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Scritto Da Felice Moro il giorno 08 Gen 2009

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L’articolo è incentrato sulla storia, struttura e funzioni della Comunicazione. La comunicazione è una relazione che si stabilisce tra due o più … (Clicca sul titolo per continuare a leggere l’articolo)

 

Testo e commento semplificato della lettera di San Paolo ai romani

Posted By Felice Moro on Maggio 5th, 2020

La premessa

Scritta nell’inverno del 57-58 d.C., “La Lettera ai Romani” si colloca in un particolare momento storico dell’impresa missionaria di San Paolo. Conclusa l’opera di evangelizzazione dell’Oriente (Asia Minore, Grecia e Macedonia) alla fine del suo terzo viaggio, egli si trova a Corinto e sta per ritornare a Gerusalemme per riferire al collegio degli Apostoli i risultati della sua missione sulla conversione dei “non circoncisi”, cioè dei pagani. In seguito, ha in animo il progetto di compiere il quarto viaggio verso l’Occidente, specificamente in Spagna. Durante questo nuovo viaggio pensa di poter fare tappa a Roma, dove esiste già una comunità cristiana, non fondata da lui, notoriamente affermata per la fede e per lo spirito di solidarietà comunitaria. Le informazioni che ha su questa comunità sono notizie di seconda mano, riferitegli da altri, dalle quali, tuttavia, si deduce che essa è una popolazione mista, composta da cristiani provenienti dal giudaismo e cristiani provenienti dal paganesimo.

Gli argomenti trattati sono molto simili a quelli già esposti nella precedente Lettera ai Galati: il confronto tra la Gerusalemme terrestre (la schiavitù dell’Antica Legge) e la Gerusalemme celeste (la nuova Chiesa fondata da Gesù Cristo); il confronto tra l’uomo vecchio (carnale) e l’uomo novo (spirituale); i frutti malefici di chi vive secondo la carne (fornicazioni, impurità, dissolutezza, inimicizie, liti, gelosie ecc.) a confronto con i frutti benefici dello Spirito (gioia, amore, pace, fratellanza ecc.). Egli analizza alcuni aspetti complementari e altri conflittuali esistenti tra la Legge mosaica e la fede in Cristo; tra l’etica di chi vive secondo la Legge (Giudaismo) e chi vive secondo l’etica cristiana, basata sul comandamento dell’amore. Rispetto alla Lettera ai Galati, la materia concettuale è più approfondita e il tono espositivo è più pacato.

Il significato generale di questo prezioso documento, evangelico e storico insieme, è quello di una dichiarazione di autopresentazione. L’Apostolo desidera farsi conoscere dalla comunità cristiana di Roma già da prima che egli si presenti di persona. In questo modo egli anticipa le sue credenziali per i meriti ottenuti nell’attività di evangelizzazione dell’Oriente, attraverso la fede trasmessa, la testimonianza profusa, le esperienze compiute, a volte facili ed entusiasmanti, a volte difficili o addirittura pericolose per la sua stessa incolumità fisica. Chiede di essere sostenuto con la preghiera e, possibilmente, anche con le offerte materiali, che i cristiani convertiti dal paganesimo dovrebbero fare di buon cuore in favore dei poveri bisognosi, anche in considerazione dei favori più grandi ricevuti dallo Spirito Santo Si tratta di gesti di solidarietà cristiana, come i beni raccolti attraverso la “colletta spontanea dei nuovi fedeli della Macedonia e dell’Acaia”, che l’Apostolo si accinge a portare di persona in dono “ai poveri santi di Gerusalemme”.

Il linguaggio e le forme letterarie

Nell’Epistola troviamo una grande varietà di forme letterarie: il ragionamento sicuro e tranquillo, sviluppato con enfasi calorosa e con una logica serrata e incalzante, spesso rinforzata e legittimata da opportune citazioni di frasi prese dai testi delle Sacre Scritture: Genesi, Esodo, Salmi e Canti liturgici. Sono frequenti le calde esortazioni a un tenore di vita onesta ed esemplare, modellato secondo lo stile del Vangelo. Alcune parti sono veri e propri inni di devozione al Signore; altre sono pagine dense di poesia lirica; ma la forma narrativa non è sempre concisa, scorrevole e lineare. Di tanto in tanto s’inciampa in periodi oscuri o contorti, grammaticalmente contratti o prolissi; forme sintattiche incomplete, il cui significato autentico può essere dedotto soltanto attraverso la parafrasi o la ricostruzione della proposizione con termini semantici affini, ma più semplici.

Il presente saggio è finalizzato a fare del documento un commento semplificato, sia dal punto di vista concettuale, sia dal punto di vista linguistico e lessicale, ma sempre aderente al significato autentico dell’opera. Infatti, la fedeltà al documento storico è dimostrata dal metodo espositivo adottato: cioè la frequente iniziativa di riportare, all’interno del saggio commentato, il discorso diretto dell’Apostolo, quando egli fa le dichiarazioni solenni, pronunzia le frasi e i periodi più significativi del suo pensiero o della sua fede, con l’indicazione dei punti di riferimento bibliografico. Lo scopo del lavoro è stato quello di rendere semplice e facilmente comprensibile il testo di una delle opere più importanti della fondazione del cristianesimo. Pensiamo così di aver reso un buon servizio a tutti i lettori del testo evangelico, compresi quelli che non sanno, né di teologia, né di filosofia, ma che sono desiderosi di conoscere le Sacre Scritture, attraverso il linguaggio semplice della comunicazione ordinaria.

Il valore storico-documentale della Lettera

Anche se non contiene tutta la teologia dell’Apostolo, questa Lettera rappresenta una sintesi importante della dottrina paolina, perché scritta in tempi abbastanza vicini al succedersi degli avvenimenti narrati: la morte e resurrezione di Gesù e la conversione dello stesso Paolo, da violento persecutore dei primi cristiani ad apostolo delle genti. Per questo motivo, l’epistola ha un grande valore, oltre che storico-documentale, ancor di più per il fermento ideologico e filosofico, che ha suscitato nei secoli successivi e per gli influssi che ha avuto negli studi di teologia di tutti i tempi, dall’Alto Medioevo ai giorni nostri.

Sant’Agostino, nella lettura della Lettera ai Romani, trovò la piena illuminazione per la sua conversione al cristianesimo.

Martin Lutero, nel suo Commento alla Lettera ai Romani scritto nel 1515, trovò elementi sufficienti sui temi della fede e della giustificazione, su cui fondare la Riforma Protestante, che ha diviso la società cristiana, dall’Età Moderna al tempo attuale.

Calvino, nel suo libro Christianae religionis istitutio del 1539, basa la sua teoria sulla predestinazione proprio sulle idee che trae dalla Lettera ai Romani.

Il Concilio di Trento (1545-1563) si servì della Lettera ai Romani per esporre gli aspetti fondamentali dell’ortodossia cattolica sui temi della giustificazione e sulla trasmissione del peccato di Adamo alla progenie.

Il Concilio Ecumenico Vaticano II (1962-1965) ha fatto largo uso dei concetti contenuti nella Lettera ai Romani; per la verità, l’assise conciliare ha fatto largo uso, non solo di questo documento, ma dell’intero epistolario paolino. Infatti, i documenti conciliari fondamentali, la Lumen Gentium e la Gaudium et Spes, fanno spesso riferimento alle idee, i concetti, la dottrina e la pastorale di San Paolo.

