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Scritto Da Felice Moro il giorno 08 Gen 2009

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L’articolo è incentrato sulla storia, struttura e funzioni della Comunicazione. La comunicazione è una relazione che si stabilisce tra due o più … (Clicca sul titolo per continuare a leggere l’articolo)

 

La prima lettera di San Paolo ai tessalonicesi

Posted By Felice Moro on Aprile 18th, 2021

Premessa

La storia dell’evangelizzazione di Tessalonica è narrata, per la prima volta, negli Atti degli Apostoli (At 16,9 e 17, 1-9). Circostanze misteriose e particolari difficoltà che i missionari incontrarono nell’evangelizzazione dell’Asia Minore cospirarono insieme a spingere Paolo e il suo seguito a lasciare il suolo dell’Asia e ad imbarcarsi a Troade per arrivare in Europa. Siamo negli anni tra il 49 e il 52 d.C.- Sbarcato nel porto di Neapoli, il gruppo dei missionari raggiunse Filippi, in Macedonia, prima tappa della sua attività dell’evangelizzazione dell’Europa. L’accoglienza della nuova fede, fin dall’inizio, appariva molto promettente. Ma i Giudei, ostili al messaggio di salvezza di Gesù e gelosi del successo personale riscosso da Paolo tra il popolo, aizzarono contro di lui gli sfaccendati di piazza, che scatenarono una rivolta popolare contro Paolo e il suo seguito. Gli Apostoli furono costretti a fuggire da Filippi e ripararono a Tessalonica. Giunta in città per la via Egnazia, la delegazione apostolica, composta da Paolo, Sila e Timoteo, si recava, per tre sabati di seguito, a predicare il Vangelo nella sinagoga dei Giudei.  L’iniziativa appariva interessante e prometteva buoni frutti, perché un certo numero di Giudei, molti pagani e un gran numero di donne delle classi benestanti, si erano convertiti al cristianesimo e si erano fatti battezzare. Purtroppo, l’ostilità scatenata dai Giudei a Filippi, li raggiunse anche qui per cui furono cacciati via dalla sinagoga; ma essi non si diedero per vinti e trovarono nuova accoglienza nella casa di Giasone, un credente benestante, che li accolse in casa sua. I discorsi dei missionari erano graditi al popolo anche perché erano accompagnati, qui come altrove, da prodigi e segni miracolosi operati dallo Spirito Santo. Questi segni contribuirono a rinforzare l’efficacia della predicazione dei missionari che, dopo aver constatato la mala fede dei Giudei, abbandonarono la sinagoga e si rivolsero ai pagani. Questi si dimostrarono, fin da subito, meno prevenuti e più disponibili dei Giudei ad abbandonare i loro idoli e ad accettare la nuova fede in Cristo Gesù.

Dal punto di vista della composizione sociale, l’uditorio degli Apostoli era formato, in prevalenza, da genti provenienti dal mondo operaio, ma non mancavano le persone che provenivano dagli strati più umili della società: i liberti e gli schiavi. Inoltre, la presenza di Giasone, che accoglie gli Apostoli in casa, e l’accusa rivolta ai cristiani di essere nemici dell’Imperatore, erano tutti indizi che facevano pensare che nel seguito dei missionari ci fossero anche personaggi influenti nella politica e nelle amministrazioni locali. Quando la comunità cristiana si era già formata, era attiva e integrata in seno alla società locale, contro di essa insorsero ancora i Giudei, creando una rivolta, nella quale coinvolsero i violenti e gli sfaccendati di piazza, come precedentemente avevano fatto i rivoltosi di Filippi. Vista la mala parata, i missionari lasciarono anche questa città e si rifugiarono a Berea.  

