieme a Barnaba in Asia Minore, quando Timoteo era ancora molto giovane, poco più che un adolescente.  Era figlio di padre greco e di madre giudea e, molto probabilmente, era stato convertito al cristianesimo da Paolo stesso durante le sue prime predicazioni in quella città. Ma egli era stato già iniziato alla conoscenza del Vangelo e dell’Antico Testamento da un’educazione familiare, di calibro muliebre dalla nonna Loide e dalla madre Eunice, entrambe già cristiane, mentre il padre, cui non si fa alcun riferimento se non alle sue origini greche, doveva essere già morto. Durante il secondo viaggio missionario di Paolo, Timoteo era ben conosciuto e molto apprezzato nella sua città e nelle città vicine dell’Asia Proconsolare. Passando di là, Paolo ebbe modo d’incontrarlo, lo riconobbe all’altezza del compito che intendeva affidargli, per cui decise di prenderlo con sé e di farlo suo collaboratore di fiducia. Per quanto egli fosse convinto che ai fini della salvezza l’antica circoncisione giudaica non avrebbe avuto alcun valore, tuttavia, per facilitargli i rapporti con il mondo ebraico, lo fece circoncidere. Da questo momento in poi lo ritroviamo sempre a fianco dell’Apostolo, di cui subì il fascino carismatico della sua potente personalità vulcanica, fino ad assimilarne l’anima e il pensiero. Timoteo appare un giovane timido, indeciso, molto sensibile e delicato, di carattere quasi femmineo. Nella tempra del suo carattere avrà pure influito la sua inesperienza, dovuta alla giovane età perché, quando incominciò la sua attività missionaria, era un giovane intorno ai vent’anni. Egli seguì l’Apostolo durante il secondo e il terzo viaggio missionario.

Dagli Atti degli Apostoli sappiamo che egli contribuì a fondare le prime comunità cristiane in Europa: in Macedonia a Filippi, Tessalonica, Berea, dove rimase insieme a Sila a consolidare le comunità appena costituite, anche dopo la precipitosa partenza di Paolo per Atene. Successivamente egli, insieme a Sila, raggiunse Paolo a Corinto, dove l’Apostolo aveva stabilito la sua sede principale per l’evangelizzazione dell’Acaia. Una volta ricostituitosi il gruppo apostolico nella città dell’istmo, Timoteo e Sila sollevarono il Maestro dall’attività manuale di fabbricanti di tende, il cui lavoro consentiva loro di vivere a proprie spese, indipendenti da tutti e senza essere di peso a nessuno. Allora, finalmente, Paolo potete dedicarsi interamente alla predicazione del Vangelo, mentre agli impegni di lavoro accudivano i suoi due collaboratori.

Da quel momento incominciano i numerosi incarichi fiduciari, che l’Apostolo affidava loro, da compiere al suo posto. Il primo è stato quello compiuto a Tessalonica. Mentre Paolo rimane nel sud dell’Attica, tra Atene e Corinto, Timoteo con Sila vengono inviati come messaggeri a Tessalonica, in Macedonia, a confermare i fedeli di quella comunità e a riferire all’Apostolo sulla situazione reale di quelle prime cellule di vita cristiana.

Durante il terzo viaggio missionario (54-58) lo ritroviamo a Efeso con Paolo, che gli affida altri incarichi fiduciari nelle comunità Macedoni (At 19,22) e a Corinto (1Co 4,17 e 16, 10). Dopo un anno, Paolo e Timoteo sono di nuovo insieme in Macedonia (2Co 1,1) e insieme vanno a Corinto (At 20,4). Nel viaggio di ritorno a Gerusalemme, Timoteo accompagna il Maestro insieme ad altri discepoli.

Da questo momento gli Atti degli Apostoli lo perdono di vista negli avvenimenti avvenuti successivamente. Lo ritroviamo a fianco dell’Apostolo nella prima prigionia romana (61-63), come risulta dall’intestazione di tre lettere dalla cattività (Fl 1,1; Col 1,1; Fm 1).

Da quel momento non si hanno altre notizie di questo personaggio, all’infuori delle due lettere a lui indirizzate. La prima di esse ce lo presenta come episcopo, responsabile della Chiesa di Efeso.

Sembra che, dopo la prima prigionia romana, Paolo abbia intrapreso un nuovo viaggio in Oriente. In   quell’occasione egli propose Timoteo come vescovo missionario della capitale dell’Asia Proconsolare, con un compito specifico molto impegnativo: richiamare all’ordine alcuni devianti, affinché non insegnino dottrine o cose diverse dall’unico Vangelo predicato da Paolo. La preoccupazione più grande dell’Apostolo appare quella di metter in guardia Timoteo dai “falsi dottori” (1, 3-20; 4,1-5; 6 ,3-10).

La presenza di questi falsi dottori, devianti dalla pratica autentica della dottrina evangelica, contro i quali i cristiani avrebbero dovuto combattere, era stata una raccomandazione costante dell’Apostolo anche nelle altre sue lettre: (Ga, 1, 6-10); (Rm1, 22-25); (1Co, 11-31); egli avverte i Filippesi: Guardatevi dai cattivi operai; guardatevi dai falsi circoncisi ( Fl, 3, 2),  compreso il famoso e accorato discorso “agli anziani” di Efeso, di cui riferiscono gli Atti degli Apostoli (20, 29-30). Questo perché la capitale dell’Asia romanizzata, dato il suo carattere di città cosmopolita, si prestava molto bene alla diffusione di nuove idee, anche le più strampalate, nonché alla predicazione di nuovi sincretismi religiosi.

