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Scritto Da Felice Moro il giorno 08 Gen 2009

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L’articolo è incentrato sulla storia, struttura e funzioni della Comunicazione. La comunicazione è una relazione che si stabilisce tra due o più … (Clicca sul titolo per continuare a leggere l’articolo)

 

Testo e commento semplificato della lettera di San Paolo ai Galati

Posted By Felice Moro on Gennaio 4th, 2021

Premessa

Ai tempi di Paolo la Galazia era una regione interna dell’Asia Minore, corrispondente all’altopiano anatolico, nel cui centro sorgeva la città di Ancira, l’odierna Ankara. I Galati, cui è rivolta la Lettera, sono gli abitanti delle comunità cristiane fondate dall’Apostolo nei suoi primi viaggi di evangelizzazione dei pagani. Non si hanno dati certi sulla data della sua redazione, ma da una serie di notizie indirette, i commentatori hanno desunto che la Lettera è stata scritta dall’Apostolo a Efeso, intorno all’anno 54 d. C. durante il suo terzo viaggio missionario.

La motivazione che ha spinto Paolo alla redazione di questo scritto è derivata da un incidente di percorso nella sua attività missionaria. Era accaduto che, non molto tempo dopo la loro conversione al cristianesimo, queste comunità furono sconvolte da parte di alcuni nemici di Paolo, che intendevano gettare il discredito sulla sua opera. Informato per tempo di quest’evenienza, egli affrontò la situazione di petto in maniera energica e decisa.

Ma chi erano questi nemici di Paolo? Erano certamente uomini di matrice ebrea, connazionali dell’Apostolo ma anche suoi fieri oppositori. In particolare pare che fossero gruppi di giudaizzanti, cioè di Giudei convertiti al cristianesimo, che tentavano di attuare una specie di sincretismo tra giudaismo tradizionale e nuova fede cristiana. Ma essi erano ancora fortemente legati alle norme di vita giudaiche del Vecchi Testamento e alla Legge di Mosè, compresa la tradizione della pratica della circoncisione.  Infatti, secondo le loro inveterate convinzioni, sostenevano che i nuovi adepti, prima di essere ammessi alla fede cristiana, dovessero compiere una fase di tirocinio nella conoscenza e nella pratica dell’antica religione giudaica. Paolo, invece, era di diverso avviso. Egli, infatti, dopo essere stato strenuo difensore del giudaismo e fanatico persecutore dei cristiani (in questa veste fu complice della lapidazione di Stefano), subì la folgorazione sulla via di Damasco. Quest’evento gli cambiò la vita perché, non solo determinò la sua conversione al cristianesimo, ma  devenne l’Apostolo più attivo e più ardente di fede nell’evangelizzazione dei gentili (pagani). La sua prima esperienza di predicazione della nuova fede in Gesù Cristo ebbe luogo nella città di Antiochia, in Siria. Successivamente, insieme a Barnaba, intraprese il suo primo viaggio missionario in terra straniera, compiuto attraverso le popolazioni dell’isola di Cipro (Salamina e Pafo), la Panfilia (Perge) e la Psidia (Antiochia di Psidia, Iconio, Listra e Derbe) . Nella sua titanica impresa di ambasciatore della nuova fede, egli riscosse molto successo e guadagnò grande popolarità. In quelle occasioni ebbe modo di sperimentare, toccando le cose con mano, quanto proficua fosse l’ammissione dei pagani alla fede in Gesù Cristo; inoltre era convinto che , per facilitare la loro conversione, il metodo migliore sarebbe stato quello di ammettere un loro passaggio diretto, dall’idolatria pagana al battesimo cristiano, senza costringere i neocatecumeni a sottoporsi a un pesante e assurdo tirocinio nell’antica fede giudaica.