Altri movimenti religiosi moderni, come quello del Nuovo Protestantesimo di Karl Barth, hanno avuto il loro punto di partenza da un Commento alla Lettera ai Romani.

A giudizio di alcuni commentatori “Nella storia della Chiesa, nessun altro documento ha avuto tanta importanza teologico-filosofica, quanta ne ha avuta la Lettera ai Romani” (U. Vanni, Edizioni Paoline, 1983).

Parte dogmatica

Capitolo Primo

Il saluto e la presentazione del Vangelo

La Lettera si apre con l’autopresentazione e il saluto dell’Apostolo ai destinatari della missiva: i cristiani di Roma. Paolo si qualifica come missionario del Vangelo di Gesù Cristo, di cui traccia un brevissimo profilo, mettendo in primo piano la sua missione salvifica per l’uomo. Egli, Paolo, è stato designato dal collegio degli apostoli per portare la buona novella ai Gentili (i pagani), “tra i quali vi trovate anche voi, chiamati da Gesù Cristo e a tutti coloro che si trovano in Roma, amati da Dio, chiamati santi” (Rom 1, 5-7).

Ringrazia Dio per averlo destinato a portare la sua preghiera e il suo annuncio alla comunità di Roma, la cui fede è notoria a tutti, perché la loro fama di buoni cristiani si espande in tutto il mondo. Egli esprime il desiderio ardente di vedere e di conoscere i membri di codesta comunità, per poter comunicare loro qualche dono spirituale o meglio, per provare insieme il sentimento di gioia della comunanza nella fede “vostra e mia”. Dichiara che più volte egli si era proposto di venire a visitare la comunità, ma gli era stato impossibile perché aveva dovuto attendere ad altri impegni più urgenti. Lo scopo è sempre stato quello di raccogliere qualche frutto anche tra di loro, come ben lo raccolse tra i Gentili dell’Oriente. Dichiara, altresì, che la sua missione evangelica è doverosa verso i cittadini di Roma, come lo era stata quella profusa tra i Greci, i barbari e tutti i popoli della terra, i sapienti e gli ignoranti.

La cattiveria umana

Il Vangelo è “un’energia di Dio operante tra gli uomini per apportare salvezza a ognuno che crede, Giudeo anzitutto e Greco (sinonimo di pagano). Infatti, la giustizia di Dio si rivela da fede a fede, secondo la norma scritta: Il giusto però in forza della fede, vivrà (Rom 1,16-17). La cattiveria e la malvagità morale di tutti quegli uomini, che soffocano la verità, ha scatenato in cielo l’ira di Dio. Ciò che è noto a Dio, è noto anche agli uomini, perché, anche se Egli è di per sé invisibile, si rende visibile come energia operante attraverso le sue creature e l’ordine costante del creato. Certi uomini commettono un peccato imperdonabile perché, pur conoscendo la verità, anziché ringraziare Dio ed essergli devoti e reverenti per il bene che ha profuso all’umanità, “scambiarono la gloria di Dio con le sembianze di un uomo corruttibile, di volatili, di quadrupedi, di serpenti” (Rom 1, 21-23).

“Per questo motivo Dio li ha abbandonati alle loro sbrigliatezze e allo sfogo delle passioni ignominiose: le donne scambiarono il rapporto sessuale naturale con quello contro natura; gli uomini, lasciato il rapporto naturale con la donna, bruciarono di desiderio gli uni verso gli altri, compiendo gravi turpitudini per cui, per la loro aberrazione, hanno ricevuto la meritata ricompensa. Tutto questo perché non ritennero saggio possedere Dio, approfondendone la conoscenza; ma data la loro ingratitudine, Dio li abbandonò in balia della loro insipienza e così compirono ogni malvagità, cattiveria, cupidigia, malizia; tutti invidia, omicidio, lite, malignità, maldicenti in segreto, calunniatori, odiatori di Dio, insolenti, superbi, orgogliosi, ideatori di male, ribelli ai genitori, senza intelligenza, senza lealtà, senza amore, senza misericordia. Essi, per il semplice fatto che conoscono la legge di Dio e tuttavia compiono queste azioni malvage, sono degni di morte; e non soltanto perché le azioni cattive le compiono loro direttamente, ma anche perché approvano anche le cattiverie che compiono gli altri (Rom 1, 26-32).

Capitolo Secondo

Paolo stigmatizza l’etica giudaica del suo popolo

Nel capitolo secondo, l’Apostolo esordisce rivolgendo una severa apostrofe alla gente della sua stessa stirpe: “E tu Giudeo, che giudichi severamente gli altri per le azioni che compiono, per lo stesso motivo, condanni te stesso, perché sei reo delle stesse colpe di cui accusi quelli che tu condanni. O forse credi che con la tua ipocrisia possa sfuggire all’azione della giustizia divina?”; E qui l’apostrofe diventa invettiva: “Quando questo avverrà, compenserà ciascuno secondo le sue opere: la vita eterna a quelli che, nella perseveranza di un agire onesto cercano gloria, onore e immortalità; ma per quelli che sono ribelli, disobbediscono alla norma della verità e obbediscono alla malvagità, ci sarà ira e sdegno. Tribolazioni e angustie opprimenti cadranno su ciascun essere umano che attua il male, Giudeo in primo luogo e Greco; gloria, onore e pace a chiunque opera il bene, Giudeo in primo luogo e Greco (Rom 2, 6-10).

Dio non fa favoritismi nei confronti delle persone. Tutti quelli che peccarono senza la legge, saranno giudicati senza la legge; mentre tutti quelli che peccarono con la legge, saranno condannati secondo la legge. Non basta conoscere la legge, l’importante è metterla in pratica per essere dichiarati giusti.

Infatti, i pagani che non hanno la legge mosaica ma osservano e rispettano la legge della natura, dettano legge a se stessi. Essi dimostrano che le finalità volute dalla legge possono essere raggiunte osservando le leggi della natura e i dettami della ragione umana, che sono doni del Creatore, ugualmente inscritti nella coscienza di ogni creatura, Giudeo o pagano che sia, perché Dio non fa preferenze di presone.

Tutto questo accadrà “nel giorno in cui Dio giudicherà i segreti degli uomini, secondo il mio Vangelo per mezzo di Gesù Cristo” (Rom 2, 16). E qui l’Apostolo, giudeo anche lui, rincara la dose contro gli stessi Giudei non credenti: “Tu giudeo, che ti appoggi alla legge, te ne vanti perché la conosci e sai distinguere il bene dal male, hai la presunzione di essere guidatore di ciechi, luce di quelli che sono nelle tenebre, dottore d’ignoranti, maestro di fanciulli, possedendo nella legge il paradigma della scienza e della verità ….tu, che istruisci gli altri, non istruisci te stesso? Tu, che proclami che non si deve rubare, rubi? Tu, che dici che non si deve compiere adulterio, lo compi? Tu, che hai in orrore gli idoli, ma spogli i templi dei loro averi?

Tu, che ti vanti di conoscere la legge, poi la trasgredisci? Ma non ti rendi conto che, così facendo, ti comporti da ipocrita disonorando Dio?” (Rom 2, 17-24).