Capitolo primo

Indirizzo

Testo: “Paolo, Apostolo di Cristo Gesù per comando di Dio, nostro Salvatore, e di Cristo Gesù, nostra speranza, a Timoteo, figliuolo verace nella fede: grazia, misericordia e pace da parte di Dio Padre e di Gesù Cristo, nostro Signore” (1Tm, 1-2).

Commento: L’opera della salvezza è attribuita, sia a Dio Padre, sia al figlio Gesù Cristo, perché hanno in comune la divinità. Cristo, in particolare, è l’oggetto della nostra speranza di salvezza perché egli è il protagonista della Redenzione, il capolavoro del progetto divino di Dio Padre per la salvezza dell’uomo fin dai tempi della sua creazione.

Difesa della dottrina dai falsi dottori

Testo: “Come ti raccomandai di rimanere in Efeso alla mia partenza per la Macedonia, perché tu richiamassi alcuni dall’insegnare cose diverse (dall’autentico Vangelo) e dal raccontare favole o elencare (inutili) genealogie interminabili, che servono più a distogliere che a favorire l’economia divina della salvezza basata sulla fede” (se è necessario, te lo ripeto). “Lo scopo del richiamo però è la carità, la quale procede da un cuore puro, da una buona coscienza e da una fede senza simulazioni. Proprio per aver deviato da queste cose, alcuni si sono perduti in fatue verbosità, volendo essere dottori della Legge, mentre non capiscono, né quello che dicono, né quello che portano a conferma” (del loro insegnamento) (1Tm,1, 3-7).

Commento: Il periodo iniziale rimane sospeso in aria, come spesso succede nelle narrazioni paoline, per cui, ai fini di rendere il senso logico della proposizione, il discorso necessita di essere completato, almeno in alcune parti strutturali mancanti. L’Apostolo però precisa che lo scopo del richiamo è quello di sottolineare l’importanza della carità, che Timoteo dovrà sentire e curare in modo particolare nella sua missione pastorale; questo sia nei confronti dei fedeli affidatigli in cura d’anime, sia nei confronti dei falsi dottori, che egli dovrà riprendere con atteggiamento rispettoso ma non privo di fermezza, sia nei confronti di se stesso. il vero maestro deve saper aiutare gli altri a scoprire la verità con modi garbati, senza eccedere in giudizi severi o atteggiamenti intolleranti. La carità, infatti, è una qualità spirituale, una virtù preziosa, che fiorisce dove c’è animo buono, cuore puro e amore per il prossimo. Per aver deviato la fede da queste virtù essenziali, alcuni si sono perduti in fatui ragionamenti, fatti di vuote verbosità per cui, alla fine, non capiscono più né quello che dicono, né quello che fanno.

La legge non è per i giusti, ma per gli iniqui

“Certo noi sappiamo che la Legge è buona; a condizione però che se ne faccia un uso legittimo, ben sapendo che essa non è stata istituita per chi è giusto, ma per gli iniqui e i ribelli, per gli empi e i peccatori, per i sacrileghi e i profanatori, per i parricidi e matricidi, per gli omicidi, i fornicatori, gli omosessuali, i mercanti di uomini, i mentitori, gli spergiuri e i portatori di altri vizi, che si oppongono alla sana dottrina, secondo il Vangelo della gloria del beato Iddio, che è stato a me affidato” (1Tm, 1, 8-11).

Commento: Il fatto che l’Apostolo denunci un uso sbagliato della Legge mosaica è un segno evidente che questi falsi maestri provenivano dall’ebraismo; anche perché poi si facevano chiamare orgogliosamente dottori della Legge, come i Farisei dei tempi di Gesù. La Legge aveva il suo valore giuridico e morale in passato, perché fungeva da pedagogo (maestro) nei confronti degli infanti per insegnare loro i principi dell’etica, della giustizia e della morale secondo le norme dell’Antico Testamento. Ma gli insegnamenti morali e pratici di Gesù avevano, se non smentito, capovolto molti principi dell’Antica Legge e degli insegnamenti biblici, ponendo al centro del comportamento dell’uomo la Legge dell’amore del prossimo al posto di quella del contraccambio dell’offesa. Di conseguenza, praticano la nuova Legge della morale evangelica, la Legge mosaica non ha più valore per i cristiani. Tutto al più può essa può servire per correggere gli ingiusti, gli iniqui e tutti quelli che praticano i vizi condannati dalla sana dottrina cristiana, che è l’applicazione pratica del Vangelo di Gesù, di cui Paolo è missionario e divulgatore.

La misericordia di Dio nella conversione di Paolo

“Pertanto, io rendo grazie a Cristo Gesù, Signore nostro, che mi ha fortificato, perché mi stimò degno di fiducia ponendomi nel ministero; proprio me, che prima ero stato bestemmiatore, persecutore e violento. Però ottenni misericordia, avendo fatto ciò nell’ignoranza, quando mi trovavo ancora nell’incredulità: che anzi, la grazia del Signore nostro sovrabbondò con la fede e la carità che è in Cristo Gesù. Questa è, infatti, una parola degna di fede e di ogni accoglienza: Cristo Gesù è venuto nel mondo per salvare i peccatori, dei quali io sono il primo. Ma, appunto per questo, ho ottenuto misericordia: perché Gesù mostrasse in me, per primo, tutta la sua longanimità, ad esempio di tutti quelli che avrebbero creduto in lui per la vita eterna. Al Re dei secoli, l’incorruttibile, invisibile ed unico Dio, gloria e onore per i secoli dei secoli! Amen” (1, 12-17).

