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Scritto Da Felice Moro il giorno 08 Gen 2009

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L’articolo è incentrato sulla storia, struttura e funzioni della Comunicazione. La comunicazione è una relazione che si stabilisce tra due o più … (Clicca sul titolo per continuare a leggere l’articolo)

 

Archive for Febbraio, 2021

La Lettera di San Paolo ai Filippesi

Posted By Felice Moro on Febbraio 9th, 2021

Introduzione

Filippi è una città della Macedonia che, con la vittoria di Pidna del 148 a.C. riportata dal pretore Quinto Cecilio Metello, divenne una provincia di Roma. A Filippi, nell’anno 42 a. C., si combatté la battaglia dei triumviri Cesare Ottaviano e Marco Antonio, contro i repubblicani e gli omicidi di Cesare, Bruto e Cassio, per la cui sconfitta Bruto si suicidò. Un memorabile ricordo di questa sconfitta è condensato nel proverbio popolare “Ci rivedremo a Filippi”. Con questa frase, l’ombra di Cesare (apparsagli in sogno la notte della vigilia della battaglia) avrebbe preannunziato a Bruto la sua sconfitta, che poi sarebbe stata la causa della sua tragica fine.

Secondo le notizie storiche riportate negli Atti degli Apostoli (At 16, 12-40), Paolo visitò Filippi, una prima volta durante il suo secondo viaggio missionario nell’anno 50-51. Era anche la prima volta che l’Apostolo metteva piede nel continente europeo. Poi era stato altre due volte di passaggio durante il terzo viaggio missionario: in andata, da Efeso a Corinto nell’autunno del 57; di ritorno da Corinto a Efeso, per la Pasqua del 58.

Filippi è stata la città della Macedonia in cui Paolo fondò la prima comunità cristiana d’Europa.

La Lettera è un documento apostolico che contiene un forte e reiterato richiamo dell’Apostolo ai fedeli della comunità a vivere il Vangelo nella gioia che ci ha lasciato il Signore risorto. E’ un invito a perseverare fedelmente nella pratica dell’autentica dottrina cristiana che egli ha loro insegnato, senza lasciarsi sviare dagli oppositori del Vangelo: giudei integralisti ancora legati alla pratica della circoncisione, falsi profeti, nemici dell’Apostolo e del suo Vangelo. Egli fa queste osservazioni perché, attraverso notizie riferitegli da altri, è venuto a sapere che all’interno della comunità molte cose stanno cambiando. L’Apostolo avverte il pericolo che i fedeli possano essere disorientati ed egli di aver faticato invano, perché il suo impegno missionario rischia di essere compromesso dalla subdola propaganda demolitoria da parte dei suoi nemici; e, non potendo andare di persona a parlare con loro, affida i suoi richiami e i suoi consigli alla lettera. Ricorda l’accoglienza positiva ricevuta, il piacere reciproco dello stare insieme nella preghiera, nel culto e nelle altre attività della fede; ricorda i suoi sacrifici e le sue rinunce, anche ai diritti missionari, lavorando per vivere e non essere di peso a nessuno; egli, gratuitamente, ha dedicato il suo tempo e le sue energie a evangelizzare i Filippesi; ed essi erano diventati bravi fedeli, ferventi nella preghiera, assidui nel culto, generosi nella carità e nei modelli di vita cristiana, tanto da essere imitati dagli altri abitanti della Macedonia e della Grecia. Egli scrive queste cose, fiducioso nel fatto che la sua missiva produca l’effetto voluto di rassicurare i fedeli, perché i filippesi capiranno come stanno le cose e sapranno liberarsi dai falsi profeti e dagli spacciatori di menzogne.