Ma gli oppositori di Tessalonica giunsero fin qui a mettere in subbuglio la popolazione. A questo punto il gruppo missionario si divide in due parti, per cui, mentre Sila (o Silvano) e Timoteo rimasero a Berea, Paolo continuò il viaggio da solo verso Atene. Qui egli fece un importante discorso in un’assemblea pubblica con i sapienti della Grecia, che ebbe luogo nell’Areopago della città. Inizialmente i presenti ascoltarono il missionario con attenzione, anche perché erano curiosi di sapere cosa avesse mai di nuovo da dire questo straniero, che loro, tronfi del loro sapere, non conoscessero ancora. Tutto andò bene finché l’Apostolo parlò della fede in Gesù Cristo in termini generali; ma quando, nel suo discorso, egli toccò il tema della risurrezione dai morti, la maggior parte dei presenti si alzò in piedi, si mise a contestare le sue affermazioni a voce alta e abbandonò la seduta. Soltanto un certo numero di donne e pochi uomini, tra i quali un certo Dionigi, accolsero l’appello dell’Apostolo e si convertirono alla fede cristiana. Dopo questa deludente esperienza con gli intellettuali greci, Paolo lasciò Atene e si rifugiò a Corinto, dove soggiornò a lungo e fu la tappa più importante del secondo e terzo viaggio missionario per l’evangelizzazione dell’Acaia (Grecia) e dell’Europa. Durante questo lungo soggiorno a Corinto, l’Apostolo aveva maturato l’idea di compiere il quarto viaggio di missione a Roma. Intanto, per fasi conoscere in anteprima, lo fece precedere dalla Lettera ai Romani, in cui anticipa la notizia del suo prossimo arrivo nella capitale dell’Impero, che poi diventerà il centro universale di propulsione del cristianesimo nel mondo.

Capitolo Primo

Mittente e indirizzo

La Lettera si apre con la consueta formula di esordio dell’Apostolo: “Paolo, Silvano e Timoteo, alla Chiesa dei Tessalonicesi, in Dio Padre e nel Signore nostro Gesù Cristo, grazie a voi e pace (1Ts, 1).

L’elezione e la vocazione dei Tessalonicesi

Paolo gioisce e rende grazie a Dio nel ricevere le buone notizie, riportategli dal suo compagno di viaggio Timoteo, che egli aveva inviato in precedenza come suo rappresentante nella comunità di Tessalonica. In particolare, ringrazia Dio nel sapere che i Tessalonicesi si sono distinti nel praticare le buone opere: lo sforzo nella carità, la fermezza nella speranza, la fede nel Signore nostro Gesù Cristo.

“Conosciamo, egli dice, fratelli amati da Dio, la vostra elezione nel Signore a ricevere il Vangelo prima di altri. Esso non vi è stato annunziato in modo superficiale con discorsi fatti di semplici parole, bensì con profonda convinzione dell’animo e con la potente effusione dello Spirito Santo. Voi sapete come ci siamo comportati con voi in modo sincero e trasparente; voi siete diventati bravi imitatori nostri e del Signore, accogliendo la fede con gioia, anche quando essa costava il prezzo di sacrifici e tribolazioni; tuttavia, siete diventati i cristiani modello di tutta la Macedonia e dell’Acaia. Per vostro merito la parola di Dio risuona, non solo in Macedonia (a Filippi e Berea) e nell’Acaia (a Corinto e in Atene), ma ovunque e in ogni luogo si è diffusa la fama della vostra fede in Dio, in modo tale che non avete più bisogno delle nostre parole e delle nostre preghiere, dei nostri insegnamenti. Gli stessi abitanti (vostri concittadini) raccontano ancora le vicende dell’accoglienza che noi abbiamo ricevuta da voi e di come voi vi siete convertiti, passando dal culto degli idoli pagani, al servizio di Dio vivo e vero; ciò al fine di aspettare dai cieli il figlio, Gesù, che risuscitò dai morti e che ci libera dall’ira che viene” (1Ts, 4-10).

