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Scritto Da Felice Moro il giorno 08 Gen 2009

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L’articolo è incentrato sulla storia, struttura e funzioni della Comunicazione. La comunicazione è una relazione che si stabilisce tra due o più … (Clicca sul titolo per continuare a leggere l’articolo)

 

La seconda lettera di San Paolo a Timoteo

Posted By Felice Moro on Ottobre 22nd, 2022

Dalle notizie che si hanno in merito, questa Lettera dovrebbe essere l’ultimo scritto di San Paolo, prima della sua morte. L’uomo sente ormai di essere giunto il termine della sua vita, tuttavia si mantiene forte, coraggioso, lucido e deciso ad affrontare anche la morte, rimettendo la sua vita nelle mani del Signore misericordioso, fidente in lui che, benigno, l’accoglierà nella sua gloria.

Per questo toccante motivo di commiato dalla vita, i consigli e le raccomandazioni che fa a Timoteo sono più accorati e commossi delle esortazioni che gli aveva già fatto nella lettera precedente. Essi costituiscono i motivi fondamentali delle interpretazioni autentiche del Vangelo del Signore Gesù, che egli, Paolo, per volontà divina, ha propagato nel mondo pagano; e queste esortazioni, fatte qui e ora, hanno tutto il calore e il sapore di un testamento spirituale, teologico e pastorale, che l’Apostolo delle Genti, attraverso Timoteo, fa pervenire alla cristianità posteriore di tutti i tempi.

Capitolo primo

Indirizzo e ringraziamento

Testo: “Paolo, Apostolo di Cristo Gesù per volontà di Dio, secondo la promessa di vita che è in Cristo Gesù, a Timoteo, foglio carissimo: grazia, misericordia e pace da parte di Dio Padre e di Cristo Gesù, Signore nostro.

Ringrazio Dio, a cui servo con pura coscienza fin dal tempo dei miei antenati, tutte le volte che faccio memoria di te nelle mie preghiere, senza interruzione, né di notte, né di giorno. Ricordandomi delle tue lacrime, desidero anche di rivederti, per essere riempito di gioia, memore di quella fede, senza ipocrisia, che è in te e che, prima ancora, albergò nel cuore di tua nonna, Loide, e di tua madre, Eunice e che, ne sono sicuro, alberga anche in te” (2Tm 1, 1-5).

Commento: Come si evince dal testo, è facile fare un confronto tra l’indirizzo di questa lettera e quello della prima lettera allo stesso suo “figlio carissimo” Timoteo. I due preludi epistolari rassomigliano molto tra loro fino ad essere quasi identici o sovrapponibili, sia nella forma che nel contenuto. Paolo ringrazia Dio, cui ha sempre servito fin da quand’erano in vita i suoi antenati (il che fa supporre fin da quand’era ebreo osservante e, forse, persecutore di Cristo). Ricorda quando Timoteo era un ragazzo di famiglia, orfano di padre greco e ben educato e istruito nella dottrina in versione femminile dalla nonna, Loide e dalla mamma, Eunice. Ringrazia Dio quando ricorda Timoteo che piange dallo sconforto per causa sua. Probabilmente il discorso si riferisce all’improvviso arresto di Paolo a Troade, da dove fu tradotto in catene a Roma per scontare l’ultima parte della sua prigionia; Paolo desidera ardentemente rivedere Timoteo per riprovare quei momenti e quei sentimenti di gioia comune nella fede ardente dei tempi della loro vigorosa attività missionaria. L’Apostolo depone tutta la sua fiducia nella sincera fede dell’allievo, quella appresa in famiglia e poi rinforzata dalla sua la parola e dal suo esempio.

Questo sembra essere il senso logico di questo lungo periodo, non ben coordinato, né dal punto di vista grammaticale, né dal punto di vista sintattico.