Quest’articolo analizza e commenta il documento apostolico nella sua interezza. Le parti più significative sono state riportate integralmente dal testo originale ed evidenziate con la virgolatura; le parti del testo ripetitive, prolisse o complesse sono stati snellite, sintetizzate e semplificate, sia nella loro veste grammaticale e lessicale, sia in quella concettuale. Con questi adattamenti, il documento apostolico può essere letto e capito da chiunque, anche dalle persone che hanno poca cultura. L’importante è che abbiano la voglia di leggere, di conoscere i testi sacri e la storia evolutiva del cristianesimo delle origini.

Capitolo Primo

Mittente e indirizzo

“Paolo e Timoteo, servi di Cristo Gesù, a tutti i santi in Cristo Gesù, che sono a Filippi, con gli episcopi e i diaconi. Grazie a voi e pace da parte di Dio, nostro Padre e dal Signore Gesù Cristo”.

Come nelle altre sue lettere, Paolo nell’indirizzo comprende sempre tre soggetti fissi: il mittente, il destinatario e i saluti. Qui comprende se stesso, Paolo e Timoteo (Sila è nominato più avanti) si presentano con la qualifica di “servi di Cristo”. Già prima di loro, i profeti dell’Antico Testamento si presentavano come “servi di Jahvé”. Questa locuzione è una dichiarazione esplicita del fatto che, con il mistero dell’Incarnazione, Gesù Cristo ha preso il posto del Jahvé, il cristianesimo subentra all’ebraismo mosaico del Vecchio Testamento.

Ringraziamento a Dio e preghiere

Nel suo discorso di ringraziamento, l’Apostolo esordisce dichiarando: “Ringrazio il mio Dio ogni volta che vi ricordo. In ogni mia supplica prego sempre con gioia per tutti voi, che avete collaborato alla diffusione del   Vangelo dal primo giorno fino al tempo presente; ho la ferma convinzione che, Colui che ha iniziato tra di voi quest’opera eccellente, la porterà a termine fino al giorno di Cristo Gesù” (Fp 1,3-6), ossia fino al giorno della parusia.  

Poi egli si rivolge direttamente ai membri della comunità, spinto da un sentimento di riconoscenza e di affetto che nutre per loro, che sono stati solidali con lui, sia per l’assistenza datagli quand’era in carcere, sia per l’assidua partecipazione all’attività di evangelizzazione dei macedoni. Chiama in causa Dio a testimone della sincerità dei suoi sentimenti nei loro confronti. E aggiunge: “Questo io chiedo: che il vostro amore cresca sempre più in conoscenza e in ogni delicato sentimento, affinché apprezziate le cose migliori e così siate puri e senza macchia per il giorno di Cristo, ricolmi dei frutti di giustizia, che si ottengono per mezzo di Gesù Cristo, a gloria e lode di Dio (1, 9-11).

In sostanza, tutto questo discorso esprime il sincero e affettuoso auspicio dell’Apostolo, affinché i suoi fedeli filippesi, nel giorno del ritorno del Signore, si facciano trovare preparati “puri e senza macchia”, degni del premio della vita eterna.

Notizie e sentimenti personali dell’Apostolo

Paolo si rivolge ai fratelli filippesi per informarli di una sua impressione sulla diffusione del Vangelo e per sentire il loro parere al riguardo. Secondo lui, il suo arresto e la sua detenzione in carcere sono stati fattori che hanno favorito e rinforzato la diffusione del Vangelo nell’opinione pubblica. Infatti, egli dichiara: “Le mie catene per Cristo sono famose in tutto il Pretorio e altrove, e molti fratelli, fiduciosi nel Signore a motivo della mia prigionia, con più fierezza e senza timore, annunciano la Parola” (1, 13-14).

Con questo ragionamento l’Apostolo vuole dimostrare che, con la sua carcerazione, i suoi oppositori hanno ottenuto l’effetto opposto a quello voluto. Questo perché la sua detenzione in carcere, anziché bloccarne la diffusione, ha giovato all’espansione e al rafforzamento del Vangelo tra le genti. Questo risultato corrisponde all’effetto emulazione che, alcuni secoli più tardi, lo scrittore cristiano Tertulliano definì con la famosa frase: “Il sangue dei martiri è seme dei Cristiani”.