Capitolo Secondo

Il comportamento dei missionari a Tessalonica (2,1-12)

I Tessalonicesi sanno bene che la loro evangelizzazione non è stata né casuale, né vana. Infatti, essi sanno come avvennero i fatti: i missionari, dopo essere stati insultati e cacciati via da Filippi, si trasferirono a Tessalonica e, pur davanti a ostacoli, persecuzioni e difficoltà di ogni genere, cominciarono a predicare il Vangelo agli abitanti. “La nostra esortazione alla fede era sincera, non dettata da malafede o dalla voglia d’ingannare gli altri, come spesso facevano altri (certi retori ambulanti), ma essa scaturiva dalla vocazione missionaria conferitaci da Dio ad annunziare il Vangelo; così parlammo francamente con la vostra gente, non per il desiderio di piacere agli uomini, ma per dovere di sincerità e di lealtà verso Dio, che scruta i segreti dei nostri cuori” (1Ts, 2, 3-4). L’Apostolo rimarca il fatto che, nella loro attività di predicazione, i missionari non hanno mai fatto ricorso, né a metodi adulatori, né a persuasioni strumentali, dettate da interesse personale, né sono andati alla ricerca dell’onore o della gloria, che provengono dagli uomini; e, pur avendo diritto a essere mantenuti a carico dei beneficiari della loro opera, essi sono sempre vissuti dal loro lavoro, indipendenti dagli altri e senza essere di peso a nessuno. Sono stati affabili e disponibili nei confronti degli abitanti del posto, come una madre è premurosa nei confronti dei propri figli. Al riguardo, egli scrive: “Noi eravamo disposti a comunicarvi, non solo il Vangelo di Dio, ma la nostra stessa vita, tanto ci eravate diventati cari. Voi, fratelli, ricordate certamente le nostre fatiche e i nostri stenti: lavoravamo giorno e notte per non essere di peso a nessuno, tuttavia adempiendo alla nostra missione di comunicarvi il tesoro della fede. Siete voi testimoni diretti e Dio stesso del trasporto affettuoso e sincero con cui abbiamo comunicato il Vangelo a voi, che eravate disponibili ad accoglierlo. Abbiamo usato un comportamento sincero e premuroso nei vostri confronti, come fa un padre con i propri figli. Vi abbiamo esortati, incoraggiati e scongiurati a camminare nella strada giusta, che porta a Dio e vi chiama al suo regno e alla sua gloria” (1Ts, 2, 8-12).

L’accoglienza del messaggio cristiano (2, 13-16)

Paolo si congratula con i Tessalonicesi perché, avendo ricevuto la parola di Dio dalla voce umana dei missionari, hanno creduto e la nuova fede dà loro una grande forza spirituale. Infatti, con la fede, essi sono diventati imitatori delle chiese cristiane che sono in Giudea, in Palestina e nel mondo. Pertanto, le stesse sofferenze e le stesse persecuzioni, che hanno subito i fratelli della Giudea da parte dei loro compatrioti non credenti, le dovranno patire anche loro, i neoconvertiti della Macedonia. La persecuzione è, quindi, un destino fatale della Chiesa di Dio, a prescindere dai luoghi, dai tempi e dalle persone, che la rappresentano.

“I Giudei, nemici della fede, continua l’Apostolo, prima hanno ucciso il Signore Gesù e i profeti, poi perseguitarono noi. Essi non piacciono a Dio, sono nemici degli uomini e impediscono a noi di predicare la fede alle genti, affinché esse si salvino; così riempiono sempre di più la misura dei loro peccati. Ma l’ira di Dio si è già abbattuta su di loro e durerà fino alla fine” (1Ts,2, 15-20).

L’Apostolo continua il suo discorso, dichiarando: “Noi, o fratelli, orfani di voi per breve tempo con la presenza, ma non con il cuore, ci siamo preoccupati, con estrema premura, di rivedere il vostro volto. Proprio per questo avevamo deciso di venire da voi, io Paolo, una prima e una seconda volta, ma Satana ce l’ha impedito.