Quest’obbligo avrebbe potuto alienare molti dall’aderire al cristianesimo. Ma intanto la sua scelta fu contestata da molti a Gerusalemme, in Giudea e ad Antiochia di Siria, sede della centrale operativa dell’apostolato cristiano. Per stroncare le forti polemiche insorte al riguardo con gli altri fratelli cristiani, insieme a Barnaba, si recò a Gerusalemme e pose il problema al Collegio degli Apostoli. Pietro, che presiedeva la seduta e poco tempo prima aveva già sperimentato di persona, nella casa del centurione Cornelio, come lo Spirito Santo fosse sceso, in sua presenza, sui non circoncisi che poi egli battezzò, non solo approvò la proposta, ma sollecitò la prima assemblea ecumenica della storia del cristianesimo, all’approvazione dell’iniziativa di Paolo e di Barnaba (At,15, 6-35).

Tuttavia gli avversari dell’Apostolo non desistevano dal combattere la sua figura, il suo ruolo missionario e la sua versione della fede. Lo accusavano di predicare un cristianesimo addolcito, di non essere un vero apostolo perché non faceva parte dei dodici che avevano seguito Gesù fin dalla prima ora della sua vita pubblica. Consideravano la sua missione un’attività di seconda mano, ritenevano lui stesso un incompetente o, tutto al più, un semplice mandatario degli Apostoli.

Informato della situazione e comprendendo la gravità delle accuse che avrebbero potuto scardinare la sua dottrina e portare alla disgregazione delle comunità già formate, l’Apostolo corre ai ripari in maniera energica e decisa per scuotere le tiepide coscienze dei Galati, dal torpore che li aveva annebbiati.

Egli si presenta come un autentico annunciatore del Vangelo, dichiarando: “Il Vangelo che annunzio non è a misura d’uomo. Infatti, né io l’ho ricevuto da un uomo, né da un uomo sono stato ammaestrato, ma da parte di Gesù Cristo attraverso una rivelazione (Ga, 1, 11-12).

Capitolo Primo

Paolo conferma ai Galati la sua identità di Apostolo

Già dalle prime parole di saluto, Paolo vuole essere chiaro e sgomberare il terreno da ogni possibilità di equivoco: egli è Apostolo a tutti gli effetti e il suo ruolo è quello di annunziare l’unico Vangelo di Gesù Cristo. Egli è stato investito di questa missione, non da alcuna autorità umana o terrena, ma da Gesù Cristo stesso e da Dio Padre che ha risuscitato suo figlio dai morti.

Adesso Paolo, i suoi fratelli, i suoi collaboratori e tutti e i membri della comunità dei fedeli in cui si trova al momento, rivolgono un caro saluto ai militanti delle Chiese della Galazia. Ai medesimi egli augura la grazia e la pace di Dio Padre e del Signore nostro, Gesù Cristo, che diede la sua vita per la remissione dei nostri peccati. Egli obbedì docilmente alla volontà di Dio Padre, portando a compimento il progetto divino del piano di salvezza dell’uomo. Infatti, nella sua vita pubblica, Gesù insegnò agli uomini nuovi valori della vita, nuovi modelli di comportamento e consacrò la sua missione profetica con il sacrificio della sua passione, morte in croce e risurrezione, onde aprire all’uomo la via dell’eterna salvezza.

Esiste un solo Vangelo e Paolo l’ha ricevuto direttamente da Cristo

Paolo entra nel vivo della questione, rivolgendo un marcato rimprovero ai destinatari della sua missiva perché, con suo grande stupore, ha appreso che essi hanno abbandonato la fede che egli aveva loro trasmessa, per abbracciare un altro vangelo. Ma non c’è, non esiste un altro vangelo! Al contrario. “Ci sono alcuni che seminano lo scompiglio tra di voi e vogliono stravolgere il Vangelo di Cristo. Ma se noi o chiunque altro, anche se fosse un angelo disceso dal cielo, che vi annunziasse un vangelo diverso da quello che vi abbiamo annunziato noi, sia votato alla maledizione divina!

Forse, io cerco d’ingannare Dio o gli uomini? Oppure cerco di piacere agli uomini? Se così fosse, non sarei servo di Cristo”. E continua il discorso con tutto l’empito emotivo del suo onesto sdegno: “Il Vangelo che vi ho annunziato non proviene da fonte umana, ma l’ho appreso direttamente da Gesù Cristo attraverso una rivelazione.

