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Scritto Da Felice Moro il giorno 08 Gen 2009

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L’articolo è incentrato sulla storia, struttura e funzioni della Comunicazione. La comunicazione è una relazione che si stabilisce tra due o più … (Clicca sul titolo per continuare a leggere l’articolo)

 

La seconda lettera di San Paolo ai tessalonicesi

Posted By Felice Moro on Aprile 18th, 2021

Premessa

Vista nell’insieme, la seconda Lettera appare, se non un’appendice, una prosecuzione della prima Lettera dell’Apostolo ai suoi fedeli di Tessalonica. La situazione della comunità dei credenti appare delicata e complessa, perché i perturbatori, nemici dell’Apostolo e del suo vangelo, incalzano i credenti sull’imminenza della parusia, mentre le combriccole degli oziosi e sfaccendati seminano ovunque la sfiducia, il discredito e il disfattismo nella popolazione. Come l’Apostolo aveva già scritto nella sua missiva precedente, le persecuzioni sembrano un male inevitabilmente connesso alla vita dei cristiani. Ora questa condizione viene rapportata al giudizio di Dio. Quando verrà l’ora del giudizio, il Signore dividerà gli uomini in buoni e cattivi, perseguitati e persecutori, e riserverà un diverso destino per le due schiere di anime: il premio della vita eterna per le vittime dei soprusi umani, l’eterno castigo per i dannati. In qualche modo, Paolo ricalca le orme della letteratura apocalittica giudaica, già rappresentata nel Vangelo di Matteo.

Qualche commentatore ha scritto: “Le lettere ai Tessalonicesi non hanno un’esposizione metodica o un’impostazione magistrale … Constano piuttosto di ricordi, esortazioni alla buona condotta, alcune minacce ed alcune preoccupazioni teologiche. La polemica antigiudaica ha una forma ancora primitiva. Non è la risposta ai giudaizzanti impegnati alla salvaguardia delle norme veterotestamentarie del mosaismo, ma ai Giudei in quanto tali, avversari del messianismo cristiano. Gli “uomini perversi e malvagi” di (2Ts 3,2) non sono i giudeo-cristiani, ma i connazionali dell’Apostolo, che ora ostacolavano l’evangelizzazione in Grecia, allo stesso modo come prima avevano già ostacolato, a più riprese, l’evangelizzazione dell’Asia. La tematica delle due lettere rimane ferma ai dati essenziali del credo. Rimangono assenti i contenuti delle grandi sintesi teologiche paoline, come la giustizia di Dio, la riconciliazione, la giustificazione, lo spirito di adozione, la contrapposizione tra spirito e carne, la crocifissione, l’amor di Dio, la morte al peccato, la carità…

L’escatologia occupa un posto importante, insieme ai temi del giudizio e della parusia, che sono argomenti dominanti della predicazione apostolica. Ma anche questi semplici abbozzi dottrinali contengono in sé i germi iniziali delle future grandi sintesi teologiche di Paolo, l’Apostolo delle genti, il missionario più grande che la Chiesa abbia mai avuto-.” (O. De Spinetoli, Roma, 1981). 

Mittenti, indirizzo e saluti (1,1-2)

“Paolo, Silvano e Timoteo alla Chiesa dei Tessalonicesi in Dio nostro Padre e nel Signore Gesù Cristo sia a voi grazia e pace da parte di Dio, nostro Padre e del Signore Gesù Cristo”. L’indirizzo è identico a quello della lettera precedente, a parte la variante di quell’aggettivo possessivo nostro attribuito a Dio Padre.