Esortazione alla fortezza nella predicazione del Vangelo

Testo: “Per questo motivo ti esorto a ravvivare il carisma di Dio, che è in te, perché ti è stato trasmesso per l’imposizione delle mie mani. Iddio, infatti, non ci ha dato uno spirito di timidezza, ma di forza, di amore e di saggezza. Non arrossire dunque della testimonianza del Signore nostro, né di me prigioniero, ma soffri piuttosto con me per il Vangelo, confidando nella forza di Dio. È lui, infatti, che ci ha salvati e ci ha chiamati con una vocazione santa, non in virtù delle nostre opere, ma secondo il suo disegno e la sua grazia, che ci fu data in Cristo prima dei tempi eterni, ma che è stata manifestata ora, mediante l’apparizione del Salvatore nostro, Gesù Cristo, che ha distrutto la morte e ha fatto risplendere la vita e l’immortalità per mezzo del Vangelo, del quale io sono stato costituito araldo, apostolo e maestro.

Anzi, è proprio per questo motivo che sopporto tali cose; ma io non ne arrossisco, perché so a chi ho creduto e sono pienamente convinto che egli ha potere di custodire il mio deposito fino a quel giorno.

Prendi per modello le sane parole che hai da me udite, nella fede e nell’amore, che è in Cristo Gesù. Custodisci il buon deposito per mezzo dello Spirito Santo che abita in noi” (2Tm 1, 6-14).

Commento: Il contenuto di questo brano è facilmente comprensibile pensando a un genitore che, alla fine della sua carriera lavorativa si ritira dal lavoro, lasciando l’azienda nelle mani di un figlio, giovane e inesperto della complessità della sua gestione. Le difficoltà, poi, aumentano quando si tratta di gestire, non un’azienda commerciale di prodotti materiali, ma un’azienda spirituale, come la Chiesa cristiana nascente, in una città complessa ed eterogena nella sua composizione sociale, con forti spinte detrattive da parte di formazioni agnostiche, eretiche e giudaiche, sempre pronte a contrastare o a inquinare l’autentica fede cristiana. Timoteo è un collaboratore valido e prezioso, ma è molto giovane e inesperto, per cui potrebbe scoraggiarsi davanti al peso, alla complessità e alla responsabilità, che l’impegno pastorale che lo attende comporta. Allora Paolo, suo padre spirituale, che l’ha forgiato nella fede in Dio, sente il dovere d’illuminarlo nelle idee e d’incoraggiarlo nelle azioni, che egli dovrà intraprendere per difendere la fede in Cristo Gesù dai suoi detrattori, i “falsi dottori” e i numerosi nemici, che si annidano un po’ ovunque. Insieme a tanti consigli operativi per la buona azione pastorale, in modo particolare, gli raccomanda “di custodire intatto il deposito (la fede autentica) per mezzo dello Spirito Santo che abita in noi”.

La cosa essenziale che egli deve fare è proprio quella di custodire inalterato il deposito e di affidarlo in mani sicure, quando, un altro giorno, dovrà trasmettere l’ufficio ad altri rappresentanti fidati delle generazioni successive, che ne perpetueranno il messaggio e la dottrina nel tempo.

Oltre questo, Timoteo, nella sua missione di pastore della Chiesa, deve spendere il suo carisma spirituale che ha ricevuto con l’ordinazione episcopale. Se ha bisogno di un modello, cui rifarsi per rinforzare la sua missione quotidiana, attinga l’esempio da lui, da Paolo, che per amore del Vangelo, non solo non arrossisce per difendere la parola di Dio, ma tutto sopporta, comprese le catene e la prigionia. Pertanto, confidi nella forza che Dio stesso, e solo lui, potrà dargli. Infatti, “Dio non ci ha dato uno spirito di timidezza, ma (uno spirito) di forza, di amore e di saggezza”.

Poi l’Apostolo continua:

Testo: “Tu lo sai che tutti quelli dell’Asia, fra i quali Figelo ed Ermogene, mi hanno abbandonato. Il Signore usi misericordia alla casa di Onesiforo, perché spesso egli mi ha rianimato e non è arrossito per le mie catene: anzi, essendo venuto a Roma, mi cercò premurosamente fino a che non mi ebbe trovato. Il Signore (Gesù) conceda anche a lui di trovare misericordia presso il Signore (Dio) in quel giorno: (del resto) tutti i servizi che egli ha reso in Efeso, li conosci meglio di qualsiasi altro” (2Tm 1, 15-18).