In questo brano Paolo mette in evidenza lo stridente contrasto tra il dire e il fare dei Giudei, il fariseismo più volte rinfacciato al suo popolo da Gesù stesso, come si legge in diverse parti delle parabole dei Vangeli. Soprattutto mette in evidenza le difficoltà che ne derivano nell’impresa che l’Apostolo porta avanti: l’evangelizzazione dei pagani. Questi, infatti, vedendo l’ipocrisia dei Giudei, saranno spinti a rifiutare in blocco tutto il giudaismo. Quindi viene rifiutato Dio stesso, il Dio d’Israele, il Dio unico di tutte le genti. Quel Dio che, nella sua onnipotenza e infinito amore per le sue creature, ha concepito il piano salvifico per l’uomo, realizzato con il sacrificio gratuito del suo Figlio Unigenito, Gesù Cristo.

La circoncisione, come marchio di appartenenza alla razza eletta, ha senso se si osserva la legge mettendola in pratica, altrimenti non ha nessun valore salvifico. Invece, se uno è incirconciso, ma osserva la legge e la mette in pratica, la sua coerente condotta tra la norma e la pratica di vita, lo salva. “La vera circoncisione non è quella che porti nella carne, ma è quella che porti nel cuore, secondo lo Spirito. Colui che porta questo marchio ha la lode, non dagli uomini, ma da Dio” (Rom, 2, 25-29).

Capitolo Terzo

Le prerogative dei Giudei

In questa sezione Paolo continua a sviluppare l’argomento iniziato nel capitolo precedente chiedendosi: “Quale è la superiorità dei Giudei? Quale utilità può portare la circoncisione?

Quali vantaggi implica l’essere Giudeo? Se queste condizioni sono correttamente intese, possono portare molti vantaggi. Anzitutto perché a loro sono state affidate le parole di Dio; e se alcuni non hanno creduto, non per questo viene meno la fedeltà di Dio verso gli uomini, che sono le sue creature. Dio è sempre veritiero, solo l’uomo è menzognero (Rom, 3, 1-4).

Il vero Giudeo cristiano praticherà le buone opere in modo coerente con le prescrizioni della legge voluta da Dio. Se alcuni sono stati infedeli, la loro infedeltà non annullerà la fedeltà di Dio verso di noi. Se la malvagità umana mette in risalto la giustizia divina, che diremo? Che Dio è ingiusto perché scatena su di noi la sua collera? Non sia mai detto! Se così fosse, come farebbe Dio a giudicare l’umanità? Se la veracità fedele di Dio ha mostrato la sua di misericordia in connessione con la nostra infedeltà menzognera, non è che noi, coscienti del peccato, dobbiamo abusare della pazienza di Dio! Secondo quanto dicono i testi delle Sacre Scritture, tutti gli uomini, Giudei e Greci, sono sotto il dominio del peccato. Secondo la legge, infatti, nessun uomo, nel suo stato di debolezza ontologica, verrà giustificato dinanzi a Dio.

Credere per fede 

“Ma ora, a prescindere dalla legge, la giustizia di Dio, testimoniata dalla legge e dai Profeti, si è rivelata per mezzo della fede in Gesù Cristo, si è riversata in tutti coloro che credono in Lui. Non c’è distinzione: infatti, tutti peccarono, ma tutti vengono giustificati gratuitamente per un favore benevolo di Dio, in forza della redenzione che ha portato Gesù Cristo” (Rom, 3,21-24). Dio ha esposto il suo figlio unico, come vittima sacrificale, al versamento del suo sangue in croce e quel sangue costituisce il prezzo della nuova alleanza tra Dio e l’uomo, tra Dio e il popolo. I peccati degli uomini, che hanno fede in Cristo, sono emendati e cancellati per mezzo di quel sangue da Lui versato sulla croce. Dio giudicherà gli uomini, circoncisi o incirconcisi che siano, in base a un solo criterio: la fede in Lui per mezzo del sacrificio del figlio, Gesù Cristo. Allora l’antica legge mosaica sarà abolita? Manco per sogno! Essa sarà modificata e integrata con la nuova legge che promana dallo Spirito.

Capitolo Quarto

Abramo è giustificato per fede

Il capitolo IV è dedicato a riepilogare la storia di Abramo, considerato il padre di tutti quelli che credono in Dio per fede. Egli ha creduto nella parola di Dio e la sua fede gli è bastata per ottenere da Dio la giustificazione dei suoi peccati; e l’ha ottenuta quando non era stato ancora circonciso. Quindi Abramo può essere considerato il padre di tutti quelli che credono, anche se sono nello stato di non circoncisione. Pertanto, la paternità di Abramo si estende ai Giudei solo se, oltre ad essere circoncisi, seguono le norme che ha seguito Abramo credente. “Infatti, non in forza della legge fu fatta ad Abramo e alla sua discendenza la promessa che egli sarebbe stato l’erede del mondo, ma in forza della giustizia che viene dalla fede” (Rom, 4, 13).

Quando Dio gli disse “Ti ho costituito padre di molte nazioni; faccia a faccia con Diocredette a Lui, come a colui che dona la vita ai morti e chiama ad essere le cose che non sono (Rom, 4, 17).

Egli credette, sperando contro ogni speranza, in modo da divenire il padre di molte nazioni, secondo quanto gli era stato detto: così sarà la tua discendenza. Egli non era indebolito nella fede, nonostante una sua considerazione oggettiva: il suo corpo era ormai già privo di vitalità, avendo egli circa cento anni e riteneva devitalizzato anche il seno materno della moglie Sara. Tuttavia, confidando nella promessa, non esitò nell’incredulità, ma si rafforzò nella fede, dando gloria a Dio, fermamente persuaso che Dio è anche potente per realizzare ciò che promette. Per questo gli fu computata la fede come giustificazione” (Rom, 4, 12-22). E questa giustificazione fu accreditata, non solo a lui, ma anche a noi che crediamo in Colui che ha risuscitato Gesù dai morti per compiere la nostra giustificazione.

Capitolo Quinto

Il peccato di Adamo e la salvezza di Cristo

Nel capitolo quinto, l’Apostolo fa tutto un discorso incentrato sui concetti della giustificazione e della vita vissuta. Avendo ottenuto la giustificazione per mezzo di Gesù Cristo, abbiamo la pace, la grazia e la speranza della gloria in Dio; e la speranza dell’amore di Dio non delude perché, anche quand’eravamo senza questa forza, Dio ha sacrificato il suo Figlio sulla croce per salvarci.

“Come a causa di un solo uomo il peccato entrò nel mondo e, attraverso il peccato, la morte che dilagò su tutti gli uomini perché tutti peccarono, così per la benevolenza di Dio e il dono gratuito di un solo uomo, Gesù Cristo, sovrabbondò la grazia della giustificazione (…). Come a causa della caduta colpevole di uno solo si ebbe in tutti gli uomini una conseguenza di condanna, così, attraverso l’atto di giustizia di uno solo, si avrà in tutti gli uomini la giustificazione per la vita. Come a causa della disobbedienza di un solo uomo molti furono costituiti peccatori, così attraverso l’obbedienza di uno solo, molti saranno costituiti giusti (…) Dove si moltiplicò il peccato, là sovrabbondò la grazia affinché, come regnò il peccato nella morte, così regni la grazia della giustificazione per la vita eterna in forza di nostro Signore Gesù Cristo (Rom, 5, 12-21).