Capitolo Primo

Il giudizio di Dio come conforto nelle persecuzioni

Paolo, reverente, ringrazia Dio e si congratula con i Tessalonicesi per la crescita e il progresso che hanno fatto nella vita cristiana. Il loro comportamento è stato esemplare, in modo particolare, nella costante tenuta della fede, nella sovrabbondanza della pratica della carità, nonché nella perseverante cura di tutti questi valori; ciò malgrado le persecuzioni subite, le tribolazioni patite e che ancora dovranno sopportare. Tutto questo è un segno del giusto giudizio di Dio, che ritiene i fedeli di Paolo meritevoli del suo regno. L’intervento divino sarà provvidenziale per ristabilire il giusto equilibrio dell’ordine sociale turbato in vita dall’ingiustizia dei persecutori. Quando verrà il giorno del Signore, i persecutori verranno puniti nell’inferno, mentre i perseguitati verranno premiati con la vita eterna in paradiso. A questo riguardo egli scrive: “Quando verrà la manifestazione del Signore Gesù con gli angeli della sua potenza, egli ristabilirà l’ordine violato, dando consolazione a noi, tribolati, mentre quelli che non vogliono riconoscere Iddio, né obbedire al Vangelo del Signore nostro Gesù, subiranno la vendetta divina nel fuoco ardente. Costoro saranno punirti con la rovina eterna, lontani dalla faccia del Signore e dallo splendore della sua potenza. Quel giorno egli verrà per essere glorificato nei suoi santi e per essere ammirato da tutti quelli che hanno creduto, come voi avete creduto alla nostra testimonianza” (2Ts, 1 6-10). L’Apostolo prega Dio per i suoi fedeli, affinché li renda degni della loro vocazione alla volontà di bene, alla professione della fede e alla pratica della carità. “Ciò affinché sia glorificato in voi il nome del Signore nostro Gesù, e voi in lui per la gloria di Dio e del Signore Gesù Cristo” (2Ts, 1, 17).

Per l’Apostolo la vita cristiana è un continuo rapporto dell’uomo con Dio Padre e con il figlio Gesù. E’ l’idea   che ritorna continuamente in entrambe le due lettere ai Tessalonicesi. La fede e la carità sono due forze che trasformano l’uomo in Cristo.

CAPITOLO SECONDO

La parusia del Signore e dell’iniquo (2,1-12)

Questa pericope ha un contenuto oscuro, di difficile interpretazione. L’Apostolo parla dei segni premonitori della parusia del Signore, ma anche dell’affermazioni dell’Avversario, dell’Anticristo. “Quanto alla parusia del Signore, scrive l’Apostolo, e alla nostra riunione con Cristo, vi preghiamo, fratelli, di non agitarvi per le notizie, a noi attribuite ma non veritiere, che circolano nell’opinione pubblica. Non lasciatevi ingannare fino a lasciarvi prendere dal panico, come che il giorno del Signor sia imminente. Infatti, se prima non viene l’apostasia (abiura alla propria fede) e non si rivela l’uomo dell’iniquità (il maligno) che si oppone a Dio e s’innalza fino a sedersi nel tempio di Dio, dichiarando se stesso Dio …” (2Ts, 2, 1-4).

A questo punto il periodo è interrotto e il discorso resta sospeso. Dal significato della della premessa, si arguisce che la conclusione logica che da essa si può trarre, dovrebbe essere la seguente: finché non avvengono tutte queste cose, non avviene la parusia. A maggior chiarimento del significato del suo scritto, l’Apostolo precisa: “Non vi ricordate che quando ero in mezzo a voi vi dissi tutte queste cose?”; il che costituisce una dichiarazione esplicita del fatto che nella sua corrispondenza epistolare, Paolo ripete o riassume, il significato dei discorsi già fatti oralmente, quando egli era presente nella comunità. Ora i Tessalonicesi sanno qual è la causa del ritardo nell’arrivo della parusia.

Riprendendo il discorso sul suo oscuro concetto, Paolo più avanti scrive: “Il mistero dell’iniquità è già in atto. Solo è da attendere fino a quando colui che lo trattiene sia tolto di mezzo. Proprio allora si manifesterà l’iniquo, che il Signore Gesù distruggerà con un soffio della sua bocca e annienterà con la manifestazione della sua parusia. La parusia dell’iniquo avviene per opera di Satana, con ogni genere di potenza, con miracoli e prodigi di menzogna, con tutte le seduzioni dell’iniquità per quelli che si perdono perché non hanno accolto  l’amore della verità per essere salvi. Ecco perché Iddio manda ad essi un influsso di errore, perché credano alla menzogna, affinché siano condannati tutti quelli che non hanno creduto alla verità, ma si sono compiaciuti dell’ingiustizia” (2Ts, 2, 7-12). Così la caduta sotto il dominio di Satana è una conseguenza del rifiuto opposto all’invito divino per la conversione delle coscienze.