La metafora Pretorio sta per indicare i soldati pretoriani, difensori del governatore. Essi, alternandosi alla custodia del prigioniero, hanno avuto modo di sentir parlare e di conoscere Cristo e la sua opera dalla viva voce dell’Apostolo e, a loro volta, l’hanno diffusa nel loro ambiente di provenienza. In una città di provincia come Efeso (dove l’Apostolo ha scritto la lettera) le persone di fuori, specialmente i soldati della truppa, erano molto attenti a cogliere le ultime notizie arrivate dall’esterno.

Molti fratelli nella fede, traendo motivo dallo stato di prigionia dell’Apostolo, annunciano il Vangelo senza timore, con più coraggio e maggiore determinazione. Alcuni di questi sono sinceri e, bene interpretando il ruolo e la funzione del missionario prigioniero per causa della fede, annunciano il Vangelo di Cristo per amore e sincera convinzione sulla bontà della dottrina; altri lo fanno per opportunismo, perché sospinti da intenzioni malevole di invidia o di rivalità personale nei confronti di Paolo. Comunque egli reagisce con una battuta sorprendente:

“A me che me ne importa? Dopo tutto, sia che operino con intenzioni sincere e solidali, sia che lo facciano come pretesto per conseguire altri fini, l’importante è che il Vangelo sia annunciato. Di questo risultato godo e continuerò a godere. So, infatti, che grazie alla vostra preghiera e all’aiuto che mi darà lo spirito di Gesù Cristo, questo gioverà alla mia salvezza (Giobbe). Tutto questo ardentemente attendo e spero e nulla mi farà arrossire; l’importante è che Cristo sia glorificato nel mio corpo; questo, sia che, con l’assoluzione, io debba continuare a vivere e a predicare il Vangelo, sia che con una condanna, io debba morire. Se continuerò a vivere, vivrò per Cristo, se dovrò morire, morrò per Cristo. Fra le due possibilità, sinceramente, non so quale alternativa scegliere. Ma, forse, continuare a vivere nella carne è più necessario per il vostro bene. Persuaso di ciò, sento che sopravvivrò e sarò accanto a voi per aiutarvi a progredire nella fede gioiosa, affinché, quando io ritornerò da voi, la vostra stima nei miei confronti sia più grande e progredisca in Gesù Cristo. Voi, intanto, comportatevi in maniera degna del Vangelo che professate. Perciò, sia che io venga da voi, sia che resti lontano, l’importante è che sappia che voi formate una comunità unita, solidale e compatta, lottando per la difesa della fede nel Vangelo di Cristo. Questo sarebbe un indizio sicuro della vostra salvezza, nonché della perdizione degli avversari. Infatti, a voi è stata concessa la grazia, non solo di credere in Cristo, ma anche quella di soffrire per lui. Praticamente avete combattuto la stessa mia lotta e avete subito la stessa mia sorte;  e la battaglia non è ancora finita” (1,18-30). Questo sembra essere il significato logico del ragionamento dell’Apostolo, parafrasando il testo delle ultime strofe in termini molto semplici.

Capitolo Secondo

Umiltà del Cristiano e umiltà di Cristo

All’inizio della pericope, l’Apostolo esordisce con un accorato appello ai Filippesi, sostenuto dal profondo affetto che nutre per loro, affinché vadano di comune accordo, praticando la carità con unanimità d’intenti e nutrendo gli stessi sentimenti. Egli precisa nei particolari: “Non fate niente per ambizione o vanagloria, ma con umiltà, ritenete gli altri migliori di voi; ciascuno non pensi ai propri interessi, ma anche a quelli degli altri. Coltivate in voi questi sentimenti che furono anche in Cristo Gesù:

il quale, essendo per natura Dio,

non stimò un bene irrinunciabile

il (suo) essere uguale a Dio,

ma annichilò se stesso

prendendo natura di servo,

diventando simile agli uomini;

ed essendo quale uomo,

si umiliò facendosi obbediente

fino a morire,

e a morire su una croce.