Commento: L’ Apostolo qui si lamenta del fatto che gli amici e collaboratori dell’Asia l’abbiano abbandonato, compresi quelli che riteneva più fidati, come Figelo ed Ermogene. Nessuno sa chi fossero questi personaggi, nominati soltanto in questo passaggio della lettera. La dura realtà è che questi vecchi amici hanno abbandonato Paolo prigioniero alla sua sorte, senza preoccuparsi minimamente di andare a trovarlo in carcere o, se fosse stato necessario, soccorrerlo o testimoniare in suo favore nel processo. Dal modo come egli si esprime, deduciamo il fatto che questo abbandono dev’essere stato per l’Apostolo un boccone amaro da digerire, anche perché egli era sempre disponibile con tutti e si prodigava per gli altri. Non si sa nulla neanche di Onesiforo, all’infuori di quanto detto qui. Ma dal testo si desume che egli era cittadino di Efeso ed era stato riconoscente perché, più volte, aveva confortato l’Apostolo ed era anche andato a Roma a trovarlo in carcere. A questo riguardo non c’è bisogno di allungare il discorso perché tanto Timoteo sa tutto di lui, in quanto l’ha conosciuto di persona. Forse al momento in cui l’Apostolo scrive la lettera, il personaggio cui si riferisce era già morto. Perciò implora su di lui la misericordia del Signore.

Capitolo secondo

L’Apostolo deve tutto soffrire per Cristo.

Dopo aver riferito alcune notizie di carattere personale, l’Apostolo continua il suo discorso di pedagogia pastorale: “Tu, dunque, figlio mio, rafforzati nella grazia che è in Cristo Gesù, e quelle cose che udisti da me davanti a molti testimoni, affidale (in deposito) ad altri uomini sicuri, i quali siano capaci di ammaestrare nella fede anche altre generazioni di uomini.

Soffri insieme con me da buon soldato di Cristo Gesù. Però, (non c’è) nessuno che fa il soldato, s’impiccia più degli affari della vita (civile) per piacere a colui che l’ha arruolato. Alla stessa maniera, se uno fa l’atleta, non viene coronato, se non a condizione che abbia combattuto secondo le regole. L’agricoltore poi, che lavora duramente, bisogna che per primo riceva i frutti (della terra). Poni mente a quanto ti dico; il Signore, infatti, ti darà l’intelligenza per ogni cosa. 

Ricordati che Gesù Cristo, della stirpe di David, è risuscitato da morte, secondo il mio Vangelo. Per esso io soffro travagli fino alle catene, come se fossi un malfattore: però la parola di Dio non è incatenata!

Perciò io soffro tutte queste cose per gli eletti, affinché anch’essi ottengano la salvezza che è in Cristo Gesù, insieme alla gloria eterna. È degno di fede il detto:

Se siamo morti insieme con lui,

con lui anche vivremo.

Se avremo pazienza, con lui anche regneremo;

se poi lo rinnegheremo, anche lui ci rinnegherà.

Se gli saremo infedeli, egli invece rimane fedele,

perché non può rinnegare se stesso” (2Tm 2, 1-13).  

Commento: In questo passaggio l’Apostolo continua a interloquire con l’allievo sul tema più importante della loro discussione: la necessità che Timoteo prepari, a sua volta, eredi esperti nella dottrina e fidati nella parola, ai quali affidare il “deposito della fede” da trasmettere, intatto, alle generazioni future. Queste, a loro volta, siano capaci di ammaestrare altri uomini, esperti e fedeli, delle generazioni successive. Soltanto così si riuscirà a formare una staffetta di testimonianza evangelica, cioè a creare una catena generazionale, capace di portare avanti nei secoli futuri “la Tradizione della fede autentica” nella parola di Cristo Gesù.

Per questa causa ne vale la pena che Timoteo combatta e soffra, come soffre il soldato che combatte una giusta battaglia, come lotta l’atleta che conduce la sua sfida sull’arena, come fa il contadino che lavora la terra duramente ma, alla fine, avrà anche la gioia di assaporare le primizie dei suoi frutti. Quindi, non si scoraggi l’allievo per le difficoltà che dovrà affrontare perché il Signore, di volta in volta, gli darà l’intelligenza e il coraggio necessari per affrontare le situazioni e risolvere tutti i problemi che la carica comporta.

Egli vada avanti, osservando i precetti del Vangelo, per la cui causa, l’Apostolo sopporta anche l’umiliazione delle catene come un comune malfattore.

