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Scritto Da Felice Moro il giorno 08 Gen 2009

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L’articolo è incentrato sulla storia, struttura e funzioni della Comunicazione. La comunicazione è una relazione che si stabilisce tra due o più … (Clicca sul titolo per continuare a leggere l’articolo)

 

La prima lettera di San Paolo ai Corinzi

Posted By Felice Moro on Settembre 14th, 2020

Introduzione

La Prima Lettera di San Paolo ai Corinzi è un documento di carattere pastorale, che l’Apostolo indirizza ai membri della comunità cristiana di Corinto, da lui stesso fondata in precedenza e attualmente divisa da polemiche interne. Quando ha scritto la Lettera egli si trovava a Efeso ed è stato informato che alcuni membri della comunità avevano deviato dalla giusta strada della fede in Cristo, che egli aveva indicata fin dalla fondazione e durante il tempo di consolidamento delle pratiche evangeliche. Rispondendo a certe questioni poste da alcuni membri della comunità, l’apostolo ribadisce i punti essenziali della fede cristiana, che si basa sui misteri dell’incarnazione, morte, risurrezione e apparizioni del Signore Risorto agli apostoli e anche ad altri cinquecentomila fedeli. Poi, riepiloga i capisaldi della morale cristiana, cui devono attenersi tutti i credenti nei loro comportamenti e nelle loro scelte di vita. Chi devia dall’etica ufficiale commette peccato. Egli fa una disamina dei peccati e dei vizi più comuni: liti, invidia, superbia, impudicizia, idolatria e avarizia, da evitare; nonché l’elenco e delle virtù da praticare: giustizia, solidarietà, carità e amore, che raggiunge l’apice di un inno nel capitolo tredicesimo. L’apostolo approfitta dell’occasione per trattare una grande varietà di temi e per impartire un’altrettanta grande varietà d’insegnamenti.

Tutto il documento è stato riscritto in queste pagine con un metodo narrativo più chiaro e più lineare e un linguaggio più semplice e più scorrevole del testo originale. La parte preponderante della narrazione riporta il testo autentico del documento paolino. Alcuni periodi oscuri o complessi sono stati espressi in termini semplificati sia dal punto di vista concettuale che dal punto di vista lessicale. Qua e là sono state inserite immancabili note di commento e congruenti osservazioni storiche, attinenti alle questioni del testo in esame.

Capitolo Primo

Alla comunità di Corinto, lacerata da divisioni interne

La Lettera si apre con il solito schema formale, comune anche alle altre Lettere dell’apostolo: l’indirizzo, il saluto e la preghiera di ringraziamento, in nome di Dio e di Gesù Cristo, nostro Signore, ai membri della comunità di Corinto e a tutti i fedeli che invocano il nome di Gesù.

Ai destinatari della missiva ricorda: “Voi siete stati arricchiti di ogni cosa, di ogni parola, di ogni conoscenza. La testimonianza di Cristo in voi si è stabilita così saldamente che, mentre aspettate la manifestazione del nostro Signore Gesù, nessun dono di grazia vi manca. Egli vi confermerà irreprensibili fino alla fine. Dio, dal quale siete stati chiamati in comunione con Gesù Cristo, è fedele alle sue promesse. Vi esorto, fratelli, in nome del Signore Gesù, ad essere unanimi nel parlare e nell’agire, affinché non ci siano divisioni tra di voi, ma siate in perfetta unione di pensieri, di azioni e d’intenti” (1 Co, 1, 5-10).

L’Ammonimento

L’apostolo aveva appena finito di complimentarsi con i membri della comunità, quand’ecco che li redarguisce con il suo severo ammonimento: “Fratelli, mi è stato segnalato da parte della gente di Cloe che fra di voi vi sono discordie e divisioni, per cui, alcuni vanno dicendo: Io sono di Paolo; altri: Io invece sono di Apollo; altri ancora Io sono di Cefa; e altri Io sono di Cristo. Ma dite un po’: Cristo è stato forse diviso? Paolo è stato forse crocifisso? Oppure voi siete stati battezzati nel nome di Paolo? Ringrazio Dio di non aver battezzato nessuno di voi, se non Crispo e Gaio, cosicché nessuno possa dire di essere stato battezzato in mio nome. Vero è che ho battezzato anche la famiglia di Stefana, ma degli altri non ho battezzato alcuno. Cristo, infatti, non mi ha mandato a battezzare, ma ad annunziare il Vangelo; e devo compiere questo dovere, non con discorsi sapienti che provengono dalla scienza umana, affinché la mia azione non faccia venir meno o metta in ombra il sacrificio della croce di Cristo (1Co, 11-17).

La sapienza di questo mondo e il Vangelo di Cristo

Approfondendo la questione, l’Apostolo sostiene che la parola della croce è stoltezza per quelli che si perdono, ma per quelli che si salvano è la potenza di Dio. Infatti, sta scritto nelle Scritture:

Distruggerò la sapienza dei sapienti /e annullerò l’intelligenza degli intelligenti.

Poi si pone una serie d’interrogazioni retoriche: “Dov’è il sapiente? Dov’è lo scriba? Dov’è il sottile ragionatore di questo mondo? Dio non ha forse dimostrato stolta la sapienza di questo mondo? Poiché nel sapiente disegno di Dio il mondo, con tutta la sua sapienza, non ha conosciuto Dio, è piaciuto a Dio salvare i credenti con la stoltezza della predicazione. E mentre i Giudei chiedono segni e i Greci cercano la sapienza (nell’apostolo era ancora vivo il ricordo della deludente esperienza dell’incontro con i sapienti dell’Areopago di Atene), noi predichiamo Cristo crocifisso, scandalo per i Giudei, stoltezza per i pagani (Greci); ma per coloro che sono chiamati, sia Giudei che Greci, predichiamo Cristo crocifisso, potenza e sapienza di Dio. Perché ciò che è stoltezza di Dio, è più sapiente degli uomini e ciò che è debolezza di Dio, è più forte degli uomini.

Voi, fratelli, considerate la vostra chiamata: non ci sono fra di voi molti sapienti secondo la carne, né molti potenti, né molti nobili. Ma Dio ha scelto ciò che nel mondo è stolto per confondere i sapienti, ciò che nel mondo è debole per confondere i forti, ciò che nel mondo è ignobile, disprezzato e ciò che è nulla, per ridurre a nulla le cose che sono, affinché nessun uomo possa vantarsi davanti a Dio. Ed è grazie a lui che voi siete in Cristo Gesù, il quale, per opera di Dio, è diventato per noi sapienza, giustizia, santificazione e redenzione, perché, come dice la Sacra Scrittura: Chi si vanta, si vanti soltanto nel Signore (1Co, Cap 1, 18-31).

Capitolo Secondo

La sapienza umana e la sapienza dello spirito

In questo capitolo l’apostolo continua a sviluppare l’argomento già trattato nel capitolo precedente: il tema della contrapposizione tra la sapienza umana e la sapienza spirituale. Egli ricorda l’atteggiamento che assunse quando si era presentato per la prima volta tra i fedeli della comunità. L’uomo non ha cercato di fare sfoggio della sua sapienza e della sua cultura umana per persuadere qualcuno al mistero della croce di Cristo, ma ha cercato e si è sforzato di trasmettere la fede con le risorse dello spirito che, lo Spirito stesso gli suggeriva, di volta in volta, nell’immediatezza delle circostanze. “Sono venuto, egli dice, non con i discorsi persuasivi della sapienza, ma con le risorse della potenza e della manifestazione dello Spirito, affinché la vostra fede non fosse fondata sulla sapienza umana, ma sulla potenza di Dio” (1Co, Cap.2, 4-5).

