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Scritto Da Felice Moro il giorno 08 gen 2009

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L’articolo è incentrato sulla storia, struttura e funzioni della Comunicazione. La comunicazione è una relazione che si stabilisce tra due o più … (Clicca sul titolo per continuare a leggere l’articolo)

 

Note critiche su Gustave Flauber

Posted By Felice Moro on giugno 24th, 2011

Gustave Flaubert è nato a Rouen nel 1821 ed ivi è morto nel 1880, all’età ancor giovane di 59 anni. Poche e semplici sono le vicende esteriori che contribuiscono a comporre la sua scheda biografica. Egli compie gli studi inferiori nella sua città natale, poi si trasferisce a Parigi, dove s’iscrive all’Università e, per alcuni anni, frequenta il Corso di Diritto per il conseguimento della laurea in Giurisprudenza. Ad un certo punto abbandona gli studi, rientra a Rouen e si ritira a Croisset dove trascorre la maggior parte della sua esistenza. Da giovane fa esperienze giornalistiche e compie diversi viaggi all’estero: in Italia, in Oriente, nel Nord Africa. Di tanto in tanto spezza la monotonia della vita provinciale del borgo con lunghi e piacevoli soggiorni trascorsi a Parigi.

Flubert è un giornalista e un letterato che dedica la maggior parte della sua esistenza allo studio e alla riflessione critica sulla letteratura, trascorrendo il tempo  tra i libri,  gli amici e gli impegni scritturali. I suoi amici più cari erano George Sand e Guy de Maupassant, suo zio e maestro.

Ha una lunga storia sentimentale con Louise Colet, alla quale sono indirizzate alcune delle lettere più belle della sua raccolta epistolare Correspondence, che costituisce il documento autentico più importante per conoscere la sua biografia spirituale e il suo graduale processo di maturazione  artistica.

Oltre il romanzo principale, cui è legata la fama dell’autore, egli ha scritto altre opere, delle quali, a titolo esemplificativo, si ricordano: Salammbò, in cui egli parla della caotica vita della città di Cartagine ai tempi delle guerre puniche; l’Education Sentimentale, in cui l’autore ritrae la vita di un giovane di provincia, un certo Frédéric Moreau che, verso la metà del secolo XVIII, va a vivere a Parigi per motivi di studio nutrendo in se stesso grandi ambizioni di successo. Ma è un personaggio superficiale e inconcludente che si lascia condurre dagli eventi occasionali, per cui, sognando la felicità, si abbandona ai piaceri e alle mollezze delle avventure amorose.

I critici hanno messo in evidenza il fatto che, nell’intreccio della trama dell’opera, si intravvedono avvenimenti e situazioni che hanno chiari riferimenti autobiografici alle relazioni sentimentali dell’autore. Infatti in quel contesto letterario ricompare, sotto mutata specie, la vicenda amorosa che il giovanissimo Flaubert aveva intrecciato con una donna di Trouville. A suo tempo questa relazione era stata vissuta in modo sincero e intenso, ma, purtroppo, non si sa per quale motivo, fu interrotta anzitempo e questo spiacevole fatto creò in lui un trauma psicologico profondo che gli lasciò  un segno indelebile per tutta la vita. Egli riferisce di aver incontrato più tardi a Parigi la donna che era stata la protagonista del suo grande sogno d’amore e di aver provato una grande emozione nostalgica per quell’amore che, in fondo, aveva rappresentato per lui  il segno della felicità negatagli dagli eventi della vita. Altre opere di rilievo sono la Tentation de Sant’Antoine e le Trois Contes. Le prime due sono state scritte e pubblicate prima di Madame Bovary, mentre le ultime due sono successive.

Inoltre, già dall’inizio della sua carriera e anche in seguito, Flaubert aveva scritto diverse altre opere minori; ma esse rappresentano esperienze immature o lavori poco significativi di un tirocinante nelle arti letterarie, per cui non raggiungono mai i livelli di compiutezza di frutti artistici maturi o di esperienze ben riuscite. Per questo motivo egli  si guarda bene dal pubblicarle. Infatti esse sono state pubblicate da altri dopo la sua morte e perciò sono apparse postume. Tuttavia anche questi saggi di esperienze scritturali fatte all’insegna di prova ed errore hanno la loro importanza perché rivelano il diuturno lavorio intellettuale sostenuto dallo scrittore per raggiungere l’alto livello di competenza artistica.

