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Scritto Da Felice Moro il giorno 08 Gen 2009

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L’articolo è incentrato sulla storia, struttura e funzioni della Comunicazione. La comunicazione è una relazione che si stabilisce tra due o più … (Clicca sul titolo per continuare a leggere l’articolo)

 

La Psicologia dell’Apprendimento secondo Lev S. Vygotsky

Posted By Felice Moro on novembre 24th, 2009

Lev S. Vygotsky é un insigne studioso, uno sperimentalista di alto spessore che, verso la fine degli anni’20, nell’Istituto di Psicologia di Mosca, aveva fondato,  insieme a Luria e Leontiev,  la Scuola Storico -Culturale. In un primo tempo questa istituzione aveva riscosso un prestigioso successo negli ambienti scientifici e accademici. Poi la sua fama fu oscurata dal governo sovietico perché la ricerca scientifica e i suoi operatori andavano affermando verità scomode alla dittatura comunista allora al potere. Peggio ancora, gli scienziati non si erano lasciati “addomesticare” dal regime. Eppure le scoperte che facevano avevano soltanto valore scientifico senza inficiamenti politici o ideologici di sorta. Ma, come si sul dire, certe volte “la verità fa male” anche quando è neutra dal punto di vista ideologico. In modo particolare se essa contraddice certi dogmatismi ideologici che sorreggono l’impalcatura autoritaria del regime e giustificano il capitalismo di stato, tutto proteso verso il conseguimento di uno spasmodico obiettivo politico: il trionfo dell’egemonia marxista-leninista nel pianeta.

Ad ogni modo Vygotsky si distingue per gli studi portati avanti, come ricercatore obiettivo,  attento e scrupoloso, nel campo della Psicologia dell’apprendimento applicata alla scuola e all’educazione.

Studia con attenzione le teorie del cognitivismo e nell’insieme condivide l’impostazione del sistema teorico generale dello sviluppo elaborato da J. Piaget. Ma in alcune parti la sua analisi diverge da quella dell’epistemologo elvetico e in certi punti arriva a conclusioni assai diverse, talvolta di segno opposto.

 Il linguaggio egocentrico, nella sua genesi e nella sua funzione, diventa un punto cruciale di divergenza della sua teoria da quella del Piaget.

Al riguardo è opportuno ricordare che, secondo lo studioso ginevrino, lo sviluppo del linguaggio, che segue un percorso analogo  a quello del pensiero,  si evolve dall’interno verso l’esterno, dal potenziale patrimonio genetico-ereditario innato alla costruzione della dimensione psichica di ciascuno, attraverso la maturazione naturale degli organi preposti allo svolgimento della funzione, l’esperienza di vita e l’educazione scolastica.

Il linguaggio del bambino, nelle prima fase della sua comparsa intorno al secondo anno di vita, è un linguaggio di tipo autistico, volto soprattutto a soddisfare i bisogni essenziali dell’Io. Con il passaggio allo stadio pre-operatorio diventa prevalentemente linguaggio egocentrico. Poi, intorno al settimo anno, col raggiungimento del concetto della conservazione della sostanza e della reversibilità dell’operazione, il linguaggio si evolve e diventa sociale, contribuendo, non poco, alla socializzazione del pensiero e al dischiudersi del discorso decentrato e razionale.

In pratica lo sviluppo del linguaggio segue il percorso che va dall’interno verso l’esterno, con la seguente transizione processuale: linguaggio autistico, linguaggio egocentrico, linguaggio sociale.

Quando emerge e si afferma quest’ultimo, il linguaggio egocentrico scompare progressivamente e si atrofizza cedendo il posto al linguaggio sociale di tipo comunicativo.

Ebbene, Vygotsky contesta questa spiegazione, ribalta completamente la prospettiva piagettiana e ne propone un’altra nuova, tutta sua, originale e affascinante.

Egli sostiene che il primo linguaggio è già in origine di tipo sociale perché il bambino lo assorbe in modo inconscio in famiglia e nell’ambiente circostante; e se gli viene proposto in maniera corretta e significativa, egli  lo assorbe spontaneamente nelle sue strutture, anche elaborate e complesse, e impara a utilizzarlo in forme grammaticali e sintattiche altrettanto corrette e con varianti semantiche e lessicali creative ed originali. 

A questo riguardo la sua teoria si rifà al lavoro di ricerca-scoperta che prima di lui aveva fatto la Montessori nelle scuole di Roma.