Per questo Iddio lo ha esaltato

e insignito di quel Nome,

che è superiore a ogni nome,

affinché, nel nome di Gesù,

si pieghi ogni ginocchio,

degli esseri celesti

dei terrestri e dei sotterranei

e ogni lingua proclami,

che Gesù Cristo è Signore,

a gloria di Dio Padre” (2, 3-11).

Questo lungo elenco delle azioni salvifiche di Dio è un sublime inno teologico e spirituale. È un passo che s’impone per l’ampiezza delle vedute, per l’elevata maestà dei contenuti, per la pregnanza dei concetti teologici che racchiude, tuttavia appare non in consonanza col contesto storico-narrativo della lettera in esame.

Splendere come le luci del mondo

Nel passaggio successivo l’Apostolo si complimenta con i Filippesi per la loro condotta da buoni cristiani, che essi hanno saputo tenere, sia quando egli era presente in mezzo a loro, sia adesso che è lontano e, con timore e tremore, operano per la loro salvezza. Ma non basta, essi devono continuare a operare con cura quotidiana per raggiungere un giorno il fine voluto. Devono essere consapevoli del fatto che è Dio che suscita la spinta motivazionale interiore del loro volere e del loro agire, onde conseguire l’obiettivo finale che Dio stesso ha stabilito nel suo sublime progetto di salvezza dell’uomo. Al riguardo l’Apostolo sollecita i fedeli: “Fate tutto senza mormorazioni e contestazioni, affinché siate irreprensibili e illibati, figli di Dio immacolati in mezzo a una generazione tortuosa e sviata, in seno alla quale voi brillate come astri nell’universo, tenendo alta la Parola di vita. Così, nel giorno di Cristo, potrò vantarmi anch’io perché non ho fatto la mia corsa e faticato invano” (2, 14-16).

Nella parte seguente l’Apostolo riconsidera il lavoro e la fatica spesi nella sua attività missionaria, dove si può sempre correre il rischio di fallire l’obiettivo e di aver l’impressione di seminato inutilmente. Non è questo il caso; la partita giocata con i Filippesi è andata bene, sta dando buoni risultati e di questo egli è pago, come uomo e come missionario di Cristo. Anche se l’impresa gli fosse costata il suo supremo sacrificio (la morte) e il prezzo dell’offerta la fede dei Filippesi, l’Apostolo sarebbe stato ugualmente contento. Intanto adesso, nonostante la sua situazione di carcerato, gioisce e gode con loro e li invita a godere con lui, in un abbraccio ideale di felicità spirituale reciproca, nonostante la distanza.

La missione di Timoteo e di Epafrodito

In questa sezione l’Apostolo esprime il suo proponimento di mandare Timoteo, come suo rappresentante, a rassicurare i Filippesi nel processo di assimilazione e assestamento della novella fede. Egli gli riferirà le notizie al riguardo, di modo che lui stesso sia informato sulla situazione attuale e possa rimanere tranquillo, sapendo che a Filippi si vive una situazione di normalità. Dichiara che il suo messaggero Timoteo è l’unica persona proba di sua fiducia e di buone capacità relazionali, adatto a svolgere questa delicata missione di rapporto costruttivo con i Filippesi. “Tutti gli altri, dice, non badano agli interessi di Cristo, ma ai loro interessi. Timoteo è sincero, capace nell’azione di   propagare il Vangelo ed è affezionato a me come un figlio al padre. Spero di mandare lui, non subito, ma non appena vedrò la piega che prenderanno gli avvenimenti che mi riguardano (sottinteso l’andamento del processo)” (2,21-23). Questo è il suo proposito; inoltre dichiara che, per quanto riguarda l’esito finale di tale causa, ripone la sua fiducia nel Signore e spera che, quanto prima, possa tornare libero tra i Filippesi.