“A coloro che sono perfetti nella fede, dice l’Apostolo, noi esponiamo sì una sapienza, ma non è la sapienza di questo mondo, né quella dei dominatori di questo mondo, le quali sapienze vengono travolte dalle alterne vicende della vita e ridotte a nulla; noi esponiamo, invece, un’altra sapienza, una sapienza divina e misteriosa, che è rimasta nascosta per secoli perché Dio l’aveva preordinata prima del tempo per la nostra gloria. Nessuno dei dominatori del mondo l’aveva mai conosciuta perché, se l’avessero conosciuta, non avrebbero crocifisso il Signore della gloria. Ma, come attesta la Scrittura profetica,

Quelle cose che occhio non vide, né orecchio udì, né mai entrarono in cuore umano, queste ha preparato Dio per coloro che lo amano.

Dio le ha rivelate per mezzo dello Spirito, quello Spirito che, in forma discreta, scruta ogni cosa, compresa la profondità di Dio stesso. Nessuno conosce i segreti dell’uomo, se non lo Spirito che inabita in lui. Così anche i segreti di Dio nessuno li ha potuti mai conoscere, se non lo Spirito di Dio. E noi, uomini di fede, abbiamo ricevuto, non lo spirito del mondo, ma lo Spirito di Dio per conoscere tutto ciò che Dio ci ha donato. Queste cose noi esprimiamo, non con il linguaggio della sapienza umana, ma con il linguaggio insegnato dallo Spirito, esprimendo cose spirituali a coloro che sono spirituali.

L’uomo naturale però non può comprendere le cose dello Spirito di Dio: esse per lui sono follie perché non è capace d’intenderle; l’uomo spirituale invece giudica ogni cosa, senza poter essere giudicato da nessuno” (1Co, Cap 2, 6-15). A conclusione del suo discorso l’Apostolo evoca, ancora, un passo del profeta Isaia:

Chi, infatti, ha conosciuto il pensiero del Signore in modo da poterlo dirigere?

Ora noi abbiamo il pensiero di Cristo.

Capitolo Terzo

Il ruolo di Paolo e degli annunziatori del vangelo

Paolo dichiara che fino adesso egli ha trattato i membri della comunità cristiana di Corinto, non come persone spirituali mature, ma come persone carnali, come neonati in Cristo. E come neonati li ha allevati e nutriti con latte, alimento facilmente digeribile, non con i cibi solidi della fede adulta, ch’essi non sono ancora in grado di digerire. Non lo erano agli inizi e non lo sono neanche adesso perché sono ancora esseri carnali, dal momento che tra di loro dominano ancora i sentimenti perversi dell’invidia e della discordia, che sono la negazione delle virtù cristiane. Essi si comportano in maniera ancora umana, troppo umana. Infatti, quando uno dice: “Io sono Paolo” e un altro: “Io sono Apollo”, essi dimostrano di essere ancora totalmente immersi nelle passioni materiali della carne. A questo punto l’apostolo esplode nella sua collera spirituale, dichiarando: “Ma chi sono Apollo e Paolo? Nient’altro che servitori di Cristo, attraverso i quali siete giunti alla fede, ciascuno nel modo in cui il Signore gli ha concesso di arrivare. Io ho piantato, Apollo ha irrigato, Dio ha fatto crescere i virgulti della fede. Chi pianta e chi irriga sono poca cosa, collaboratori di Dio, ma voi siete il campo della crescita, l’edificio di Dio. Con la grazia che Dio mi ha concessa, io ho svolto la funzione di un sapiente architetto che ha posto il fondamento; un altro vi costruisce sopra. Ma stia attento a come costruisce; nessuno può cambiare il fondamento esistente per metterne un altro. Quello esistente alla base è Gesù Cristo. Se sopra un tale fondamento si costruisce con oro, argento o pietre preziose, legno, fieno o paglia, l’opera sarà ben visibile a tutti. Essa sarà collaudata col fuoco e il fuoco svelerà la qualità dell’opera di ciascuno. Se l’opera costruita su quel fondamento resisterà al fuoco, l’autore riceverà la sua ricompensa di merito; ma, se l’opera ne uscirà bruciata, l’autore sarà punito” 1Co, 3, 4-15).

Quindi l’apostolo esplode con una delle sue solite apostrofi: “Non sapete che siete tempio di Dio e che lo spirito di Dio abita in voi? Se uno distrugge il tempio di Dio, distrugge lui stesso. Perché santo è il tempio di Dio, che siete voi”. E continua con la sua solita logica, serrata e incalzante:

“Nessuno si illuda. Se qualcuno di voi si crede un sapiente in questo mondo, si faccia stolto per diventare sapiente; perché la sapienza di questo mondo è stoltezza davanti a Dio. Infatti, sta scritto:

Egli coglie i sapienti per mezzo della loro astuzia. E ancora:

Il Signore sa che i disegni dei sapienti sono vani.

Quindi nessuno ponga la sua gloria negli uomini, perché tutto è vostro: Paolo, Apollo, Cefa, il mondo, la vita, la morte, il presente, il futuro: tutto è vostro!

Ma voi siete di Cristo e Cristo è di Dio (1Co, 3, 16-23).

Capitolo Quarto

I rapporti di Paolo con la comunità di Corinto

Nel quarto capitolo l’apostolo esordisce delineando il ruolo del servitore e dell’amministratore, i cui doveri sono lo spirito di servizio e la fedeltà al padrone. Applica queste categorie etiche al suo stesso ruolo di servitore del Signore e alla sua funzione di annunciatore del vangelo e organizzatore delle comunità cristiane, come quella di Corinto, destinataria della sua missiva.

Del ruolo che svolge e della funzione cui adempie sarà giudice il Signore, quando saranno maturi i tempi per il giudizio. “Egli metterà in luce i segreti delle tenebre e manifesterà le intenzioni dei cuori. Allora ciascuno, in base ai suoi meriti, avrà la lode da Dio. Questo stile di comportamento l’ho applicato al metodo di lavoro, mio e di Apollo, affinché voi ne traiate esempio per le vostre condotte. Non gonfiatevi di orgoglio l’uno contro l’altro. A che pro? Ciascuno di voi, quali doni possiede da sé che non li abbia ricevuti? E se sono doni ricevuti, perché vantarsene come che non li abbia ricevuti ma li possieda per virtù propria? (1Co, 4, 5-7).

E continua la staffilata ironica dell’Apostolo contro quei membri gonfi di orgoglio, che seminano zizania all’interno della comunità. “Già siete sazi, già siete diventati ricchi, senza di noi già siete diventati re! Magari lo foste e noi potremmo regnare con voi …!

Ritengo che Dio abbia messo noi apostoli all’ultimo posto, come condannati a morte, perché siamo diventati spettacolo al mondo, agli angeli, agli uomini. Noi stolti per causa di Cristo, voi sapienti in Cristo; noi deboli, voi forti; noi disprezzati, voi onorati. Fino a questo momento soffriamo la fame, la sete, la nudità, veniamo schiaffeggiati, andiamo vagando da un luogo all’altro, ci affatichiamo lavorando con le nostre mani. Insultati, benediciamo; perseguitati, sopportiamo; calunniati, confortiamo; siamo diventati come la spazzatura del mondo, il rifiuto di tutti … (1Co, 4, 8-13).