Infatti i nuovi orizzonti dischiusi alla pedagogia da Maria Montessori  costituiscono i frequenti termini di riferimento dello studioso russo nelle sue ricerche sulla psico-linguistica e sulla scienza dell’educazione. Anzitutto Vygotsky riconosce alla grande educatrice italiana il merito di essere stata l’antesignana della pedagogia scientifica con la scoperta di alcune strutture importanti della mentalità infantile, come i concetti di mente assorbente,  periodi sensitivi,  la mano organo della mente, le astrazioni materializzate.

Prima nell’Istituto Medico-Pedagogico che accoglie i bambini disabili dimessi dal manicomio di Roma; poi nelle sue Case dei Bambini  disseminate nel mondo, ella crea l’ambiente educativo favorevole con il mobilio, gli arredi e le attrezzatura su misura del bambino.

Nelle aule predispone il materiale di sviluppo che essa stessa crea sull’esempio del lavoro fatto dai medici francesi Itard e Séguin per il recupero dei bambini disabili. Si tratta di un materiale strutturato per forma, dimensione e colore, che deve servire all’educazione sistematica degli organi di senso e che implicitamente contiene anche i principi educativi di autocontrollo dell’apprendimento e di autocorrezione dell’errore.

Inoltre, con la convinzione che deriva dall’esperienza, propugna il principio pedagogico dell’anticipazione dei tempi dell’apprendimento delle abilità di base, della lettura, della scrittura e del calcolo all’età intorno ai quattro anni. Ciò perché a quell’età le strutture neurologiche e sensoriali coinvolte nei processi di apprendimento sono ancora plastiche come la cera vergine per cui possono subire facilmente il processo dell’imprinting e apprendere qualsiasi informazione in maniera naturale e senza sforzo, grazie alla comparsa dei periodi sensitivi e alla qualità della mente assorbente.

Proprio queste particolari potenzialità della mente infantile costituivano il terreno fecondo degli studi e delle sperimentazioni,  che Vygotsky andava facendo alcuni decenni dopo la Montessori.

Soprattutto egli aveva notato che durante gli anni di frequenza delle istituzioni prescolastiche (Asilo Nido e Scuola Materna) e del primo ciclo della Scuola Elementare il linguaggio si espande e si arricchisce nel lessico e, soprattutto, si articola in due piani diversi, di cui, uno conserva la funzione di contatto sociale e di normale comunicazione con gli altri, l’altro diventa linguaggio egocentrico, volto a soddisfare i bisogni dell’egocentrismo individuale, ancora incapace di concepire qualsiasi forma di decentramento al di fuori del proprio Io. Tutto l’universo deve ruotare intorno al suo interesse e guai se qualcosa non soddisfa immediatamente i suoi desideri o i suoi volubili capricci!

E’ il tipico linguaggio che il bambino utilizza anche quando gioca da solo o alla presenza di altri, attribuendo un anima ai giocattoli e agli oggetti inanimati, e un artefice alle realtà della naturali che lo circondano come i monti, i fiumi e i laghi; inoltre esibisce questo stesso tipo di linguaggio anche nei monologhi collettivi che instaura nei giochi di gruppo, ma fatti in maniera solitaria nelle aule della scuola dell’infanzia.

Ebbene questo linguaggio, che si manifesta in forma egocentrica, è linguaggio in transito dall’esterno verso l’interno, in fase di trasformazione da linguaggio sonoro esteriore in linguaggio silenzioso interiore  .

Poi, intorno al settimo anno di vita, quando l’individuo acquista il concetto della conservazione della sostanza e della reversibilità dell’azione, questo linguaggio non scompare o si atrofizza come voleva il Piaget, ma va in profondità, diventa linguaggio per sé e serve per ordinare le idee, categorizzare la realtà e formulare i concetti.

In poche parole si può dire che esso attiva il potere strutturante della mente, generando il processo di ideazione e di simbolizzazione della realtà. E questo magico potere della mente diventa la struttura dinamica che crea i simboli della conoscenza, la banca dati della memoria, le figure dell’arte e le mappe concettuali della cultura.

Alle origini della filosofia greca Socrate è stato immortalato dal suo migliore allievo, Platone, perché aveva avuto il grande merito di scoprire questo pezzo di verità universale: il potere di concettualizzazione della mente umana, primo pilastro della filosofia dell’essere e della storia della cultura occidentale.