Chi, infatti, è la nostra speranza, la nostra gioia e la nostra corona di gloria davanti al Signore nostro, Gesù Cristo, al momento della sua parusia, se non proprio voi? Voi, certo, siete la gioia e la gloria nostra” (2, 17-20). Egli, quindi, più volte ha cercato di far ritorno da loro, ma i suoi tentativi sono stati sempre frustrati dall’opposizione satanica dei suoi nemici. La comunità dei credenti di Tessalonica rappresenta la misura e il successo della sua opera missionaria tra i pagani. Essa sarà la gloria e la gioia dell’Apostolo nel giorno della parusia, ossia nel giorno del ritorno del Signore per giudicare i vivi e i morti.

Capitolo Terzo

La missione di Timoteo

Paolo, non potendo andare lui di persona, ha fatto una scelta: egli resterà solo ad attendere alla sua opera a Corinto e manda il suo collaboratore Timoteo a confermare nella fede i Tessalonicesi, convertiti di recente. La preoccupazione dell’Apostolo è che, i disordini e le agitazioni sociali, come quelle scatenate strumentalmente dai suoi oppositori e perturbatori dell’ordine pubblico, qualcuno, che magari ha una fede ancora debole, possa essere distolto o perderla del tutto. I destinatari della missiva sanno già che, per poter difendere e mantenere integra la loro fede, i cristiani sono destinati a subire lotte e tribolazioni di ogni genere. Nell’ansiosa attesa di avere notizie sull’evoluzione della situazione in quel momento assai poco tranquillo, egli ha mandato il suo collaboratore a raccogliere notizie sullo stato di salute della fede dei neoconvertiti. La sua paura è sempre quella che l’antico seduttore (il maligno) possa dissuadere i fedeli dalla fede, rendendo vani il suo lavoro e le sue fatiche.

Quando Paolo scrive la lettera, Timoteo è appena tornato dalla sua missione, riportando buone notizie, che hanno rinfrancato l’animo dell’Apostolo. Soddisfatto di questa notizia, egli attesta: “Proprio ora Timoteo è tornato da noi. Ha riportato buone notizie sullo stato di salute della vostra fede e della vostra carità; non solo, ma mi ha anche riferito che conservate un buon ricordo di noi e che desiderate rivederci, come noi desideriamo di rivedere voi. Il sapere queste cose, fratelli, ci rinfranca l’animo perché, dopo le avversità e le tribolazioni patite, abbiamo trovato conforto in voi, a motivo della costanza nella vostra fede” (1Ts,3, 6-7).

Le informazioni riportate da Timoteo riempiono l’animo di Paolo di soddisfazione e di gratitudine verso Dio che gli ha concesso questa gioia. Nello stesso tempo, la consapevolezza della stima che i suoi fedeli nutrono ancora per lui, per naturale corrispondenza di amorosi sensi umani, acuisce la nostalgia dell’Apostolo di rivedere i suoi cari parrocchiani di Tessalonica. Poi il saluto e l’auspicio: “Che lo stesso Dio e Padre nostro e il Signore nostro Gesù, ci spianino la via verso di voi. Il Signore vi faccia crescere e sovrabbondare nell’amore scambievole verso tutti, come noi sentiamo verso di voi. Ciò affinché i vostri cuori siano irreprensibili nella santità davanti al nostro Dio e Padre, nella venuta del Signore nostro Gesù con tutti i suoi santi” (1Ts, 3, 11-13).

Capitolo Quarto

Introduzione (4, 1-2)

Nell’introduzione alla nuova pericope, Paolo esorta, conforta e cerca di sostenere gli animi dei Tessalonicesi, affinché essi, come hanno appreso dai missionari la retta via che porta a Dio, continuino a camminare nella strada giusta e a progredire nella fede e nella grazia del Signore Gesù. Ormai essi conoscono la strada che devono percorrere. Essi hanno ricevuto l’orientamento, le norme e le indicazioni necessarie per seguire da soli il loro cammino futuro.