Voi, in qualche modo, veniste a sapere come mi comportavo quand’ero immerso in pieno giudaismo. Perseguitavo la Chiesa di Dio, cercavo di rovesciarla, ero diventato più zelante di tutti i miei coetanei nel nell’infierire contro i nemici della mia fede, difensore fanatico della religione degli avi.

Ma quando piacque a Dio, che mi aveva riservato fin dal seno materno e mi aveva chiamato in forza della sua grazia per rivelare suo Figlio in me affinché io lo annunziassi ai pagani, non consultai, né gli uomini, né andai a Gerusalemme a consultare gli Apostoli, che erano stati costituiti missionari prima di me; ma mi allontanai verso l’Arabia, poi di nuovo tornai a Damasco” (Ga, 1, 7-17).

Paolo cerca di stabilire contatti con Pietro e con gli altri dirigenti della Chiesa di Gerusalemme

Dopo tre anni, Paolo sale a Gerusalemme per prendere contatto con Cefa (Pietro) e si trattiene con lui per quindici giorni. In quell’occasione incontra anche Giacomo, il fratello del Signore (fratello detto in senso generico), ma non altri Apostoli. Egli afferma di non mentire e dichiara che sta dicendo la verità davanti a Dio. Poi dice di essersi recato nelle regioni della Siria e della Cilicia. A quei tempi egli era un individuo ancora sconosciuto alle Chiese della Giudea, anche se tutti avevano sentito parlare di colui, che prima perseguitava i cristiani, poi era diventato annunciatore di quella fede che prima cercava di sovvertire. Nel sapere questo, “tutti dichiaravano gloria a Dio”. (Questa formula, “Gloria a Dio”, che è un’espressione ricorrente nel Vecchio Testamento, in questo contesto si riferiva all’evento portentoso della conversione di Paolo. Successivamente la frase è rimasta in vigore nella Chiesa, fino a diventare un’espressione comune, consacrata anche nella liturgia cattolica della Chiesa attuale).    ,

Capitolo Secondo

La salita di Paolo a Gerusalemme

Paolo scrive testualmente: “Dopo quattordici anni salii di nuovo a Gerusalemme con Barnaba, dopo aver preso con me anche Tito. Vi salii dopo una rivelazione ed esposi loro (ai capi della Chiesa) il Vangelo che proclamo ai pagani, (in privato ai notabili) per evitare il rischio di correre o di aver corso invano. Tuttavia, neanche Tito, che era con me, pur essendo greco, fu obbligato a farsi circoncidere. Ma a causa dei falsi fratelli (i suoi oppositori) che si misero a spiare sulle nostre conversazioni (con i notabili) per toglierci la libertà di cui godiamo in Gesù Cristo, sorsero delle difficoltà e delle complicazioni. Però noi, alle loro pretese, non cedemmo neanche per un istante, affinché la verità del Vangelo rimanga salda in mezzo a voi per guidare le coscienze nel cammino della vita pratica dell’uomo. Chiunque fossero e comunque la pensassero questi “falsi fratelli”, a me “i notabili” non aggiunsero niente; anzi, al contrario, considerando il fatto che mi era stato affidato il Vangelo dei non giudei, come a Pietro quello dei Giudei, colui che con la sua forza assisté Pietro nell’apostolato tra i circoncisi, assisté anche me tra i pagani; e riconoscendo la grazia che mi era stata concessa, Giacomo, Cefa (Pietro) e Giovanni, stimate autorità della Chiesa madre di Gerusalemme, strinsero la mano destra (in segno di unione) a Barnaba e a me: noi dovevamo annunciare il Vangelo ai pagani, essi, invece, ai circoncisi, cioè ai Giudei. Noi, però, avremmo dovuto prendere iniziative di assistenza a favore dei poveri; ed è quello che, con costante premura, cercai di fare,” (Ga,2, 1-10).