Nell’attesa di quest’esito, egli decide di rimandare a Filippi il loro concittadino e suo collaboratore, Epafrodito, che essi gli avevano inviato in precedenza con donativi per sovvenire alle sue necessità materiali in prigionia. Paolo lo qualifica “fratello” e “compagno d’armi”. L’interessato aveva un grande desiderio di ritornare tra suoi ed era preoccupato perché i suoi compaesani erano venuti a sapere della sua malattia. Infatti, si ammalò di una grave malattia, sembrava che morisse; ma Iddio ebbe pietà di lui e anche di Paolo per non fargli mancare l’appoggio di questo “fratello” e “compagno d’armi”, il che avrebbe potuto aumentare le sue sofferenze.

Per questo egli ha sollecitato la sua partenza, affinché, vedendolo tornare a casa, si tranquillizzino i suoi compaesani e più tranquillo rimanga anche l’Apostolo. Conclude dicendo: “Accoglietelo, dunque, nel Signore con grande festa; onorate le persone come lui perché, per opera di Cristo, rischiò la morte, mettendo a repentaglio la sia vita per supplire al servizio che non potevate prestare voi” (2, 29-30). 

Epafrodito ha il merito di aver sostituito i suoi compaesani nel servizio offerto in nome di Cristo, correndo rischi e pericoli di ogni genere e patendo tante sofferenze per la difesa della causa del Vangelo. Pertanto, i compagni di fede della comunità di Filippi, al suo ritorno tra di loro, dovranno accoglierlo con la gioia nel cuore, come si fa nelle occasioni di grandi feste.

Capitolo Terzo

La vera via della giustizia

All’inizio di questa pericope Paolo invita i suoi interlocutori filippesi a vivere nella gioia del Signore, il che fa presumere che il discorso continui a sviluppare il tema della felicità, che il cristiano ripone nella fede; ma subito, il discorso dell’Apostolo fa una virata improvvisa, cambia registro e, da familiare e confidenziale che era, assume il tono tagliente del battagliero, insistendo sul tema di proporre se stesso, come modello comportamentale da imitare da parte dei cristiani. Poi dà l’affondo alla sua accesa polemica contro i giudaizzanti, dichiarando: “Guardatevi dai cani; guardatevi dai cattivi operai; guardatevi dai falsi circoncisi. I veri circoncisi siamo noi, che al Signore offriamo il culto secondo lo spirito, gloriandoci in Cristo Gesù, non riponendo la nostra fiducia nella carne; e questo quantunque, io personalmente, abbia titoli sufficienti per confidare nella salvezza anche secondo i diritti della la carne” (3, 2-4). Se la salvezza dovesse dipendere dai diritti posseduti in base alla legge, l’Apostolo fa un lungo elenco di quelli che egli possiede e che, di per sé, giustificherebbero anche un’eventuale aspettativa di salvezza secondo la carne. Infatti, egli sostiene che è “Israelita, della tribù di Beniamino, di pura razza ebraica, fariseo, persecutore della Chiesa, irreprensibile”. Ma (dopo la folgorazione sulla via di Damasco) per abbracciare la fede in Cristo Gesù, l’Apostolo ha lasciato perdere tutti questi titoli e questi vantaggi, dichiarando:

“Li considero tuttora una perdita (poco importante) a paragone della sublime conoscenza di Cristo Gesù, mio Signore, per il cui amore ho accettato volentieri di perderli tutti, valutandoli rifiuti (spazzatura) per guadagnare Cristo ed essere in lui, non con una mia giustizia che viene dalla legge, ma con quella che si ha dalla fede in Cristo, quella giustizia cioè che viene da Dio e si fonda sulla fede” (3,2-9).