Commento: Paolo ringrazia Iddio perché l’ha ritenuto degno di affidargli il ministero apostolico per la conversione dei Pagani. Proprio a lui che era stato un indegno bestemmiatore, un violento persecutore dei cristiani; ma proprio quand’era al culmine della sua follia persecutoria, Gesù gli cambiò la vita con la drammatica folgorazione sulla via di Damasco. Pertanto, da violento persecutore, in un istante, la grazia del Signore l’ha trasformato in zelante Apostolo delle Genti, per la cui causa ha speso, in maniera sublime, il resto della sua esistenza e delle sue energie fisiche e spirituali.

Paolo a Timoteo “Combatti la buona battaglia” della fede

“Questo incarico di richiamare (i deboli e i devianti) l’affido a te, Timoteo, figlio mio, in accordo alle profezie che già mi sono state manifestate riguardo a te, affinché, da quelle sostenuto, tu combatta la buona battaglia, conservando la fede e la buona coscienza. Per averla infatti ripudiata, alcuni hanno fatto naufragio nella fede: fra questi sono Imeneo e Alessandro, che ho consegnato a Satana perché imparino a non bestemmiare” (1Tm, 18-20).

Commento: Dopo la lunga parentesi riepilogativa della propria esperienza nella scoperta della fede e del ruolo svolto dalla Legge nel tempo storico, l’Apostolo riprende l’argomento della presente Lettera: un aspetto importante della missione di Timoteo vescovo è quella di vigilare sull’ortodossia della dottrina praticata nella comunità affidata alle sue cure. Ciò affinché non accada a nessun altro quello che è accaduto ad Imeneo e ad Alessandro: il naufragio nella fede. Poi spiega la ragione della sua scelta di affidare la responsabilità del governo di una diocesi impegnativa, come quella di Efeso, a Timoteo, giovane ancora inesperto delle gravose responsabilità che comportano l’investitura episcopale. Dio stesso l’ha segnalato con le voci delle profezie nel suo conto, che circolavano a Listra, città natale del nuovo episcopo. La consuetudine d’investire della responsabilità pastorale persone di fede, segnalate dalle profezie, non stupisce perché non è una novità. Infatti, già Paolo e Barnaba erano stati investiti della responsabilità apostoliche in base a delle profezie che, all’alba della Chiesa nascente, circolavano nella comunità di Antiochia di Siria. Naturalmente nella scelta, al di là di questa motivazione, avranno influito certamente anche altre considerazioni, come la conoscenza della dottrina, la pietà caritatevole, la coerenza nella fede, l’approccio relazionale all’interno della comunità, il carisma personale.

Capitolo secondo

La preghiera liturgica

“Raccomando, dunque, prima di tutto, che si facciano suppliche, preghiere, intercessioni e rendimenti di grazie in favore di tutti gli uomini, per i re e per tutti coloro che sono in autorità, affinché possiamo trascorrere una vita tranquilla e serena, con ogni pietà e decoro. Questa, infatti, è una cosa bella e gradita al cospetto del Salvatore nostro Iddio, il quale vuole che tutti gli uomini si salvino e arrivino alla conoscenza della verità. Infatti, unico mediatore è Iddio, unico mediatore fra Dio e gli uomini è l’uomo Cristo Gesù che ha dato se stesso in riscatto per tutti, quale testimonianza per i tempi stabiliti, in favore della quale io sono stato costituito araldo e apostolo – dico il vero, non mentisco – maestro delle genti nella fede e nella verità” (1Tm, 2, 1-4).

Commento: Dopo aver richiamato Timoteo al suo dovere di pastore della Chiesa, l’Apostolo gli ricorda che egli è anche responsabile della preghiera comunitaria. Da questi consigli, si deduce che nella Chiesa primitiva, cui fa riferimento l’Apostolo, siamo appena agli inizi dell’organizzazione dell’attività liturgica, della gerarchia pastorale e della preghiera comunitaria. Tuttavia, l’ordine non è lasciato all’arbitrio di qualcuno ambizioso di accaparrarsi spazi di potere o alla vanitosa ambizione di apparire o alla confusa improvvisazione del momento; ma la gerarchia degli operatori, la liturgia e tutta l’attività ecclesiale, vengono regolamentate da norme ben precise, che l’Apostolo raccomanda al discepolo nell’esercizio del sacro ministero episcopale.

La prima norma da osservare è che la preghiera sia universale, sia rivolta a Dio a favore di tutti gli uomini, a cominciare dai sovrani, da quelli che hanno l’autorità e la responsabilità di governo delle nazioni e/o di amministrazione della cosa pubblica. Questi hanno più bisogno degli altri di maggiori risorse fisiche e spirituali. Da loro, infatti, dipende l’ordine e la tranquillità sociale. Anche altrove, nei suoi scritti, l’Apostolo raccomanda l’obbedienza e il rispetto delle autorità civili, come premessa di una pacifica convivenza sociale dei popoli, che sicuramente è cosa gradita a Dio. In condizioni di vita sociale ordinata e tranquilla è più facile che gli uomini riescano a capire la verità, a vivere coerentemente con principi della fede, praticando la carità e seguendo le vie della giustizia per giungere alla salvezza.