Paolo difende il suo Vangelo

Paolo continua il suo discorso rivolgendo un’apostrofe severa anche a Pietro per il suo comportamento incoerente con il Vangelo che predica. Il fatto accadde “quando Cefa (Pietro) venne ad Antiochia (centro operativo dell’attività missionaria di Paolo e di Barnaba) mi opposi a lui, a viso aperto, per il suo atteggiamento incoerente. Infatti, prima che giungessero i fratelli seguaci di Giacomo, egli consumava i pasti regolarmente insieme ai convertiti dal paganesimo. Ma dopo che sopraggiunsero quegli altri, Pietro incominciò a tirarsi indietro e ad appartarsi, timoroso dei giudei convertiti che, probabilmente, gli avevano fatto qualche rimprovero a questo riguardo. Sul suo esempio, anche altri giudei incominciarono a tirarsi indietro, tanto che, anche Barnaba tendeva a lasciarsi sedurre da quell’ambiguo doppio comportamento. Quando mi resi conto che tutti questi fratelli non si comportavano in maniera coerente con il Vangelo che professavano, presi coraggio e dissi a Cefa (Pietro) davanti a tutti: Se tu, essendo giudeo, vivi da pagano e non da giudeo, come puoi costringere i gentili a vivere secondo la legge mosaica? Noi giudei di nascita e i non peccatori di origine pagana sappiamo che nessuno è giustificato in forza della legge, ma che i credenti lo sono in virtù della fede in Gesù Cristo; credemmo anche noi in Gesù Cristo per essere salvati dalla fede in lui e non dalle opere della legge perché, secondo la legge, nessun uomo sarebbe stato mai giustificato, cioè nessun mortale si sarebbe salvato. Se il peccato distrutto da Cristo, io lo ricostruisco artificiosamente, sono incoerente e mi dimostro colpevole di trasgressione. Se vivo in Cristo, che è stato crocifisso, non sono più io che vivo, ma è Cristo che vive in me. La vita che ora vivo nella carne, la vivo nella fede, in quella fede nel Figlio di Dio, che mi amò fino a donare se stesso per me. Non rendo vana la grazia di Dio; se la giustizia proviene per mezzo della legge, allora Cristo è morto per nulla” (Ga.2,11-21).

Capitolo Terzo

La giustificazione viene dalla fede, non dalle opere della legge

In questa sezione l’Apostolo esordisce rivolgendo un severo rimprovero ai Galati, che si sono lasciati distogliere dalla giusta via che egli aveva indicato, insegnando loro il Vangelo di Cristo. “O Galati sciocchi -esordisce- ma quale propaganda vi ha incantati, dopo che avete conosciuto Gesù Cristo crocifisso? Da voi vorrei sapere una cosa sola: da chi avete ricevuto la vita della Spirito, dalle opere della legge o dal messaggio della fede? Ma siete così poco intelligenti da avere iniziato con la vita dello Spirito e ora siete tornati alle opere della carne? Tante cose grandi avete sperimentato invano? Colui che vi dona l’abbondanza dello Spirito e fa i miracoli davanti a voi, fa tutto questo in forza della legge o in virtù della fede nello Spirito? Così Abramo credette in Dio e questo fu per lui un titolo di giustificazione. Sappiate allora che quelli che sono dalla parte della fede, costoro sono figli di Abramo. Siccome la Scrittura aveva previsto il progetto di Dio della salvezza dei gentili e dell’intera umanità, Dio annunciò in anticipo ad Abramo: Saranno benedette in te tutte le nazioni. Cosicché quelli che si basano sulla fede sono benedetti con Abramo credente. Infatti, quanti si basano sulle opere della legge sono soggetti alla maledizione perché sta scritto: maledetto colui che non persevera nel fare tutte le cose scritte nel libro della legge. Poiché rimanendo nell’ambito della legge nessuno è giustificato, è una cosa altrettanto manifesta, dal momento che la legge stessa dice: il giusto avrà la sua vita dalla fede.