Seguono alcuni versetti che, in forma molto sintetica, riassumono il mistero cristiano, secondo cui, il battesimo inserisce il credente nella vita, nella morte e nella risurrezione di Cristo.

Lotta contro gli errori del suo tempo

Il discorso dell’Apostolo all’allievo continua.

Testo: “Richiama alla mente queste cose, scongiurando la gente davanti a Dio perché non faccia schermaglie di parole: cose di nessuna utilità, ma piuttosto di rovina per gli ascoltatori! Poni ogni diligenza nel presentarti davanti a Dio come un uomo ben provato, un operaio sicuro, che non ha da arrossire e che dispensa rettamente la parola della verità. Evita le profane vacuità delle parole, giacché i loro autori fanno sempre maggiori progressi verso l’empietà e la loro parola, come una cancrena, estenderà il raggio della sua devastazione. Di questi tali sono Imeneo e Fileto, i quali hanno deviato dalla verità, dicendo che la risurrezione è già avvenuta, e sconvolgono in tal modo la fede di certuni.

Tuttavia, il solido fondamento di Dio resiste saldamente, avendo questo sigillo: Iddio conosce quelli che sono suoi, e ancora: Si allontani dall’iniquità chiunque invoca il nome del Signore.

In una grande casa, però, non ci sono soltanto vasi d’oro e d’argento, ma anche vasi di legno e di coccio; alcuni poi sono destinati a usi nobili, altri ad usi ignobili. Perciò, se qualcuno si manterrà puro da costoro, sarà un vaso destinato ad usi nobili, santificato, utile al padrone, adatto per ogni opera buona.

Cerca di fuggire le voglie giovanili; persegui la giustizia, la fede, l’amore, la pace, con quelli che invocano il Signore di cuore puro. Evita, inoltre, le questioni sciocche e non educative, sapendo che generano contese, mentre un servo del Signore non deve contendere, ma essere mansueto con tutti, capace d’insegnare e tollerante. Egli deve anche riprendere con dolcezza gli avversari, (nella speranza) che Iddio conceda loro il pentimento (degli errori) per la perfetta conoscenza della verità, cosicché si possano ravvedere dal laccio di Satana, essendo stati da lui accalappiati per fare la sua volontà” (2Tm 2, 14-26).

Commento: Dopo aver sollecitato Timoteo ad essere forte, a non arrendersi davanti alle difficoltà, ma ad intraprendere qualsiasi lotta per la difesa della verità, torna ad avvertire l’allievo sui pericoli rappresentati dalla presenza di tanti “falsi dottori”. Essi sono presenti ovunque, si annidano in ogni dove, emergono da ogni nascondiglio. Costituiscono un pericolo costante per il presente e per il futuro della fede. Essi non elaborano teorie, non lanciano proclami razionali contrari alla fede, ma si compiacciono di seminare schermaglie, parole vuote o fuorvianti, che servono a confondere, sviare e seminare rovine in chi li ascolta, specialmente se l’uditore è suggestionabile perché ha una fede debole. Per contrastare l’azione di questi seminatori di erronea propaganda soft, Timoteo deve presentarsi come uomo sicuro di sé, ben fermo nella sua posizione dottrinale, di provata fede che, nel suo ufficio pastorale, è capace di dispensare soltanto parole di verità. Egli deve rappresentare un punto di riferimento sicuro per i fedeli di oggi e anche per quelli di domani. Il predicatore preparato e onesto deve presentare il Vangelo così com’è, senza abbellimenti esornativi e senza stravaganti divaricazioni.