Poi l’Apostolo continua: “Unico, infatti, è Iddio, unico anche il mediatore fra Dio e gli uomini, l’uomo Cristo Gesù, che ha dato se stesso in riscatto per tutti, quale testimonianza per i tempi stabiliti, in favore della quale io sono stato costituito araldo ed apostolo – dico il vero, non mentisco – maestro delle genti nella fede e nella verità” (1Tm, 2, 5-7).

L’atteggiamento degli uomini e delle donne nelle assemblee liturgiche

Testo: “Voglio, pertanto, che gli uomini preghino in ogni luogo, innalzando verso il cielo mani pure, senza collera o spirito di contesa.

Alla stessa maniera facciano le donne, vestendosi con abbigliamento decoroso: si adornino secondo verecondia e moderatezza, non con trecce ed ornamenti d’oro, oppure con perle o vesti sontuose, ma con opere buone come conviene a donne che fanno professione di pietà. La donna impari in silenzio, con perfetta sottomissione: non permetto alla donna d’insegnare, né di dominare sull’uomo, ma (voglio) che stia in silenzio. Per primo, infatti, è stato formato Adamo, e quindi Eva. Inoltre, non fu Adamo ad essere sedotto; la donna invece fu sedotta e cadde nel peccato. Tuttavia, essa si salverà mediane la generazione di figli, a condizione di perseverare nella fede, nella carità e nella santità con saggezza” (1Tm, 2, 8-15).

Commento: Dopo il richiamo alla necessità di recitare le preghiere liturgiche, l’Apostolo descrive le disposizioni fisiche e spirituali che devono assumere gli oranti, affinché le loro preghiere siano efficaci.

Agli uomini, impegnati nel lavoro e nelle lotte della vita quotidiana, ricorda che durante la preghiera devono mettere da parte i loro risentimenti e il loro spirito di contesa. Non si possono innalzare preghiere a Dio con l’animo appesantito dalle colpe commesse, con le mani lorde di sangue, sporche di rapine, macchiate di impudicizia o offuscate di qualsiasi altro peccato commesso contro la bontà e la purezza dello spirito. Alle donne ripete le raccomandazioni fatte anche altrove: siano silenziose, sottomesse ai loro mariti, non facciano sfoggio con abbigliamenti lussuosi o con ornamenti preziosi di oro, argento o pietre preziose, ma con verecondia e moderatezza, si rivestano di opere buone e di gesti di pietà cristiana. Le ragioni di sottomissione della donna all’uomo hanno, da un lato, motivazioni teologiche perché Adamo è stato creato prima di Eva, dall’altro anche motivazioni storiche perché Eva è venuta dopo, si è dimostrata più fragile del compagno sul piano psicologico lasciandosi sedurre da Satana e trascinando anche Adamo nel peccato.

Capitolo terzo

I ministri della Chiesa: l’episcopo

Illustrando le qualità etiche dei protagonisti del ministero apostolico, Paolo scrive:

Testo: “E’ cosa degna di fede quello che ora vi dichiaro: se qualcuno aspira all’episcopato, desidera un nobile lavoro. Bisogna, infatti, che l’episcopo sia irreprensibile, marito di una sola moglie, sobrio, prudente, dignitoso, ospitale, adatto all’insegnamento, non dedito al vino, non violento, ma indulgente, non litigioso, non attaccato al danaro; che sappia ben governare la propria famiglia e tenere con grande dignità i figli in sudditanza. Poiché, se uno non sa governare bene la propria famiglia, come potrà avere cura della Chiesa di Dio? Non sia però un neofita, per timore che, gonfiato dall’orgoglio, non incorra nella medesima condanna toccata al Diavolo.

Bisogna, inoltre, che abbia una buona testimonianza (credenziali) da quelli di fuori, perché non cada in discredito e nei lacci del Diavolo.

I diaconi ugualmente (bisogna che) siano dignitosi, non doppi nel parlare, non dediti al molto vino, né avidi di turpe guadagno; essi, inoltre, devono conservare il ministero della fede in una coscienza pura. Anche loro vengano prima sperimentati e quindi, se sono irreprensibili, esercitino pure il loro ministero.

Alla stessa maniera le donne siano dignitose, non calunniatrici, ma sobrie, fedeli in ogni cosa.

I diaconi siano mariti di una sola moglie, sappiano governare bene i loro figli e le loro case. Quelli che avranno ben servito si acquisteranno un titolo onorifico e molta sicurezza nella fede che è in Gesù Cristo” (3, 1-13).

Commento: In questo brano (dal verso 1 a quello 13) l’Apostolo parla di alcuni ministeri che si svolgono all’interno della Chiesa: gli episcopi e i diaconi. In particolare, indica le qualità che le persone preposte a questi uffici devono avere, come prerequisiti ai fini di essere assunte definitivamente in queste cariche. Lo scopo è duplice: trovare persone oneste e degne di essere preposte a questi uffici ed evitare di arruolare persone indegne o incapaci di espletare i doveri che il ruolo e la funzione impongono agli amministratori delle sacre istituzioni.

La Chiesa e il mistero della pietà

Testo: “Pur sperando di venire da te quanto prima, ti scrivo queste cose perché, se per caso io arrivassi in ritardo, tu sappia come ti devi comportare nella casa di Dio, che è la Chiesa del Dio vivente, colonna e sostegno della verità.