Ma dopo le bastonate, arriva anche la carota. “Vi scrivo queste cose, dice l’Apostolo, non per farvi vergognare, ma per ammonirvi come figli carissimi”. E aggiunge: “Potreste avere anche diecimila pedagoghi in Cristo, ma certo non molti padri come sono stato io, generandovi in Cristo Gesù, mediante il vangelo. Per questo vi esorto a diventare miei imitatori! Per questo vi ho mandato Timoteo, mio figlio diletto e fedele collaboratore nel Signore. Egli vi ricorderà le cose che vi avevo già insegnate e le vie da perseguire in Cristo Gesù, che poi è la stessa dottrina che insegno in ogni Chiesa, ovunque sono stato.

 Alcuni hanno preso a gonfiarsi di orgoglio, come che io non dovessi ritornare fra di voi. Ma io tornerò presto tra di voi e allora mi renderò conto, non tanto dell’insignificante orgoglio verboso di alcuni, ma delle cose reali che gli stessi sapranno veramente fare, perché il regno di Dio non è un castello di parole, ma una potenza. Come volete che mi presenti a voi, con il bastone o con lo spirito di amorosa dolcezza paterna? Scegliete voi!

Capitolo Quinto

Un grave caso di immoralità all’interno della comunità

L’apostolo è venuto a sapere di un grave caso di immoralità, che si è verificato all’interno della comunità: si tratta di uno che convive con la moglie del padre, cosa che non è accettata neanche tra i pagani. Inoltre, succede che alcuni membri della comunità si gonfiano d’orgoglio per futili motivi e gli altri non si rivoltano davanti a questo scandalo, provvedendo a togliere la mela marcia di mezzo a loro. “Io, dice Paolo, assente nel corpo, ma presente nello spirito, ho già giudicato, come se fossi presente, colui che ha compiuto questa azione. Nel nome del Signore Gesù e con il potere che promana da lui in noi, quest’individuo sia scomunicato, abbandonato a Satana per la rovina della sua carne; ciò affinché il suo spirito possa ottenere la salvezza nel giorno del Signore” (1Co, 5, 2-5). E continua: “Non è bene tollerare casi del genere nella comunità perché possono agire come il lievito che fa lievitare tutta la pasta e mandare in malora l’intero impasto. Pertanto, per non contagiare l’impasto, è bene togliere il lievito vecchio e i membri della comunità siano puri come i nuovi azzimi. Infatti, Cristo, nostra Pasqua, si è immolato e noi celebriamo la sua festa, non con lievito vecchio, né con lievito di malizia e di perversità, ma con gli azzimi di sincerità e di verità (1Co, 5, 6-8). E chiarisce: “Nella lettera precedente vi ho scritto di non mescolarvi agli impudichi, ma non intendevo a tutti gli impudichi di questo mondo o agli avari o ai ladri o agli idolatri, altrimenti dovreste uscire fuori dal mondo. Il mio consiglio era di guardarvi bene all’interno della comunità da chi si dichiara fratello ed è impudico o avaro o idolatra o maldicente o ubriacone o ladro; con questi tali non dovete neanche mangiare insieme. Questi comportamenti li dovete osservare con i membri della comunità, che poi sono quelli che voi giudicate. Quelli di fuori, li giudicherà Dio.

Intanto togliete il malvagio di mezzo a voi!

Capitolo Sesto

Il ricorso ai tribunali pagani

Nel sesto capitolo l’apostolo affronta la spinosa questione dei conflitti interpersonali per motivi d’interesse. In questi casi i cristiani sono soliti fare ricorso ali tribunali pagani. Per Paolo questo fatto è già in sé motivo di scandalo, di disapprovazione e di sdegno, perché significa reclamare giustizia dagli ingiusti. I giudici pagani non hanno il senso della giustizia che possiede il cristiano. Se per la loro fede i cristiani sono ritenuti i giudici più imparziali del mondo e possono giudicare anche gli angeli, perché non vengono coinvolti a giudicare conflitti di poco conto che possono sorgere tra i cristiani stessi? Nei casi di contenzioso è meglio che i due contendenti si rimettano all’arbitrato di uno o due uomini saggi della stessa comunità, piuttosto che invocare il verdetto di estranei giudici pagani che, della giustizia non hanno lo stesso concetto degli uomini di fede.

Detto per inciso: questo concetto paolino della giustizia è stato applicato alla lettera nella Carta De Logu di Eleonora d’Arborea, nel lontano 1392, per l’ordinamento giuridico del suo Giudicato. Successivamente i re di Spagna lo estesero all’intero Regno di Sardegna e restò in vigore fino al 1827, quando fu abolito dalla nuova legislazione del re Carlo Felice di Savoia.

Paolo continua il suo discorso sostenendo che una persona saggia della comunità può risolvere, meglio di qualsiasi altro giudice, le liti tra fratello e fratello. Per i cristiani suona già sempre come una sconfitta avere liti vicendevoli. Meglio subire l’ingiustizia, che accendere le liti. “Non sapete che gli ingiusti non erediteranno il regno di Dio? Non illudetevi: né impudichi, né idolatri, né adulteri, né effeminati, né sodomiti, né ladri, né avari, né ubriaconi, né maldicenti, né rapaci erediteranno il regno di Dio. Se prima alcuni di voi eravate tali, adesso siete stati lavati, siete stati santificati, siete stati giustificati nel nome del nostro Signore Gesù Cristo. Tutto mi è lecito, ma non tutto giova e io non mi lascerò dominare da nulla. I cibi sono per il ventre e il ventre per i cibi!

Dio distruggerà questo e quelli. Il corpo non è per l’impudicizia, ma per il Signore e il Signore è per il corpo.

Dio, che ha risuscitato il Signore Gesù, risusciterà anche noi con la sua potenza. Non sapete che i vostri corpi sono membra di Cristo? Prenderò forse le membra di Cristo e ne farò le membra di una prostituta? Questo non sia mai! Ma voi non sapete che, chi si unisce a una prostituta, forma con lei un corpo solo? Infatti, è detto: I due diventeranno un corpo solo. Ma chi si unisce al Signore forma con lui un solo spirito. Fuggite l’impudicizia! Qualsiasi peccato l’uomo commetta, è sempre fuori del suo corpo, ma chi si dà all’impudicizia, pecca contro il proprio corpo. Ora non sapete che il vostro corpo è tempio dello Spirito Santo che è in voi, che avete avuto da Dio e che perciò non appartenete a voi stessi? Infatti, siete stati comprati caro prezzo. Dunque, glorificate Dio nel vostro corpo!” (1Co, 6, 9-20).

Capitolo Settimo

Il matrimonio e la verginità

I fedeli della città di Corinto avevano proposto all’Apostolo alcune questioni sulla condizione di vita del cristiano: sarebbe preferibile sposarsi o non sposarsi? I credenti erano divisi: c’erano i rigoristi che proponevano l’abolizione del matrimonio per condurre una vita santa nella purezza della verginità e c’erano i lassisti che tendevano a eliminare alle radici la morale sessuale per condurre una vita licenziosa nel libertinaggio morale. Paolo deve muoversi con ragionamento che corre sul filo del rasoio.