Comunque Il capolavoro, cui è legata la sua fama di scrittore, è il romanzo Madame Bovary, alla cui composizione ha lavorato intensamente per oltre quattro anni tra il 1849 e il 1853. Inizialmente il romanzo era stato pubblicato a puntate nella rivista letteraria Revue de Paris.

Secondo C. Pellegrino, Flaubert nutre un alto ideale  dell’arte dello scrivere e osserva una severa disciplina nella prosa. Egli proviene dalle file del Romanticismo, nella cui scuola aveva compiuto il suo primo tirocinio letterario e ad essa rimane in qualche modo legato anche dopo il suo distacco. A un certo punto però si allontana dai modelli estetici della prosa romantica per elaborare una nuova concezione dell’arte ispirata ai fenomeni naturali e alle caratteristiche esistenziali diffuse tra la borghesia francese degli ultimi decenni del secolo XIX.

L’arte per Flaubert non dev’essere mai un oggetto di effusione sentimentale, ma la creazione di un mondo di ordine superiore plasmato di forme, immagini, linguaggi, colori e profumi, in cui egli stesso tende a rifugiarsi per condurre una forma di esistenza ideale in qualche modo distaccata dal resto del mondo. E non tanto per sottrarsi alle comuni norme della convivenza civile della società organizzata o per confortarsi dalle delusioni della vita, ma per dedicarsi a plasmare nuove forme artistiche ed esprimere, con le nuove figure narrative, adeguate rappresentazioni simboliche che rispecchino il mondo della natura e le condizioni esistenziali della società contemporanea.

E’ consapevole del fatto che egli non é portato a svolgere attività di tipo pratico-concreto, per cui rifugge dalla dimensione pragmatica ed esperienziale dell’esistenza  e si rifugia in questo suo mondo di verità e di bellezza ideali in cui non arrivano, o giungono attutiti, i riflessi delle passioni e delle storture umane. In passato queste le aveva sentite forti anche lui, vissute intensamente, sperimentate in vari modi e comunque superate sottoponendole al dominio della sua forte volontà. Semmai queste esperienze di attenta osservazione delle cose e di contenimento delle emozioni gli erano servite per indagare a fondo sulle pieghe più recondite dell’animo, dove sovente si annidano sentimenti ambivalenti di gioia e di dolore e paradossali contraddizioni dell’uomo. Ma i moti emozionali del subconscio  non devono mai arrivare a turbare l’equilibrio emotivo dello scrittore, ad influire sulle sue idee, ad alterare l’armonia delle forme o ad offuscare la bellezza dell’opera d’arte, esigenze alle quali egli consacra tutta la sua vita. Infatti egli, come fa la talpa quando costruisce la sua tana, scava sempre di più nella profondità del suo essere per tirar fuori il magma incandescente delle sue elaborazioni creative; poi compie un intenso lavorio di meditazione, di selezione delle idee e di rielaborazione delle forme artistiche originali. Così che, dopo aver sottoposto all’impietoso vaglio della ragione il ricco patrimonio delle sue idee, egli plasmava le sue nuove creature. Nei primi decenni della seconda metà dell’Ottocento egli, insieme all’amico Bodelaire, hanno dato i frutti migliori alla letteratura francese.

Flaubert vede chiaro il rapporto esistente tra la materia e la forma. Per lui lo scopo supremo dell’arte dovrebbe essere, non è tanto quello della sua utilità, della sua verità o della sua capacità di orientare la morale, ma quello di esprimere la bellezza delle forme che devono essere tirate fuori dalla materia informe. Si tratta di un ideale estetico sublime che viene conseguito osservando attentamente ed interpretando fedelmente la natura. Occorre un impegno costante, un lavorio lento, attento e paziente per conseguire uno stile artistico elaborato. Solo questo stile consente di esprimere concetti di verità universali, superando gli egoismi, i sentimenti mediocri e le emozioni personali.

Quando qualcuno gli chiede quale sia il significato del suo romanzo, egli ripete in maniera sicura e disinvolta: “Madame Bovary c’est moi! Elle suffre et pleure dans vingt villages de France, à cette heure même”.

Quest‘opera ha consentito all’autore d’impossessarsi dell’arte dello scrivere e di diventare romanziere provetto, collocato all’apice della classifica degli scrittori francesi del XIX secolo.