Ma Cristo ci ha riscattati liberandoci dalla maledizione della legge. Per fare questo ha assunto quella maledizione su se stesso con il sacrificio della sua morte in croce; tanto è vero che la stessa Scrittura (Deuteronomio) dice: maledetto chiunque è appeso su un legno. Questo fatto permise che la benedizione di Abramo arrivasse ai Gentili in Cristo, di modo che, per mezzo della fede, ricevessimo lo Spirito, oggetto della promessa.

La benedizione data ad Abramo 

Paolo apre la pericope dichiarando che, anche dal punto di vista umano, nessuno può invalidare o modificare un testamento già ratificato. “Ora furono fatte delle promesse ad Abramo e alla sua discendenza. Quindi non a molte, ma a una sola sua discendenza, che è quella di Cristo. Di conseguenza la legge, pur essendo venuta 430 dopo, non annulla il testamento ratificato in precedenza da Dio, rendendo così inoperante la promessa. Poiché se l’eredità è legata alla legge, non è più legata a una promessa; ora Dio fece il suo dono di grazia ad Abramo mediante una promessa” (Ga, 3, 16-18).

La funzione provvisoria della legge

La legge, secondo Paolo, è venuta dopo la promessa. Perciò essa ha carattere di secondarietà rispetto alla  promessa. Essa ha questo valore secondario anche perché non deriva direttamente da Dio. Essa ha avuto carattere provvisorio, limitato nel tempo. Fu aggiunta dopo per limitare le trasgressioni, ma la coesistenza della legge con il peccato ha reso ancora più urgente la realizzazione della promessa divina della venuta di Cristo Redentore. Egli ci ha portato la fede, l’unico mezzo di salvezza offerto, come dono, ai credenti.

Prima che arrivasse la fede, noi eravamo custoditi, chiusi nella legge, come prigionieri in attesa della loro liberazione; “Cosicché, la legge è divenuta per noi un pedagogo (educatore) che ci ha condotti fino a Cristo, perché fossimo giustificati. Sopraggiunta poi la fede, non siamo più sotto il dominio del pedagogo. Tutti, infatti, siete diventati figli di Dio in Gesù Cristo, mediante la fede; infatti, quanti siete stati battezzati in rapporto a Cristo, vi siete rivestiti di Cristo. Perciò, nella Chiesa non c’è più alcuna distinzione tra Giudeo e Greco, tra schiavo o libero, tra uomo o donna. (La differenza, anche abbastanza marcata, tra l’uomo e la donna nelle assemblee liturgiche, l’Apostolo la fa altrove: in 1 Co, 15, 33-36). Tutti voi formate una sola persona in unione con Cristo Gesù. Se siete di Cristo, allora siete discendenza di Abramo, eredi secondo la promessa” (Ga, 3, 24-29).

Capitolo Quarto

La filiazione divina realizzata da Dio mediante lo Spirito

Nel capitolo precedente Paolo aveva assimilato la funzione della legge a quella del pedagogo (educatore), che ha il compito di educare e guidare l’infante nel suo processo di sviluppo e di formazione. Qui la legge è presentata come il tutore di un minorenne, per cui, finché perdura l’età minorile dell’educando, egli è sottomesso al tutore come uno schiavo al padrone; e questo stato perdura fino a quando il padre o tutore decide di emanciparlo, il che avverrà quando egli raggiungerà la maggiore età. “Così anche noi, quand’eravamo bambini eravamo sottomessi a limiti imposti dagli elementi del mondo (la legge/le autorità educative o di comando, responsabili della tutela del minore); ma quando giunse la pienezza dei tempi, Dio inviò suo Figlio, nato da donna, crebbe in una famiglia, rispettoso delle  norme della legge e del costume vigente, con un’importante missione da compiere: riscattare coloro che erano sottoposti alla legge, affinché noi ricevessimo l’adozione a figli. Poiché siete figli, inviò lo Spirito del Figlio Suo nei nostri cuori, lo Spirito che grida: ‘abbà, Padre! Questo comporta che non sei più schiavo, ma, figlio; se sei figlio, sei anche erede in forza di Dio.