Per lui lo stato di verginità sarebbe sempre preferibile allo stato coniugale, ma, per evitare il pericolo della tentazione dell’incontinenza, riconosce che il matrimonio è una buona scelta, purché i due coniugi si vogliano bene e ciascuno riconosca e rispetti i diritti e la dignità dell’altro coniuge. Nello sviluppo del suo ragionamento egli dichiara: “Vorrei che tutti fossero come me, ma ciascuno ha il suo dono, lasciatogli da Dio. Ai non sposati e alle vedove dico: è cosa buona rimanere come sono io, ma se non sanno vivere nella continenza, si sposino; è meglio sposarsi che ardere nella passione. Agli sposati ordino, non io, ma il Signore, che la moglie non si separi dal marito; qualora questo avvenga, rimanga senza sposarsi o si riconcili con il marito e il marito non ripudi la moglie. Agli altri che hanno contratto matrimoni misti tra credenti e non credenti io dico: se l’uomo ha sposato una moglie non credente e vanno d’accordo, il marito non la ripudi; la stessa cosa dico nell’ipotesi in cui sia la donna credente che abbia sposato un marito non credente e vadano d’accordo tra di loro. I figli di queste copie sono santi. Ma se è il coniuge non credente si vuole separare, l’altro coniuge lo lasci andare per la sua strada. In questi casi il fratello o la sorella non sono soggetti a servitù nei suoi confronti.

Al di fuori di questi casi particolari, ciascuno accetti la sua sorte e continui a vivere nella condizione che Dio gli ha assegnato. Se qualcuno è stato chiamato a vivere la sua sorte quando era già stato circonciso, non lo nasconda; quando la chiamata arriva prima della circoncisione, non si faccia circoncidere. La circoncisione o la non circoncisione non conta nulla; quel che conta è, invece, l’osservanza dei comandamenti di Dio. Ciascuno rimanga ella condizione in cui era quando ha ricevuto la chiamata. Se uno è stato chiamato nella condizione di schiavo, non si preoccupi, perché egli è diventato liberto, affrancato dal Signore. Quanto alle persone vergini, non ho un comando, ma un consiglio da dare: penso che sia bene rimanere così come sono. Se uno è legato a una donna, non cerchi di sciogliersi; se invece si è sciolto, non vada a cercarla. Se un fratello/sorella si sposa, non fa peccato; se non si sposa è meglio per lui perché, chi si sposa, avrai tante tribolazioni nella carne, che io vorrei risparmiarvi. Ormai il tempo si fa breve: d’ora innanzi, quelli che hanno moglie, vivano come se non l’avessero; quelli che piangono, come se non piangessero; quelli che godono, come se non godessero; quelli che comprano, come se non possedessero; quelli che usano le cose di questo mondo, come se non ne facessero uso pienamente perché passa la figura di questo mondo! Io vorrei che voi viveste senza preoccupazioni: chi non è sposato è libero per pensare alle cose del Signore; chi è sposato, invece, pensa alle cose che possono piacere al proprio coniuge, moglie o marito che sia. Questo vi dico, non per gettarvi un laccio, ma per indirizzarvi verso ciò che è degno e che possa tenervi uniti al Signore senza distrazioni (1Co, 7, 7-35).

In conclusione, chi vuole sposarsi, si sposi e fa bene a sposarsi; chi non si sposa fa meglio. La donna sposata è vincolata a restare unita e fedele al proprio marito finché egli è in vita; se egli dovesse morire, è libera di risposarsi purché ciò avvenga nel rispetto della volontà del Signore. Ma se rimane nello stato di vedovile, forse è ancora meglio.

Capitolo Ottavo

Le carni degli animali offerti in sacrificio agli idoli

Quanto a mangiare le carni degli animali immolati agli idoli, una norma del Concilio di Gerusalemme lo vietava espressamente. Ma nella gente dell’antico mondo greco-mediterraneo era invalsa l’usanza di cibarsi di queste carni, immolate agli idoli, spesso in prossimità dei templi pagani. Alcune volte queste carni venivano consumate in occasione di banchetti familiari o comunitari, altre volte venivano vendute nei pubblici mercati. Quanto al loro significato simbolico c’è da fare un importante chiarimento preliminare: per noi cristiani c’è un unico e solo Dio, Padre onnipotente, che ha creato il mondo e tutte le cose che esso contiene, comprese le creature; e un solo Signore, Gesù cristo, in virtù del quale esistono tutte le cose e noi esistiamo per mezzo di lui. Non esistono gli idoli o se esistono non hanno significato di potenza divina che interferisca nelle vicende umane. Questa conquista è frutto della nostra conoscenza e della nostra scienza. Ma in materia di rapporti interpersonali e sociali, i cristiani devono essere prudenti e attivare il principio della carità. Questo significa che, anche se noi scientemente non crediamo negli idoli, accanto a noi possono esserci altre persone, più deboli di noi, che credono ancora negli idoli. In questi casi, i nostri comportamenti possono influenzare, nel bene e nel male, i comportamenti dei nostri fratelli che non hanno la scienza e la conoscenza che abbiamo noi del problema. Pertanto, i cristiani che, in questi casi, non possono intervenire con gli strumenti della scienza, lo facciano almeno con i gesti della carità. Tuttavia, cibarsi di queste carni non costituisce motivo di peccato per i cristiani. Questo sembra essere il significato del ragionamento dell’apostolo, da lui espresso attraverso un discorso tutt’altro che chiaro e conciso.

Capitolo Nono

L’esempio di Paolo

Nel capitolo nono l’Apostolo costruisce una serie di proposizioni interrogative retoriche negative per significare il contrario di quello che dicono, al centro delle quali pone se stesso come modello di comportamento da imitare. Esordisce dichiarando: “Io non sono libero? Non sono apostolo? Non ho veduto Gesù, nostro Signore? Voi non siete la mia opera nel Signore? Se per altri non sono apostolo, lo sono almeno per voi; voi siete il sigillo del mio apostolato nel Signore. Noi non abbiamo il diritto di mangiare e di bere? Non abbiamo il diritto di portare una donna con noi, come fanno gli altri apostoli e fratelli, compreso Cefa (Pietro)? Oppure solo io e Barnaba non abbiamo il diritto di non lavorare?” (1Co, 9, 1-6).

L’apostolo mette in evidenza che, in virtù del suo incarico pastorale, avrebbe diritto ad essere mantenuto a spese della comunità, ma egli rinuncia volentieri a questo diritto e preferisce vivere del suo lavoro manuale di fabbricatore di tende. Appare interessante il ragionamento che Paolo fa ricorrendo a modelli di diverse professioni per affermare il diritto che ciascuno ha di godere dei frutti del proprio lavoro. Così il militare non combatte a proprie spese, chi pianta una vigna ha diritto di goderne il frutto, chi pascola un gregge ha diritto di cibarsi del latte; “Così se uno ha seminato tra gli uomini cose spirituali, come ho fatto io con voi, è forse grande cosa se raccoglie beni materiali? Noi però, abbiamo rinunciato a servirci di questo diritto e tutto sopportiamo per non essere d’intralcio al vangelo di Cristo. Ma gli altri che celebrano il culto, traggono il vitto dal culto; quelli che prestano servizio nell’altare, hanno parte di ciò che si offre sull’altare; allo stesso modo il Signore ha disposto che quelli che annunziano il vangelo, vivano dal vangelo…

Io ho rinunziato, di mia spontanea volontà, a servirmi di questo diritto e continuo ad annunziare il vangelo e guai a me se non lo facessi! Quale è dunque la mia ricompensa? Quella di annunziare gratuitamente vangelo, senza usare del diritto (alla ricompensa materiale) conferitomi dal vangelo stesso” (1Co, 9, 11-18). In poche parole, l’apostolo mette in evidenza le scelte più importanti della sua vita, comprese quella del celibato e quella della gratuità del servizio di annunziare il vangelo, pur mantenendosi a sue spese con il proprio lavoro, ma nella gioia del Signore.