Con la sua immedesimazione nella protagonista, egli ha voluto rappresentare gli aspetti patologici più diffusi della società del suo tempo, che, d’altronde egli stesso aveva largamente sperimentato: il conformismo, la menzogna, l’ipocrisia, la falsa coscienza borghese, l’insoddisfazione dell’esistenza e infine il desiderio di realizzare nuovi canoni artistici.

In modo particolare Flaubert ha preso in esame la mediocre condizione della classe borghese di provincia, che, paga e tronfia della sua autosufficienza materiale, non si preoccupa dell’altro, di chi gli sta accanto e soffre perché sta male. Ha rivissuto, sotto la forma della simbologia narrativa, la stessa esperienza di vita della sua Emma, ha seguito la sua figura (realmente esistita ed individuata in una certa Delphine Couturier) con meticolosa cura, ha osservato attentamente i luoghi dove si è svolta la triste esperienza mortale della sfortunata protagonista. In fondo, per fare questo, egli non ha fatto uno sforzo narrativo impossibile perché si trattava di riprendere fedelmente il piccolo mondo borghese in cui egli stesso viveva e di cui ogni giorno sperimentava i limiti fino ad esserne nauseato e di cui intendeva frantumare l’involucro protettivo dell’ipocrisia.

Note ispirate al commento critico di M. Maurice Nadeau

Concorda con la tesi suesposta anche il giudizio del critico francese, M. Nadeau, per il quale il romanzo Madame Bovary “aurait permis à Flaubert d’entrer en possession de son métier d’écrivain”. Infatti durante tutto il tempo di elaborazione del romanzo, durato oltre quattro anni, l’autore ha forgiato la sua nuova estetica, creando un taglio netto con una parte delle sue opere precedenti che, proprio per questo motivo, si guarderà bene dal pubblicare. Sarebbe stata un’operazione sconveniente che avrebbe potuto nuocere, più che giovare, alla sua immagine di scrittore maturo.

Discepolo di Balzac, con il suo capolavoro Madame Bovary, Flaubert si piazza al primo posto tra i romanzieri moderni. La critica si accorge molto più tardi del suo valore, dopo che M. Proust ha reso gli onori a un autore che in precedenza aveva conosciuto un lungo periodo di purgatorio.

I canoni della nuova estetica di Flaubert sono formulati nelle lettere che egli, durante la lunga gestazione del romanzo, aveva inviato alla sua amante Louise Colet. Sono lettere piene di sincera confessione sulle sue intenzioni di portare avanti, parallelamente alla redazione dell’opera, l’elaborazione del metodo e la verifica dell’ipotesi. Egli non scopre e non dà una ricetta già pronta per l’uso, valida per costruire un romanzo di alto livello, ma, come fa una talpa per costruire la tana, scava sempre di più nella profondità della sua coscienza fino a scoprire una realtà che fino ad allora restava nascosta. Si tratta di una realtà fatta di parole, immagini, sentimenti, idee, con cui sono state composte tonnellate di opere d’arte.

Per cimentarsi in un lungo e difficile impegno di lavoro non è necessario essere dei geni. E’ sufficiente una motivazione forte che escluda menù complementari e soddisfazioni facili, che possono essere ottenuti a basso costo, ma producono risultati di altrettanto basso profilo. La motivazione autentica suscita nel lavoro “une longue énergie qui court d’un bout à l’autre et ne faiblit pas, de même toute la voloné tendue dell’artiste doit-elle être employée à creuser (scavare) et découvrir. Cette application heroïque fait les grandes oeuvres”.

Egli interrompe la tradizione dell’artista ispirato, porta-parola di forze misteriose. “Méfions-nous de cette espece d’échauffement (diffidiamo di questo tipo di eccitamento) qu’on appelle inspiration et ou il entre plus souvant d’emotion nerveuse que de force musculaire … Non l’imagination d’ou l’on revient la mort du coeur, épuisé, n’ayant vu que du faux et débité de sottise. (Non l’immaginazione che porta la morte nel cuore spaesato, non avendo ritrovato altro che cose non vere e depositi di sciocchezze).

A Louise Colet, fonte di ribollimento dei suoi sentimenti, egli scrive: “Il faut écrire froidement”; et encore: “Ce n’est pas avec le coeur qu’on écrit, c’est avec la tête!”.