L’Apostolo auspica per sé questo percorso spirituale, affinché profondendosi nella sua partecipazione al mistero delle sofferenze e della morte in croce di Gesù, possa anch’egli partecipare alle stesse sofferenze, al sacrificio della morte e alla vittoria della risurrezione dai morti, come Cristo Gesù. Il concetto implicito è quello della trasfigurazione del suo corpo nell’immagine del corpo glorioso di Cristo.

Esortazione alla perfezione

Paolo non ha la presunzione da far credere agli altri che nel cammino della perfezione egli sia già arrivato alla meta, ma dichiara di compiere uno sforzo continuo per attingerla, afferrarla come egli è stato afferrato da Cristo. Tuttavia, “dimenticando il passato (da persecutore) e protendendomi verso l’avvenire, mi lancio verso la meta, appetendo il premio della celeste chiamata di Dio in Cristo Gesù” (3,13-14).

L’Apostolo è consapevole del fatto che, all’interno della comunità, non tutti la pensano allo stesso modo, ma sa che, tra i vari membri, ci sono divergenze di vedute personali sui modi di tradurre il Vangelo in norme di vita pratica. Comunque, egli dichiara che, al di là delle diverse interpretazioni sui modi d’intendere la dottrina, il valore della medesima è dato dalla sua conformità agli insegnamenti apostolici.

Paolo insiste nel concetto di proporre se stesso come modello di vita ai cristiani

Senza tanti preamboli, all’inizio di questa sezione, l’Apostolo dichiara: “Imitate me, fratelli, e fissate la vostra attenzione su coloro che si comportano secondo il modello che avete in noi e in coloro che si sono già   modellati secondo il nostro esempio. Questo vi dico perché, molti di coloro, dei quali vi avevo già parlato e dei quali parlo ancora con animo piangente, si comportano da nemici della croce di Cristo. Il loro Dio è il ventre, il loro vanto è il disonore (di Dio), la loro fine è, non la presunta loro perfezione, ma la loro perdizione. Ma noi, Filippesi, fedeli al Vangelo, siamo cittadini del cielo, da dove attendiamo, come nostro salvatore, il Signore Gesù Cristo, che trasformerà il nostro misero corpo mortale per uniformarlo al suo corpo glorioso, in virtù del potere che ha di sottomettere a sé tutto l’universo” (3, 17-21).

Con questo discorso l’Apostolo invita i Filippesi a prendere lui, la sua figura, come modello di comportamento cristiano. Questo affinché possano essere anche loro cittadini del cielo, dove si trova Gesù glorificato che, nel giorno della parusia, riapparirà glorioso per consacrare la salvezza eterna dei suoi fedeli.

Capitolo Quarto

Traendo le conclusioni del discorso fatto nel capitolo precedente, l’Apostolo scrive: “Pertanto, miei fratelli diletti e desiderati, (voi che siete) mio gaudio e mia corona, perseverate così nel Signore, o diletti” (4, 1). L’imperativo “perseverate nel Signore”, insieme con il reiterato epiteto “diletti”, esprimono l’intensa carica affettiva che l’Apostolo nutre verso i suoi fedeli Filippesi, che sono il più bel vanto della sua opera apostolica.