Nella seconda parte continua a proporre ai cristiani di Corinto il modello del suo comportamento. Egli, pur essendo libero da tutti, si è fatto servo degli altri per guadagnare il maggior numero di loro; si è fatto Giudeo con i Giudei, pagano con i pagani, senza badare alle loro fedi o culture, alla loro forza o miseria, per guadagnare il maggior numero degli uni e degli altri alla fede in Cristo Gesù. L’apostolo cita l’esempio dei corridori che corrono nello stadio per conquistare un premio e incita i fedeli a correre anche loro per ottenere in premio, non una corona d’alloro, che in poco tempo appassisce, ma la vita eterna. Egli paragona se stesso a un pugile, però non al pugile che mena pugni per aria, ma ad un pugile che tratta duramente il suo corpo e lo riduce in schiavitù affinché non accada che, “dopo aver predicato agli altri, venga squalificato lui stesso”.

Capitolo Decimo

Paolo ricorda ai cristiani di Corinto l’esperienza degli israeliti nel deserto

Gli antenati Israeliti, sotto la guida di Mosè, furono battezzati sotto la nube e nell’attraversamento del Mar Rosso, tutti mangiarono la manna scesa dal cielo e bevvero l’acqua sgorgata dalla roccia, figura simbolica della roccia spirituale che è il Cristo.

Ma, di molti di loro, Dio non si compiacque, per cui furono abbattuti nel deserto. Essi costituiscono un esempio per tutti noi, uomini di adesso, affinché non desideriamo cose cattive, come fecero loro. Al riguardo l’apostolo avverte i destinatari della sua lettera: “Non diventate idolatri come alcuni di loro, secondo quanto dice la Scrittura: Il popolo sedette a mangiare e a bere e poi si alzò per divertirsi. Non abbandoniamoci all’impudicizia, come fecero alcuni di essi e in un solo giorno ne caddero ventitremila.Non mettiamo alla prova il Signore, come fecero alcuni di essi e caddero vittime dei serpenti. Non mormorate, come fecero alcuni di essi, e caddero vittime dello sterminatore. Tutte queste cose accaddero a loro e sono state scritte affinché servano di ammonimento anche a noi. Chi si crede al sicuro in piedi, stia attento a non cadere. Fino ad ora nessuna tentazione vi ha sorpresi, che fosse più forte delle normali forze dell’uomo. Dio non permetterà di essere tentati oltre il limite delle vostre forze; vero è che la tentazione può essere anche una prova per imparare a sopportarla e a vincerla. Miei cari, fuggite l’idolatria. Nell’eucaristia noi entriamo in comunione con Cristo; invece, i sacrifici pagani sono offerti ai demoni, non a Dio. Mangiare la carne offerta agli idoli, significa entrare in comunione con i demoni. Non si può bere il calice del Signore e il calice dei demoni; non si può partecipare alla mensa del Signore e alla mensa dei demoni. Stiamo attenti, fratelli, a non provocare la gelosia del Signore! Tutto è lecito, ma non tutto giova; tutto è lecito, ma non tutto edifica! Nessuno cerchi il proprio utile, ma quello degli altri. Tutto quello che è in vendita sul mercato, provenendo da Dio, può essere mangiato. Se un non credente vi invita a mangiare e non vi dice niente sul cibo che vi offre, mangiate pure tutto quello che vi viene offerto; ma se egli vi avverte che si tratta di carne immolata in sacrificio agli idoli, astenetevi dal mangiarla per dare il buon esempio a chi vi ha avvertito sulla provenienza del cibo.

Quindi, sia che mangiate, sia che beviate, sia che facciate qualsiasi altra cosa, fate tutto per la gloria di Dio. Non date motivo di scandalo, né ai Giudei, né ai Greci, né alla Chiesa di Dio. Sforzatevi, come mi sforzo io, per essere graditi in tutto a tutti, per la salvezza di molti” (Co, 10, 7-33).

Capitolo Undicesimo

Alcune norme di comportamento

In apertura del capitolo undicesimo Paolo fa una premessa importante: Diventate miei imitatori come io sono imitatore di Cristo!

Uomo e donna nelle assemblee liturgiche.

Secondo la visione della società del suo tempo, Paolo riporta qui il concetto di una gerarchia sociale antica, di origine giudaica, invalsa nella Chiesa fino a non molti decenni or sono, molto diversa dall’usanza attuale di natura democratica moderna. Diversi sono i tempi e diverse sono le coordinate storico-sociali della convivenza civile in cui visse e operò l’apostolo. Secondo questa visione egli sostiene che Dio è capo di Cristo, Cristo è capo dell’uomo e l’uomo è capo della donna. Ogni uomo che prega o profetizza con il capo coperto, manca di riguardo al proprio capo; ogni donna che prega o profetizza senza il velo sul capo, manca di riguardo al proprio capo, perché è come se fosse rasata. Se una donna non vuole mettersi il velo, si tagli anche i capelli! Se è una vergogna per una donna tagliarsi i capelli o radersi, allora si metta il velo.

L’uomo non deve coprirsi il capo perché è immagine e gloria di Dio; la donna invece è gloria dell’uomo; infatti, non è l’uomo che deriva dalla donna, ma, al contrario, è la donna che deriva dall’uomo; né l’uomo fu creato per la donna, ma la donna fu creata per l’uomo. Per questo motivo la donna deve portare sul capo il segno della sua dipendenza. Tuttavia, né la donna è senza l’uomo, né l’uomo è senza la donna. Come, infatti, la donna deriva dall’uomo, così l’uomo deriva dalla donna e tutto proviene da Dio. Non è forse sconveniente per una donna pregare a capo scoperto? È la natura stessa ad insegnarci che l’uomo deve tagliarsi i capelli, mentre la donna deve lasciarseli crescere. La chioma le è stata data dalla natura come un velo. “Se qualcuno, per spirito di contestazione, vuole affermare il contrario, lo faccia pure, noi e la Chiesa di Dio non abbiamo questa consuetudine”.