La perseveranza nella fede (2,13-16)

Paolo riprende il discorso di ringraziamento a Dio perché, fin dall’inizio, ha scelto i Tessalonicesi “per la salvezza nella santificazione dello Spirito e nella fede della verità. Ha chiamato voi, per mezzo del nostro vangelo, per la gloria del Signore nostro Gesù Cristo. Pertanto, fratelli, siate forti, conservate le tradizioni della fede nella quale siete stati istruiti, sia con le prediche orali, sia per mezzo della nostra lettera (e qui abbiamo la conferma esplicita del fatto che le istruzioni evangeliche date nella lettera erano già state portate a conoscenza dei Tessalonicesi nella precedente attività di predicazione orale). Lo stesso Gesù Cristo, Signore nostro e Dio nostro Padre, che ci hanno amati, che ci hanno dato consolazione e speranza, consolino e confermino anche i vostri cuori in ogni vostra buona parola e in ogni vostra opera di bene” (2Ts, 2, 13-17).

Capitolo Terzo

Esortazione finale (3,1-5)

Nello spazio di questa pericope, l’Apostolo esordisce invitando i fratelli a pregare affinché la parola di Dio continui a diffondersi e a far presa ovunque, come si è affermata presso i Tessalonicesi. Con quest’invito egli intende sollecitare l’impegno missionario che diventa un dovere collettivo, che coinvolge l’intera comunità. Infatti, l’evangelizzazione è un dovere, non di pochi addetti ai lavori, ma di tutta la collettività cristiana, affinché la chiesa continui la sua corsa e “ci liberi dagli uomini perversi e malvagi. Purtroppo, la fede non è di tutti (constatazione amara, ma pur vera dell’Apostolo). Ma fedele è il Signore che vi confermerà nella perseveranza e vi custodirà dal contagio del maligno. Abbiamo fiducia nel Signore, sicuri che quanto vi comandiamo, lo facciate e lo farete. Il Signore ispiri e orienti i vostri cuori verso l’amore di Dio e la pazienza di Cristo (2Ts, 3, 2-5). Dio guida la vita dell’uomo, dona le forze naturali e suscita le sue inclinazioni soprannaturali, tra le quali lo spirito di carità e l’amore verso tutte le sue creature.

Ammonimento agli oziosi (3,6-15)

In questa pericope, che costituisce un’appendice o una specie di aggiunta alla lettera che sembrava già conclusa con la precedente invocazione, l’Apostolo assume improvvisamente un severo tono di comando:

“A voi, fratelli, ordiniamo nel nome del Signore nostro Gesù Cristo, di stare lontani da tutti quei fratelli che vivono indisciplinatamente e non secondo l’insegnamento che ricevettero da noi. Infatti, voi sapete che dovete imitarci nel comportamento, sapendo che, quando eravamo tra di voi, non siamo rimasti né oziosi, né abbiamo mangiato gratuitamente il pane di altri, ma siamo campati con fatica e con stenti, lavorando giorno e notte, per non essere di peso a nessuno. E non è che non avessimo diritto ad essere mantenuti dai beneficiari della nostra azione missionaria, ma abbiamo preferito lavorare, sia pure con sacrifici e fatica, pur di campare dal nostro lavoro; questo per offrirvi un modello onesto di comportamento sociale da imitare. Infatti, quando eravamo ancora insieme, vi davamo un’importante raccomandazione: se uno non vuole lavorare, non mangi. Ma ora siamo venuti a sapere che in mezzo a voi ci sono persone che vivono in modo disordinato: non lavorano affatto, s’impicciano di tutto e parlano di ogni cosa. A queste persone comandiamo e le ammoniamo, in nome del Signore Gesù, che mangino il proprio pane, lavorando in silenzio e senza fare molto chiasso” (2Ts, 6-12). L’Apostolo qui intende sottolineare il fatto che l’ozio comporta molti altri vizi, tra i quali, quello di fare molte chiacchiere inutili, che infastidiscono gli altri inutilmente. Per ovviare a questo male, il comando che egli dà è di duplice valenza: silenzio e impegno di lavoro. Nello stesso tempo avverte i fratelli su come trattare l’ozioso. Lo richiamino all’ordine con consigli orali e facendogli leggere il messaggio della lettera. Se poi persiste con la condotta sbagliata, lo trascurino, isolandolo in modo che si vergogni di stare con gli altri, ma comportandosi diversamente dagli altri suoi vicini. Ma continuino a considerarlo come fratello, non come nemico.