Gli ultimi consigli

In apertura del discorso di commiato, le prime raccomandazioni dell’Apostolo sono rivolte a due donne, alle sue due collaboratrici, Evodia e Santiche, per il valido sostegno che, ciascuna di loro ha dato per la diffusione del Vangelo. Esse, pur col contributo prezioso dato alla causa del Vangelo, con la loro rivalità reciproca, mettono a nudo qualche aspetto negativo della comunità. Il motivo del loro contendere è taciuto, ma probabilmente si può arguire dal contesto che la causa della rivalità sia da individuare nell’ambizione di ciascuna di loro di primeggiare nell’attività di sostegno all’opera missionaria dell’Apostolo. Il riferimento è importante perché porta una testimonianza autentica del ruolo che hanno avuto le donne nella vita delle prime comunità cristiane. Poi Paolo si rivolge all’amico Sizigo, affinché svolga il ruolo paciere tra le due donne rivali, perché entrambe hanno il merito di aver lottato per la causa del Vangelo, insieme a lui, a Clemente e a tutti gli altri suoi collaboratori, “i cui nomi sono scritti nel libro della vita” (4, 2-3). Egli continua la sua argomentazione, riprendendo il discorso sulla gioia, già affrontato più volte, compreso il punto 3,1 della presente missiva. Per l’ennesima volta, qui proclama: “Siate sempre allegri nel Signore. Ve lo ripeto: siate allegri. La vostra amabilità sia (famosa) perché conosciuta da tutti gli uomini. Il Signore è vicino. Non angustiatevi in nulla, ma in ogni necessità, con la supplica e con la preghiera di ringraziamento, manifestate le vostre richieste a Dio. Allora la sua pace, che sorpassa (i limiti) di quello che la ragione umana può concepire, veglierà, in Cristo Gesù, sui vostri cuori e sui vostri pensieri.

Infine, fratelli, quanto c’è di vero, di nobile, di giusto, di puro, di amabile, di lodevole; quanto c’è di virtuoso, quanto è degno di plauso, questo attiri la vostra attenzione. Mettete in pratica quello che avete imparato, ricevuto, udito e visto in me (modello d’identificazione continuamente riproposto in tutto l’epistolario). E il Dio della pace sarà con voi” (4, 4-9).

Secondo alcuni critici, le virtù elencate nelle ultime due strofe provengono dalla filosofia morale stoica. Paolo le santifica facendole sue, le interpreta e le ripropone in senso cristiano.

I ringraziamenti per gli aiuti ricevuti

Tutto questo brano è un tessuto continuo di ringraziamenti e di riconoscimenti di merito ai Filippesi, per il loro contributi materiali e morali dati all’Apostolo nella sua attività missionaria, spesa a loro favore. Paolo si rallegra nel Signore nel ricevere l’ennesimo gesto di generosità dei suoi fedeli e lo interpreta come un rinnovato segnale di affetto e di liberalità, che essi nutrono nei suoi confronti; e dichiara: “Io non parlo spinto dal bisogno: ho imparato, infatti, a bastare a me stesso in qualunque condizione mi trovi. So privarmi anche quando sono nell’abbondanza. In ogni modo e in ogni tempo sono abituato ad essere sazio e a soffrire la fame, a vivere nell’agiatezza e nelle privazioni. Tutto posso in Colui che mi dà la forza. Ciononostante, avete fatto bene a condividere le difficoltà incontrate nelle mie tribolazioni. Proprio voi, soltanto voi, Filippesi, all’inizio dell’evangelizzazione, quando lasciai la Macedonia, avete aperto un conto di credito con me, nel senso di dare (la fede) e ricevere (gli aiuti). Quand’ero a Tessalonica, per ben due volte avete provveduto alle mie necessità” (4, 11-16). Per evitare malintesi, l’Apostolo dichiara di non cercare i beni di fortuna (gli interessi sul capitale), ma “il frutto” dello spirito, cioè fede trasmessa ai suoi fedeli. Egli ha ricevuto dai Filippesi tutto quello che era necessario per coprire le spese atte a soddisfare le sue esigenze. Epafrodito ricompare di nuovo come inviato dalla comunità per portargli i doni della loro generosità, dai quali promana un soave profumo che sale fino a Dio. Iddio soddisferà ogni bisogno dei generosi Filippesi, tramite la mediazione di Gesù Cristo. Poi la dossologia finale: “A Dio e Padre nostro, gloria nei secoli dei secoli. Amen!”, che chiude la lettera.