Come celebrare la cena del Signore

Qui l’apostolo lancia un monito molto severo ai destinatari della sua epistola. Anzitutto li rimprovera perché è venuto a sapere che vi sono divisioni all’interno della comunità, riunita per l’assemblea eucaristica; ma non è questo lo spirito della solidarietà fraterna nella fede; e ancor di più li rimprovera per la loro discriminazione sociale. Accade, infatti, che prima di celebrare la frazione del pane, i corinzi consumano un banchetto tutti insieme, ma con una scandalosa discriminazione sociale perché i benestanti mangiano, bevono e gozzovigliano, mentre quelli indigenti hanno poco o niente da mangiare, cosicché, quando si celebra il mistero sacrale, qualcuno ha fame, mentre l’altro è ubriaco. Egli tuona al riguardo: “Ma non avete le vostre case per mangiare e bere? O volete gettare il disprezzo nella Chiesa di Dio e far vergognare chi non ha niente e vive nell’indigenza? Su quest’aspetto, c’è poco da lodarvi” (1,Co, 11, 22).

L’apostolo riepiloga lo schema della sacra celebrazione eucaristica, secondo le modalità procedurali definite nel Vangelo di Luca. E aggiunge: “Chiunque mangia il pane o beve il calice del Signore in modo indegno, sarà reo del corpo e del sangue del Signore. Perciò ciascuno prima esamini se stesso, poi mangi il pane e beva il calice; perché chi mangia e beve senza riconoscere il corpo del Signore, mangia e beve la propria condanna. E’ per questo che tra di voi ci sono molti malati e infermi e un buon numero sono già morti. Se ci esaminassimo attentamente da noi stessi, non saremmo giudicati; quando poi siamo giudicati dal Signore, veniamo ammoniti per non essere condannati insieme al mondo. Fratelli miei, quando vi radunate per la cena, aspettatevi gli uni, gli altri. Se qualcuno poi ha fame, mangi a casa sua, affinché non accada che àvi raduniate per causare la vostra condanna. Le altre cose da chiarire, le sistemerò io stesso non appena tornerò da voi” (1,Co, 11, 27-34).

Capitolo Dodicesimo

L’origine e il fine dei carismi

Secondo Paolo, i carismi sono quei doni particolari, conferiti alle persone dall’azione attiva dello Spirito Santo, che opera in ogni individuo in maniera diversa, misteriosa e imperscrutabile.

Vi sono diversi carismi, ma uno solo è lo Spirito che li conferisce; vi sono diversi ministeri, ma uno solo è il Signore; vi sono diverse attività, ma uno solo è Dio che opera tutto in tutti. A ciascuno è data una manifestazione particolare dello Spirito per il bene comune, per cui a uno viene concesso il linguaggio della sapienza; a un altro il linguaggio della conoscenza; a uno lo Spirito conferisce il dono della fede; a un altro il potere di fare le guarigioni; a uno il potere di compiere i miracoli; a un altro il dono della profezia; a uno il dono del discernimento degli spiriti, mentre a un altro viene data la conoscenza della varietà delle lingue e a un altro ancora la capacità d’interpretazione delle lingue stesse. Ma è sempre lo stesso Spirito che distribuisce tutti questi doni a chi vuole e come vuole.

Come il corpo umano è uno solo, ma articolato in molte membra che collaborano tra loro per l’armonico funzionamento dell’organismo, così la comunità dei credenti forma un solo organismo funzionale in Cristo per la santificazione di tutti i suoi membri, sotto l’azione dello Spirito.

Infatti, noi tutti siamo stati battezzati in un solo Spirito per formare un solo corpo: Giudei e Greci, schiavi e liberi, tutti ci siamo abbeverati a un solo Spirito. Ora il corpo anatomicamente è uno solo, ma è costituito da tante membra diverse: gambe, braccia, mani, piedi, occhi, orecchi, stomaco, cuore, che collaborano tutti armonicamente per la sua fisiologia funzionale: l’attività neurovegetativa, la motricità, la prensione, l’azione, le percezioni sensoriali, l’intellettualità, la volontà.

 Pertanto, un solo corpo è costituito da molte membra; e ciascuna di queste non può mancare di dare il suo contributo, pena la disgregazione dell’organismo stesso, di cui fanno parte. Qui ci sia consentito di fare un’opportuna digressione storica: la similitudine che fa San Paolo tra le membra del corpo umano e le membra del corpo sociale di una società organizzata come la Chiesa cristiana delle origini, richiama spontaneamente alla memoria l’Apologo di Menenio Agrippa ai plebei di Roma.

Correva l’anno 494 a. C. e i plebei, stanchi dello sfruttamento e dei soprusi patiti da parte dei ricchi patrizi, organizzarono uno sciopero generale per ottenere la parificazione dei diritti sociali. Si ritirarono in massa dalla città e si accamparono sul Monte Sacro. Questo fatto determinò la paralisi di tutti i servizi che loro umilmente svolgevano ogni giorno per garantire l’efficienza della città stessa. Ci volle tutta l’eloquenza, la capacità persuasiva e le garanzie giuridiche del console Agrippa per convincerli a recedere dalla secessione e a tornare in città ai loro posti di lavoro.

Così, continua l’apostolo, tutte le membra del corpo umano sono necessarie al suo normale funzionamento. “Anzi, dice Paolo, quelle membra del corpo che sembrano più deboli sono le più necessarie; e le parti che riteniamo meno onorevoli le circondiamo di maggiore rispetto, quelle più indecorose sono trattate con maggiore decenza, mentre quelle decenti non ne hanno bisogno. Dio ha composto il corpo in modo da dare maggiore onore a chi, di per sé, non ne ha; ciò affinché non vi sia disunione tra le parti, ma le varie membra abbiano cura le une delle altre. Quindi, se un membro soffre, tutte le altre membra ne soffrono; se un membro è onorato, tutte le altre membra gioiscono con lui. Ora voi siete il corpo di Cristo e le sue membra.

Alcuni Dio li ha messi nella Chiesa in primo luogo come apostoli, altri, in secondo luogo, come profeti, altri, in terzo luogo, come maestri; poi vengono i miracoli, quindi i doni delle guarigioni, i doni dell’assistenza, di governare, della varietà delle lingue. Come potete vedere, non sono tutti apostoli o profeti o maestri, cioè non tutti possiedono gli stessi doni. Aspirate a quelli più grandi e io vi mostrerò una via ancora più eccellente” (1,Co, 12, 22-31).

Capitolo Tredicesimo

L’inno all’amore

Nel capitolo precedente Paolo ha parlato dei vari carismi distribuiti in dono agli uomini dalla forza dello Spirito. In questo capitolo egli fa l’esaltazione del carisma più grande, quello che sta al di sopra di tutti gli altri: l’amore o caritas o agape. Questo segmento della lettera è una delle pagine più famose dell’epistolario paolino. Per questo ne vale la pena di seguire fedelmente il discorso dell’apostolo che esordisce dichiarando:

“Se parlassi tutte le lingue degli uomini e degli angeli, ma non avessi l’amore, sarei come un bronzo risuonante o un cembalo squillante.

Se avessi il dono della profezia, conoscessi tutti i misteri, avessi ogni conoscenza e possedessi la fede in modo così potente da trasportare le montagne, ma se non avessi l’amore, non sarei nulla.

Se distribuissi tutti i miei averi in elemosina e dessi il mio corpo per essere bruciato, ma non avessi l’amore, a nulla mi gioverebbe.

L’amore ha un cuore grande, agisce con benevolenza; non è invidioso, non si vanta, non si gonfia, non manca di rispetto, non cerca il proprio interesse, non si adira, non tiene conto del male ricevuto, non gode dell’ingiustizia, ma si compiace della verità.

L’amore tutto scusa, tutto crede, tutto spera, tutto sopporta.