Il saluto finale (3,16-18)

Il messaggio conclusivo richiama i contenuti e le modalità di quello già dato precedentemente: “Lo stesso Signore della pace- egli dice- vi dia la pace sempre e in ogni maniera. Il Signore sia con tutti voi. Il saluto che vi mando è di mia mano, di Paolo. Questo è il sigillo di tutte le mie lettere. La grazia del Signore nostro Gesù Cristo sia con tutti voi!”.

Sommario riassuntivo:

Facendo una sintesi sommaria del documento, i principali concetti espressi dall’Apostolo appaiono i seguenti.

  1. La perseveranza nelle virtù cristiane: fede, speranza e carità, conserverà i fedeli puri e graditi a Dio. Ciò malgrado, non mancheranno di affrontare le persecuzioni che incontrano nel loro cammino, le quali pare che abbiano una connessione ontologica alla condizione dell’essere cristiani;
  2. I Giudei sono i nemici del cristianesimo. “Gli uomini perversi e malvagi” di cui parla l’Apostolo, non sono i pagani o i giudaizzanti, ma i Giudei in quanto tali, i suoi connazionali. Essi prima hanno ucciso Gesù e i profeti, poi hanno ucciso gli apostoli e adesso perseguitano i loro fedeli; prima hanno ostacolato l’evangelizzazione dell’Asia e adesso ostacolano l’evangelizzazione della Macedonia e della Grecia;
  3. Il giorno del giudizio non si sa quando avverrà. Quando arriverà la sua ora, il Signore dividerà gli uomini in due schiere: i perseguitati e i persecutori, i buoni e i cattivi, e assegnerà loro un diverso destino: ai primi, il premio della vita eterna in paradiso, ai malvagi il castigo eterno nell’inferno;
  4. L’avvento della parusia. Il giorno del giudizio universale non è imminente. Il Tessalonicesi lo sapevano già da prima perché Paolo l’aveva detto quand’era ancora in città e spiegava loro la dottrina della fede; perciò, cerchino di ricordare, senza lasciarsi confondere dai perturbatori e dai falsi profeti;
  5. L’attività missionaria è un dovere collettivo. L’evangelizzazione è un compito, non solo di pochi addetti ai lavori, ma di tutta la collettività cristiana e, in questo senso, ogni comunità ha la sua responsabilità. Tutti i credenti possono insegnare agli altri, con l’esempio, lo stile di vita e la preghiera, i principi fondamentali della vita cristiana;
  6. La disapprovazione dei fannulloni. Tutti devono lavorare per vivere. I missionari, pur avendo diritto a vivere a spese della comunità ospitante, hanno preferito dare il buon esempio, per cui hanno sempre lavorato e sono vissuti del proprio lavoro, senza essere mai di peso a nessuno. I fannulloni non vanno disprezzati o emarginati in quanto tali, ma vanno sollecitati a lavorare, a guadagnarsi il pane che mangiano con le proprie fatiche, come fanno tutti gli uomini del mondo. Bisogna far capire loro una verità fondamentale, secondo cui, chi non lavora, non mangi!
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