Santità e purezza della cristiana (4,3-8)

La volontà di Dio è la santificazione dei suoi fedeli. Perciò, ai suoi interlocutori l’Apostolo dice: “Astenetevi dall’impudicizia. Ciascuno sappia tenere il proprio corpo in santità e onore, non abbandonandosi agli impulsi delle passioni sregolate, come fanno i pagani che non conoscono Dio. Infatti, il cristiano e il pagano normalmente scelgono di percorrere strade diverse nella vita: il primo percorre la strada che conduce alla condizione spirituale dell’uomo rigenerato e ritemprato dalla grazia del Signore; il secondo si abbandona al godimento del piacere materiale del ventre e delle passioni. A questo riguardo, nessuno si permetta di fuorviare o defraudare il suo prossimo perché il Signore è vindice delle nostre azioni, nonché delle nostre intenzioni verso gli altri. Dio, infatti, non ci ha chiamati all’impurità, ma alla santità. Chi non rispetta questi principi, disprezza, non l’uomo nella sua ontologia mortale, ma Dio stesso che dona a voi il suo Santo Spirito” (1Ts, 4, 3-8).

Carità fraterna e laboriosità (4,9-12)

“Quanto alla necessità di tenere vivo il sentimento di amore fraterno, egli dice, non c’è bisogno che io ve lo ricordi per iscritto, perché ne abbiamo parlato e discusso abbondantemente a voce nei nostri incontri e voi avete già imparato da Dio ad amarvi scambievolmente. Infatti, lo spirito di carità e di solidarietà reciproca che vi lega al vostro interno come comunità locale, fortunatamente, si è diffuso e si è esteso all’intero popolo della Macedonia” (1Ts, 4, 9-10). Poi l’Apostolo esorta i destinatari a progredire maggiormente nello sforzo di ripulire la propria condotta da tutte quelle di abitudini negative, dalle scorie e dalle incrostazioni dei vizi, come l’agitazione, l’intraprendenza negli affari pubblici, la negligenza nel proprio lavoro, che possono essere di ostacolo o d’intralcio alla pratica della carità. La carità non ama farsi servire, ma cerca di servire il prossimo essa stessa, di vivere attivamente del proprio lavoro per essere liberi e indipendenti dagli altri, senza costituire mai un peso per nessuno. “Comportatevi con onore, come vi abbiamo raccomandato nei confronti degli estranei e non abbiate bisogno della guida di nessuno” (1Ts, 4,12) consiglia Paolo ai suoi amici di Tessalonica.

La Sorte dei defunti (4, 13-18)

In questa sezione Paolo dà le sue spiegazioni circa la sorte che attende i defunti.

“Non vogliamo lasciarvi nell’ignoranza, o fratelli, riguardo a quelli che dormono, affinché voi non siate afflitti come quelli che non hanno speranza (i pagani). Infatti, se crediamo che Gesù è morto ed è risuscitato, così dobbiamo credere che Dio riunirà con lui quanti si sono addormentati in Gesù. Alla venuta del Signore, noi, viventi, superstiti, non precederemo quelli che si sono addormentati prima di noi. Poiché il Signore stesso, al comando divino, alla voce dell’arcangelo, al suono della tromba di Dio, discenderà dal cielo e i morti che sono in Cristo risorgeranno per primi. E noi viventi, superstiti, insieme con essi, saremo rapiti sulle nubi del cielo per incontrare il Signore nell’aria e saremo sempre con lui” (1Ts, 4, 13-17).

Pertanto, anche in queste circostanze dolorose, i fedeli di Tessalonica si consolino gli uni gli altri con la speranza che danno queste parole dell’Apostolo. La risposta di Paolo, d’altronde, scaturisce da un preciso articolo del Credo Simbolo Apostolico. Se Gesù è morto ed è risuscitato dai morti, anche i fedeli che muoiono con lui, con lui risorgeranno a nuova vita.