Da notare che quando l’Apostolo parla di “morte” o di “vita” vuole intendere, non la morte o la vita in senso fisico, ma la morte o la vita in senso spirituale, la morte che toglie e la vita che ridona la grazia di Dio, garanzia per la vita eterna.

Capitolo Sesto

La giustificazione, attuata dal battesimo, esclude il peccato

Nel capitolo sesto l’Apostolo dibatte il tema del peccato, eliminato dal battesimo. Al riguardo egli dichiara: “Chi muore è giustificato e liberato dal peccato. Se poi morimmo con Cristo, crediamo che vivremo con lui, ben sapendo che Cristo, risorto dai morti, non muore più … perché egli vive in Dio. Così anche voi, se siete morti al peccato, siete viventi in Dio, in unione con Gesù Cristo. Non regni dunque il peccato nel vostro corpo mortale, obbedendo ai suoi impulsi sfrenati; non presentate le vostre membra come armi di iniquità per il peccato, ma offrite voi stessi e le vostre membra come armi di giustizia a Dio … (Rom, 6, 7-13); e conclude dicendo: “Ora che siete stati liberati dal peccato e resi schiavi a Dio, raccogliete i frutti per la vostra giustificazione, il cui termine è la vita eterna. La ricompensa del peccato è la morte, il dono della grazia di Dio è la vita eterna, in unione con Gesù Cristo nostro Signore (ibidem, 22-23).

Capitolo Settimo

Leggi, norme e peccati

Aprendo il discorso sul capitolo settimo, l’Apostolo si rivolge ai Romani, come persone esperte di diritto e di leggi, per introdurre un discorso teorico sui diritti e i doveri dei coniugi in regime di matrimonio.

“Secondo la legge, finché i due coniugi sono in vita entrambi, l’uno ha tutti i diritti coniugali sull’altro; ma se uno dei due dovesse venire a mancare, il coniuge sopravvissuto ha il diritto di sposarsi di nuovo con un altro partner, uomo, se è donna; donna, se è uomo. Ma se uno dei due, essendo ancora in vita l’altro coniuge e per un motivo o per l’altro dovesse unirsi, se donna a un altro uomo o se è uomo, a un’altra donna, commetterebbe adulterio. “Così fratelli miei, anche voi siete stati fatti morire con Cristo in croce alla vecchia legge, per rinascere a nuova vita con la resurrezione di Cristo risorto, affinché portiate frutti secondo Dio. Quand’eravamo sotto il controllo della legge, eravamo in balia delle passioni più sfrenate connesse ai peccati perché, i divieti imposti, paradossalmente, acuivano le passioni stesse, spingendoci a un agire sbagliato, che portava frutti di morte. Allora, implicitamente, si può dedurre che la legge stessa fosse causa di peccato? Ma adesso che siamo stati liberati dalla legge, siamo stati liberati anche dalle tentazioni peccaminose, cui ci inducevano i divieti imposti dalla legge al fine di non peccare. Perciò, adesso siamo liberi di servire Dio, secondo la nuova legge dello Spirito” (Rom, 7, 1-6).

Il problema non era tanto quello d’identificare il peccato con la legge, quanto quello di avere o non avere coscienza del peccato stesso. Se non esistesse la norma di legge che stabilisce: non desiderare, io non avrei conosciuto il desiderio passionale. La norma che vieta di fare un’azione, paradossalmente, scatena il desiderio di compiere proprio quell’azione che la legge vieta. Ma, prima che ci fosse la legge, io avrei potuto compiere la stessa azione, senza che mi fosse imputata a colpa perché avrei ignorato il fatto di compiere un’azione proibita.

“Il peccato, una volta trovato un punto d’appoggio nella mia debolezza, mi ha sedotto, scatenandomi il   desiderio passionale. Quindi la legge è salva, il comandamento è santo, giusto e buono!” (Rom, 7, 11-12). L’Apostolo continua il suo discorso facendo un’analisi psicologica sulle contraddizioni dell’animo umano: la legge è buona perché è spirituale, ma io sono di carne. “Non capisco quello che faccio: non faccio quel che voglio, mentre faccio quel che non voglio; e proprio perché faccio ciò che non voglio, riconosco la bontà e la giustezza della norma”. Ma nel ragionamento di Paolo il paradosso continua: “Infatti, se non faccio il bene che voglio e compio il male che non voglio, non sono più io a farlo, ma il peccato che inabita in me. Approvo la legge di Dio, la legge interiore dello Spirito, ma poi c’è un’altra legge diversa del corpo e delle membra che osteggia la legge della mente e mi rende schiavo del peccato. Uomo infelice che sono! Chi mi libererà dal corpo che porta questa morte? (Rom, 7, 15-24). Allora Paolo, un’identica persona, da una parte con la mente serve la legge di Dio, dall’altra, con il corpo serve la legge del peccato. Tuttavia, per coloro che sono uniti a Cristo, non vi è nessun elemento di condanna.

Capitolo Ottavo

Le pulsioni della carne e le leggi dello Spirito

Nel capitolo ottavo continua l’analisi della dicotomia tra le tendenze istintive dell’uomo. Per fortuna nostra, la precaria condizione dell’uomo, diviso tra le appetizioni della carne e le aspirazioni dello Spirito, è stata risolta da Dio, inviando tra gli uomini, il suo Figlio, Gesù Cristo. Egli, vivendo nello stato carnale di affinità ontologica con i figli di Adamo, condannò il peccato nella carne, facendo trionfare la componente dello Spirito. “I pensieri e le aspirazioni della carne sono la morte, mentre i pensieri e le aspirazioni dello Spirito sono vita e pace. Quelli che vivono secondo la carne non piacciono a Dio perché non si sottomettono a Lui. Voi (Romani), invece, non siete in relazione con la carne, ma con lo Spirito, dal momento che lo Spirito di Dio abita in voi. Chi non ha lo Spirito di Cristo, non appartiene a Lui. Se Cristo è in relazione con voi, il corpo è morto a causa del peccato, ma lo Spirito è vita in vista della giustificazione. Se lo Spirito di Colui che resuscitò Gesù dai morti abita in voi, come resuscitò Gesù, egli darà vita anche ai vostri corpi mortali per vivere secondo lo Spirito. Se vivrete secondo la carne, morrete. Se, invece, secondo lo Spirito, uccidendo le azioni del corpo, vivrete. Infatti, riceveste lo spirito di adozione a figli, in unione col quale gridiamo: Abbà, Padre! Lo Spirito stesso attesta al nostro spirito che siamo figli di Dio.

 Se figli, anche eredi, eredi di Dio, coeredi di Cristo; dal momento che soffriamo insieme a lui, è perché possiamo essere glorificati insieme a lui” (Rom, 8, 6-17).