Senza alcun dubbio, è grande il mistero della pietà:

Colui che fu manifestato nella carne,

fu giustificato nello Spirito,

apparve agli Angeli,

fu predicato alle nazioni,  

fu creduto nel mondo,

fu assunto nella gloria” (1Tm, 3, 14-16).

Nota: Pur sperando di andare quanto prima egli stesso a Efeso, Paolo ha voluto scrivere la Lettera perché, nel caso in cui egli arrivi in ritardo, Timoteo sappia come deve regolarsi nell’amministrazione della “Chiesa del Dio vivente”.

Capitolo quarto

Contro i falsi dottori

Testo: “Lo Spirito però dice espressamente che negli ultimi tempi certuni apostateranno dalla fede, dando credito a spiriti fraudolenti e ad insegnamenti di demoni, sedotti dall’ipocrisia di gente che sparge menzogna, che ha la propria coscienza come bollata da un ferro rovente, proibisce di sposare e (ordina) di astenersi da certi cibi, che invece Iddio creò perché fossero presi con animo grato dai fedeli e da quelli che hanno conosciuto la verità. Infatti, ogni cosa creata da Dio è buona, e niente è da spregiare, qualora venga preso con animo grato, giacché viene santificato per mezzo della parola di Dio e della preghiera. Proponendo queste cose ai fratelli, sarai davvero un buon ministro di Cristo Gesù, nutrito come sei delle parole della fede e della buona dottrina, che hai diligentemente appreso. Rigetta, però, le favole profane, cose da vecchierelle. Allenati, piuttosto, alla pietà poiché la ginnastica del corpo è utile a poco, mentre la pietà è utile a tutto, avendo la promessa della vita presente e di quella futura. Quanto ho detto è degno di fede e di ogni accoglienza.

Per questo noi ci affatichiamo e combattiamo, perché abbiamo riposto la (nostra) speranza nel Dio vivente, che è il Salvatore di tutti gli uomini, soprattutto dei fedeli. Questo proclama e insegna” (1Tm, 4, 1-11).

Commento: Già in apertura del documento Paolo aveva dichiarato che il motivo principale, per cui aveva investito Timoteo della carica di episcopo di Efeso, era stato quello di responsabilizzarlo al richiamo di quei cristiani infedeli, chiamati falsi dottori, affinché si astenessero dall’insegnare cose diverse dall’autentica dottrina della fede. Infatti, negli ultimi tempi, sono venuti fuori molti spiriti eretici, che insegnano cose sbagliate, come quella di non sposarsi, di non consumare certi cibi che, invece, Dio ha creato perché i suoi figli ne mangiassero liberamente e dicono tante altre menzogne simili. Il tema che impegna maggiormente i cristiani è quello di combattere contro i falsi dottori che pullulano ovunque e che cercheranno sempre di alterare l’autentica dottrina evangelica. Questo è un motivo forte che ricorre continuamente in tutto l’epistolario paolino. A partire dal discorso che l’Apostolo aveva fatto agli anziani di Efeso, in cui prevedeva che, dopo di lui sarebbero venuti “lupi rapaci che non avrebbero risparmiato il gregge. Tra voi stessi sorgeranno individui che terranno discorsi perversi per trascinare discepoli dietro a loro, cui insegnare cose non vere” (At, 20, 29-31). Altri riferimenti: (Ga,1, 6-10); (Rm, 1, 22-25); (1Co, 11-31); avverte i Filippesi: Guardatevi dai cattivi operai; guardatevi dai falsi circoncisi (Fl, 3, 2).

L’esempio personale

Testo: “Nessuno disprezzi la tua giovinezza! Al contrario, mostrati modello ai fedeli nella parola, nella condotta, nella carità, nella fede, nella castità. Fino alla mia venuta applicati alla lettura, all’esortazione e all’insegnamento. Non trascurare il carisma che è in te e che ti fu dato per mezzo della profezia insieme all’imposizione delle mani ai presbiteri. Abbi premura di queste cose, dedicati ad esse, affinché a tutti sia noto il tuo progresso. Attendi a te stesso e all’insegnamento: persevera in queste cose poiché, così facendo, salverai te stesso e quelli che ti ascoltano” (1Tm, 4, 12-16).

Commento: Dal v.12 al v16 il discorso è imperniato sull’urgenza di offrire testimonianza di un buon modello etico-comportamentale della persona del vescovo che, con il buon esempio, offre a se stesso e a tutti quelli che ascoltano la sua parola. Chi si accinge ad essere maestro e guida spirituale agli altri, come Timoteo, deve incarnare in prima persona e vivere coerentemente, giorno per giorno, i doni, le virtù e i carismi che, nei suoi uffici, predica agli altri. Altrimenti non è credibile e, non solo non salverà gli altri, ma non salverà neppure se stesso.

Capitolo quinto

Il comportamento con le diverse categorie di persone

Testo: “Un uomo anziano non riprenderlo duramente, ma esortalo come fosse tuo padre; i giovani come se fossero tuoi fratelli, le donne anziane come madri, le giovani come sorelle, in tutta castità.

Le vedove

“Onora le vedove che sono veramente vedove. Se però qualche vedova ha dei figli o nipoti, costoro imparino prima a esercitare la pietà verso la propria famiglia e a rendere il contraccambio (dei sacrifici fatti) dai loro genitori, poiché questo è gradito davanti a Dio. Quella che è veramente vedova ed è rimasta sola, dimostra di aver riposto in Dio la sua speranza e attende con perseveranza alle suppliche e alle orazioni, notte e giorno. Al contrario, la vedova che si abbandona ai piaceri, anche se è viva, è (come se fosse) già morta. Questo pure tu richiamerai loro: che siano irreprensibili. Se poi qualcuno non ha cura dei suoi, soprattutto di quelli di casa, ha rinnegato la fede ed è peggiore di un infedele.