Capitolo Quinto

Il tempo della parusia

Circa il tempo e l’ora della parusia, ossia della futura venuta del Signore, nessuno sa quando e anche i Tessalonicesi sanno che nessuno conosce questo mistero. Però essi sanno che il giorno del Signore arriverà all’improvviso, come un ladro di notte. Il senso della frase lascia presumere che i destinatari conoscessero già questi temi, perché, probabilmente, erano stati già affrontati negli interventi della catechesi orale, quando l’Apostolo era presente in mezzo a loro. Il giorno della sua venuta, il Signore si mostrerà salvatore e giudice universale dell’umanità, dei vivi e dei morti. Per questo è necessario tenersi desti e sempre pronti ad affrontare la situazione. L’immagine del ladro suggerisce certamente un senso non positivo, ma calamitoso dell’evento. Tra i vangeli sinottici, Matteo è quello più esplicito di tutti nel descrivere, come apocalittico, il giudizio universale; tra gli artisti, Michelangelo è quello che, meglio di altri, ha saputo rappresentare plasticamente la scena nell’affresco della volta della Cappella Sistina, nella Chiesa di S. Pietro a Roma.

Di fatto accadrà che, “quando gli uomini diranno pace e sicurezza allora improvvisamente precipiterà su di loro la rovina, come i dolori del parto su una donna incinta, e gli uomini non sfuggiranno al loro destino.

Ma voi, fratelli, non siete nelle tenebre (come sono i non credenti) ignorando queste cose, in modo tale che quel giorno vi possa sorprendere come un ladro di notte. Infatti, voi siete figli della luce e, come tali, conoscete le cose e, quello che più conta, è il fatto che siete nello stato di santità e della grazia del Signore. Per questo non dormiamo, ma siamo sempre svegli, attenti e vigili ad affrontare il destino che ci attende. Quelli che dormono, o sono neghittosi perché figli della notte che porta vizi, crapule e orge; o sono come noi, uomini del giorno, figli della luce. Perciò, dobbiamo essere sobri, rivestiti con la corazza della fede e della carità, con in testa l’elmo della speranza della salvezza” (1Ts, 5, 3-8). Dio, infatti, non ha destinato i suoi figli a vittime della sua ira, ma all’acquisto della salute eterna con il prezzo pagato dal sangue del Signore nostro Gesù Cristo, che è morto per noi. Pertanto, sia che viviamo, sia che ci addormentiamo, viviamo con lui. Riflettendo su questa realtà dell’umano destino, i Tessalonicesi si confortino gli uni gli altri, come, d’altronde, hanno già imparato a fare da soli.

Doveri comunitari

Dopo le istruzioni sulla sorte dei defunti e sul tempo della parusia, viene l’esortazione ai doveri comunitari, come espressione della vita nell’armonia cristiana e soprannaturale. Prima di tutto l’Apostolo raccomanda il rispetto dei superiori che insegnano, ammoniscono e governano le comunità. Queste persone, come Paolo e gli altri apostoli, lavorano e faticano, non per un loro interesse o tornaconto personale, ma operano in nome e per conto del Signore. Dopo i doveri verso i superiori, vengono i doveri reciproci tra i membri delle stesse comunità.

Essi vivano in pace tra di loro. “Vi esortiamo, fratelli, correggete gli indisciplinati, incoraggiate i pusillanimi, sostenete i deboli, siate pazienti con tutti. Guardatevi bene dal rendere il male con il male, piuttosto studiate sempre di fare il bene gli uni agli altri e a tutti. Siate sempre lieti perché le persecuzioni e i torti subiti non tolgono mai la gioia dell’anima, che vive in armonia con la volontà del Signore. Pregate sempre, possibilmente senza interruzione. Rendete grazie al Signore per ogni dono che egli vi ha concesso. Tenete conto della volontà di Dio comunicatavi da Gesù Cristo. Non spegnete le risorse dello Spirito. Non disprezzate le profezie perché la Chiesa è fondata, oltre che sulla parola di Dio, anche sulle testimonianze dei profeti e sull’opera degli apostoli. Esaminate ogni cosa, ritenete le cose buone. Tenetevi lontani da ogni sorta di male (1Ts, 5, 14-22).