Vygotsky, pur senza negare le potenzialità innate dell’essere umano, è tutto proteso a dimostrare la storicità del pensiero che, nella sua formazione, segue un suo processo genetico- evolutivo. Per dimostrare la tesi del suo  teorema fa incursioni nel campo della psicologia comparata, prendendo a prestito i risultati delle ricerche condotte  dagli sperimentalisti Koehler, Buhler e Yerkes sugli antropoidi superiori, come lo scimpanzé, l’orango e il gorilla.

Essi, in base agli studi condotti sui risultati delle prove sperimentali, sostenevano che i comportamenti intelligenti degli animali si arrestano sempre a un livello pre-linguistico e non sono mai collegati con le forme rudimentali dei linguaggi specifici della specie.

Evidenziano che lo scimpanzé ha successo nell’azione, come, per esempio, nell’infilare un bastone nel termitaio per toglierlo pieno di formiche di cui è ghiotto; usare un bastone o le cassette messe l’una sopra l’altra per arrivare a prendere le banane appese in alto. Ma, pur possedendo un  linguaggio non molto dissimile da quello dell’uomo specialmente dal punto di vista fonetico e articolatorio, questo resta sempre separato e indipendente dalle azioni che compie. Esso esprime soltanto desideri ed emozioni, contatti affettivi, stati di agitazione e di rabbia, di dolore o di paura, ma non è mai in grado di  rappresentare qualcosa di oggettivo. Inoltre l’animale  è  bravo ad imitare i gesti e le azioni dell’uomo, per cui, se lo vede dipingere e gli vengono lasciati gli attrezzi a disposizione, esso gioca con l’argilla colorata e “dipinge” prima con le labbra e con la lingua, poi con i pennelli; ma i sui lavori di “pittura” sono semplicemente degli scarabocchi amorfi e delle macchie insignificanti di colori sovrapposti. Tutto al più riesce ad imbrattare  di colore la carta, le pietre e la ghiaia, senza denotare alcun che di oggettivo e senza evidenziare il minimo processo ideativo.

A questo punto c’è da chiedersi: perché l’animale nel disegno non riesce a riprodurre neppure un abbozzo approssimativo di immagini significative?

Secondo gli sperimentalisti la risposta è semplice ed è la seguente: 

perché nell’animale, anche in quello più evoluto nella scala filogenetica come possono essere i primati superiori, mancano alcune caratteristiche morfogenetiche e alcuni processi funzionali specifici dell’essere umano, quali:

a) l’engrammazione degli stimoli percettivi (visivi, acustici, tattili, olfattivi ed estetici) nelle corrispondenti aree corticali del cervello deputate a dare i’input alla funzione elocutoria;

b) il processo spontaneo di ideazione che genera le idee e le immagini mentali;

c)  la funzione simbolica del linguaggio. E se anche di questa funzione esistesse qualche rudimentale abbozzo, questo non é mai collegato con il linguaggio specifico della specie.

Pertanto Vigotsky  riassume la complessa materia nel seguente quadro di sintesi:

1) sia nell’essere umano che nella scimmia, il pensiero e il linguaggio nascono da differenti radici genetiche che nell’animale restano sempre separate e indipendenti l’una dall’altra;

2) nell’essere umano le due funzioni inizialmente sono separate e indipendenti; ma a un certo punto dello sviluppo, in corrispondenza dell’età dei “perché” tra il secondo e il terzo anno di vita, si incontrano, si coordinano e si rafforzano a vicenda, per cui, il pensiero diventa verbale e il linguaggio diventa razionale;

3) la stretta corrispondenza tra pensiero e linguaggio, che esiste nell’uomo, non esiste negli antropoidi;

4) il pensiero verbale, tipico dell’uomo, tuttavia non include tutte le forme di pensiero, né tutte le forme di linguaggio. Ciò perché esiste una forma di pensiero che si esprime con l’azione o con l’uso di strumenti per cui prescinde dal linguaggio; come esiste un tipo di linguaggio pre-intellettuale, non collegato al pensiero, come i vocalizzi e le lallazioni del bambino piccolo, il linguaggio onirico e certe altre forme di espressione degli stati di incoscienza o di certe forme di affezioni patologiche;

5) il pensiero non verbale e il linguaggio non intellettuale non partecipano a questa fusione. Pertanto le due funzioni possono essere paragonate a due cerchi diseguali sovrapposti che, a tratti possono coincidere sovrapponendosi e rafforzandosi a vicenda, a tratti divergono di nuovo per cui non si toccano mantenendo ognuno la propria indipendenza funzionale.

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One Response to “La Psicologia dell’Apprendimento secondo Lev S. Vygotsky”

Gaia Giani

Ho letto con molto interesse questo articolo. Grazie

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