L’amore non avrà mai fine. Le profezie scompariranno, il dono delle lingue cesserà e la conoscenza svanirà. Infatti, noi conosciamo imperfettamente e imperfettamente profetizziamo. Ma quando verrà ciò che è perfetto, quello che è imperfetto scomparirà. Quand’ero bambino, parlavo, pensavo e ragionavo da bambino. Ma, divenuto uomo, ciò che era da bambino, l’ho abbandonato. Ora noi vediamo le cose come in uno specchio, in maniera confusa; ma, allora, vedremo faccia a faccia. Ora conosco in modo imperfetto, ma allora conoscerò perfettamente, come anch’io sarò conosciuto.

Quindi le cose più importanti che dobbiamo curare sono tre: la fede, la speranza e l’amore. Ma la più grande di esse è l’amore, la caritas e l’agape, con il corteo delle loro virtù annesse o connesse: pazienza, magnanimità, umiltà, bontà, generosità, rispetto, perdono, giustizia, verità, speranza.

Capitolo Quattordicesimo

I carismi della profezia e delle lingue

I carismi sono i molteplici doni che dispensa lo Spirito Santo agli esseri umani in diversa misura. In questo capitolo l’apostolo insiste soprattutto su due di essi: la profezia e il dono delle lingue. Chi possiede quest’ultima virtù, consegue un linguaggio mistico che, mentre può essere inteso da Dio, non è altrettanto inteso dagli uomini. La profezia, invece, è una comunicazione pubblica, diretta e adatta a parlare da uomo a uomo e, perciò stesso, consente l’edificazione di molti e la crescita della comunità nei valori della fede e della convivenza civile. Infatti, l’apostolo dichiara: “Colui che parla con il dono delle lingue, edifica se stesso; chi profetizza, edifica l’intera assemblea. Vorrei che tutti avessero il dono delle lingue, ma io preferisco che abbiate il dono della profezia” (1,Co,14, 4-5). Paolo sviluppa questo discorso facendo una serie di esempi e di paragoni. Evidentemente vuole evitare che i doni mistici diventino una specie di appannaggio personale per l’edificazione delle singole persone, senza che vi sia una ricaduta utile per far crescere la comunità. Le virtù personali potrebbero essere anche una cosa buona, a patto che ci sia un mediatore che ne dia una spiegazione e faccia comprendere il significato di queste lingue da iniziati anche agli altri, ai non iniziati alla fede cristiana. Infatti, l’esperienza mistica in se stessa, come la lode, il ringraziamento, la preghiera, l’esaltazione interiore, devono essere rese comprensibili per essere comunicate agli altri; altrimenti, chi ascolta senza comprendere alla fine, come potrebbe dare il suo assenso con un Amen? E ammette: “Io parlo con il dono delle lingue molto di più di tutti voi, ma in assemblea preferisco dire cinque parole con la mia intelligenza per istruire anche gli altri, piuttosto che diecimila parole con il dono delle lingue.

Fratelli, va bene che siate come bambini per quanto attiene alla malizia; ma per quanto attiene ai giudizi, non dovete comportarvi da bambini, bensì da uomini maturi… Allora che fare? Quando vi radunate, ciascuno può avere un oggetto o un’idea da trattare: un salmo, un insegnamento, una rivelazione, un discorso, ma deve avere anche il dono di saperli interpretare e comunicare agli altri per l’edificazione di tutti. Quando si fa il discorso delle lingue, ci siano due o, al massimo, tre individui e uno di essi faccia da interprete per spiegare le cose agli altri.

Si parli in maniera ordinata, uno alla volta. Se tra gli spettatori qualcuno ha una rivelazione o un’intuizione o qualcosa d’importante da dire, chieda la parola e spieghi la sua idea pubblicamente a vantaggio di tutti i presenti. Tutti potete profetare, ma in maniera ordinata, uno alla volta.

Come in tutte le assemblee dei santi, le donne tacciano perché non è loro permesso parlare. Esse restino sottomesse, come dice la legge. Se vogliono imparare qualcosa, la chiedano ai mariti nelle loro case, perché è cosa sconveniente che una donna parli in assemblea. Infatti, il messaggio di salvezza non è partito da voi, donne;(evidentemente il principio delle pari opportunità doveva ancora attendere alcuni millenni, prima di essere messo in pratica nelle società più avanzate).

Chi ritiene di essere profeta o dotato dei doni dello Spirito, deve riconoscere che quanto scrivo è stato comandato dal Signore” (1,Co,14, 18-40).

Capitolo Quindicesimo

La risurrezione di Cristo e la risurrezione dei morti

Nei capitoli precedenti Paolo, prima ha affrontato un lungo e articolato discorso sui carismi, distribuiti agli uomini in misura diversa e in modo imperscrutabile dallo Spirito Santo, poi ha dato disposizioni per uno svolgimento ordinato delle assemblee eucaristiche. In questo capitolo affronta l’argomento teologico centrale: la risurrezione di Cristo e la risurrezione dei cristiani. Al riguardo egli dichiara:

“Vi ho trasmesso quello che anch’io ho ricevuto: Cristo morì per i nostri peccati, secondo le Scritture e secondo le Scritture, è risorto il terzo giorno e apparve a Cefa e ai Dodici. In seguito, apparve a più di cinquecentomila fratelli in una sola volta: la maggior parte di essi vive ancora, mentre alcuni sono morti (questa notizia che appare qui, non si trova in nessun altro punto del Nuovo Testamento). Inoltre, apparve a Giacomo e, quindi, a tutti gli apostoli. Ultimo fra tutti apparve anche a me, come a un aborto. Io, infatti, sono l’infimo degli apostoli e non sono degno neppure di essere chiamato apostolo, perché ho perseguitato la Chiesa di Dio. Per grazia di Dio, sono quello che sono, e la sua grazia in me non è stata vana. Anzi ho faticato più degli altri. Pertanto, sia io che loro, vi annunziamo la fede che avete ricevuta e cui avete aderito.

Ora, se Cristo è risorto dai morti, come possono dire alcuni che non esiste la risurrezione dei morti? Se non esiste la risurrezione dei morti, neanche Cristo è risorto. Ma se Cristo non è risorto, allora è vuoto il nostro annuncio e vana anche è la vostra fede. In tal caso noi, apostoli, risultiamo falsi testimoni di Dio perché abbiamo testimoniato che egli ha risuscitato Cristo, mentre non l’ha risuscitato, se è vero che i morti non risorgono. Se, infatti, i morti non risorgono, neanche Cristo è risorto; ma, se Cristo non è risorto, è vana la vostra fede e voi siete ancora immersi nei vostri peccati. Allora anche quelli che sono morti in Cristo sono perduti. Se poi noi abbiamo avuto speranza in Cristo soltanto per questa vita, siamo veramente da compiangere più di tutti gli altri uomini (1,Co, 15, 3-19).

Il discorso, chiaro e conciso, che l’apostolo fa in questo passaggio, afferma ancora una volta che gli eventi della vita di Cristo: morte, risurrezione e apparizioni, sono i segni inequivocabili della sua umanità e della sua divinità, fonte di salvezza per l’uomo e radice della nostra fede. Ai Corinzi che, secondo la mentalità greca, sono propensi a credere nell’immortalità dell’anima, Paolo dichiara anche la resurrezione dei cristiani, che scaturisce strettamente da quella di Cristo.