Scrivere freddamente significa scegliere i mezzi da utilizzare per avvicinarsi allo scopo. Allora si esplica una forte concentrazione sull’obiettivo su cui deve convergere. L’arte non è un monologo dell’artista; neanche un dialogo con la realtà. Essa è questa stessa realtà suscitata che prende la parola a sua volta.

Allora l’artista si libera da tutto ciò che lo faceva dipendere dalla condizione comune e conquista l’impersonalità e l’impassibilità di un dio.

L’arte possiede già di per se stessa la sua performance, la sua evidenza, la sua necessità. Contro di essa non prevalgono mai le metamorfosi che le impongono i tempi, i climi, le mode, i paesi. Essa è un’altra natura captata nelle parole, nell’armonia dei suoni. Omero, Rabelais, Michelangelo, Shakespeare, Goethe sono eterni , impeccabili e imperturbabili.

Le opere bellissime sono serene d’aspetto e incomprensibili; esse sono immobili come le falesie, oleose come l’oceano, hanno le chiome frondose esuberanti di verzura, di suoni e di canti come i boschi, sono tristi come il deserto, azzurre come il cielo. Molti autori hanno voluto influire sui contemporanei per commuoverli, per farli ridere o farli piangere. In letteratura esistono anche questi aspetti, ma essi sono dei fini secondari e del tutto conseguenti …

“Ce qui me semble, à moi, le plus haut dans l’Art ( et même le plus difficile) ce n’est de faire rire, ni de faire pleurer, ni de vous mettre en rut (fregola) ou en fourer, mais d’agir à la façon de la nature, c’est-à-dire de faire rêver”.

Per fare questo occorre aprirsi al mondo, farlo penetrare in noi o, se vogliamo, attraverso la dinamica di un movimento opposto, fratturare le apparenze al fine di lasciarsi calare dentro le cose come sono e identificarsi con esse. Qua e là emerge il concetto secondo cui si tratta di non essere più se stessi (come esseri ontologici), ma di diventare come un fluido universale che circola in tutte le cose di cui si parla.

Flaubert possiede una doppia personalità: l’una, che rivela la sua condizione di appartenenza che è quella del piccolo borghese. Ciò malgrado egli cerchi di esimersi da quello status e, per sottrarvisi, esibisca giustificazioni di ordine superiore affermando “vivre ne nous regarde pas”; l’altra, che lo mette in comunicazione con i grandi spiriti creatori, i colossi del passato, che incutono reverenza e in qualche modo spaventano.

Però, in fondo, Flaubert artista trionfa su Flaubert borghese, sopprimendo tutte le condizioni di cui si era nutrito prima. Per lui l’artista “ne doit avoir ni religion, ni patrie, ni même aucune convention sociale. Il se consacre  à mieux: “Jujer la vie, c’est-à-dire la paindre (dipingerla)”.

Quando nel 1853 fece l’ultimo soggiorno a Trouville dov’egli era andato per ritrovare i suoi fantasmi, disse “addio!” per sempre alle persone, alle cose intime e a tutto quello che c’era di relativo nel suo mondo esistenziale.

Era ormai spuntata l’alba dell’Era industriale, della verità pratica. Per mantenere il suo ruolo, la letteratura dovrà più che mai contribuire alla conoscenza dell’uomo; e dovrà farlo allo stesso modo con cui lo fanno le scienze fisiche, naturali, economiche, storiche e sociali. Nella vita di questo autore ci sono molte coincidenze di date importanti. Per esempio, quella derivante dal fatto che, quando Flaubert si accinge a scrivere il suo romanzo, Marx aveva appena pubblicato il Manifesto del Partito Comunista. Qualche anno dopo la pubblicazione del romanzo, Madame Bovary, Darwin pubblicava L’Origine della Specie. “Noi viviamo nel secolo del relativo, aveva scritto, cioè viviamo in seno al relativo in cui sono tramontati gli ideali. L’uomo è caduto dal piedistallo dov’era stato collocato dalla religione e dalla filosofia, per cui non ha più ragione di considerarsi una creatura prediletta.

La semidivinità che l’autore attribuisce all’artista non si rapporta più a quella dell’etichetta di cui in passato si fregiava il poeta romantico. Essa si accorda meglio alle nuove ambizioni del naturalista, dello storico, del biologo. Se la sua funzione è quella di creare del bello, l’artista non può più, senza far ridere di sé o suscitare i sospetti negli altri, far piovere dall’alto del suo Sinai delle verità assolute, presentarsi come un vaticinatore, un profeta, che pretende di condurre i popoli e l’umanità nei nuovi deserti dell’esistenza tra le ciminiere degli stabilimenti industriali e i grigi edifici delle nove periferie urbane.