Una vedova sia scritta nel catalogo (delle vedove), a condizione che non sia inferiore ai sessant’anni, sia stata moglie di un solo marito, abbia in suo favore la testimonianza delle buone opere: se educò (bene) i figli, se praticò l’ospitalità, se lavò i piedi dei santi, se venne in soccorso ai tribolati, se si dedicò ad ogni opera buona.

Non accettare, invece, vedove più giovani, poiché, non appena vengono prese da brame indegne di Cristo, esse vogliono risposarsi, attirandosi addosso un giudizio di condanna per aver rinnegato il loro impegno iniziale. Oltre a ciò, essendo anche oziose imparano ad andare in giro per le case; e non soltanto sono oziose, ma anche ciarliere e curiose, parlando di ciò che non conviene. Perciò voglio che le più giovani si sposino, abbiano figli, governino la loro casa e non diano all’avversario nessuna occasione di biasimo. Alcune, infatti, si sono fuorviate dietro a Satana.

Se qualche donna fedele ha con sé (per servizio) delle vedove, provveda al loro sostentamento e non si aggravi la Chiesa, affinché essa possa provvedere a quelle che sono veramente vedove (senza alcuna assistenza o protezione per vivere)” (1Tm, 5, 1-16).

Commento: In questa sezione l’Apostolo dà al suo allievo una serie di consigli pratici su come comportarsi con le varie categorie di persone: gli anziani devono essere trattati come i propri genitori: gli uomini come padri, le donne come madri; i giovani come fratelli, le giovani come sorelle, stando attenti al rispetto della castità.

Un’altra categoria di persone da proteggere sono le vedove, stando attenti alle varie categorie di vedove, in modo particolare a quelle che hanno superato i sessant’anni.

Le vedove che hanno parenti presenti, figli o nipoti, siano assistite da questi”, i quali imparino ad esercitare la pietà verso i propri familiari e a contraccambiare il bene ricevuto, in quanto questo è cosa gradita davanti a Dio”. Se poi qualcuno non ha cura dei propri cari, soprattutto di quelli di casa, ha rinnegato la fede ed è peggiore di un infedele; se poi “una vedova si abbandona ai piaceri, anche se è viva è come che sia morta”;   se la vedova è rimasta veramente sola, ha riposto in Dio tutta la sua speranza e offre preghiere e suppliche giorno e notte, questa fa parte delle vedove veramente vedove, soprattutto se ha più di sessant’anni, è stata moglie di un solo marito e praticò le buone opere: “educò i figli, praticò l’ospitalità, lavò i piedi ai santi, venne in soccorso ai tribolati, si dedicò ad ogni opera buona. Queste sono quelle assistibili, perciò siano iscritte nel relativo catalogo delle assistibili dalla Chiesa, a condizione che non siano di età inferiore a sessant’anni.

Quelle di età inferiore ai sessant’anni, lasciamole libere perché spesso fanno altre scelte.

I presbiteri

I presbiteri che presiedono bene siano stimati degni di doppio onore, soprattutto quelli che si affaticano nella parola e nell’insegnamento. Dice, infatti, la Scrittura: “non metterai la museruola al bue che trebbia”. E ancora “E’ degno operaio della sua mercede”.

Non ricevere accuse contro un presbitero, eccetto che su deposizione di due o tre testimoni. Quelli poi che avessero peccato, riprendili davanti a tutti, affinché anche i rimanenti ne abbiano timore.

Ti scongiuro davanti a Dio e a Cristo Gesù e davanti agli Angeli eletti di osservare queste cose senza prevenzione, nulla facendo per favoritismo.

Non imporre a nessuno le mani troppo affrettatamente per non correre il rischio di pentirti. maari renderti partecipe degli altrui peccati. Conservati puro.

Non continuare a bere acqua soltanto, ma fai moderato uso di vino a causa dello stomaco e delle tue frequenti malattie.

I peccati di alcuni uomini sono manifesti e li precedono in giudizio; ad altri, invece, vengono dietro. Alla stessa maniera, anche le opere buone sono manifeste, e quelle stesse che non lo sono, non possono rimanere nascoste” (1Tm, 17-25).

Commento: Dal v. 17 al v.25 l’Apostolo suggerisce a Timoteo il modo di comportarsi con i presbiteri. Questi operatori della Chiesa devono essere trattati con grandi riguardi e tenuti in grande onore, purché presiedano bene alle loro funzioni e s’impegnino nella predicazione. Un presbitero che svolge bene il suo compito pastorale verso tutte le persone è abbastanza impegnato; perciò, non ha bisogno di fare altre cose o di compiere gesti straordinari, al di fuori del suo impegno missionario.

Paolo invita Timoteo ad essere molto cauto, prima di accettare accuse contro qualcuno di loro; a meno che le mancanze commesse non siano comprovate almeno da due o tre testimoni. Se poi le accuse risultassero veritiere, i protagonisti siano rimproverati severamente davanti ai colleghi, di modo che gli stessi ne traggano insegnamento a non cadere nello stesso errore. Il comportamento sia imparziale nei confronti di tutti, senza indulgere a favoritismi verso alcuno. Timoteo sia molto prudente prima d’imporre le mani affrettatamente verso qualcuno che non lo merita, perché c’è sempre il rischio di fare la scelta sbagliata. L’episcopo si conservi sempre puro.