Questi insegnamenti raccomanda l’Apostolo, in modo particolare per chi deve operare in un ambiente imbevuto di cultura e di filosofia greca, com’era quello di Efeso, cui riusciva ostico credere al dogma della risurrezione dei morti. Gli intellettuali greci, pur apprezzando i valori dello spirito, tenevano in dispregio quelli della carne. Essi reagivano d’istinto, come reagirono d’istinto gli spettatori dell’Areopago di Atene al primo discorso di Paolo durante il secondo viaggio missionario in d’Acaia (At 17, 31-32; 1Co 15,12-14). Imeneo e Fileto, forse, erano caduti in qualche contraddizione sul dogma della risurrezione. La loro dottrina, infatti, come una cancrena ha creato una vasta devastazione.Tuttavia, nonostante gli sconvolgimenti creati da questi errori, il fondamento della dottrina resiste saldamente ancorato al sigillo: “Iddio conosce quelli che sono suoi. Perciò si allontani da ogni iniquità chiunque invoca il nome del Signore”. Le persone non sono tutte uguali, come non sono tutti uguali neanche i vasi che le persone utilizzano per i vari usi domestici: ci sono vasi d’oro e vasi d’argento, ma ci sono anche vasi di legno e vasi di coccio; alcuni usati per usi nobili e onorifici, altri per usi ignobili. “Chi si manterrà puro dai vasi ignobili, sarà un vaso destinato ad usi nobili, santificato e utile ad ogni opera buona” dice l’Apostolo.

Poi ripete l’elenco delle virtù etiche che Timoteo deve coltivare: fugga le passioni giovanili e persegua la giustizia, la fede, l’amore e la pace con tutti quelli che credono nel Signore. Eviti le questioni sciocche o inutili. Egli si distingua per mansuetudine e tolleranza. Non solo, ma deve riprendere con mitezza quelli che sbagliano, in modo che si ricredano dalle loro condotte sbagliate e si liberino dai lacci di Satana onde, pentiti, chiedano perdono al Signore e cerchino di riconciliarsi con lui.

Capitolo terzo

Contro i futuri pericoli d’errore

L’Apostolo, ansioso di avvertire Timoteo sui pericoli dei tempi futuri, esordisce dichiarando:

Testo: “Sappi, poi, che negli ultimi giorni sopravverranno tempi difficili. Gli uomini, infatti, saranno egoisti, amanti del denaro, vanagloriosi, arroganti, bestemmiatori, disobbedienti ai genitori, ingrati, empi, sleali e senz’amore, calunniatori, intemperanti, spietati, nemici del bene, traditori, protervi, accecati dall’orgoglio, amanti del piacere più che di Dio: gente che ha l’apparenza della pietà, ma ne rinnega la forza. Questi pure cerca di evitare.

Di costoro, infatti, fanno parte certuni che s’introducono nelle case ed accalappiano donnicciole cariche di peccati, sballottate da voglie di ogni sorta, le quali stanno sempre lì ad imparare, senza mai poter arrivare alla conoscenza perfetta della verità. Allo stesso modo che Jannes e Jambres si opposero a Mosè, anche questi si oppongono alla verità, da uomini corrotti di mente quali sono, riprovati circa la fede. Costoro, però, non andranno molto avanti, dato che la loro stoltezza si farà palese a tutti, come lo fu anche (la stoltezza) di quelli (sopraindicati).

Tu, però, hai seguito da vicino il mio insegnamento, la mia condotta, i miei disegni, la mia fede, la longanimità, la carità, la pazienza, le persecuzioni e i patimenti, come quelli che mi capitarono ad Antiochia, a Iconio e a Listra. Quali persecuzioni non ho sofferto! Eppure, da tutte mi ha liberato il Signore.

 Ed anche tutti coloro che vogliono vivere piamente in Cristo Gesù, saranno perseguitati. I malvagi, invece, e gli impostori, faranno sempre maggiori progressi nel male, ingannando gli altri e venendo ingannati a loro volta. Tu, però, rimani fedele alle cose che hai imparato e delle quali hai acquistato certezza, ben sapendo da quali persone le hai imparate e che fin da bambino conosci le sacre Lettere: esse possono procurarti la sapienza che conduce alla salvezza per mezzo della fede in Cristo Gesù. Ogni scrittura, infatti, è ispirata da Dio ed è utile a insegnare, a riprendere, a correggere, a educare nella giustizia, affinché l’uomo di Dio sia ben formato, perfettamente attrezzato per ogni opera buona” (2Tm 3, 1-17).