Lo stato di sofferenza del tempo presente non ha, non può avere, nessun rapporto con lo stato che comporterà la gloria futura. “Le cose create subiscono l’insulsaggine peccatrice, non di loro volontà, ma in forza di colui che ve le ha sottoposte, in attesa della loro liberazione dalla schiavitù della corruzione …  

Sappiamo, infatti, che tutte le cose create gemono insieme e soffrono insieme le doglie del parto fino al momento presente. Non solo queste, ma anche noi, che abbiamo il dono dello Spirito, gemiamo in noi stessi in attesa dell’adozione a figli, del riscatto del nostro corpo. Lo Spirito ci soccorre, viene in nostro aiuto con preghiere e gemiti inespressi. Dio, che scruta i cuori, conosce i pensieri segreti di ognuno di noi e le aspirazioni dello Spirito che intercede per i santi secondo Dio. Sappiamo, poi, che per coloro che amano Dio tutto confluisce al bene perché, secondo il piano di Dio, si trovano ad essere chiamati. E noi stessi, che ascoltiamo la voce dello Spirito, sappiamo che quelli che amano Dio saranno anche i chiamati da Lui.

I chiamati saranno i predeterminati ad essere conformi all’immagine di suo Figlio e gli stessi saranno giustificati e glorificati. Se siamo stati salvati, allora Dio è con noi e nessuno potrà essere contro di noi.

Se per la nostra salvezza Dio ha sacrificato il suo Figlio Unigenito, che cosa potrà negarci? Chi sarà l’accusatore contro gli eletti di Dio? Se Cristo è morto, resuscitato e siede alla destra del Padre e intercede in nostro favore, chi ci separerà dall’amore che Cristo ha per noi?” (Rom, 8, 20-35).

 A questo riguardo Paolo pone tutta una serie di interrogazioni retoriche, le cui risposte sono già date per scontate in partenza. Alla fine, afferma che nessuna forza mai potrà separarci dall’amore che Dio ha per noi in Gesù Cristo.

Capitolo Nono

L’incredulità dei Giudei

Nel capitolo nono Paolo pone al centro del discorso la situazione degli Ebrei, suoi fratelli di sangue e di dottrina, divisi tra credenti e non credenti. “Essi sono Israeliti, di loro è l’adozione a figli, la gloria, le alleanze, a loro è stata data la legge, il culto, le promesse, i Patriarchi; da loro proviene Cristo nella sua natura umana; ma non tutti gli Israeliti sono Israele (nel senso che, tra di loro, non tutti sono credenti).

Qui interviene il disegno imperscrutabile del Creatore, che decide le sorti delle creature. Infatti, tra i due figli di Abramo, solo Isacco fu l’erede; e anche tra i due figli di Isacco, Giacobbe fu il prediletto, non Esaù, per quanto questi fosse il maggiore di età. E’ Dio, è soltanto lui, che decide sulla sorte dei suoi figli, senza lasciarsi influenzare da alcun elemento di giudizio umano. L’azione trascendente di Dio è incomprensibile alla creatura. L’uomo non ha il potere di mettersi in contradditorio con Lui.

A questo riguardo porta alcuni esempi tratti dalle normali esperienze dell’attività umana. In particolare, cita il caso del vasaio che, da una stessa massa argillosa, plasma due vasi uguali, di cui, uno destinato ad uso onorifico, l’altro destinato ad un uso banale. Anche Dio, nella sua grande longanimità, può trasformare vasi d’ira preparati per la perdizione, in vasi di misericordia per far conoscere la ricchezza della sua gloria; e qui il discorso è rivolto a tutti, non solo al popolo giudaico, ma viene esteso anche ai pagani. Per sottolineare la coerenza di Dio con le norme del Vecchio Testamento, l’Apostolo cita una serie di esempi tratti dalle Sacre Scritture, soprattutto dai testi dei profeti Osea e Isaia. Se, per le promesse fatte ai padri, il popolo d’Israele dovesse accampare diritti di primazia sugli altri popoli, quali ragioni di merito vanterebbe davanti a Dio?

Di che cosa potrebbe lamentarsi? Che i pagani, che non perseguivano la giustificazione, si sono impadroniti della giustificazione che deriva dalla fede?

Che Israele, pur conoscendo la legge che non sempre osservava, è stata retrocessa rispetto ai pagani? Purtroppo, questa legge conosciuta nella forma ma disattesa nella sostanza, non poteva mai dare, da sola, la giustificazione. Se si vuole trarre un concetto chiaro da un periodo involuto e poco chiaro, il ragionamento dell’Apostolo è il seguente: i pagani, che non cercavano la giustificazione, l’hanno ottenuta per un dono gratuito di Dio, il quale richiede soltanto una risposta affermativa alla domanda di fede.

Israele, invece, ha cercato la giustificazione attraverso la legge e ha sbagliato, perché la giustificazione non proviene dalla legge o dalle opere della legge, ma dalla fede in Dio, annunciata e testimoniata dal suo Figlio, Gesù Cristo. Perciò non poteva realizzare, né l’osservanza della legge, né la giustificazione. Quando venne Cristo e mostrò loro che la via che seguivano era sbagliata, non lo ascoltarono e non lo seguirono.

Ed ecco allora avverarsi la profezia del profeta Isaia quando dichiarò: Ecco, pongo in Sion una pietra di inciampo e di scandalo, chi crederà in essa non sarà svergognato.

Capitolo Decimo

Israele non ha raggiunto la giustificazione di Cristo

Nell’esordio del capitolo decimo, Paolo cambia di tono e assume un atteggiamento più conciliante di quello precedente. Dichiara di pregare Dio, affinché i suoi fratelli, Ebrei, si convertano per il loro bene e per la loro salvezza. A loro merito bisogna ricordare che essi hanno sempre avuto zelo per Dio e che, nella storia umana, Israele era sempre stato il popolo prediletto da Dio, ma non ha realizzato una conoscenza approfondita e adeguata alla fede. Gli Israeliti si sono intestarditi nella giustizia fatta da se stessi, per cui non hanno riconosciuto la giustizia di Dio. Invece l’obiettivo più alto della legge è Cristo, cui bisogna attingere la linfa vitale della grazia per ottenere la giustificazione. L’Apostolo, nel tentativo di spiegare il rapporto tra giustificazione e salvezza, fa tutto un discorso prolisso, contorto e intricato, con diverse citazioni prese dalle Scritture, il cui senso appare, più o meno, il seguente: Cristo è il punto di arrivo del progetto salvifico di Dio. Per ottenere la salvezza, l’uomo deve dare il suo assenso, profondo, sincero e convinto alla promessa di Cristo risorto e deve testimoniarlo esteriormente nel vissuto quotidiano nell’ambito della comunità cristiana in cui vive, professando la fede e invocando Cristo nella preghiera. Gli Ebrei non hanno scusanti. Non possono dire di non aver udito l’annuncio o di non aver capito il messaggio, quando tutti avevano udito e capito l’annuncio, ma loro non erano disponibili ad accogliere il messaggio.

Capitolo Undicesimo

Dio non ha respinto il suo popolo

Nell’esordio di questa sezione, Paolo si pone una domanda cruciale: Dio ha forse ripudiato il suo popolo?