Egli deve preoccuparsi piuttosto di delimitare il suo ambito d’azione, prendere coscienza del suo nuovo ruolo, lavorare con i mezzi che gli sono propri e contribuire all’elaborazione di un nuovo sapere, di un nuovo modo di pensare e di fare.

Quanto a Emma, la volubile, ingenua e ambiziosa protagonista del romanzo, che dire? Come giudicare la sua condotta in caduta libera su tutti i valori della fede, dell’etica, della ragione e anche del più comune buonsenso? I  contemporanei si meravigliavano del fatto che l’autore non abbia preso parte agli eventi, ma che se ne sia astenuto, secondo lui, per non far pendere il piatto della bilancia dall’una o dall’altra parte. Ha trattato i suoi personaggi, a cominciare dalla protagonista, come se fossero fenomeni naturali da osservare e da descrivere. Perciò l’opera è suscettibile di diverse chiavi di lettura e conseguentemente di diverse interpretazioni e ciò le conferisce il potere di far sognare (faire rèver).

Egli ha costruito l’opera con i mezzi della scienza: l’osservazione dei fatti, il loro assemblaggio, la concatenazione degli eventi, la descrizione scrupolosa dei vari passaggi e fasi dell’esperienza. Cosicché l’autore è giunto a quella meta che, inizialmente, gli sembrava impossibile da raggiungere: traiter l’âme humane avec l’imparcialité que l’on met dans les sciences physiques.

Per fare questo egli ha osservato alcuni principi di metodo, quali: l’imparzialità, il non intervento, l’astensione dal giudicare e trarre conclusioni. A questo riguardo egli scrive: “L’artista doit se borner (limitarsi) à répresenter la vie e la letterature se faire exposante: Ne blâmons rien, chantons tout, soyons exposants et non discutants.

E ancora Flaubert continua affermando: “Madame Bovary” est surtout une oevre de critique, ou plutôt d’anatomie par le faire et par le résultat.

Egli capisce quali critiche gli vengano rivolte dai suoi contemporanei abituati, da oltre trent’anni, ai gorgheggi dei romantici e non ancora sazi di lirismo. Infatti i giudizi che gli vengono rivolti sono impietosi: “Egli ha scritto un’opera immorale ed ha dato prova di crudeltà, ha debordato nel realismo e nel materialismo!”. Che Emma si procuri la morte da se stessa per un moralista dell’epoca del Secondo Impero è una punizione non sufficiente. Non si accetta il suicidio determinato dal complicarsi delle circostanze o, come disse Charles Bovary, per pura fatalità. Ciò perché in tali casi viene a mancare la sanzione della società.

Quale specchio inoltre, Madame Bovary, non offre all’umanità per contemplare il riflesso della propria immagine! la mediocrité en personne du mari, l’imbécillitè solennel du pharmacien Homais, l’opacité au spiritel avec l’abbé Bournisien. Les amants d’Emma ne valent pas mieux, de Rodolphe, séduter à la petite semaine, à Léon que définissent faiblesse et lâcheté. Quant  Lheureux, c’est un coquin (furfante). Voila donc, mesquin dans ses sentiments et ses pensées, borné (limitato) dans ses horizonts et rutilant de sottise satisfaite, ce qu forment la société de province!

Emma si terrebbe al di sopra delle parti per diversi motivi:  il desiderio di evasione coltivato nelle sue ingenue fantasticherie, le velleità romanzesche di una ex collegiale nutrita di cattiva letteratura, l’ambizione a condurre una vita lussuosa al di sopra delle sue possibilità, tutte cose che vanno di pari passo con i suoi sentimenti delicati. Certamente ella va ai convegni amorosi col solo scopo di commettere l’adulterio, chiaro segno di un idealismo emotivo molto povero, privo delle più elementari remore morali, etiche e valoriali. Un solo essere sfugge al giudizio di condanna generale di tutti i personaggi: un fanciullo (Justin)! Ma, per effetto di una perversa macchinazione degli dei, involontariamente e paradossalmente, è proprio lui che fornisce ad Emma il mezzo del suicidio: il veleno!

Così, in maniera sublime, Flaubert ha dipinto un inferno perfetto.


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