Commento: In questo brano l’Apostolo fa una triste predizione dei tempi che verranno immediatamente prima del ritorno del Signore, cioè prima della parusia. Egli prende sempre di mira i “falsi dottori”, quelli che all’apparenza sembrano persone perbene, ma che, in realtà, sono dei mistificatori della verità: egoisti, senz’amore, attaccati a difendere se stessi e i propri interessi, dimenticano gli altri, tra i quali anche gli stessi genitori. Ma Timoteo è bene ammaestrato nella dottrina e nell’etica cristiana trasmessegli dal Maestro, per cui saprà come difendersi da questi mistificatori della verità e maestri dell’errore e della menzogna; non solo, ma saprà guidare anche gli altri, specialmente i suoi fedeli, a camminare nella diritta via della fede, della speranza e della carità. In questo senso il tempo dell’escatologia è già incominciato, per cui, ognuno dovrebbe vivere come se Cristo dovesse tornare da un momento all’altro.

Le vittime più frequenti di questi “falsi dottori” e seminatori d’inganno sono certe donnicciole che sono incapaci di afferrare le verità profonde della vita e della fede, per cui vivono di frivolezze nella superficialità. I seminatori di errore vanno a trovarle nelle loro case, dove tendono l’esca a queste facili prede. Ma anche questi maghi della menzogna hanno i giorni contati, perché saranno presto smascherati e allora sarà per loro la rovina.

In contrapposizione a costoro, Timoteo è stato formato da Paolo e da lui iniziato alla pratica delle migliori virtù: la longanimità, la carità, la pazienza, le persecuzioni e patimenti, che sono un prezzo inevitabile da pagare per chi predica e segue la fede cristiana. I malvagi e gli impostori, invece, faranno maggiori progressi nel male e, ingannando gli altri, verranno, a loro volta, ingannati essi stessi.

Tuttavia, Timoteo deve rimanere saldo nella testimonianza della fede, consapevole dell’autorità e della dignità dei soggetti che gliel’hanno trasmessa: la madre, la nonna, Paolo stesso e, soprattutto, le sacre Lettere (la Bibbia), che hanno sempre raccolto e trasmesso la parola ispirata da Dio. Essa è il documento che trasmette la verità e la sapienza di Dio agli uomini di ogni tempo. La conoscenza della Bibbia è un’esigenza fondamentale per la formazione dell’uomo di Dio: l’apostolo, l’annunciatore del Vangelo, il presbitero, l’episcopo. Ciò affinché “l’uomo di Dio, come Timoteo, sia ben formato e perfettamente attrezzato per ogni opera buona” che possa compiere nella sua attività pastorale.

Capitolo quarto

“Annunzia la parola … adempi il tuo ministero”

Testo: “Ti scongiuro davanti a Dio e a Cristo Gesù, che verrà a giudicare i vivi e i morti, per la sua apparizione e il suo regno: annuncia la Parola, insisti a tempo opportuno e inopportuno, cerca di convincere, rimprovera, esorta con ogni longanimità all’osservanza della dottrina. Verrà un tempo, infatti, in cui (gli uomini) non sopporteranno più la sana dottrina, ma, secondo le proprie voglie, si circonderanno di una folla di maestri, facendosi solleticare le orecchie, e storneranno l’udito dalla verità per volgersi alle favole. Tu, però, sii prudente in tutto, sopporta i travagli, fa opera di evangelista, adempi il tuo ministero” (2Tm, 4, 1-5).

Commento: Volgendo verso la conclusione della sua missiva, l’ansia persuasiva dell’Apostolo nel trasmettere “il deposito della dottrina” al discepolo diventa sempre più accorata, fino a raggiungere, verso la fine, il climax emotivo di un testamento spirituale. Per scuotere, in maniera forte, l’animo di Timoteo, Paolo chiama, a testimoni delle sue parole, Dio e Cristo che è Giudice dei vivi e dei morti.

Nel trasmettere la dottrina, Timoteo non demorda mai, ma insista con tutti e sempre, sia nei momenti opportuni, sia in quelli inopportuni. Cerchi di convincere, rimproveri con garbo quelli che sbagliano, esorti tutti con sapienza dottrinale perché i tempi che stanno per arrivare saranno difficili. Ci saranno persone che, pur di deviare dalla retta via, si circonderanno di “falsi dottori”, dai quali ascolteranno favole, che per loro saranno musica piacevole, che solleticherà i loro orecchi. Timoteo, però, sia prudente in tutte le circostanze, sopporti i travagli, adempia puntuale ai doveri del suo ministero.