 Risposta: non si può dire che Dio abbia ripudiato il suo popolo. Al riguardo egli cita il suo caso personale: “Io stesso sono un Israelita, discendente di Abramo, appartenente alla tribù di Beniamino e cristiano” (Rom, 11,1). Poi, com’è sua frequente abitudine, introduce una serie di sentenze, collezionate dalle Sacre Scritture, in particolare riporta l’osservazione del profeta Elia che denunciava le malefatte degli Israeliti: Signore, demolirono gli altari, uccisero i profetti, dei quali sono rimasto solo io che pure cercano di uccidermi. Ma Dio gli rispose: Riservai per me settemila uomini che non piegarono i ginocchi davanti a Baal.

Intanto è rimasta “una quota residuale di benevolenza gratuita. Israele non ha ottenuto quello che cercava, l’hanno ottenuto invece gli eletti. Gli altri sino stati induriti e, come dice la Scrittura, Dio ha dato loro uno spirito di torpore: occhi per non vedere, orecchi per non sentire; e Davide aggiunge: Diventi la loro mensa un laccio, un tranello; siano oscurati gli occhi così da non vedere, e fa loro curvare la schiena per sempre.

Ma se gli Ebrei sono caduti per la loro incredulità e la salvezza è pervenuta ai Gentili, il segreto è nel disegno imperscrutabile di Dio che allontana gli uni e chiama gli altri. D’altronde, questo fatto può essere un motivo di bene per entrambi, per la salvezza degli uni, affinché siano di esempio emulativo agli altri nella fede.  Poi, rivolgendosi ai suoi fedeli, scrive: “A voi dico che io, in qualità di Apostolo dei Gentili, onoro il mio ministero, nella speranza di poter provocare l’emulazione dei miei fratelli nel sangue per salvare almeno alcuni di loro.Se la loro ripulsa, per mancanza di fede, fosse motivo di riconciliazione per il mondo, che cosa potrà mai essere la loro riammissione, se non una risurrezione? Se la radice è sana, lo sono anche i rami.

Se sei un olivo inselvatichito e alcuni rami sono stati tagliati per essere innestati a olivo, i nuovi virgulti prosperano attingendo la linfa dalla radice dell’olivo; ma di questo non vantarti pagano) a scapito dei rami poiché, non sei tu a sostenere la radice, ma è la radice a sostenere te. Questo per ricordare che il popolo di Dio, depositario delle promesse, sono gli Ebrei; essi costituiscono l’ambiente naturale in cui le stesse promesse divine si verificano; mentre i pagani sono da considerarsi un corpo estraneo. Soltanto per cause contingenti, l’infedeltà d’Israele e il disegno imperscrutabile di Dio, hanno consentito che i pagani sostituissero gli Ebrei, come nuovo popolo di Dio.

 Ad ogni modo, il popolo d’Israele rimane sempre l’ambiente storico naturale, in cui Dio ha fatto le promesse ai Patriarchi e ai Profeti ed è il luogo in cui le promesse divine si sono verificate. D’altra parte, essi non resteranno sempre nell’incredulità, ma prima o poi, si convertiranno. Anche voi Gentili, da pagani che eravate come olivastri selvatici, siete stati innestati in rami d’olivo e portate buoni frutti; a maggior ragione porteranno buoni frutti i rami di olivo innestati nuovamente in un tronco della stessa natura di olivo. D’altronde gli Israeliti non resteranno sempre nell’incredulità, ma prima o poi si convertiranno; prima o poi saranno innestati nuovamente a olivo da produzione (Rom 11, 17- 24).

Il compimento del piano salvifico di Dio

A conclusione del capitolo, Paolo rivolge ancora una raccomandazione ai destinatari della Lettera: “Voi, fratelli, non voglio che ignoriate il pano salvifico di Dio e diventiate superbi di voi stessi. L’incredulità di una parte d’Israele è avvenuta e perdura finché tutti i Gentili non siano entrati nel regno della salvezza. Quando questo avverrà, allora Israele sarà salvato, come sta scritto nelle profezie: Da Sion uscirà il liberatore/ egli toglierà le empietà da Giacobbe. Sarà questa la mia alleanza con loro/ quando distruggerò i loro peccati.

Quanto al vangelo, essi sono nemici per il vostro vantaggio; ma quanto ad elezione, essi sono amati a causa dei padri perché i doni e la chiamata di Dio sono irrevocabili. Come voi un tempo siete stati disobbedienti a Dio e ora avete avuto misericordia per la loro disobbedienza, così anch’essi ora sono diventati disobbedienti in vista della misericordia usata verso di voi, perché anch’essi ottengano misericordia” (Rom, 11, 25-32).

La sintesi di un discorso prolisso appare la seguente: quando ci sarà la resurrezione finale e sarà completato il disegno salvifico di Dio, la riammissione degli Ebrei sarà un evento importante nel quadro generale della salvezza escatologica dell’intera umanità.

Poi l’esclamazione estatica dell’Apostolo:” O profondità della ricchezza, della sapienza e della conoscenza di Dio! Quanto sono impenetrabili i suoi giudizi e inaccessibili le sue vie! …

Poiché da lui, grazie a lui e per lui, sono tutte le cose. A lui gloria nei secoli. Amen.

Parte parenetica

Capitolo Dodicesimo

I fondamenti della moralità cristiana

Gli ultimi cinque capitoli dell’epistola costituiscono la parte parenetica, cioè esortativa. L’Apostolo invita i cristiani a condurre un modello di vita coerente con i precetti del Vangelo in cui credono. Infatti, nel capitolo dodicesimo, egli esordisce dichiarando: “In nome della misericordia di Dio, vi esorto fratelli a offrire i vostri corpi come un dono sacrificale vivente, santo e gradito a Dio. Non uniformatevi ai canoni di vita di questo mondo, ma promuovete una continua trasformazione spirituale della vostra coscienza, affinché possiate comprendere che cosa Dio vuole da voi, che cos’è buono, che cos’è particolarmente gradito a Lui perché perfetto. Per la grazia che mi concede la mia missione, io dico a ciascuno di voi che non dovete avere pretese e aspirazioni superiori a voi stessi e alle vostre possibilità. Bisogna avere aspirazioni e pensieri saggi, a seconda delle capacità che Dio ha assegnato a ciascuno. Come nel corpo umano abbiamo diverse membra e ciascuna di esse svolge funzioni specifiche diverse, ma in collaborazione reciproca con le altre parti del corpo per la salute e il buon funzionamento dell’intero organismo, così siamo noi cristiani: una pluralità d’individui riuniti in un corpo solo, il Corpo Mistico di Cristo, differenziato in diverse membra, con funzioni reciproche solidali. Ciascuno è portatore di doni diversi, datigli dalla benevolenza del Creatore, che deve utilizzare a beneficio degli altri, dell’intera collettività. Ciascuno offra il dono del suo carisma con semplicità, sollecitudine e con la gioia nel cuore di poter servire gli altri. Aborrite il male, aderite con tutte le forze al bene. Amatevi vicendevolmente nella stima e nell’onore; siate solleciti, non pigri; ferventi nelle azioni dello Spirito, servite il Signore con la gioia della speranza, siate assidui nella preghiera, individuale e liturgica. Soccorrete alle necessità dei santi, praticate l’ospitalità. Contro chi vi perseguita, invocate, non maledizioni, ma benedizioni; gioite con chi gioisce, piangete con chi piange; tra di voi abbiate abitudini e sollecitudini vicendevoli; non abbiate aspirazioni di grandezza, ma lasciatevi attrarre dalle cose umili; non ricambiate il male col male, ma studiatevi di compiere sempre  il bene davanti a tutti; non vendicatevi per i torti subiti, ma cedete il posto all’ira divina. La vendetta spetta a Dio, non agli uomini. Anzi, se il tuo nemico ha fame, tu dà-gli cibo; se ha sete, dà-gli da bere” (Rom, 12, 1-21). In poche parole, il cristiano non deve combattere il male sullo stesso piano del male, ma, al contrario, deve combatterlo con il bene e vincerlo mediante le buone azioni.