Conclusione (5,23-28)

A conclusione della sua missiva, l’Apostolo augura ai Tessalonicesi “che il Dio della pace fortifichi tutto il loro essere: spirito, anima e corpo, che essi custodiranno con cura integri per la santità da offrire in dono al Signore il giorno della parusia. Fedele è colui che vi chiama. Egli porterà ogni cosa a compimento. Fratelli, pregate anche per noi. Salutate tutti i fratelli con il bacio santo. Vi scongiuro nel Signore che questa lettera sia letta a tutti i fratelli. La grazia del Signore nostro, Gesù Cristo, sia con voi” (1Ts,5, 23-28).

Dio che chiama l’uomo, il Creatore che attende le sue creature alla fine dei loro giorni, siccome è fedele alle sue promesse, non mancherà di farle partecipi della sua stessa divinità.

Sommario

I temi trattati nella Lettera sono molteplici, tra i quali, quelli in cui l’Apostolo ha maggiormente insistito, detti con estrema sintesi, appaiono i seguenti:

  1. La gioia. I cristiani vivono nella gioia perché hanno una speranza in più dei pagani e di tutti gli altri abitanti del pianeta: quella di essere stati redenti dal peccato di Adamo dal sacrificio di Cristo sulla croce. Perciò vivano nella gioia e nella pace della fratellanza universale;
  2. Le virtù cristiane: fede, speranza e carità, sono le corazze più importanti che sorreggono l’etica dei cristiani per vivere nella gioia che dona la pace dell’anima;
  3. Paolo e i suoi collaboratori, pur avendo diritto a campare a spese della società ospitante, hanno sempre preferito lavorare e campare a proprie spese, senza essere mai di peso a nessuno;
  4. La polemica contro i Giudei, bollati come nemici della fede, è una costante che ricorre non solo in questo documento, ma un può in tutti gli scritti dell’Apostolo;
  5. La santificazione, cioè l’esigenza di ripulire la coscienza dalle condotte negative (impudicizia, negligenza nel proprio dovere, vizi di ogni sorta) è un’altra sollecitazione costante dell’Apostolo;
  6. Lo spirito di servizio: il cristiano non deve aspettare di essere servito, ma dev’essere lui stesso sempre disponibile a servire gli altri;
  7. La sorte dei defunti. Se Gesù è morto ed è risorto dai morti, anche il credente deve sperare che, dopo la morte, risorga con lui a nuova vita;
  8. La parusia. E’ il ritorno del Signore nel giorno del giudizio universale per giudicare i vivi e i morti.  E’ un evento apocalittico, narrato soprattutto nel vangelo di Matteo e rappresentato plasticamente da Michelangelo nella volta della Cappella Sistina, evento che avverrà non subito. Prima devono accadere molte altre cose. Intanto bisogna essere attenti e vigilare sulle nostre condotte perché il Signore, per ognuno di noi, può venire all’improvviso in qualsiasi momento e può sorprenderci come un ladro di notte;
  9. Sobrietà. Il cristiano, armato delle corazze della fede e della carità, deve sempre avere una condotta sobria, scevra da vizi e da qualsiasi eccesso comportamentale;
  10. Il rispetto di tutti. Il credente non deve mai mancare di rispetto a nessuno, ma dev’essere sempre solidale con gli altri, all’interno della comunità e all’esterno, con le autorità di governo e con gli altri membri della società civile.

I Tessalonicesi sanno già tutte queste cose, perché Paolo le aveva trattate a voce quand’era presente in  mezzo a loro; ma ora le ribadisce anche per iscritto nella lettera, a perenne memoria della fede nella vita dei cristiani.

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