“Ora Cristo è risorto dai morti, come primizia della nostra risurrezione. Se a causa di un uomo è venuta la morte, a causa di un uomo verrà anche la risurrezione; come tutti muoiono in Adamo, così tutti riceveranno la vita in Cristo, ma secondo un certo ordine: prima Cristo, che è la primizia; poi tutti quelli che sono in Cristo; poi sarà la fine, quando egli consegnerà il regno a Dio Padre, dopo aver annientato le potenze del male. L’ultimo nemico ad essere annientato è la morte, perché, come dice la Scrittura ogni cosa ha posto sotto i suoi piedi. E quando tutto gli sarà stato sottomesso, anche il Figlio gli sarà sottomesso perché Dio sia tutto in tutti.

Altrimenti perché procedere a un battesimo di sostituzione, come fate voi Corinzi, quando muore un catecumeno, cioè uno non ancora battezzato? Perché esporsi continuamente ai pericoli? Ogni giorno io affronto la morte, come è vero che voi siete il mio vanto, fratelli in Cristo! Se a Efeso avessi combattuto contro le belve dei miei nemici soltanto per ragioni umane, a che cosa mi gioverebbe, se non avessi un altro fine oltre la morte? Se i morti non risorgono, possiamo concludere con la morale di Menandro: mangiamo e beviamo perché domani moriremo.

Ma siamo seri. Non lasciatevi ingannare: i discorsi cattivi corrompono i buoni costumi. Ritornate in voi stessi e non peccate! Alcuni dimostrano di non conoscere Dio e ve lo dico per la vostra vergogna.

Alla normale domanda che può fare il comune cittadino: “Come risorgono i morti?”, Paolo risponde ricorrendo ad alcune immagini simboliche, legate al processo di evoluzione della natura. Come il seme sotterrato, morendo, germina una nuova vita che sarà identica alla precedente nell’aspetto fisico, ma anche diversa perché il nuovo corpo che sorge è di natura spirituale. Il disegno di Dio è quello di trasformare le creature umane, librandole dal loro stato di corruttibilità e di asservimento alla morte.

Paolo continua il suo discorso dichiarando: “Se vi è un corpo animale, vi è anche un corpo spirituale; il primo Adamo diede vita a una stirpe di carattere materiale, il secondo Adamo, Cristo, inaugurò la nuova stagione di vita spirituale; il primo uomo proviene dalla terra ed è fatto di terra, il secondo uomo viene dal cielo ed è fatto dallo spirito…

Questo vi dico fratelli: la carne e il sangue non possono ereditare il regno di Dio, né ciò che è corruttibile può ereditare l’incorruttibilità.

Ecco io vi annunzio un mistero: non tutti moriremo, ma tutti saremo trasformati, in un istante, in un batter d’occhio, al suono dell’ultima tromba. Quando essa suonerà, i morti risorgeranno incorruttibili e noi saremo trasformati …

Quando, poi, questo corpo corruttibile si sarà vestito di incorruttibilità e questo corpo mortale di immortalità, si compirà la parola della scrittura:

La morte è stata ingoiata nella vittoria.

Dov’è, o morte, la tua vittoria?

Dov’è, o morte, il tuo pungiglione?

Il pungiglione della morte è il peccato e la forza del peccato è la legge. Ringraziamo Dio che ci dà la vittoria per mezzo del Signore nostro Gesù Cristo. Perciò, fratelli carissimi, rimanete saldi e irremovibili nella fede, sapendo che la vostra fatica non è vana nel Signore (1,Co, 15, 44-58).

Capitolo Sedicesimo

Le ultime raccomandazioni e i saluti

Il contenuto di quest’ultimo capitolo è concentrato in due argomenti, che sono le due preoccupazioni principali dell’apostolo: la colletta e i saluti agli amici e ai suoi collaboratori.

La colletta consiste nelle offerte che i fratelli fanno volontariamente in favore della Chiesa madre di Gerusalemme. In questo senso gli argomenti qui trattati trovano un riscontro in altri punti delle lettere dell’apostolo, in modo particolare dell’omologo capitolo 16 della Lettera ai Romani. Quanto alle offerte l’apostolo dà un consiglio: ogni giorno della settimana ciascuno cerchi di mettere da parte qualche piccolo risparmio, che offrirà al momento della colletta in favore della Chiesa. La raccolta venga fatta nel giorno del Signore (cioè la domenica), quando l’assemblea si riunisce per la frazione del pane. Questo per evitare di raccogliere le offerte all’ultima ora, quando egli sarà materialmente presente nella comunità; il che, probabilmente, lo metterebbe in imbarazzo. La somma raccolta sarà accompagnata da una sua lettera autografa e il tutto sarà portato ai destinatari da una delegazione di rappresentanti della comunità, eletti nell’assemblea. Poi, se sarà necessario, egli stesso accompagnerà la delegazione a Gerusalemme. E aggiunge:

“Prossimamente verrò io da voi passando per la Macedonia, dove però non intendo fermarmi. Mi fermerò invece tra di voi, dove mi tratterrò anche per passare l’inverno, sempre che voi mi troviate una sistemazione logistica adeguata. Non voglio vedervi solo di sfuggita, ma spero di trascorrere un po’ di tempo con voi, se il Signore me lo permetterà. Adesso mi fermerò ancora a Efeso fino alla Pentecoste, perché si è presentata una grande occasione favorevole, anche se gli avversari con cui combattere sono molti.

Quando arriverà Timoteo tra di voi, vi raccomando di accoglietelo bene perché anch’egli lavora all’opera del Signore. Quindi fatelo ripartire in pace, affinché ritorni da me che lo aspetto, insieme ai fratelli che l’accompagnano. Quanto al fratello Apollo, l’ho pregato di venire da voi, ma non ne ha voluto sentire. Tuttavia, verrà quando gli si presenterà un’altra occasione favorevole.

Voi vigilate, siate saldi nella fede, comportatevi da uomini, siate forti. Ogni cosa si faccia nell’amore del Signore” (1,Co, 16, 5-14).

Poi, l’apostolo fa l’elenco dei suoi collaboratori e dei suoi amici, ai quali rivolge parole di ringraziamento per la loro opera volontaria in favore della Chiesa, i saluti, le raccomandazioni. La prima raccomandazione è per la famiglia di Stefana “primizia della Chiesa di Acaia (Grecia). I suoi familiari hanno dedicato se stessi al servizio dei santi. Perciò siate riconoscenti nei loro confronti e nei confronti di tutti quelli che con loro collaborano e si affaticano. Mi rallegro per la visita di Stefana, di Fortunato e di Acaico, perché la loro presenza, in qualche modo, ha supplito la vostra assenza. Essi hanno allietato il mio spirito e allieteranno anche il vostro. Sappiate apprezzare il valore di queste persone. Vi salutano le Chiese dell’Asia e molto vi salutano nel Signore Aquila e Prisca con la comunità che, regolarmente, si raduna nella loro casa. Vi salutano i fratelli tutti. Salutatevi anche voi con il bacio santo. Il saluto è di mia mano, di Paolo. Se qualcuno non ama il Signore, sia maledetto. Maranà thà! La grazia del Signore Gesù sia con voi. Il mio amore è con tutti voi in Cristo Gesù” (1, Co, 16, 14-23).

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