Capitolo Tredicesimo

I rapporti dei cristiani con le autorità civili

Quanto ai rapporti con le autorità civili, Paola raccomanda i cristiani di avere il massimo rispetto delle autorità costituite, preposte a garantire l’ordine e la sicurezza dei cittadini nella pacifica convivenza dei popoli. Le autorità legittime sono state preposte agli ordini di comando per garantire questa finalità; perciò, il loro potere promana da Dio stesso, che vuole l’ordine e la pace dei cittadini. Non solo, ma i cittadini devono anche pagare i tributi e le imposte dovuti per il buon funzionamento della società civile organizzata.

Ai destinatari della sua missiva, Paolo raccomanda: “Amatevi gli uni gli altri. Chi ama l’altro, ha portato a compimento l’intera legge. Infatti, tutta la legge, antica e nuova, non commettere adulterio, non uccidere, non rubare, non abbandonarti all’impulso passionale e qualunque altro comandamento, è sintetizzato nell’espressione: amerai il tuo prossimo come te stesso. E’ questa la risposta che Gesù diede ai farisei che lo interrogavano su quale fosse il comandamento più grande, poi riportata nel Vangelo di Matteo: Amerai il prossimo tuo come te stesso (Mt, 22,40). L’amore non procura del male al prossimo; quindi, l’amore rappresenta la pienezza della legge” (Rom, 13, 8-10).

Siccome si avvicina il tempo della salvezza finale (la parusia), l’Apostolo sollecita i cristiani a deporre le opere delle tenebre (le azioni cattive) e a rivestirsi delle opere della luce (le opere buone). “Comportiamoci con la dignità, come fa chi agisce alla luce del giorno, consiglia l’Apostolo: non gozzoviglie o orge, non lussurie o impudicizie, non litigi o gelosie, ma rivestitevi del Signore Gesù Cristo, non obbedite agli impulsi sfrenati della carne, seguendo i suoi appetiti istintuali” (Rom, 13, 13-14).

Capitolo Quattordicesimo

Il caso di coscienza dei deboli e dei forti

Tutto il capitolo quattordicesimo tratta il problema di coscienza dei rapporti tra deboli e forti. Paolo allude alle differenze di comportamento, che esistono tra i membri delle stesse comunità cristiane, compresa quella di Roma. Alcuni individui sono forti nella fede e, di conseguenza, anche nelle altre prove della vita; altri appaiono deboli e abbisognano di essere sostenuti; perciò, raccomanda la solidarietà dei primi nei confronti dei secondi, quando questi vacillano per la debolezza del loro carattere. Al riguardo scrive: “Nessuno di noi vive per se stesso, né muore per se stesso. Se viviamo, viviamo per il Signore, se moriamo, moriamo per il Signore: quindi sia che viviamo, sia che moriamo, siamo sempre del Signore; per questo scopo, infatti, visse e morì Gesù Cristo per esercitare il dominio sui morti e sui vivi; ma tu perché condanni il fratello? O perché lo disprezzi? Tutti, infatti, un giorno ci presenteremo davanti al tribunale di Dio. (Rom, 14, 7-10).

Siccome ciascuno di noi dovrà rendere conto di se stesso a Dio, sarebbe meglio se la smettessimo di giudicarci a vicenda. Perciò, è cosa disdicevole che il fratello disprezzi il fratello, che all’interno della comunità alligni la critica, la maldicenza e il disprezzo degli altri. Non è cosa degna dei cristiani. Sarebbe meglio costruire opere di pace e di edificazione reciproca. Non è cosa importante il cibo che mangi o non mangi o l’astinenza dalle carni e dal vino, che tu osservi; l’importante è che tutte le cose che fai, siano approvate dalla tua coscienza come cose non contrarie alla fede che professi e che le stesse cose, che mangi e che bevi, non siano motivo di scandalo per i tuoi fratelli più deboli. Se così fosse, astieniti da quel cibo e da quella bevanda per un dovere di carità verso il tuo prossimo. “Il regno di Dio, infatti, non è questione di cibo o di bevanda, ma di giustizia, di pace e di gioia nello Spirito Santo; dedichiamoci quindi alle opere di pace e di edificazione vicendevole (Rom, 14, 17-19).

Capitolo Quindicesimo

Il comportamento pratico dei cristiani deve essere modellato sull’esempio di Cristo

Nel capitolo quindicesimo l’Apostolo, come fa in altre parti del suo epistolario, riprende il tema già trattato nel capitolo precedente: le relazioni umane all’interno della comunità tra deboli e forti. Tra questi ultimi, Paolo, consapevole della sua missione apostolica, ci si mette lui stesso, sostenendo: “Noi, che siamo forti, dobbiamo portare la fragilità dei deboli; e non per piacere a noi stessi, ma per piacere al prossimo che potrà ricevere il bene che gli portiamo in vista della sua edificazione. Anche Cristo non piacque a se stesso, ma accettò le offese ricevute, come sta scritto nella Scrittura: ricadono su di me gli oltraggi di chi t’insulta (Sl 69,10). Tutto quello che è stato scritto prima di noi, è stato scritto per la nostra istruzione perché, in virtù della perseveranza e della consolazione che ci vengono dalle Scritture, teniamo viva la speranza. Per mezzo della costanza e della consolazione che ci vengono dalla Scrittura, noi abbiamo la speranza… Voi, fratelli, regolate le vostre relazioni reciproche, secondo il modello di comportamento offerto da Gesù Cristo. Accoglietevi, accettandovi a vicenda e imparate a diventare l’uno servitore dell’altro…”. Dopo aver citato alcuni passi delle Sacre Scritture, egli conclude il discorso, sul comportamento dei cristiani, con una preghiera e un augurio:

“Il Dio della speranza vi ricolmi di ogni gioia e pace nel credere in Lui, in modo che sovrabbondi in voi la forza della speranza, che vi darà lo Spirito Santo” (Rom 15, 1-13).

Paolo espone ai Romani i suoi progetti futuri

In questo paragrafo, Paolo esprime la fiducia che la comunità cristiana di Roma sia abbastanza matura nella fede e autosufficiente nell’organizzazione interna, in modo per sapersi gestire da sola nelle pratiche del culto e nei rapporti sociali. Tuttavia, dichiara di aver scritto la Lettera con una certa audacia per due motivi: primo, per ricordare loro i doveri dei cristiani, che essi già conoscono; secondo, per la responsabilità che gli stata affidata di evangelizzare i pagani. Questo è il suo merito e il suo vanto. “Non avrei osato parlare di questo, dice l’Apostolo, se Cristo non avesse operato in me con parole e opere, con segni e prodigi e con la potenza dello Spirito per condurre i pagani alla fede”. E continua “In forza di questa missione, partendo da Gerusalemme e muovendomi a largo raggio fino all’Illiria, ho portato a termine l’annuncio del Vangelo di Cristo. Posso attribuirmi, come punto di merito, di aver annunciato il Vangelo là dove ancora non era giunto il nome di Cristo e di aver provveduto a fondare quelle comunità che non erano state   fondate da altri. Questi impegni mi hanno impedito di venire tra voi prima di adesso” (Rom 15, 17-22).