“Ho combattuto il buon combattimento”

Testo: “Quanto a me, io sono già versato in libagione ed è giunto il momento di sciogliere le vele. Ho combattuto il buon combattimento, ho terminato la corsa, ho mantenuto la fede. Per il resto, è già in serbo per me la corona della giustizia, che mi consegnerà in quel giorno il Signore, Lui, il giusto Giudice; e non soltanto a me, ma anche a tutti quelli che hanno amato la sua apparizione” (2Tm 4,6-8).

Commento: Da molti indizi, quando l’Apostolo scrive queste cose ha già la piena consapevolezza della sua fine imminente. Fra poco il processo si concluderà con la sua condanna a morte. Ma egli non appare turbato o preoccupato del tragico epilogo della sua vita; anzi ostenta la gioia dell’atleta che ha combattuto e vinto la sua battaglia e si aspetta di conseguire il meritato premio della vittoria: la vita eterna in paradiso. Egli si sente la vittima sacrificale, offerta in libagione per la testimonianza del Vangelo, per la cui causa ha vissuto, ha combattuto, ha sofferto e sa di morire. Avverte che la sua missione è giunta a termine e si prepara a sciogliere le vele dalle spiagge della vita. Il suo commiato non è triste, ma gioioso perché si aspetta “la corona della giustizia” che il Signore, il giusto Giudice, gli consegnerà nel suo giorno; e non soltanto a lui, ma anche a tutti coloro che avranno amato il glorioso ritorno di Cristo, vivendo nell’umiltà e nella fiduciosa attesa della loro salvezza.

Ultime notizie e raccomandazioni

Testo: “Abbi premura di venire da me quanto prima, perché Dema mi ha abbandonato, avendo preferito il secolo presente, e se n’è andato a Tessalonica; Crescente pure se n’è andato in Galazia e Tito in Dalmazia. Luca soltanto è con me. Prendi anche Marco e conducilo con te, perché mi è utile per il ministero. Tichico, poi, l’ho mandato a Efeso. Quando verrai, portami il mantello che lasciai a Troade, presso Carpo, come pure i libri, specialmente le pergamene. Alessandro, il ramaio mi ha arrecato molto male: Il Signore gli renda secondo le sue opere. Anche tu guardati da costui, poiché ha molto avversato le nostre parole.

Nella mia prima difesa nessuno fu al fianco. Tutti mi abbandonarono. Che non sia loro imputato a colpa!

Il Signore, però, mi venne in aiuto e mi diede forza affinché, per mio mezzo, la predicazione fosse portata a termine e tutte le nazioni l’ascoltassero: e così “fui liberato dalla bocca del leone”. Il Signore mi libererà ancora da ogni opera cattiva e mi salverà (prendendomi) nel suo regno celeste. A lui la gloria per i secoli dei secoli! Amen” (2Tm 4, 9-18).

Commento: Nell’epilogo della sua Lettera, oltre alla consapevolezza di essere giunto ormai alla fine dei suoi giorni, Paolo ci rivela tante altre notizie interessanti sul suo conto: egli trascorre gli ultimi giorni della vita solo, nella squallida solitudine del carcere, abbandonato da tutti. Sperimenta così l’indifferenza e l’amara ingratitudine degli amici, dei collaboratori e dei discepoli più cari, i quali, tutti se ne sono andati lontano per i fatti loro a godersi i favori della vita. Tra questi, anche Dema lo ha abbandonato per lasciarsi andare i piaceri del secolo presente; Crescente se n’è andato in Galazia; Tito (neovescovo di Creta e destinatario della Lettera pastorale di Paolo, analoga a questa di Timoteo), se ne è andato in Dalmazia. Con Paolo è rimasto solo Luca, il medico evangelista e cronista dei suoi viaggi missionari narrati negli Atti degli Apostoli.

Per colmare l’amarezza della delusione patita e avere vicino il conforto affettivo di un amico sincero nel momento della dura prova, prega Timoteo di venire da lui quanto prima. Porti con sé anche l’evangelista Marco; Tichico l’ha mandato a Efeso, forse per sostituire Timoteo negli impegni pastorali durante la sua assenza. Inoltre, lo raccomanda di portargli il mantello, i libri e, soprattutto, le pergamene, lasciati a Troade, nella casa di un certo Carpo. Si tratta di indumenti e cose che gli servono e che egli non poté prendere al momento della sua partenza, forse per l’improvviso suo arresto da parte della polizia imperiale. Alessandro, il ramaio, gli ha fatto tanto male, tuttavia, l’Apostolo non nutre risentimenti malevoli nei suoi confronti, ma gli preannuncia l’immancabile castigo di Dio.