La situazione attuale dei Galati  

A un certo punto l’Apostolo abbandona il tono polemico e affronta la disputa con i suoi interlocutori in tono ammonitorio: “Voi, Galati, quando ancora ignoravate la fede in Dio, adoravate gli idoli come dei, che però dei non sono. Una volta che avete conosciuto Dio, o meglio, che siete stati conosciuti da Dio stesso, come potete di nuovo rivolgervi ai meschini elementi della natura? Volete tornare a vivere nella schiavitù dell’idolatria, magari per ricominciare tutto da capo? Siete stati bravi, osservate tutte le prescrizioni legate al calendario rituale e scandite secondo il ritmo del fluire del tempo: i mesi, le stagioni e il cicli annuali. Ma ora mi fate paura! Mi viene lo sconcerto perché temo di aver lavorato invano per tanti anni in mezzo a voi. Fratelli, vi supplico, diventate come me, perché anch’io sono come voi. Sapete che proprio a causa di un’infermità fisica (ma non dice da quale infermità fu colpito) annunciammo il Vangelo a voi per la prima volta. E per quello che voi consideravate una prova nel mio fisico, non dimostraste disprezzo, né nausea, ma mi accoglieste come un inviato di Dio, come Gesù stesso. Dove sono andate a finire le lodi che vi diedi quando vi chiamavo beati? Vi rendo atto che, se fosse stato possibile, per me vi sareste strappati anche gli occhi. Vi sono diventato nemico solo perché vi ho trattato secondo la verità? Gli attuali vostri amici mostrano grande interesse per voi, ma non sono sinceri e lo fanno solo perché vi vogliono allontanare da noi. E’ bello avere sempre un interesse acceso per tutto ciò che buono, non solo quando io sono presente tra di voi, figli miei, per i quali soffro di nuovo le doglie del parto fino a quando la fede in Cristo non si consolidi in voi. Poiché sono onestamente ansioso del vostro destino, vorrei proprio essere ora in mezzo a voi e parlare, a tu per tu, con ciascuno di voi” (Ga, 4 ,8-20).

La vita dei figli di Dio

Polemizzando con i suoi avversari, Paolo ricorre all’interpretazione allegorica del Vecchio Testamento. Egli narra la storia di Agar, la schiava egiziana di Abramo, madre d’Ismaele, cacciata via da Abramo stesso. Egli riepiloga la storia dei due figli di Abramo, uno avuto dalla schiava, l’altro dalla padrona libera. Il figlio della schiava è nato secondo la carne, mentre il figlio della promessa divina è nato dalla padrona libera. In termini allegorici le due donne rappresentano le due alleanze, i due testamenti, uno dei quali proviene dal Monte Sinai, identificato con Agar che genera figli per la schiavitù; il Monte Sinai è il luogo dove è stata dettata la legge scritta sulle pietre. Esso sta in Arabia, in continuità territoriale con la Gerusalemme di adesso, la città terrena, che si trova in stato di schiavitù con i suoi figli. L’altra città, la Gerusalemme celeste, è libera, rappresenta la Chiesa che è la madre feconda di tutti noi. Essa è come una donna sola, che ha figli soltanto per iniziativa divina. Poi, rivolgendosi ai Galati, l’Apostolo dichiara:

“Ma voi, fratelli, siete figli della promessa, secondo Isacco; e come allora, quando il figlio nato secondo la carne perseguitava quello nato secondo lo Spirito, così accade anche adesso. Ma che cosa dice la Scrittura?

Caccia via la schiava e il figlio di lei; infatti, il figlio della schiava non avrà parte all’eredità col figlio della padrona libera. E noi, fratelli, non siamo figli della schiava, ma figli della padrona libera.

Capitolo Quinto

La libertà è la virtù che plasma la vita dei figli di Dio

Secondo Paolo, dobbiamo rendere grazie a Cristo che ci ha liberati dalla gabbia delle prescrizioni della legge! Perciò avverte “Voi, Galati, state attenti a non lasciarvi sottomettere di nuovo al giogo della schiavitù. Io, Paolo, in tutta franchezza e con pieno senso di responsabilità, vi dico una cosa: non lasciatevi circoncidere! Se voi accettate la circoncisione, non appartenete più a Cristo, per cui egli non vi sarà più di nessun aiuto.