Poi una divagazione molto umana: Timoteo pensi bene alla sua salute, per cui non beva troppa acqua, ma, ogni tanto, beva anche il vino, moderatamente s’intende. Quanto ai criteri di scelta degli uomini di Chiesa, Timoteo stia bene attento perché, i peccati degli uomini o li precedono nella scelta o li seguono in breve tempo; sono come le opere buone che già si conoscono dall’inizio, o se non si conoscono nell’immediatezza, verranno scoperte in tempi brevi, perché non possono restare a lungo nascoste.

Capitolo sesto

Gli schiavi

Testo: “Quanti stanno sotto il giogo come schiavi, stimino degni di ogni onore i loro padroni, affinché non siano bestemmiati il nome di Dio e la dottrina (evangelica). Quelli, poi, che hanno dei padroni credenti, non manchino loro di riguardo per il fatto che sono fratelli, ma li servano meglio, proprio perché coloro che ricevono il beneficio dei loro servizi sono credenti e amati (da Dio)” (1Tm, 6, 1-2).

Commento: Questi ultimi versetti, che contengono alcune esortazioni circa le modalità di trattamento degli schiavi, portano a conclusione le istruzioni pastorali che Paolo dà a Timoteo. Gli schiavi si comportino bene, osservando il massimo rispetto per i loro padroni, onde evitare di offendere Dio con le bestemmie. Non solo, ma lo schiavo credente, con il suo umile e sottomesso servizio, può sempre dare una lezione di etica cristiana al suo padrone. Se poi il padrone fosse cristiano anche lui, lo schiavo non gli manchi di rispetto, ma lo serva umilmente bene perché, chi fa il servizio e chi lo riceve, sono fratelli nella fede, entrambi credenti, entrambi amati e stimati da Dio.

Di nuovo contro i falsi dottori

Paolo riprende il suo discorso sui falsi maestri.

Testo: “Queste cose insegnale e inculcale. Se poi qualcuno insegna cose diverse e non aderisce alle sane parole, che sono quelle del Signore nostro Gesù Cristo, e alla dottrina (che è) secondo pietà, è accecato dall’orgoglio e non sa nulla, pur essendo preso dalla febbre dei cavalli e dei litigi di parole: da tali cose hanno origine le invidie, le contese, le maldicenze, i sospetti maligni, le lotte di uomini guasti nelle loro menti che si sono privati della verità appunto perché stimano che la pietà sia una fonte di guadagno.

Certo, la pietà è un grande guadagno: congiunta però al sapersi contentare! Niente, infatti, abbiamo portato in questo mondo e, appunto per questo, niente potremo portar via. Avendo, però, di che nutrirci e il necessario per coprirci, accontentiamoci di queste cose. Coloro, infatti, che vogliono diventare ricchi, incappano nella tentazione, nel laccio (di Satana) e in molteplici desideri insensati e nocivi, i quali sommergono gli uomini nella rovina e nella perdizione. Poiché radice di tutti i mali è l’amore al danaro, per il cui sfrenato desiderio alcuni si sono sviati dalla fede e da se stessi, si sono martoriati con molti dolori” (1Tm, 6, 3-10).

Commento: In questo brano Paolo riprende il discorso sui falsi dottori che, con superbia e cupidigia, s’improvvisano falsi maestri di morale. Delle verità cristiane non sanno nulla, eppure tirano fuori cavilli e ragionamenti capziosi, con i quali sviano e confondono i credenti. Questi, non solo non possiedono la verità, ma sono anche refrattari e incapaci di afferrarla perché hanno la mente offuscata dalla loro cattiva coscienza. Barattano la pietà religiosa per fare meschini guadagni, in barba agli ingenui creduloni e a quelli che sono bramosi di novità.

“Certo la pietà è un grande guadagno spirituale, soggiunge ironico l’Apostolo, purché non diventi oggetto di speculazione e ci si accontenti del necessario per vivere. Infatti, niente abbiamo portato venendo al mondo, niente porteremo con noi andando via”. Il concetto dell’indipendenza morale della coscienza dal danaro e dalla ricchezza, San Paolo, buon conoscitore della Scrittura, l’avrà pure derivato dall’Antico Testamento; ma ai suoi tempi, era anche una delle massime comuni della morale degli stoici, riaffermata anche da Cicerone, il quale al riguardo dichiarò: “l’accontentarsi di quel che si possiede, è una ricchezza grandissima e sicurissima”.

Infatti, la conclusione etica e logica dell’Apostolo è la seguente: “Quando abbiamo di che nutrirci e il necessario per coprirci, accontentiamoci di queste cose perché, coloro che vogliono diventare ricchi, incappano sempre nei lacci di Satana e in altri desideri insensati e nocivi, che sommergono gli uomini nella rovina e nella perdizione”. Per amore del danaro molti uomini hanno perso la fede e hanno causato la loro stessa rovina.

Combatti il buon combattimento

Ma, tornando alle esortazioni e ai consigli che dà all’allievo, l’Apostolo scrive:

Testo: “Ma tu, o uomo di Dio, fuggi queste cose; ricerca invece la giustizia, la pietà, la fede, la carità, la pazienza, la mansuetudine. Combatti il buon combattimento della fede, cerca di conquistare la vita eterna, alla quale sei stato chiamato e per la quale hai confessato la bella confessione (nei sacramenti che hai ricevuti: battesimo, cresima e ordinazione sacerdotale) davanti a molti testimoni.