“Nella prima difesa del nuovo processo, nessuno fu al mio fianco. Tutti mi abbandonarono”!

Queste desolanti affermazioni dell’uomo, lasciato solo nell’ora della dura prova, suonano come l’accusa di un terribile tradimento fattogli dai suoi amici, collaboratori e discepoli. Nell’ora del bisogno, tutti si sono allontanati da lui. Tutti assenti e lontani dal povero missionario, falsamente accusato di delitto da malfattore mai commesso! Quant’è antica e quant’è attuale la vigliaccheria degli uomini nei confronti del loro prossimo caduto in disgrazia!

Solo il Signore gli venne in aiuto togliendolo “dalla bocca del leone”. Sottintende le grinfie di Nerone? Oppure si tratta di una semplice locuzione dell’Antico Testamento, utilizzata spesso anche nei Salmi?). Paolo ne approfitta per farci sapere che il processo, pur essendo stato esiziale per lui, fu l’occasione opportuna che gli consentì di annunciare il Vangelo davanti ai giudici e ai suoi accusatori di tutto il mondo. Un’occasione unica per la propaganda del Vangelo a livello universale. Ciò che conforta maggiormente l’Apostolo in questo momento di sconforto, è la consapevolezza che il Signore lo libererà da ogni colpa, da ogni opera cattiva.

Saluti e auguri

“Saluta Prisca ed Aquila e la famiglia di Onesifero. Erasto rimase a Corinto; Trofimo, invece, lo lasciai infermo a Mileto. Affrettati a venire prima dell’inverno”. Ti salutano Eubulo, Pudente, Lino, Claudia e i fratelli tutti. Il Signore Gesù sia col tuo spirito. La grazia sia con voi” (2Tm 4, 9-22).

Paolo, in questa, come in altre sue lettere (Rm 16, 3-5) e (1Co 16,19), manda i saluti affettuosi per Aquila e Priscilla o Prisca, i due coniugi, ebrei come lui, che l’ospitarono in casa, prima a Corinto, poi a Efeso, durante il secondo e il terzo viaggio missionario; Onesiforo è ricordato anche in precedenza (1,16) come un benefattore di Efeso, che, però, al momento in cui scrive la lettera doveva essere già morto; pertanto, la riconoscenza è doverosa, a sua memoria, verso la famiglia; Erasto è stato il  tesoriere di Corinto; Trofimo accompagnò Paolo nel ritorno dal suo terzo viaggio missionario e fu l’occasione involontaria del suo arresto. Questo accadde perché l’Apostolo fu visto in giro con lui per le vie di Gerusalemme, per cui fu accusato di aver profanato il tempio, introducendo un Greco (un Pagano) in quel luogo sacro. Scoppiò la rivolta contro di lui, gli Ebrei lo catturarono e lo portarono fuori perché volevano ucciderlo. Per fortuna, l’arrivo di un tribuno della cohorte romana lo salvò dal linciaggio, ma lo portò in carcere a disposizione del Governatore (At 21, 29 e segg.). Nel commiato della Lettera, Paolo dice di aver lasciato Trofimo infermo a Mileto.

Gli altri nomi che seguono si riferiscono a persone sconosciute anche ai documenti più antichi, come quelli di Ireneo (Advers Haeres) ed Eusebio (Historia Ecclesiae); fa eccezione il nome di Lino, il quale pare che s’identifichi con l’omonimo papa che fu l’immediato successore di San Pietro nella cattedra apostolica della Chiesa di Roma.

Infine, la dossologia, breve, ma fortunata nella vita della Chiesa: “Il Signore Gesù sia col tuo spirito”, che nella formula latina è diventata Dominus Vobiscum: et cum spiritu tuo = Il Signore sia con te e con il tuo spirito! È diventata la formula conclusiva della liturgia della messa cattolica.

Sono le ultime parole della Lettera che S. Paolo indirizza a Timoteo e anche le ultime parole che L’Apostolo delle Genti indirizza alla cristianità delle generazioni successive.

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