Ora però, compiuta la sua missione in Oriente (in Grecia, Macedonia e Asia Minore), l’Apostolo pensa di recarsi in Occidente, precisamente, in Spagna. Durante il viaggio conta di poter fare una sosta tra i fedeli della comunità di Roma, onde godere della loro amicizia e, forse, anche nella speranza di avere qualche aiuto materiale, come allora si usava fare verso i missionari.

Ma prima deve tornare a Gerusalemme per portare ai poveri santi di quella città le offerte materiali che i volontari cristiani della Macedonia e dell’Acaia (Grecia) hanno fatto attraverso una coletta spontanea. D’altronde, se i Gentili hanno ricevuto dai missionari i doni spirituali della fede, in qualche modo, essi dovrebbero ricambiare il beneficio ricevuto con beni materiali, necessari a soddisfare i bisogni degli stessi missionari e dei poveri di altre parti.

Dopo aver compiuto gli adempimenti del suo programma, l’Apostolo ha deciso di andare in Spagna e, durante il viaggio, pensa di fermarsi a Roma per visitare la comunità cristiana, destinataria della sua attuale missiva. A conclusione del capitolo egli rivolge ai Romani la seguente allocuzione:

“Vi esorto, fratelli, in grazia di Gesù Cristo, nostro Signore e in grazia dello Spirito Santo, che ha effuso il suo amore fra di noi, di pregare e lottare insieme a me contro le accuse che mi rivolgono i Giudei miscredenti e affinché le offerte che porto in dono siano gradite ai poveri santi di Gerusalemme. La soddisfazione derivante dalla consapevolezza della missione compiuta, venendo da voi, mi consentirà di riposarmi e di rinfrancare con voi il mio spirito, affaticato ma contento. Che la pace di Dio sia con tutti voi. Amen”. Con questo saluto e con questo auspicio l’Apostolo delle Genti conclude la sua Lettera ai cristiani della comunità di Roma.

Capitolo Sedicesimo

I saluti e le raccomandazioni finali.

Il capitolo sedicesimo, che costituisce una specie di appendice del documento, contiene i saluti e le raccomandazioni finali che l’Apostolo rivolge ai destinatari della sua missiva. Paolo manda i saluti e le sue premurose raccomandazioni per tutti quelli che erano stati suoi collaboratori e amici nelle sue   precedenti missioni. La prima, della lunga lista dei raccomandati, è la diaconessa Febe, per la quale   chiede adeguata accoglienza e assistenza in quanto, in precedenza, la stessa aveva aiutato e assistito, anche materialmente, molti cristiani, compreso lo stesso Paolo. Saluti ai due coniugi, Prisca e Aquila che, per salvare lui e gli altri cristiani dal tumulto di Efeso, avevano rischiato la loro vita. (Probabilmente il tumulto, cui allude l’Apostolo, era quello scatenato dall’argentiere Demetrio proprio contro Paolo, che aveva osato screditare la dea Artemide e gli altri dei pagani, evento, per altro, narrato negli Atti degli Apostoli). Per questo loro gesto di generosità, non è soltanto lui a ringraziarli, ma tutte le chiese cristiane dei Gentili convertiti. I saluti per Epeneto, primizia dei frutti cristiani in Asia. Seguono i nomi di Maria, Andronico e Giunia, che l’Apostolo definisce “della mia stessa stirpe”, evidentemente Giudei come lui. Segue una lista di oltre una dozzina di nomi di collaboratori, amici e santi nella fede, attivi seguaci delle comunità cristiane già esistenti in Oriente. Poi l’esortazione dell’Apostolo ai destinatari della missiva:

“Vi esorto, fratelli, a guardarvi da coloro che suscitano faziose divisioni e intralci contro la dottrina che voi avete imparato: evitate costoro! Gente come questa non serve a Cristo, nostro Signore, ma alla loro stessa cupidigia personale, perché, con false promesse e discorsi adulatori, inganno l’animo dei semplici. La vostra obbedienza è notoria a tutti. Gioisco per voi, ma voglio che siate saggi per il bene e immuni dal male. La benevolenza del Signore nostro Gesù sia con tutti voi” (Rom, 16, 17-20).

Seguono i saluti di Timoteo e di altri stretti collaboratori dell’Apostolo, tra i quali uno che scrive: “Vi saluto in unione col Signore io, Terzo, che ho scritto la Lettera”. Evidentemente si tratta dell’amanuense che ha scritto la Lettera sotto dettatura dell’Apostolo. Egli ha ritenuto opportuno mandare, di proprio pugno, il suo saluto ai posteri a sua imperitura memoria.

Nota, fuori testo, del commentatore

Secondo la concezione del Vecchio Testamento, l’uomo giusto è colui che è timorato di Dio, è intimamente religioso e scrupoloso osservante della legge divina.

Applicando questo concetto al Nuovo Testamento, Paolo parte da una premessa: non tutti gli uomini sono a conoscenza della legge; e tra quelli che la conoscono (i Giudei), non tutti la osservano scrupolosamente. Quelli che conoscono la legge e non la rispettano, peccano più gravemente di quelli che non la conoscono. Pertanto, abbandonato a se stesso, l’uomo non riesce a conformare la sua condotta di vita alla norma voluta da Dio, a causa della debolezza della natura umana. Questa debolezza congenita dell’umana natura deriva dal peccato originale, che ha trasmesso, all’intera specie umana, la colpevole l’affinità ontologica dell’eredità di Adamo. Al peccato originale, inoltre, si aggiungono i peccati personali, che inevitabilmente seguiranno. Pertanto, lasciato a se stesso, l’uomo si trova in una condizione di peccato e di desolazione spirituale tale che lo porta inevitabilmente a uno stato di morte eterna.

Davanti a questa sua triste situazione, di sofferenza e di condanna spirituale senz’appello, per fortuna, abbiamo l’intervento salvifico di Dio. E’ un intervento gratuito, determinato dalla benevolenza divina, che si realizza soltanto attraverso Gesù Cristo. Confidando in Lui e aderendo con fede sincera al suo messaggio di salvezza, l’uomo ottiene da Dio la giustificazione che lo salva dai suoi peccati. Praticamente lo sottrae all’affinità ontologica di Adamo e lo promuove all’affinità ontologica di Cristo. Con la giustificazione, che gli conferisce la fede, ottiene una nuova vita nello Spirito, che gli offrirà le risorse morali e spirituali necessarie per seguire un altro cammino e osservare una nuova norma, indicati, appunto, dalla legge dello Spirito. Questa riverserà in lui l’abbondanza dei doni messianici e la giustificazione che riceverà, innesterà in lui un percorso pedagogico virtuoso nella strada della salvezza, fino a portarlo alla perfezione di vita che, a sua volta, lo condurrà all’escatologia finale.

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