Ti scongiuro, davanti a Dio che vivifica tutte le cose, e davanti a Cristo Gesù, che testimoniò la bella confessione sotto Ponzio Pilato, di conservare immacolato e irreprensibile il comandamento fino alla manifestazione del Signore nostro Gesù Cristo: manifestazione che, nei tempi stabiliti opererà

Il beato e unico sovrano,

il Re dei regnanti e Signore dei signori,

il solo che possiede l’immortalità

ed abita una luce inaccessibile,

che nessun uomo mai vide, né potrà vedere.

A lui onore e potenza eterna. Amen!” (1Tm, 6, 11-16).

Commento: Chiamando Timoteo “uomo di Dio”, l’Apostolo pone il suo allievo e collaboratore sul versante opposto ai “falsi dottori” che diffondono la “dottrina dei demoni”. Timoteo, dopo la sua consacrazione episcopale, è ormai uomo di Dio come i profeti dell’A. T. Pertanto, si liberi da ogni interesse terreno e, come pastore d’anime, combatta la buona battaglia per la salvezza del popolo che gli è stato affidato, per la cui causa ha fatto i voti di professione di fede.

Lo prega e lo scongiura davanti a Dio e a Cristo Gesù di “conservare immacolato e irreprensibile il comandamento (della regalità messianica) che Cristo testimoniò coraggiosamente anche davanti alla morte, quando Ponzio Pilato lo interrogò nel Pretorio: “Sei tu il re dei Giudei?” e Gesù gli rispose: “Lo dici da te stesso o te l’hanno suggerito?” e soggiunse “Il mio regno non è di questo mondo!” (Gv, 18, 33-36).

Timoteo conservi “immacolato e irreprensibile questo comandamento” fino alla manifestazione del Signore cioè fino alla sua seconda venuta (la parusia). Questa non si sa quando avverrà, quando lo stabilirà “il Re dei regnanti e Signore dei signori, cioè Dio che possiede l’immortalità e che nessuno potrà mai vedere. Conclude con una dossologia sovrabbondante per indicare l’onnipotenza e trascendenza di Dio.

L’uso delle ricchezze

In questo passaggio, l’Apostolo dà al nuovo episcopo i buoni consigli sull’uso della ricchezza, dichiarando: Testo: “Ai ricchi di questo mondo raccomanda di non essere orgogliosi, né di riporre le loro speranze nella instabilità della ricchezza, ma in Dio che ci provvede abbondantemente di tutto perché ne possiamo godere. (Raccomanda) loro anche di fare del bene, di arricchirsi di opere buone, di essere generosi nel dare, disposti a far partecipi gli altri (dei loro beni), mettendosi da parte un bel capitale per il futuro, onde acquistare la vera vita” (1Tm, 6, 17-19).

Commento: Rivolgendosi a Timoteo, l’Apostolo riprende il discorso sull’uso della ricchezza; e, riallacciandosi a quanto aveva detto nei precedenti versi 9 e 10, dove aveva dichiarato che la ricchezza era fonte “di rovina e di perdizione perché tende le insidie di Satana”, l’Apostolo spiega meglio il significato del suo pensiero. Qui spiega che, se della ricchezza se ne fa buon uso, può essere una cosa buona. L’importante è che essa non sia spesa soltanto in modo egoistico a uso e consumo di chi la detiene, ma che serva a soccorrere anche gli altri, i bisognosi nelle loro necessità. Il migliore investimento che si possa fare della ricchezza è proprio quello di usarla per gli altri, di spenderla in opere buone perché il ricco possa guadagnarsi così la vita eterna.

Epilogo

L’Apostolo licenzia la sua lettera, riassumendone il contenuto in poche parole:

Testo: “O Timoteo, custodisci il deposito, schivando le profane vacuità di parole e le opposizioni di una scienza di falso nome, professando la quale, taluni si sviarono dalla fede.

La grazia sia con voi!” (1Tm, 6, 20-21).

Commento: L’Apostolo spende anche gli ultimi versi dell’epistola per gridare l’allarme, non solo al destinatario, ma a tutti i credenti contro “i falsi profeti” che insegnano cose diverse dalla verità. Certamente l’appello più accorato lo fa a Timoteo perché, nella sua qualità di pastore, custodisca “intatto il deposito” della fede autentica, come egli gliel’ha trasmessa. Essa costituisce il “deposito” della vera dottrina cristiana, insegnata dalla Chiesa e tramandata, anche oralmente da individuo a individuo, da una generazione all’altra, per tutti i secoli dei secoli e sempre. Tutti quelli che insegnano cose diverse dalle verità dell’autentica fede, sono “i falsi profeti” che, sviano gli altri e anche se stessi dalle verità. Questi sviatori, poi, dovevano essere molto numerosi, non soltanto a Efeso e in Asia, ma sparsi anche altrove, dato che, negli scritti paolini, pullulano un po’ dappertutto: in Asia, in Grecia, in Macedonia, a Roma.

Infine, l’Apostolo licenzia la Lettera con il lapidario auspicio: “La grazia (del Signore) sia con voi!”.

Questa formula, poi, è stata ripresa nella conclusione della liturgia della messa della Chiesa cattolica.

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