Al riguardo attesto che ogni uomo che sarà circonciso, sarà obbligato a mettere in pratica tutta la legge” (Ga, 5, 1-3). Perciò, egli mette i Galati davanti all’alternativa: o si è cristiani con tutti i doveri che impone l’essere cristiani o si è giudei con tutte le implicazioni che impone la legge giudaica. Chi cerca la giustificazione nella legge è un giudeo. Chi è già cristiano e assume un tale atteggiamento, perciò stesso, cessa di essere cristiano e torna ad essere giudeo. “Se voi cercate la giustificazione nella legge, decadete dai privilegi del favore divino.

Noi, sotto l’influsso dello Spirito e in forza della fede, speriamo di ottenere la giustificazione. Per seguire la via indicata da Cristo, non servono, né la circoncisione, né l’incirconcisione, ma la fede che si attua nello spirito di carità verso gli altri. Voi, Galati, correvate spediti in questa via, che cosa vi ha ostacolato di continuare a percorrere quella via, che poi era la strada giusta da seguire nella vita? Alle volte bastano pochi agitatoti per gettare lo scompiglio in un gran numero di persone. Una piccola quantità di pasta inacidita può rovinare l’intero impasto. Io ho la forte persuasione che voi la pensiate come la penso io. Chi semina lo scompiglio tra di voi, chiunque esso sia, subirà la condanna eterna. Quanto a me, se io predicassi ancora la circoncisione, allora cesserei di essere perseguitato. La presenza di Cristo crocifisso per i Giudei non costituirebbe più una pietra d’inciampo” (Ga, 5, 4-12). A conclusione del suo discorso, l’Apostolo lancia l’invettiva finale: “che i perturbatori, con la circoncisione, possano arrivare a mutilarsi completamente!” (ibidem).

La libertà del cristiano spinge alla carità

I Galati, come tutti gli altri cristiani, sono stati chiamati alla libertà dalla legge dello Spirito; e questa libertà non dev’essere usata in modo distorto, magari finalizzata a soddisfare gli appetiti della carne, ma dev’essere impiegata per una causa ben più nobile: attuare lo spirito di carità vicendevole, che impone di essere disponibili a servire gli altri nelle loro necessità. La legge dello Spirito trova la sua pienezza nell’osservanza di una norma etica fondamentale, che suona nel modo seguente: amerai il tuo prossimo come te stesso. Se poi i Galati si comportano come cani ringhiosi, digrignando i denti e mordendosi a vicenda, stiano bene attenti a non distruggersi reciprocamente in una lotta dissennata degli uni contro gli altri.

Lo Spirito e la carne

In questa sezione l’Apostolo mette una radicale alternativa di vita ai Galati: o camminate sotto l’influsso dello Spirito, o seguite le bramosie della carne. La carne, infatti, ha desideri che sono contro lo Spirito, lo Spirito, a sua volta, ha norme che si oppongono alla carne. Questi due elementi, infatti, si contrappongono a vicenda, cosicché voi non fate quello che vorreste fare. Ma se voi fate prevalere la voce dello Spirito, non siete più sotto il dominio della legge. Ora, seguendo l’istinto della carne, sappiamo benissimo quali frutti esso comporta, azioni che si potrebbero raggruppare in quattro categorie di peccati: 1) peccati di natura sessuale: lussuria, fornicazioni, relazioni sessuali irregolari, impurità, disordine e dissolutezza, mancato controllo dell’impulso sessuale; 2) peccati contro la religione: idolatria, magia, stregoneria, doping; 3) peccati contro la carità: gelosie, liti, divisioni, contrasti, odio, egoismo, invidie; 4) peccati contro la temperanza: ubriachezza, orge, euforia indotta da mezzi illeciti. Tutti questi generi di peccati escludono il credente dall’eredità escatologica del regno di Dio. Invece, i frutti dello Spirito sono di ben altra natura: amore, gioia, pace, longanimità, bontà, benevolenza, fiducia, mitezza. La legge giudaica non ha niente a che fare con queste cose perché non ha alcun rapporto con le virtù dello Spirito. I cristiani, in virtù del sacrificio di Cristo che li ha riscattati dal peccato, hanno crocifisso le opere della carne. Se viviamo nello Spirito, camminiamo anche sotto la guida dello Spirito. Allora non diventiamo avidi di gloria vuota, divenendo gli uni oggetto d’invidia degli altri (Ga, 5, 16-25).