Saluti finali ed epilogo

Nella parte finale della sua missiva, come di consueto, l’Apostolo invia ai destinatari i saluti suoi, dei suoi collaboratori e di tutti quegli che gli stanno intorno. “Salutate ciascun santo in Cristo Gesù. (A loro volta) vi salutano i fratelli che sono con me. Vi salutano tutti i santi, in modo particolare quelli della casa di Cesare”. Probabilmente, conservando l’anonimato del luogo di origine della lettera, con la locuzione “casa di Cesare” intendeva includere i carcerati come lui, gli schiavi, i liberti e gli emarginati. Non bisogna dimenticare che, nelle città di allora, i poveri erano già presenti e forse anche più numerosi di quelli che popolano le città di adesso e che, da queste schiere, spesso provenivano molte valide primizie dei convertiti al cristianesimo.

SOMMARIO

I punti più importanti del documento appaiono i seguenti concetti strutturali:

  1. I Filippesi vivano allegri con la gioia nell’animo, lasciataci dal Cristo risorto;
  2. L’invito alla perseveranza nella pratica dell’autentica fede cristiana che l’Apostolo ha loro trasmessa, senza lasciarsi traviare dai nemici del Vangelo: giudei integralisti, falsi profeti, nemici personali dell’Apostolo;
  3. L’Apostolo scrive la lettera con la fiducia di recuperare i destinatari alla fede e alla sua amicizia personale;
  4. Il suo arresto e la sua detenzione in carcere, anziché ostacolare, hanno favorito la diffusione della fede cristiana;
  5. L’Apostolo chiede ai Filippesi che, nello spirito di carità reciproca, vadano di comune accordo e siano solidali tra di loro all’interno della comunità. Non facciano niente “per ambizione o vanagloria, ma con umiltà ritenete gli altri migliori di voi stessi”. Si complimenta con i Filippesi per la loro buona condotta morale e li sprona a continuare così. “Fate tutto senza mormorazioni e contestazioni per giungere illibati e immacolati al cospetto di Dio, davanti a una generazione tortuosa e sviata, dove voi brillate come astri nel firmamento”;
  6. L’annuncio dell’invio di Timoteo, il suo più fedele collaboratore, a rassicurare i Filippesi nella fede e di rimandare in patria il loro concittadino Epafrodito, che i Filippesi gli avevano mandato con donativi per sovvenire ai suoi bisogni materiali in carcere;
  7. Nel cap. III ribadisce l’invito ai Filippesi, già fatto all’inizio della Lettera, a vivere allegri nella gioia, pregustando la gioia e la felicità eterna che attende i cristiani in paradiso, il che fa presumere che continui a sviluppare della tema della felicità che il cristiano ripone nella fede. Invece il suo discorso fa una virata improvvisa, cambia registro e tono e, da amichevole e confidenziale che era, diventa energico e tagliente come una spada, riproponendo se stesso come modello comportamentale da imitare “perché noi siamo cittadini del cielo”;
  8. ripropone, come nella maggior parte delle sue lettere, la polemica antigiudaica: “Guardatevi dai cani, dai cattivi operai, dai falsi circoncisi. I veri circoncisi siamo noi che al Signore offriamo il culto secondo lo spirito, non secondo la carne”. Se la salvezza dovesse dipendere dai meriti secondo la carne, Paolo ha più titoli di salvezza dei suoi nemici. Ma egli, dopo aver fatto la scoperta di Cristo, considera questi titoli nient’altro che spazzatura;
  9. L’aspirazione alla perfezione. Paolo non ha la presunzione di essere arrivato ad attingerla, ma si sforza per afferrarla, come egli è stato afferrato da Cristo. Si protende verso la meta ” appetendo al premio della celeste chiamata di Dio in Gesù Cristo”;
  10. Per ultimo seguono i saluti e i convenevoli conclusivi, più o meno, identici alle code finali delle altre sue lettere.