Capitolo Sesto

Il comportamento pratico secondo lo Spirito

In questo passo l’Apostolo sollecita i Galati a comportarsi secondo lo spirito di carità e di solidarietà reciproca. Pertanto, se un fratello sbaglia e viene sorpreso nell’atto di commettere una colpa, il fratello più  saggio, guidato dalla legge dello Spirito, non si lasci tentare a peccare anche lui, ma intervenga, con mitezza e fermezza, per correggere colui che sbaglia. Lo spirito del cristiano sia sempre discreto e costruttivo in ogni circostanza. Poi esorta: “Portate vicendevolmente i vostri pesi, così portate avanti la legge di Cristo. Se qualcuno pensa di essere qualcosa, s’inganna, perché tutti abbiamo pregi e difetti e ciascuno dovrà sempre portare il suo fardello di pene e di dolori. Colui che viene istruito nella parola, deve rendere chi lo istruisce partecipe di tutti i suoi beni. Non ingannatevi. Dio non permette che ci si prenda gioco di lui. L’uomo raccoglierà ciò che ha seminato. Chi semina nella carne, mieterà rovina; chi semina nello Spirito, mieterà la vita eterna. Non desistiamo mai dal fare il bene lasciandoci prendere dalla noia e dalla stanchezza; se non allenteremo il nostro impegno, a tempo debito, mieteremo i nostri frutti. Perciò, finché abbiamo il tempo e l’occasione propizia, pratichiamo il bene verso tutti e, in modo particolare, verso coloro che appartengono alla stessa famiglia cristiana” (Ga, 6, 2-10).

Epilogo

A conclusione della sua missiva, Paolo aggiunge poche righe di sua mano per dare le sue ultime raccomandazioni. Egli cerca di smascherare i suoi oppositori agli occhi dei suoi fedeli, perché essi sono quelli che cercano di convincere i Galati a farsi circoncidere. Stigmatizza gli avversari, mettendo a nudo le loro intenzioni recondite. Essi si presentano come difensori della legge, non per convinzione, ma per fare bella figura davanti agli uomini, seguendo i bassi impulsi dell’umana ambizione e al fine di non essere perseguitati essi stessi. Per non apparire da meno dei giudei ortodossi, fanno propaganda per la circoncisione. Paolo avverte i suoi destinatari del fatto che neppure quelli che si fanno circoncidere sono scrupolosi osservanti della legge, tuttavia questi vogliono che i Galati si facciano circoncidere allo scopo di darsi vanto sulla debolezza degli altri. Al riguardo, afferma: “A me non avvenga mai di vantarmi di altro, se non di essere stato difensore della croce del nostro Signore Gesù Cristo, per mezzo del quale il mondo, con tutte le debolezze umane, è stato crocifisso per me e io per il mondo. Quindi la circoncisione o la sua assenza non hanno più alcun senso, quello che ha senso è la nuova creazione per la salvezza. A quelli che saranno disponibili a seguire una condotta di vita secondo le regole qui esposte, sia la pace e la benevolenza misericordiosa del Signore! Essi saranno il nuovo Israele, l’Israele del Regno di Dio” (Ga, 6, 14-16). Del resto, ormai Paolo è unito a Cristo, per cui nessuno può distoglierlo o infastidirlo con altre dottrine o altre insinuazioni. Il caloroso commiato, enfatizzato da quel vocativo, fratelli! La sua benedizione finale e il suo Amen, che trasforma l’auspicio in preghiera che chiude il documento apostolico.

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